I SEPOLCRI DEGLI ANGIOINI NEL DUOMO DI NAPOLI. Carlo I d’Angiò, Carlo Martello d’Angiò e Clemenza d’Ungheria.

di Tino d’Amico

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Al mio piccolo Leonardo

che m’allieta ogni or la vita

di gioiose giarde e affettuosi abbracci.

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Tra gli spiriti amanti del terzo Cielo di Venere, nella Cantica del Paradiso, Dante immagina di incontrare  Carlo Martello d’Angiò (canto VIII) e la sua sposa, Clemenza d’Asburgo (canto IX), morti entrambi poco più che ventenni, nel 1295,  in  Castel Nuovo,  durante una delle tante epidemie di peste del medioevo italiano e non solo, non negli stessi giorni come erroneamente riferito, ma probabilmente per ragioni diverse e in tempi diversi.

Napoli – Duomo – Le tombe degli angioini ricomposte sulla contro facciata nella seconda metà del ‘500 da Domenico Fontana.

La notizia della loro morte, a poca distanza l’uno dall’altra, è erroneamente riportata negli Annales Austriae: “…tanta pestilenza infierì nella bassa e nell’alta Italia, che della curia romana soggiacquero molti vescovi e prelati, e Carlo Martello re di Sicilia e d’Ungheria con sua moglie, sorella ad Andrea duca d’Austria, perirono dentro quattordici giorni…”  (cfr. Monumenta Germaniae Historiae, Annales Austriae, Continuatio vindebonensis, SS. IX, 718).

La data della morte di Carlo Martello,  risulta esattamente annotata nel Libro de’ Confrati della Chiesa salernitana (cfr. G. Abignente, Le Chartule Fraternitatis ed il Libro de’ Confratres della Chiesa Salernitata, in: Archivio storico per le province napoletane, Napoli XIII(1888).

Napoli – Castello angioino – Assonometria ricostruttiva – Foto tratta dalla rete.

Carlo Martello e Clemenza d’Asburgo morirono in tempi diversi e per diverse ragioni: Anche Michelangelo Schipa, considerando la data dell’ultimo atto amministrativo firmato da Carlo Martello il 5 agosto 1295, reggente del regno di Sicilia e di Napoli , durante la prigionia siciliana di Carlo II, cadendo nello stesso errore, ritiene che entrambi furono contagiati nei giorni immediatamente successivi a quella data,  dalla peste, e insieme morirono, Carlo Martello certamente il 19 di agosto.

C. Minieri Riccio (1813-1882),  (cfr. Genealogia di Carlo II d’Angiò re di Napoli, in: Archivio storico per le province napoletane, VII (1882) ) ritiene  invece che la morte di Clemenza fu per parto, nel febbraio del 1293, come farebbe supporre il nome dato all’ultima figliola, Clemenza (1293-1328) che fu regina  consorte  di Francia e regina consorte  di Navarra per avere sposato nel 1315 Luigi X l’Attaccabrighe, re di Francia e di Navarra…ma è un’altra storia dinastica, di matrimoni, vedovanze e nuovi matrimoni.

Carlo Martello e Clemenza furono entrambi sepolti provvisoriamente  nell’antica basilica cattedrale napoletana detta di Santa Restituta, da dove poi le loro salme furono trasferite nella cappella di San Ludovico, la attuale sagrestia maggiore del duomo  e, dopo il terremoto del 1456 che fece cadere i sepolcri, dopo varie peripezie, furono composte nel monumento funebre innalzato sulla contro facciata dell’edificio.

 

Napoli – Duomo – La tombe angioine.

Dante li ricorda per averli e incontrati a Firenze nel 1294 e,  dopo avere raccontato gli avvenimenti storici legati al governo di Carlo Martello, di colui che il mondo “…ebbe già poco tempo, e se più fosse stato, molto sarà di mal, che non sarebbe…” (par. VIII) e abbozzato un quadro delle sue aspettative politiche sul futuro dei regni d’Italia, si rivolge a Clemenza d’Asburgo appellandola “…bella Clemenza…”  (par. IX) ricordando la sua bellezza favoleggiata nelle corti di mezza Europa, che gli si presenta, accanto al suo sposo.

Un parallelo che legittima l’amore sacro, benedetto da Dio, e per il noto intenso legame affettivo dei due giovani sposi, e l’amore profano,  come quello di un’altra coppia, lussuriosa, già  incontrata nella Cantica dell’Inferno, nel secondo Cerchio (canto V), Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, ma forse intende costruire anche un parallelo con Cunizza da Romano (1198-1279) che poco dopo incontrerà nello stesso luogo (Par.,IX), che abbandonò il marito Riccardo di San Bonifacio, sposato nel 1222, per darsi alla vita dissoluta, e  per i suoi trascorsi, lo sorprende la sua presenza nel Paradiso, ma come ella stessa dice “…qui refulgo / perché mi vinse il lume d’esta stella…”.

Sandro Botticelli – Ritratto di Dante – Tempera su tela – Ginevra.

Dante nella Cantica del Purgatorio, immagina di incontrare e cita più volte, anche Carlo I d’Angiò,(1226-1285) “…colui dal naso maschio…”, nella valletta dell’antipurgatorio, tra i principi negligenti, (purg. VII) del quale da un giudizio estremamente negativo, anche se lo pone poi tra coloro che comunque sono esclusi dalla pena eterna.

Dante accusa Carlo I di avere accresciuto la sua potenza con matrimoni dinastici e di essersi impadronito del Regno di Sicilia e di Napoli, con la forza, facendo giustiziare anche il giovane Corradino di Svevia (1262-1268) erede del trono di Sicilia per discendenza, ma anche perché “… poi ripinse al ciel Tommaso, per ammenda!…”, dando seguito alla leggenda secondo cui avrebbe fatto avvelenare SanTommaso d’Aquino nel 1274.

E’ lo stesso nipote Carlo Martello d’Angiò che lo accusa di essere responsabile della guerra del vespro per la “…mala segnoria degli angioini in  Sicilia…”; altrove però, Dante (purg.VII), accusa anche Niccolo III (1277-1280), di essersi venduto, per togliere il Regno a Carlo I per offrirlo agli aragonesi, Regno a cui successe Carlo II, non esperto nel governo come il nonno.

Carlo I d’Angiò e Beatrice di Provenza.

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Carlo Martello d’Angiò, nacque a Napoli nella primavera del 1271.

Figlio primogenito di Carlo II d’Angiò detto “lo zoppo”, (1254,1309), re di Sicilia e di Napoli dal 1285 e di Maria Arpad d’Ungheria (1257-1323), era fratello del secondogenito di Carlo II, Ludovico (San Ludovico) e di Roberto detto “il saggio” (1278-1343), diventato re di Napoli per successione dinastica dopo la morte prematura di Carlo Martello e la rinuncia al trono di Ludovico..

Fu detto Carlo Martello, cioè piccolo Marte, con riferimento al dio romano della guerra, secondo una tradizione di famiglia, dei re carolingi.

Napoli – Chiesa di Santa Maria di Donnaregina vecchia – Carlo Martello d’Angiò, ritratto sulla cassa del monumento funebre della madre Maria Arpad d’Ungheria, opera  di Tino di Camaino.

Carlo I d’Angiò (1226-1285) re di Sicilia e di Napoli dal 1266, per investitura sul feudo pontificio dell’Italia Meridionale, per consolidare il Regno e trasformare la investitura in un diritto di successione dinastica perpetua per i suoi discendenti, elaborò negli anni del regno progetti di alleanze, anche attraverso matrimoni, con i regnanti d’Europa e fin dal 1274, con la mediazione di papa Gregorio X (1271-1276) si accordò con Rodolfo d’Asburgo, duca d’Austria, diventato re dei romani dal 1273, per sposare il nipote Carlo Martello, che aveva appena quattro anni, con la figlia di questi, Clemenza d’Asburgo (1272/67 – 1295/93) che, era negli accordi, doveva trasferirsi a Napoli per essere educata presso la corte angioina, non considerando la età di entrambi e che comunque non potevano celebrare le nozze proprio perché fanciulli.

L’accordo fu sospeso per la morte del papa e per lo scarso interesse dimostrato dai pontefici che si succedettero sul trono di Pietro, tanto che la piccola Clemenza fu promessa in sposa ad un altro.

Il progetto iniziale fu ripreso da Carlo I dopo la elezione di papa Niccolò III (1277-1280), che concesse la dispensa di matrimonio il 6 luglio 1280, ordinando  a Rodolfo d’Asburgo di inviare la fanciulla, ormai di otto anni, o forse di tredici, secondo alcuni, alla corte napoletana, dove giunse nel 1281, nonostante che la improvvisa morte del papa ponesse fine ad ogni trattativa.

Carlo Martello, nel 1281, aveva undici anni.

Papa Niccolò voleva dare un nuovo assetto ai regni d’Europa, con la ricostituzione del regno di Arles, da assegnare  alla piccola Clemenza e del regno di Vienna da assegnare al fanciullo Carlo Martello, incoronando Rodolfo d’Asburgo imperatore dei romani.

Il quattordicenne Carlo Martello, alla morte di Carlo I, nel 1285, mentre il padre Carlo II, principe di Salerno, era prigioniero degli aragonesi in Sicilia dal 1284, assunse la reggenza fino alla liberazione del padre nel 1289, per disposizioni testamentarie di Carlo I, affiancato da Roberto II conte d’Artois (1250-1342), nipote di Carlo I, figlio del conte di Artois, Roberto I (1216-1250) e di Matilde di Brabante, venuto in Italia a portare soccorso militare allo zio Carlo I d’Angiò durante la guerra del Vespro siciliano (1282)

Nel 1287, secondo gli accordi, vennero celebrate le nozze tra Carlo Martello e Clemenza d’Asburgo e dal loro matrimonio nacquero tre figli: Carlo Roberto I d’Ungheria (1288-1342), Beatrice d’Ungheria (1290-1343) e Clemenza d’Ungheria (1293-1328).

Nocera inferiore (Sa) – Ruderi del castello angioino

Carlo Martello ricevette in dono dal padre il castello di Nocera, nel 1292, nel quale trascorreva con la famiglia  e con la  corte lunghi periodi e tracce della loro presenza e degli artisti di corte che dimorarono ed operarono nel castello, è testimoniata anche da tematiche decorative tipiche della cultura artistica tirolese, terra d’origine di Clemenza, negli affreschi della chiesa monastica di Sant’Anna di Nocera: Carlo Martello lo stesso anno fece dono a Clemenza del castello

Carlo II,  liberato dalla prigionia siciliana nel 1289, investì  principe di Salerno  Carlo Martello e, ornandolo cavaliere il 12 settembre dello stesso anno lo nominò Vicario Generale del Regno, affiancato da Roberto d’Artois, per le operazioni militari ancora in corso contro gli aragonesi di Sicilia: Carlo II dovette raggiungere la Francia per tentare di definire  accordi di pace con gli aragonesi.

Trattative di pace già precedentemente avviate da Carlo I e che dovevano essere definite da una ordalia, duello all’ultimo sangue, tra re Carlo e Giacomo d’Aragona, sul confine dei territori francesi e aragonesi: il duello non ci fu, forse perché i due contendenti non volevano perdere certamente la vita, quanto piuttosto attenersi al giudizio pontificio della questione, essendo la Sicilia feudo della Chiesa.

Intanto, nel 1290 morì Ladislao IV d’Ungheria (1262-1290), fratello della madre, senza lasciare eredi al trono e quest’ultima avanzò la sua pretesa sul Regno e il 6 gennaio 1292, investì Carlo Martello del Regno d’Ungheria, scatenando così la lotta per la successione da parte di un nipote di Ladislao IV, Andrea III d’Ungheria (1265-1301).

Carlo Martello che fu a Sulmona nel 1294, con il padre Carlo II, alla incoronazione di papa Celestino V e accompagnò a Roma il suo successore Bonifacio VIII (1294-1303), nella primavera dello stesso anno fu nuovamente Vicario Generale del Regno e insieme alla moglie Clemenza, fu a Firenze per incontrare Carlo II e la madre Maria d’Ungheria. che ritornavano a Napoli dalla Francia dove, per la mediazione di papa Niccolò IV (1288-1292) aveva incontrato sul confine francese del regno di Aragona, Giacomo II d’Aragona e aveva stipulato un accordo di pace per porre fine alla guerra del Vespro

Francesco Hayez – I vespri siciliani.

Carlo II sostò a Perugia dal 21 al 29 marzo del 1294 per sottoporre ai cardinali riuntiti nell’interminabile  conclave, la bozza di accordo per la definitiva ratifica.

Accordo che non fu esaminato perché i cardinali si dichiararono non autorizzati a decidere sulla questione, di pertinenza papale perché riferita a feudi della Chiesa, soggetti ad investitura pontificia.

Dal conclave perugino risultò eletto il 5 luglio dello stesso anno Celestino V che ratificò  il giorno 1 ottobre il trattato di pace tra Carlo II e Giacomo II d’Aragona che prevedeva tra le clausole anche matrimoni tra i membri delle due famiglie regnanti (Roberto con Sancia d’Aragona).

Dante, nel marzo del 1294,  fece parte della delegazione guidata da Giano di Vieri de’ Cerchi che accolse Carlo Martello e Clemenza e rese onore ai sovrani angioini che da Perugia, nel viaggio di ritorno verso Napoli, sostarono a Firenze e la loro presenza nella città toscana fu allietata con feste e convivi per circa un mese.

Fu in quella occasione che incontrò e strinse amicizia con Carlo Martello e con la giovane Clemenza che seguiva solitamente lo sposo ovunque questi si recasse, specialmente per questioni legate al governo del Regno.

 

La “….bella Clemenza….” d’Asburgo – ritratto di anonimo.

Le notizie biografiche su Clemenza d’Asburgo sono assai scarse, per la brevità della vita e per il suo ruolo di principessa consorte del principe di Salerno, erede del trono di Napoli.

Nella Divina Commedia nella Cantica del Paradiso  Dante immagina di incontrare Carlo Martello e Clemenza, e dal dialogo con l’ombra di Carlo, emerge il rammarico per un progetto politico non più attuabile per la improvvisa morte del principe nel quale riponeva le sue speranze, ma anche la lode per la bellezza della sua sposa.

Gustave Doré – Illustrazioni della Divina Commedia (1861-1868) – Paolo e Francesca (Inf., c. V , vv 73-75) “…Poeta, volontieri / parlerei a quei due che ‘nsieme vanno, / e paion si al vento esser leggieri…”

Il progetto politico di Dante, lo ricaviamo dal De monarchia, composto tra il 1310 e il 1313, al tempo della venuta in Italia di Enrico VII di Lussemburgo (1270-1313).

In esso Dante afferma la opportunità di un impero universale e autonomo, solo governo capace di assicurare l’unità e la pace dei popoli d’Europa.

Impero che secondo Dante, doveva spettare ad un romano e di conseguenza al Romano Pontefice la cui autorità gli derivava dall’essere Vicario di Cristo in terra.

Ma la sua teoria appare in netto contrasto con quanto andava affermando circa la legittimità dei governi autonomi nazionali. ed in una restaurazione con il contributo degli angioini, feudatari pontifici.

La stessa mestizia sembra adombrare il volto dei due sposi, ritratti nelle statue sul monumento funebre del duomo napoletano che si guardano, mestizia per entrambi separati dalla loro prematura morte.

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Carlo II d’Angiò, dopo la morte a Brignoles del figlio Ludovico (1274-1297), secondogenito, diventato erede del trono di Napoli per la sopravvenuta improvvisa morte di Carlo Martello, rinunciatario di ogni diritto di successione dinastica in favore del fratello Roberto, perché ricevuto nell’Ordine Francescano e diventato vescovo di Tolosa a 22 anni, nel 1226, canonizzato da papa Giovanni XXII (1316-1334), nel 1317, avviò gli atti per la costruzione della cappella a lui dedicata, adiacente il lato destro del costruendo duomo (dal 1294) ma accessibile solo dall’esterno, dalla corte interna della Cittadella vescovile.

Napoli – Museo Nazionale di Capodimonte – Simone Martini (1284-1344): Ludovico d’Angiò (San Ludovico)  rinuncia alla successione dinastica sul Regno di Sicilia e di Napoli a favore del fratello Roberto.

La edificazione della cappella dedicata a San Ludovico risale al 1330, durante il regno di Roberto,  quando già era morto Carlo II d’Angiò (1309) ed il suo corpo, sepolto provvisoriamente  a Napoli, nella chiesa di San Domenico, (il duomo era ancora in costruzione) era già stato trasferito in Francia per essere inumato ad Aix-en-Provence: in essa già durante la sua costruzione più volte sospesa, furono depositate le salme di Carlo I, di Carlo Martello d’Angiò, erede del trono di Napoli e di Clemenza d’Asburgo, trasferite dalla antica basilica cattedrale paleocristiana detta di Santa Restituta, dove esisteva un cenotafio degli angioini, all’interno del quale era stata già sepolta Beatrice di Provenza (1234.1267), prima moglie di Carlo I, che fu regina consorte di Sicilia e di Napoli e i cui resti mortali erano stati trasferiti nel 1277 in Francia ed inumati ad Aix-en-Provence, ma non accanto a quelli di Carlo I, ma altrove, chiesa cattedrale che doveva essere parzialmente ridotta nella lunghezza di quattro cappelle e perdere la facciata, per fare posto alla navata maggiore e alla navatella di destra del nuovo duomo, in attesa che si completassero i loro monumenti funebri, all’interno della costruenda cappella, opere di Tino di Camaino (1285-1337) e dei suoi allievi.

Era opinione comune che Carlo II d’Angiò avesse fondata la cappella di San Ludovico come pantheon della famiglia reale, ipotesi che non trova conferma e che la modena storiografia ritiene poco attendibile,  considerando la cappella di San Ludovico, solo come monumento celebrativo del Santo, e non come cenotafio reale: un pantheon non  più realizzato forse anche per i gravi problemi statici che si verificarono alla intera struttura della fabbrica angioina, mentre erano ancora in corso i lavori di costruzione con crolli e  cedimenti dovuti alla inadeguatezza delle fondazioni e all’utilizzo di materiali scadenti, tanto che l’arcivescovo Giovanni III Orsini (1327-1358) dovette chiedere aiuti economici al pontefice Clemente VI (1342-1352) che risiedeva allora con la corte pontificia in Avignone, per un  grave cedimento strutturale verificatosi il giorno 1 aprile 1343, dissesto poi ulteriormente aggravato dal terremoto del 10 settembre 1349 (cfr. M. Gaglione, Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel trecento, Napoli 2008).

 

Spaccato-assonometria del duomo angioino napoletano – E’ cerchiato il sito della cappella di San Ludovico. (disegno tratto dalla rete).

L’intenzione di realizzare nella cappella di San Ludovico il pantheon degli angioini, la spiegherebbe l’unica apertura verso l’esterno e il suo essere indipendente dal duomo, per affermare sulla cittadinanza e sulla Chiesa di Napoli il prestigio della casata che poteva vantarsi di avere generato un Santo, Ludovico.

La cappella di San Ludovico non fu cenotafio reale angioino, anche se in essa furono sistemati poi i monumenti funebri di Carlo I, di Carlo Martello, di Clemenza d’Asburgo, e quello di Andrea d’Ungheria, il marito di Giovanna I, lo fu invece la Basilica dell’Ostia Santa, detta di Santa Chiara, fondata da Roberto d’Angiò (1277-1343) re di Napoli dal 1309) e dalla regina Sancia d’Aragona, principessa di Maiorca (1285-1345) consorte di re Roberto dal 1304, monaca clarissa, nel convento di Santa Croce dopo la morte del marito, dove prese i voti nel 1344, morì e fu tumulata e da dove, qualche anno dopo, la sua salma, fu traslata e tumulata in Santa Chiara.

Quello che ha fatto supporre il sacello come pantheon degli angioini, era la presenza di una statua di Carlo I in trono, posta sulla parete del transetto destro, corrispondente al fianco della cappella, all’interno del duomo e, pare, l’esistenza di un’altra statua di Carlo II sull’ingresso della cappella di San Lorenzo aperta sullo stesso transetto.

Le due statue non sono da individuarsi con quelle che furono poi poste ai lati dell’ingresso secondario al duomo, in cima alla scalinata dalla piazza di Capuana, oggi piazza Cardinale Sisto Riario Sforza, dopo i restauri dell’edificio conseguenti il terremoto del 1456, e andate perdute: esse non erano, come si riteneva, parte dei caduti monumenti funebri degli angioini eretti all’interno della cappella.

La Basilica dell’Ostia Santa o del Corpo di Cristo, la prima costruita in Italia dopo il Miracolo di Bolsena del 1264, e detta di Santa Chiara fin dalla sua fondazione, consacrata nel 1340, raccolse le spoglie mortali dei membri della dinastia angioina di Napoli e del suo entourage: essa è il vero pantheon dinastico degli angioini,

La cappella dopo il terremoto del 4-5-divembre 1456, per molto tempo rimase diroccata, fu poi trasformata in sagrestia del duomo dall’arcivescovo Annibale di Capua, nel  1594, che aprì l’attuale ingresso dal transetto del duomo e chiuse definitivamente quello dalla corte interna della cittadella vescovile.

Napoli – Duomo – Corte interna – L’ingresso alla antica cappella di San Ludovico, recuperato dopo i lavori di restauro al complesso episcopale (1969-74).

Le casse contenenti i resti mortali, almeno di Carlo I, Carlo Martello, Clemenza d’Ungheria, furono trasferite nell’abside del duomo, forse già negli anni immediatamente successivi il terremoto del 1456,  dove pare furono ricomposti, anche se parzialmente, i monumenti funebri,  e dove rimasero fino ai necessari lavori di consolidamento e restauro promossi dall’arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603), quando furono definitivamente smembrati e le casse con i resti mortali furono depositate nella cappella di San Marciano, una piccola edicola esterna al duomo, aperta sulla scalinata di accesso dalla piazza di Capuana, piccola ma preziosa, perché conteneva al suo interno un ciclo di affreschi del XVI secolo, , descritto da Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771).

Nella cappella dedicata a Santa Maria detta La Nova, poi del  Crocifisso e dell’Addolorata, la seconda aperta sulla navatella di Sant’Aspreno, di diritto patronale della famiglia Caracciolo-Pisquizy sui monumenti funebri di membri della famiglia ci sono, riutilizzati, elementi decorativi provenienti dagli antichi sepolcri angioini della cappella di San Ludovico: a destra due cariatidi che reggevano forse la cassa del sarcofago di Carlo Martello,  di Tino di Camaino, rappresentanti due virtù e la statua di un uomo togato poggiato su un altro sarcofago. che si ritiene essere il ritratto celebrativo di Carlo Martello, proveniente dal suo monumento funebre, opera forse anche questa di Tino di Camaino..

Nel 1333, Roberto d’Angiò emanò precise disposizioni alla regina Sancia perchè i resti mortali dei suoi avi venissero onorevolmente sepolti nel nuovo duomo: “…Insuper quia digne noviter ordinatum quod in archiepiscopatu neapolitano, ubi ossa divae memorioae Domini Caroli I Illustris Hierusalem et Siciliae regis avi et corporis domini Caroli incliti regis fratris, et reginae Ungheriae sororis nostrorum sepultura conduntur, fiant sepulcra honorabilia et condecentia regiae dignitati, in quibus utriusque praedictorum regum ossa honorifice tumulentur, iuxta tuae dispositionis arbitrium, quae ad hoc paterno et fraterno fervide duceris…” (cfr. C. Minieri Riccio, Genalogia di Carlo II d’Angiò, re di Napoli, in: Archivio Storico per le Province di Napoli, VIII (1883).

Il corpo di Andrea d’Ungheria, strangolato ad Aversa, precipitato da una finestra del Castello nel giardino sottostane.

Nella cappella oltre ad essere sepolti Carlo I, Carlo Martello e Clemenza d’Ungheria, fu sepolto anche Andrea d’Ungheria (1327-1345), marito della regina Giovanna I, fatto strangolare ad Aversa il 18 settembre 1343 e secondo il citato C. Minieri Riccio, anche Matilde d’Haimont o Matilde di Antiochia(1293-1331), principessa della Acacia e della Morea che, nel 1313, alla morte di Luigi di Borgogna, secondo marita fu fatta rapire da Filippo d’Angiò principe di Taranto (1278-1332), imperatore di Gerusalemme che la diede in sposa, per motivi dinastici a suo fratello Giovanni d’Angiò (1294-1336): il matrimonio fu annullato perché rato e non consumato, rifiutandosi Matilde allo sposo, per non cedere i suoi diritti sul principato di Acacia ed esiliata ad Aversa.

Sposò segretamente un tal Ugo de la Palice, dal quale fu costretta a divorziare perché destinata da Filippo di Taranto ad un altro matrimonio dinastico e per il suo rifiuto  rinchiusa in Castel dell’Ovo, da dove fu poi liberata e trasferita nel castello di Aversa, dove morì nel 1331.

Secondo alcuni fu sepolta nella chiesa di San Paolo, la attuale cattedrale di Aversa, secondo C. Minieri Ricci  la sua salma fu  traslata a Napoli, e deposta in una tomba eretta anche per lei da Tino di Camaino: i suoi resti mortali sono andati smarriti.

Poco si sa di come si presentasse la cappella di San Ludovico: di essa abbiamo una descrizione di G: Antonio Summonte, della fine del ‘500, quando già l’arcivescovo Annibale di Capua aveva trasformato l’ambiente in sagrestia del duomo e che riferisce della presenza in essa delle insegne di Filippo Principe di Taranto, quartogenito di Carlo II che probabilmente ne curò la edificazione, ma parla anche di un  ciclo di affreschi giotteschi (Giotto operò a Napoli tra il 1328 e il 1330), che decoravano le pareti e il soffitto a crociera.

Qualche notizia si ricava dagli atti della Santa Vista del 1599 dell’Arcivescovo Alfonso Gesualdo: l’ambiente già trasformato in sagrestia presentava già l’ingresso dalla corte interna della cittadella vescovile murato e l’ingresso dal transetto del duomo; era ancora coperto da volta a crociera e illuminato ancora dalle tre bifore aperte  ad occidente, riscoperte durante i citati restauri (1969-74)  ed aveva pavimento maiolicato.

Di questi affreschi di scuola giottesca, restano pochi brani al disopra della incannucciata settecentesca del soffitto: notati durante i lavori di restauro del duomo (1969-74), non furono oggetto di studio e di recupero.

Di essi ne parla il Summonte in una lettera del 20 marzo 1524 a Marcantonio Michiel: “…In la ecclesia di Santo Loisi, quale sta adnexa, dalla parte di fora, all’archiepiscopato, son pure cose delli discepoli di Iocto, delli quali uno fin ad questo tempo si nomina Farina….”.

Gli affreschi erano ancora visibili nel 1741, citati da Cesere d’Engenio Caracciolo nella sua Napoli Sacra.

Fotografie dei lacerticoli degli affreschi  pubblicate nel volume di Roberto Di Stefano,  La cattedrale di Napoli, storia, restauri, scoperte, ritrovamenti, Napoli 1974.

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I sepolcri angioini della cappella di San Ludovico, caddero con il terremoto del 4-5 dicembre 1456, che provocò anche il crollo di buona parte del duomo.

La casse marmoree dei sepolcri contenti i resti mortali, recuperati,  furono sistemate  sulla tribuna, e vi rimasero fino al 1596, quando l’arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo (1596-1603), dispose il consolidamento e restauro delle strutture portanti dell’abside, indebolite dal terremoto del 1456 e dallo scavo indiscriminato della sottostante cripta di San Gennaro e la costruzione al centro dell’abside del suo sepolcro.

Fece trasferire dalla tribuna le casse di marmo con i resti mortali degli angioini,  che sporgevano dal muro, e i sepolcri degli arcivescovi Bertrando I de Meissenier (o Meyshones) (1358-1362) e quello dell’arcivescovo Rinaldo Capece Piscicelli (1451-1457)  che furono accantonate, le casse degli angioini, nella già citata cappella di San Marciano, ed altre parti di essi con gli altri sepolcri, nella cappella profanata di Santa Montana, che era presso la porta piccola del Seminario, nella corte interna della cittadella vescovile, trasferimento documentato da una polizza di pagamento per il lavoro eseguito, del Banco del Popolo, del 30 luglio 1599.

Domenico Fontana (1543-1607)  attivo a Napoli dal 1592 al 1607, regio ingegnere degli acquedotti, dei porti di Bari e  Napoli, fu chiamato ad operare a Napoli da Francisco de Zunica conte de Miranda, viceré di Napoli dal 1586 al 1595 per la costruzione del nuovo palazzo reale e poi incaricato in numerose altre costruzioni civili e religiose.

A lui si deve la Introduzione  a Napoli del tardo manierismo rinascimentale romano.

Nel 1599, Domenico Enrico de Guzman, conte di Olivares (1540-1607), viceré di Napoli dal 1595 al 1599,  lo incaricò della sistemazione dei sepolcri dei sovrani angioini sulla contro facciata del duomo, come leggiamo dalla relazione dello stesso Domenico Fontana (cfr. Della trasportazione dell’obelisco vaticano et delle fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V, Roma 1599) nella II parte al foglio n. 24: “…sepolture rifatte per ordine dell’Illustrissimo et Eccellentissimo Sig. Conte di Olivares sopra la Porta principale per la parte di dentro dell’Arcivescovado di Napoli. Volendo la Felice Memoria dell’Illustrissimo et Reverendissimo Sig. Cardinale Gesualdo Arcivescovo di Napoli ordinare il Coro dell’Arcivescovado trovò tre casse di marmo poste sopra certe pietre che avanzavano fuori del muro di detto Coro, dentro delle quali vi erano le ossa di Re Carlo Primo, di Re Carlo Martello, et in un’altra le ossa di Clementia , moglie del detto Re Carlo Martello, che fu figliuola di Ridolfo primo Imperadore della Casa d’Austria, e parendo al detto Signor Conte di Olivares cosa indecente che le ossa de si gran personaggi non havessero degna sepoltura, mi ordinò che dovessi far fare tre sepolcri tutti uniti insieme, i quali furono fatti sopra la porta dell’Arcivescovado con le tre statue di marmo e con bellissimi ornamenti di marmi mischi, cosa degna di si gran personaggi…” 

 

 

Napoli – Duomo – Le tombe degli angioini.

Elaborò, il Fontana, una composizione architettonica originale: un grande pannello quadrato di marmi commessi con motivi geometrici che si raccordano agli elementi scultorei e alle paraste, secondo una decoratività ampiamente diffusasi a partire dalla seconda metà del ‘500, forse opera di Jacopo Lazzari attivo a Napoli dal 1600 al 1640.

Il grande pannello  quadrato, diviso nel senso orizzontale in due parti, nella parte superiore risulta scansito dalle nicchie che contengono le statue dei sovrani angioini, sormontate da timpani depressi che sorreggono gli stemmi.

Osservando il monumento, il sepolcro di destra è quello di Carlo I, quello di centro è di Clemenza d’Asburgo e quello di sinistra contiene le spoglie di Carlo Martello d’Angiò, che guarda verso la sua sposa con la stessa mestizia e la stessa tenerezza nostalgica che osserviamo, oggi, nel bassorilievo antico del mito di Orfeo ed Euridice del Museo Archeologico napoletano, non certo noto allora.

Sotto le statue sono posti i sarcofagi sagomati, di marmo nero.

Il quadrato è diviso in due da una aggettante modanatura, e il settore inferiore è poggiato sulla porta di accesso al duomo, nella parte interna, incorniciato da marmi , che sembrano costituire un grande drappeggio d’onore.

Il mezzo quadrato inferiore, incorniciato da modanature, contienela lapide commemorativa: CAROLO  I  ANDEGAVENSI  TEMPLI  HUIUS  EXTRUCTI   /   CAROLI  MARTELLO  HUNGARIAE  REGI  /  ET  CLEMENTIAE  EIUS  UXORI  /  RUDULPHI I  CAESARIS  F  /  NE  REGIS  NEAPOLITANI  EIUSQ  NEPOTIS  /  ET  AUSTRIACI  SANGUINIS  REGINAE  /  DEBITO  SINE  HONORE  IACERENT  OSSA  /  HENRICUS  GUZMANUS  OLIVERENSIUM  COMES  /  PHILIPPI III  AUSTRIACI   REGIS  IN  HOC  REGNO  /  VICES  GENERIS  /  PIETATIS  ERGO  POSUIT  ANNO  DOM.  MDIC  /

Ai lati del monumento, all’altezza della modanatura che separa in due il grande quadrato, pose, il Fontana, gli stemmi del viceré Guzman e del viceré conte di Lemos, raccordati alle pareti e alla modanatura da ricchi festoni marmorei: gli stemmi nell’immediato dopo guerra, furono sistemati nella parte interna del duomo, sopra le porte laterali, perché minacciavano di cadere.

Le statue dei sovrani angioini, come già riferito, non sono quelle forse scolpite da Tino di Camainoa ma sono opere dei primi anni del ‘600, oggi attribuite dalla critica a Pietro Bernini, 1562-1629, attivo a Napoli nel periodo, di costruzione del monumento, nella cappella Brancaccio del Duomo, quella di Carlo Martello; a Tommaso Montani (1594-terzo decennio del ‘600) e forse a F. Cassano, quella di Carlo I; a Giovanni Caccini o Gaggini (1556-1613) quella di Clemenza.

Il Caccini era presente ed operava in duomo: sua è certamente la stupenda Madonna col Bambino posta sul monumento funebre dell’arcivescovo Annibale di Capua, nel retro sagrestia del duomo, luogo che versa in un eccezionale stato di degrado che solo l’ignoranza di chi ne ha la custodia, non consente il rispetto, dei resti mortali dell’arcivescovo e dell’arte.

Napoli – Duomo – Retro sagrestia – La Madonna col Bambino del Gaggini.

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Riporto un brano della ricognizione delle salme contenute nei sepolcri angioini, che traggo da Lorenzo Loreto, Memorie storiche de’ vescovi ed arcivescovi della Santa Chiesa Napolitana……Napoli, 1839.

“… Un giorno del mese di ottobre dello stesso anno 1837 postomi sull’andito dove travagliavano i marmorari mi accorsi, che stava alquanto smosso il marmo che chiudeva la cassa sotto la statua di Carlo I d’Angiò, ed un fabbricatore togliendo un pezzo di marmo, che stava poggiato senza fabrica, calò il suo braccio dentro la cassa di marmo, e tirò fuori un osso, e mi fece avvertire, che vi era una cassetta di piombo;… …..feci levare il marmo, che chiudeva la detta cassa, e ritrovai una cassetta di piombo alquanto maltrattata, la quale era di lunghezza 2 palmi larga, ed alta un palmo, dentro la quale vi era il teschio sano, con tutte le ossa di Carlo I e sopra la detta cassetta di piombo stava inciso Carolus I Andegavensis……feci aprire la cassa di Carlo Martello Re d’Ungheria figlio di Carlo II d’Angiò e vi ritrovai una consimile cassetta anche di piombo; sopra vi era inciso Carolus Martellus, e dentro oltre del teschio ed ossa, vi erano alcuni involti di panni, pezzetti di tela ed una sola scarpa:….Nel detto cassettino di piombo dove erano le ossa di Carlo Martello, oltre del teschio col mento di un uomo, vi ritrovai un altro mento di donna, questo mi diede molto da sospettare che fossero state unite ossa in confuso: onde leggendo più autori, e fra gli altri Chioccarelli, mi persuasi , e congetturai nella seguente maniera. Il Re Carlo I d’Angiò ebbe due mogli, la prima fu Beatrice figlia del Re d’Inghilterra, la quale morì, e fu sepolta nella antica Cattedrale Stefania. Il medesimo Re Carlo nel 1277 volendo eseguire la volontà della defonta Regina Beatrice sua moglie; cioè che voleva, che il suo corpo fosse stato sepolto vicino al corpo del Re suo Padre nella Chiesa di San Giovanni dell’Ordine dell’Ospitale Gerolimitano nella città di Aquis:…scrisse ad Ayglerio arcivescovo di questa Città, che esso avrebbe mandato alcune persone religiose,….. alle quali esso arcivescovo avesse consegnato il corpo della Regina Beatrice defonta, ritenendo nel sepolcro,…; e questa operazione dell’apertura del sepolcro si fosse fatta a disposizione del Duca delle Calabrie suo figlio, e con tutte le solennità insieme col suo Clero: onde non è cosa fuor di proposito, che essendo rimasta la polvere del corpo della Regina Beatrice nella Cattedrale secondo l’ordine del Re, vi sia rimasto anche il mento, e quando furono trasferiti i Corpi da sopra la Cona dell’Altare maggiore nel 1599 si unirono le poche ceneri della Regina Beatrice col detto mento nella cassetta del Re Carlo Martello……Dopo l’apertura del Sepolcro di Carlo Martello come si disse, feci aprire anche quello della Regina Clemenzia , sua moglie e ritrovai il cadavere di detta Regina intiero, ma senza alcuna decenza, poichè stava buttato nella cassa di marmo nuda, e con molte pietre di fabbrica, aveva sul petto il coverchio del cassettino di piombo, nel quale stava inciso Clementia uxor Caroli Martelli ed il rimanente del cassettino di piombo stava pestato situato sotto il detto cadavere… mi fece compassione vedere il cadavere d’una Regina così indecentemente situato: lo feci ripulire, le posi la camicie di tela d’Olanda, calzette, scarpe, veste, cuffia, falzoletto sulle spalle, che chiudeva sul petto, guanti di pelle nelle mani; feci lavorare una cassa di legno dentro la cassa di marmo, ed ivi la riposi, e ricoprii tutto il cadavere con una lunga ferza di quel drappo, che ritrovai involto nella cassa del Re Carlo Martello suo marito. Indossai la Stola, e recitai le solite preci con due Chierici vestiti di cotta, l’aspersi con l’acqua benedetta, e la feci chiudere, e fabbricare a me presente; e nella seguente mattina celebrai la messa….” .

Ho riportato il brano della ricognizione dei sepolcri degli angioini del duomo di Napoli, perché procedendo nel servizio di catalogazione, classificazione, restauro e inventario dei reperti conservati nella cappella reliquiario del duomo, ho trovato un anellino di fattura del  XIII secolo con una pietra, legato con uno spillo ad un foglio con timbro a secco della cattedrale di Napoli: ho ipotizzato la sua provenienza dai sepolcri angioini oppure dai sepolcri di Andrea d’Ungheria e di Papa Innocenzo IV, che furono aperti e oggetto di ricognizione nello stesso periodo, come riferisce il Loreto.

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TRACCE DI NEPOTISMO NEL DUOMO DI NAPOLI: il sepolcro di Innocenzo IV; “le portelle” degli antichi organi, dipinte dal Vasari; il mausoleo celebrativo di Innocenzo XII-

di Tino d’Amico

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A mio nipote Riccardo.

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Sul palcoscenico della storia, nel duomo angioino napoletano, appaiono singolarmente a confrontarsi le memorie funebri di  due grandi Papi: Innocenzo IV (1243-1254) e Innocenzo XII (1691-1700) che fu Arcivescovo di Napoli dal 1652.

Napoli – Facciata ottocentesca del duomo angioino.

Il primo fece del nepotismo un credo politico e ideologico, intensificando l’abitudine dei pontefici romani suoi predecessori, e non solo dei papi, di elargire beni, cariche, territori ai propri parenti, oltre ogni misura moralmente e politicamente lecita, senza avere riguardi ai loro meriti, il secondo, con la BOLLA   Romanum decet pontificem…, pubblicata il 22 giugno 1692, proibì ai Pontefici suoi successori ed in generale alle alte gerarchie ecclesiastiche, di arricchire in qualunque modo i congiunti, abolendo ogni ufficio e dignità loro concessa  nel passato e concedibile nel futuro e soprattutto cancellando il ruolo del cardinale nipote.

Il caso poi, singolarmente pone a decorare  la stessa parete conclusiva dell’area sinistra del transetto del duomo napoletano, dove sono posti i due monumenti funebri, le portelle degli antichi organi, dipinte da Giorgio Vasari (1511-1574) tra il 1546 e il 1548: esse rappresentano la prima, a sinistra, una Natività e la seconda, accanto, i sette Patroni principali della Chiesa di Napoli.

Napoli – Duomo – Angolo dell’area sinistra del transetto  nella sua configurazione ottocentesca.

Entrambe le tele ritraggono nei personaggi dipinti, Papa Paolo III (1534-1549), Alessandro Farnese, con i figli e i nipoti ed in particolare, nei panni di sant’Atanasio I, Ranuccio Farnese (1530-1565) nipote del Papa,  che a 14 anni fu Amministratore Apostolico della Diocesi napoletana (1544-1549) e creato Cardinale a soli 15 anni.

Più oltre, nella cappella intitolata a San Nicola, patronato dalla famiglia Diana, poi Quadra e successivamente dei Carafa di San Lorenzo, la prima della navatella di Sant’Aspreno, ai piedi dell’Altare sono sepolti gli Arcivescovi di Napoli Niccolò de Diano (1411-1435) e il suo successore, il nipote Gaspare de Diano (1438-1451), primo esempio di nepotismo nella storia della Chiesa di Napoli.

E la navatella del Salvatore, sopporta il monumento celebrativo di Alfonso Carafa (1557-1565), pronipote di Paolo IV, Carafa (1555-1559): Gian Pietro Carafa che fu  Arcivescovo di Napoli dal 1549, eletto Papa, rimase titolare della Cattedra napoletana, governando la diocesi attraverso il pronipote Alfonso, creato Cardinale a 17 anni nel 1557.

 

Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Sepolcro di Alfonso Carafa, di scuola michelangiolesca, pronipote di Paolo IV , indisse il primo Sinodo della Chiesa di Napoli dopo il concilio di Trento, nel 1565

Alfonso Carafa era rampollo della potente famiglia napoletana che governò la diocesi di Napoli dalla seconda metà del ‘400, in successione dinastica familiare, fino alla seconda metà del ‘500, con una breve interruzione, tra il 1576 e il 1612, per riprendere la successione con Decio Carafa (1613-1626), ma, tranne Alfonso, non si trattò di diretto nepotismo papale, quanto piuttosto di trasmissione dinastica, favorita dalla gestione del potere curiale da parte di membri eccessivamente influenti della potente casata, in seno al Collegio Cardinalizio e nella Curia vaticana.

Il successore di papa Paolo IV, Pio IV convinto oppositore della politica nepotista papalina, lo fece trarre agli arresti accusandolo , dopo una inchiesta anche del Tribunale della Inquisizione, di eresia, per avergli trovato libri posti all’indice, ma anche perché ritenuto colpevole, nei confronti dello zio Papa di tradimenti, raggiri, peculato, estorsione di danaro mentre era già moribondo, frode, e partecipazione nell’assassinio di Violante, moglie di Giovanni Carafa e del suo amante .

Con lui furono arrestati anche Carlo e Giovanni Carafa che ritenuti colpevoli furono decapitati in Castel Sant’Angelo mentre nei confronti di Alfonso caddero i vari capi di accusa per cui, liberato se ne tornò a Napoli, dove  nel governo della diocesi dette prova di larghezza di vedute e di fermezza nel restaurare la disciplina del clero.

 

Ritratto del Cardinale Alfonso Carafa.

La creazione di Cardinali scelti tra i propri congiunti, alleati fidati per i Papi , fu un mezzo, nel medioevo e ancor più negli anni della Riforma e della Controriforma, per contrastare il potere del collegio cardinalizio che non sempre condivideva la scelta del Pontefice e il nuovo corso, sovente moralizzatore, spesso politico,  che intendeva dare alla Chiesa, ma anche per assicurare alle famiglie di origine ricchezze e potere in seno alla Chiesa stessa, che durasse nel tempo, dopo la loro morte.

Niente di nuovo, quindi, raccontare del nepotismo nella Chiesa.

Tracce di nepotismo nel duomo angioino, le ritroviamo, oltre agli esempi citati, anche nella cappella di patronato della famiglia Capece Minutolo: in essa è sepolto Enrico Minutolo.

Fu promosso alla sede arcivescovile napoletana nel 1389, da Urbano VI (1378-1389), il napoletano Bartolomeo Prignano, suo congiunto e creato Cardinale nello stesso anno dal successore di Urbano, il napoletano Pietro Tomacelli, nei primissimi anni dello scisma d’Occidente.

Resse la Cattedra di Sant’Aspreno fino al 1400.

Fu tra i Cardinali che nel 1404 elessero Papa Innocenzo VII (1404-1406), ma partecipò anche al Concilio di Pisa del 1409, convocato per tentare di risolvere la frattura della Chiesa, aderendo poi, allo scisma e seguendo gli antipapi pisani Benedetto XIII (1409-1410) e Giovanni XXIII (1410-1419) il procidano Baldassarre Cossa, suo congiunto, presente allo stesso Concilio.

Il potente Cardinale Francesco Carbone, nato a Napoli nella prima metà del ‘300 e morto a Roma nel 1405, sepolto nella cappella di patronato della famiglia, intitolata a Santa Susanna, l’ultima della navatella di Sant’Aspreno.

 

Napoli – Duomo – Cappella di Santa Susanna – Sepolcro del Cardinale Francesco Carbone di Antonio Baboccio da Piperno (1351-1435): Il Cardinale Carbone seduto sul faldistorio, circondato da nipoti, dal parentando e dai rappresentanti degli Ordini Monastici Cistercense, Francescano, Clarisse da lui ampiamente beneficati e riformati.

La sua carriera ecclesiastica è legata alla antica amicizia con il napoletano Bartolomeo Prignano, poi Papa Urbano VI (1378-1389) negli anni universitari presso lo Studium generale napoletano (Università Federico II), che lo pose a capo della Cancelleria vaticana nei primissimi anni dello scisma d’Occidente e che segui nella fuga a Napoli, a Nocera, a Genova e durante il ritorno a Roma e che Bonifacio IX (1389-1404) il napoletano Pietro Tomacelli, al quale era legato da vincolo di parentela, perché la madre sposò in seconde nozze un fratello del papa, confermò a capo della Curia vaticana, affidandogli importanti legazioni e missioni negli stati europei nei tentativi di ricomporre lo scisma, anche con le ventilate dimissioni del papa.

Firenze – Galleria Corsini – Domenichino (1581-1641), ritratto dell’Arcivescovo Ascanio Filomarino, con sullo sfondo il palazzo arcivescovile napoletano da lui ricostruito. (foto Fondazione Zeri).

Ascanio Filomarino, Arcivescovo di Napoli dal 1641 al 1666 sepolto però nella cappella di patronato nella vicina chiesa dei Santi Apostoli, per riporre anche i resti mortali dei suoi familiari, quando per costruire la Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro, fu diroccata la antica cappella di famiglia.

 

Napoli – Museo Diocesano di Donnaregina – Giovanni Balducci (1560-1631): il Cardinale Alfonso Gesualdo accanto a San Gennaro – La tavola decorava con quella della Assunta dipinta dal Perugino ed un’altra tavola del Balducci, raffigurante Sant’Agnello, l’abside del duomo nella configurazione realizzata dal Gesualdo.

Congiunto del Cardinale Ladislao d’Aquino (1546-1621), fu creato da papa Urbano VIII (1623-1644), Maffeo Vincenzo Barberini cameriere segreto del Cappuccino Cardinale Antonio Barberini seniore (1569-1646) fratello del Pontefice, che occupò il ruolo di cardinale nipote, e che seguì in numerose missioni presso le corti europee.

Il Filomarino, dallo stesso Pontefice fu creato Cardinale e Arcivescovo di Napoli.

Prima di lui Alfonso Gesualdo, Arcivescovo di Napoli dal 1596 al 1603, fece una brillante carriera ecclesiastica per il legame di parentela che univa i Borromeo con i Gesualdo.

 

Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Sepolcro del Cardinale Arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo. Ebbe cura di restaurare l’abside del duomo, pericolante per il terremoto del 1456, del suo abbellimento e ristrutturazione dell’abside, prima della nuova configurazione scenografica settecentesca voluta dall’arcivescovo Spinelli, che trasferì qui il suo sepolcro dal centro della tribuna.

Geronima Borromeo (1542-1587) nipote per parte di madre del Papa  Pio IV (1559-1565), Gian Angelo de’ Medici, sorellastra di Carlo Borromeo (1538-1584) creato cardinale nipote da Pio IV, andò in sposa a Fabrizio Gesualdo nel 1566, fratello di Alfonso Gesualdo.

E’ sepolto accanto all’ingresso della antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta, dove il suo monumento funebre fu trasferito dal centro dell’abside dall’Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1754), durante i lavori di restauro e ristrutturazione del duomo napoletano dopo il terremoto del 1731/32.

Ritratto del Cardinale nipote Carlo Borromeo (San Carlo Borromeo) – Il lagame di parentela del Gesualdo con il Borromeo, giustifica la presenza di sue preziose reliquie di prima e seconda classe nel reliquiario del duomo.

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Il nepotismo papalino, e non solo papalino, fu una abitudine fortemente radicata a partire dal IX-X secolo, quando la Chiesa romana cominciava ad assumere la connotazione di monarchia papale: il Papa diventava sempre più un sovrano assoluto, ultimo e definitivo moderatore nelle questioni dinastiche, nelle assegnazioni di feudi e nelle configurazioni territoriali degli stati europei e nei conflitti tra di essi.

Connotazione che continuò ancora attraverso il nepotismo papalino fino alla seconda metà dell’800, con la fine dello Stato Pontificio.

Fenomeno che, comunque, non riguardava e non riguarda solo la Chiesa, ma è riferito ancora oggi ad ogni settore della vita amministrativa, politica, economica statale e familiare.

Roma – Basilica dei Santi Quattro Coronati – Affresco del XIII secolo – La “Donazione di Costantino” a papa Silvestro I.

La sovranità papale sui territori europei  scaturiva dalla falsa Donazione di Costantino, a Papa Silvestro I (314-335), del 315, documento il cui testo è conosciuto attraverso un apocrifico, inserito nelle Decretali dello Pseudo-Isidoro, del IX secolo, e poi interpretato filologicamente nel Decretum Gratiani del XII secolo: Costantino avrebbe donato a Silvestro I e nel tempo avvenire ai suoi successori, i territori dell’impero Romano d’Occidente, riservando per se e per i suoi successori, il dominio sui territori dell’Impero Romano d’Oriente.

Donazione studiata da Lorenzo Valla (1405-1457), durante il suo soggiorno a Napoli presso Alfonso d’Aragona (1416-1858): riconosciuta falsa nel 1440, l’esito del suo studio filologico fu pubblicato nel 1517.

Essa era supportata da un’altra Donazione, quella di Carlo Magno (768-814) a Papa Adriano I (772-795): nel documento del 774, andato perduto, il re Carlo confermava una promessa del padre Pipino il Breve (751-768) a Papa Stefano II (752-757), e riconosceva  alla Chiesa la sovranità sui territori italiani.

Città del Vaticano – Palazzi pontifici – Carlo Magno conferma la donazione dei territori dell’Italia a papa Adriano I.

I Pontefici in virtù della loro pretesa sovranità sui territori europei, cominciarono a subire le pressioni esercitate dalle famiglie aristocratiche romane e dai propri congiunti: le prime chiedevano nuovi feudi e ricchezze ed essere parte nella gestione amministrativa e politica nei possedimenti della Chiesa, i secondi tentavano di assicurarsi per il futuro, anche e soprattutto dopo la morte del Papa stesso, ricchezze, territori, feudi, potere da consolidare nel tempo.

A partire dall’VIII secolo giunsero a Roma offerte ingenti di danaro, inizialmente dalle regioni anglosassone, dopo la conversione al cristianesimo di quei popoli, attraverso il Denarius Sancti Petri , abitudine che poi si diffuse da parte degli altri Stati europei, come contributo al sostentamento della Chiesa e delle opere della Chiesa ma anche attraverso i vari censi pagati per la assegnazione dei feudi dei territori pontifici, come il censo della chinea, annualmente pagato dagli Angioini di Napoli e dai successori sul trono napoletano,  fino ancora al tempo dei re Borbone.

Fondi che poi finirono nella gestione diretta del Papa, una buona parte, e l’altra nella disponibilità del Collegio Cardinalizio, sui quali ognuno voleva porre le mani, contributo economico che attraverso vicissitudini gestionali, fu da papa Pio IX con  la ENCICLICA del 5 agosto 1871 Saepe venerabilis…. considerato indispensabile per il mantenimento del nuovo Stato Vaticano.

Esempi di Pontefici che affidarono nel corso dei secoli Uffici Ecclesiastici e politici di eccezionale rilevanza a personaggi della famiglia, ce ne sono tanti, almeno dal X-XI secolo e questo non è il luogo per indagare e tracciare un disegno storico e un disegno teoretico del problema, certamente giustificato dall’isolamento dei Papi da parte del Collegio Cardinalizio romano e nella scarsa fiducia nei confronti dei collaboratori, proprio tra gli ecclesiastici di rilievo, e nel clero minuto e non è il luogo per stigmatizzare il comportamento morale dei Pontefici e della gerarchia ecclesiastica, che sorprende, perché a nessuno è permesso giudicare.

Scriveva infatti Pietro Colletta che i cieli han posto sulla terra due giudici presenti per le umane azioni: la coscienza e la storia, rimettendo poi ogni giudizio alla Misericordia infinita di Dio.

Immagine della gestione del potere temporale e spirituale dei Papi: solenne incoronazione di un sovrano e sua unzione crismale.

Se il prestigio del Papato doveva essere salvato appariva anche legittimo tutelare  il nucleo familiare di origine ed il proprio entuorage dai giochi di potere dei Cardinali, che coinvolsero il Papa spesso in pericolose contraddizioni e generò contrasti tra le famiglie aristocratiche romane e le loro famiglie di origine, che volevano consolidare  nel tempo un potere ed una ricchezza da trasmettere in successione dinastica.

Il nepotismo che non coinvolse soltanto i Papi, ma anche i Cardinali, i Vescovi, gli Abati, gli Arcipreti, i Canonici dei collegi capitolari, ma anche il piccolo clero, giunse a danneggiare l’immagine della Chiesa stessa..

I fedeli che si accorsero ben presto che carità, umiltà, integrità dei costumi, virtù predicata a gran voce dalle Gerarchie Ecclesiastiche, erano in realtà solo per loro, perché nella Chiesa, l’immoralità, la corruzione, la venalità, erano un comportamento comune, anche dei Papi, restarono scandalizzati.

Fu un periodo buio, caratterizzato anche da lotte partigiane tra famiglie aristocratiche che tentarono la scalata e ipotecare nel tempo il trono petrino, un periodo in cui perfino donne senza scrupoli, a capo di famiglie romane, o comunque ad esse appartenenti o da esse assoldate si intrufolarono nella gestione degli affari pontifici, corrompendo anche moralmente i Papi, i Cardinali e le Gerarchie, individui spesso avviati dalle famiglie di origine ad una carriera ecclesiastica priva di vocazione.

La Chiesa del medioevo e non solo,  appare agitata dal rapporto tra ministero sacerdotale e potere temporale, senza che si realizzi mai una vera e sufficiente distinzione tra i due poteri e che nemmeno, in alcuni casi, la assunzione da parte di uomini forti dei due poteri, riuscì a risolvere, e a pacificare la Chiesa costretta tra usurpazioni, intromissioni, sottomissioni ed in continua lotta con il potere imperiale (J.Lortz).

Roma, processo  al cadavere esumato di papa Formoso (891-896) che fu uno dei più corrotti Pontefici dell’alto medioevo.

In questo quadro dissolutivo del secolo buio è proprio da esso con le sue eresie e i sorprendenti esempi di decadenza morale,  che venne fuori l’elemento nuovo, coesivo, capace di dimostrare la stabilità, non certamente umana della Chiesa, nel continuare le sue tradizioni spirituali e apostoliche e ricomporre la dignità del vescovo di Roma, che non sparì mai dalla coscienza della cristianità.

Favorita dal sorgere di una intensa e ricca vita religiosa che fiorì nei monasteri e  nelle abbazie dell’Europa, sotto la guida dei grandi Santi fondatori, favorita dagli Imperatori germanici, che combattevano il potere temporale dei Papi, non certamente la fede cristiana, promossa dall’esempio e dalla attività apostolica di donne ed uomini santi, cominciò ad emergere una nuova pietas di contrasto alle eresie, che portò lentamente nei secoli successivi alla riforma morale della Chiesa, pur in presenza di personaggi negativi, specialmente negli anni della Controriforma per la presenza di numerosi grandi Santi.

Il nepotismo papalino  appare fu una forma di gestione del potere da parte dei Papi, e non solo, perché per i  sovrani, i piccoli feudatari, fu una soluzione alla necessità di creare una struttura di governo costituita da personaggi legati da vincoli di sangue, sostegno efficace per contrastare i pericoli e le insidie poste in essere, per i Papi, dal potente Collegio Cardinalizio e dalle famiglie aristocratiche romane, per gli altri, deterrente contro il parentado e i tentativi di usurpazioni di ricchezze, titoli, territori, ma anche per dotare figli legittimi e illegittimi, in lotta tra loro nelle successioni dinastiche,  attraverso cardinalati, vescovati, prelature, chieste ed ottenute anche in maniera simoniaca, per alcuni di essi in tenera età, e monacazioni forzate per conservare integri patrimoni e feudi dal pericolo di suddivisioni dotali, non considerando la vocazione allo stato religioso e claustrale, come condizione essenziale per una scelta di vita, vocazione che certamente sarebbe poi venuta…o mai venuta.

Monacazioni forzate che spesso, per alleanze politiche e familiari, venivano annullate con lo scioglimento dai voti claustrali canonicamente emessi, per contrarre matrimoni di comodo.

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Primo esempio di nepotismo papalino, almeno in forma palese ed accentuata, risalirebbe al pontificato di Adriano I dei Conti di Tuscolo (772-795), il destinatario della citata donazione di Carlo Magno, del 774.

Si servì inizialmente di un o zio e dei nipoti nel governo della Chiesa, affidando loro importanti cariche amministrative e giuridiche, consentendo ai familiari poi, di accumulare ricchezze, feudi, potenza, ed influenzare le vicende dello Stato Pontificio e della stessa Chiesa, attraverso il papato di famiglia, come formula politica che concentrava in una sola persona potere papale e  governo politico romano, in successione dinastica di Papi provenienti dalla famiglia dei Conti di Tuscolo che a loro volta si serviranno di parenti prossimi, favorendoli con lucrosi vescovati, cardinalati, prebende distribuite tra i propri figli e i nipoti.

Furono essi a trasformare il nepotismo in uno strumento di tutela degli interessi familiari, della casata di provenienza, senza considerare la correttezza dei costumi e una pur sia velata vocazione alla vita religiosa o claustrale, creando le premesse perché il potere temporale dei Papi, distribuito ai loro congiunti, nei secoli XV e XVI raggiungesse punte esasperate, con la tendenza a privilegiare i propri parenti, spesso avventurieri, con l’elargizione di benefici economici, la formazione di domini e signorie, cariche e rendite ecclesiastiche.

Napoli – Museo Nazionale di Capodimonte – Paolo III con i nipoti Alessandro Farnese (1520-1589) detto “il gran cardinale”, colto e grande mecenate creato Cardinale a 14 anni dal padre Alessandro VI, e Ottavio Farnese (1524-1586) Duca di Parma e Piacenza, come il primo, nipote del papa.

Il papato come tutte le istituzioni temporali attraverserà un periodo infelice:  Callisto III (1455-1458) Borgia  creò cardinali i suoi nipoti, ed uno di essi, divenne papa Alessandro VI (1492-1509) che fu forse il più corrotto dei pontefici,  il padre di Cesare Borgia (1475-1507) e di Lucrezia Borgia (1480-1519), e di Alessandro Farnese , figlio della sua amante Giulia Farnese (1474-1524), che creò cardinale e che a sua volta divenne poi papa Paolo III (1534-1549) che creò cardinali i figli e  due nipoti di 14 e 16 anni, anche egli esasperato nepotista.

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Innocenzo IV (1243-1254), Sinibaldo Fieschi dei Conti di Lavagna, morì a Napoli dove era stato accolto trionfalmente durante la fase a lui favorevole della lotta contro Corrado IV (1228-1254) per le sue pretese dinastiche sul Regno di Sicilia, feudo della Chiesa, dopo la morte di Federico II (1194-1250) del quale era secondogenito.

Morto Corrado nel 1254, per evitare che il Regno passasse a Manfredi (1238-1266), figlio illegittimo di Federico II, incaricò il nipote Ottobono Fieschi (1205-1276) che aveva creato Cardinale durante il suo secondo ed ultimo concistoro del  dicembre 1251, di contattare diversi possibili candidati per il il trono di Sicilia: Riccardo di Cornovaglia (1257-1272) e Carlo d’Angiò; Ottobono stipulò un accordo con Enrico III di Inghilterra  (1216-1272) per l’investitura del figlio Edmondo che aveva appena 9 anni.

Il progetto fallì per la morte del Pontefice nel pieno della sua attività politica e amministrativa di sovrano temporale della Chiesa.

Napoli – La strada della “selleria al pendino”,  dove era il palazzo di Pier della Vigna, in una stampa ottocentesca. L’intero quartiere fa spianato “pel risanamento di Napoli” dopo il colera del 1882.

Innocenzo abitava nel palazzo napoletano che fu di Pier della Vigna (1190-1249), alla strada della selleria, nella piazza del Pendino,  non più esistente, perché abbattuto durante i lavori pel risanamento di Napoli, dopo il colera del 1882.

Lo condusse alla morte il 7 dicembre 1254 il tradimento di Manfredi dell’accordo stipulato grazie alla mediazione del nipote Cardinale Ottobono, per la sovranità della Sicilia a favore del giovane Corradino (1252-1268)  e la notizia della riorganizzazione militare per porre l’assedio a Napoli.

Informato della sconfitta delle sue truppe a Foggia il 2 dicembre 1254, già ammalato, morì e, dopo il suo funerale, nello stesso palazzo alla selleria, si tenne un rapido Conclave, perché i Cardinali, terrorizzati per le operazioni militari di Manfredi volevano fuggire a Roma.

Dal Conclave che, secondo alcuni, si sarebbe tenuto invece nell’antico palazzo vescovile napoletano, accanto alla antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, dove sarebbe morto il pontefice,  risultò eletto il francese Rinaldo di Jenne, Papa Alessandro IV (1254-1261).

I Fieschi aiutarono economicamente e militarmente Papa Innocenzo nei suoi primi anni di Pontificato e lui li ricompensò ampiamente.

Guglielmo Fieschi (1210-1256), suo nipote, fu creato cardinale durante il suo primo Concistoro il 28 maggio 1244 e Ottobono, l’altro nipote  già creato Arcidiacono di Reims e di Parma, fu Cardinale nel suo secondo ed ultimo Concistoro del dicembre 1251.

Il primo fu ombra dello zio pontefice, seguendolo dopo la fuga precipitosa a Genova per l’essedio romano di Federico II, e poi a Lione, dove prese parte al Concilio del 1245.

 

Papa Innocenzo IV presiede il Concilio di Lione.

Fu accorto e segreto informatore dello zio delle intenzioni dei partecipanti e gli fu accanto nel governo della Chiesa dove ricoprendo un ruolo di primaria importanza, firmava e siglava per il Pontefice importanti atti e documenti curiali e amministrativi.

Ottobono (1205-1276) rivestì incarichi ancora più rilevanti come legato pontificio e fu dai successori dello zio, Alessandro IV (1254-1261) e Urbano IV (1261-1264), posto a capo di missioni diplomatiche e negli anni del Pontificato di Clemente IV (;1265-268) svolse una importante attività diplomatica in Francia e in Inghilterra.

Divenne Papa Alessandro V nel 1276, dopo la morte di Innocenzo V, per soli 17 giorni (11 luglio-18 agosto).

Napoli – Duomo – Area sinistra del transetto – Il gisant del sepolcro di Innocenzo IV.

Innocenzo IV che fu uno dei più insigni giuristi del medioevo centrale, concepì una visione del Papato che si fondava sul concetto che il mondo aveva bisogno di un regimen unius persone (Treccani) creando a sostegno della sua teoria una diplomazia vaticana capace di pacificare contese tra i vari stati, sotto la sua autorità egemone.

Compenserà grandemente il parentado Fieschi per gli aiuti economici  e l’appoggio militare durante le vicende del suo Pontificato concedendo prebende, benefici ecclesiastici ed economici e feudi ai membri della famiglia anche con l’acquisizione di estesi territori tanto vasti da costituire una vera e propria signoria intorno  a La Spezia, utilizzando le risorse economiche della Chiesa, provocando addirittura una guerra tra Genova e i Fieschi che si concluse con la vittoria genovese e la perdita di ricchezze e terre per i Fieschi, ricompensati  poi, economicamente ampiamente con i fondi della Chiesa, da Papa Innocenzo, tanto che diventarono banchieri.

Per più di cinquant’anni i Fieschi furono presenti nella Chiesa romana e per tutto il duecento furono la famiglia non romana maggiormente rappresentata nel governo della Chiesa.

Napoli – Duomo – area sinistra del transetto – Sepolcro di Papa Innocenzo IV.

Il sepolcro di Innocenzo IV, contiene ancora al suo interno i suoi resti mortali: nel 1806 (cfr. L. Loreto, Memorie storiche de’ vescovi e degli arcivescovi……Napoli, 1839), fu aperto per essere riparato, e fu trovato il cadavere del Pontefice, mummificato e ancora rivestito dei paramenti sacri, che fu ricomposto in una nuova cassa di legno.

Durante la mia attività di ricerca e studio dei reperti conservati nel reliquiariario del duomo, ho trovato un anellino con una pietra, simile a quello che si vede al dito del Pontefice sul suo gisant, legato ad un foglietto ci carta munito di timbro a secco della sagrestia del duomo: potrebbe provenire dal sepolcro del pontefice se attribuibile a lui, oppure provenire dal sepolcro di Clemenza d’Asburgo (1262-1295), moglie di Carlo  Martello d’Angiò (1270-1295), citati entrambi da Dante nella Divina Commedia aperto anche esso negli stessi anni per i danni subiti durante la ricostruzione della facciata del duomo.

Ma è un’altra storia.

Ritratto di Clemenza d’Asburgo, la…..BELLA CLEMENZA….(Dante, Paradiso, Canto IX, 1)

Il sepolcro di Innocenzo fu una semplice lastra terragna nella basilica Cattedrale napoletana detta di Santa Restituta, con accanto il sepolcro del suo segretario, il cardinale Stefano di Santa Maria in Trastevere, morto il giorno successivo a quello del Pontefice.

Quando fu costruiita il duomo angioina e la antica basilica Cattedrale raccorciata di alcune cappelle della navata, i due sepolcri furono trasferiti dall’Arcivescovo Umberto d’Ormont nella cappella di San Lorenzo, detta di San Paolo de Humbertis o degli Illustrissimi Preti di Propaganda, che gli costruì un sontuoso sepolcro (cfr. Tino d’Amico, L’albero di Jesse del duomo di Napoli…..in il blog di tino d’Amico).

Il Chioccarello (cfr. Antistitum praeclarissimae Neapolitanae Ecclesiae Catalogus, Neapoli 1643) dice chiaramente che sia il gisant che la nuova configurazione del sepolcro, tranne il sarcofago, furono fatti realizzare, dall’Arcivescovo di Napoli Annibale di Capua (1578-1595), sepolto nel retro sagrestia, nella cappella della Madonna del Pozzo, un ambiente oggi estremamente degradato,  in un bel monumento funebre:  l’immagine del defunto Pontefice Innocenzo, ai piedi della Santa Vergine, che corona il monumento, è certamente dei Malvito e riferisce il Chioccarello “…..Innocenti insuper quarti romani pontificis corpus obscuro in loco et minus digne tanto pontifice, iacere cernens in marmoreum sublime sepulcrum musive opere compoctum in maiori ecclesia collocavit atque leonibus versibus inscrptioneme apposuit….

Franco Strazzullo in: Neapolitanae Ecclsiae Cathedralis Inscriptionum Thesaurus  Napoli 2000, riporta una notizia che trae da Nicola de Curbio, Vita Innocentii IV (Beluze, Miscellanea, tomo I) secondo cui fu sepolto nella basilica Cattedrale detta Stefania, gemina della antica basilica Cattedrale napoletana detta di Santa Restituta, in ….speciosa et celebri sepoltura.

Il sepolcro fu trasferito all’esterno della cappella di San Lorenzo o di San Paolo de Humbertis, comunemente detta degli Illustrissimi Preti, quando questa funzionò per alcuni anni come sagrestia del duomo e poi divenne cappella del seminario.

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Napoli – Duomo – Ritratto di Innocenzo XII sul suo mausoleo celebrativo.

Innocenzo XII, Antonio Pignatelli (1691-1700) fu arcivescovo di Napoli dal 1686.

Successo a papa Alessandro VIII (1689-1691), Pietro Vito Ottoboni, che fu Papa nepotista, che creò il nipote Pietro Ottoboni, a ventidue anni, Cardinale, nel suo primo concistoro subito dopo l’elezione, il 13.2.1689, nominandolo cardinale nipote,  regalò il ducato di Fiesole nel 1690 ad un altro suo nipote, Marco Ottoboni, generale della galee pontificie, acquistandolo da Orazio Ludovisi, uitilizzando le finanze pontificie.

Creò Cardinale anche un altro nipote, Giambattista Rubini che nominò Segretario di Stato.

Innocenzo XII fu un uomo di forte tempra ma di animo generoso e caritatevole che prese posizione aperta contro il nepotismo papalino a motivo del quale il suo predecessore aveva assottigliate notevolmente le finanze dello Stato, come del resto avevano fatto i predecessori di Alessandro VIII.

Dispose una dettagliata indagine sul nepotismo papalino e sulla sua incidenza sul patrimonio dello Stato e obbligò poi i Cardinali, i Vescovi e clero  ad accettare e sottoscrivere la bozza della BOLLA  Romanum decet pontificem del  22 giugno 1692    con la quale faceva divieto assoluto ai Papi suoi successori e a tutta la gerarchia eccleiastica, di conferire cariche e rendite ai parenti, stabilendo anche l’ammontare della rendita annua  dei  diversi benefici ecclesiastici ed il monte massimo dell’appannaggio annuale spettante ai Vescovi e ai Cardinali, da utilizzare esclusivamente per opere apostoliche e caritative.

Si preoccupò di riformare la gestione di tutti i settori dello Stato, destinando le scarse risorse per attività missionarie e caritative, a favore anche del clero povero.

Indisse il XVI giubileo della Chiesa, per il 1700, ma non potè partecipare alla sua inaugurazione, perché gravemente ammalato, morendo nel settembre dello stesso anno 1700.

Gli anni del suo governo pastorale napoletano furono caratterizzati  dall’impegno a favore dei poveri e per la formazione del clero.

Stato della Città del Vaticano  – Basilica di San Pietro – Monumento funebre di Innocenzo XII.

La sua sepoltura romana fu inizialmente un semplice sarcofago, poi nel 1745 nella basilica vaticana gli fu eretto un sontuoso sepolcro disegnato da Ferdinando Fuga (1699-1782) con ai lati della cassa le statue della Carità e della Giustizia,  opere di Filippo della Valle (1698-1782).

A Napoli il suo successore sulla cattedra di Aspreno, l’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702)  gli fece erigere un mausoleo dallo scultore romano Domenico Guidi (1625-1721) collocato inizialmente sulla tribuna dell’Altare maggiore accanto a quello dell’Arcivescovo  Alfonso Carafa.

Fu trasferito poi dove è attualmente, nel transetto sinistro accanto all’ingresso della sagrestia, durante i lavori di restauro del duomo promossi dall’Arcivescovo Giuseppe Spinelli dopo il terremoto del 1731/32.

La statua della carità regge il busto di rame dorato del Papa Pignatelli, ed è attorniata da puttini che reggono anche lo stemma di famiglia e la tiara papale.

Napoli – Duomo – Area sinistra del transetto – Mausoleo celebrativo di Papa Innocenzo XII.

L’epigrafe commemorativa, tra le benemerenze di Innocenzo XII ricorda la grande carità verso i poveri e l’impegno profuso per abolire il  nepotismo papalino.

Napoli – Duomo – Parete di fondo dell’area sinistra del transetto – Giorgio Vasari: portella dell’organo cinquecentesco, rappresentante la “Natività”.

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Nel 1549 Giovan Francesco de Palma (1449-1530), architetto, scultore e organaro, detto il Mormanno giovane, per avere sposato la figlia del più celebre Mormanno, Giovanni Donadio (1450-1526), anche egli scultore, architetto e organaro, costruì su commissione del quattordicenne cardinale Ranuccio Farnese (1530-1565), amministratore apostolico della Chiesa di Napoli dal 1544 al 1549, nipote di Paolo III Farnese (1468-1549), eletto papa nel 1534, l’organo destro del duomo napoletano, quello posto sul pulpito.

Nel 1652 Pompeo e Martino de Franco costruirono l’organo di sinistra, quello posto sul dossello del trono vescovile, su commissione di Ascanio Filomarino (1583-1666), arcivescovo di Napoli dal 1641 al 1661.

Secondo l’uso del tempo entrambi gli organi avevano degli sportelli dipinti, che nascondevano l’apparato sonoro.

A dipingere gli sportelli dell’organo di destra, fu chiamato Giorgio Vasari (1511-1574), architetto e pittore, formatosi alla scuola di Michelangelo e di Raffaello, considerato tra i maggiori manieristi tosco-romani.

A dipingere gli sportelli dell’organo di sinistra fu incaricato Luca Giordano (1634-1705), formatosi sulla scia del manierismo caravaggesco.

L’organo di destra a sportelli aperti, mostrava una Natività, e a sportelli chiusi i sette Patroni Principali della Chiesa di Napoli.

 

Entrambe le due tele ritraggono personaggi della famiglia Farnese:

Il San Giuseppe della Natività,  è il ritratto di papa Paolo III e la Santa Vergine, dovrebbe essere il ritratto della figlia Costanza insieme agli altri tre figli Pier Luigi, Ranuccio e Paolo, che nacquero dalla sua relazione con Silvia Ruffini, una donna romana (1474-1561), sposata ad un mercante tal Giovanni Battista Crispo, morto nel 1501, padre dei primi tre figli della Ruffini, di cui uno di essi, Tiberio Crispo, fu creato Cardinale nel 1544 da Papa Paolo III.

La relazione sarebbe cominciata tra Alessandro Farnese, cardinale nel 1493, e Silvia Ruffini, prima che questi fosse ordinato sacerdote nel 1519.

Ebbero tre figli: Pier Luigi (1503-1547), Costanza (1500-1545),  Ranuccio (1509-1528).

Alessandro Farnese, papa Paolo III (1534-1549), fu creato cardinale da Alessandro VI (1492-1503), Rodrigo Borgia, nel 1493 e nominato vescovo nel 1499.

Fu ordinato sacerdote e consacrato vescovo nel 1519 ed eletto papa nel 1534.

Il giovane cardinale ritratto sullo sfondo è Ranuccio Farnese e gli altri due personaggi Pier Luigi e forse Tiberio Crispo.

L’altra portella rappresenta i sette Patroni principali della Chiea di Napoli: San Gennaro, papa Paolo III; Sant’Aspreno, Guido Ascanio Sforza (1518-1564), conte di Santa Fiore, cardinale e nipote di Paolo III perché figlio di Costanza; Sant’Agrippino, Alessandro Farnese (1520-1589), cardinale a 14 anni, detto il gran cardinale, figlio di Pier Luigi Farnese, Vicecancelliere della Chiesa, nipote di Paolo III; Sant’Eufebio, Pier Luigi Farnese, duca di Castro e Parma, figlio di Paolo III; San Severo, Ottavio Farnese (1524-1586), figlio di Pier Luigi Farnese, nipote del Papa; Sant’Agnello, Tiberio Crispo (1488-1566), cardinale e figlio della sua concubina; Sant’Atanasio, il giovane mitrato, Ranuccio Farnese, (1530-1565), fratello di Alessandro il gran cardinale, cardinale a 14 anni, amministratore apostolico della Chiesa di Napoli, nipote  di Paolo III, ricordato per la sua grande carità e cultura, il committente.

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Sottolineavo all’inizio di questo contributo, esclusivamente documentario, come singolarmente nella configurazione settecentesca del lato sinistro del transetto del duomo napoletano, il caso ha collocato il sepolcro di Innocenzo IV, un grande papa, che fu uno dei più grandi giuristi del  medioevo , un esperto canonista, che però fece del nepotismo esasperato il suo credo politico e ideologico, assegnando al parentado territori, prebende, titoli, cardinalati, gestioni curiali, utilizzando ampiamente i fondi della Chiesa, e  che rese così  la presenza dei Fieschi per oltre cinquant’anni nel governo dello Stato Vaticano.

Poco più oltre, il caso ha collocato il mausoleo celebrativo di Innocenzo XII, che fu arcivescovo di Napoli, che con MOTU PROPRI ed BOLLE abolì la deleteria abitudine del nepotismo papalino che aveva dissanguato le finanze statali, nella assegnazione di cardinalati, vescovati, prebende, rendite ai congiunti, senza considerare e valutare la effettiva capacità individuale e nemmeno la moralità dei destinatari dei benefici.

Stranamente poi, sulla parete di fondo del transetto, al vertice della parabola della storia, sono state poste le due portelle dell’organo fatto costruire da Ranuccio Farnese,  dipinte da Giorgio Vasari, che ritraggono Paolo III circondato dai figli e dai nipoti.

La storia millenaria della Chiesa offre immagini opache di certi periodi che, innegabili e note, sono sfruttate in occasioni e ricorrenze, rientranti ormai nel repertorio comune anticlericale.

Stato della Città del Vaticano – Basilica di San Pietro – La “gloria del trono petrino” di Gian Lorenzo Bernini.

Fatti spiacevoli, certamente che non possono essere negati, ma che vanno convenientemente spiegati mediante anali storiche e culturali, per distinguere responsabilità e colpe, e questo non è il luogo (M Peretti) .

Paolo III fu un uomo di vasta cultura e doti brillanti, che condusse una vita altamente mondanizzata in un periodo storico, il Rinascimento: fu uomo del suo tempo.

L’uomo medioevale si considerava parte di un ordine cosmico già dato, che doveva solo essere capito e seguito; l’uomo rinascimentale invece si considerava artefice del proprio destino con la possibilità di costruirsi un proprio posto nel mondo.

Nel medioevo l’uomo aveva rivendicato una maggiore autonomia della ragione nei confronti delle istituzioni più importanti: Chiesa e impero.

Autonomia che verrà più ampiamente affermata nel Rinascimento: l’uomo rinascimentale è uomo pensatore, immagine del Dio-creatore.

Nel Rinascimento non vi è una scelta tra Dio e l’uomo, quanto piuttosto è ammessa l’importanza di Dio e dell’uomo, che si pone però in posizione antropocentrica: al centro dell’universo e dio alla periferia.

Ma la realtà della Chiesa è un’altra: essa è divina e umana.

La sua origine divina e dalla fedeltà con cui essa ha contribuito e continua ad annunziare la Parola: smentita spesso nei fatti, quella Parola rimana fulgida e corrispondente a una verità che trascende i tempi.

L’spirazione e l’assistenza divina assicurano alla Chiesa la propria identità, ma la partecipazione conduce a due diversi risultati: la apostolica testimonianza della fede propagata per la santità dei fedeli, ma anche alla contaminazione con i vizi individuali e con  le vicende storiche.

Torti della Chiesa ne esistono, ma anche splendori nella capacità di trasformazioni, aliene da opportunismi e ispirati alla volontà di corrispondere all’annuncio della verità, al ministero di grazia e alla diffusione del bene.

Una Chiesa di Santi, di oranti, di penitenmti.

Paolo III, con figli e nipoti, finalmente si riscosse favorendo i nuovi ordini religiosi e operando la riforma  della Chiesa, cominciando proprio dal suo interno, con le nuove nomine nelle alte gerarchie ecclesiastiche, creando cardinali, soggetti che cominciarono ad entrare nel supremo senato della Chiesa, uomini eccellenti e validi che gettarono le basi della riforma morale della Chiesa, iniziando con il Concilio di Trento, convocato  nel 1545.

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ECCO, IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI, FINO ALLA FINE DEL MONDO… (Mt.28,20)

Concluderei:

NON NOBIS DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM.

 

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FONTI:

Foto dalla rete.

Bibliografia: J. Lortz, Storia della Chiesa; M. Peretti, Segni dei tempi; G.B.Guzzetti, Chiesa e politica; R. d’Amato, Il nepotismo fra medioevo, riforma protestante e controriforma; T. d’Amico, Il blog di Tino d’Amico.

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UN FUMETTO ANTE LITTERAM: l’ex voto marmoreo di Franceschino de Brignale dalla chiesa napoletana di San Pietro Martire al Museo di San Martino. Documento di lirica popolare allegorico-didattica del XIV secolo.

di Tino d’Amico

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A mia moglie Pina

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Il portale telematico di promozione turistica del Sud d’Italia Historia Regni, ha recentemente pubblicato una lettera che Francesco Petrarca (1304-1374), nominato da Roberto d’Angiò suo consigliere e ciambellano nel 1328 e che per il suo  ufficio trascorse a Napoli lunghi periodi, fino alla morte del sovrano, ospite nel convento di San Lorenzo Maggiore, indirizzò a Giovanni Colonna (1294-1374) suo corrispondente delle Hepistolae familiares (cfr. quinto libro) con la quale racconta del terremoto che generò anche un maremoto che interessò la costa napoletana il 25 novembre 1343 e della violenta tempesta scatenatasi sulla Città.

 

 

Immagine fantasiosa del terremoto/maremoto e della tempesta che sul golfo di Napoli, in una stampa cinquecentesca.

Nel golfo di Napoli il 25 novembre 1343, veramente si verificò un documentato terremoto/maremoto accompagnato da una violenta tempesta, che provocò ingenti danni in Città e la perdita di numerose vite umane.

Il maremoto, in particolare, distrusse l strutture portuali napoletane e fece affondare molte navi ancorate nel golfo di Napoli e lungo la costa sorrentino/amalfitana.

La lettera del Petrarca è riportata da Angelo di Costanzo (1507-1591)  nella sua Historia del Regno di Napoli, edita a Napoli nel 1581.

Nella notte, racconta il Petrarca, si verificò il terremoto e, al mattino, mentre la Regina di Napoli Giovanna I (1343-1381) era al molo per verificare i danni alle strutture portuali, improvvisamente si verificò il maremoto che trascinò in acqua, secondo il Petrarca, i soldati angioini di scorta alla regina,  e affondò le navi ancorate.

Francesco Petrarca narra che si salvarono aggrappati al relitto della propria nave, alcune centinaia di galeotti: ….sol una di tutte, dov’erano quattrocento malfattori, per sentenza condannati alle galee, che si lavoravano per la guerra di Sicilia, si salvò, avendo sopportato fino al tardo l’impeto del mare, per lo grande sforzo de ladroni che v’erano dentro, i quali prolungaro tanto la morte, ch’avvicinandosi la notte contra la speranza loro e l’opinione di tutti, venne a serenarsi il cielo ed a placarsi l’ira del mare, a tempo che già erano stanchi, e così d’un tanto numero si salvaro i più cattivi, o che sia vero quel che dice Lucano, che la fortuna aita i ribaldi, o che così piacque  a Dio, o che quelli siano più securi nei pericoli, che tengono la vita vile….

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Il mercante Franceschino de Brignale, scampato al naufragio per l’evento narrato, nel 1361 fece porre sul fianco destro della chiesa domenicana di San Pietro Martire, che allora era sul litorale napoletano, un singolare ex voto: una lastra marmorea di cm. 221×96, che rimossa dalla facciata della Chiesa nel 1862, chiusa in applicazione delle leggi eversive sabuade,  fu ricoverata nel Museo Archeologico Nazionale e, trasferita poi nei depositi del Museo della Certosa di San Martino, è stata recentemente collocata nella sezione SOTTERRANEI GOTICI – inv. n. 2497.

 

Napoli – Museo della Certosa di San Martino – Sotterranei gotici – la lastra marmorea ex voto di Franceschino de Brignale opera di uno scultore napoletano anonimo del XIV secolo.

Protagonisti della scenetta, scolpita sull’ex voto marmoreo a bassorilievo, descritto anche da Cesare d’Engenio Caracciolo (cfr. Napoli Sacra, Napoli 1643) dal quale traggo il testo, sono la morte e il mercante Franceschino de Brignale.

La morte con una duplice corona sul capo, un uccellaccio nella mano destra ed un flagello nella mano sinistra, calpesta un mucchio di cadaveri di diverso sesso e condizione.

Accanto alla morte c’è la figura del mercante che, supplichevole, le offre un sacchetto di monete.

Dalla bocca del de Brignale esce un fumetto:

TUTTI TI VOLIO DARE SE MI LASCI SCAMPARE

La morte risponde con un altro fumetto:

SI  ME  POTISTI  DARE  QUANTO  SI  POTE  DIMANDARE

NON  TE  POTE  SCAMPARE  LA  MORTE  SE  TI  VIENE  LA  SORTE

EO  SO  LA  MORTE   CHE CHACCIO

SOPERA   VOI  IENTE  MUNDANA

LA MALATA  E  LA  SANA

DI  E  NOTTE  LA PERCACCIO

NON  FUGGA  NESSUNO  IN  TANA

PER  SCAMPARE  DAL  MIO  LACZIO

CHE  TUTTO IL MONDO  ABBRACZIO

E  TUTTA  LA  GENTE  HUMANA

PERCHE  NESSUNO  SE  CONFORTA

MA  PRENDA  SPAVENTO

CH’EO  PER  COMANDAMENTO

DI  PRENDER  A  CHI  VIENE  LA  SORTE

SIAVE  CASTIGAMENTO

QUESTA  FIGURA  DI  MORTE

E  PENSA  UIE  DI  FARE  SORTE

IN  VIA  DI  SALVAMENTO

Il de Brignale poi, fece scolpire intorno al bassorilievo, a cornice, la fascia dedicatoria:

MILLE  LAUDE  FACZIO  A  DIO  PATRE  E  A  SANTA  TRINIDATE  CHE  DUE  VOLTE  ME  AVENO  SCAMPATO  E  TUCTI  LI  ALTRO  FORO  ANNEGATE  –  FRANCESCHINO  FUI DE  BRIGNALE  FECI  FARE  QUESTA  MEMORIA  A  LE  MCCCLXI  DE  LO  MESE  DE  AUGUST  XIII  INDICT.

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E’ un documento questo, poco noto, certamente esemplare unico di lirica popolare allegorico-didattica che in ogni parte d’Italia si affacciava spontaneamente tra il XIII e il XIV secolo.

Di liriche allegorico-didattiche, ne troviamo esempi nelle scritture popolari; spesso a riempire spazi vuoti in pandette o atti notarili e nei bordi di documenti di cancellerie; costituiscono i versi dei canti che accompagnavano le feste e i raduni e nei componimenti spontanei e primitivi dettati  da poeti di mediocre talento, che si accompagnavano alle allegre compagnie e, con notevoli punte di scherzo e parodia, impastavano e reimpastavano il medesimo tema, della condizione umana davanti alla morte, della voglia di vivere la giovinezza, che passa inesorabilmente.

E’ una letteratura morale e religiosa che va giudicata non come poesia, ma piuttosto come prosa; in esa si può cogliere il progredire lento, ma sicuro della lingua italiana, che si avviava verso forme ordinate, linguistiche e sintattiche del discorso.

La prosa ritmica fu adoperata per la trascrizione e la trattazione di materia discorsiva e didattica e per racchiudere opinioni e concetti in forme facili da essere appresi, divulgati, ritenuti nella memoria.

 

 

E scopo didattico ha il bassorilievo: Franceschino de Brignale vuole dire alla gente che la morte non conosce distinzioni di sesso, o condizione sociale e che niente e nessuno, neanche il prete, può fermarla, quando ….vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole…

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Ma Franceschino de Brignale fu uno degli scampati insieme ai galeotti, al naufragio descritto dal Petrarca…era forse anche lui un galeotto….e la borsa di denari da dove la prese ?

Tra i cadaveri calpestati dalla morte, c’è anche un vescovo… senza alcun riferimento a  ecclesiastici del tempo?

Il papa felicemente regnate in Avignone nel 1361, era Innocenzo VI (1352-1362) che pronunciò severe critiche all’indirizzo dei sovrani napoletani per il mancato pagamento dell’annuale censo della chinea, arretrato di due scadenze e i sovrani, per potere onorare  le richieste pontificie dovettero raggranellare anticipi, tassando ulteriormente il popolo minuto.

 

 

Fonti: foto dalla rete.

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LA CHIESA NAPOLETANA DELLA MADONNA DELLA VITTORIA – La Madonna delle grazie o del soccorso detta anche dell’umiltà o dei fucilieri, dalla chiesa di San Pietro a Majella alla battaglia di Lepanto.

di Tino d’Amico

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Napoli – Chiesa di San Pietro a Majella – Lacerticolo dell’affresco trecentesco della Madonna delle Grazie o del Soccorso – Davanti a questa miracolosa immagine vennero don Giovanni d’Austria, i suoi soldati e i marinai della galea reale, prima di partire per la battaglia di Lepanto, promettendo di ritornare, se vincitori, ad onorarla deponendo accanto alla immagine, le loro armi.

Il titolo mariano di Madonna delle Grazie e del Soccorso, è uno dei titoli più antichi attribuiti a Maria di Nazaret, la Madre di Gesù, nel culto liturgico e nella pietà popolare.

La valenza del titolo si ricollega alla maternità di Gesù, e quindi a Colei che è la Madre della Divina Grazia ed origine di tutte le grazie, perché teologicamente essa è la sola che può intercedere presso Dio per assecondare le necessità dell’umanità alla ricerca della eterna salvezza.

La Vergine Santissima è invocata da sempre come dispensatrice di grazie, icona della umiltà, soccorritrice dei cristiani, e quindi ausiliatrice.

Dante, nella Divina Commedia,nel XXXIII canto della Cantica del Paradiso, conclude la sua Opera con una invocazione elogiativa a Maria, e  Le dice che “…se’ tanto grande e tanto vali,  /  che qual vuol grazia ed a te non ricorre, /  sua disianza vuol volar senz’ali. /  La tua benignità non pur soccorre /  a chi dimanda, ma molte fiate / liberamente al dimandar precorre…”.

La antica devozione alla Madonna delle Grazie o del Soccorso già in uso nel III secolo espressa con la antica invocazione Sub tuum praesidium ebbe notevole sviluppo dal 1306, a Palermo, dopo la apparizione della Santa Vergine al domenicano Nicola La Bruna, miracolosamente guarito per intercessione di Maria, e fu diffusa in Italia ed in Europa, per esortazione della Santissima Vergine che così voleva anche essere invocata, come dispensatrice di grazie e di favori.

La devozione della recita del Santo Rosario ha origini medioevali e la sua diffusione è legata alle Confraternite del Santo Rosario fondate dal domenicano Pietro da Verona (San Pietro Martire ? – +1252) per contrastare le eresie, la catara particolarmente, che negava la divina maternità di Maria e la  natura umana di Cristo, devozione affidata ai frati domenicani da San Domenico al quale sarebbe apparsa la Santa Vergine che gli avrebbe consegnato una corona del Rosario, invitandolo alla recita e alla diffusione della devozione.

La devozione fu riconosciuta e proposta alla cristianità da papa Sisto IV (1471-1484)      con la Bolla del 12 maggio 1479 Ea quae ex fidelium che proponeva anche uno schema per la recita del Santo Rosario.

Pio V con la Enciclica del 17 settembre 1569 Consueverunt Romani Pontifices, stabiliva le modalità comuni per la recita del Santo Rosario, invitando la cristianità alla sua recita.

Prima dello scontro della armata della Santa Lega contro i turchi ottomani a Lepanto, secondo la esortazione dello stesso papa Pio V, comandanti, soldati e marinai, coralmente, recitarono il Santo Rosario tacitando le invocazioni dei turchi ad alllah, che gridavano dalle loro navi: la Vergine Santissima, Soccorritrice dei cristiani, condusse alla vittoria la armata della Santa Lega liberando, il 7 ottobre 1571,  l’Europa dal pericolo islamico.

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Nei primi anni del ‘500, Venezia e il sultanato ottomano di Costantinopoli entrarono in conflitto per il controllo dei traffici commerciali nel mediterraneo Orientale: gli ottomani nel 1538 avevano cominciata una nuova espansione territoriale nel Peloponneso, in Dalmazia, nell’Egeo, nello Ionio e nell’Adriatico Orientale, aree da sempre di influenza commerciale veneziana.

A poco servì la pace del 1540 tra i veneziani e il sultanato che, pochi anni dopo, nel 1570, invase Cipro.

La Repubblica Veneta si vide costretta a cercare alleanze tra gli Stati europei che pur avevano interessi commerciali nell’area, come già faceva, fin dal tempo della sue elezione, papa Pio V, che tentava di riunire gli Stati europei in una Lega Santa, politica e religiosa, per innalzare un baluardo alla civiltà islamica, sunnita, che tentava di sostituirsi a quella cristiana dell’Europa.

Laura Canali – L’area di influenza del sultanato di Costantinopoli nella prima metà del ‘500 – Immagine tratta dalla rete.

Pio V troverà appoggi non in Francia, alleata degli ottomani, e nemmeno nel Sacro Romano Impero Germanico, impegnato nella lotta alle eresie, quanto piuttosto nella Spagna, che tentava di espandersi verso l’Africa, e negli Stati italiani, i primi ad essere coinvolti in un tentativo prossimo o futuro dell’espansionismo ottomano.

La battaglia combattuta dalle forze coalizzate dell’Europa cristiana contro il sultanato ottomano di Costantinopoli,  a Lepanto, servirà poco a contrastare il pericolo turco sul piano militare, perché gli ottomani costruiranno in breve tempo una nuova e potente flotta.

Sul piano religioso invece costituirà l’inizio della regressione dell’espansionismo islamico sunnita verso l’Europa.

Lepanto fu lo scontro che decise il futuro di due civiltà incapaci di integrarsi e convivere pacificamente per i diversi contenuti sociali, politici, religiosi.

Servì anche a sfatare la leggenda dell’imbattibilità dell’islam non solo sul piano politico e sociale, ma soprattutto religioso.

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“…O Augusta Regina delle vittorie, o Vergine sovrana del Paradiso…”, recita così la parte introduttiva della Supplica alla Santissima Vergine del Rosario, composta dal Beato Bartolo Longo, che si recita ogni anno l’8 maggio e la prima domenica di ottobre, perché il 7 ottobre del 1571 fu una domenica, nel Santuario di Pompei e da tutta la cristianità.

Per poter comprendere e ritrovare le origini del  Titolo attribuito alla Santissima Vergine invocata come Mater divinae gratiae, Auxilium Christianorum, bisognerebbe passare in rassegna simboli e personaggi che nell’Antico Testamento prefigurano virtù e pregi di Maria Santissima, cominciando dal protovangelo di Genesi 3,14; riandare alle storie di Sara, Rebecca, Maria la sorella di Mosè, di Susanna, Ester, Giuditta, donne che fornirono di un concreto aiuto il popolo di Israele.

Bisognerebbe considerare l’istante stesso in cui l’Arcangelo Gabriele, annunciò a Maria Santissima la Incarnazione del Verbo Eterno di Dio nel Suo Seno Verginale, che la rese aiuto del genere umano, liberandolo per mezzo del suo umile e nascosto si, dalla schiavitù del demonio.

Bisognerebbe ricordare che Gesù, morendo sulla Croce, affidò l’umanità alla Sua Madre e come Essa aiutasse, soccorresse, esortasse a non demordere la prima comunità cristiana fino alla Sua Assunzione, presso Dio, divenendo e mostrandosi quale realmente è Madre nostra, nostra Avvocata, nostra speranza: nel III secolo, nella invocazione Sub Tuum praesidium i devoti a Maria già invocavano il suo aiuto misericordioso come scudo contro il male.

 

Stampa ottocentesca eseguita nella tipografia Apicella, di via San Biagio dei Librai di Napoli,  riproducente la miracolosa statua della Madonna del Rosario detta di ZI’ ANDREA venerata a Napoli nella  basilica di San Domenico  maggiore. (Proprietà dell’autore).

La Supplica nel tratto conclusivo invoca la Santissima Vergine chiamandola Regina delle vittorie, richiamando l’aiuto concreto  alla Chiesa nella lotta contro le eresie, al suo essere baluardo contro le invasioni dei saraceni e dei turchi ottomani che tentavano la conquista dell’Europa.

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La storia è ben nota, ma occorre accennare a quanto accadde: allora come  in questa epoca in cui le radici cristiane dell’Europa non vengono più ritenute fondanti della nostra civiltà e si assiste alla invasione silenziosa dell’islam che tenta di sostituirsi alla nostra cultura, alla nostra religione, alla nostra civiltà, subdola invasione considerata da parte di molti, un normale, pacifico, esodo di popoli.

Il 29 maggio del 1453, i turchi detti ottomani, dal fondatore della dinastia Osman Gazi (1299-1326), dopo un assedio durato circa due mesi, occuparono Costantinopoli facendo strage della popolazione, impalando, razziando, saccheggiando e schiavizzando uomini, donne e bambini che erano scampati al massacro.

Gentile Bellini – Ritratto del sultano Mehemet II (1432-1481), il conquistatore di Costantinopoli.

Gli ottomani tra il secolo XV e il XVI, cominciarono la loro espansione in Europa e Asia, controllando le vie commerciali.

L’espansione del sultanato ebbe un periodo di stasi per la resistenza ungherese nel 1456, pur con l’annessione della Grecia, della Morea, dell’Anatolia, delle colonie genovesi sul mar nero e dell’Albania, conquistando, nel 1480, Rodi ed Otranto.

Il pericolo turco per l’Europa cristiana diventava concreto: i sultani ottomani a più riprese cominciarono la espansione verso l’Ungheria e gli stati balcanici e verso l’Africa, giungendo fino a Bagdad, ed occupando la Tunisia e  l’Algeria.

Nella prima metà del ‘500 il sultanato ottomano disponeva di una notevole potenza navale con la quale controllava i traffici commerciali di  gran parte del Mediterraneo, pericolo ancor più incombente per la alleanza tra ottomani e Francia.

I turchi ottomani, sunniti, volevano sostituire alla civiltà europea cristiana, la cultura e la religione islamica.

 

 

Papa Pio V che assiste in visione alle fasi finali della battaglia di Lepanto.

Il papa del tempo, Pio V (1566-1572), il papa della controriforma, frate domenicano, particolarmente legato alla devozione della recita del S. Rosario, consegnata da san Domenico (1170-1291) ai suoi frati per debellare le eresie,  si fece promotore di una Lega Santa, tra i sovrani d’Europa, ottenendo  che Filippo II di Spagna (1527-1598), il duca di Savoia Emanuele Filiberto, i genovesi e i veneziani, i Cavalieri di Malta, il granduca di Toscana, il duca di Urbino, il duca di Parma, la repubblica di Lucca, i duchi di Ferrara e Mantova, insieme costituissero una potente armata navale per contrastare il pericolo turco, affidandone il comando a Don Giovanni d’Austria (1545-1578), figlio naturale di Carlo V e fratellastro di Filippo II di Spagna, che fu investito ufficialmente dell’impresa con la consegna del vessillo (drappo di insegna) benedetto dal papa in San Pietro l’11 giugno 1570 e consegnato a Marcantonio Colonna (1535-1584) Grande Ammiraglio della flotta pontificia, ancorata a Civitavecchia.

 

Lo stendardo originale della battaglia di Lepanto,un drappo di seta rossa triangolare, consegnato a Marcantonio Colonna – Tempera su seta – Dipinto da Girolamo Siciolante da Sermoneta (1521-1580) è conservato nel Museo Diocesano di Gaeta – Lo stendardo tolto alla armata turca, un drappo di seta verde triangolare sul quale era stato ripetuto ventottomilanovecento volte il  nome di allah ricamato in oro, che Muezinzauzade Alì Pascià, aveva issato sulla sua nave ammiraglia, la Sultana, preda nella vittoria navale di Lepanto ed esposto nel palazzo ducale di Venezia, fu restituito ai turchi in segno di pace da papa Paolo VI il 19 giugno 1967. 

Marcantonio Colonna, partito da Civitavecchia il 22 giugno 1571, raggiunse Gaeta dove concentrò la sua flotta e prima di prendere il mare verso Messina, luogo scelto per il raduno della armata della lega santa, il 24 dello stesso mese, si fermò a pregare nel duomo della Città, promettendo al Patrono cittadino Sant’Erasmo, tornando vincitore, di fargli dono dello stendardo., come poi fece, onorando il voto.

Il vessillo insegna del comando di don Giovanni d’Austria

Don Giovanni d’Austria il 13 agosto 1571 prima di partire per raggiungere la sua armata a Messina, ricevette nella basilica napoletana di Santa Chiara, le insegne del comando, un secondo stendardo, anche esso benedetto dal Papa e in dono un quadro che riproduceva la immagine della Madonna detta delle Grazie o del Soccorso, venerata nella chiesa napoletana di San Pietro a Majella, con la scritta S. Maria Succurre Miseris, dal padre superiore del monastero celestino, Giovanni Battista della Guardia.

Qualche giorno prima don Giovanni d’Austria con i marinai e gli archibugieri della galea reale s’era recato a pregare, promettendo di ritornare, se vivi e vincitori, a deporre le loro armi ai piedi della sacra immagine.

Da Messina la armata si mosse verso il Mediterraneo Orientale il 24 di agosto 1571.

 

Il vessillo issato sulle galea che comandava la flotta savoiarda di Emanuele Filiberto, donato alla cappella della Santissima Verigine del Rosario nella chiesa torinese di San Domenico, nel 1706, da Vittorio Amedeo III di Savoia, per adempiere il voto fatto il 7 ottobre dello stesso anno, durante l’assedio francese della Città in pericolo di capitolare, e la conseguente vittoria.

Lo scontro tra la  armata  turca, forte di 34.000 soldati, 13.000 marinai, 41.000 rematori su 216 galee, 64 galeotte e 64 fuste comandata da Muezinzauzade Alì Pascia ( ? – 1571) e la flotta della Lega Santa,  composta da 204 galee e 6 galeazze che imbarcavano 28.000 soldati, 12.920 marinai e 43.000 rematori, comandata da don Giovanni d’Austria, si scontrarono la domenica 7 ottobre 1571 nel golfo di Corinto, davanti alle isole Curzolari, e non davanti Lepanto come si disse, forse perché lì era concentrata l’armata turca,  e mentre dalle galee ottomane si alzava la invocazione ad allah, furono ammainati tutti i vessilli delle navi cristiane lasciando che sventolasse solo sulla galea reale il vessillo con l’immagine di Gesù Crocifisso e il quadro della Santissima Vergine: davanti ad essi si prostrarono  i soldati cristiani e i marinai imbarcati su tutte le navi della Lega Santa e fu recitato il Santo Rosario prima di dare inizio alla battaglia.

 

Muezinzauzade Alì Pascia ( ? – Lepanto 1571).

Si racconta che don Giovanni d’Austria, durante lo svolgimento della battaglia, stringeva  nelle mani un Crocifisso di legno, dono del papa, Crocifisso che poi fu conservato nel reliquiario della chiesa napoletana dei santi Severino e Sossio.

La notizia della vittoria giunse a Roma ventidue giorni dopo, portata dai messi di Marcantonio Colonna, ma l’esito della battaglia era già nota: Pio V alle ore 12 dello stesso 7 ottobre, mentre con alcuni prelati recitava il Santo Rosario, all’improvviso, in visione, vide le fasi conclusive della battaglia favorevoli all’armata cristiana, soccorsa dalla Santissima Vergine del Rosario: “…Sono le 12 – avrebbe esclamato il pontefice, sorprendendo i presenti – suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto…”

I turchi persero 30.000 uomini, tra morti e prigionieri, 137 navi furono catturate e 50 furono affondate, le Lega Santa perse 7.656 uomini, 7.784 furono i feriti e 17 le navi affondate.

Inoltre furono liberati 15.000 schiavi cristiani ai remi delle navi turche.

 

Affresco che rappresenta la fase conclusiva della battaglia con la Santissima Vergine del Rosario in soccorso dei cristiani e papa Pio V in preghiera.

In ricordo dell’evento miracoloso, le campane di tutte le chiese  suonano ancora,  alle ore 12 di ogni giorno.

Lo stesso Pio V stabilì al 7 ottobre la festa liturgica di Santa Maria della Vittoria che papa Gregorio XIII (1572-1585)  modificò in festa liturgica dedicata alla Santissima Vergine del Rosario, stabilendo poi di celebrarla la prima domenica di ottobre e poi, papa Leone XIII (1810-1903) decretò che si celebrasse in tutta la cristianità.

Dopo la battaglia l’armata cristiana ritornò a Messina, per poi sciogliersi e fare ritorno, le varie squadre,  nei paesi di origine.

 

Napoli – Chiesa di San Pietro a Majella – Interno.

Don Giovanni d’Austria da Messina venne a Napoli e con i marinai della galea reale e gli archibugieri, si recò a venerare e ringraziare la santa Vergine in San Pietro a Majella, dove furono deposte ai suoi piedi le armi che furono rimosse durante la rivoluzione partenopea del 1799.

I messinesi innalzarono nel 1572, un monumento di bronzo a don Giovanni d’Austria per ricordare il suo sbarco a Messina dopo la vittoria di Lepanto, opera dello scultore Andrea Colamech (1524-1589).

Messina – Monumento celebrativo di don Giovanni d’Austria.

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Don giovanni d’Austria ritornò in Spagna, comandò altre campagne militari e liberò Tunisi dai turchi sperando di essere investito della sovranità su quelle terre, invece fu costretto a ritornare a Napoli dove abitò in Castel nuovo.

Don Giovanni d’Austria.

Ebbe una figlia da una relazione illegittima con una donna della nobiltà, dama di corte, l’11 settembre 1573 (secondo altri nel 1572), fatta nascere nel monastero benedettino di Santa Patrizia di Napoli, donna Giovanna d’Austria,  che fu allevata inizialmente dalla nonna materna e dalla sorellastra di don Giovanni, Margherita, duchessa di Parma, che abitava a Roma nel Palazzo Madama, oggi sede del Senato, per poi trascorrere la giovinezza nel monastero napoletano di clausura di Santa Chiara.

Filippo III di Spagna nel 1603, la concesse in sposa a don Francesco Branciforti (1575-1622) conte di Militello (Ct), per ricompensarlo di essersi accusato al posto suo allora infante di Spagna, in una storia di violenza ad una donna della nobiltà.

Rimasta vedova  nel 1622, lasciò la Sicilia e tornò a Napoli, portando con se l’unica figlia sopravvissuta ad altre due, Margherita Branciforte duchessa di Militello, che morirà Terziaria Francescana il 18 febbraio 1630 e sarà sepolta nella chiesa napoletana di San Paolo maggiore dei Teatini: i suoi resti mortali saranno inumati in Santa Maria della Vittoria alcuni anni dopo.

Donna Giovanna d’Austria nel 1624 stabilendosi a Napoli, sposerà Federico Colonna di Paliano duca di Tagliacozzo, che morirà senza eredi nel 1659.

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Dopo la vittoria di Lepanto, furono dedicate ovunque delle chiese e delle cappelle, a Santa Maria della Vittoria e alla Madonna del Rosario, per iniziativa anche dei reduci dalla battaglia, di congregazioni laicali, e ordini religiosi.

I galeotti liberati dalle nave turche. furono sbarcati a Porto Recanati e si recarono in pellegrinaggio a ringraziare la Santa Vergine lauretana, donando le loro catene come ex voto, che furono poi utilizzate per realizzare i cancelli delle cappelle del santuario.

A Napoli furono cinque le chiese o cappelle dedicate a Santa Maria della Vittoria (cfr. Giovanni Antonio Alvina, Catalogo di tutti gli edifici sacri della città di Napoli e suoi sobborghi entro il 1643).

Una chiesetta molto antica nella via dell’Anticaglia, di patronato delle famiglie Muscettola e Granata, dedicata al Salvatore, fu ridedicata alla Santa Vergine della Vittoria, quando fu ceduta alla congregazione laicale dei cetrangolari.

Un’altra alla Giudecca Vecchia, nella stessa zona, fondata nel 1520 e intitolata a San Nicola e detta degli Scotti, dal nome del fondatore, fu concessa ai confratelli della congregazione precedentemente citata, che dopo il 1571 ne modificarono l’intitolazione in Santa Maria della Vittoria, e altre tre chiesette nella zona alle falde della collina di san Martino, verso la porta di Chiaia, nella zona conosciuta come Poggio delle Mortelle.

Una accanto ad un conventino carmelitano con annesso un ospedale, dedicato a Santa Maria della Vittoria e fondato da don Giovanni d’Austria, che fu poi aggregato all’ospedale di san Giacomo degli Spagnoli, inglobato a sua volta, nel palazzo borbonico dei ministeri, oggi sede del Comune di Napoli.

L’ospedale fu trasferito e  nel 1613 e il convento ceduto al frate domenicano Feliciano Zuppardo che vi stabili in clausura ventinove terziarie domenicane spagnole provenienti dalle famiglie della nobiltà napoletana e dalla discendenza dei Vicerè, che ridedicò il complesso, a Santa Caterina da Siena.

Napoli – Monastero di Santa Caterina da Siena.

Ultima delle terziare domenicane spagnole, vissute nel monastero di Santa Caterina da Siena, fu una zia di mia madre, sorella di mio nonno Alfredo Fernandez, Suor Maria Mergherita Fernandez (1890-1977) che a noi nipoti e pronipoti dichiarava la gioia della sua scelta di monacarsi: era vissuta nel monastero dalla età di otto anni, prima come educanda e poi come monaca.

Suor Maria Margherita Fernandez, Terziaria Domenicana Spagnola.

Il complesso monastico, restaurato, oggi è sede di alcuni Istituti della Università Suor Orsola Benincasa.

Un’altra chiesa fu dedicata a Santa Maria della Vittoria, presso il mare, al Chiatamone, fondata nel 1573 nelle proprietà del marchese di Polignano da alcuni carmelitani che  la cedettero ai padri della Compagnia di Gesù che vi costruirono accanto un noviziato e  un’altra ancora, la chiesa dedicata a Santa Maria della Vittoria, alla marina di Chiaia, presso l’abbazia di Santa Maria a Cappella Vecchia, la attuale sede della ottima e benemerita comunità ebraica napoletana, fondata da donna Giovanna d’Austria ed oggetto di questo studio.

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La chiesetta di Santa Maria della Vittoria prospiciente il lato orientale della piazza omonima, il cui toponimo è riferito, come il titolo della chiesetta, alla vittoria della Lega Santa nella battaglia di Lepanto, oggi è incassata in un edificio post-unitario, frutto della ristrutturazione della zona e la realizzazione della nuova edilizia abitativa tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, e che conferisce al rione una chiara impronta liberty.

Napoli – Piazza Vittoria – Chiesa di Santa Maria della Vittoria – Prospetto attuale, dopo le trasformazioni della prima metà dell’800 e successive ricostruzioni e ristrutturazioni del rione fine ‘800 e inizio ‘900.

 

Cartografia napoletana – Mappa topografica della città di Napoli e de’ suoi contorni: 1775  (redatta intorno al 1750)- Autore Giovanni Carafa duca di Noja – L’area del Chiatamone.

Fu fondata il 19 aprile 1628 da donna Giovanna d’Austria che acquistò il terreno necessario per la costruzione della chiesa e di un annesso ritiro-convalescenziario per i Chierici Regolari Teatini, dove già esisteva una cappella dello stesso titolo con una casa carmelitana che fu abbattuta

La fondazione fu riconosciuta dall’allora arcivescovo di Napoli Francesco Boncompagni ( 1626-1641) sollecitato dalle lettere del re Filippo IV di Spagna (1621-1641) al vicerè di Napoli Antonio Alvarez de Toledo, duca d’Alba (1622-1629), divenendone protettore della fondazione

 

Ritratto di donna Giovanna d’Austria – Militello – Palazzo Branciforte.

Donna Giovanna d’Austria dotò il complesso di rendite e donativi che furono ratificati dalla figlia Margherita Branciforte principessa di Butera, unica sopravvissuta ad altre due figlie morte in tenera età.

Donna Margherita d’Austria Branciforte, nel 1646, restaurò la chiesetta che fu poi restaurata ancora dopo il terremoto del 1732.

La chiesa nel 1824 fu privata della facciata ed il complesso monastico, soppresso durante il decennio francese, fu trasformato in civili abitazioni.

La ristrutturazione dell’edificio al tempo di Margherita d’Austria Branciforte, fu affidata all’architetto  padre teatino Pietro Caracciolo (1628-1646).

Conserva ancora il portico di ingresso a tre fornici e la controfacciata interna.

Napoli – Chiesa dedicata a Santa Maria della Vittoria – Interno.

La chiesa a pianta quadrata, nel mezzo è sormontata da una cupola poggiata su quattro colonne di marmo nero.

L’interno contiene un dipinto di Massimo Stanzione (1585-1656)  raffigurante l’Annunciazione e una tela commissionata nel 1628 da donna Giovanna d’Austria che rappresenta la Santa Vergine che appare a don Giovanni d’Austria durante la battaglia di Lepanto, di autore ignoto.

Napoli – Chiesa di Santa Maria della Vittoria – Interno – Altare laterale – La Santa Vergine appare a don Giovanni d’Austria prima della battaglia di Lepanto, tela di autore ignoto.

Carlo de Lellis (cfr. Aggiute alla Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo), riporta la seguente iscrizione sul cartiglio al vertice dell’arco trionfale del maggiore Altare: TEMPLUM HOC QUOD IOANNA AUSTRIACA OB REPARATAM TANCTE VIRGINIS AUSPICIS AB IOANNE AUSTIACO PARENTE AD NAUPATU VICTORIAM INCHOAVERAT DOMINA MARGHARITA AUSTRIACA BRANCIFORTIS BUTERAE PRINCEPS MATERNAE PIETATIS ET IN CLERICOS REGULARES MUNIFICENTIAE HAERES ABSOLUIT ANNO SALUTIS MDCLVI.

Riporta anche il testo di altre due lapidi terragne, celebrative di personaggi titolari del patronato delle cappelle dove sono poste.

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Concludo ricordando la singolare storia della bandiera europea e della sua origine, mentre la Costituzione non nomina nel testo il richiamo alle radici cristiane dell’Europa.

Fu bandito un concorso e fu scelto il bozzetto presentato dal grafico Arsene Hetz alla apposita Commissione insediata presso il Consiglio d’Europa, nel 1950.

Esso si riferiva, all’insaputa della Commissione esaminatrice, alla Donna dell’Apocalisse (cfr. Ap. 12, 1) “…nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle…”

L’autore del bozzetto disse poi che si era ispirato alla Medaglietta Miracolosa che da sempre portava al collo.

Sta di fatto che il simbolo mariano che ricorda l’Immacolata Concezione, fu approvato dalla apposita Commissione presieduta da un belga, di religione ebraica, responsabile dell’Ufficio Stampa del Consiglio d’Europa, Paul M. G. Kevy, l’8 dicembre 1955, festa della Immacolata Concezione di Maria, festa cristiana che lui ignorava.

Nella Bibbia il numero 12 rappresenta l’unità nella diversità, la differenza di quanti si riconoscono nell’unico Signore e Creatore, in Tre Persone uguali e distinte.

Sulla bandiera europea  è simbolo di completezza: come i dodici segni dello zodiaco rappresentano l’intero universo, le dodici stelle rappresentano tutti i popoli dell’Europa, riuniti sotto una unica bandiera.

Il numero 12 è associato anche alla perfezione e alla unità e compare citato più volte nell’Antico e nel Nuovo Testamento; è in stretta relazione con il numero 3 (la Trinità di Dio) e vuole significare la ricomposizione della totalità divina; l’unità del popolo eletto attraverso il numero dei figli di Giacobbe.

Nel Nuovo Testamento è il nuovo Israele costruito da Cristo su i suoi discepoli.

Il richiamo alle radici cristiane dell’Europa non inserito nella Carta Costituzionale si annuncia nello sventolare della bandiera comunitaria: La Vergine Santa che costituì il solido baluardo contro i turchi a Lepanto è il nuovo baluardo a protezione dell’Europa cristiana contro l’islam.

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La chiesetta di Sant’Angelo “ad signum” sul decumano medio, ex voto dei napoletani per “la vittoria havuta…contra sarracini e mori”.

di Tino d’Amico


 

A mia moglie Pina.

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Nella seconda metà del ‘500, Napoli era suddivisa in diciannove parrocchie: quattro maggiori e quindici minori.

Le due parrocchie di San Giovanni Maggiore e di Sant’Arcangelo agli armieri si dividevano sei “grance” cittadine.

Sant’Angelo “ad signum” era una parrocchia minore, di beneficio antico su un edificio sacro risalente al V – VI secolo e, sorgendo in un crocevia, accanto al Seggio di Montagna,  probabilmente era una staurita.

Napoli – Via Tribunali (Decumano Medio o decumano maggiore) – l’ingresso della chiesetta di Sant’Angelo “ad signum”.

Durante il primo Sinodo della Chiesa di Napoli, iniziato da Alfonso Carafa (1557-1565), amministratore apostolico per conto dello zio Gian Pietro Carafa, papa Paolo IV (1555-1559), nel 1565, e concluso dall’arcivescovo Mario Carafa (1565-1576), il numero delle parrocchie napoletane fu notevolmente aumentato per l’accresciuto numero della popolazione cittadina, anche di immigrazione e per lo sviluppo  della Città fuori le mura, al tempo del viceré don Pedro di Toledo (1532-1553).

L’arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595) confermò il beneficio parrocchiale alla chiesa di Sant’Angelo “ad signum” e ad altre chiese, nel 1580, ma dichiarò profanate e fece demolire centosessantaquattro chiesette e cappelline sparse sul territorio.

Una successiva riforma delle parrocchie napoletane è del 1597 e l’arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603) confermò ulteriormente il beneficio parrocchiale alla chiesetta.ì che nella Santa Visita dell’arcivescovo Francesco Pignatelli (1686-1691) eletto papa Innocenzo XII (1691-1700) risulta censita tra le parrocchie.

….Tra nuove ed antiche parrocchie, scrive F. Strazzullo (cfr. Edilizia ed urbanistica a Napoli dal ‘500 al ‘700, Napoli 1968), si ebbero, al tramonto del XVI secolo trentasette parrocchie….

Il beneficio parrocchiale rimase confermato alla chiesetta almeno fino agli anni del governo di Bernardo Tanucci (1752-1783): la chiesetta nel 1790 fu assegnata alla Confraternita  del SS. Ecce Home in Porto che si intitolò Reale Arciconfraternita del SS. Ecce Homo in porto in Sant’Angelo a Segno, come si legge sulla facciata.

Negli anni del primo Sinodo della Chiesa di Napoli,  nel 1560, Pietro de Stefano dava alle stampe la sua Descrttione  dei luoghi sacri della città di Napoli. e Cesare D’Engenio Caracciolo ( ? – 1650 )  pochi anni dopo incominciava la stesura della sua Napoli Sacra, data alle stampe nel 1623, entrambi gli autori citano la chiesetta come “una delle antiche parrocchie di Napoli, e oltre al parrocchiano, quivi sono un chierico, e diciannove preti detti confrati, i quali accompagnano li morti della parrocchia”.( cfr. C. D’Engenio Caracciolo).

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Entrambi gli autori raccontano  la probabile origine della chiesetta in un voto dei napoletani durante un assedio alla Città da parte di “sarracini e mori” che secondo il de Stefano conquistarono la porta Ventosa, che si apriva verso il mare e che  sarebbe durato da una data imprecisata del mese di giugno, fino al 28 di gennaio di un anno imprecisato del VI secolo ed entrambi forniscono  una spiegazione della origine dell’identificativo “ad signum” , traendo le scarse notizie, dalla Chronica di Partenope e dalla tradizione orale legata anche ad un  Libellum Mirolorum di Sant’Agnello Abate (535-596), il primo, e dalla lapide apposta accanto all’ingresso, il D’Engenio Caracciolo.

Secondo quest’ultimo, “…sarracini e mori vennero con potente armata per pigliar Napoli, et presero la Porta Ventosa quale era dove al presente sta Sant’Angelo a Nido, et quella tennero vittoriosamente dal mese di giugno fino alli vint’otto di gennaro, gran ruina di napolitani e deli suoi convicini…”

I “saraceni” che poi non erano saraceni, entrarono in Napoli attraverso la porta detta Ventosa che allora si apriva, secondo Antonio Sorrentino (cfr. un suo contributo del 1909) nell’antemurale che difendeva la murazione più antica della Città a sud, dalla parte del mare, secondo altri scrittori, entrarono in Città attraverso la porta detta di Donnorso che si apriva circa dove ora è piazza San Domenico Maggiore, ma è singolare la possibile ubicazione della porta, dove poi fu costruita la chiesa di Sant’Angelo a Nido, anche essa intitolata all’Arcangelo Michele.

Planimetria di Napoli greco-romana, elaborata da Bartolommeo Capasso – Si evidenza nella parte alta il sito dell’eremo di San Gaudioso, sull’agorà, di cui fu abate Sant’Agnello, il luogo della chiesetta di Sant’Angelo “ad signum” sul decumano medio e il sito della porta detta “ventosa” sulla murazione.

Bartolommeo Capasso (1815-1900), nella sua ricostruzione planimetrica di Napoli nel periodo greco-romano, (cfr. Napoli grco-romana, Napoli 1905), pone la porta detta Ventosa, a sud presso il mare, al termine di un corridoio difensivo ricavato nella murazione, collegata alla porta detta Puteolana, aperta dalla parte alta del decumano medio, nell’area della attuale piazza San Domenico Maggiore, attraverso un tratto di un cardine parzialmente ridisegnato, l’attuale strada di Mezzocannone.

I napoletani guidati da un tal “Giacomo della Marra, cognominato Trono”, ricacciarono i “saraceni” verso il mare grazie all’intervento inaspettato, insperato, improvviso dell’Arcangelo Michele apparso nel luogo dove già esisteva la chiesetta e dove poi, sull’ingresso, per ricordare il miracoloso intervento sollecitato dalle preghiere dell’eremita Agnello Abate del monastero di San Gaudioso, fu posto un chiodo di bronzo confitto in una pietra bianca, sistemata poi, senza più il chiodo, nell’800, quando l’edificio fu oggetto di un restauro ricostruttivo, nel secondo scalino della gradinata di accesso.

Napoli – Il decumano medio (via Tribunali) – Nell’angolo sinistro è visibile il cancello di ingresso alla scalinata della chiesetta di Sant’Angelo “ad signum”.

Accanto all’ingresso fu posta, la lapide che ricorda l’evento, probabilmente nei primi anni del ‘600, dopo la riconferma del beneficio parrocchiale da parte dell’arcivescovo di Capua, perché essa è riportata dal D’Engenio Caracciolo che riferisce il nome del sovrano regnante del tempo, Filippo IIII di Spagna, ma non è riportata dal de Stefano e, posta in occasione di una possibile restauro di fine ‘500 alla chiesetta, confermato dalla presenza di opere d’arte del periodo, fu modificata in corso d’opera nella seconda metà del ‘600, riferendo nel testo il nome del sovrano regnante, Carlo II, successore del primo,  e che vado a riportare:

D. O. M.  /  CLAVUM AEREUM STRATO MARMORI INFIXUM. DUM JACOBUS DE MARRA COGNOMENTO TRONUS E  /  SUIS IN HYRPINIS, SAMNIOQ. OPPIDIS COLLECTA MILITUM MANU,  /  NEAPOL, AB AFRICANIS CAPTAE SUCCURRIT, SANTOQ. AGNELLO, TUNC ABBATE  /  DIVINO NUTU, AC MICHAELE DEI ARCHIANGELO MIRE INTER ANTESIGNANOS PRAEFULGENTIBUS,  /  VIVCTORIAM VICTORIBUS EXTORQUET, FUSIS ATQ. EX URBE EIECTIS PRIMO IMPETU BARBARIS,  /  ANNO SALUTIS CCCCCLXXIIII CAELESTI PATRONO DICATO TEMPLO,  /  ET LIBERATORIS GENTILITIO CLYPEO CIVITATISINSIGNIBUS DECORATO,  /  AD REI GESTAE MEMORIAM UBI FUGA AB HOSTIBUS CAEPTA EST MORE MAIORUM  /  EX S. C. P. P. C. C. DENUO CAROLO II REGNANTE ANTIQUAEVIRTUTI PRAEMIUM  /  GRATA PATRIA P.

L’appellativo “ad signum” deriverebbe da questo chiodo confitto nella pietra, secondo l’uso romano antico, per trasmettere ai posteri la memoria di un evento straordinario.

La storia raccontata sulla lapide così come trascritta dal D’Engenio Caracciolo contiene inesattezze storiche e temporali e alcune discrepanze relativamente al testo inciso nel marmo.

Napoli – Chiesa di Sant’Angelo “ad signum” – La lapide posta nei primi anni del ‘600 in cima alla scalinata, accanto all’ingresso della chiesa, che riferisce la storia del miracoloso intervento dell’Arcangelo Michele per le preghiere dell’abate Antonio.

La chiesetta, fondata certamente in età ducale, accanto all’antico Seggio detto di Montagna, la cui presenza è confermata da un diploma del 1022 di Enrico II detto il Santo (973-1024) imperatore del Sacro Romano Impero dal 1002 al 1024, che elenca i beni del monastero benedettino di Santa Sofia di Benevento, riportato da Ludovico Sabbatini D’Anfora (cfr. Il vetusto Calendario Napoletano nuovamente scoverto, Napoli 1745).

La chiesetta è citata come S. Michaelem de’ Sessola cum omnibus pertinentiis suis, perché faceva  già parte di beni della chiesa di Santa Croce de’ Sessola, ed è citata anche in un documento successivo, del 1102, è più specificatamente definita…in civitate Neapolitane ….S. Michaelis Arcangeli in toccuta, e più avanti ancora, nello stesso documento è definita in tocco, perché attaccata al Seggio detto di Montagna e i Seggi napoletani, erano detti anche Tocchi.

La chiesetta sulle immagini cartografiche antiche appare inserita tra l’edificio nuovo del Seggio, realizzato nel 1419 e il portico detto  de’ Barbati, le cui tracce sono ancora visibili.

Il Seggio detto di Montagna o di Somma piazza, perché posto nella parte alta della Città era detto anche de’ Francini, perché la antica sede era presso le case di questa famiglia e fu definitivamente stabilito tra via San Paolo e la chiesa di Sant’Angelo “ad signum”.

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La storia scolpita nel marmo attualmente sistemato in cima alla scalinata accanto all’ingresso della chiesetta, contiene imprecisioni cronologiche ed agiografiche, giustificabili per la scarsa conoscenza nel XVI secolo della storia e il testo riportato dal D’Engenio Caracciolo, nella parte conclusiva, cita il nome di un altro sovrano felicemente regnante al tempo della redazione della sua Napoli Sacra: Filippo IV. Probabilmente il nome di quest’ultimo fu scalpellato e sostituito con quello di un  altro sovrano, Carlo II.

Aniello Langella (cfr. La chiesa di Sant’Angelo a segno in Vesuvioweb, Napoli 2015)      traduce così la lapide posta accanto all’ingresso della chiesetta:

A Dio Ottimo Massimo – Un chiodo di rame infisso in una lastra di marmo. Mentre Jacopo de Marra soprannominato Trono, raccolta una schiera di soldati dalle sue città in Irpinia e nel Sannio, venne in soccorso di Napoli presa dagli africani e grazie a Sant’Agnello, allora abate per volere divino, e all’Arcangelo Michele meravigliosamente splendenti tra quelli in prima fila, sottrae la vittoria ai vincitori. Dopo che i barbari sono stati battuti e scacciati dalla città al primo assalto, nell’anno della salvezza 573, dedicato un tempio al celeste protettore e decorato lo scudo gentilizio del liberatore con le insegne della città, a memoria dell’impresa dove la fuga fu iniziata dei nemici, secondo il costume degli antenati , per decisione del senato a spese pubbliche, per decisione della curia, regnando per la seconda volta Carlo II, la patria grata pose come premio per l’antico valore.

La trascrizione della lapide riportata a stampa nel 1623 da Cesare D’Engenio Caracciolo è difforme dal testo della lapide ancora esistente accanto all’ingresso della chiesetta.

Nella parte terminale il nome di Filippo IIII (1621-1665) fu scalpellato e sostituito con quello di Carlo II (1665-1700), successore del primo forse al termine di un  restauro al tempietto, concluso dopo la rivoluzione di Masaniello e la fondazione della Reale Repubblica Partenopea (1647-1648).

Domenico Antonio Parrino (1642-1708) cita la lapide (cfr. Napoli città nobilissima, antica e fedelissima, Napoli 1700): “…..ed oggi vi si vede con epitaffio, nuovamente posto, ch’esprime tutto…”

La traduzione così come fornita da Aniello Langella, trae in inganno : regnado per la seconda volta Carlo II la patria grata pose come premio per l’antico valore.

A mio avviso il testo andrebbe letto così: ….per decisione della curia , nuovamente,  Carlo II regnando, l’antico valore a premiare grata la patria pose….”, ponendo ordine alla punteggiatura carente.

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Napoli fu soggetta, poi, a diverse invasioni barbariche e assedi:  nel 459 fu assediata ma non espugnata per la possente murazione da poco costruita per contenere l’ampliamento della Città, da Valentiniano III (419-455) dai vandali di Genserico (400-455) che saccheggiarono le città costiere della Sicilia e del Mediterraneo occidentale, muovendosi da Cartagine, da essi occupata nel 439, dopo che si erano stabiliti, dalla penisola Iberica in Africa ( ì sarracini e i mori della lapide ? ) ma non certamente dai saraceni  nella metà del V secolo: I califfi cominciarono la espansione nel Mediterraneo dalla Tunisia  occupando la Sicilia nell’827 (cfr. il califfato di Agropoli, in: Info Cilento 7.2.2015), molto dopo la morte di Maometto ( ? – 632 ).

Tra il 536 e il 543, invece, ci fu la guerra gotica durante la quale Napoli fu assediata dai goti, (i barbari ?) che la occuparono e fu poi fu rioccupata da Belisario (500-565) e  successivamente per un breve periodo dagli ostrogoti di Totila (516-552), per ritornare definitivamente ducato bizantino con Narsete ( 478-573).

Napoli era ormai ducato bizantino e tale rimarrà per i successivi sei secoli.

La Città subì ancora vari assedi: da parte dei longobardi, dei franchi, e dall’VIII secolo da parte dei longobardi del ducato beneventano guidati da Sicone ( ? – 832), i quali si impadronirono delle reliquie del corpo di San Gennaro.

I saraceni insediatisi nel kastrum bizantino di Agropoli dall’827 (cfr. il califfato di Agropoli…op. cit) furono a Napoli, ma come alleati dei dogi bizantini contro i beneventani.

Nel 544 (la data segnata sulla lapide) Napoli era bizantina  e fu coinvolta  a diverso titolo nelle ultime fasi della guerra gotica, con l’arrivo degli ostrogoti di Totila.

Forse gli assedianti/occupanti le fortificazioni intorno alla porta detta Ventosa furono proprio gli ostrogoti (i barbari citati nel testo).

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La fonte più antica che racconta dell’intervento di Agnello durante l’assedio alla Città, è un Libellum Miracolorum del X secolo, attribuito ad un suddiacono della Chiesa di Napoli, un tal Pietro.

Agnello divenne abate del monastero sulla collina di Caponapoli, fondato da Gaudioso di Abitine ( + 453 circa) in fuga dall’Africa per l’invasione dei vandali, monastero che sorgeva sull’agorà della Città, poco lontano dal luogo dove fu fondata la chiesetta.

Napoli – Chiesa di Sant’Agnello a Caponapoli, dove era l’eremo di San Gaudioso, poi retto da Agnello.

La leggenda narra che nel “553, l’esercito bizantino e quello degli ostrogoti, comandati da Teia, il successore di Totila, si scontrarono nei pressi della Città. I napoletani terrorizzati si rivolsero ad Agnello, ormai popolare, chiedendogli aiuto; e Agnello li rassicurò dicendo che la Città sarebbe stata risparmiata. La battaglia si concluse con la sconfitta degli ostrogoti e la morte di Teia. Napoli era salva. Per esprimere la  gratitudine nei confronti di dell’abate Agnello, il popolo volle sistemare una sua statua presso la chiesetta di Santa Maria Intercede. Non si era mai visto nulla di simile per una persona ancora vivente. Ma quello giustamente imbarazzato la fece poi abbattere…Nell’821 la città venne assediata dal longobardo Sicone che non riuscì ad espugnarla grazie all’intervento di Agnello e dell’Arcangelo Michele che apparvero sugli spalti delle mura terrorizzando gli assalitori. In ricordo di quell’avvenimento si comincerà a rappresentare il Santo con lo stendardo in mano, come nel busto reliquiario settecentesco….custodito nella cappella del tesoro di San Gennaro…Fino ad allora il suo culto non era liturgico, come testimonia l’assenza del suo nome dal Calendario Marmoreo del IX secolo…” (cfr. Alfredo Cattabiani, Santi D’Italia, BUR, 1999).

Per la storia i barbari non riuscirono ad entrare in Città nemmeno durante un tentativo dei longobardi nel 592, grazie alla organizzazione della difesa cittadina del Tribuno Costanzo inviato dal Papa Gregorio Magno (590-604) che tentava di sottrarre alla autorità bizantina Napoli: i napoletani rifiutarono ogni possibile protezione pontificia, optando per la autonomia del ducato.

Sulla facciata c’era una lapide, andata smarrita, ma riportata da Giovanni Antonio Summonte ( sec. XVI-1602) in: Historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1749:

HUIUS CORPUS SUB ARA CONDITUM   /  PIE VENERATUR A NEAP.  /  ANNO CCCCCXXXXIV  /  VIII KAL. JANUARI REGNANTE MAURITIO TIBERIO  /  ET BEATO GREGORIO  /  ROMANAE SEDIS PON MAX NEX NON FORTUNATO  /  EPISCOPO NEAPOLITANO  /  BEATUS ANELLUS AD CELESTIA  /  REGNA MIGRAVIT.

Questa lapide forse proveniva dalla cripta dell’oratorio del cenobio dedicato alla Santa Vergine, dove fu sepolto Agnello, andato distrutto nell’incendio del monastero di san Gaudioso il 21 febbraio 1799.

Napoli – Monastero “Regina Coeli” – Quello che resta dell’antico eremo di San Gaudioso, dopo l’incendio del 1799.

Il Summonte riferisce anche della apparizione della Santa Vergine con Agnello, con le mani protese su Napoli in segno di protezione, durante i riti di sepoltura del Santo.

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La storia dell’intervento di Agnello in difesa di Napoli durante l’assedio del 553, o dell’891, è scolpita su uno dei quattro pannelli lignei superstiti, degli otto, realizzati da Pietro Provedi (1562-1623) per l’Oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli. (cfr. Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli superstiti per l’Oratorio di San Gennaro del tesoro vecchio di Napoli….in: il blog di Tino d’Amico  tinodamico.Wordpress.com).

Il Provedi rappresentò un momento dell’assedio, ambientando la scena dalla parte della fortezza detta lo sperone,  presso la chiesa del Carmine, non esistente al tempo dell’evento narrato, perché costruita molto dopo, sul mare, alla fine del XIV secolo.

Napoli – La fortezza detta “dello sperone” nei prwessi della chiesa del Carmine, così come appariva prima che fosse abbattuta nei primi anni del ‘900.

Fu demolita nei primi anni del ‘900, e la scena rappresentata sul pannello, confrontata con le scarse immagini del luogo, cartografiche e fotografiche, riporta il tratto della murazione cittadina come appariva alla fine del ‘500.

 

Pianta della città di Napoli disegnata dal LAFREY nel 1566, con il sistema difensivo disegnato da Giuliano da Majano nell’area dello “sperone”

Provedi rappresentò in primo piano gli assalitori, atterriti dalla apparizione di Agnello, su una nube, con il Vessillo della Croce, accompagnato da un gruppo di Angeli in armi; pose, poi nel secondo piano scene degradanti di battaglia sugli spalti della murazione e sullo sfondo tratti ancora della murazione con la chiesa del Carmine e il suo antico campanile e, più oltre la cupola della chiesa di San Pietro Martire.

Pose a fare da collegamento tra cielo e terra l’asta di una bandiera che dalle mura cittadine sembra voler penetrare la nube per confermare la tempestività e la concretezza dell’intervento divino nella battaglia, raccordando il trascendente con il concreto.

Napoli – Duomo – Cappella dello Spirito Santo, reliquiario del duomo di Napoli – La portella lignea di Sant’Agnello Abate, scolpita da Pietro Provedi.

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Della antica chiesetta paleocristiana non resta più nulla, essendo stata restaurata, ma più esattamente, totalmente ricostruita in stile neoclassico nel 1825, su progetto dell’architetto Luigi Malesci (1774-1853) che dopo la restaurazione borbonica (1815),    fu presidente della Accademia di Belle Arti di Napoli,  e restaurò e rese neoclassiche diverse chiese napoletane ed ebbe interessi professionali verso gli aspetti architettonici  e urbanistici che lo portarono ad avere un ruolo di grande prestigio nell’ambito del Consiglio Edilizio di Napoli nel 1839 (cfr. Wikipedia).

Il suo linguaggio formale  fu in sintonia con la cultura artistica napoletana di primo ottocento, con Niccolini (1772-1850) soprattutto, rispettoso della tradizione figurativa tardo settecentesca ma aperto al rinnovamento semantico degli stilemi di età classica che  fu la causa di un restauro non conservativo ma piuttosto distruttivo e ricostruttivo.

Dell’antico edificio resta l’aula trasformata in interno neoclassico, e la scaletta che porta all’ingresso costretta, costretta tra la antica struttura del Seggio detto di Montagna, trasformato in esercizio commerciale e le individuabili strutture del portico de’ Barbati.

Ingresso della chiesa di Sant’Angelo “ad signum” – Ai lati resti del portico de’ Barbati e del Seggio di Montagna

I quadri che decoravano il tempio e ogni altro asportabile, è stato trasferito negli anni sessanta del passato secolo nei depositi del Museo di Capodimonte: la pala dell’Altare Maggiore che rappresenta l’Arcangelo Michele, attribuita a Francesco Pagano (+1506); una Madonna di Loreto di scuola fanzaghiana; La tela della Circoncisione di Gesù di Simone Vouet (1590- 1649),  del 1622 attualmente esposta nelle sale del Museo;

Napoli – Pinacoteca Nazionale di Capodimonte – Simone Vouet, la Circoncione di Gesù – quadro proveniente dalla chiesetta di Sant’Angelo “ad signum”.

la tela della Vergine che incorona Santa Teresa, di Luca Giordano (1634-1705); una tela della Vergine di Giacomo Cestaro (1718-1778); Cristo tra i dottori di scuola del de Ribera (1591-1652); San Tommaso di Canterbury della scuola del Balducci (1560-1631) una Santa Rosa di Giuseppe Simonelli (1650-1710); una Vergine che allatta il Bambino di Luca Giordano.

Esisteva un fonte battesimale e, nel postergale dell’Altare maggiore, una sacra olea decorata con un pannello cinquecentesco con Angeli a bassorilievo; un pavimento maiolicato scomparso e i due altari laterali…rotti recentemente.

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Giovanni Antonio Alvina (cfr. Catalogo di tutti gli edifizi sacri della città di Napoli e suoi sobborghi entro il 1643), riferendo la antichità del beneficio parrocchiale reale, racconta anche di un miracolo avvenuto nella chiesetta: “…non si deve tralasciare in silentio uno stupendo miracolo successo in questa chiesa, raccontato da Giuliano Passero nei suoi “Annali” , nell’anno 1508, e fu questo: a’ 2 aprile del detto anno, Giovedì Santo, essendosi acceso il fuoco nel Sepolcro di Nostro Signore fatto in questa chiesa, la notte consumò ogni cosa sino al velo che copriva il calice, qual divenne tutto negro, restando il Santissimo Sacramento illeso, il che fu cagione di gran spavento a tutta la città concorrendovi numerosissima gente il venerdì seguente, a vedere tanto miracolo…”.

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La chiesetta fu concessa in comodato d’uso dopo il 2011, ad una compagnia di teatranti che la trasformarono in teatrino rionale e a motivo degli scadenti spettacoli non adatti ad un luogo dichiarato sconsacrato, ma che la presenza dell’Altare rendeva comunque sacro, il contratto è stato revocato e il luogo chiuso nuovamente.

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La chiesetta napoletana di San Francesco de’ cocchieri e l’ex voto dipinto sulla facciata.

di Tino d’Amico

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A mio nipote Leonardo

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La chiesetta di San Francesco, fu fondata nel 1628, come riferisce una lapide posta al suo interno, dalla corporazione dei cocchieri napoletani, che aveva la sua sede originaria nella chiesetta ugualmente intitolata a San Francesco d’Assisi, fondata nel 1587, ma sita al vico lungo San Matteo, ai quartieri spagnoli.

La antica sede della corporazione fu quasi subito ceduta ai frati francescani che a loro volta la vendettero ai complateari nel 1588 ed in essa si stabilì un’altra corporazione, quella di San Matteo, che era allocata nella chiesa di Santa Maria del Carmine al largo Concordia, fondata nel 1556.

Questi ultimi curarono la trasformazione barocca dell’edificio che dovettero però abbandonare perchè l’arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo (1596-1603) dichiarò la chiesa Parrocchia.

La corporazione dei cocchieri, ridottasi nel numero, trasferì la propria sede in un ambiente sottostante un antico edificio nello slargo interno della porta di San Gennaro, che trasformarono nella attuale chiesetta.

Napoli – Chiesa di San Francesco de’ cocchieri – Lapide commemorativa della sua fondazione.

Porta San Gennaro, la più antica delle porte cittadine, che già sul finire del X secolo, al tempo delle invasioni saracene, era così chiamata perché da essa partiva l’unica strada verso la catacomba cittadina e l’area cimiteriale della Sanità, trasferita poco oltre, e aperta sulla murazione aragonese, circa nella attuale area occupata dalla fortificazione d’angolo (la caserma Garibaldi), nella seconda metà del ‘500 fu trasferita e ricostruita dove è attualmente, senza le torri laterali e risultò poi soffocata  dalle costruzioni settecentesche.

Napoli – Porta San Gennaro.

Lo slargo retrostante, quasi subito, fu oggetto di un processo di urbanizzazione, a carattere prettamente religioso per la presenza dell’ospedale di Santa Maria del Popolo degli incurabili, fondato dalla Venerabile Maria Longo, delle fabbriche chiesastiche e conventuali ad esso legate; Santa Maria de’ Bianchi, sede della confraternita fondata da San Giacomo della Marca nel 1473; le chiese della Monaca di Legno e della Riforma, fondate anch’esse dalla Venerabile Maria Longo; la chiesa ed il Protomonastero di Santa Maria di Gerusalemme delle Clarisse Cappuccine (le Monache Trentatrè).

L’ingresso della chiesetta,  che risulta incastrato nella antica costruzione, avviene attraverso un portale di piperno, con timpano triangolare spezzato che sopporta la edicola con le campane a sua volta sormontata da un timpano semicircolare.

L’interno è un’ampia aula rettangolare coperta da volta a botte decorata con stucchi ottocenteschi di poco conto; nel presbiterio c’è ancora l’antico Altare e lungo le pareti della unica navata furono eretti nel tempo alcuni Altari separati da paraste di stucco che sopportano arconi a tutto sesto, anche essi di stucco.

Sugli Altarini ci sono immagini seicentesche, dipinte a fresco.

La chiesetta è stata oggetto di restauro nell’ambito degli interventi di recupero del patrimonio culturale, nel 2004.

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L’origine del patrocinio di San Francesco d’Assisi a favore dei cocchieri e degli iscritti a questa antica corporazione napoletana, è nell’episodio narrato da San Bonaventura da Bagnoregio (1217 circa 1274 ) nella Legenda Maior scritta intorno al 1260, che racconta i tratti essenziali della vita e della figura del Santo di Assisi, al cap. IV, 4 (cfr. Fonti francescane, Legenda Maior, traduzione e revisione di Simpliciano Olgiati):

Assisi – I tuguri di Rivotorto.

…Nel periodo in cui i frati dimoravano in questo luogo (Tugurio del Rivotorto, presso Assisi – nda), una volta il santo si recò ad Assisi,…..l’uomo a Dio devoto, secondo la sua abitudine, passò la notte a pregare Dio, in un tugurio situato nell’orto dei canonici, lontano con il corpo dai suoi figli. Ma ecco, verso la mezzanotte – mentre alcuni frati riposavano e altri vegliavano in preghiera – un carro di fuoco di meraviglioso splendore entrò dalla porta della casa e per tre volte fece il giro dell’abitazione; sopra il carro si trovava un globo luminoso, in forma di sole, che dissipò il buio della notte.

Assisi – Sacro Convento – Chiesa superiore di San Francesco – Giotto: San Francesco che appare ai frati in Rivotorto, sul carro di fuoco.

Furono stupefatti quelli che vegliavano; svegliati e, insieme atterriti quelli che dormivano. E non fu meno grande la chiarezza provata nel cuore che quella vista con gli occhi, perché, per la potenza della luce miracolosa, fu nuda la coscienza di ciascuno davanti alla coscienza di tutti. Tutti reciprocamente videro nel cuore di ciascuno e tutti compresero, con un solo pensiero, che il Signore mostrava loro il padre santo, assente con il corpo, ma presente in spirito, trasfigurato in tale effigie, illuminato di celesti splendori e infiammato di celesti ardori per soprannaturale potenza, sopra quel carro di luce e di fuoco, per indicare che essi dovevano camminare, come veri israeliti, sotto la sua guida, poiché egli era stato eletto da Dio, come un nuovo Elia, ad essere cocchio e auriga degli uomini spirituali….”

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La scelta del luogo dove fondarono la nuova chiesetta della corporazione, agli inizi del 1600, alla fine della strada di accesso all’ospedale, fu forse indirizzata dalla presenza dei Frati Francescani  Cappuccini che, venuti a Napoli nel 1529/30, già dal 1536 curavano l’assistenza spirituale dei ricoverati dell’ospedale di Santa Maria del popolo degli incurabili 

Napoli – Via Maria Longo – La chiesetta di san Francesco de’ cocchieri.

fondato sulla collina di Caponapoli dalla nobildonna catalana Maria Requenses vedova Longo (1463-1549), nel 1497 e con bolla pontificia Paolo III,  del 10 gennaio 1538, erano stabiliti nella assistenza spirituale anche della Clarisse Cappuccine, Ordine religioso femminile fondato dalla stessa Venerabile Maria Longo con autorizzazione dello stesso Papa Paolo III (1534-1549), con bolla pontificia del 19.2.1535, nel monastero che sorge nei pressi dell’ospedale, accanto alla chiesetta di Santa Maria in Gerusalemme.

Lo stesso Papa con bolla pontificia del 30.4.1536, stabili il numero delle Monache che il monastero poteva ospitare: 33, come gli anni di vita terrene di nostro Signore Gesù Cristo.

Le Monache Trentatrè, come sono comunemente identificate, si trasferirono nel protomonastero  napoletano di Santa Maria in Gerusalemme, nel 1538.

Maria Lorenza Requenses vedova Longo (1463-1542), fondatrice dell’Ordine religioso femminile delle Clarisse Cappuccine (Monache Trentatrè), sepolta nel protomonastero napoletano di Santa Maria in Gerusalemme – Venerabile dal 9 ottobre 2017.

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L’ex voto generalmente è un oggetto di varia forma e natura, donato per una grazia chiesta e ricevuta.

E’ un oggetto della vita comune; può avere forma antropomorfa; spesso è una tavoletta dipinta che rappresenta l’intervento divino tramite l’intercessione del Santo invocato, in favore del fedele e reca sovente una didascalia che riporta con la data dell’evento miracoloso, anche il nome dell’offerente e una breve narrazione dell’evento stesso.

L’ex voto che fu dipinto sulla facciata dell’edificio sovrastante la chiesetta, ormai quasi non più leggibile, rappresentava un evento miracoloso: lungo la rampa di accesso all’ospedale degli incurabili, via Maria Longo, agli inizi del 1600, o forse negli anni alla fine del secolo precedente per cui poi la scelta del luogo dove costruire la chiesetta, potrebbe essere legata al voto, i cavalli che trainavano una carrozza signorile, improvvisamente imbizzarrirono.

Il cocchiere invano tentò di fermarli e, temendo per la propria vita e per quella del passeggero, invocò l’aiuto di San Francesco d’Assisi.

I cavalli immediatamente tornarono al passo e cocchiere e viaggiatore, scampati da morte sicura, fecero dipingere sulla facciata l’ex voto che ritraeva San Francesco che afferrava i cavalli per le briglie e frenava la carrozza.

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La religiosità popolare, pur con i suoi difetti e limiti che prsenta, pur con gli elemeti magici e superstiziosi di cui può essere inquinata, contiene genuini valori umani e cristiani da non sottovalutare ne disperdere.

La religiosità popolare non si identifica certo con il cristianesimo, spesso anzi ne è la parodia e la contraffazione; non ne è neanche l’espressione più compiuta e più ortodossa, ma è cristianesimo così come è compreso, vissuto ed espresso dal popolo, con tutti i propri difetti che comporta (G.De Rosa).

L’episodio rappresentato sull’ex voto, avvenne alla fine del 1500 o agli inizi del 1600, e nella realtà napoletana il culto non è stato mai privativo, esclusivo del popolo e di gentarella da niente, essendo praticato anche dai re, dai grandi personaggi della cultura e della politica.

Napoli – Porta di San Gennaro – Slargo interno – quello che resta dell’ex voto oggetto di questo articolo.

Peccato che la testimonianza di un  intervento liberatorio che nella intenzione degli offerenti doveva restare nei secoli, oggi è quasi scomparso.

Sulla sinistra dell’ingresso della chiesetta di San Francesco de’ cocchieri, fu posta una edicola votiva dedicata a Sant’Antonio di Padova.

Napoli – Via Maria Longo – L’edicola  votiva di Sant’Antonio di Padova accanto all’ingresso della cappellina di San Francesco de’ cocchieri.

Il culto verso il Santo si stabilì a Napoli con i Frati Francescani Conventuali della basilica di San Lorenzo, sulla scorta di numerosi interventi intercessori presso Dio, a Lui attribuiti a Napoli e nel Meridione e legati, almeno a Napoli, alla antica e venerata immagine del Santo presente nel cappellone a Lui intitolato nella stessa basilica.

Culto che ricevette a Napoli un eccezionale sviluppo, per un intervento miracoloso che riguardò un giovane condannato a morte che fu graziato per la diretta intercessione del Santo, che si manifestò al vicerè di Napoli per perorarne la causa, affermando e garantendo la sua innocenza (cfr. fra Bonaventura De Cesare, Vita di Sant’Antonio di Padova, Napoli 1852).

Per lo straordinario evento miracoloso, qualche anno dopo, nel 1650, sant’Antonio di Padova fu ascritto tra i Compatroni di Napoli attribuendogli addirittura più importanza che non a San Gennaro.

La effige posta sulla facciata della chiesetta in un tempo successivo, e non legata alla storia narrata dal De Cesare, testimonia la venerazione popolare per i Santo… che fa tredici grazie al giorno.

Napoli – Porta di San Gennaro – Edicola votiva nel pilastro.

La venerata immagine della Santissima Vergine Maria, posta nella cappellina ricavata nel pilastro destro della porta di San Gennaro, fu posta per ex voto dai complateari,  per lo scampato pericolo, dopo la epidemia di colera del 1884, una delle tante che ha colpito Napoli, nel 1887.

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FONTI

Cesare D’Engenio Caracciolo, Napoli Sacra

Gennaro Aspreno Galante, Guida Sacra della città di Napoli

Marcello Erardi, Napoli vista attraverso gli scatti fotografici

Foto: Web.

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Un prezioso arredo liturgico del duomo di Napoli: il Crocifisso romanico franco-iberico

di Tino d’Amico

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A mia moglie Pina.

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Nel duomo di Napoli, qualche decennio fa, fu posizionato sul dorsale dell’Altare maggiore il Crocifisso monumentale di legno policromo della seconda metà del XII secolo, recentemente ricollocato al suo posto antico, nella cappella intitolata a Santa Maria, “la nova”, detta del Crocifisso o dell’Addolorata, la seconda della navatella di Sant’Aspreno, di antico diritto patronale della famiglia Caracciolo-Pisquizy.

Napoli – Duomo – La scenografica abside settecentesca con al centro il Cristo romanico posizionato sul dorsale dell’Altare.

Chi posizionò la grande Croce sul dorsale dell’Altare, lo fece con l’intento di ricreare un immaginario  assetto liturgico del duomo angioino, figurandosi  la sua collocazione sul fondo dell’abside, che invece non  contenne mai  un Altare, almeno  fino al 1599, quando l’arcivescovo Gesualdo ristrutturò la tribuna, trasferì l’antico Altare del ‘300 dal centro del transetto, nel presbiterio, modificando lo spazio liturgico che non contenne mai una Croce monumentale;  lo fece forse seguendo le indicazioni proposte dal teologo liturgista Ratzinger, Papa Benedetto XVI, in ordine alla interpretazione e applicazione della Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia. “…la Croce …dovrebbe trovarsi al centro dell’Altare ed essere il punto cui rivolgere lo sguardo tanto il sacerdote che la comunità orante. In tal modo seguiamo l’antica invocazione pronunciata all’inizio dell’Eucaristia: < Conversi ad Dominum – Rivolgetevi al Signore >. Guardiamo insieme a Colui la cui morte ha squarciato il velo del tempio, a Colui che sta presso il Padre in nostro favore e ci stringe nelle Sue braccia, a Colui che fa di noi un nuovo tempio vivente…” (cfr. Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia). 

Il grande Crocifisso ligneo, però, non si integrava con l’assetto liturgico settecentesco del presbiterio e, sapientemente, è stato ricollocato al suo posto originario, sostituito sul dorsale dell’Altare  con il prezioso parato liturgico  d’argento, disegnato da Paolo Posi.

Napoli – Duomo – Cappella Caracciolo-Pisquizy, interno dopo il riposizionamento al suo posto antico del grande,  miracoloso Cristo romanico.

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L’unico arredo esplicitamente richiesto per la celebrazione liturgica è la Croce, con una immagine ben visibile del Cristo Crocifisso, posta accanto all’Altare, per richiamare alla mente dei fedeli la passione salvifica del Signore.

La Croce, infatti, è sintesi di tutto il mistero pasquale: attraverso di essa viene rappresentata la passione di Cristo, il suo trionfo sulla morte e nello stesso tempo richiama alla mente dei fedeli la parusia cioè la seconda venuta trionfante di Cristo alla fine dei tempi (cfr. Apocalisse, 22,13).

Quando tra l’ XI e il XII secolo gli Altari cominciarono ad essere trasferiti dal centro dei transetti, o dal centro delle chiese, mancando i primi, nelle absidi, la Croce fu posta sulla Mensa, sul bordo posteriore, affiancata da una coppia di candelieri, oppure era una Croce astile posta a lato dell’Altare stesso, o un grande Crocifisso posto sulla parete dell’abside.

Di dimensioni monumentali, con Crocifissi di dimensioni superiori al naturale, le Croci erano anche collocate, all’interno delle chiese dell’ XI e XII secolo, in posizione di evidenza in corrispondenza dell’Altare maggiore o sulla sommità della porta di accesso allo jubè, elemento architettonico in uso nelle chiese gotiche d’oltralpe ed importato anche se in forme ridotte, nello stesso periodo, in alcune chiese abbaziali del nord d’Italia, con la funzione simile alle iconostasi delle chiese ortodosse, che separano la zona coro-presbiterio riservata al clero, dalla navata riservata ai fedeli.

Disegno che riproduce lo jubè della chiesa parigina di Saint-Etienne-du-Mont.

Sul piano rialzato  dello jubè, raggiungibile attraverso scale interne veniva posto anche l’Altare e l’ambone dal quale il diacono proclamava il Vangelo, dopo avere chiesto al sacerdote celebrante la benedizione, secondo la formula liturgica prescritta: Jube Domine benedicere, dalla quale deriva la denominazione della struttura, la cui origine remota è nella “tribuna di legno” rialzata da terra ed appositamente costruita presso le mura di Gerusalemme davanti alla “porta delle acque”, dalla quale lo scriba Esdra, lesse, davanti a tutti gli israeliti ritornati in Patria dopo l’esilio in Babilonia (445 a.C.), ivi radunati, il Libro della Legge. (cfr. Sacra Bibbia, Libro di Neemia: 8, 9).

Era anche prassi comune nel secolo XIII, collocare un grande Crocfisso sospeso nell’arco trionfale o comunque sopra l’Altare, appoggiandolo anche su una trave che attraversava l’arco trionfale nella sua ampiezza.

Allestimento liturgico che durerà almeno fino al secolo XV, con lo scopo di coinvolgere emotivamente i fedeli che indirizzavano la loro attenzione verso l’oggetto principale del rito, il memoriale della passione, morte e risurrezione, attraverso anche alcuni elementi iconografici, come l’emergere  del Cristo dalla Croce monumentale, per esempio, attraverso la postura delle gambe; attraverso la lettura iconologica della immagine stessa; la gamma cromatica che accentuava la struttura ossea del costato trafitto e teso nello spasimo; l’espressione del volto e i rivoli di sangue; la lucentezza delle vernici che sfiorate dalla scarsa luce delle candele contribuiva ad accentuare la drammaticità della immagine.

Disegno che ricostruisce  l’interno del duomo di Napoli al tempo della sua inaugurazione (1314). (disegno dal web)

Ma nel duomo di Napoli non ci fu mai uno jubè: l Altare trecentesco, fu sempre posto al centro del transetto. fuori dell’ abside, rivolto verso i fedeli, e vi rimase fino al suo trasferimento nel 1599, sull’abside il cui piano di calpestio risultava notevolmente rialzato e raggiungibile da una scalea, necessaria dopo la realizzazione della sottostante cripta di San Gennaro, e dopo il consolidamento della struttura  absidale compromessa dal terremoto del 1456 e dallo scavo indiscriminato del succorpo (cfr. Tino d’Amico, Le reliquie dei Santi Gennaro, Agrippino, Eutiche ed Acuzio nell’Altare del duomo di Napoli. Gli smarriti reconditori marmorei del IX secolo, in Il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com).

Sezione est-ovest sullo spazio sacro del duomo di Napoli, epoca di riferimento: metà del 1500 – Il transetto con al centro l’antico Altare e il piano dell’abside rialzato per la realizzazione della sottostante cripta di San Gennaro. (disegno di De Divitis).

Il coro fu a sinistra dell’Altare, negli spazi tra il secondo e terzo intervallo tra i pilastri della navata, trasferito poi, nell’intervallo tra i pilastri di sinistra di fronte all’ingresso della basilica cattedrale detta di Santa Restituta e ricollocato al centro della navata maggiore quando si cominciò la costruzione della cappella del tesoro di San Gennaro nei primi anni del ‘600, e vi rimase fino alla ristrutturazione dell’abside disposta dall’arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1753), dopo il disastroso terremoto in due fasi del 1731-32.

Il primo intervallo tra i pilastri di sinistra fu, almeno dopo il 1456, occupato da un pergamo, non l’attuale  e nel primo intervallo dei pilastri di destra, l’ arcivescovo Bernard III di Rodes (1368-1379) si fece costruire il dossello marmoreo per il suo trono.

Napoli – Duomo – L’area sacra: lo spazio sul transetto che conteneva l’Altare antico e il pergamo e il dossello del trono vescovile.

Le chiese erano costruite orientate ad est, come il duomo di Napoli, secondo la tradizione antica di indirizzare la preghiera liturgica verso il luogo da dove sorge il sole, verso il luogo escatologico di Cristo, Sole di giustizia.

Solo dopo il Concilio di Trento, nelle chiese, al Crocifisso, fu destinata una cappella posta possibilmente ad ovest (ovest è il luogo della tenebra, est è il luogo della luce) avulsa dall’Altare maggiore.

Ipotizzare il luogo del Crocifisso nel duomo di Napoli è arduo, anche perchè i vari crolli e ricostruzioni dell’edificio, sia per l’utilizzo di malte scadenti e fondazioni inadeguate (cfr. M. Gaglione, Crolli e ricostruzioni della Cattedrale di Napoli nel corso del trecento, Napoli, 2008) che per i terremoti che si susseguirono e provocarono situazioni di collasso della struttura (1293, 1349, 1456 e i successivi, i cui danni e ricostruzioni risultano documentati) determinarono la modifica dell’assetto liturgico interno dell’edificio.

Napoli – Duomo – Navata centrale – Il grande arco trionfale – Foto Luca D’Amore.

La sua probabile collocazione fu il grande arco trionfale, pendente da esso o fissato su una trave, e comunque posto ben in evidenza anche perchè esso conteneva, secondo un uso antichissimo, al suo interno, importanti reliquie della passione: un pezzo del legno della Santa Croce e una Spina della corona di nostro Signore Gesù Cristo, recuperate e trasferite poi nella cappella reliquiario del duomo (cfr. Tino d’Amico, La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “Vestibolo del Paradiso” in: Il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com).

Napoli – Museo Diocesano – Stauroteca detta “di San Leonzio” – Oreficeria palermitana o comunque meridionale della seconda metà del sec. XII, inizi del XIII. – Croce astile dei vescovi napoletani, contiene incastonato un frammento della Vera Croce.

 

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La Sacra Spina della Corona di nostro Signore Gesù Cristo, recuperata alla fine dell’800 dall’interno del dorso del monumentale Crocifisso della cappella Caracciolo-Pisquizy, oggetto di osservazione e studio nel 1932.

Gli atti della Santa Visita dell’ arcivescovo Decio Carafa (1615) riferiscono che il Crocifisso dei Caracciolo, era posizionato in antico, di fronte all’Altare maggiore “…praedicta capella erat situata per prius e conspectu altaris maioris ut relatum fuit…”;  esisteva , quindi, un  Altare del Crocefisso forse dedicato S. Pietro e Paolo, di fronte il dossello del trono vescovile, e la cappella che lo conteneva era di diritto patronale della famiglia Di Capua.

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Per tentare di tracciare un possibile percorso del Crocifisso all’interno del duomo angioino, occorre necessariamente un inciso sulla probabile committenza, fidandoci di quello che dice a tal proposito Francesco Ceva Grimaldi (cfr. della città di Napoli dal tempo della sua fondazione sino al presente , Memorie, Napoli 1857), che individua nella munificenza delle famiglie nobili napoletane, che contribuirono con offerte e donazioni di preziosi manufatti e arredi liturgici, ad accrescere la magnificenza dell’edificio ed in particolare riferisce del dono della famiglia Caracciolo-Pisquizy del monumentale Crocifisso, e gli atti delle Sante visite, degli arcivescovi Mario Carafa e Annibale di Capua, che riferiscono della presenza di altri Crocifissi lignei “grandi” all’interno della antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta, ma non citano il monumentale Crocifisso della famiglia Caracciolo-Pisquizy, inducendo ad ipotizzare la antica collocazione dei manufatti su Altari della antica cattedrale e quindi, anche la loro origine avulsa dal donativo dei Caracciolo-Pisquizy.

Napoli – Duomo – Antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta – Interno.

In particolare gli Atti della Santa Visita dell’ arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595) del 1582, riferiscono di un magno crocifixo ligneo ex relevio.

Il relatore degli Atti della Santa Visita si riferisce forse al Crocifisso dell’Altare intitolato a Sant’Agnello, nella stessa basilica cattedrale detta di Santa Restituta “…accessit ad visitandam altare S. Anelli constructum in parete iuxta cappella Santi Nicolai et Sancti Silvestri, et fuit repertum ibidem altare ex calce et lapidibus cum marmoreo lapide desuper, et est ycon magna tela dipincta cum immaginibus beatissimae Virginis et S.ti Joannis  et cum magno crucifixo ligneo ex relevio, et ad pedes predicti altaris sunt duo lapides marmorei cum imaginibus defunctorum…”,  un Altare innalzato tra due cappelle che certamente non poteva contenere una Croce monumentale con un Cristo Crocifisso che supera il metro e novanta di altezza, come il grande Crocifisso romanico del duomo, piuttosto un Crocifisso, antico, ma più piccolo: quello ora esposto nella quarta cappella a destra entrando nella basilica, cappella detta in antico di Santa Maria delle Tre Corone.

Napoli – Duomo – Antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta – Antico Crocifisso ligneo di autore ignoto, (del XIV secolo ?). 

Negli anni di riferimento della Santa Visita citata, andavano sotto il nome di cappella pure gli Altarini addossati alle colonne o appoggiati alle pareti delle navatelle e il relatore degli Atti della Santa Visita precedente, quella dell’arcivescovo Mario Carafa (1566-1576), nel descrivere le cappelle della basilica di Santa Restituta cita anche un altro Crocifisso di legno dipinto e di grandi dimensioni: nella cappella di S. Agnello, patronato di Ottavio Dentice, sull’Altare, c’ era un Crocifisso dipinto , di legno “….dictum altare fuit repertum com cona tela linea depicta et cum immagine Crucifixi depicta in legno…; ed un’altra cappella di patronato dei Capece, ed un’altra patronato dei de’ Uva,  esponevano sull’altare Crocifissi di legno.

il Crocifisso ligneo esposto nella cappella a destra entrando in basilica detta di Santa Restituta , negli Atti delle Sante Visite, non risulta citato.

Ritengo improbabile una primitiva originaria collocazione della grande Croce all’ interno della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, come elemento del suo corredo liturgico, per la sua mole, eccezionale, e poi perchè esso è presente in duomo già dall’inizio  della costruzione dell’edificio, come arredo liturgico offerto in dono prima dell’inaugurazione dell’ edificio (1314) e collocato accanto all’antico Altare trecentesco, alla sinistra, di fronte al dossello del trono vescovile, come prescrivevano le antiche norme liturgiche.

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La Croce monumentale del duomo di Napoli, proposta alla venerazione dei fedeli fin dagli anni della costruzione dell’edificio angioino, offerta come prezioso arredo liturgico, dono della potente famiglia Caracciolo-Pisquizy, aggregata fin dal XII secolo al patriziato napoletano del Seggio di Capuana, secondo F. Ceva Grimaldi (op. cit.), mancando documenti probanti la sua originaria collocazione, ritengo possa essere la Croce della Estaurita dedicata a Santo Stefano e detta “ad arcum”, trasferita e venerata temporaneamente nella cappella di patronato laicale della famiglia Caracciolo, nel vicolo Scassacocchi: la cappella dedicata a Santa Maria Assunta, detta “della bruna”, dove si facevano seppellire, luogo di aggregazione e simbolo di coesione familiare e radicamento sul territorio del Seggio di Capuana, dova la famiglia risiedeva da tempo ed erano concentrati i suoi interessi.

Napoli – Vicolo scassacocchi.

La Estaurita di Santo Stefano “ad arcum”, sorgeva nell’ angolo di vicolo Sedil Capuano, alla confluenza con il largo di Capuana, nel territorio del Seggio di Capuana: essa dava il nome al Sedile minore di Santo Stefano, che adiacente alla Estaurita,  insieme ad essa fu diroccato con l’avvento degli angioini, intorno al 1266, quando i seggi si dotarono di nuove sedi.

Veduta “a volo d’uccello” dell’area della cittadella vescovile, prima della realizzazione del duomo angioino – E’ cerchiato “l’arco” ed il Sedile di Capuana: al centro della piazza di Capuana si scorge il cavallo di bronzo simbolo del Sedile.

La Croce monumentale in essa venerata, forse per la sua prossimità, fu trasferita ed innalzata nella cappella di Santa Maria Assunta detta “della bruna”, patronato laicale dei Caracciolo, con l’inizio dei lavori di costruzione dell’ edificio angioino, il cui cantiere occupò l’ angolo di sud-est della cittadella vescovile, e trasferita poi, come arredo liturgico nel duomo, favorendo il permanere della radicata devozione verso l’ immagine  miracolosa del Crocifisso per le preziose reliquie che conteneva.

Napoli – Vicolo Sedil Capuano – Resti dell’antico Sedile.

Giovanni Antonio Alvina nel 1643 (cfr. Catalogo di tutti gli edifici sacri della città di Napoli e dei suoi sobborghi) così descrive la cappella dei Caracciolo “…Santa Maria “della bruna” alias de’ Caraccioli è una cappella grande molto antica edificata alla greca sita nella Regione di Capuana nel vicolo detto de’ scassacocchi per il quale si cammina verso il campanile di Santa Maria a Piazza, quale essendo quasi rovinata, si andava reparando gli anni addietro e lasciato i nome di Santa Maria “della bruna” si chiamava la chiesa del Santissimo Crocefisso per esservi una immagina molto antica di un Crocefisso miracoloso…”

Napoli – Vicolo scassacocchi, la ristrutturata cappella di Santa Maria di Mezzagosto, patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy.

La cappella nel ‘600 fu denominata Santa Maria di Mezzagosto (cfr. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli sacra, Napoli 1623): “….nella strada de’ Piscicelli (vico scassacocchi nda.) nel medesimo luogo…Santa Maria di Mezzagosto. Di questa antichissima cappella non diremo altro, sol che dal modello della fabbrica appar essere antichissima ma da chi in particolare e a che tempo fusse stata fondata, e dotata è incerto. tiensi fermo, che dalla famiglia  Caracciola di Capuana, sia stata edificata, si perchè oggi che si chiama Santa Maria de gli Caraccioli, si che su la porta di questa stessa chiesa veggono l’insegne de si illustre famiglia…nel marmo che cuopre l’ Altare maggiore si legge: + CREDO, QUOD REDEMPTOR MEUS VIVAT, ET IN NOVISSIMO DIE DE TERRA SUSCITAVIT ME,  ET IN CARNE MEA BIDEBO DOMINUM MEUS — HIC REQUIESCAT THEODORUS UNO CUM URANIA CONIGEA MEA, QUI VIXIT PLUS MINUS….”

Napoli – Palazzo del Tufo – Via Costantinipoli – Portale della antica cappella di Santa Maria di Mezzagosto, al vicolo Scassacocchi, che fu patronato dei Piscelli, prima di diventare patronato dei Caracciolo-Pisquizy, qui trasferito nel 1889 dal conte G. Sabatelli, discendente dei Piscicelli, nuovo proprietario del palazzo – Al vertice dell’arco ogivale c’è ancora lo stemma dei Piscicelli.

Teodoro Caracciolo, considerato il capostipite della famiglia visse nel secolo X

 

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La vita culturale, economica, politica e religiosa della Napoli greco-romana, era organizzata in Fratrie: società a carattere familiare-religioso, aristocratico, o democratico, e non sappiamo con certezza se abbracciassero tutta la cittadinanza o parte di essa e se l’appartenervi fosse condizione essenziale e assoluta per essere annoverati tra i cittadini di rispetto.

Queste Fratrie, in epoca tardo antica conservavano ancora capacità giuridiche e amministrative, uno status , riti e cerimonie particolari che le differenziavano; ognuna di esse aveva una sede nella quale gli appartenenti si riunivano e partecipavano ai loro culti, rivolti alle deità fratree.

Le fratrie,  che svolgevano attività amministrativa e di controllo sul territorio, ma anche attività assistenziale,  nel periodo ducale, si trasformarono in Estaurite, ed il governo del territorio cittadino fu affidato ad un senato di elezione popolare, proiezione dei Sedili .

Napoli – Via Mezzocannone – Il simbolo del Sedile di porto, murato sulla facciata di un palazzo.

In epoca alto medioevale accanto ad esse si costituirono i Sedili, o seggi, o piazze, che raccolsero le prerogative amministrative locali delle estaurite e, nei luoghi propri di aggregazione, iniziarono a svolgere attività  di governo locale, amministrativa, mentre le estaurite conservarono la loro finalità religiosa.

In età normanna, venne istituita la Magna Curia Regis che, affidata a cinque giudici di nobile e antica origine familiare, si occupò delle cause penali e venne istituita una Camera Regis per l’amministrazione finanziaria, per tentare di contenere il potere della nobiltà aggregata ai Seggi che era cresciuto a dismisura.

Napoli – Piazza Santa Maria in Cosmoedin, La ristrutturata chiesetta paleocristiana con a destra i resti del Sedile di porto.

Con Carlo II d’Angiò, che divise la Città in Regioni Municipali con autorità civile e penale sul territorio, il potere della nobiltà aggregata ai seggi crebbe ancor più tanto che nei primi anni del ‘600 un gruppo di rappresentanti scelti tra la nobiltà antica , costituìrono la Deputazione della Reale Cappella, alla quale venne affidata la custodia e  la gestione del già immenso tesoro di San Gennaro.

Con la Rivoluzione Partenopea del 1799 ed il breve primo ritorno dei Borboni, i seggi furono aboliti con  Decreto Regio del 25 aprile 1800 e definitivamente soppressi dopo il decennio francese.

Napoli – Torre campanaria di San Lorenzo, simbolo cittadino, con sulla facciata sinistra gli antichi simboli dei Sedili napoletani.

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Il clero della antica cattedrale napoletana, l’arcivescovo, il collegio canonicale di Santa Restituta e gli ebdomadari, si riconoscevano e si raggruppavano intorno alla propria Croce processionale, durante i solenni riti pasquali e le feste liturgiche nei pressi delle quattro antiche parrocchie cittadine, e con essi, intorno alle proprie croci si radunava il clero delle diaconie, delle collegiate, e delle Estaurite..

Il ducato napoletano, resosi indipendente da Bisanzio nel 763, coinvolto dalla sua nascita e durante tutta la sua esistenza da guerre difensive contro i bizantini, i longobardi, i corsari saraceni, i pontefici e i normanni che definitivamente lo sottomisero con la capitolazione di Sergio VII nel 1137, pur tra lotte, alleanze e occupazioni, conservò la sua grecità anche all’interno della Chiesa di Napoli, per la presenza di duchi, bizantini, che furono investiti, per un periodo di tempo, anche della autorità episcopale.

La Chiesa di Napoli era caratterizzata nel periodo, dalla convivenza pacifica di un clero latino, accanto ad un clero greco, la cui presenza è documentata fino agli inizi del 1300, presenza operante anche all’ interno dell’antico collegio canonicale.

Nella cappella dedicata alla Maddalena, nel duomo angioino, di diritto patronale della famiglia Seripando, di origine greca, a mò di esempio, sono recentemente emersi affreschi di chiaro riferimento alla liturgia greca: una “dormizione di Maria” e sulla parete opposta ad essa un San Giorgio e un San Teodoro e forse un San Nicola, Santi patroni della Chiesa greca.

Nell’ambito della cultura greca e del suo apparato liturgico, si diffuse anche a Napoli nell’alto medioevo una particolare devozione a carattere popolare già radicata nella Chiesa bizantina: il culto della Santa Croce.

Esso a partire dal VII secolo fu praticato in tutta la cristianità dopo la vittoria dell’imperatore bizantino Eraclio, nel 628, sui persiani di Crosoe II, che avevano occupato Gerusalemme nel 614 e avevano trafugato tutti i tesori e le reliquie e tra queste anche la Vera Croce, che fu riportata a Gerusalemme nel 630.

Il culto della Vera Croce era incentrato sulla memoria liturgica del ritrovamento della Santa Croce nel 320, da parte di Sant’Elena e sulla memoria liturgica della sua ostensione pubblica, per la prima volta, da parte del vescovo di Gerusalemme il 14 settembre del 327, e l’invito al popolo ad adorare il Crocifisso.

Napoli – Duomo – Area archeologica – Il Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli – Particolare.

Le due memorie liturgiche sono riportate nel Calendario Marmoreo napoletano,  redatto nel IX secolo: mese di maggio, giorno III – RITROVAMENTO della S(anta) CROCE; mese di settembre, giorno XIIII – Pas(ione) di S(an)  CIPR(iano) ED ESAL(tazione) della S(anta) CROCE, ed erano celebrate solennemente a Napoli, ancora al tempo dell’arcivescovo Giovanni Orsini (1327-1358) e fino al seconda metà del ‘500.

Nell’ambito del generale scenario religioso della Napoli ducale, nella pacifica convivenza tra clero latino e clero greco, nacquero le diaconie, dal greco DIACONIA = SERVIZIO e le Estaurite dal greco STAUROS = CROCE, come istituzioni permanenti: le prime a carattere caritativo-assistenziale, come proiezione sul territorio della pratica del carisma vescovile nei confronti degli indigenti, le seconde come continuazione della componente religiosa del corporativismo delle antiche fratrie e legate ai riti della Sattimana Santa, della Domenica della Palme e della processione con i rami di ulivo benedetti, già praticata a Gerusalemme e nella Chiesa greca fin dal IV secolo e ai riti legati ai primi vespri della Pasqua.

Napoli – Via San Biagio de’ Librai-angolo via San Gregorio Armeno – La ristrutturata antica diaconia di San Gennaro all’olmo.

La domenica precedentre quella della Pasqua, il clero della cattedrale ed il clero delle collegiate cittadine, delle parrocchie, delle diaconie e gli stauriti, si concentravano nella piazza antistante l’ingresso della prima parrocchia battesimale intitolata a san Giorgio, una delle quattro parrocchie battesimali cittadine, dove venivano innalzate le Croci dei Capitoli, delle parrocchie, delle diaconie e delle Estaurite e dopo la benedizione dei rami di ulivo, e particolari cerimonie e rituali, si snodava la processione con il vescovo, il clero, i diaconi e gli stauriti con le rispettive croci, verso la cattedrale; la sera del sabato precedente la domenica di pasqua poi, si radunavano nuovamente clero, diaconi e stauriti nei pressi della parrocchia battesimale del centro cittadino, Santa Maria Maggiore, per la celebrazione dei primi vespri pasquali.

Le diaconie e le estaurite ma anche le collegiate canonicali, erano presenti alle due funzioni pubbliche con le proprie croci astili, di ferro quello delle diaconie e delle estaurite portate da un magister, d’argento quelle del clero delle collegiate portate, da un primicerio.

Le croci delle estaurite poi, venivano poste nelle piazze delle ottine, o ai crocicchi delle strade. accanto ad Altarini mobili, sui  quali nobiltà e popolo che abitava nella contrada,  deponeva offerte per i poveri, per il culto nella estaurita, per le feste patronali e per la celebrazione delle Sante Messe in suffragio dei defunti; si dotavano ragazze povere, (maritaggi) si soccorrevano indigenti e carcerati

Gli altarini mobili si trasformarono col tempo in cappelle votive e in strutture stabili all’interno delle quali furono posti i Crocifissi monumentali, simbolo di aggregazione degli stauriti e non solo.

Non fu comunque assente l’iniziativa del ceto nobiliare ascritto ai vari seggi che, nel contesto delle attività religiose esercitate nelle Estaurite e nelle cappelle di patronato sparse nel territorio dei vari Sedili,  considerate come luogo di aggregazione familiare, esercitavano anche attività socio-assistenziale finalizzate ad ottenere il consenso popolare, indirizzando così dalla base le scelte politiche del Seggio di appartenenza.

Le attività preminenti degli stauriti furono indirizzate verso il culto della Santa Croce, attraverso attività liturgiche, opere di carità, opere a carattere socio-assistenziale che aveva come riferimento il Crocifisso monumentale venerato nella Estuarita che diventava riferimento sul territorio.

La Croce monumentale del duomo di Napoli, potrebbe essere, quindi la Croce venerata nella citata estaurita intitolata a Santo Stefano e detta “ad arcum”, che sorgeva nei presi dell’area occupata dal cantiere del nuovo edificio angioino.

Per notizie ed approfondimenti sul culto della Croce a Napoli, delle attività socio-religiose-assistenziali delle Estaurite : cfr. G. Vitolo, Culto della Croce e identità cittadina, 

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Certamente i Caracciolo fecero pesare il loro potere  che le derivava dalla ricchezza posseduta e dall’ essere membri influenti, di antica nobiltà nel Seggio di Capuana, che consentì loro di indirizzare le scelte urbanistiche sul territorio, dando l’ assenzo, competente al Seggio, per la costruzione del nuovo edificio rappresentativo della capitale del Regno ed ottenere il  diritto di patronato laicale su una nuova cappella all’interno del costruendo edificio sacro, dedicandola alla Santa Vergine e per distinguerla dalla antica cappella di famiglia, la dissero “la nova”.

Nel 1307, Giovanni Caracciolo d’Isernia e Gualtiero Seripando, insieme camarieri di Carlo II d’Angiò e poi di Roberto, furono impegnati nella costruzione della cappella palatina del Maschio Angioino, perchè entrambi preposti, cioè responsabili amministrativi delle fabbriche reali, e vigilarono anche sul costruendo duomo; nello stesso periodo un Marino Caracciolo fu vicario generale dell’arcivescovo Umberto d’Ormont (1308-1320), l’arcivescovo che celebrò la prima dedicazione del nuovo edificio angioino alla Santissima Vergine Assunta, nel 1314: le cappelle dei Caracciolo e dei Seripando, nel duomo di Napoli, sono le più antiche concesse in patronato laicale.

La Croce monumentale è presente nel duomo angioino fin dalla sua costruzione, trasferita forse dalla sua originaria collocazione accanto all’Altare maggiore, dopo il terremoto del 1456,  nella cappella dei Caracciolo-Pisquizy che la avevano offerta in dono e, comunque, conservavano su di essa ancora l’antico diritto di patronato, e non esiste, comunque, documentazione probante il luogo della   sua primitiva collocazione nell’ambito dell’ apparato liturgico antico.

Solo dopo i restauri settecenteschi del duomo dopo il disastroso terremoto in due fasi del 1731-32, fu realizzato un luogo stabile  del Crocefisso nel duomo di Napoli, secondo le antiche costituzioni del Concilio tridentino, nell’angolo del braccio destro del transetto, dopo l’intervento di potenziamento, rinforzo e incatenamento dell’alta parete al rinforzato e potenziato prospetto dell’abside, utilizzando per lo scopo la cappella che fu della antica estinta famiglia Baraballo e per passaggi dotali, dei Caracciolo-Rossi, dei de’ Franco, infine dei Milano.

In essa fu posto un Crocifisso dipinto da Paolo de Matteis (1662-1728), oggi conservato negli ambienti capitolari, perchè nella cappella è stata esposta la grande pala dipinta da Pietro Perugino (1448-1523) che rappresenta la Santissima Vergine Assunta, titolare da sempre dell’edificio angioino, che era la cona dell’Altare maggiore, fino alla realizzazione della nuova scenografica abside settecentesca.

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Ritengo utile fornire alcune notizie sulla cappella di antico patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy.

La cappella intitolata a Santa Maria e detta “la nova”, coperta ancora dall’antico cupolino ogivale, fu restaurata nel 1750 da un membro della famiglia, Bartolomeo Caracciolo, come informa una iscrizione posta al vertice del frontone, sotto una immagine della Addolorata di autore ignoto, e successivamente rinnovata nel 1820.

Il 14 maggio 1856, l’arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza (1845-1877) ridedicò l’Altare riposizionato discosto dalla parete dell’absidiola, dopo un ulteriore restauro della cappella.

Napoli – Duomo – Prospetto della cappella di Santa Maria “la nova”, patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy.

La cappella è detta da sempre del Crocifisso e dell’ Addolorata, per la presenza del prezioso monumentale miracoloso Crocifisso ligneo e il secondo comune titolo identificativo non è legato al piccolo quadro della Beata Vergine Addolorata, posizionato sul dorsale dell’Altare, portato in duomo dal canonico Gaetano d’Andrea  il 30 maggio 1809, ma piuttosto essa già in antico era così identificata in relazione al Crocifisso che rimanda alla profezia del Santo Vecchio Simeone, riportata nel Vangelo di Luca (cfr. Lc. 2,35) …e anche a te una spada trafiggerà l’ anima…, e riferita al dolore che avrebbe provato la Santa Vergine ai piedi della Croce e all’essere Gesù segno di contraddizione, causa di sofferenza per la Madre.

Il quadro dell’Addolorata, posto sul dorsale dell’Altare della cappella, di autore ignoto, oggetto di grande devozione popolare, era in casa di una fruttivendola nella strada dell’orticello, vicolo che era nel sedime della attuale via Settembrini, scomparso con il nuovo assetto urbanistico dell’area.

La donna, devota della immagine sacra, curava di tenere sempre accesa una lampada davanti ad essa, preoccupandosi di rifondere l’olio che si consumava.

Si accorse che per alcuni giorni la fiammella ardeva e l’olio non si consumava e osservando il quadro notò che dalla fronte dell’immagine dipinta, grondava copioso sudore.

Napoli – Duomo – Cappella Caracciolo-Pisquizy – Il miracoloso quadro della Santissima Vergine Addolorata.

Chiamò le vicine che constatarono il fenomeno straordinario ed informarono dell’accaduto l’ Autorità Ecclesiastica e per il grande concorso di popolo che veniva ad osservare e venerare l’immagine, dovette  intervenire la gendarmeria francese: l’Italia Meridionale dal 1806 al 1816, fu occupata dai francesi e l’arcivescovo di Napoli, Luigi Ruffo Scilla (1802-1832), era già prigioniero a Parigi .

Trasferito il quadro in duomo il 30 maggio 1809, dal canonico d’Andrea, fu a lungo osservato e accertata la soprannaturalità del fenomeno essudativo, fu decisa la sua perpetua esposizione nella cappella già detta del Crocifisso e dell’Addolorata ed autorizzato il culto.

Il fenomeno fu osservato anche dal sac. Lorenzo Loreto, canonico capitolare e sacrista maggiore della cattedrale che lo annotò nel suo libro Guida sacra per la sola chiesa cattedrale metropolitana di Napoli.

L’arcivescovo Luigi Ruffo Scilla ritornato a Napoli dopo la sua prigionia a Parigi, nel 1821,  ebbe in grande considerazione l’immagine della Addolorata: egli, ricevendo il Viatico, chiese accanto al suo letto il Sacro Busto di San Gennaro e questo quadro della Santa Vergine.

Come avvenne per le Madonnelle romane nel 1796, il miracolo volle essere anche per i napoletani un segno visibile della protezione della Santa Vergine contro l’occupazione della truppe francesi, poco inclini alle devozioni.

La parete di destra contiene il sarcofago di Nicola Caracciolo (+1328) la cui iscrizione sul coperchio appare parzialmente leggibile perchè troppo incassato nel muro.

Il sarcofago sovrastante, murato nella parete è quello di Cobello Caracciolo (+1320).

Sulla parete di sinistra sono murati altri due sarcofagi: quello del protonotario Matteo Caracciolo (+1314) e quello dei Cecchella Vulcano (+1337) moglie di Giovanni Caracciolo, sepolto altrove.

Il coperchio del sarcofago di Cecchella Vulcano è forse quello murato nello spazio postergale dell’ Altare della cappella.

 

Napoli – Duomo – Cappella Caracciolo-Pisquizy – Postergale dell’Altare – Coperchio del sarcofago di Cecchella Vulcano.

Sul sarcofago di Cobello Caracciolo furono sistemate, probabilmente al tempo della trasformazione della cappella reale di San Ludovico d’Angio in sagrestia del duomo, due sculture di Tino di Camaino (1265-1337) che rappresentano la mansuetudine e la fortezza provenienti dai sepolcri angioini della cappella, diroccata dal terremoto del 1456, e sul sarcofago di Matteo Caracciolo fu posta, coricata, una scultura che rappresenta un personaggio togato: le tre sculture pare provengano dalla tomba di Carlo Martello, figlio di Carlo II d’Angiò, sepolto nel grande monumento di Domenico Fontana sulla controfacciata, insieme a Clemenza d’Asburgo, sua consorte, entrambi citati da Dante, nella Cantica del Paradiso, tra gli spiriti amanti.

Sulla parete sinistra, la tela che rappresenta sa salita di Gesù al Calvario, e quella posta sulla parete destra che rappresenta Gesù nell’orto degli ulivi, sono opera di Michele Foschini (1711-1770), allievo del Solimena (1657-1747) e probabilmente è dello stesso autore il piccolo quadro che rappresenta l’Eterno Padre posto sulla parete di fondo, in cima alla Croce.

Il paliotto dell’Altare, che rappresenta la deposizione di Gesù nel sepolcro, è lavoro del Fanzago (1591-1678).

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Al centro della fede cristiana, non c’è una dottrina, ma una storia di salvezza, attraverso la autocomunicazione di Dio agli uomini, offerta e realizzata nella assoluta libertà e magnanimità, con eventi ed opere che condussero alla sua Alleanza con l’uomo e che andarono ad incidere sulla storia dell’umanità.

Al centro della Rivelazione c’è la figura e l’opera di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio fatto uomo, mediatore, compimento e pienezza della autocomunicazione di Dio Trinità, che avocando a se il titolo divino di Signore annuncia l’avvento e la realizzazione per suo tramite, del Regno di Dio di cui è il Signore, l’Emmanu-El, nella sua legge, nella sua salvezza, nella sua logica, perchè come il Padre, realizza opere di salvezza; è il Salvatore; Signore della storia e giudice definitivo; l’apice della sua signoria salvifica si realizza soprattutto mediante l’offerta e il compimento della Nuova ed Eterna Alleanza nel suo Sangue.

Al centro dell’annuncio di fede c’è la risurrezione di Gesù, morto in Croce per realizzare la salvezza dell’uomo; per il compimento della Nuova ed Eterna Alleanza; risorto dai morti, glorificato dal Padre.

La risurrezione non è un ritorno alla vita, ma un passaggio ad una nuova dimensione vitale: la dimensione nuova che Cristo ha promesso, la vittoria futura nella morte, la glorificazione per gli eletti, la condanna per i reietti, aprendo così per chi crede in Lui un futuro di vita e di  speranza.

Icona del compimento della Nuova ed Eterna Alleanza tra Dio e l’ uomo, stipulata attraverso il Sangue di Cristo, la Croce è anche icona della sua regalità sofferente ed umile: il Crocifisso divenne tra la fine del primo e l’ inizio del secondo millennio oggetto della meditazione mistica itinerante medioevale che proponeva Cristo come via, verità e vita, segno della vittoria sulla morte e della glorificazione futura nella parusia, modello della sofferenza umana alla quale veniva dato valore salvifico.

La predicazione itinerante del tempo, poneva l’accento sulla analogia tra il Sacrificio Eucaristico e il Sacrificio della Croce.

Attraverso l’Eucaristia Gesù continua a donare la vita eterna, aumenta la vita spirituale, conduce l’ uomo alla vita eterna, e conferisce il pegno della risurrezione e glorificazione alla fine dei tempi, quando l’uomo vincerà definitivamente la morte fisica.

L’amore di Gesù per i suoi, lo ha spinto alla donazione unica della propria vita, sulla Croce, perchè attraverso la sua resurrezione dal sepolcro, risorgesse con lui l’uomo nuovo, capace di vivere secondo Dio.

La sua morte sulla Croce spinge l’uomo a morire all’amor proprio, sorgente di infedeltà e peccato.

L’invita ad abbracciare con gioia la Croce che Gesù offre ad ognuno portandola con Lui, conformandosi alla sua volontà divina, vince l’egoismo e fa trionfare nell’uomo il vero amore, che porta con se la gioia e la pace.

La predicazione itinerante adottò due diverse tipologie figurative di Cristo in Croce, inizialmente in convivenza, poi in situazioni e luoghi diversi separatamente, come strumento catechetico popolare: quella del Christus triunphans e quella del Christus patiens.

Entrambe avevano una origine molto antica, nella dottrina patristica, per costituire un solido baluardo alla eresia ariana e monofisita.

“L’arianesimo non negava la Trinità, ma subordinava il Figlio al Padre, negandone la consustanzialità, che sarà poi formulata nel Concilio I di Nicea (325) che elaborerà il Credo niceneo-costantinopolitano” (Wikipedia): il nostro credo afferma e riconosce la divina eternità e consustanzialità del Figlio con il Padre.

Per l’arianesimo il Padre è assolutamente trascendente rispetto al Figlio, il quale gli è inferiore per natura, per autorità, per gloria.

Il vero Dio è assolutamente unico, è il Padre, e all’infuori del Padre non può esserci altro Dio…il condividere con un altro la natura divina equivarrebbe ammettere la pluralità di esseri divini.

Ogni cosa esistente al di fuori del Padre è creata, cioè chiamata dal nulla alla vita, ed è a Lui subordinata.

Anche Cristo è subordinato al Padre, la sua natura non procede dal Padre ma è stata creata ed ha cominciato ad esistere per volontà del Padre.

E’ quindi diversa da Lui e il Padre non può essere conosciuto dal Figlio e nel Figlio.(Cathopedia).

L’eresia ariana si diffuse sia in oriente che in  occidente insieme ad un’altra eresia, il pelagianesimo, fin dal IV secolo d.C. che affermava che l’uomo è in grado di salvarsi da solo, perchè per sua natura non è tentato da concupiscenza, negando la dottrina del peccato originale come colpa ereditaria dell’uomo, per cui per sua  volontà l’essere umano è da solo in grado di scegliere e praticare il bene, senza necessità della grazia

Negli anni immediatamente a ridosso della fine del primo e gli inizi del secondo millennio, si assistè ad un  ritorno delle due eresie, non  debellate del tutto, che trovarono nei popoli barbari un terreno fertile, perchè concetti più facilmente recepibili da essi nei contenuti, essendo privi di una tradizione filosofica, per una forma di cristianesimo più semplice.

Il ritorno delle eresie fu favorita anche dal generale movimento di persone attraverso l’Europa per gli scambi commerciali e dal generale movimento degli eserciti e il ritorno in patria di militari venuti in contattato con i popoli balcanici: dalle due eresie nacque poi il catarismo.

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Le prime rappresentazioni di Cristo Crocifisso, nella maniera tradizionale, apparvero nell’oriente cristiano, a partire dal V secolo e solo verso la fine del primo millennio il Crocifisso divenne icona della fede cristiana.

In Italia, agli inizi del XII secolo, sulle Croci dipinte poste sospese agli archi trionfali al termine delle navate maggiori, sovrastanti gli Altari, o sugli Jubè , o nelle absidi, apparvero le prime immagini del Christus triunphans e dal secolo XIII, per effetto della predicazione francescana, le immagini del Christus patiens.

Immagini entrambe non nuove nella iconografia del Crocifisso, veicolate dalla Francia sud occidentale, e dalla Spagna settentrionale, furono utilizzate come strumento valido nella predicazione itinerante,  e che ritroviamo sparse per l’Europa, fin nella Norvegia.

Norvegia – Contea di Sogn og Fjordone – Urnes stavkirke (chiesa di legno di Urnes) – Crocifisso ligneo del XII secolo.

Esse furono frutto, le prime, della esperienza artistica romanica della antica contea di Tolosa, che andava ben oltre il territorio dei Pirenei francesi.

Esperienza artistica caratterizzata da un coacerbo di stilemi, prodotto di scambi culturali, integrazioni, cooperazioni tra arabi e cristiani.

Attraverso i Pirenei, passarono pellegrinaggi, attività commerciali, scambi culturali tra la Spagna e la Francia, tra le due civiltà, musulmana e cristiana.

Il raffinato decorativismo sviluppato dagli arabi, fu adottato dalla iconografia cristiana, influenzò le arti suntuarie e dette un notevole impulso alla plastica monumentale del romanico francese.

La scultura lignea che per il materiale utilizzato necessitava di rifiniture pittoriche, raggiunse nelle Croci dipinte dei Pirenei i primi significativi risultati: I Christus triunphans si prestavano alla policromia perchè la tunica che rivestiva l’immagine sacra o parzialmente la ricopriva, raccolta dalla cintola in giù, come una sorta di perizoma, era un’ampia superficie da decorare.

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L ‘origine della iconografia della Croce fu nell’oriente bizantino, proprio per contrastare  l’insorgere dell’arianesimo.

Il secondo Concilio di Nicea del 787, reintrodusse il culto delle immagini, condannando definitivamente l’iconoclastia, che spingeva a rappresentare anche il Cristo non in sembianze umane, ma in forme simboliche: ma le costituzioni conciliari non prescrivevano come raffigurare Cristo, se trionfante sulla morte, nella sua regalità trascendente, oppure nella sua umanità sofferente.

Prevalse inizialmente questa seconda tesi, secondo cui, il Crocifisso doveva rappresentare Chi per la salvezza degli uomini si era addossato i peccati dell’uomo, e attraverso la Sua sofferente, volontaria immolazione li aveva riscattati.

Intorno alla fine del primo millennio, cominciarono ad apparire le prime Croci che rappresentavano Cristo posto in posizione verticale, con la testa eretta, gli occhi aperti, nel trionfo della morte, con l’intento di riassumere nella unica immagine i momenti salienti della predicazione mistica itinerante: la morte, la risurrezione, la parusia.

Lucca – Miracoloso Crocifisso detto < il Volto Santo > – Esempio qui di Christus triunfans – E’ detto acheropita, cioè non fatto da mani umane. 

Cristo fu rappresentato orante, con le braccia distese sul patibulum, le palme delle mani aperte, i pollici tesi verso l’alto, gli occhi aperti : un Pantocratore maestoso e severo, sul suo trono di luce, che osservava, scrutava, ascoltava, giudicava, ma anche un Cosmocrator, con l’universo che partecipava alla sua gloriosa sofferenza.

Alcune assi verticali delle Croci, furono rivestite di lamine d’ oro, troni di luce, riferimento e richiamo all’evento prossimo oltre il sacrificio, la risurrezione e la parusia.

Cristo veniva rappresentato vivo, trionfante sulla morte, sulla scorta di una produzione suntuaria di reliquiari di Santi e Sante, di argento, di legno ricoperti con lamine d’oro, vivi, con gli strumenti del martirio tra le mani e in atteggiamento benevole e benedicente, che ritroviamo ancora in chiese, cattedrali e abbazie sparse per  buona parte dell’ Europa.

San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) propose una diversa riflessione , come tema della predicazione mistica itinerante del periodo: tutta la vita terrena di Gesù Cristo  fu orientata verso il sacrificio della Croce, finalizzato alla redenzione della umanità.

Il tema fu ampiamente recepito dai nuovi ordini religiosi mendicanti e particolarmente dai francescani che ne fecero oggetto della loro predicazione, proponendo la immagine sofferente del Cristo Crocefisso come possibile via di redenzione.

Già dalla prima metà del XII secolo cominciarono ad apparire le prime immagini di Cristo con  la testa reclinata, i piedi sovrapposti, confitti e fissati al  suppedaneum  con un solo chiodo, contrariamente all’ uso romano di utilizzare due chiodi, separando i piedi dei condannati, poggiati sul suppedaneum, nelle crocifissioni, nudo nel dorso e ricoperto solo da un semplice perizoma.

Bassano – Cattedrale – Crocifisso ligneo del XII secolo (1160 circa) – Immagine del Christus Patiens, con i simboli del sole e della luna.

I Crocifissi divennero in  questo periodo sempre più mesti, dolorosi, nell’ estremo spasimo della sofferenza corporale e con una corona di spine sul capo.

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Il Crocifisso è icona liturgica, perchè, posta al servizio della liturgia, diventa parte di annunzio e momento di incontro, in analogia con i sacramenti che sono i segni di salvezza e di via nuova.

Ed è proprio nella liturgia sacramentale che la Croce attinge possanza, forza, realtà.

Attraverso di essa chi è devoto è invitato a credere, sperare, cercare oltre ciò che vede, il di più, che rimane nascosto e che non è visto perchè proietta nel trascendente, qualcosa che muta radicalmente il senso e l’aspetto della vita stessa: la Rivelazione di Dio, e attraverso di essa la certezza della propria redenzione.

La sofferenza non trova una risposta razionale nella filosofia, trova una risposta alla luce della risurrezione e apre ad una speranza che rinasce e si impone: la Croce non invita a meditare intorno alla sofferenza straziante, ma lascia scoprire attraverso la morte del Verbo Incarnato, la manifestazione di Dio all’ uomo, sorgente di speranza ed è attraverso la lettura iconologica che il Crocifisso parla a chi è devoto e rivela progressivamente il suo messaggio criptato, il messaggio teologico che vuole, trasmettere.

Gli elementi che compongono una Croce, sono il palo verticale, lo stipes e il patibulum posto orizzontalmente  sul palo.

Altri elementi comuni sono la corona di spine, il titulus, la tabella posta in cima alla croce, con la motivazione scritta della condanna e, per prolungare la sofferenza del condannato un suppedaneum, o scabellum pedes, posto nella parte bassa del palo verticale, che aveva la funzione di creare un appoggio al corpo e la spontanea spinta da parte del moribondo del corpo verso l’alto, per liberare il torace e più facilmente ancora respirare.

Quando si prolungava troppo nel tempo l’ agonia, al condannato venivano spezzate le gambe perchè, mancando l’ appoggio naturale al corpo, il suo peso, comprimendo il torace, gli provocava la rapida morte per soffocamento.

Così composta la Croce è una figura geometrica spaziale che tende ad espandersi nelle quattro possibili direzioni, simbolo della universalità della redenzione; è anche immagine dei quattro elementi primordiali, delle stagioni naturali, che sono simbolo delle stagioni della vita.

Offre certamente una idea di stabilità, solidamente piantata nella terra, di costruttività delle idee ed è un simbolo del mondo fisico.

La Croce di Cristo, allora , è l’asse del mondo ed il punto di incrocio tra lo stipes e il patibulum è il centro dell’universo.

Alla Croce monumentale del duomo di Napoli, mancano corona di spine e  titulus, corredi andati smarriti  nel tempo, ma anche gli elementi costitutivi appaiono più moderni, rispetto alla immagine del Cristo Crocfisso, posta su di essa, sostituiti forse al tempo del restauro settecentesco.

Al punto di incrocio dello stipes con il patibulum c’è l’occhio sinistro, quasi chiuso, del Cristo: l’occhio destro rappresenta l’animo umano; l’occhio sinistro l’anima.

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Nelle icone del Cristo Pantocratore, la faccia destra è rappresentata serena, la faccia sinistra mostra invece il Cristo dei dispiaceri, il Cristo che condivide la sofferenza del genere umano.

La parte destra del volto del Cristo del monumentale Crocifisso, trasmette pace divina, la parte sinistra non cela all’uomo la sofferenza di Colui che offre la propria vita per i suoi.

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Cristo osserva il mondo e lo giudica attraverso gli occhi semichiusi, accoglie con benevolenza chi non è rimproverato dalla propria coscienza, e giudica con severità chi è condannato dal proprio giudizio.

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Non a caso l’orecchio sinistro, del lato della sofferenza, è scoperto, libero dalla massa di capelli: Cristo ascolta, porge l’orecchio alle preghiere degli afflitti, dei bisognosi, ma chiude l’altro orecchio, quando gli empi si rivolgono a Lui senza alcun pentimento.

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Le braccia del Cristo, stese sul patibolo, perfette nella specularità, sono i bracci di una grande bilancia che si equilibra nell’oscillare dell’ago, pendente da un lato o dall’altro.

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I capelli discriminati sul capo, cadono sulle spalle dividendosi in otto ciocche: Il numero otto rappresenta l’infinito; la risurrezione di Gesù; la ricerca del trascendente; l’equilibrio cosmico; l’offerta volontaria di se stesso; la morte drammatica, ma anche il passaggio, da una situazione di transizione; la temporanea presenza del Cristo nel sepolcro.Il numero otto rappresenta anche l’ ottavo giorno, la nuova creazione, quella inaugurata dalla risurrezione di Gesù.

“…Per noi però, è sorto un giorno nuovo, quello della Risurrezione di Cristo, Il settimo giorno porta a termine la prima creazione. Così, l’opera della creazione culmina nell’ opera più grande della Redenzione. La prima creazione trova il senso e il suo vertice nella nuova creazione in Cristo, il cui splendore supera quello della prima…”  (cfr. Messale Romano, liturgia della Veglia Pasquale).

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L’ occhio sinistro del Crocifisso è in asse perpendicolare con l’ombellico: l’ombellico esprime il concetto di centro della terra, punto di incontro tra cielo, terra e mondo degli inferi.

Rappresenta quindi il luogo dove ha avuto origine la creazione e dove è possibile incontrare Dio.

L’ombellico di Cristo è il punto preciso dove passa l’asse immaginario del mondo, che ricongiunge cielo, terra e inferi.

E’ un luogo-non luogo; un luogo interiore e su questo Crocifisso è in asse con l’occhio semichiuso, quello che esprime la sofferenza del Cristo per sottolineare che attraverso di essa Cristo ricongiunge il cielo alla terra

Cristo è il centro dell’ universo, il perno intorno al quale tutto ruota: Colui che è destinato a coordinare l’umanità e tutta la storia, conducendo tutto e tutti alla pienezza voluta da Dio: è Colui che realizza il disegno di Dio fin dall’ origine del mondo: “…quello cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra…” (cfr.Efesini, 1,10), ricapitolare, cioè la ricomposizione cristiana della storia, riportando tutto sotto un unico Capo, e restaurare ciò che era stato distrutto, l’ amicizia tra Dio e gli uomini,  che il peccato aveva spezzato.

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Dalla ferita del costato segno del compiuto sacrificio, fuoriesce un rivolo di sangue, che scende perpendicolarmente e va ad insinuarsi nelle pieghe del perizoma, sostenuto da una robusta corda. annodata sul fianco destro.

Il rivolo di sangue dal costato, va idealmente a collegarsi con il primo sangue effuso da Gesù, alla circoncisione: Il sangue effuso alla circoncisione per Israele è il segno del legame eterno tra Dio e il Suo popolo:  l’Antica Alleanza.

Il rivolo di sangue effuso dal costato di Cristo  Crocefisso è il segno del legame del nuovo Israele, la Chiesa,  nella Nuova ed Eterna Alleanza tra Dio e gli uomini, inaugurata con la Sua morte, attraverso il Suo sangue che purifica da ogni peccato e instaura un nuovo rapporto di amore tra Dio e l’uomo.

Ma dal costato di Cristo con il sangue uscì anche un rivolo di acqua, simbolo della effusione dello Spirito Santo, di cui Cristo è tempio e sorgente.

Acqua e sangue sono anche immagine del Battesimo e della Eucaristia.

Il Battesimo cristiano trova il suo fondamento nell’acqua che sgorga dal Costato di Gesù; il Battesimo quindi è dono che è frutto della morte e glorificazione del Cristo.

L’Eucaristia trova il suo fondamento nel sangue versato per la salvezza dell’uomo (cfr. Luca, 22, 19-20),

L’espressione < nascere dall’alto > che leggiamo nel Vangelo di Giovanni (Gv. 3, 3-5) vuole significare nascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, creazione di un uomo nuovo, di una situazione nuova, di una comunità nuova, quella della Nuova ed Eterna Alleanza, stipulata tra Dio e l’uomo, non più con il sangue di un  agnello sacrificato e da sacrificare ogni volta per rinnovare, facendo memoria, la Antica Alleanza, ma stipulata una volta e per sempre nel sangue di Cristo, che scaturisce dal suo costato, Agnello immolato, nuove ed eterno Sacerdote, il cui sacrificio è unico ed eterno per la salvezza dell’ umanità fino alla sua parusia.

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Il perizoma, menzionato solo nel vangelo apocrifo di Nicodemo, è il grembiule, l’efod che il sacerdote di Israele indossava quando si recava all’ altare per sacrificare a Dio e il suo colore blu intenso è simbolo di purezza e di misericordia, ma anche della saggezza divina.

Cristo è il nuovo ed eterno Sacerdote (cfr, Eb. 7,23-28) e la superiorità del suo sacerdozio su quello levitico che era transitorio, perchè incarnato in uomini mortali, che non consentiva loro di potere rappresentare il popolo davanti a Dio, in modo permanente, è nel suo volontario sacrificio e nella sua risurrezione che gli consente di intercedere in eterno per noi presso il Padre, realizzando in modo perfetto al di là dei secoli, davanti a Dio con il suo ufficio di intercessore, mediante la sua funzione sacerdotale, la comunione dell’ uomo con Dio ( cfr. Settimio Cipriani, Le lettere di San Paolo, 1965).

Cristo quindi è l’unico mediatore tra Dio e l’uomo.

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Il nodo alla robusta corda che regge il perizoma, indica la capacità che Dio Padre ha data al Verbo Incarnato di sciogliere dal peccato e dalla morte e legare con se al Cielo i lontani, divenuti vicini, grazie al suo sangue versato.

Il nodo qui rappresentato è un nodo salomonico che tirato da un verso, prontamente si scioglie, mentre tirato dal verso contrario, immediatamente si chiude: i nodi del peccato e della morte, insolubili all’uomo, trovano in Cristo una rapida risoluzione che apre verso il raggiungimento della vita eterna, impossibile all’uomo, senza l’offerta gratuita della propria vita da parte di Cristo.

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La nudità del fianco sinistro, che compare seminascosta, sta ad indicare la bellezza primordiale dell’uomo, corrotta dal primo Adamo con  il peccato e ricreata dal nuovo Adamo; il perizoma appare leggermente mosso, immagine del Soffio dello Spirito che aleggiava sul creato (cfr. Genesi, 1, 2; 26-27; 2,25; 3) dalla notte dei tempi e sovraintende alla nuova creazione inaugurata dalla morte e risurrezione di Cristo, nuovo Adamo.

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I piedi del Cristo sono poggiati sul suppedaneum, sorta di sgabello, che era posto alla base degli stipes delle croci.

Il suppedaneum è quadrato, come allora era concepito il mondo e con la sua forma richiama la profezia di Isaia (Is. 66, 1-2) ” Così dice il Signore: < il cielo è il mio trono, e la terra lo sgabello dei miei piedi…Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola >…”.

Il Servo di Dio, Sac. Dolindo Ruotolo così spiega il versetto di Isaia: “…vuole significare che il Regno di Dio sarà universale, non sarà mai ristretto solo alla terra promessa, al solo tempio di Gerusalemme. Il popolo più che onorare Dio nella sua casa, si glorificava della sontuosità di quel monumento e praticamente lo riguardava solo come un titolo di orgoglio nazionale. ..Nella Nuova Alleanza il Signore formerà il Tempio della sua gloria nelle anime redente, in quelle umiliate e contrite che accoglieranno la sua parola; si mostrerà Padre di tutti dall’ alto dei cieli, e tutta la terra sarà sgabello dei suoi piedi, cioè luogo del suo dominio e del suo regno. Dal cielo Egli volgerà lo sguardo non più alla magnificenza di un fabbricato ma all’ umiltà dei cuori, ed effonderà la sua grazia su quelli che accoglieranno la sua parola…” (cfr. Dolindo Ruotolo, LA SACRA SCRITTURA, Vol. XIV, Napoli 1977).

Crocifissi coevi, ma anche appartenenti ad epoca successiva o immediatamente precedente  e di aree diverse di provenienza, presentano i piedi accavallati uniti con un solo chiodo.

Questo ha fatto nascere la convinzione mai confermata, nemmeno dagli approfonditi esami dell’immagine dell’Uomo della Sindone, che alla crocifissione, Gesù subisse lo slogamento dell’ anca ponendo in discussione quanto dice la  Sacra Scrittura: in Giovanni 19,36 “…questo  infatti avvenne perchè si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso…”., fusione di un versetto del Salmo 34 che descrive  la protezione divina  del giusto perseguitato (Sl.34,21 “…Preserva tutte le sue ossa, neppure uno sarà spezzato…con i contenuti del capitolo 2 del Libro della Sapienza (Sap. 2, 18-28), il cui tipo è il Servo di Jahvè di Isaia 53, e di una prescrizione rituale che concerne l’ Agnello pasquale (Es. 12,46 “….In una sola casa si mangerà: non ne porterai la carne fuori casa; non ne spezzerete alcun osso….” .

L’ allungamento realizzato dagli scultori di questi Crocifissi, della gamba destra rispetto alla gamba sinistra, fu un modo per bilanciare la figura posta in croce, costruita contorta, con tutto il peso gravante sulle braccia.

Le croci bizantine invece, rappresentano i piedi del Cristo inchiodati separatamente su un suppedaneum a tavoletta  inclinata con il lato sinistro tendente verso terra e il lato destro tendente verso l’ alto a simboleggiare la discesa agli inferi dei Cristo dopo la morte  per condurre al Padre i giusti radunati nello Sheol in attesa della salvezza che avrebbe operato e che riguardava tutta l’ umanità, dalla origine alla fine del mondo.

Croce ortodossa con il suppedaneum inclinato.

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Il sole e la luna è un modo di rappresentare quello che la tradizione orale antica riferisce dell’ evento-morte di Gesù.

Thallos, uno storico greco, forse il liberto Tiberio Claudio Tallo (I sec. d.C.)  che scrive in greco intorno al 55 d.C., avrebbe raccolto da alcuni cristiani presenti all’ evento, testimonianze sulla morte del Cristo e fra queste anche quella dell’ improvviso oscuramento del cielo e della visione in contemporanea del sole e della luna.

Quando Gesù fu crocifisso, fu di venerdì precedente la Pasqua ebraica, che si celebrava il sabato successivo alla prima luna piena, dopo l’equinozio di primavera.

La vita umana è figurata nelle fasi lunari: luna nuova (nascita); primo quarto (giovinezza); luna piena (maturità); ultimo quarto  (declino); luna nuova (morte).

La presenza sulle Croci, e qui sul pannello marmoreo graffito, che fa da sfondo,  della luna, vuole rappresentare  la impermanenza della vita umana, in contrapposizione al sole che non muta mai il suo fulgore e non è soggetto a variazioni periodiche: la luna  simboleggia il tempo, mentre il sole l’eternità.

C’è un momento, poco prima dell’ alba, quando il sole e la luna appaiono nel cielo l’ uno di fronte l’altro, prima che la luna scompaia e il sole aumenti il suo splendore.

La Sacra scrittura assegna alla vita umana la durata di settanta anni: essa raggiunge il suo apice intorno ai trentacinque anni, circa l’ età della morte in Croce di Gesù.

La presenza dei due astri sulla Croci vuole sottolineare l’ attimo in cui l’umanità di Cristo e la sua divinità si incontrano, si fondono.

Ma anche l’ attino in cui l’ uomo, peccatore, per mezzo della Sua morte e risurrezione, viene redento.

Il graffito che fa da sfondo al monumentale e miracoloso Crocefisso, decorazione posta al restauro settecentesco della cappella, pare rappresenti una veduta di Napoli.

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L’ incontro con Gesù è l’ avvenimento più coinvolgente della esperienza individuale: è un incontro salvifico che con il dono dello Spirito Santo, la remissione dei peccati, conduce alla pace, alla gioia, all’ entusiasmo che sgorga dell’ essere abbracciati dall’ amore paterno e perdonante di Dio.

Il Crocifisso palesa attraverso i segni individuati e decodificati, la vittoria di Cristo sulla morte , la sua apoteosi sulla croce, il mistero che è quello dell’ Uomo che mette la propria esistenza a repentaglio e suggella con un gesto filiale di obbedienza, le realtà di cui ha reso testimonianza in tutta la vita: il proprio essere l’ Incarnazione del Verbo.

Dio si rivela in Gesù Cristo: un Dio buono e misericordioso, sofferente e solidale con la sofferenza umana, lento all’ ira e ricco di clemenza, prodigo nell’ amore e generoso nel perdono, che accoglie a braccia aperte; il Signore della storia e giudice destinato a ricapitolare in se tutto l’ agire umano.

Il mistero della Croce va vissuto e compreso nella concretezza della sequela e va superato non solo dall’ annuncio della risurrezione, che ne è lo sfondo, ma nella vocazione al discepolato dove la Croce diventa concreta, conosciuta e nostra.

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La paternità del Crocifisso romanico del duomo di Napoli, andrebbe assegnata ad una personalità campana, operante nell’ambito della cultura romanica, borgognona, i cui contenuti risultano veicolati, come altrove, attraverso il grande movimento di mercanzie, di persone, di artigiani e trovatori di eserciti e pellegrini, che dopo la crisi dell’anno 1000, si muovevano per l’ Europa coesi dall’unico elemento unificatore possibile: il cristianesimo.

Questo ignoto artista ebbe la sua maturazione in un contesto di stimoli culturali di importazione borgognona-franco-iberica, presenti a Napoli tra la fine del 1100 e gli inizi del 1200 e che andava influenzando il substrato preesistente e declinante ormai verso la conclusione della parabola normanno-sveva.

Nel meridione d’Italia, la scultura lignea di epoca romanica, fu poco praticata: l’esiguo numero di manufatti superstiti da una scarsa produzione artistica, denuncia chiaramente l’inesperienza degli artigiani responsabili della scadente qualità delle opere stesse.

Nell’ area napoletana invece, è presente un buon numero di Crocifissi monumentali, di epoca romanica, risalenti all’ XI-XII secolo, la cui superiore qualità scaturisce dal coacerbo di esperienze lombarde, bizantine, francesi, spagnole.

Accenno brevemente ai contenuti stilistici dei manufatti lignei del periodo, perchè scopo del mio lavoro è stato quello di individuare il percorso storico-liturgico del monumentale miracoloso Crocefisso, della sua originaria collocazione avulsa dall’edificio angioino, poi all’interno del duomo di Napoli e proporre una sua  lettura iconologica.

Secondo G. De Francovich (cfr. Crocifissi lignei del secolo XII in Italia) i monumentali Crocefissi presenti nell’ area napoletana, che denunciano stilemi dedotti dall’arte oltremontana, sarebbero opera di anonimi produttori di manufatti lignei, ritornati in Italia da diverse parti d’ Europa, oppure originari d’ oltralpe, in vario modo, come i primi impegnati nella costruzione di chiese e monasteri sorti dopo il 1000 e venuti a contatto con varie esperienze artistiche, e per diverso tempo  utilizzati nel taglio e nella scultura del legno e della pietra, secondo piani e progetti di architetti, costruttori e capomastri stranieri di diversa esperienza artistica.

Costoro continueranno a lavorare nei luoghi di origine o comunque dove stabiliranno di fermarsi, secondo quanto stilisticamente appreso e introitato e praticato per anni.

Questa forse la ragione di una produzione di manufatti francesizzanti, ma influenzati da diverse correnti, riproducendo magari anche maldestramente forme note sviluppatesi in Francia, e comunque nell’ Europa nord-occidentale, non raggiungendo mai la purezza formale della scultura francese del periodo, che ne fu massima espressione.

Sono noti i rapporti che la scultura napoletana di epoca romanica ebbe con la scultura borgognona, ma non sono chiari i canali di penetrazione dei contenuti iconografici che apriranno, almeno in Campania, ad una nuova forma di rappresentazione del Cristo morto, con le gambe flesse e i pollici all’ingiù, il capo reclinato, con gli occhi semichiusi e che il Crocifisso del duomo veicolerà costituendo il prototipo per diversi Crocifissi coevi napoletani.

Napoli – Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli – Miracolosa immagine del Crocifisso – Emerge la analogia con il Crocifisso del duomo, prototipo di Crocifissi coevi.

Cronologicamente il  monumentale Crocifisso lo si colloca tra la fine dell’XI secolo e la metà del XII e la critica moderna lo assegna ad un artista romanico franco-catalano, non rifiutando di considerare il manufatto probabile prodotto di un artista locale venuto a contatto con modelli iconografici franco-iberici, qualificandolo come prototipo della immagine del Christus Patiens, strana contrapposizione al Christus triumphans che nelle stesse regioni della Spagna settentrionale trovò la suo origine.

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