La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli.

 

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di Tino d’Amico

L’autore nel suo studio.

Durante la attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di reliquie di Santi e Beati depositate nella cappella reliquiario del duomo di Napoli, ho rinvenuto una ciotola invetriata policroma, che presenta sul bordo interno, aggiunta in epoca ottocentesca la scritta informativa a caratteri gotici, del suo contenuto al momento del suo ritrovamento: VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

La data è quella della ricognizione canonica all’interno dell’Altare barocco della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, patronato della famiglia Capece-Galeota, nel duomo di Napoli, per la ricerca delle reliquie del copro di Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli (850-872) che la tradizione riteneva inumato nell’Altare della cappella.

Napoli – Duomo – il prospetto della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Il reperto la cui importanza è certamente non nel manufatto, ma nella sua integrità, perché trattandosi di comune vasellame da mensa ampiamente diffuso nell’Italia Meridionale nel limitare del sec. XIII e gli inizi del successivo, é a noi noto attraverso manufatti frammentari variamente recuperati: esso è una ciotola invetriata policroma a larga tesa, bordo leggermente inclinato verso l’interno, basso piede ad anello e presenta una decorazione interna a motivi geometrici ricurvi, campiti con punti di colori contrastanti, giallo ferraccia e verde ramino, su un fondo giallo ferraccia uniforme.

Esternamente, sullo stesso fondo giallo ferraccia , presenta una decorazione a macchie di colore verde ramino.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La ciotola angioina al momento del suo ritrovamento.

Spolverato, classificato, catalogato e inventariato, il prezioso manufatto è stato da me depositato nella lipsanoteca – S – scarabattola – W – e allo stesso ho attribuito il numero di inventario 677/b – S – W, perchè fu recuperato insieme al terriccio con frammenti ossei, rinvenuto anch’esso all’interno del sarcofago strigilato della cappella dei Capece-Galeota.

Al terriccio, contenuto in una busta di plastica trasparente e chiuso in un contenitore bianco legato con cordonetto rosso, come stabilisce il Codice di Diritto Canonico, ho attribuito il numero di inventario 677 – S – W.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La lipsanoteca dove ho riposto il reperto oggetto di questo articolo.

La singolarità del reperto non è il solo motivo di questa comunicazione: è il valore documentario della scritta informativa ottocentesca aggiunta suo suo bordo interno, che apre verso nuove indagini volte allo studio storico e critico del reperto, alla ricerca delle reliquie del corpo di Sant’Atanasio I, e tentare di dare una risposta al quesito agiografico sollevato dalla scoperta nel 1882 all’interno del sarcofago sottostante il cartibulum utilizzato come Altare Mensa , rinvenuto nascosto nella cassa dell’Altare barocco della cappella, di consistenti frammenti ossei che la Commissione presieduta dall’Arcivescovo Sanfelice attribuibuì al corpo di San Massimo, Vescovo di Napoli (356-362), per la fascia dedicatoria incisa sul bordo della Mensa; reliquie che la tradizione ritiene inumate insieme a quelle dei Santi Vescovi napoletani Fortunato ed Efebo (Efremo) nel corpo dell’Altare  della basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli, dove furono scoperte nel 1589.

Per la storia del loro ritrovamento, rimando al mio saggio Il cartibulum e il sarcofago strigilato del duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com.; questo lavoro, è dedicato alla sola ciotola angioina.

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Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli. Sorrento – Bas. di Sant’Antonio – Tela di Carlo Amalfi (1778).

Ricorrendo il primo millennio della morte del Vescovo di Napoli Sant’Atanasio I (850-872), si costituì una Commissione presieduta da Mons Gennaro Aspreno Galante (1842-1923), Sacerdote, storico, archeologo di fama internazionale, Canonico del Capitolo Cattedrale, per la ricerca di ciò che restava del suo corpo, che la tradizione riteneva inumato nell’Altare fanzaghiano realizzato al centro della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, fin dalla fondazione dell’edificio angioino, patronato della famiglia Capece-Galeota, che dal 1597 era diventata il luogo per la custodia e per l’adorazione delle Specie Eucaristiche, secondo le nuove linee pastorali del Concilio di Trento (1545-1567).

Napoli – Duomo – La cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio, come si presentava nei primi anni del passato secolo, con il ricomposto Altare fanzaghiano dopo la ricognizione canonica del 1882.

Trascorsero diversi anni prima che la Commissione di studiosi ed archeologi potesse incominciare le ricerche nella cappella per un susseguirsi di vicende storiche sfavorevoli, non ultima la morte dell’Arcivescovo del tempo, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1846-1877).

Finalmente il 26 e 27 giugno 1882, alla presenza del nuovo Arcivescovo, il Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897) si procedette alla ricognizione delle reliquie dei Santi Vescovi Stefano I (499-501), Giuliano (701 – ? ), Lorenzo (703-717), la cui presenza nell’Altare fanzaghiano risultava ampiamente documentata, per poi procedere alla ricerca delle reliquie  di Sant’Atanasio I, nel corpo dello stesso dell’Altare o altrove, all’interno della cappella.

Niente e nessun documento, noto alla Commissione, lasciava supporre il contenuto della cassa del prezioso Altare barocco e che disorientò studiosi ed archeologi.

La sera del 26 maggio ci fu una prima semplice esplorazione del sito e dell’Altare fanzaghiano e attraverso la retrostante fenestrella confessionis  si tentò di osservare l’interno della cassa.

Napoli – Duomo – Cortile interno – La fenestrella confessionis, reperto superstite dall’Altare di San Massimo nella cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Fu aperto il solo lato sinistro dell’Altare barocco e si intravide parte di un più antico manufatto.

Il giorno seguente, 27 giugno, si continuò la esplorazione  dell’Altare: fu rimosso il paliotto barocco e si notarono prima una coppia di  trapezofori e poi la antica Mensa che sostenevano e che presentava sulla fascia anteriore la iscrizione latina seguita dalla Croce Monogrammatica MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR,  che strabiliò la Commissione di esperti: sotto la Mensa apparve nella sua interezza un sarcofago romano.

Eseguita la ricognizione delle reliquie contenute nella lenos, il sarcofago fu nuovamente chiuso e sigillato e i giorno successivo, 28 giugno, fu interamente ricomposto l’Altare barocco, nascondendo al suo interno nuovamente i preziosi reperti.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero del prezioso cartibulum e del sarcofago nel 1957.

La Commissione non avendo trovato documenti probanti delle reliquie di Sant’Atanasio I, e non essendo nemmeno certa di chi fossero i frammenti ossei ritrovati, composti nella ciotola, e quelli frammisti al terreno, parzialmente raccolto dall’interno del sarcofago,ritenne opportuno, anche per non disorientare i fedeli,ricomporre l’Altare fanzaghiano, nascondendo al suo interno cartibulum e sarcofago.

Prevalse il parere dell’Arcivescovo su quello dello storico e dell’archeologo, che in ossequi alla volontà del suo Vescovo, fece apporre sul bordo interno della ciotola la scritta identificativa del suo presunto contenuto nella lenos VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero dei preziosi manufatti nel 1957 – (Da: F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1959).

Mons. Gennaro Aspreno Galante redasse un accurato verbale della ricognizione – indagine archeologica: “…27 giugno 1882..  duo fabbri laevam altaris athanasiani latus, unde heri marmoream tabulam avulsimus , effodere coeperunt; nec mora vetustae mensae angulus marmoreus , quo mensae latus innitebatur;…antica pars altaris ecertiu cepit; avulsa prima tabula marmorea, deide lapidea congerie, vetus altare spectatur, magnam praeseferens vetustatem. Scilicet duo griphi alati, qui classicam, non mediaevi, aetatem reddebant, marmoream mensam sustinebant, cuius labrum hac epigraphe inscriptum erat: MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR…..Nullus sarcophago inscriptus erat titulus. Tum maceriem inter et pulverem Dominus meus mensam subiit, et sarcophago adhaerens aperiri iussit; amodo caute aperculo , me propius accedente, apparuit ossium ac pulveris congeries linteo albo obtecta, quod imas oras acu pictas et fimbriis exornatas habebat; duae potissimum tibiae dignoscebantur, vasculum etiam ligneum et patera fictilis miniribus ossibus plena erant, lignei insuper loculi fragmenta et soleae frustula. Dominus meus singula ossa, magna animi pietate et gaudio exosculatus mirantibus nobis ostendit, aeque iterum sarcophago composuit quaedam ossa minora, pateram, solae et lintei partem extra reservavit. Obseratus iterum sarcophagus plumbo obsignatus est…Sagrista altaris structuram eadem ipsa nocte iterum componere studebat, quae tamen incrastinum emendari debuit…” (cfr. A.Bellucci, Onoranze alla venerata memoria di Mons. G.A.Galante), Napoli 1925).

La memoria della ricognizione del 1882 è in una pergamena conservata presso la Curia Arcivescovile di Napoli, Archivio della santa Visita. fondo pergamenaceo n.70.

Di essa riporto il testo parziale per dovere di cronaca perché entrambe costituisco la relata autenticativa della ciotola angioina e del terriccio raccolto dall’interno della lenos, ma anche delle ossa, qualora venissero ritrovate.

“…Erat autem fimbriis satis exornatum atque ad imas oras acu pictum nihil admodum sui amiserat coloris  et fortitudinis. Quod reverenter evolventes duas invenimus tibias, unam integram, mutilam alteram: sinistrorsum vera patera fictilis aspiciebatur parvis ossibus plaena manum potissimum ac pedum; destrorsum vasculum ligneum rotondum ossium fragmentorum , vestium ac solearum simul congesta massa una tumuli pars obducta erat, nec lignei feretri frusta per ossa et cineres sparsa deerant, nec ferreae subscudes feretrum ipsum olim firmantes ubi sacrum cadaver positum fuerat. Tunc Nostris Ipsi manibus majora minoraque ossa sigillatim secrevimus, cinerem totum et pulverem in ima sarcophagi parte substravimus, duas autem tibias reverenter deosculantes et iis qui aderant,  exhibentes super cinerem in pace composuimus , parva vero ossa e patera fictilis et ligneo vasculo in aliam patinam transtulimus, omnia eodem ipso linteo obtegentes. Desuper vero lignea frusta collocavimus,retinentes tamen Nobis duo  pedem ossa, cranii fragmentum, molaris dentis, coronidem soleae frustulum ac ipsam fictilem pateram atque lintei partem….”

Napoli – Duomo – Il sarcofago del III sec. interamente recuperato, nel 1957.

L’Arcivescovo Sanfelice demandò al Vescovo di Nocera Mons Luigi del Forno (1885-1912), presente a Napoli per la sua consacrazione episcopale , la riconsacrazione del violato Altare, il 12 ottobre 1885, ridedicandolo al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I , che pose al suo interno alcuni frammenti ossei dei corpi di San Massimo, San Gaudioso, Santa Lucia, San Gregorio Magno, in una capsella plumbea che ho recentemente ritrovata all’interno della lipsanoteca sinistra della cappella reliquiario del duomo, dove fu riposta nel 1957 , quando l’Altare barocco fu definitivamente smontato per il recupero dei reperti archeologici che nascondeva.

Napoli – Duomo – la definitiva sistemazione nella cappella dell’Altare fanzaghiano, del cartibulum e del sarcofago.

L’Altare barocco, poi negli anni ’80 del passato secolo, dopo un restauro al ciclo di affreschi della cappella, fu ricomposto, integrando i pezzi mancanti, sulla parete di fondo del sacello e il prezioso cartibulum e il sarcofago rimasero posizionati al centro del piccolo presbiterio con intorno i lacerticoli del pavimento di riggiole napoletane del ‘500, rinvenute con la rimozione del manufatto fanzaghiano

Fu un intervento personale delll’ allora Cardinale Arcivescovo Mons. Michele Giordano (1987 – 2006).

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio – I lacerticoli dell’antico pavimento di riggiole napoletane del ‘500.

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Mons. Franco Strazzullo, (cfr. F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1957), così conclude il capitolo dedicato alla scoperta dei reperti e delle reliquie  contenute nel sarcofago, e riporto brani del suo testo perché testimoniano la perplessità dell’ottimo Sacerdote, dello storico, dello studioso: “…restano ora da affrontare  due ordini di questioni, una agiografica (le ossa rinvenute nel sarcofago sono i resti di Sant’Atanasio…o di San Massimo), l’altra di interesse artistico (esame stilistico dell’Altare e del sarcofago). Mi rendo conto che a questo punto il lettore avrà tutta l’ansia di sapere a chi dei due Santi appartengono le reliquie contenute nel sarcofago…Nell’estate del 1957 S. Emin. il Cardinale Mimmi, nel desiderio di procedere alla ricognizione delle reliquie , nominò una Commissione di esperti, presieduta da Mons. Domenico Mallardo, e divisa in sezione scientifica e sezione storica. Fino ad oggi  un velo di silenzio è ancora steso sui lavori svolti , talchè sarebbe del tutto azzardato anteporre un giudizio. Per ora (1959 n.d.r.) non è stato ancora comunicato il risultato  a cui è pervenuta la Commissione scientifica…”, perché i resti mortali di San Massimo, sono venerati nella basilica catacombale di Sant’ Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli.

Napoli – Basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappucini di Napoli – La fenestrella confessionis aperta sul paliotto del maggiore Altare per consentire la venerazione delle reliquie dei Santi Vescovi Efebo, Fortunato e Massimo.

E ritengo che non si conoscerà mai il risultato della indagine scientifica: le reliquie raccolte nella lenos sono, almeno fino ad oggi (2017 n.d.r.) introvabili.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo o “degli Illustrissimi” – Elementi dell’Altare fanzaghiano, smontato nel 1957 e ivi depositati.

Devo necessariamente riferire che nel mese di febbraio 2015, il Cardinale Arcivescovo di Napoli, Mons. Crescenzio Sepe, dispose il restauro dell’ipogeo che custodisce le salme di alcuni Vescovi di Napoli e di altri deceduti in città.

Provvidi, su proposta capitolare, a redigere un elenco, ordinato secondo il cronologico delle varie date di deposito e corredato di necessarie notizie biografiche, delle salme, chiuse nei cofani, come prescrive il Codice di Diritto Canonico e le norme igieniche relative alle sepolture.

Furono sistemate nell’ipogeo restaurato, anche un cofano funebre contenete ossame raccolto da antiche sepolture del duomo, due cassette di zinco sigillate contenenti altro ossame e tre cassette di legno anonime,  contenenti i resti mortali di tre individui e alcuni canopi contenenti parti molli umane, ormai disseccate.

La provenienza di questi resti umani anonimi, è nel decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721, che vietava la presenza di corpi di defunti in sepolcri elevati da terra, oppure essi furono variamente recuperati durante i lavori ottocenteschi all’interno del duomo.

Con i cofani funebri e le cassette-contenitori di ossame, temporaneamente riposte nella cappella funebre del Cardinale Alfonso Castaldo, nello spazio della cripta di San Gennaro, fu riposta e da me osservata,  anche una cassetta di legno compensato chiaro, di fattura moderna, di grandezza e forma tipica delle cassette, contenitore di reperti di laboratorio, chiusa con una chiave la cui toppa risulta ottonata.

Potrebbe contenere i reperti ossei raccolti dal sarcofago e composti al suo interno per l’esame della Commissione costituita nel 1957.

Resta comunque aperta ogni ipotesi circa la attribuzione delle reliquie rinvenute all’interno della lenos, qualora esse venissero ritrovate e riconosciuta la loro origine, con elementi probanti e sottoposte ad accertamenti utilizzando i moderni sistemi di datazione e comparazione.

Ma questo riguarda solo la questione agiografica sulla datazione e identificazione delle reliquie ritrovate.

Mons. G.A,Galante, archeologo, filologo, storico dava importanza alla tradizione e per essa considerava le reliquie ritrovate, appartenenti al corpo di sant’Atanasio I, piuttosto che al corpo di San Massimo venerato nella chiesetta catacombale di Sant’Efremo dei Cappuccini dove erano state ritrovate nel 1589 (Cfr. Tino d’Amico, Op.Cit.)

Per il Galante le reliquie erano da attribuire al corpo del Santo Vescovo Atanasio I, anche perché come tali erano state venerate durante le Sante Visite, dagli Arcivescovi, certi della loro deposizione nell’Altare fin dal tempo della inaugurazione del duomo angioino e, delle Sante Visite, esistono verbali e relazioni.

L’Altare fanzaghiano poi, fu costruito alla fine del ‘600, dopo la Santa Visita del Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart, che lo vide al suo posto e che, per non riaccendere la allora placata polemica tra le due componenti clericali, Capitolare Vescovile e gli Ebdomadari decise l’occultamento dell’antico sia pur prezioso Altare e del sarcofago e non solo. (Cfr. Tino d’Amico, op.cit.),

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La storia della produzione ceramica nell’alto medioevo è argomento ampiamente e variamente trattato e le note che seguono servono per inquadrare storicamente il manufatto e tentare di dimostrare la sua appartenenza alla produzione ceramica comune napoletana, di epoca angioina.

Napoli nel medio evo aveva rapporti commerciali e culturali con il mondo islamico, contatti che si intensificarono dopo la espansione araba in Spagna e Sicilia.

Il Meridione d’Italia, dalla metà del IX secolo alla fine dell’XI, entrò nell’orbita culturale e politica bizantina (periodo ducale di Napoli) e Napoli svolse un  ruolo di mediazione culturale fra il mondo greco e il mondo latino.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – la ciotola angioina.

Nel XII secolo, poi, aumentarono sempre più i traffici delle principali città campane con i saraceni: Napoli, Salerno, Amalfi, Benevento furono volani per  un prezioso impulso alla circolazione delle merci, olio, vino, spezie, trasportate con manufatti ceramici, ma anche i flussi di pellegrini e soldati, imposero la necessità dell’uso di comune vasellame ceramico sulle navi, ma anche nei luoghi di sosta.

La libera circolazione di mercanti e viaggiatori, fu favorita dal trattato stipulato da Federico II con l’Emiro di Tunisi  nel 1231, che costituì il canale di penetrazione di produzioni artigianali locali verso l’oriente  e dall’oriente verso il Meridione d’Italia, dove giunsero anche oggetti comuni di produzione ceramica.

La circolazione di manufatti di provenienza araba e fra questi anche la ceramica invetriata che si diffuse nel Regno Svevo, favorì anche l’arrivo di artigiani che aprirono le loro botteghe nelle principali città e  a Napoli.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta Lecce.

Il trasferimento coatto, a partire dal 1223-25 e nel 1246 della colonia araba di Sicilia a Lucera e nei territori limitrofi con la creazione di un vero e  proprio ghetto arabo nella città, vide lo stabilirsi in quei territori anche di colonie di ceramisti che continuarono la loro attività manufatturiera: costoro riuscirono ad influenzare la già fiorente produzione ceramica locale e a diffondere la tecnica della invetriatura stannifera e verniciatura piombifera  verso il nord della penisola.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Particolare della ciotola angioina che evidenzia la scritta identificativa aggiunta dal Galante nel 1882.

Con gli angioini lo sviluppo degli scambi tra Meridione e Italia Centrale, fu favorita anche dai fiorenti rapporti con lo Stato della Chiesa, che rese più capillare la penetrazione della produzione ceramica di tipo siculo-arabo anche verso il nord.

Dopo la distruzione di Lucera del 1301, da parte di Carlo I d’Angiò ed il trasferimento a Napoli di artigiani provenienti da quella città, molti ceramisti impiantarono bottega nell’area del mercato e dell’antico foro.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta a Lecce.

La ceramica di epoca angioina prodotta nelle botteghe napoletan dalle quali certamente proviene la ciotola-fonticolo, e conosciuta attraverso frammenti rinvenuti nell’area del Castello Angioino, vasellame comune da mensa, nella forma maggiormente attestata , è un catino con orlo ingrossato e ricurvo verso l’interno, corpo a calotta emisferica ribassata e piede ad anello.

Presenta generalmente invetriatura gialla o verde oliva, con decorazioni di bruno e verde, abbastanza rozze, o giallo ferraccia e verde ramino.

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Prof. Tino d’Amico – CURRICOLO

Tino d’Amico è nato a Napoli nel 1947, dove risiede e svolge la sua attività culturale.

Terminati gli studi presso il Liceo Artistico, ha frequentato la Facoltà di Architettura; ha superato il Concorso Statale per l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole superiori di secondo grado e per un decennio ha insegnato Storia dell’Arte e Disegno negli istituti Magistrali e nei Licei Scientifici e Critica d’arte in un Liceo Classico.

Dal 1980 ha lavorato presso l’Amministrazione Comunale di Napoli come Funzionario Dirigente di alcune divisioni amministrative e dal 1996 come Dirigente Scolastico di gruppi di strutture scolastiche dipendneti dalla stessa Amministrazione, chiedendo di essere collocato a riposo nel 2010.

Poeta in lingua e dialettale, ha collaborato a giornali e periodici con articoli di Critica d’Arte e Critica letteraria, storiografia, sociologia, antropologia, biografia e napoletanità.

Pubblica attualmente sul blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com saggi storici sul duomo di Napoli e articoli di varia cultura.

Nella Chiesa di Napoli è stato istituito Accolito ed esercita il suo ufficio liturgico nel duomo cittadino ed attualmente è impegnato nella classificazione, catalogazione, restauro ed inventario delle reliquie e dei reliquiari dei Santi e Beati venerati nella cappella lipsanoteca, nel servizio liturgico attivo, nelle varie catechesi agli adulti e in una fattiva collaborazione nel servizio della carità.

Felicemente sposato da quasi cinquant’anni, gode della presenza festosa di quattro nipoti.

Saggi ed articoli recentemente pubblicati:

  • L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad Fontes minore.
  • Napoli, Basilica del Carmine Maggiore – Il Crocefisso che chinò il capo per schivare un colpo di bombarda.
  • Di due frammenti di transenna, di un frammento di pluteo e di un pilastrino di epoca ducale nella cappella di San Lorenzo del duomo di Napoli.
  • Il bassorilievo della Madonna col Bambino nella cappella Carbone del duomo di Napoli, lastra marmorea superstite  di uno smembrato monumento funebre.
  • L’Albero di Jesse del duomo di Napoli, affresco di Lello de Urbne (da Orvieto ? ), elaborazione grafica della genealogia legale di Gesù; venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale del Figlio del Dio Vivente; omaggio sacralizzante della monarchia angioina attraverso la committenza vescovile e una discreta presenza templare.
  • Napoli – L’obelisco della piazza del Gesù – Ruolo e significato di un arredo urbano.
  • Il Cristo della parusia che cavalca il globo solare della cappella del Salvatore e di Sant’Atanasio I , nel duomo di Napoli.
  • Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli: un funerale da Montecassino; un morto che risuscita: una veduta di Napoli nel ‘500 dalla parte del Carmine; Sant’Eufebio morto che appare e celebra una liturgia nell’oratorio della catacomba.
  • La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli e le reliquie di San Massimo in Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli.
  • La Madonna col bambino in gloria di Diego de Siloe nella cappella Tocco del duomo di Napoli.
  • Il cartibulum ed il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli.
  • L’unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: il Passus Ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.
  • Il paliotto dell’Altare della cappella Capece-Minutolo del duomo di Napoli, inedito, singolare reperto bizantino proveniente dalla distrutta basilica detta Stefanìa .
  • La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “Vestibolo del Paradiso”.
  • Ritrovato nei depositi del duomo di Napoli il fonticolo delle reliquie di Sant’Agrippino, sesto Vescovo di Napoli (223-233). Il mistero delle iscrizioni dedicatorie.
  • Il Crocefisso romanico franco-iberico della cappella Caracciolo-Pisquizy del duomo di Napoli.
  • La palpitante unione con Gesù Crocefisso di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C.
  • Ritrovato nel reliquiario del duomo di Napoli il chirosalterio, manoscritto inedito di Sant’Andrea Avellino.
  • Don Dolindo Ruotolo Sacerdote napoletano.
  • Il ritiro di San Raffaele a Materdei.
  • San Francesco d’Assisi patrono dell’ecologia, e la possibile alleanza tra scienza e fede auspicata da Papa Francesco con la Lettera Enciclica LAUDATO SI.
  • Il trono dell’Arcivescovo Bernardo de Rodes (1368-1378) nel duomo di Napoli .
  • Un fumetto ante litteram in un ex voto marmoreo napoletano.

 

L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad fontes.

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di Tino d’Amico

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A sinistra del prospetto della cappella delle reliquie del duomo, un anonimo usciuolo aperto sulla parete della navatella di Sant’ Aspreno, introduce in alcuni ambienti che oggi consentono di raggiungere i vari livelli della torre campanaria.

Il primo e più ampio di essi è un corridoio lungo  circa 9 metri e largo 5, coperto da una volta ad arco leggermente acuto il cui vertice appare notevolmente ribassato rispetto al piano di calpestio attuale, decorata nell’intradosso da lacunari sfalsati, contornati da cornici aggettanti, in pietra di tufo, costituiti da elementi preventivamente lavorati fuori opera.

Non esistono altri simili esempi di decorazione, a parte la notevole analogia che si riscontra con la decorazione del passaggio sottostante il campanile della Cattedrale di Caserta Vecchia.

Decorazione unica nel suo genere, desunta dal mondo islamico, coacervo di stilemi, a loro volta desunti dalle diverse culture che andava introitando nella fase della espansione nel medio oriente e nell’Africa sahariana, che già nel VII secolo influenzava l’arte bizantina, che traeva da esso motivi di ispirazione, che poi trasmigreranno nella cultura artistica normanna, dal 1071, come sincretizzazione di elementi bizantini, arabi, romanici che troveremo per tutto il XII secolo e nella cultura federiciana.

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Da: Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974. – L’intradosso del sottopasso del campanile del duomo di Napoli e foto piccola, l’intradosso del sottopasso del campanile di Caserta vecchia.

Lungo le pareti, appena sotto l’imposta della ogiva, si osservano una serie di nicchiette appena accennate nella concavità: costituivano gli schienali degli scolatoi dei cadaveri.

Sconosciuto fino ai primi anni ’70 del passato secolo, fu ritrovato occasionalmente con il suo macabro contenuto.

La volta ogivale è la copertura del passaggio sottostante l’antico campanile del duomo, a scavalco del setto del cardine n.14, dello schema dell’impianto urbanistico di Napoli greco-romana, così come studiato e delineato da Bartolommeo (sic) Capasso nel 1901 e analizzato e riproposto da Mario Napoli nel 1951.

Esso, fin dal III – IV secolo d.C., costituiva la strada interna dell’ insula tripla che andava configurandosi come cittadella vescovile chiusa e indicato nel tratto, Vicus S. Larentii ad fontes, ed il cui basolato di pavimentazione fu parzialmente rinvenuto a circa tre metri di profondità rispetto alla quota media del piano di calpestio dell’insula, negli stessi anni ’70, rasente il muro orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta

planimetria

Da Bartolommeo Capasso – Napoli greco-romana, Napoli, 1901 – Si evidenzia la cittadella vescovile e il campanile a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, tratteggiato in rosso.

L’accesso allo spazio chiuso della cittadella vescovile, avveniva in epoca paleocristiana e alto medioevale attraverso un Vicus Obliquo  che dalla Somma Piazza andava ad immettersi nel Cardine Major, indicato da sempre come Vicus Radii Solis, vicolo ancora oggi percorribile,  nello spazio di pertinenza degli ambienti del Collegio Capitolare.

Con la pianificazione interna dell’area intorno al VII – VIII secolo  e la realizzazione degli edifici episcopali, della probabile modifica planimetrica della Santa Restituta con la ricostruzione dell’abside a nord e la realizzazione del nuovo ingresso preceduto da un quadriportico a sud, della ricostruzione della sua basilica gemina detta Stefanìa, l’accesso alla cittadella venne a trovarsi naturalmente spostato sul Largo di Capuana, in posizione leggermente elevata, tenendo conto del declinare naturale del luogo, attraverso una preesistente torre di difesa,  che forse già era a scavalco del tratto del cardine n.14, raggiungendo il naturale piano di calpestio del Largo di Capuana, probabilmente mediante una piccola rampa o una scalea, soluzione già adottata altrove.

L’archeologo Mons. Enrico Tarallo (1881-1960), Canonico del Collegio Capitolare Metropolitano napoletano di Santa Restituta, elaborò nel 1931 una ipotetica planimetria dell’ insula episcopalis ,sulla scorta di occasionali suoi ritrovamenti e ricerche, ma non segnò su di essa il Vicus Obliquo, che tratteggio in rosso, e non riportò le tracce dei cardini 14 e 15: del primo, parte integrante dell’area interna della cittadella, non se ne conosceva il percorso, l’altro costituisce da sempre il viale  interno di collegamento degli uffici amministrativi della Diocesi.

La planimetria del Tarallo, risulta imprecisa relativamente alle porzioni di cardini dal Largo di Capuana verso sud, ma risulta di particolare interesse per la collocazione delle due basiliche e dell’ atrio paleocristiano, recentemente scoperto e ancora oggetto di studio che invece egli ritiene essere il quadriportico della Stefanìa; il Tarallo non tiene conto delle planimetrie elaborate nel ‘700 dal Canonico Capitolare napoletano e celebre archeologo Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e disegnate dal Sersale che ugualmente si riproduco:

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Planimetria elaborata da Mons. Enrico Tarallo dell’insula episcopalis e, sotto, la planimetria dell’area proposta dal Mazzocchi, della sovrapposizione della costruzione angioina sulle due basiliche, la paleocristiana detta di Santa Restituta e la bizantina detta Stefanìa. Il disegno “a volo d’uccello” fornisce una ideale ricostruzione dell’area, con la Santa Restituta orientata ancora nord-sud e la Stefanìa con i campanili e, a lato, gli edifici vescovili sul Vicus ad Plateam Capuanam.

Il cardine n.14 del quadro schematico delle platee, dei decumani, e dei cardini, elaborato da Bartolommeo Capasso e riproposto da Mario Napoli, parzialmente inserito con un setto nell’area della cittadella vescovile, fu indicato Vicus S. Laurentii ad fontes.

Esso aveva ed ha origine nel tratto della murazione della Platea Superiore (via Settembrini) da nord a sud e risulta indicato già in epoca medioevale, nei vari setti, come Vico Donnaregina; continua intersecando il decumano superiore nella Somma Piazza; attraversa interrato il cortile del palazzo arcivescovile, rasentando il lato occidentale dell’ atrio paleocristiano; continua interrato adiacente il lato orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta e, come risulta anche dalle antiche planimetrie e disegni riprodotti , la separa dalla sua basilica gemina detta Stefanìa; continua interrato sotto le navate del duomo angioino e passando sotto il campanile a scavalco, per mezzo di una rampa o di una scalea, andava ad immettersi nel Largo di Capuana per poi continuare l’allineamento nel Vico Zuroli, e fino alla murazione meridionale nel setto, irregolare per l’orografia del luogo, indicato come Vico Canalone.

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Da: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee ( a b c ) e intitolazione dei cardini.

Il parallelo cardine n. 15, trae origine dalla stessa area adiacente la murazione e, nel setto iniziale, risulta ancora indicato come Vico Loffredo; continua interrato sotto la chiesetta di Santa Maria Ancillarum; attraversa la Somma Piazza che fino alla seconda meta del ‘600 non aveva la attuale configurazione, ma era piuttosto un setto del Decumano Superiore, per immettersi nello spazio interno della cittadella vescovile, dove da sempre è indicato come Vicus Cluso, rasente il lato orientale dell’atrio paleocristiano, separandolo dagli antichi edifici episcopali, dagli edifici per il clero e per i diaconi e dai granai e, passando sotto il transetto del duomo angioino andava e  va ad allinearsi, dopo aver attraversato il Largo di Capuana, nel Vicolo dei Carbonari e termina ancora  la sua corsa presso la murazione meridionale nel Vicolo di Sant’Arcangelo.

L’antico campanile a scavalco del tratto terminale  del Vicus S. Laurentii ad fontes, fu costruito sui resti di una torre di difesa della cittadella vescovile del VI-VII secolo, anche essa forse a scavalco del tratto terminale dello stesso Vicus come struttura difensiva dell’accesso all’area che già doveva configurarsi come spazio chiuso, torre di difesa costruita forse già al tempo delle guerre gotiche (535-553), come la  torre di difesa eretta all’inzio del vicino Vico Scassacocchi nello stesso periodo e della quale accennerò più avanti, antico cardine n.17 dello schema dell’impianto urbanistico elaborato da Mario Napoli.

napiDa: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee e dei cardini.

In essa era custodito, da un corpo di guardia, il tesoro del duomo: fu assaltata e depredata al tempo del Vescovo di Napoli Atanasio I (849-872) dai saraceni di Agropoli, a Napoli con il nipote dello stesso Vescovo, il duca bizantino Sergio, ariano e filosaraceno.

M. Baratta (1901, I terremoti d’Italia) cita un violento terremoto che nel 1180 avrebbe colpito Napoli, distruggendo gran parte della città, riportando una citazione che trae da un altro autore, il Capocci (1861, Catalogo de’ tremuoti….) che a sua volta cita Piney (1848, Memoire sur les tremblements de terre …) ma le fonti non sono confermabili perché vagamente specificate, non solo, ma di eventi sismici non si trova riferimento, nel sec.XII, come è molto dubbio un altro terremoto citato, del 1158.

Il dubbio terremoto del 1180 avrebbe atterrato l’antico campanile e molti degli edifici altomedioevali della cittadella vescovile.

Reggeva allora la Diocesi Sergio IV (circa 1168-1191); a lui successe Anselmo (1192-1215) e Tommaso (1215-1216).

La cronotassi riporta dopo di lui Pietro II (1216-1251) che avrebbe ricostruito il campanile nel 1233, sui resti della precedente torre campanaria, costruita a scavalco della parte terminale del citato Vicus S. Laurentii, costruita a sua volta sui resti della antica torre di difesa  del VI-VII secolo, certamente dopo il IX secolo, perché il posto di guardia fu assaltato  al tempo di Atanasio I, Vescovo di Napoli (849-872) per depredare il tesoro della Cattedrale in essa custodito, campanile crollato, come riferisce Camillo Tutini (1594-1670), forse con il dubbio terremoto del 1180.

Rimase in piedi solo il basamento attraversato nel senso nord-sud dal corridoio, già decorato nell’archivolto ad arco leggermente acuto, con quadroni sfalsati, contornati da cornici aggettanti, decorazione uguale a quella dell’intradosso dell’arco leggermente acuto che copre il corridoio del campanile a scavalco della strada di accesso al sagrato della Cattedrale di Caserta vecchia, terminato certamente quest’ultimo al tempo di Federico II dal Vescovo Andrea (1221-1240) che risiedeva in quel luogo perché la sede diocesana fu trasferita in un posto più sicuro per le frequenti scorrerie saracene, come riferisce una lapide posta sul lato sinistro del basamento:

POST CATHEDRAM STABILISC CATHEDRAVIT DOGMASUAE SEDIS QUI SINGULA CLARIFICAVIT QUAM DOMIBUS VARIIS ET CAMPANIS DECORATIV ANNIS COMPLETIS QUOS HIC CERNENDO LEGETIS MILLE DUCENTENIS BIS QUINIS BIS DUODENIS HUIC INSODATIV OPERI QUOD PREMICIATIV.

Entrambe le decorazioni delle volte dei corridoi non trovano analogo possibile raffronto, risultando uniche nel genere.

La costruzione della Cattedrale di Caserta vecchia, dedicata a San Michele, fu iniziata certamente nel 1113 dal Vescovo Rainulfo e terminata nel 1153.duomo-di-casertavecchia-facciata

Caserta Vecchia – La Cattedrale di San Michele – La facciata e il campanile a  scavalco della strada di accesso al sagrato.

In essa si fondono elementi della architettura siculo-araba, pugliese e benedettina cassinese.

La data di costruzione del suo campanile è assegnata dalla lapide al 1234, ma la lapide lascia intendere che il Vescovo Andrea, completò un lavoro già iniziato, spostando di molti anni addietro l’inizio della costruzione della torre.

Sia Camillo Tutini che Cesare d’Engenio Caracciolo (15…-1650), riportano il testo di due lapidi ritrovate alla base della torre campanaria napoletana, probabilmente al tempo della costruzione della cappella del Tesoro di San Gennaro, quando si rese necessaria la eliminazione di tre cappelle di patronato del duomo angioino e dell’ospizio atanasiano di Sant’Andrea, per recuperare lo spazio utile per la costruzione.

Esse ricordano la ricostruzione del campanile della basilica Stefania patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Pietro II (1216-1251) (cfr. F. Strazzullo) particolare che fa ritenere la decorazione dell’intradosso  del corridoio di Caserta vecchia, derivata dalla decorazione dell’intradosso del corridoio dell’antico campanile napoletano, se si da per vera la data 1234 del campanile casertano.

Concordemente i due autori affermano che le lapidi  furono utilizzate per ripavimentare  la gradinata di accesso al duomo durante i lavori effettuati negli anni di governo della Diocesi del Cardinale Arcivescovo Decio Carafa (1613-1626) per cui risulta impossibile ogni raffronto del testo: “….Sotto il campanile di questa Chiesa, a nostri tempi furono ritrovati i seguenti due marmi con li soscritti versi, i quali oggi non si veggono, perché furono guasti, e si adoperarono nella scala della porta maggiore di questa Chiesa, ne quali si faceva mentione di Pietro della Citta di Sorrento Arcivescovo di Napoli, che fu nell’anno 1233, come nè seguenti versi si legge: 

HANC PETRAM, PETRUS PRAESUL, AEDIFICAVIT, QUAM CHRISTUS PETRAM PETRO SIMONI SIMILAVIT, /  SURRENTI NATUS , PAESULIQ; NEAPOLITANUS /  MILLE TER UNDENIS ANNIS, DOMINIQ; DUCENTIS, /  DECANTENT TURBAE SURRENTI NATUS IN URBE, /  URBIS, P. SAUE’ PRAELATUS VERGILIANAE; /  QUEM DOMINUS ELEGIT, FAELICITER HOC OPUS EGIT.

ANNIS VIVENTIS DOMINI PER MILLE DUCENTIS, /  TER DENIS TERNIS SI SCRIPTA LEGENS LENE’ CERNIS. /  INTITULAT GESTA CURRENS INDICTIO SEXTA, /  TUNC ANNIS DOMINI TER DENI MILLE DUCENTI , /  TERNI CUM COEPIT HOC OPUS FAELICITER EGIT /  P. DE SURRENTO TUNC PRAESUL NEAPOLITANUS, SI BENE’ SCRIPTA LEGES, INDICTIO SEXTA CURREBAT. (cfr. Cersare d’Engenio Caracciolo, Napoli sacra).

Di questo campanile non  possediamo descrizione , ne immagini  cartografiche antiche e dobbiamo riferirci al coevo campanile di Caserta vecchia, per una ideale ricostruzione.

Il campanile di Caserta vecchia è alto 32 metri ed è largo alla base 8 metri, con 5 piani decorati con bifore.

E’ simile a quello della cattedrale di Aversa, e manifesta già influssi gotici.

Al vertice della struttura la cella di risonanza è ottagona con torrette cilindriche agli angoli.

Probabilmente anche il campanile napoletano, preesistente alla costruzione del duomo angioino presentava le stesse caratteristiche, comuni anche al campanile della chiesa napoletana di Santa Maria a Piazza, fondata nel IV secolo, il cui campanile preromanico in laterizi fu innalzato su un arco all’ingresso del Vicolo Scassacocchi.

Esso, del X-XI secolo, era a scavalco del vicolo e fu costruito su una torretta di difesa all’accesso e per la chiusura del vicolo stesso, al tempo delle guerre gotiche (535-553), anche essa era a scavalco del tratto di strada.

Era la torre campanaria più antica di Napoli e fu abbattuta nel 1924 per l’ampliamento delle vie della Vicaria Vecchia e di Forcella.

santa-maria-a-pizza-451x600Napoli, Via Vicaria vecchia, l’arco in laterizio, a scavalco dell’accesso al vicolo Scassacocchi, su cui fu elevato nel X o XI secolo il campanile della vicina chiesa paleocristiana di Santa Maria a Piazza, in una stampa di fine ‘800.

Allo stesso periodo risale il campanile superstite della chiesa napoletana di Santa Maria Maggiore alla Pietra Santa, del VI secolo.

Il suo campanile risalirebbe all’XI secolo ed è oggi una delle più antiche torri campanarie d’Italia.

E’ in laterizio ed è anch’esso a scavalco di un passaggio di accesso al sagrato della antica chiesa, ricostruita tra il 1653 e il 1678 da Cosimo Fanzago.

800px-napoli_-_chiesa_di_santa_maria_maggiore2Napoli, il campanile a scavalco della chiesa di Santa Maria Maggiore della Pietra Santa.

Il basamento dell’antico campanile del duomo fu ancora riutilizzato nella costruzione di un nuovo campanile, in età angioina, crollato con il terremoto del 1349, che non doveva essere dissimile dalle coeve torri campanarie napoletane di San Lorenzo Maggiore, di Santa Chiara e nella struttura come quello di San Pietro a Maiella, costruito anche esso in età angioina;   successivamente fu riutilizzato ancora, per la costruzione di un nuovo campanile patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456 che atterrò il preesistente e arrecò notevoli danni al duomo, in forme ridotte per motivi  di sicurezza, ampliando e rinforzando la base anche con torrette poligonali angolari. struttura poderosa, così come appare oggi nascosta dalla  fitta stratificazione edilizia della fine del ‘500, riprodotta anche nel rilievo cartografico di A. Baratta, della città di Napoli, nella mappa dell’area del duomo, del 1629.

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Napoli, il campanile della Basilica di San Lorenzo Maggiore in una vecchia fotografia  e il campanile della chiesa di San Pietro a Maiella.

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Da: Roberto Di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974 – Napoli, duomo, la poderosa mole del campanile, così come appare oggi, soffocato dalla stratificazione edilizia cinquecentesca.

Con lo spianamento dell’area  per la cotruzione del duomo angioino, alla fine del ‘200, il campanile, prima che un nuovo terremoto lo atterrasse, cessò di essere a scavalco del Vicus che risultò interrato nel tratto della cittadella vescovile.

La base dell’antico campanile, con il sottopasso, fu racchiusa in una nuova poderosa struttura poligonale rinforzata alla base da torrette esagonali sulla quale venne innalzata la torre campanaria angioina, che crollo con il terremoto del 1456.

Il corridoio, dopo la costruzione del duomo angioino e la concessione del diritto di patronato sulla adiacente cappella alla famiglia Carbone, da parte dell’Arcivescovo Bernardo di Rodes (1368-1378), che fu intitolata ai Santi Tiburzio e Susanna, titolo cardinalizio del napoletano Francesco Carbone (metà sec. XIV – 1405), morto a Roma ed in essa sepolto, divenne sagrestia accedibile attraverso una porta aperta sulla parete di destra della cappella stessa.

Smise di essere sagrestia della cappella, forse dopo il terremoto del 1456, divenedo accedibile da una porta aperta, oggi murata, sull’angolo sinistro dello spazio che poi divenne la cappella di patronato della famiglia Galluccio e sul finire dell’800 cappella delle reliquie del duomo.

Dopo la fondazione della Confraternita dei Bianchi del Santissimo Sacramento, nel 1549 da parte dell’Arcivescovo di Napoli Cardinale Gianpietro Carafa (1549-1555) eletto papa nel 1555 col nome di Paolo IV che assegnò ad essa,  come sede, gli ambienti ed una cappella realizzata nel primo livello del ricostruito campanile, in forma ridotta nella altezza, dal   Cardinale Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456,  il corridoi murato negli accessi fu utilizzato  come scolatoio dei cadaveri dei confratelli della Confraternita

Ad esso si accedeva per i caritatevoli uffici di sepoltura, attraverso una botola aperta sul pavimento della cappella stessa.

Il corridoio/scolatoio, fu ritrovato occasionalmente, durante gli ultimi lavori di restauro al complesso Cattedrale (1969-1972) con ancora alcuni cadaveri seduti sugli scolatoi e le cantarelle recuperate sono utilizzate oggi, come vasi per piante nel cortile del palazzo arcivescovile, insieme ai rocchi di terracotta che costituivano le condotte dell’acqua piovana dai tetti del duomo.

Fu realizzato un nuovo accesso alla torre, creando una scala all’interno del poderoso basamento, che dall’usciulo sulla navatella di Sant’Aspreno, baipassando il corridoio, aggirandolo, consentiva raggiungere la cappella della Confraternita e il secondo livello della torre campanaria dove il Cardinale Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1590-1603), fece realizzare la casa per il Vicario Curato del duomo.

camp1Altre scale ricavate nella struttura consentono di raggiungere la cella campanaria, munita oggi di cinque campane:

La più antica fu fusa nel 1302, quando era Arcivescovo di Napoli il Beato Giacomo da Viterbo (1302-1307) e probabilmente è la prima delle campane poste sul  nuovo campanile angioino  e reca a caratteri gotici, la seguente iscrizione:

BEATI MORTUI QUI I DNO MORIUNTUR QUARTE INDI + AN DNI MCCCII. MENTE SCAM SPONTANEA HONORE DEO ET PATRIE LIBERACIONEM + PETRUS FILIUS MAGIRO ROMEO ME FECIT.

La campana più grande, a settentrione, fu fusa nel 1322, al tempo del Vescovo eletto Matteo Filomarino (1320-1322) e, come riferisce F. Strazzullo, in: neapolitanae ecclesiae cathedralis insriptionum thesaurus, Napoli 2000, si ruppe il 6 maggio del 1673, durante la processione delle reliquie di San Gennaro e fu fatta rifondere nello stesso anno dal Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685) che la benedisse il 19 maggio 1673;  reca gli stemmi cardinalizi del Caracciolo e la immagini dei Santi Compatroni, di San Gennaro,  del Reliquiario del Sangue e la seguente iscrizione, con una diversa data:

INNICUS TIT. S. CLEMENTIS S.R.E. PRESBiTER CARD. CARACCIOLUS ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS AD HONOREM GLORIOSI MARTIRIS ET EPISCOPI IANUARY PATRONI MEN. DECEMBRIS ANNO SALUTIS MCCCCCCLXXXIII.

La stessa campana reca un’altra iscrizione:

FELIX PULCRA NEAPOLIS FIDELIS ALMA CIVITAS EXSULTA  MENTE HUMILI IUBILIOVEE PRAECONIO TUO IANUARIO MARTIRE DEI INCLITO AC PRAESULE SANTISSIMO QUEM ROGA VOTO SUPPLICI UT MAGIS SEMPER FLOREAS ET SPIRITU PROFICIAS PESTIS CONTACTUM  ARCEAT BELLORUM MALA REPRIMAT MISERAM FAMEM AUFERAT FLAMMAS EXTINGUAT LITIUM EIUSQUE PATROCINIA HABERE  SEMPER SENTIAS ALLELUIA ALLELUIA ALLELUIA

La terza campana, seconda per grandezza, fu donata dal Cardinale Gianvincenzo Carafa (1530-1544), nel 1540 e reca la seguente iscrizione:

MENTEM SANTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERATIONEM VINCENTIUS CARRAFA EPISCOPUS PRENESTIENSIS SACRO SANTE ROMANE ECCLESIE CARDINALIS ET ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS ANNO DOMINI M CCCCC XXXX.

La campana posta ad occidente, reca la seguente iscrizione:

OPUS PRINCIPY DE AMORE REGY FUND ET CAIETANI EIUS FILIUS NEAP.

Sull’orlo superiore:

FLEO DEMONIS ET VENTI VIM PELLO CANTOQ. LAUDES CORPORA VIVA VOCO MORTUA VOCE.

Un’altra campana più piccola reca lo stemma del Cardionale Caraccioolo e la data del 1677, ed un’altra, fusa al tempo del Cardinale Luigi Ruffo Scilla datata 1822, recava la seguente iscrizione, riportata da Stanislao Aloe in: Tesoro lapidario napoletano, Napoli 1835, da dove sono tratte le iscrizione presenti sulle campane e qui riportate.

VERBUM CARO FACTUM EST ET HABITAVIT IN NOBIS ALOYSIUS S.R.E. CAR. RUFO ARCHIEP. NEAPOLITANOR. ERAT F.A.D. MDCCCXX.

Questa campana, riferisce Strazzullo, fu rifatta a spese del Card. Marcello Mimmi, Arcivescovo di Napoli (1952-1957), nel 1954.

Le campane, originariamente a slancio, nel 1972, al termine dei lavori di restauro all’area episcopale, inattive da molti anni, furono munite di un motore elettrico per il concerto, nelle ore canoniche, e nelle solennità liturgiche, a spese del Canonico del Capitolo Cattedrale, Vicario Episcopale per il duomo, Mons. Salvatore De Angelis (1894-1974) e solennemente benedette e inaugurate dal Cardinale Arcivescovo Corrado Ursi (1966-1987).

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Riproduco ora il rilievo planimetrico  della struttura e due sezioni della stessa, così come pubblicato sul citato testo di Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli 1974, con delle note grafiche esplicative da me aggiunte.

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La prima, rappresenta graficamente, con un tratteggio più fitto, la base dell’antico campanile , rinforzata con la poderosa struttura del campanile angioino, e con le torrette poligonali agli angoli, aggiunte dopo il terremoto del 1456, rappresentata con un tratteggio più rado.

Essa evidenzia chiaramente la planimetria dell’antico passaggio sottostante il campanile a scavalco del tratto terminale del Vicus S. Laurentii ad fontes.

I disegni successivi sono le planimetrie del primo e del secondo livello della torre campanaria: la cappella della Confraternita, al primo livello e le scale che conducono alla soprastante cella campanaria.ca2

La sezione della struttura  riprodotta nel disegno a lato, rappresenta alla base il passaggio a scavalco che appare molto ribassato rispetto al piano di calpestio originario del Vicus, che ho tentato di ridisegnare.

La sezione della torre campanaria, evidenzia ciò che resta del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus dell’antico campanile.

Anche in questo disegno ho tentato di collocare l’antico piano di calpestio del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus, tentando di riferirlo alla quota del piano di calpestio del tratto del Vicus rapporto ai resti del tratto di strada romana emersi sul lato orientale della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, durante i lavori di restauro al complesso episcopale.

La stampa del disegno “a volo d’uccello” che ho postato, elaborato da Alessio Simmaco Mazzocchi, rappresenta una ricostruzione ideale della disposizione delle due Basiliche napoletane, la Santa Restituta e la sua gemina Stefanìa:  la Stefanìa aveva due campanili sulla facciata.

Quello di destra, guardando il disegno sopportava alla base una antichissima cappella che già dal VII-VIII secolo era intitolata a San Pietro ed era di diritto patronale della potente famiglia Capece-Minutolo che aveva fondaci e case al Vico Scassacocchi.

Su di essa poi, dopo lo spianamento dell’area per la costruzione del duomo angioino, fu costruita la attuale cappella dei Capece-Minutolo, intitolata a San Pietro.

L’altro campanile, costruito sui resti della torre di difesa, era a scavalco del tratto terminale del Vicus S.Laurentii ad Fontes .

L’antico campanile del duomo, a scavalco del Vicus e l’antico campanile di destra della Basilica detta Stefanìa, che sopportava alla base la cappella dei Capece-Minutolo, utilizzata come cripta sepolcrale dei membri della famiglia, la cui area di patronato risulta delineata sul pavimento del transetto antistante l’ingresso della attuale cappella dei Capece-Minutolo. risultano essere in asse, lungo il muro perimetrale sud del transetto.

Questo conferma la antichità del passaggio sottostante il campanile dell’IX-X secolo e la antichità della decorazione del suo archivolto, certamente precedente a quello della Cattedrale di Caserta Vecchia.

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Sorprende lo stato di abbandono in cui versa la struttura, la cappella della Confraternita restaurata negli anni ’70 del passato secolo e la cella campanaria, priva di reti protettive e ingombra di carcasse ed escrementi di uccelli.

Napoli – Basilica Santuario del Carmine Maggiore – Il Crocefisso che chinò il capo per schivare un colpo di bombarda.

Le ragioni di una contesa – La fine del Regno di Giovanna II e l’arrivo degli aragonesi a Napoli – Il miracolo nel racconto di un contemporaneo: la CRONACA DI NAPOLI di Notar Giacomo.

di Tino d’Amico

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L’autore nel suo studio .

Occorre inquadrare storicamente l’evento miracoloso documentato nella CRONICA DI NAPOLI  di Notaro Giacomo: il tramonto della dinastia angioina filo francese e angioina-durazzesca e le vicende politiche e militari che contrapposero l’ultimo angioino di Napoli ad Alfonso V d’Aragona, tornato a Napoli per rivendicare i propri diritti sul Regno, insediandosi poi sul trono, nel 1442, con il nome di Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo.

Alla morte di Guglielmo I d’Asburgo detto l’ambizioso (1370-1406), che aveva sposato nel 1401, Giovanna d’Angiò (1373-1436), principessa di Napoli perché figlia di Carlo III di Durazzo (1345-1386) e di Margherita di Durazzo (1347-1412) entrambi primi cugini, non avendo eredi, motivo per cui patrimonio e titoli del marito erano passati per successione al fratello minore di questi, Leopoldo IV, non sperando in possibili nuove nozze per l’età incipiente, ritornò a Napoli, dove cominciò a condurre una vita dissoluta presso la corte libertina degli angioini.

Re di Napoli dal 1386, era suo fratello minore Ladislao I (1376-1414) e ritrovò l’anziana madre Margherita di Durazzo, impegnata nel difendere come reggente, il trono del figlio minore, dalle fazioni contrapposte filo-angioina, francese e angioina-durazzesca: i filo-angioini francesi riuscirono ad eleggere re di Napoli Luigi II d’Angiò (1377-1417), nel 1382, che la regina Giovanna I (1328-1382) aveva nominato erede al trono di Napoli, in contrapposizione a Carlo III d’Angiò-Durazzgiovanna-i1o.

Giovanna I regina di Napoli.

Nel 1387 i sostenitori del ramo francese occuparono Napoli e Margherita di Durazzo, con il piccolo Ladislao I fu costretta a rinchiudersi in Castel dell’ Ovo da dove poi fuggì per Gaeta.

Nel 1390 il napoletano Pietro Tomacelli fu eletto Papa (Bonifacio IX, 1390-1404) che sosteneva il partito angioino filo-durazzesco di Ladislao I contro gli angioini filo-francesi  di Luigi II.

Nel 1399, Ladislao I, ormai libero della reggenza, tentò di recuperare il trono di Napoli, profittando dell’impegno di Luigi II contro i baroni ribelli pugliesi, costringendolo poi, per le sorti avverse della contesa, a fuggire in Francia.

Ladislao I subito dopo la riconquista del Regno, si adoperò presso il Papa per la conferma della successione dinastica del Trono di Napoli, feudo della Chiesa, consolidando il suo potere anche con l’eliminazione fisica dei baroni ribelli, ma il suo sogno era quello di unificare l’Italia sotto un unico sovrano, lui naturalmente, raccogliendo la netta opposizione di Innocenzo VII (1404-1406) perché il tentativo mirava a togliere alla Chiesa il Patrimonio di San Pietro e il vassallaggio nei suoi confronti di molti stati e staterelli d’Italia.

La grande minaccia che Ladislao I rappresentava per la Chiesa e per le autonomie locali italiane indusse l’Antipapa Alessandro V (1409-1410), che per tentare di ricomporre lo scisma d’occidente, aveva deposto gli antipapi Gregorio XII (1406-1415) e Benedetto XIII (1394-1417), a richiamare in Italia Luigi II d’Angiò, che nominò re di Napoli.

Le alterne vicende della guerra condotta da Ladislao I contro le entità politiche dell’Italia centro-settentrionale, si conclusero con un trattato di pace, nel 1411, ma contro di lui insorse l’Antipapa Giovanni XXIII, il napoletano Baldassarre Cossa (1410-1415),  che prese posizione a favore di Luigi II d’Angiò che, nel frattempo pur raccogliendo l’appoggio di Giovanni XXIII, perse il Regno di Napoli e rientrò in Francia, mentre lo stesso Antipapa siglava con Ladislao I un accordo di pace, confermandolo re di Napoli, nel 1412.

L’anno successivo Ladislao I annullando il trattato con l’Antipapa Giovanni XXIII, intraprese nuovamente la lotta per l’unificazione dell’Italia sotto il suo governo.

I suoi progetti fallirono perché colto da una improvvisa malattia infettiva morì nel 1414 .                                                                 141828

Napoli – Chiesa di San Giovanni a Carbonara Monumento funebre di Ladislao I.

Il suo regno passò alla sorella Giovanna che divenne Giovanna II regina di Napoli, fino al 1435.

La vita libertina condotta da Giovanna II alla corte angioina, fu caratterizzata dalla presenza di molti amanti occasionali e di alcuni stabili “favoriti” che ebbero molta influenza sulle scelte politiche interne ed estere del Regno e profittarono della loro posizione per acquisire potere  e ricchezze e feudi per i loro familiari.

Il primo di essi fu il suo coppiere, Pandolfello Piscopo detto Alopo per la sua calvizie, morto decapitato nel 1415, che Giovanna II innalzò alle più altre cariche dello Stato.

Non avendo avuto figli, “la ragion di Stato” imponeva alla sovrana un nuovo matrimonio, e la scelta cadde sull’infante don Giovanni d’Aragona, figlio di Ferrante d’Aragona che esercitava il suo potere anche sulla Sicilia, ottimo alleato quindi, in caso di guerra.

Secondo l’uso del tempo, furono mandati a trattare e a concludere il matrimonio gli emissari reali,  i quali al ritorno da Valenza, raccontarono che lo sposo prescelto aveva appena diciotto anni.

Ai più il matrimonio sembrò sconveniente perché la quarantasettenne regina, sfiorita e corrotta, difficilmente avrebbe potuto fare colpo sul giovanissimo prescelto, che scoprendosi ingannato sulle decantate virtù e sulla bellezza di Giovanna II, certamente avrebbe rotto il contratto di nozze e poi per l’età avanzata della regina, difficilmente sarebbe nato l’atteso erede.

I messi furono rinviati a Valenza per disdire il matrimonio, mentre il Consiglio della Corona filo-francese decise di sposare Giovanna II con Giacomo di Borbone conte della Marche (1370-1438), imparentato con i reali di Francia, per assicurarle una discendenza legale, assicurare stabilità al partito, e respingere le pretese di successione dinastica di Luigi II d’Angiò.

Il matrimonio fu celebrato il 10 agosto 1415, ma Giovanna II negò al marito il titolo regale, come stabilito dal contratto matrimoniale, relegandolo al ruolo di principe consorte.

Intanto Giacomo di Borbone cominciò a nutrire seri sospetti circa la fedeltà della consorte, anche per le storie che si raccontavano sulla vita libertina che quest’ultima aveva condotta prima del matrimonio.

La regina aveva elevato alle più alte cariche dello Stato il suo “preferito”, Pandolfello Alopo, nominandolo nel 1414 Gran Siniscalco del Regno.

La sua  potenza aumentò ulteriormente  con il matrimonio della sorella Caterina con Muzio Attendolo Sforza, capitano di ventura, a Napoli al soldo di Ladislao I, e rimasto a Napoli dopo la morte di questi, sperando di guadagnare il favori della regina che lo aveva già nominato Gran Conestabile del Regno, scatenando la gelosia di Pandolfello che lo fece arrestare ma poi, temendo i soldati al suo comando, lo liberò, gli dette in sposa la sorella e i feudi di Benevento e Manfredonia.

Fu lo stesso Pandolfello a consigliare alla regina di non investire del  titolo regale il  marito Giacomo che  lo fece arrestare e decapitare nello stesso anno 1415.

Lo stesso Giacomo di Borbone fu vittima di una congiura ordita dalla nobiltà angioina filo-francese e per salvarsi dovette fuggire da Napoli per la Francia dove vestì l’abito francescano: morì nel 1438.

johanna_ii_of_naples6Giovanna II regina di Napoli.

In questi frangenti ne approfittò Giovanni Caracciolo del Sole, detto Sergianni, (1372-1432) che riuscì a diventare il nuovo “favorito” di Giovanna II.

Dopo la morte dell’amate e la fuga del marito, Giovanna II fu incoronata regina di Napoli il 19 ottobre 1419.

Gli anni che seguirono furono caratterizzati dalle lotte di potere delle due fazioni angioina filo-francese e angioina filo-durazzesca, ma anche fra vari pretendenti alla mano della regina, per accaparrarsi il trono di Napoli e gli eredi di diritti di successione scaturenti da adozioni legali sancite al tempo della regina Giovanna I, mentre incominciarono ad incrinarsi i rapporti fra Giovanna II e il Papa Martino V (1417-1431), che era riuscito a comporre lo scisma d’occidente.

Martino V chiese alla regina di Napoli il contributo economico spettante al Patrimonio di San Pietro, in ragione del rapporto di vassallaggio del Regno di Napoli nei confronti della Chiesa, l’omaggio annuale della chinea ammontante ad ottomila once d’oro, offerto dai sovrani angioini al Papa il giorno di San Paolo, per la concessione del regno di Napoli, come vassallo della Chiesa a Carlo I d’Angiò e Giovanna II era in arretrato di qualche anno.

Consigliata dal suo nuovo “favorito” ‘ Sergianni Caracciolo, si rifiutò di onorare il l’obbligo del censo, pattuito da Carlo I d’Angiò con Papa Clemente IV (1265-1268), scatenando la vendetta di Papa Martino, chiedendo l’appoggio di Luigi III d’Angiò, figlio del rivale Ladislao I e pretendente del trono di Napoli in virtù del diritto ereditario scaturente dalla adozione legale che Giovanna I (1327-1382) aveva conferito al nonno Luigi I, prima che venisse spodestata ed uccisa da Carlo III, il padre di Giovanna II.

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E’ a questo punto della storia che entrarono in gioco gli aragonesi.

Luigi III d’Angiò nel 1420 cominciò l’invasione del Regno, mentre Papa Martino V si fingeva mediatore della contesa per la successione dinastica del Regno, convocando a Firenze le parti.

I napoletani smascherarono l’ambiguo comportamento del Pontefice e chiesero l’appoggio di Alfonso , conte di Catalogna (1394-1458), figlio di Ferdinando I, cui successe nel 1416 nei regni di Aragona, Valenza, Majorca, Sardegna. Sicilia, chiamato a difendere il regno di Napoli con  la promessa di essere adottato come figlio da Giovanna II e quindi a succedergli legittimamente sul trono di Napoli.

Per la peste del 1422 le corti angioine e aragonesi furono costrette a fuggire da Napoli a Castellammare prima, a Gaeta poi, dove alcuni nobili del regno giurarono fedeltà nelle mani di Alfonso V.

Questo valse ad aumentare i timori di Giovanna II circa la sua esautorazione dal governo da parte del re di Aragona e, consigliata da Sergianni Caracciolo, revocò l’adozione fatta ad Alfonso V, per concederla a Luigi III d’Angiò che, sconfitti gli aragonesi , li costrinse a fuggire in Ispagna.

La pace che seguì vide gli ultimi bagliori della potenza di Sergianni, la sua tragica fine , assassinato a colpi di stocco , la notte del 19  agosto 1432, in Castel Capuano, la morte improvvisa di Luigi III erede al trono di Napoli, nel 1432, a cui successe nel diritto, il fratello Renato e la morte della ormai sessantacinquenne regina Giovanna II, nel febbraio 1435.

Quando Renato d’Angiò fu chiamato a succedere a Giovanna II, era prigioniero del duca di Borgogna per uno sfortunato tentativo di conquista di quel ducato; ne approfittò Alfonso V d’Aragona che aveva mal digerito la perdita del regno di Napoli.

Contattato dalla nobiltà napoletana estromessa dalla reggente Isabella di Lorena, moglie di Renato d’Angiò, nel governo del Regno, prese l’iniziativa e tentò di invadere il regno di Napoli, ma fu sconfitto a Ponza dalla flotta genovese giunta in aiuto dei napoletani.

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Re Alfonso tentò ancora uno sbarco nel Regno e questa volta riuscì a conquistare il Castel Nuovo e Castel dell’ Ovo.

Quando finalmente re Renato, liberato dopo il pagamento di un  ingente riscatto, giunse a Napoli nel 1437, Alfonso V d’Aragona, dopo avere conquistato Caserta e Scafati aveva cinto d’assedio la Città, ponendo il suo campo nei pressi del Castel Nuovo, mentre suo fratello minore, l’Infante di Spagna, don Pietro Fernandez duca di Noto, aveva posto le batterie nella zona di Sant’Anna alle Paludi, per tentare di prendere il Forte dello Sperone, nei pressi della chiesa di Santa Maria del Carmine che, evacuata, era stata trasformata dagli angioini in base per le operazioni militari, ponendo sul campanile (non l’attuale, ricostruito da Frà Nuvolo), alcune bombarde.

Questo avveniva il 17 ottobre 1439 o, secondo alcuni cronisti contemporanei, fra cui Notar Giacomo, il 17 ottobre 1438.

Le differenti date sono conseguenza del diverso modo di computare gli anni: secondo il calendario del regno di Sicilia e quindi aragonese, l’anno sarebbe il 1438; secondo il calendario romano, il 1439.

056_065Napoli – Il forte detto “lo sperone” ancora esistente nei primi anni del ‘900 – Sullo sfondo si nota il campanile della chiesa del Carmine.

Il 17 ottobre 1438, gli angioini sparavano dal campanile della chiesa del Carmine per tentare di contenere, in qualche modo, il fuoco degli aragonesi che dal campo posto nella zona di Sant’Anna alle Paludi tiravano con  le loro bombarde chiamate messinesi, contro il forte e la chiesa stessa.

Pare che lo stesso infante don Pietro dirigesse il fuoco di una bombarda proprio contro la chiesa e il campanile  da dove partivano colpi micidiali.

Una palla di pietra del diametro di circa 36 centimetri sfondò l’abside e andò a finire la sua corsa su di un Crocefisso di legno posto su di un tavolato accanto alla porta maggiore.

Il Cristo fu ritento irrimediabilmente perduto ma, passato il momento di smarrimento, quei frati più coraggiosi che volevano tentare un bilancio dei danni subiti, Lo trovarono intatto, anzi poterono constatare che la testa, prima rivolta verso il cielo con gli occhi aperti e le labbra aperte in atteggiamento di supplica, appariva miracolosamente china, gli occhi e la bocca serrata, la lingua stretta fra i denti, il ventre contratto nella parte inferiore e le gambe piegate sotto il peso del corpo.

15-segreti-di-napoli-parte-2_05Il collo poi, mostrava nervi e tendini tesi nello sforzo per schivare il colpo e i capelli di crine, che prima scendevano sulle spalle, alla nazarena, apparivano rovesciati sul volto, mentre la corona di spine era caduta.

Napoli – Basilica Santuario del Carmine Maggiore – Il miracoloso Crocefisso – Dettaglio.

Constatato il miracolo, furono invitati i cavalieri del Seggio di Portanova, deputati durante l’assedio della custodia del Tempio, i quali confermarono il fatto, ne diedero l’avallo legale e proposero di trasferire il miracoloso Crocefisso in un luogo più sicuro.

Ma non riuscirono a rimuovere l’immagine sacra diventata improvvisamente pesantissima.

Alfonso V d’Aragona, venuto a conoscenza del miracolo, invitò il fratello don Pietro che si approntava ad intensificare il fuoco, a desistere dallo sparare contro il luogo sacro.

Il giorno seguente un angioino, scorgendo dall’alto del campanile un gruppo di ufficiali fermi nel campo avversario, sparò un colpo con la bombarda detta “la pazza”.

Il colpo troncò netto il capo dell’Infante don Pietro che, spronato il cavallo s’era dato alla fuga, vedendo arrivare verso di lui il proiettile.

Alfonso V d’Aragona che si era recato a Messa nella chiesetta di Santa Maria delle Grazie, oggi detta di Sant’Anna alle Paludi, a chiedere  l’aiuto divino nella battaglia, informato della morte del fratello don Pietro, rimase nella chiesetta fino al termine della Santa Messa, per poi recarsi presso il corpo dell’infante di Spagna raccolto nella palude dove il cavallo imbizzarrito lo aveva trascinato.

Agli inviti pressanti di Isabella di Lorena (1400-1453) moglie di Renato d’Angio e regina di Napoli, ad entrare in  città per dare degna sepoltura all’infante, rispose con un netto rifiuto, preferendo togliere il campo e trasferirsi a Capua, dopo avere provvisoriamente sepolto don Pietro in Castel Nuovo, da dove poi la salma fu trasferita nel 1445 nella chiesa di San Pietro Martire.

Così Cesare d’Engenio Caracciolo, descrive il suo sepolcro in San Pietro Martire: “…qui anche il Re Alfonso dopo ch’ebbe acquistato Napoli, fe dal Castel Nuovo trasferire il corpo dell’Infante D. Pietro suo fratello ch’era morto tre anni prima dal tiro d’artiglieria…e volendo farlo seppellire nella tribuna, gli fu consigliato che non conveniva che in quel luogo stesse alcuna persona, e che facesse levar la sepoltura del Gran Senescallo Costanzo, rispose, che s’era male. ch’e un Re facesse ingiustizia a i vivi, era assai peggio farla a i morti, e così lo fe porre in una tomba di broccato appresso l’avello del Costanzo, ma dai frati di questo luogo, fu poi eretto un sepolcro di marmo, e col corpo della Regina Isabella moglie del re Ferrante fu collocato e qui si legge: ossibus e memoriae Isabellae Clarimontiae  /  Neap. Reginae Ferdinandi Primi coniugis  /  et Petri Aragonei Principis strenui  /  Regis Alphonsi Senioris frater   /  qui ni mors ei illustrem vita cursum interrupisset  /   fortunam gloriam facile adoequasset,   /  o fatum quot bona parvulo faxo conduntur. (cfr. Cesare d’Engenio Caracciolo, NAPOLI SACRA, Napoli 1623.

Anche Pietro de Stefano, nel 1560, da la stessa descrizione della sepoltura di Pietro d’Aragona; Carlo Celano nel 1692, è più preciso riportando nel suo racconto la data della morte dell’infante 1439  e la data della sua sepoltura in San Pietro Martire, nel 1444 .

Tre casse di legno ricoperte di broccato: una per Pietro d’Aragona, un’altra per Isabella di Chiaromonte e l’altra per Beatrice d’Aragona, regina d’Ungheria; in un secondo tempo, essendo logorati i feretri, i frati composero sulla tribuna in una cassa di marmo il corpo di Isabella di Chiaromonte, insieme a quello dell’Infante don Pietro ed in un’altra cassa di marmo il corpo di Beatrice d’Ungheria, riportando lo stesso epitaffio precedentemente citato.

In un tempo imprecisato il sepolcro di Isabella di Chiaromonte e dell’infante Pietro fu trasferito dalla tribuna, nella settima cappella di destra.

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Ritratto di Alfonso V d’Aragona, I di Napoli.

Alfonso d’Aragona riuscirà ad occupare Napoli il 2 agosto 1442, quando alcuni aragonesi, per il tradimento di un  gruppo di napoletani, si introdussero attraverso un pozzo posto nel cortile di una casa fuori la porta di Santa Sofia, nell’antico acquedotto romano e attraverso questo in città, riuscendo poi ad aprire la porta al grosso dell’esercito.

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L’evento miracoloso che ho narrato è riportato da un contemporaneo, Notaro Giacomo, (forse Giacomo della Morte, ancora vivo nel 1524), autore presunto della CRONICA DI NAPOLI dal tempo degli antichi romani al 1511, un manoscritto composto a cavallo fra il XV e il XVI secolo, conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli e dato alle stampe da Paolo Garzilli nel 1845.

“…A lo ultimo de sectembro 1438, secunde indictionis per Re Alfonso primo se castremetaua innapoli et alla padule hauea facto ponere le bombarde per diricto lo monasterio del carmine tralequale una messanese per nomo chiamata, staua se dice la mandra vecchia appresso sanctoangelo dela arena doue hauea facto danno dou uno iouedì ad hora deterza ali XVII de octobre 1438 venne lo infante nomine Don Pedro fratello dedecto re et fece sparare dicta bombarda nominata la messanese per diricto la tribuna e roppe lo muro dela terra et la tribuna dela ecclesia et iectao lo lampere per terra et lo pauiglione del crucifixo la corona li capilli la spina et lo crucifixo  calao la testa et la peredicta ando sopra la porta dela ecclesia et rimase sopra certa taule dentro la ecclesia inn guardia del quale monasterio erano messer ioyse coppula – messer philippo de anna – messer roberto gactola – simonecta scannasorece – vitillo saxone et altri cittadini et Priore era mastro Joanne cingaro de Napoli dou fondano consiglio per leuare dicto crucifixo per dubito delle bombarde, et venuti più maystriy may quello lo possectro leaure et vedendone tale miraculo lo laxaro stare: ali XVIII dicto de venerdì, ad quella hora de terza venendo lo infante per far tirare, essendo lo signor conte defunte et cinquo caualeri inla ecclesia et in quella più bombarde uno che era in dicto monasterio et non della compagnia posse foco ad una bombarda chiamata la pazza doue sentendola vedeva la predicta venire adricto suo et quella perdicta dona alla arena seguitandola lo infante li leua meza testa et lo caualllo fugio con ipso, doue per spacio de mezza mesa fo preso et vedendo dicto conte et li altri tale miraculo stando el re ad audire messa a sancta naria dela padule, li fo narrato lo miraculo con pianto resposse che lui auea pregato quella matina che non volesse tirare al monasterio per lo miracolo hauesa intiso per uno homo era fugito da Napoli et ordino si leuasse il campo et infra spacio dedui di senne ando…”

640px-bassorilievo_del_500Napoli – Basilica del Carmine Maggiore – Bassorilievo del ‘500 che illustra il miracolo. 

Il miracolo del Crocefisso della chiesa del Carmine, è ricordato anche da Sant’Antonino da Firenze (tomo 4 cronic. ad a. 1439); da Giuliano Passero (“Giornale”, conservato presso la Biblioteca della Società di Storia Patria di Napoli); da Notar Francesco De Rosa (“Miracoli della Gloriosissima Vergine del Monte Carmelo de Napoli, edito nel 1585); da Giovanni Cartagena (de mirandis Deipare Virginis”); da Giovanni Battista Lezana (Ann.Carm. ad  a. 1438); dal Briet (“Ann. Mundi”, ad a. 1438); dal Bzovius (“Ann.Eccl. Tom.XII, ad a. 1438); da Daniele della V.M. (“Vinea Carmeli” p. 549) e da altri storici e cronisti del tempo.

Nella sacrestia della Basilica del Carmine Maggiore di Napoli, nel vano destinato a “lavabo”, trasformato poi in cappella, esiste un bassorilievo del sec. XV che rappresenta il miracoloso Crocefisso nell’atto di schivare il colpo di bombarda.

Fra i cimeli e gli “ex voto” del Santuario, è conservata la grossa palla di pietra, mentre un cerchio di marmo bianco, segna, sul pavimento della chiesa, il punto in cui fu rinvenuto il proiettile.

Se il manoscritto di Notaro Giacomo costitisce il rogito notarile dell’accaduto, i particolari favori concessi al santuario da Alfonso I e dai suoi successori, costituiscono l’avallo legale del miracolo.

Il popolo napoletano, poi, particolarmente devoto del Crocefisso del Carmine, che prima che fosse trasferito nella chiesa, per molti anni era stato esposto alla venerazione dei fedeli nella grande piazza del mercato, constata la veridicità del fatto, aumentò ed intensificò i pellegrinaggi al miracoloso simulacro, tanto che re Alfonso I, a sue spese, fece lastricare il tratto di strada compreso fra la chiesa angioina di Sant’Eligio, prospiciente la piazza del mercato e la chiesa di S.Maria del Carmine, perché fosse più comodo l’accesso al tempio.

Il Crocefisso è oggi conse114815005-1b22cbaf-0e1a-4f28-9026-6a658c41484frvato nel tanbernacolo che Aflonso d’Aragona  fece costruire  in riparazione e fece porre su di un pontesotto l’arco trionfale della tribuna.

Re Alfonso V, I di Napoli, il giorno dopo il suo ingresso in città da conquistatore, nel 1442, volle recarsi a controllare la veridicità del miracolo e venerare la sacra immagine e dalla chiesa del Carmine, nel 1443, volle iniziare la sua cavalcata trionfale per le vie di Napoli.

Ogni anno l’immagine viene esposta alla venerazione dei fedeli, dal 26 dicembre al 2 gennaio, a ricordo del primo miracolo e dell’inaugurazione del nuovo tabernacolo voluto da re Alfonso I, e il primo sabato di quaresima a ricordo dell’assistenza divina durante una tremenda tempesta abbattutasi su Napoli nel febbraio del 1679: quel giorno era un primo sabato di quaresima.

Ai sovrani che prendevano parte alla solenne ostensione del Crocefisso, veniva donata dal Priore del convento, una ciocca di capelli tagliati al simulacro, durante la solenne funzione.

Questo “tagliare i capelli” al Cristo, ha fatto nascere la leggenda della crescita miracolosa dei capelli sul capo del Crocefisso.

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Il Crocefisso della chiesa del Carmine appare come un’opera isolata nell’ambiente artistico campano, per un particolare tono di deformazione aggressiva e violenta.

Queste note caratteristiche, questa rozzezza, comunque, è comune nelle opere di scultori del calibro di Baboccio ed in gran parte degli scultori della fine del ‘300, essa è da intendere come tensione espressiva voluta, intenzionale e non frutto della inesperienza degli artisti.

La corte angioina, sul finire del ‘300 riceve una notevole ventata di misticismo per la presenza a Napoli di Santa Brigida di Svezia, ospite, nel 1372, della regina Giovanna I: la presenza della Santa valse ad accrescere il clima di misticismo e di fanatismo religioso che già nella seconda metà del ‘300 si andava affermando e si era concretizzato  con  la fondazione di chiese e conventi e nella commessa ed esecuzione di opere di gusto popolaresco, sentimentale, altamente espressivo, da parte di artisti locali aperti alla cultura della Catalogna, della Germania, della Francia.

Questo clima devozionale, popolaresco, determina la diffusione di stilemi espressivi, patetici, attraverso l’affermazione delle varie “pietà” e dei “Cristi doloranti”.

La fonte a cui si ispirano per  il tipo iconografico del Cristo morto è certamente la cultura artistica tedesca che  giungeva attraverso svariati canali di penetrazione..

E’ il caso di questo Cristo in croce che la critica tenta di attribuire a Pietro degli Stefani mentre pare accertato sia delle fine del ‘300.

Comunque , la intensa  drammaticità espressiva, la tensione dei tendini e dei muscoli del collo, l’insieme della struttura anatomica, hanno  del soprannaturale, e pongono un interrogativo: chi ha scolpito nel legno di tiglio questo Cristo, o conosceva talmente bene l’anatomia umana, cosa più impossibile che rara sul finire del ‘300, o bisogna credere al miracolo.

Le testimonianze, la tradizione e il culto, non pongono alternative: di miracolo si tratta.


FONTI.

Per la parte storica, Dizionario Biografico Treccani.

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Di due frammenti di transenna, di un frammento di pluteo e di un pilastrino di epoca ducale nella cappella di San Lorenzo del duomo di Napoli.

 di  Tino d’Amico

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Il complesso vescovile napoletano, raccoglie al suo interno alcuni preziosi sconosciuti manufatti, testimonianze inedite che, anche se frammentarie, sono utili per la comprensione dello sviluppo delle arti plastiche nell’Italia Meridionale e non solo, o quanto meno, per la conoscenza della attività di artisti provenienti dall’Oriente, residenti in Città e nei territori del ducato bizantino e i loro rapporti con Bisanzio e più in generale con il mondo mediorientale, siro-palestinese, sasanide, attraverso esperienze culturali ed artistiche documentate già a partire dal VII secolo e per tutto il periodo ducale napoletano (sec. VII – 1135).

Nell’ambito della ricerca e dello studio delle ricostruzioni e trasformazioni dell’assetto interno dell’edificio angioino all’indomani del disastroso terremoto del 1456 e l’interesse per l’occasionale riutilizzo di manufatti provenienti dagli arredi liturgici delle due antiche cattedrali napoletane, sia nel cantiere angioino , che nei cantieri aperti in occasione delle ricostruzioni o restauri , dopo documentati successivi eventi sismici, per poi essere definitivamente accantonati, od eliminati a discarica, o essere alienati in epoche successive, sorprende ancora la scoperta ed il recupero nel corso  degli ultimi lavori di consolidamento e restauro del duomo  (1969-72) di reperti provenienti dagli edifici alto medioevali dell’area episcopale, riposti poi, dopo il recupero, in spazi inidonei, scarsamente evidenziati,  ignorati e sottovalutati, nonostante il loro  valore documentario anche per la continuità dell’utilizzo nel tempo di particolari arredi liturgici all’interno dell’edificio.

Certamente il problema che si impone è la valutazione stilistica di un manufatto, perché privo di ogni riferimento possibile del contesto liturgico per cui fu realizzato:  lo spianamento angioino dell’area su cui sorgerà il duomo, le spoliazioni, le distruzioni e ricostruzioni nel tempo, la mancanza di elementi descrittivi degli antichi edifici che costituivano il complesso cattedrale, non rendono possibile una collocazione dei manufatti recuperati, dall’apparato liturgico antico.

Non è possibile nemmeno una datazione certa e nemmeno se appartenevano realmente all’arredo liturgico dell’antico complesso vescovile, o provengono da distrutti edifici.

Fanno eccezione il prezioso antependium (frontale) dell’Altare della cappella di patronato della famiglia Capece-Minutolo (cfr. Tino d’Amico, Duomo di Napoli – Il frontale (antependium) dell’Altare della cappella Capece-Minutolo, in: tinodamico.Wordpress.com).

I due plutei marmorei, raffiguranti l’uno scene della vita del patriarca biblico Giuseppe e l’altro, storie di San Gennaro e altri Santi, nella cappella di Santa Maria  del  Principio nella antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Il campione della unità di misura lineare bizantina (cfr. Tino d’Amico, Duomo di NapoliIl campione della unità di misura lineare bizantina, in: tinodamico.wordpress.com), incastonato ancora nel suo antico supporto, e sistemato  in epoca angioina nel pilastro dell’arco trionfale, al termine della navata grande del duomo, dalla parte della navatella detta del Salvatore. 

La lapide con l’epitaffio di Bono,  console e duca di Napoli   (832-834),   proveniente dalla chiesa abbaziale  di Santa  Maria a Piazza diroccata parzialmente al tempo dei lavori pel risanamento di Napoli, all’indomani della epidemia di colera del settembre 1884;

Il prezioso calendario marmoreo della Chiesa di Napoli, del IX secolo e un frammento di transenna murato accanto all’ingresso al Battistero di San Giovanni in Fonte .camp-1

Napoli – Duomo – Planimetria generale – Si evidenzia la cappella di San Lorenzo.

Le pareti della cappella di San Lorenzo, Vescovo (VIII sec.) del duomo di Napoli, detta degli Illustrissimi preti di propaganda (cfr. Tino d’Amico, L’albero di Jesse: affresco di Lello de Urbe )da Orvieto?, in: tinodamico.wordpress.com) sono il supporto espositivo di manufatti scultorei , recuperati all’interno dell’area del complesso vescovile durante gli ultimi lavori di consolidamento e restauro (1969-72), provenienti da antichi edifici di culto all’interno della stessa area , distrutti per lo spianamento del sito per la costruzione dell’edificio angioino, da cappellette e Altarini di patronato sparsi all’interno dell’edificio, diroccati dal terremoto del 1456 oppure eliminati a partire dalla seconda metà del ‘600 per l’adeguamento liturgico del complesso cattedrale e gli abbellimenti settecenteschi del Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1753), nel corso dei lavori di ricostruzione, consolidamento e restauro dopo il terremoto del 1732/33, manufatti tagliati, scalpellati o occasionalmente rinvenuti e  trasferiti a discarica, per riempire vuoti strutturali e consolidare tratti murari e fondazioni.

Oggetto di questa analisi sono due frammenti di una transenna, di cm. 35 x 60, utilizzati come pedate di  scalini, un pluteo di cm. 70 x 30 ed un pilastrino, in origine di sezione quadrata, ma tagliato nel riutilizzo nel senso della diagonale, di cm. 98 x 20, riposto in un angolo del sito, in posizione capovolta.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – I frammenti di transenna.

I due frammenti di transenna appaiono decorati con una serie di nastri che si intersecano formando losanghe, sistema decorativo aniconico desunto da stoffe di produzione sasanide (V-VII sec.).

La decorazione del frammento di pluteo presenta un diverso criterio compositivo, formato da cerchi vitinei che inscrivono pavoni intenti a beccare racimi d’uva.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Il frammento di pluteo.

Sistema decorativo ampiamente utilizzato nel periodo paleocristiano e alto medioevale , desunto da, manufatti suntuali in genere, comunque da oreficerie e tessuti di produzione orientale e di importazione attraverso i citati canali.

Il frammento di transenna potrebbe essere un reperto dal  portico paleocristiano scoperto inglobato nella struttura del palazzo arcivescovile napoletano e ancora in corso di scavo e studio, mentre il frammento di pluteo potrebbe essere un reperto dalla transenna ottagona che circondava, come d’uso, la vasca battesimale in San Giovanni in  Fonte, i cui elementi erano intervallati da colonnine che reggevano il tegurium , la copertura della vasca, e reggevano anche i velari calati per proteggere il pudore cristiano quando venivano battezzate le donne.

Il tralcio vitineo è sinonimo di sacrificio, di abbondanza traboccante dell’amore divino, dal sacrificio cruento di Cristo sulla Croce; il pavone che becca i racimi d’uva è simbolo di risurrezione e di vita eterna.

La vita eterna, godimento celeste, si raggiunge con la partecipazione al sacrificio di Cristo, attraverso la Santissima Eucaristia..

Il frammento di pilastrino, ornato in origine su tutti e quattro lati perché sostegno di un protiro o di un ciborio, e doveva essere visto da tutti e quattro i lati, fu segato nel senso diagonale e riutilizzato con altra finalità.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Il frammento di pilastrino.

Probabilmente poggiava su un leone ed era sormontato da un capitello con abaco, o da una mensola/capitello di impostazione per una voltina.

Anch’esso come i due precedenti reperti segnalati, dimostra la derivazione artistica da una scuola di importazione orientale fiorente a Napoli nei primi tempi del ducato, considerando la semplicità e la stilizzazione del decoro a semplici foglioline di palma, simbolo di vittoria, che  il colore stesso della pianta, sempreverde, simboleggia la vita eterna raggiunta dopo il martirio, trae origine dalle comuni fasce decorative dell’abbigliamento bizantino, che si ritroveranno per un lungo svolgere di anni.

Esso pur non evidenziando una probabile collocazione d’origine e una sicura datazione, che potrebbe essere testimonianza di un antico martyrium, esistente nell’area vescovile e diroccato, insieme ai frammenti di transenna e al frammento di pluteo, apre verso la comprensione dello svolgersi della scultura in Campania fra il VII e il IX secolo, facendo emergere dall’oblio, manufatti riposti altrove e dimenticati che, pur comuni prodotti derivati da manufatti suntuali, comuni al tempo del ducato, evolvendosi ed esprimendosi nell’ornato con girari e figure di animali fantastici trovano nelle stoffe orientali la loro matrice e nel mondo bizantino forme più schiette, portando a suggerire l’esistenza di botteghe artigiane trapiantate a Napoli ed operanti prima ancora di costituire vere e proprie scuole stilistiche.

Dopo la conclusione della guerra greco-gotica (536-553) i bizantini incominciarono ad esercitare sulle province del Meridione d’Italia un potere che non fu solo politico-militare, e attraverso gli scambi culturali, favoriti dall’incremento degli scambi commerciali, avviarono una politica di integrazione per mezzo dell’introduzione di colonie artigiane bizantine che influenzarono con il loro operato l’architettura, la scultura, le arti suntuali, con modelli desunti dall’arte sasanide, siro-palestinese.

Gli stessi pellegrinaggi verso i luoghi santi e dall’oriente verso Roma poi, favorirono l’introduzione di modelli ampiamente sperimentati nelle arti minori desunti dalle oreficerie, dalle stoffe e dai manufatti in genere, attraverso anche la circolazione di reliquie di Santi poste in reliquari finemente lavorati, e avvolti in tessuti anche serici che finirono per costituire il modello della produzione di manufatti elaborati da artigiani autoctoni.

A Napoli esisteva una fiorente documentata comunità di mercanti e di artigiani provenienti da Bisanzio e nei territori calabri  erano presenti colonie greco-egiziane che con le loro Chiese  intrattenevano intensi rapporti con i Paesi di origine.

Inoltre a Napoli conviveva, più o meno pacificamente, un clero autoctono, latino ed un clero di importazione, bizantino, che esercitavano in comune il loro ministero nelle due basiliche Cattedrali, la Santa Restituta, sede della unica Cattedra vescovile, con un ruolo decisamente liturgico-pastorale e la Stefanìa che disponeva anche di una Cattedra vescovile, edificio utilizzato essenzialmente dal clero bizantino per attività amministrative e sacramentali.

Integrazione politico-culturale-religiosa, favorita anche dalla presenza di Pontefici siro-palestinesi tra il VII e l’VIII secolo:  Giovanni V (685-686), Conone (686-687), Sisinnio I (708-708), Costantino I (708-715), Gregorio III (731-741).

Il Cardinale Arcivescovo di Napoli Francesco Boncompagni (1621-1641) concesse agli Ebdomadari del duomo l’utilizzo di alcune stanze costruite a ridosso della cappella di patronato della famiglia Seripando, sul fianco sinistro dell’edificio angioino, accedibili dal cortile interno, poi eliminate negli anni 1979-72 , fatte realizzare dall’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), nel 1581, quando trasformò la cappella reale angioina intitolata a San Ludovico, in sacrestia del duomo ed In quella occasione furono utilizzati, probabilmente, i frammenti di transenna e il frammento di pluteo come pedate della scalinata di accesso alle stanze, insieme a pedate ricavate segando lastre sepolcrali nel senso longitudinale, esposte nella stessa cappella di San Lorenzo.

Il bassorilievo della Madonna col Bambino nella cappella Carbone del duomo di Napoli – Lastra marmorea superstite di uno smembrato monumento funebre.

di Tino d’Amico

A Pina.

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Napoli – Duomo. Cappella dei Santi Tiburzio e Susanna – Patronato Famiglia Carbone – La lastra marmorea della Madonna col Bambino.

Oggetto di questo saggio è una lastra marmorea, posizionata nella prima metà dell’800, sulla faccia interna del pilastro di destra che sostiene l’arco di accesso alla Cappella che sotto il Titolo di Santa Susanna, nel Duomo di Napoli, è detta Cappella Carbone perché fin dalla fondazione dell’edificio angioino fu concessa in patronato alla antica famiglia ascritta al Seggio di Capuana; al suo interno si osserva ancora il superbo monumento funebre  di Francesco Carbone, Cardinale del Titolo romano di Santa Susanna (Napoli metà XIV sec. – Roma 1405).

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Napoli – Duomo – La cappella dei Santi Tiburzio e Susanna, patronato della antica famiglia  Carbone. Al centro il monumento funebre del Cardinale Francesco Carbone di Antonio Baboccio da Piperno.

La lastra marmorea, verosimilmente proveniente dalla  fronte di un sarcofago, a motivo del suo eccessivo sviluppo verticale, ritengo piuttosto elemento decorativo superstite di uno smembrato sepolcro a parete andato parzialmente distrutto durante uno dei tanti eventi sismici, di natura geologica e vulcanica, che hanno coinvolto Napoli nel corso della sua storia.

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Napoli – Duomo – Planimetria del blocco edilizio – Si evidenzia il luogo dove è attualmente murata la lastra marmorea della Vergine col Bambino, nella cappella di patronato della antica famiglia Carbone

Non è attualmente ascrivibile ad alcun autore: scarsamente citata negli studi storico-artistici sull’edificio, ad essa non è stato mai attribuito alcun significato specifico perché la sua interpretazione d’origine non è stata mai oggetto di codificazione in uno specifico programma di analisi iconografica sulla determinazione dei dati stilistici anche perché nota solo a pochi a motivo della sua scarsa visibilità.

La mia ricerca tenterà di dare una risposta all’iniziale utilizzo e collocazione del manufatto all’interno dell’edificio angioino; di fornire una lettura iconografica della lastra marmorea; e attraverso una analisi stilistica, tentare di determinare la sua datazione.

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Il terremoto  del 4/5 dicembre 1456, come riferisce  Bartolomeo Chioccarelli nel suo Antistitum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae catalogus, del 1643, provocò  il crollo quasi totale del duomo angioino, che appena ultimato, il 10 settembre 1349 (100 anni prima) , un altro terremoto aveva gravemente danneggiato, con il crollo del campanile e della facciata e gravi lesioni alle strutture portanti e ai pilastri, già compromessi da crolli e cedimenti durante la costruzione dell’edificio per l’utilizzo di malte scadenti e per inadeguate fondazioni.

Il sisma provocò la caduta della torre sinistra detta Tesoro vecchio, della facciata e crolli e danni gravissimi alle pareti e alle volte della navata laterale detta del Salvatore  e danni considerevoli alle pareti e alle volte della navata detta di Sant’Aspreno, ma anche gravissimi danni ai pilastri della navata centrale e all’abside.

Il Cardinale Rinaldo Capece Piscicelli, Arcivescovo di Napoli (1451-1457) incominciò i lavori di ricostruzione e restauro dell’edificio ottenendo anche l’aiuto economico del nuovo re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona, lavori continuati certamente durante il brevissimo governo della Diocesi dell’Arcivescovo Giacomo Tebaldi (1458) e conclusi dal Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo di Napoli dal 1458 al 1484 che ritornò poi, dopo avere ceduto il governo della Diocesi al fratello Alessandro Carafa, dal 1484 al 1503, come Amministratore Apostolico fra il 1503 e il 1505.

Il Carafa ottenne l’aiuto economico anche dall’allora Pontefice Paolo II, il veneziano Pietro Bardi (1464-1471) e coinvolse nei restauri la nobiltà e il popolo napoletano.

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Napoli – Duomo – La facciata ricostruita dopo il terremoto del 1456, in una vecchia stampa della seconda metà del ‘600.

I primi apposero in cima al pilastro o ai pilastri restaurati o ricostruiti con il personale contributo economico, il blasone familiare (sui pilastri dal lato della navata di Sant’Aspreno, dalla porta principale, si vedono gli stemmi  delle famiglie Del Balzo, Capece Zurlo, Pignatelli, Capece Piscicelli, Orsini, il quinto e il sesto, e Caracciolo Svizzeri; sui sette pilastri della navata sinistra detta del Salvatore, Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, il quinto e il sesto, e sul settimo nessuna insegna, perché  il popolo napoletano, non volle apporre nessun simbolo al pilastro restaurato o ricostruito con il contributo economico frutto di collette e offerte spontanee)..

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Napoli – Duomo –  La facciata così come si presentava nella seconda metà dell’800, prima della sua ricostruzione.

Nel 1470, gli interventi all’edificio dovevano essere già conclusi, anche se l’abside era ancora oggetto di importanti lavori per lo scavo della sottostante Cappella Carafa, che poi si rivelò un serio problema statico  per la già compromessa tribuna del duomo, che dovette esser oggetto di ulteriori urgenti e improcrastinabili  lavori negli anni successivi: il 14 settembre 1476, nel duomo angioino appena inaugurato, furono celebrate le nozze di Ferdinando I d’Aragona, Ferrante I d’Aragona, (1424-1494) re di Napoli dal 1458 al 1494, con Giovanna d’Aragona (1454-1517) sua cugina, che sposava in seconde nozze , dopo la vedovanza dal 1465, da Isabella di Chiaromonte (1426-1465).

Le nozze furono officiate da Rodrigo Borgia, il futuro Papa Alessandro VI (1492-1503) assistito da 40 Vescovi, inviato a Napoli da Sisto IV (1471-1484) per incoronare la nuova regina di Napoli, il 18 settembre, nella chiesa  dell’Incoronata (il Regno di Napoli era feudo della Chiesa Romana).

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Il terremoto del 1456 provocò notevoli danni anche alla cappella reale di San Ludovico che minacciava di crollare e ai monumenti funebri degli angioini in essa sepolti, che andarono parzialmente distrutti, e per conservare la loro memoria, furono trasferiti e parzialmente ricomposti sull’abside, dove rimasero fino al 1596, quando il Cardinale Alfonso Gesualdo, Arcivescovo di Napoli (1596-1603), iniziò i lavori per il nuovo assetto della tribuna, destinata a contenere anche il suo monumento funebre.

I resti mortali dei re angioini furono riposti in casse di legno e depositati nell’Oratorio esterno di San Marciano; le statue di Carlo I in paramenti regali, seduto sulla pelle di un leone e di Carlo Martello furono sistemate sul muro esterno della porta piccola del duomo, e vi rimasero fino alla metà del XVII secolo, ma non furono riutilizzate sul monumento funebre ai reali angioini sulla controfacciata, fatto realizzare da Domenico Fontana nel 1599, dal vicerè conte di Olivares sostituite da nuove statue, perchè quelle antiche erano andate perdute: quella di Carlo Martello certamente opera di Michelangelo Naccherino, che è anche il probabile autore delle statue di Carlo I e di Clemenza.

Camillo Minieri Riccio non parla però della sorte del monumento funebre di Andrea d’Ungheria che era nella stessa cappella di San Ludovico e che smembrato incominciò a peregrinare, per il duomo insieme a quel che restava del suo corpo.

Le varie sistemazioni dei marmi superstiti all’interno del duomo e ultimamente presso la porta di ingresso alla basilica di Santa Restituta, può condurre a ritenere il bassorilievo oggetto di questo saggio, parte dello smembrato monumento dello sventurato ungherese.

Fra i marmi  nel “cortile delle pietre” esiste murata la lapide cinquecentesca del ricomposto monumento, nella nuova sacrestia, fatto realizzare al tempo di Annibale di Capua.

La lastra marmorea della cappella Carbone, non può essere assemblata  con quel che resta del monumento funebre di Andrea, diversa per il marmo usato, diversa anche stilisticamente.

Ho citato il distrutto Oratorio di San Marciano, di esso ci fornisce una dettagliata descrizione, poco prima che fosse definitivamente abbattuto, Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) in un testo del 1753, dedicato ai Santi Vescovi della Chiesa di Napoli, descrizione riportata da V. Lucherini in: Un nuovo affresco di Montano d’Arezzo nella cattedrale di Napoli e la committenza dell’Arcivescovo Giacomo da Viterbo (1303-1308): il Mazzocchi non parla di monumenti funebri o arredi liturgici all’interno della distrutta Cappella, che nella metà del ‘700 era in via smantellamento, che possano condurre ad una ipotetica antica collocazione del manufatto.

L’Oratorio, esterno alla porta piccola del Duomo, era sulla scalinata dal largo di Capuana (Piazza Sisto Riario Sforza), su un piccolo spiazzo a destra, nell’area del campanile, ed era raggiungibile attraverso alcuni scalini.

Edicola molto piccola ma  conteneva, secondo la descrizione che ne fa il Mazzocchi, uno straordinario ciclo di affreschi trecenteschi, attribuiti dalla Lucherini a Montano d’Arezzo.

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Napoli – Piazza Cardinale Sisto Riario Sforza – La scalinata dell’ingresso secondario al duomo. Sulla destra esisteva, fino alla metà del ‘700 il diroccato Oratorio di San Marciano e sui pilastri  del portale di accesso furono poste dopo il 1456 le statue di Carlo I e Carlo II andate perdute.

Si susseguirono dopo il terremoto del 1456 altri eventi sismici di natura geologica e vulcanica che arrecarono ulteriori danni all’edificio angioino, che resero necessari al suo interno lavori di restauro e ricostruzioni strutturali.

Riporto le date degli eventi sismici di natura geologica che interessarono Napoli: 1686, 5 giugno 1688, 1693, 1731 e successiva replica del 1732, 1805 e poi a seguire fino ai nostri giorni, eventi sismici intervallati da eruzioni vulcaniche che coinvolsero più o meno Napoli, come quella del 19 settembre del 1697, mentre erano in corso i festeggiamenti in onore di San  Gennaro.

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Dopo il terremoto del 1456, incominciarono lavori di restauro e di consolidamento alle strutture, ma furono anche avviate sostanziali modifiche all’assetto interno del duomo.

I restauri all’abside cominciarono non prima del 1484, al tempo del Cardinale Alessandro Carafa (1484-1503); ripreso poi, al tempo del Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) che dovette provvedere al ripristino statico della struttura che minacciava di crollare per lo scavo della sottostante cripta di San Gennaro.

Quelli promossi dal Gesualdo furono occasione per il trasferimento dei resti mortali dei sovrani angioini, dalla tribuna all’Oratorio esterno di San Marciano, ma andarono perdute le iscrizioni tombali, e i monumenti sepolcrali stessi che furono smembrati e i pezzi distribuiti un po dovunque; si persero anche le tombe dell’Arcivescovo Bertrand de Meissenier (1358-1362) e del Cardinale Rinaldo Piscicelli (1451-1457), ma anche le loro spoglie mortali e non sappiamo con certezza come fossero le loro sepolture.

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Napoli – Duomo – La meravigliosa navata dopo gli interventi settecenteschi.

Il Gesualdo chiamò a Napoli Giovanni Balducci Cosci (1560-1631)  per affrescare le pareti e le volte dell’abside destinata a contenere il nuovo Altare Maggiore del duomo, reso raggiungibile da una sola ampia scalinata dal piano del transetto e il suo sepolcro, poi trasferito, smembrato, accanto all’ingresso della Basilica di Santa Restituta al tempo del Cardinale Giuseppe Spinelli.

Il Cardinale Decio Carafa (1613-1626) rifece il coro al centro della navata maggiore, fece realizzare il soffitto cassettonato, realizzò il fonte battesimale utilizzando al preziosa vasca di porfido nero che era nella Basilica di Santa Restituta, e continuò l’attività iniziata dal Gesualdo di eliminazione di cappelle, cappellette, edicole votive e altarini di patronato distribuite all’interno del duomo e che costituivano un serio intralcio alla liturgia solenne celebrata al maggiore Altare.

Il Cardinale Filomarino (1641-1666) si preoccupò più di dare una degna sepoltura ai suoi antenati i cui resti furono recuperati dalla antica cappella di patronato quando questa fu abbattuta per fare posto alla nuova Cappella del Tesoro.

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Napoli – Duomo – Planimetria del blocco edilizio – Ricostruzione del sec. XVI. E’ evidenziato il sito della antica cappella di patronato della famiglia Filomarino, nel Titolo di San Nicola, da dove proverrebbe la lastra marmorea, e  le due adiacenti cappella, a sinistra dei Zurlo, intitolata alle Sante Caterina e Margherita, a destra dei Cavaselice, intitolata a Santa Maria Sic Maris. La Planimetria, però, non riporta le altre due cappelle, di Sant’Andrea presso la torre campanaria e di Santa Maria della Stella, presso l’ingresso del duomo, a destra, patronato dei Caracciolo, tutte diroccate per fare posto alla nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro.

Anche il Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685) continuò la attività di riordino liturgico all’interno del duomo, ma si preoccupò anche di interventi strutturali alle pareti e di abbellimenti con nuove opere d’arte.

Nel 1688, il 15 giugno, un nuovo terremoto causò notevoli danni alle volte delle navate laterali, fece crollare il pulpito, e provocò numerose lesioni anche alla Cappella del Tesoro.

Il Cardinale Antonio Pignatelli (1686-1691, poi Papa Innocenzo XII) provvide ad un rapido intervento di restauro all’intero edificio.

Il 29 novembre del 1732 ci fu un nuovo violento terremoto che fece crollare tratti dell’abside e le volte delle navate laterali e provocò notevoli danni ai muri del transetto.

Il Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734) che aveva da poco tempo concluso un ciclo di lavori di restauro all’interno del duomo, alla crociera e alla tribuna iniziati da Antonio Pignatelli a conclusione di quelli iniziati da Innico Caracciolo, dovette ricominciare daccapo e dovette attendere qualche tempo, perché il terremoto sembrava non finire.

Il Suo successore il Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754) trovò le condizioni statiche dell’abside gravemente compromesse, ed elaborò un radicale progetto di restauro dell’edificio, del transetto e della tribuna, sulla scorta di progetti già elaborati dai suoi successori, realizzando il rinforzo della parete ad oriente e delle strutture portanti della tribuna che il progetto di Paolo Posi (1708-1776) rese meravigliosamente scenografica, così come appare oggi, con l’ampio spazio rialzato antistante il presbiterio e l’ampia scalinata di accesso, distribuita su tre livelli.

absideNapoli – Duomo – La meravigliosa scenografica abside settecentesca.

Lo Spinelli trasferì il coro dal centro della navata maggiore, sulla tribuna e distribuì sui pilastri i busti dei Vescovi di Napoli e dei Compatroni che decoravano la fascia marmorea esterna del coro.

Nel corso dei secoli precedenti, si erano moltiplicati all’interno del duomo, in ogni spazio disponibile, altari, altarini, cappelle e cappellette ed edicole votive e furono disposti lungo il perimetro delle navate, anche monumenti funebri che i predecessori dello Spinelli avevano già incominciato ad eliminare, scontrandosi con i titolari dei diritti di patronato ed  a partire dai primi anni del ‘700, si incominciò ad eliminare alcuni sepolcri vuotati del loro contenuto, in esecuzione di un Decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721 che vietava la presenza di cadaveri in tombe elevate da terra.

Rimase ancora qualche memoria funebre e in particolare la Cappella di Santa Maria del Soccorso, antico patronato di Ciarletta Caracciolo, situata a sinistra entrando in duomo, posizionata sulla controfacciata, fra la porta principale e l’ingresso della navata laterale detta del Salvatore,  amministrata da un “Monte” a lui intitolato, che esercitava il diritto sul pavimento del duomo, curandone periodicamente il ripristino ed aveva al suo interno opere di Dionisio Lazzari (1617-1689)

Negli anni del governo della Diocesi, da parte di Antonio Pignatelli, fra il 1688 e il 1689, furono eseguite all’interno del duomo importanti lavori e la Cappella fu restaurata su disegno di Giovan Domenico Vinaccia.

Anche essa poi fu definitivamente diroccata al tempo del Cardinale Filippo Giudice Caracciolo (1833-1844), insieme a quella dei Marciano (non l’Oratorio esterno di San Marciano, già diroccato, che non era patronato della famiglia Marciano), una edicola dei Minutolo, l’altare dello Spirito Santo, esterno alla cappella, la cappella di Bartolomeo di Capua e quella dei Dentice del Pesce.

Il Cardinale Filippo Giudice Caracciolo per abbellire il duomo, fece eliminare tutti gli intonaci dalle pareti e dai pilastri, fece lucidare le colonne di granito e ricoprire tutto con nuovi stucchi , ma fece eliminare  dall’interno dell’edificio sepolcri e memorie superstiti e qualche edicola che ancora sopravviveva,

I marmi della cappella del Soccorso, furono recuperati: la balaustra, fu utilizzata per la cappella Carbone, la inferriata parte per la cappella Crispano e parte per chiudere poi l’accesso esterno alla cripta dei vescovi ed altri reperti ricoverati altrove.

Durante i lavori disposti da Filippo Giudice Caracciolo, sparirono definitivamente memorie, opere d’arte, altari ed edicole ancora esistenti, andati definitivamente perduti, alienati o trafugati, ma certamente il bassorilievo della cappella Carbone non viene dalla diroccata cappella del Soccorso.

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Ho tracciato sommariamente la storia dei lavori di restauro e ammodernamento interno del duomo, per tentare di dare una origine al manufatto, ricostruire un  ipotetico percorso all’interno del sacro edificio e ritrovare la sua originaria collocazione.

Lorenzo Loreto nella sua Guida per la sola Chiesa Metropolitana Cattedrale di Napoli , del 1849, parla del  bassorilievo, descrivendo la Cappella di Santa Susanna, detta Cappella Carbone dall’antico diritto patronale della famiglia: “…nel pilastro che sostiene l’arco della cappella, in cornu Epistolae nell’interno del muro, vi è incastrata una immagine di Maria SS. scolpita in marmo, che stava nel pilastro avanti Santa Restituta  e quando si scovrirono i pilastri, si ebbe cura di toglierla da dentro il piperno e per non farne perdere la memoria, si è quì conservata…”

Lorenzo Loreto si riferisce ai lavori di abbellimento interno del duomo disposti dal Cardinale Filippo Giudice Caracciolo e continuati dal suo successore, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1845-1877), ma pur essendo l’unico autore a citare la lastra marmorea, non parla della sua antica collocazione.

La lastra marmorea fu posta, forse al tempo del Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666), oppure al tempo del Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1756), dopo il terremoto del 1732/33, sul IV  pilastro “…avanti Santa Restituta…”, il pilastro della navata, dal lato della navatella del Salvatore, ricostruito o restaurato dopo il terremoto del 1456 dalla famiglia Baraballo e che reca ancora sulla sommità il blasone di questa famiglia.

Allora la Basilica Cattedrale di Santa Restituta aveva due ingressi, uno dei quali fu murato al tempo del Cardinale Guiuseppe Spinelli che ricompose lungo la navatella, il monumento funebre del Cardinale Alfonso Gesualdo, trasferedolo dalla tribuna, smembrandolo ed utilizzando alcuni elementi della struttura per il nuovo portale di accesso alla Basilica e conservando ai lati dell’ingresso le memorie di G.B. Filomarino, di Tommaso Filomarino, e di Marco Antonio Filomarino e ricollocando sulla tompagnatura del secondo ingresso alla Basilica il sepolcro michelangiolesco di Alfonso Carafa, Arcivescovo di Napoli (1557-1565), deceduto a 25 anni: a 14 anni Canonico Capitolare di Santa Restituta, a 17 anni Cardinale a 18 anni Arcivescovo di Napoli.

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Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Lo spazio della memoria della famiglia Filomarino. —- A: Il IV pilastro della navata, ricostruito con il contributo della famiglia Baraballo dopo il terremoto del 1456 e dove nel ‘600 fu murata la lastra marmorea della Madonna col Bambino.  —- B:  La nuova cappella di patronato della famiglia Filomarino (dal 1600), ristrutturata e intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe di N.S.G.C.,  dalla seconda metà dell’800. —– 1 – 2 – 3: Memorie di personaggi illustri della famiglia Filomarino, —- 4 Il luogo dove è murata la lastra tombale dal monumento funebre di Trudella Filomarino (+ 25 settembre 1335), figlia del Siniscalco del Duca di Calabria, Loffredo Filomarino.

Il manufatto potrebbe essere parte di un’arca sepolcrale della cappella della famiglia Baraballo, eliminata da uno dei titolari del diritto di patronato succeduti a Enrico Baraballo, dal 1705 Giacomo Milano d’Aragona  principe d’Ardore, subentrato ai di Franco, titolari dal 1614, a loro volta subentrati ai Caracciolo, negli anni del terremoto del 1456.

Nel corso dei secoli, durante i passaggi di proprietà, la cappella sepolcrale della antica famiglia Baraballo, ascritta al Seggio di Capuana fin dall’XI secolo, che evava acquisito i diritti di patronato fin dalla fondazione del duomo angioino, fu oggetto di restauri, di abbellimenti, ma anche di notevoli interventi per consolidare la parete del transetto alla cui base è allocata, con l’abbassamento dell’arco di ingresso per la creazione di un nuovo arcone piattabanda di mattoni e l’incatenamento e lavori di cuci-scuci, dopo il terremoto del 1732/33.

La antica collocazione del manufatto, riteniamo,  potrebbe  essere in una delle tre cappelle della navatella di Sant’Aspreno, diroccate per reperire l’area per la nuova grande cappella del Tesoro di San Gennaro, a partire dal 1608: Le cappelle interne al duomo dei Filomarino, Zurolo e Cavaselice e i due oratori esterni di Santa Maria della Stella e di Sant’Andrea.

Il Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666) raffinato amante dell’arte fece eseguire pregiati lavori nella cappella di famiglia nella Basilica dei Santi Apostoli fra il 1635 e il 1647, dove trasferì i resti mortali dei suoi antenati e si preoccupò di ampliare, restaurare e abbellire il palazzo arcivescovile, riservando al duomo solo interventi di ordinaria manutenzione, preoccupandosi però di dare una diversa sistemazione alle tombe e alle memorie familiari recuperate dalla antica diroccata cappella di famiglia, all’interno del duomo e realizzando nello spazio sottostante il tesoro vecchio, utilizzato per molto tempo come sacrestia del duomo, il deposito dei resti mortali di altri familiari rimasti senza una sistemazione, ambiente poi trasformato nella cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe nella metà dell’800.

lapideNapoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C. – Lastra tombale di Gregorio Filomarino ( + 1 marzo 1324) e fronte dello smembrato sarcofago del Canonico Capitolare di Santa Restituta, Matteo Filomarino, morto nel 1400. – Entrambi reperti provenienti dalla diroccata antica cappella dei Filomarino nella navatella di Sant’Aspreno.  Si citano come esempi di sepoltura con lastra terragna e di fronte di sarcofago clipeato.

Lo spazio della navatella del Salvatore, antistante l’ingresso alla Basilica di Santa Restituta, si configurò, al tempo del Filomarino, come una sorta di spazio della memoria familiare, appare allora probabile l’utilizzo del manufatto recuperato dall’interno della cappella di famiglia per sacralizzare quello spazio, sorta di pantheon della famiglia.

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Con l’arrivo a Napoli degli angioini, giunsero anche numerosi artisti, artigiani, e orafi di corte che in qualche modo, complice la committenza reale e della nuova nobiltà d’oltralpe, riuscirono ad imporre un modo nuovo di fare arte, secondo stilemi francesi, che vuoi per ragioni di vicinanza alla corte, vuoi per interesse per le nuove proposte stilistiche, finirono per incidere notevolmente sulla produzione artistica autoctona, a cavallo fra la seconda metà del ‘200 e il ‘300.

Il portato francese, fu ampiamente accolto ed imitato da artisti meridionali che incominciarono a produrre opere, anche se ancora nel solco della tradizione romanica, aperte alle nuove espressioni d’oltralpe.

Sulla dominante nuova componente franco-gotica, nella prima metà del ‘300, andò gradatamente ad innestarsi una nuova corrente, orvietana, dove nell’ambito del cantiere del duomo, si incontravano ed operavo artisti toscani con artisti provenienti dal nord  Italia e dalle regioni francesi, aperti agli apporti di artisti centro italiani, laziali che, chiamati dalla corta angioina per la decorazione del costruendo duomo, portarono alla affermazione di un nuovo filone, già introdotto attraverso il Cavallini e Lello de Urbe, che con l’arrivo a Napoli di Tino di Camaino (1285-1337) , nel 1323, venne ad amalgamarsi al preesistente substrato locale ancora gotico-francesizzante.

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Napoli – Duomo – Transetto lato Sant’Aspreno – Cappella Capece Minutolo – Sarcofago di Orso Minutolo, Arcivescovo di Salerno, di Tino di Camaino – Si cita comne sempio di sarcofago con il fronte clipeato e il gisant (defunto rappresentato con i simboli del suo status disteso sul sarcofago).

Tino di Camaino e la sua bottega costituiranno il punto di riferimento per l’ambiente artistico napoletano e a lui è ascrivibile la codificazione a Napoli di monumenti funebri che fino al ‘400 inoltrato costituiranno lo schema fisso per le sepolture nobiliari e che certamente dovette costituire anche lo schema dei monumenti funebri reali  della cappella di San Ludovico nel duomo  e delle arche sepolcrali distribuite all’interno delle cappelle di patronato e probabilmente lungo le pareti delle navatelle del Salvatore e di Sant’Aspreno e per i Vescovi, sulla tribuna, cadute con il terremoto del 1456.

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Napoli – Duomo – Cappella Capece Minutolo. Esempio di monumento funebre cuspidato: La tomba del Cardinale Enrico Minutolo.

Il tema del sepolcro cuspidato a baldacchino, poggiato alla parete, con l’immagine del defunto giacente sul coperchio della cassa, decorata sulla faccia a vista  con figure familiari o immagini sacre, quando essa non conteneva al suo interno anche il corpo di  un altro defunto la cui immagine  appariva scolpita sulla fronte,  posta entro una camera sepolcrale con tendaggi retti da angeli e alla sommità statue a tutto tondo o bassorilievi con Santi e Madonne, ascrivibile a Tino di Camaino e alla sua scuola, anche nella forma più semplice di un sarcofago pensile su colonnine, poggiato alla parete, con la fronte e le testate scolpite e l’iscrizione dedicatoria  sull’intero perimetro della gisant, il capo poggiato su un cuscino e i simboli del suo status, la spada se milite o un prezioso abito, costituì lo schema dei monumenti funebri al tempo della dinastia angioina, schema poi ripreso anche nel tempo successivo.

Costituivano la decorazione della fronte della cassa, quando al suo interno non era contenuto altro cadavere, medaglioni o quadrilobi, con temi figurativi specifici, generalmente una immagine della pietà, angeli, motivi floreali  e stemmi.

Appare  comunque diffusa a Napoli, ma anche altrove , in seno alla nobiltà inferiore, anche la sepoltura detta terragna, con l’immagine del defunto scolpita sulla lastra, palaudato secondo il suo status, con la iscrizione dedicatoria e gli stemmi a cornice, deposta sulla fossa sepolcrale, anche questa tipologia di sepoltura ascrivibile alla scuola tinesca.

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Il bassorilievo della cappella Carbone nel duomo di Napoli, è un scultura trecentesca, sconosciuta ai più per la sua infelice collocazione, elemento di uno smembrato monumento funebre collocato all’interno dell’edificio angioino, in una cappella di patronato, supponiamo quella dei Filomarino, diroccata insieme ad altre per fare posto alla costruenda cappelle del Tesoro di San Gennaro, o lungo le pareti delle navatelle di Sant’Aspreno e del Salvatore.

Il manufatto non è stato mai oggetto di studio, catalogato, schedato: l’unica notizia che lo riguarda è quella del Loreto che ci informa sulla sua collocazione sul pilastro antistante l’ingresso alla Basilica di Santa Restituta, nell’area configurata come sorta di spazio della memoria della famiglia Filomarino e questo particolare ci ha fatto rilevare una certa analogia, nel volto, nella inclinazione del capo e nelle mani, ma non nel panneggio della veste, morbido e avvolgente, con una lastra terragna o comunque fronte  del sarcofago di Trudella Filomarino (+ 1325 ), figlia di Loffredo Filomarino (+ 1335), un notabile della corte del Duca di Calabria,  murato nella parete di sinistra entrando nella cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe che fu patronato dei Filomarino  che in essa raccolsero antichi sepolcri , lapidi, memorie e resti mortali degli antenati, quando fu diroccata la antica cappella di patronato nella navatella di Sant’Aspreno.

trudella-filomarino

Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C. – Lastra tombale di Trudella Filomarino ( +1325 ) figlia del Siniscalco del Duca di Calabria, Loffredo Filomarino ( + 1335)

Dopo il terremoto del 1732/33, il Cardinale Giuseppe Spinelli iniziò un programma di restauro dell’edificio che perse la sua originaria configurazione architettonica e decorativa interna.

Le intenzioni dello Spinelli erano buone , ma si incominciarono a perdere molte memorie e marmi antichi, utilizzati anche come soglie e gradini, quando  nel corso dei lavori non furono abbandonati nel cortile dell’arcivescovado per essere alienati, rottamati o trafugati.

Furono scompaginati altari, altarini, cappelle e cappellette e sarcofagi e monumenti funebri ancora superstiti e molte lastre tombali terragne furono nascoste sotto il nuovo pavimento anche al tempo dei successori dello Spinelli e al tempo di Filippo Giudice Caracciolo.

Delle iscrizioni antiche esiste un lapidario pubblicato nel 1835  da Stanislao Aloe  (Tesoro lapidario napoletano) e molte di quelle antiche andate perdute sono riportate in Napoli sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo e nella Aggiuta alla Napoli Sacra del de Lellis, edite entrambe nella seconda metà del ‘600.

Il reperto certamente proveniente da una struttura funebre  il cui schema fu introdotto al tempo degli angioini e ripreso e codificato da Tino di Camaino e dalla sua scuola e ampiamente diffuso nell’Italia meridionale

Non è un capolavoro assoluto, ed è certamente una stanca ripetizione di modelli comuni della produzione tinesca napoletana del ‘300 ed è ampiamente riscontrabile la analogia con i clipei modanati delle fronti dei sarcofagi dello stesso periodo, anche se non è un clipeo e non è parte della fronte di un sarcofago.

Il disegno appare duro, il rilievo schiacciato, l’immagine disposta in sofferenza su un fondo anonimo, in maniera quasi squilibrata e malamente contenuta nello spazio circoscritto.

Essa è caratterizzata da una resa statica incerta e da un trattamento ancora più  incerto del braccio e delle mani assai dimensionate, come le mani di Trudella della citata lastra terragna,  che spuntano anche in maniera innaturale dalla manica e dal retro della figura del Bambino.

Il panneggio appare grossolano, non come quello del citato coperchio della lastra sepolcrale di Trudella, molto più morbido e raffinato, se vogliamo, come molto dimensionato  e grossolano è il Bambino trattenuto sulle ginocchia dalla Madre, che regge il suo braccio destro innaturalmente atteggiato nelle dita nel gesto dell’adlocutio, così come il braccio e la mano sinistra che innaturalmente stringe un uccello non bene riconoscibile nella specie, simbolo comunque  di resurrezione: l’anima del defunto per la sua fede spera nella resurrezione  ed il godimento eterno del Paradiso.

La figura è incorniciata in uno spazio contenuto da un archetto trilobato poggiato su capitelli classicheggianti che negli angoli di raccordo del trilobo propongono fiori di anemone, simbolo di speranza e di attesa,  della risurrezione.

Il gesto dell’adlocuzio vuole indicare che Cristo è Via, Verità e Vita e chi crede in Lui, risorgerà per la vita senza tramonto, premio di un cammino iniziato alla scuola di Maria che, come scrive Gregorio Nisseno, favorisce l’ingresso alla giustificazione, generando l’autore della luce, proponendo come guida il Figlio Suo che offre al fedele e, sorreggendo con la destra  il Suo braccio, invita ad ascoltarlo.

L’ALBERO DI JESSE del duomo di Napoli: affresco di Lello de Urbe (da Orvieto ?) – Elaborazione grafica della genealogia legale di Gesù; venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale del Figlio Unigenito del Dio Vivente; omaggio sacralizzante della monarchia angioina attraverso la committenza vescovile e una discreta presenza templare.

di Tino d’Amico

 

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Alla Santissima  Vergine Maria

Madre del mio Signore

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Napoli – Duomo – Il grande affresco dell’ALBERO DI JESSE, nella cappella di San Lorenzo Vescovo, detta di San Paolo de’ Humbertis o “degli Illustrissimi preti”.

L’affresco dipinto sulla contro facciata della cappella detta degli Illustrissimi preti, nel duomo di Napoli, rappresenta un  ALBERO DI JESSE, icona della tradizione orientale, che è la venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale  di Gesù, Figlio Unigenito del Dio Vivente (Mt. 16,16) nato da una donna, per opera dello Spirito Santo (Lc. 1,35), vero Dio e vero uomo, senza con ciò cessare di essere Dio, come ci insegna a confessare il Concilio di Calcedonia (451 circa) “…un solo e medesimo Figlio di Dio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità; vero Dio e vero uomo, composto di anima razionale e di corpo; consustanziale al Padre per la divinità, consustanziale a noi per l’umanità; simile in tutto a noi, fuorché nel peccato (Eb. 4, 15); generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità e in  questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza nato da Maria Vergine, Madre di Dio, secondo l’umanità…” (cfr. Cat .Chiesa. Catt.: 389-511).

Maria è vera Madre di Dio (Theotokos): titolo a Lei attribuito dal Concilio di Efeso (431).

Il Cristo dell’affresco, è presentato come sintesi delle promesse messianiche di JHWH, riferite dal profeta Natan a Davide:

(cfr. 2° Libro di Samuele, 7,12-16); “…Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome ed io renderò stabile per sempre il suo regno. Io gli sarò Padre ed egli mi sarò Figlio. Se farà il male, lo castigherò con verga d’uomo, e con colpi che danno i figli d’uomo, ma non ritirerò da lui il mio favore…La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre…”

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Foto ALINARI, che ritrae  l’affresco ancora integro, nella prima metà del passato secolo.

Il brano della profezia di Natan è la prima espressione del messianismo regale, per cui ogni re della dinastia davidica sarà una icona del messianismo regale, sarà una immagine del re ideale che deve venire.

Essa è costruita su una opposizione: non è Davide che farà una casa (un tempio) a JHWH, è invece JHWH che farà una casa (una dinastia) a Davide.

La promessa concerne la permanenza della dinastia davidica sul trono di Israele: è il testo della ALLEANZA di JHWH con Davide e la dinastia, e lascia intravvedere un discendente nel quale JHWH si compiacerà (cfr. BIBBIA DI GERUSALEMME, ed. Dehoniana)

La profezia è applicata da Isaia, (Is. 7,14), Michea (Mi. 4,14), Aggeo (Ag. 2,23), ma anche Atti, (2,30) a Cristo e qui alla casa regnante angioina, e rende il sovrano immagine del Messia davidico.

Profezie confermate dal profeta Isaia (Is.11, 1), “….Un germoglio spunterà sul tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici…”

L’inizio del poema messianico , che precisa l’origine e i tratti essenziali del Messia futuro: Egli sarà di ceppo davidico; sarà riempito di Spirito Profetico; farà regnare tra gli uomini la giustizia , riflesso terrestre della santità di Dio; ristabilirà la pace paradisiaca frutto della conoscenza di Dio.

Lo stico, che da il titolo all’affresco, è applicato al sovrano regnante, per rendere sacra la sua autorità regale: egli è il germoglio nuovo di una dinastia ormai quasi estinta, che non a caso sceglie come simbolo araldico il giglio, il giglio di Francia.

Profezie annunciate molti secoli prima dall’indovino Balaam (Libro dei Numeri, 24,17), che mandato a maledire Israele accampato nella pianura di Moab alla fine del suo peregrinare nel deserto, benedisse invece di maledire il popolo che JHWH si era scelto come suo popolo e profetizzò sulla venuta del Messia e su i frutti che essa avrebbe portato:

“…io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele…”

La stella era nell’antico Oriente segno di un dio e di conseguenza di un re divinizzato e la profezia è applicata al futuro Messia  di Israele, legata nello scettro, alla benedizione di Giacobbe a Giuda in Genesi 49,10 ed è applicata anche alla rinascita della Chiesa, sotto la guida di un grande Pastore (cfr. Sac. Dolindo Ruotolo, LA SACRA SCRITTURA, vol. 4), ma qui,  chiaramente riferita alla monarchia davidica e al futuro Messia, per traslato ad un re sacralizzato: il sovrano angioino allora regnante:Roberto.

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img084Napoli – Duomo – Il sito della Cappella di San Lorenzo Vescovo, o di San Paolo de’ Umbertis, detta “degli Illustrissimi preti”, nell’angolo destro del transetto.

Il dogma di fede della Concezione Verginale di Gesù, Figlio Unigenito del Dio Vivente, così come iconograficamente esposto, rappresentato sulle pareti di alcune chiese Cistercensi della Francia nord-occidentale, della Germania, dell’Italia, fino nelle regioni balcaniche, ma anche su alcune  vetrate dipinte e sulle pagine miniate di manoscritti e libri corali, tra l’ XI e il XIII secolo, fu utilizzato anche in alternativa ai metodi repressivi cruenti della inquisizione contro l’eresia catara.

Il tema veicolava la particolare devozione dell’Ordine Cistercense per la Santissima Vergine Maria, e fu ripreso dai Domenicani e dai Francescani ed utilizzato come strumento di propaganda catechetico-didattico contro l’eresia catara, ma fu utilizzato anche per affermare il particolare legame dei Cistercensi con la corona francese.

Matteo, premettendo al suo Vangelo la successione genealogica e legale del Figlio di Maria, il Figlio Unigenito del Dio Vivente, attraverso la assunzione legale  della paternità da parte di  Giuseppe, collega Gesù ai principali depositari  delle promesse messianiche, mettendo in rilievo anche  il contributo umano di presenze straniere, attraverso donne che entrano a far parte della narrazione e che hanno in comune con la Santa Vergine l’avere generato una discendenza in maniera non regolare, in virtù di un matrimonio o di una unione conclusa fuori dalle vie ordinarie per la legge israelitica, esalta la eccezionalità del Concepimento Verginale del Figlio di Dio, dato sconvolgente per la teologia di Israele,  punto cardine della dogmatica cristiana, attuazione nel tempo e nella storia della promessa di salvezza della umanità

Il brano di Genesi 3, 15: “…io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe  e la tua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno…”   definito protovangelo, 

Napoli – Duomo – Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Santissima Vergine Immacolata di Nicola Treglia, argento sbalzato del 1793.

lascia intravvedere un primo barlume di salvezza per l’umanità attraverso una donna: “…perennemente nemica di satana perché Immacolata fin dal primo istante del suo concepimento…” Dio annunzia la donna che doveva essere nemica di satana e doveva dare alla luce il Figlio che doveva schiacciare il capo dell’infernale dragone. Il seme di satana sono i demoni, il seme della Donna Benedetta è il Redentore. Egli è chiamato con tutta ragione seme della Donna, perché Maria lo generò dal suo senza concorso di uomo…” (cfr Sac. Dolindo Ruotolo, LA SACRA SCRITTURA, Vol. 1).

Presentando Giuseppe termine della storia genealogica, palaudato in un manto rosso simbolo di regalità, che conferma la sua ascendenza regale in Davide,  anello di congiunzione indispensabile, per dimostrare la discendenza di Gesù dalla casa di Davide, conferisce al Figlio Eterno del Dio Vivente  tutti i diritti ereditari derivanti dalla discendenza davidica, anche attraverso Maria  che è al centro del nuovo evento creazionale, e della quale nulla  si sa relativamente alla sua ascendenza genealogica ma che la si suppone appartenente alla stessa stirpe davidica, perché a lui promessa in sposa, secondo l’usanza del tempo, (Lc. 1,27)  (1).

Il tema della genealogia di Gesù, come riferimento alla genealogia dinastica comincia ad apparire nella Francia nord-occidentale, anche sui portali delle cattedrali a partire dalla seconda metà del XII secolo, ma anche sulle vetrate dipinte e nei luoghi eretti come pantheon  della casa regnante francese, come a Saint-Denis, come immagine della  sacralizzazione dell’istituto monarchico, attraverso una successione dinastica genealogica legittimata e garantita da un preteso intervento divino: il sovrano felicemente regnante, sintesi di una successione dinastica, consolidata anche attraverso matrimoni e alleanze politiche, è il nuovo evento creazionale, apertura verso una nuova età dell’oro, inaugurata dalla nuova dinastia al potere, annunciato anche da Virgilio, sovente rappresentato insieme alla Sibilla Cumana fra i saggi e  i profeti dipinti negli ALBERI DI JESSE, che certamente estranei alla genealogia di Gesù, sono citati in riferimento alla IV egloga delle Bucoliche: “…L’ultima epoca del responso di Cuma è finito; nasce da capo il gran ordine dei secoli. La vergine ormai torna, i regni di saturno tornano già una nuova stirpe scende dai cieli…”

Gli antichi, nei versi di Virgilio, leggevano l’annunzio della imminente nascita di un figlio ad una vergine, che avrebbe portato l’umanità verso una rinascita, verso la salvezza, verso la felicità, attraverso una dinastia al potere.

Francia – Amies – Cattedrale – Portale detto “Bibbia  di Amies” – Sec. XIII.

L’affresco, riunendo in un’unica scena dipinta, l’albero genealogico di Gesù, e il dogma del Suo Concepimento Verginale nel Seno di Maria, la Chiesa, recuperava il ruolo dei Libri Profetici dell’Antico Testamento, utilizzando un programma iconografico fortemente didattico e formativo, corollario alle BIBBIE DEI POVERI affrescate sulle pareti delle chiese romaniche e gotiche e  tentava così di contrastare l’eresia catara: il mezzo di propaganda mediatico probabilmente si rivelò più raffinato ed efficace della attività inquisitoria della tortura e della repressione armata della crociata albigese (A. Bazzoli), ma anche utile strumento didattico per veicolare i contenuti dogmatici della Chiesa Cattolica attraverso una catechesi per immagini, comprensibile a tutti.

Tema insolito a Napoli, quello trattato da questo affresco; insolito per i contenuti,  per le sue dimensioni, e per la sua collocazione, su una parete interna di una cappella destinata a contenere sepolture e su una contro facciata, in una posizione non visibile.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Interno – La contro facciata che sopporta l’affresco ancora integro – Foto della seconda metà del passato secolo.

La committenza dell’affresco da parte di Umberto d’Ormont, il potente Arcivescovo Metropolita, che aveva assunto il controllo totale sulle attività amministrative e liturgiche della Diocesi e sul potente Collegio Capitolare di Santa Restituta, con le Costituzioni Capitolari del 1317, grazie all’appoggio di Roberto d’Angiò,  potrebbe trovare la sua ragion d’essere nell’omaggio riconoscente al proprio re e amico, per l’essere stato posto in si alta dignità, attraverso la  sacralizzazione della dinastia, per mezzo della similitudine della esposizione genealogica di Gesù, accostata a quella di un casato che nel corso dei secoli aveva dato chiari e duraturi esempi di fedeltà alla Chiesa di Roma, nello spazio sacro del nuovo edificio, dove andava costituendosi una sorta di pantheon della famiglia regnante.

La presenza al vertice dell’affresco della icona della Vergine in cinta, in atteggiamento di  preghiera così come appare nelle icone dette Platytere, venerate nei  contenuti iconografici e teologici dai Cavalieri Templari, apre verso nuovi scenari interpretativi dell’affresco e la ricerca delle ragioni della sua collocazione all’interno della cappella, argomento di successiva indagine dello scrivente.

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Umberto d’Ormont, Arcivescovo Metropolita di Napoli.

Umberto d’Ormont, nobile prelato francese nativo della Borgogna, che aveva ricoperto incarichi di rilievo presso la corte di Luigi IX, re di Francia dal 1226 al 1270, giunse a Napoli probabilmente in seguito al matrimonio di Carlo I d’Angiò (1226-1285)  con la seconda moglie Margherita di Borgogna (1250-1308), nel 1268, l’anno successivo alla morte della prima moglie Beatrice di Provenza (1234-1267), e a Napoli ritrovò l’amico Ayglerio, monaco benedettino, anche egli nativo della Borgogna e come lui impegnato con incarichi di rilievo presso la corte di Luigi IX, entrambi amici di vecchia data di Carlo I d’Angiò: Ayglerio su proposta/imposizione reale al Collegio Capitolare di Santa Restituta, era diventato intanto Arcivescovo di Napoli (1266-1281) per nomina di Clemente IV (1265-1268), il provenzale Guy Foucois.

Il d’Ormont  iniziò a ricevere importanti incarichi durante il regno di Carlo II, a partire dal 1285, già “Collettore delle decime di Terra di Lavoro” al tempo di Carlo I, Abate di Santa Maria a Piazza, dal 1288 diventò Abate di San Giorgio Maggiore, la più importante chiesa cittadina dopo la Cattedrale napoletana,  detta di Santa Restituta.

141-bNapoli – Museo Diocesano – Lellus de Urbe (da Orvieto ?) – Ritratto dell’Arcivescovo Metropolita Umberto d’Ormont.

La Bolla Papale del 7 marzo 1308, di Clemente V (1305-1334), l’aquitano Bertrand de Gouth emessa in Avignone, confermò la sua elezione ad Arcivescovo Metropolita napoletano, imposta da Carlo II al Collegio Canonicale di Santa Restituta nel 1307, carica che occupò fino al 1320, anno della morte.

Il riconoscimento della sua fedeltà alla corte angioina giunse nel 1318, quando re Roberto d’Angiò (1277-1343), re di Napoli dal 1309, dovendosi recare ad Avignone diventata sede pontificia, lo nominò Consigliere particolare del suo primogenito Carlo, duca di Calabria (1298-1328), vicereggente del Regno.

Nello stesso anno Giovanni XXII (1316-1334), il francese Jacques Duese, lo scelse da Avignone, pur non essendo Cardinale come Commissario Apostolico per la compilazione degli Atti del processo di Canonizzazione di Tommaso d’Aquino (1225-1274), nomina che lo rese di statura ecclesiastica elevata e che si svolse, a Napoli.

 

Napoli, Duomo – Cappella del Tesoro di San Gennaro – Maestro Etienne Godefroy, Milet d’Auxerre, Guillaume de Verdelay, orafi provenzali: Busto-reliquiario del Cranio di San Gennaro, dono di Carlo II d’Angiò, 1305.

La sua vicinanza alla corte angioina e la sua amicizia  con il sovrano fu tale che nel 1305 pare, facesse da modello per gli orafi francesi  che realizzarono il busto-reliquiario del cranio di San Gennaro, dono dell’amico Carlo II al Santo Compatrono principale della Città e del Regno (Patrona di Napoli è la Santissima Vergine nel titolo dell’Assunta e ad essa è intitolata anche il nostro duomo).

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Il magister LELLU…de Urb…e…, cioè LELLO de URBE, da Roma (da Orvieto?)

L’affresco è  attribuito a Lellus, un artista di formazione romana per alcuni, orvietano per altri ed è più probabile, se si legge correttamente la iscrizione che reca la sua firma, al mosaico di Santa Maria del Principio, nella basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, “Lellu…de Urb…e…”, cioè Lello de Urbe, da Roma, identificato da F. Bologna con un  tal Lello da Orvieto, attivo certamente fra Napoli e il Lazio nella prima metà del XIV secolo (cfr. V.Lucherini, 1313 – 1320: il così detto Lello da Orvieto, mosaicista e pittore a Napoli tra committenza episcopale e canonicale, Barcellona 2008)  che la critica definisce erede del cavallinismo giottesco napoletano (cfr. F. Bologna; P. Leone De Castris; C.D’alberto) e che fu l’autore, certamente per il duomo di Napoli, del citato mosaico absidale della cappella di Santa Maria del Principio, (2) e di alcune opere realizzate per la appella funebre dell’Arcivescovo d’Ormont : l’affresco dell’ ALBERO DI JESSE, il ritratto per il suo monumento funebre, ora esposto nel Museo Diocesano napoletano, un polittico di Santa Maria del Principio, utilizzato come pala d’Altare nella stessa Cappella, oggi presso la collezione Lorenzelli di Bergamo (cfr. Lucerini), dove è stato individuato e di altre opere sparse fra Lazio e Napoli ed a lui sono forse ascrivibili i  lacerticoli dei disegni preparatori di affreschi emersi durante gli ultimi lavori di restauro sull’architrave della porticina di accesso a quella che fu la sacrestia della Cappella, che rappresentano scene della Crocifissione di Gesù.

Napoli – Duomo – Basilica Cattedrale di Santa Restituta – Mosaico di Lellus de  Urbe (Orvieto): Santa del Principio.

Il citato polittico di Santa Maria del Principio, potrebbe essere quello che Franco Strazzullo (cfr. Restauri del duomo di Napoli tra ‘400 ed ‘800, Napoli 1991), tra le opere dipinte a Napoli per la cappella di San Lorenzo, riferendosi al De Dominici (Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani, Napoli 1742), cataloga fra quelle prodotte a Napoli da Lello de Urbe, o da Orvieto, attribuite ad un fantasioso Maestro Stefanone dal De Dominici.

La “Madonna della Neve” era una tavola raffigurante “…la Vergine col Bambino in campo d’oro, e dai lati tre quadretti per parte, in uno la detta Vergine che apparisce in sogno al Pontefice, nel secondo il detto Papa che concede la festa della suddetta immagine; per la qualcosa effigiò nel terzo la processione che si fa dal popolo e dal clero, portando l’immagine mentovata; e negli altri tre vi sono espresse varie miracolose azioni di detta Vergine, operate per mezzo di questa sua immagine…” (De Dominici, Op.Cit.).

Lo studio iconografico del polittico di Santa Maria del Principio della collezione Lorenzelli, qualora si trattasse della stessa opera, potrebbe giustamente attribuire la corretta intitolazione al  polittico  della Madonna della neve ;e conferirgli la giusta paternità; quello esposto nel duomo, comunque, è andato disperso nei lavori di restauro all’edificio promossi dal Cardinale Spinelli (1743-44) ma fu certamente osservato dal De Dominici, almeno fino al 1741 sull’Altare intitolato appunto alla Madonna della Neve, eliminato al tempo dei predetti lavori.

Patronato della famiglia Caracciolo di Brienza, questo Altare si trovava nei pressi della  antica scala di accesso alla cripta di San Gennaro, accanto all’ingresso della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I: F. Bologna (I pittori alla corte angioina  di Napoli (1266-1414)… Roma, 1969)  attribuisce il polittico al pennello di Lello de Urbe, o da Orvieto.

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SDC12207Napoli, Duomo – Cappella di San Lorenzo Vescovo – Interno . I lacerticoli dei disegni preparatori che decoravano ad affresco l’architrave dell’ingresso alla antica sacrestia della Cappella.

Lellus,  o romano o orvietano, probabilmente già attivo a Napoli prima del 1313, dove giunse  insieme ad altri artisti  e artigiani reclutati nel cantiere del duomo di Orvieto, per la corte angioina, da Ramo di Paganello, per eseguire decorazioni, pitture e mosaici nel costruendo duomo, era impegnato come artista di corte, quando nel 1314 ricevette le due importanti commesse: la realizzazione del mosaico di Santa Maria del Principio, dal potente Collegio Capitolare e quasi contemporaneamente la commessa per la realizzazione del grande affresco per la cappella funebre che il potente Arcivescovo Metropolita stava approntando per se e per gli appartenenti al suo entourage.

L’arte pittorica di Magister Lellus è spesso confusa con quella di Pietro Cavallini (1240c.-1330c.) e l’attribuzione ad uno o all’altro di lacerticoli di affreschi sia in Santa Maria Donnaregina Vecchia che nello stesso duomo di Napoli appare arduo: secondo alcuni critici nell’ALBERO DI JESSE del duomo si nota l’intervento diretto del Cavallini.

Entrambi partendo da tradizionali schemi iconografici bizantini osservati a Roma, luogo della formazione comune, propongono un cromatismo nuovo ed una nuova concezione spaziale attraverso un colore compatto che conferisce alle figure nuova vivacità plastica.

Entrambi lavorano a Napoli al servizio della corte angioina a partire dal 1308: Magister Lellus, al completamento  delle due commesse, quella capitolare e quella vescovile, pare ritornasse a Roma.

Ritornato a Napoli, nel 1324, nell’affresco dinastico angioino che dipinse nel coro della Basilica dell’Ostia Santa detta di Santa Chiara, il Cristo in maestà con a lato la Santa Vergine e sotto i piedi re Roberto, i figli Carlo di Calabria e Ludovico Vescovo di Tolosa e Santa Chiara e dall’altro lato San Giovanni Evangelista, la regina Sancia, la principessa Giovanna, San Francesco e Sant’Antonio, rivela il distacco dalle influenze del cavallinismo per una più sentita adesione alle influenze giottesche napoletane.

Napoli – Chiesa di Donnaregina vecchia – Affreschi del coro delle monache delk Cavallini e aiuti (Magister Lellus de Urbe (da Orvieto?).

Magister Lellus,  la cui esistenza è testimoniata solo dalla firma incompleta appasta in calce al mosaico di Santa Maria del Principio, dipinse a Napoli oltre l’Albero di Jesse, e alcune scene, ormai lacerticoli, del ciclo di  affreschi in Santa Maria Donnaregina Vecchia, anche i lacerticoli di affreschi emersi accanto alla porta di ingresso al Battistero napoletano di San Giovanni in Fonte e lacerticoli di affreschi con Compatroni, Apostoli e Angeli emersi sotto il ciclo di affreschi rinascimentali della cappella Tocco.

Napoli – Basilica dell’Ostia Santa detta di Santa Chiara – Coro delle monache – Cristo in gloria tra santi francescani e i reali angioini attribuito al Magister Lellus de Urbe (da Orvieto ? ) – affresco.

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La cappella di San Lorenzo

La cappella che Umberto d’Ormont fece edificare nel transetto del duomo, dedicandola a San Lorenzo, nelle Costituzioni Orsiniane (1330) è denominata cappella S. Paoli. 

Negli Atti della Santa Visita del Cardinale Alfonso Carafa (1557-1565) del 1557, essa appare identificata come cappella di  San Paolo de Umbertis e non se conosce la ragione, e nemmeno Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) storico, filologo, archeologo, Canonico Capitolare napoletano individuò l’origine della sua nuova identificazione, forse già comune al tempo del Carafa: “…utrum quod Humbertum Archiep. (sub quo hodierna Cathedralis enceniata fuit) auctorem habuerit, an quod in ea sepultus, an vero quod Umbetorum familiae patronatus fuerit ignoro…”.

Il d’Ormont, forse, l’aveva destinata a cappella funebre per se e  per quelli che come lui erano particolarmente legati alla casa angioina, sorta di pantheon per contenere anche le sepolture dei futuri  Vescovi di Napoli,  che immaginava francesi, come lui, nell’ala destra del transetto del nuovo duomo, spazio sacro, che andava configurandosi come luogo celebrativo destinato ad accogliere le tombe dei reali, con la costruzione della cappella intitolata a San Ludovico d’Angiò (1274-1297), fin dalla fondazione dell’edificio, al tempo dell’Arcivescovo Filippo Minutolo (1285-1301).

Fu intitola a San Lorenzo Vescovo di Napoli nell’VIII secolo, titolo che le fu attribuito alla cappella per trasferimento di quello di una antica basilica paleocristiana, diroccata per far posto al costruendo duomo e che era nell’area del seminario sersaliano e i cui resti furono osservati da L. Loreto ( cfr. Memorie storiche dei Vescovi ed Arcivescovi della Santa Chiesa Neapolitana, Napoli 1836), intitolazione confermata alla inaugurazione dell’edificio angioino nel 1314 e alla sua dedicazione alla Santissima Vergine Assunta, Patrona principale della città di Napoli, da parte del d’Ormont, che però fin dall’inizio la identificò come cappella di San Paolo, forse perché aperta sull’angolo sinistro del transetto, contrapposta alla cappella di famiglia dell’Arcivescovo Filippo Minutolo (1288-1301) sull’angolo destro, intitolata a San Pietro, costruita, pare, sotto il campanile di destra, all’ingresso della Basilica del Salvatore detta Stefania, fin dal VI-VII secolo .

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Assonometria del duomo di Napoli – Ricostruzione grafica dell’edificio al tempo della sua inaugurazione (1317), proposta da Amedeo Formisano.

Dopo l’inaugurazione del duomo, nella cappella furono trasferite le sepolture di personaggi illustri: Il monumento funebre di Papa Innocenzo IV (1243-1254), morto a Napoli, nel palazzo arcivescovile, e sepolto nella basilica Cattedrale napoletana detta di Santa Restituta.

Il sepolcro che al suo interno contiene ancora i resti mortali del Pontefice (cfr. L.Loreto, Op. cit.), secondo B. Chioccarelli, nella basilica Cattedrale di Santa Restituta, doveva essere una semplice sepoltura terragna; l’Acivescovo Umberto gli costruì il sontuoso monumento nella cappella, così come appare oggi, anche se assemblato con elementi originale, posto sulla parete sinistra del transetto: “….Innocentii insuper quarti Romani Pontificis corpus obscuro in loco,  et minus digne tanto Pontifice, iacere cernens, in marmoreum sublime supulcrum musive opere compactum in maiori ecclesia collocavit, atque leoninis versibus inscriptionem apposuit…”  

Napoli – Duomo – Monumento funebre di Papa Innocenzo IV .

Franco Strazzullo però, in : Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis inscriptionum thesaurus, Napoli, 2000, riporta una notizia che trae da Nicola de Curbio, Vita Innocentii IV (Baluze, Miscellanea, Tomo I) secondo cui fu sepolto nella Stefanìa in “speciosa et celebri sepultura”.

Nel corso dei secoli, poi, subì diverse ricollocazioni, conservando la forma attuale, così come fu ricomposto al tempo dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595).

Il sepolcro dell’Arcivescovo Ayglerio (1266-1281), anche esso poi,  trasferito, smembrato, disperso come i suoi resti mortali.

L’epitaffio funebre è riportato dal Chioccarelli (Op.Cit); per il monumento funebre di Ayglerio, Cfr. Antonio Delfino, Il monumeno dell’Arcivescovo Ayglerio scomparso dal duomo di Napoli, in: Scritti di storia dell’arte per il settantesimo dell’Associazione napoletana per i monumenti e il paesaggio, Napoli 1991.

La tomba del Vescovo Stefano di Santa Maria in Trastevere, che venne a Napoli insieme a Papa Innocenzo IV: fu sepolto nella basilica cattedrale detta di Santa Restituta da dove poi la sua tomba fu trasferita nella cappella e anche essa andata perduta con il suo deposito.

Stefano de Normandis dei Conti ( ? – 1254) nipote di Papa Innocenzo III, Cardinale Diacono di Sant’Adriano al Foro nel 1216,  fu  Arcidiacono di Norfolk, nella Diocesi di Norwich; nel 1228, Cardinale Presbitero di Santa Maria in Trastevere; nello stesso anno nominato Arciprete della Basilica Vaticana; nel 1231; Cardinale Vicario di Roma, dal 1244 al 1251; a Napoli, al seguito di Papa Innocenzo IV, dove morì l’8 dicembre 1254, cinque giorni prima del suo Pontefice (13 dicembre 1254).

La tomba dell’Arcivescovo Umberto, che probabilmente non aveva nulla di monumentale come riferisce il Chioccarelli: “…sepultus est in suo sacello, cumque aliis sepulchra liberaliter atque satis honorifice construxissit, Sancto nempe Romano Pontifici, atque Archiepiscopo eius concivi, et predecessori, sibi tamen minime paravit , attamen Clerus ad boni pastoris nomen posteris tradendum inscriptionem hanc in eius sacello…”.

Cesare d’Engenio Caracciolo (Napoli Sacra, 1623) riporta la breve epigrafe sul sepolcro del d’Ormont:

ANNO DOMINI 1320 III IND. DIE 13 IULIJ OBIJT DOMINUS UMBERTUS DE MONTEAUREO NATIONE BURGUNDUS VENERAB. NEAP. ARCHIEPISCOPUS, QUI SEDIS ANNOS XI  I MENS, I I I XXVII I ( ? ).

Con il sepolcro andarono disperse anche i resti mortali del d’Ormont.

La cappella fu utilizzata come sagrestia del duomo, dopo il terremoto del 1456 e fino al 1580, come si legge negli Atti della Santa Visita dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595): “..eadem die (31 gennaio 1580) accesserunt ad visitandam capellam sub invocatione  S.ti Pauli de Umbertis, ubi ad presens exercetur officium sacrestie ditte majoris ecclesie…”.

Successivamente lo stesso di Capua, trasformando la cappella di San Ludovico in sagrestia del duomo, assegnò il sacello al seminario: “..fuit per dominum Annibalem Archiepiscopum concessa preditta familiae de Loffredo. Ibidem per prius  semper excerbatur offiocium sacristiae. Ad presens autem est ad usum cappellae siminari”, come risulta da un intercalare allegato agli Atti della Santa Visita del di Capua, datato 1582 e forse in quell’anno furono smembrate e disperse le sepolture presenti nella cappella, e fu trasferito fuori di essa il sepolcro di Innocenzo IV.

Nel metà del ‘600 nella cappella fu posto sull’Altare, realizzato assemblando marmi di risulta da smembrati arredi, ed eretto in una absidiola affrescata da Giovanni Balducci detto il Cosci (1560-1631) ricavata scavando un vano nella muratura, il trittico di G. Antonio Santoro (sec.XVII) che rappresenta la Visita della Santa Vergine a Santa Elisabetta, con ai lati San Nicola e Santa Restituta.

Napoli -. Duomo – Cappella di San Lorenzo, o di San Paolo de’ Umbertis, o degli Illustrissimi Preti – Tela del Santoro sull’Altare della cappella: Visita di Maria a Santa Elisabetta, con ai lati San Nicola e Santa Restituta.

Fanno parte degli stessi marmi recuperati da smembrati arredi liturgici, due simili figure scolpite e sistemate nel muro della parete di sinistra della porta di accesso al Battistero di San Giovanni in Fonte.

La cappella fu concessa nel 1646 dal Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666) alla Congregazione della Apostoliche Missioni (gli Illustrissimi Preti) fondata dal Sac. Sansone Carnevale, che morto di peste nel 1656, fu posto in una sepoltura terragna al centro della cappella (cfr. G. Sparano, Memorie storiche per illustrare gli atti della Santa Metropolitana Chiesa ecc…, Napoli 1768).

La lapide della sepoltura è andata distrutta durante i lavori di restauro al duomo del 1969/72 e sostituita con una lastra anonima; ne conosciamo il testo che ricaviamo dal Tesoro lapidario napoletano, di Stanislao d’Aloe, del 1835:

SAMPSONI CARNEVALIO / DOMO NEAP. / PRINCIPIS HUIUS ECCLESIAE  CAN THEOL. / APOSTOLICI DEO LUCRANDORUM ANIMORUM / ANIMARUM / ELEGANTIORIBUS LITTERIS NON UNIUIS LINGUAE / PERITIA SACRISQUE DISCIPLINIS / CUM PRIMIS EX CULTU / PROPAGANDI / CHRISTIANI NOMIS STUDIO / FLAGRANDISSIMO / QUI DUM CONTAGIO EFFECTIS / MULTAM OFFENET OPEN / DECESSIT SEXTILI MENSE  ANNI MDCLVI / VIRO DE CHRISTIANA PER EGREGIE MERITO / SODALES MONUMENTUM PONENDUM / CURAVERUNT.

Il ritratto benedicente del d’Ormont con sulla cuspide l’immagine di San Paolo, ora nel Museo Diocesano, che la critica attribuisce allo stesso Magister Lellus, nel 1643 era ancora nella cappella, come riferisce il Chioccarelli (Op.Cit)“…Humberti tandem integrum simulachrum in eius sacelli parietibus depictum cernitur…”, accanto all’Altare.

Ma l’Altare a cui si riferisce il Chioccarelli non era più quello antico del sacello, posto sulla parete di fondo della cappella, dove già era stata aperta la porta di accesso al seminario, ed eretto  l’attuale Altare con gli affreschi del Balducci e il trittico del Santoro.

Il titolo per tutto il seicento rimase quello di San Paolo de Umbertis, come si legge negli Atti della Santa Visita del Cardinale Decio Carafa (1613-1626) del 1615: “..ad idem altare  est translatum beneficium sub S. Paulo de Umbertis, in cuius capella per prius exercebantur officium sacristiae dicta maioris ecclesiae, et no aliter fuit huc usque constructum altare prout ex decreto visitationis eiusdem maioris ecclesiae  late die 14 mensis martii 1580″.

Negli Atti della Santa Visita del Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685), del 1668, la cappella è detta ancora “cappella S.ti Pauli de Umbertis et hodie est seminarj..” e nella Santa Visita  del Cardinale Giacomo Cantelmo  (1691-1702), del 1694, è citata con altro titolo: “…successive accessit ad cappellam vulgo detta del seminario sub tItulo Visitationis B.M, Virginis”

Franco Strazzullo riferisce un istrumento datato 24 maggio 1792 con il quale il Cantelmo concedeva ancora alla Congregazione della Apostoliche Missioni il semplice uso della antica cappella del detto seminario sotto il titolo di S. Maria della Visitazione, “nella stessa guisa avuto, come fu a detta venerabile Congregazione detto uso conceduto fino dell’anno 1646, tempo in cui detta cappella fu fondata”.

La cappella restava in uso alla Congregazione  e contemporaneamente al seminario, che ne possedeva le chiavi per accedervi e celebrare Messa.

Nella cappella funebre realizzata dal d’Ormont  non furono sepolti i Vescovi francesi suoi successori: Bertrand I de Meissenier (o Meyshones) (1358-1362), fu posto provvisoriamente in una cassa di legno nell’abside, dove era ancora al tempo dei lavori disposti dal Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603), dove poi fu risistemata al termine dei lavori di consolidamento dell’abside, (cfr. Relazione dello stato della Chiesa Metropolitana….Redatta nel 1743 dal Can. Economo e Tesoriere del duomo – Ms. fascio 17 dell’Archivio Segreto degli Arcivescovi, – Curia di Napoli, Archivio di Santa Visita); Pierre Amiehl de Brenac (1363-1365) , poi Arcivescovo di Embrun, dove morì; Bernard II du Bosquet (1365-1368), dimissionario; Bernard III de Rodez (1368-1379) deposto perché aderì allo scisma d’occidente (1378-1417) nella obbedienza avignonese.

Ho riportato brani dalle relazioni delle Sante Visite e indagato su quant’altro riferisca dell’arredo liturgico della cappella: nessuno degli autori antichi cita l’affresco dell’ALBERO DI JESSE.

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Il mai realizzato pantheon degli angioini.

Era opinione comune che Carlo II d’Angiò avesse innalzata la Cappella di San Ludovico d’Angiò  come pantheon della famiglia reale, perché in essa furono sistemate in sepolture provvisorie, in attesa della realizzazione di sontuosi monumenti funebri, le salme di Carlo I (1226-1285), re di Napoli dal 1266, di Carlo Martello d’Angiò (1271-1295), figlio primogenito di Carlo II, erede del trono di Napoli, morto prematuramente forse di peste, e di Clemenza d’Asburgo (1267-1293 o 1295) moglie di Carlo Martello dal 1281, morta forse di peste insieme al marito, o qualche anno prima, di parto, e che Dante incontra nel Paradiso insieme al marito (Canto IX) trasferite poi altrove, forse  nell’abside del Duomo, dopo il terremoto del 1456 che le danneggiò gravemente e sistemate poi sulla contro facciata nel 1599 per disposizione del Vicerè di Napoli Conte di Olivares che fece costruire da Domenico Fontana i nuovi sepolcri con le nuove statue reali che ornavano le tombe antiche, certamente quella di Carlo I di Michelangelo Nacherino (1550-1622), probabile autore anche della altre due.

img074Napoli, Duomo, “cortile delle pietre” – Ingresso alla Cappella Reale di San Ludovico d’Angiò, trasformata in sacrestia del Duomo, dall’Arcivescovo Annibale di Capua.

Ipotesi quella del pantheon reale, non confermata e che la moderna storiografia ritiene  poco attendibile, considerando la Cappella di San Ludovico (1274-1297) solo come  monumento celebrativo del Santo, canonizzato nel 1317 e non come cenotafio reale: un pantheon non più realizzato forse anche per i gravi problemi statici che si verificarono alla intera struttura della fabbrica angioina, mentre erano ancora in corso i lavori di costruzione con crolli e cedimenti dovuti alla inadeguatezza delle fondazioni e all’utilizzo di materiali scadenti,  tanto che l’Arcivescovo Giovanni III Orsini (1327-1358) dovette chiedere aiuti economici al Pontefice Clemente VI (1342-1352) che risiedeva in Avignone, per un grave cedimento strutturale verificatosi il giorno 1 aprile 1343, dissesto poi ulteriormente accentuato e aggravato dal  terremoto del 10 settembre 1349 (cfr. Mario Gaglione, Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel trecento, Napoli 2008).

L’intenzione di realizzare nella Cappella di San Ludovico il pantheon della casa reale la spiegherebbe l’unica apertura verso l’esterno, il suo essere indipendente dal Duomo, per affermare sulla cittadinanza e sulla Chiesa di Napoli il prestigio della casata che poteva vantarsi di avere generato un Santo, Ludovico.

La Cappella di San Ludovico non fu cenotafio reale angioino, anche se in essa furono sistemati i monumenti funebri di Carlo I, di Carlo Martello e di Clemenza d’Ungheria, lo fu invece la Basilica dell’Ostia Santa, detta di Santa Chiara fondata da Roberto d’Angiò (1277-1343) re di Napoli dal 1309 e dalla regina Sancia d’Aragona, principessa di Maiorca (1285-1345) consorte di re Roberto  dal 1304,  monaca Clarissa, nel convento di Santa Croce dopo la morte del marito, dove prese i voti nel 1344 e dove mori e fu tumulata e da dove qualche anno dopo, la sua salma, fu traslata e tumulata in Santa Chiara.

Quello che ha fatto supporre il sacello come pantheon degli angioino, era la presenza di una statua di Carlo I in trono posta sulla parete del transetto corrispondente al fianco della cappella all’interno del duomo e, pare, l’esistenza di una statua di Carlo II sull’ingresso della cappella di San Lorenzo, dove pare esistesse un altro affresco dell’Albero di Jesse, ma di dimensioni ridotte.

Le due statue, comunque non sono da individuarsi con quelle che furono poste ai lati dell’ingresso al duomo, in cima alla scalinata dalla piazza di Capuana (oggi piazza Cardinale Sisto Riario Sforza), andate perdute.

img086Napoli – Basilica dell’Ostia Santa detta di Santa Chiara – Quello che resta del monumento funebre di Roberto d’Angiò dopo il bombardamento aereo americano  del 4 agosto 1943.

La Basilica dell’Ostia Santa o del Corpo di Cristo, la prima costruita dopo il Miracolo di Bolsena del 1264 e detta di Santa Chiara fin dalla sua fondazione, consacrata nel 1340, raccolse le spoglie mortali dei membri della dinastia angioina di Napoli: essa è il vero pantheon dinastico degli angioini.

La cappella di San Ludovico d’Angiò, fu trasformata in sagrestia del duomo come ho riferito, dall’Arcivescovo Annibale di Capua, a partire dal 1594, per stabilire definitivamente un degno luogo per conservare gli arredi liturgici e costituire lo spazio sacro, dove i Sacerdoti potevano pararsi prima di andare a celebrare Messa, recuperando anche la struttura abbandonata e semidiroccata (3)

Ad essa che era indipendente dal duomo, si accedeva da quello che è oggi il cortile della curia, nella parte terminale del Vicus cluso.

L’attuale ingresso dal transetto fu aperto nel 1581, quando fu definitivamente chiuso quello antico e fu realizzato il grande stipo di castagno con lo stemma del di Capua sulla sua contro facciata.

L’Arcivescovo di Capua fece costruire anche la cappellina del retro-sagrestia, per porvi il suo monumento funebre, preceduta da uno spazio con il lavamano per i Sacerdoti che si preparano per andare a celebrare Messa.

Fu intitolata alla Madonna “del pozzo”, titolo che era di una antica cappella “…posta in lo tenimento di Capuana, et proprio quando si cammina da “puzzo bianco”…per andare a Sant’Apostoli a man destra…” (cfr. P,di Stefano, Descrizione de’ luoghi sacri della città di Napoli, Napoli 1560; cfr. anche C.Celano, Notizie del bello, dell’antico del curioso…Napoli IIIa ediz.1758).

Lo spazio antistante l’antico palazzo arcivescovile era chiamato “pozzo bianco”, perché c’era un pozzo pubblico ornato di marmi bianchi.

Il vicolo incidente sul piccolo largo e indicato come Vico Loffredo era intersecato da un altro vicolo detto Vico Filomarino perché lungo di esso questa famiglia possedeva case, un giardino e una cappelletta intitolata alla Madonna “del pozzo”, perché nei pressi del “pozzo bianco”, proprietà che furono vendute nel 1531 alla famiglia di Capua, che a sua volta rivendette nel 1554 ai Galluccio.

La chiesetta fu diroccata per far posto alla ristrutturanda chiesa dei Santi Apostoli, affidata ai Padri Teatini nel 1530, e dal 1581 al costruendo convento dell’Ordine.

Dopo questa data il Titolo e i benefici furono trasferiti alla cappella del retro-sagrestia dall’Arcivescovo Annibale di Capua, perché sia l’uno che gli altri, non andassero perduti.

Sull’Altare della cappella fu posto un quadro di Silvestro Buono ( ? – 1480), forse l’antica immagine venerata nella diroccata cappella della Madonna “del pozzo”, andata comunque smarrita.

Nel 1688 si verificò un fortissimo terremoto (stimato intorno all’XI° grado della scala Mercalli)  che interessò il Sannio, dove fece migliaia di vittime e provocò anche danni a Napoli, al duomo,  alla basilica Cattedrale detta di Santa Restituta e alla sagrestia.

Era allora Arcivescovo il Cardinale Antonio Pignatelli, (1686-1691) eletto poi Papa Innocenzo XII (1691-1700) che intraprese i restauri del duomo continuati poi dall’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702) e dal Cardinale Arcivescovo Francesco Pignatelli (1703-1734), nominato dopo un anno di amminstrazione apostolica.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Giovanni Balducci detto il Cosci, la pala della Madonna col Bambino tra San Gennaro e Sant’Agnello, Compatrono principale della Città, con la Santa Vergine Assunta, l’uno e Patrono l’Altro. Tra i due Santi e sotto i piedi della Santa Vergine è dipinta una veduta di Napoli verso Pozzuoli dove San Gennaro fu martire.

Francesco Pignatelli continuò l’opera  iniziata dallo zio Pontefice: restaurò anche la sagrestia, face realizzare un nuovo Altarino al suo interno incorniciando con marmi pregiati la tavola di Giovanni Balducci Cosci (1560-1631) che rappresenta la Madonna col Bambino tra i Santi Gennaro e Agnello posta a chiusura dello stipo delle reliquie, fin dal tempo dei lavori del di Capua e che dovette essere poi rifilata quando fu poi inserita nella nuova cornice marmorea: riporto le polizze di pagamento al Balducci e all’artigiano che la sistemò nella antica cornice.

  • Banco del Popolo – A 5 settembre 1600. D. Rotilio Gallicini paga D.ti 5 a Giovanni Balducci pittore pel quadro della Madonna con S.to Gennaro et Anello che egli have dipinto per ordine suo sopra l’altare della sagrestia del arcivescovato di Napoli et sono per final pagamento delli D.ti 30 che sie li dovevano, et per la pittura di D.ti 40 et per l’oltremare posto di suo (Ar.S.A.N, XLIV, p. 380).
  • Banco del popolo – A 20 luglio 1600. D. Rotilio Gallicino paga D.ti 3 a Gio.Antonio Guerra per ultimo et final pagamento di un ornamento di legno tanto per intagliatura et squadratura di esso come per il legname et per un telaio fatto per il quadro della sacrestia, atteso che have avuti altri D.ti 14, che in tutto sono D.ti 17. (Ar.S.P.N., XXXIX p.865)

Il Pignatelli fece costruire sopra la sagrestia alcune stanze per riporre gli arredi sacri, accedibili  dal portichetto bisomo sul fianco sinistro del lavamano e raggiungibili per mezzo di una scala chiocciola, ambienti poi eliminati durante i lavori di restauro al duomo (1969-72).

L’Arcivescovo Annibale non fu deposto nel suo monumento funebre, ma in una sepoltura terragna sul lato sinistro dell’Altarino.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Monumento funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua – Madonna col Bambino attribuita al Gagini o al De Siloe.

Sul monumento è stata posta una preziosa Madonna col Bambino, di alabastro, attribuita a Domenico Gagini (1420-1492) attivo a Napoli al cantiere dell’arco di trionfo di Alfonso d’Aragona dal 1457 al 1458 e da altri a Diego de Siloe (1495-1563), attivo a Napoli e nel cantiere della Cappella Carafa dal 1514 al 1528),  ma essa non fu realizzata per il monumento del di Capua, perché la data della realizzazione e la presenza a Napoli dei due artisti non collimano.

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Gli angioini di Napoli.

La storia dinastica degli angioini di Napoli e dei Vescovi della Diocesi durante gli anni dei re francesi, costituisce una prima chiave di lettura dell’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli, ed appare la più probabile, considerando l’affresco come simbolico omaggio, attraverso la  sacralizzazione della genealogia, reso alla casa angioina al potere;  la seconda è nei contenuti teologici, esplicitati sull’affresco nei primi anni del ‘300, per la presenza ancora a Napoli di un gruppo di eretici catari, attraverso una attività inquisitoriale preventiva e attraverso una complessa attività catechetica e liturgica.

La presenza poi, al vertice dell’affresco della Santa Vergine così come  nella icona venerata dai Templari nella chiesa di Santa Maria della Libera in Campobasso, apre verso una terza possibile lettura dell’opera.

La seconda generazione degli angioini di Napoli, aveva incominciata una operazione di immagine per affermare i rapporti sempre più stretti con la  corona francese e con il papato che aveva stabilita la sua sede in Avignone, città della Provenza, feudo degli angioini di Napoli, attraverso la sacralizazione della  dinastia e la scelta di Vescovi e clero che operassero in linea con il loro progetto politico-dinastico.

La stessa attività di restayling cittadino, iniziata da Carlo I d’Angiò anche con la fondazione di edifici religiosi serviva a costruire l’immagine del buon governo e l’alleanza imposta fra la Chiesa locale con la dinastia al potere diventava il collettore di inziative volte a fornire una immagine sacralizata del sovrano.

Charles_de_France_(1220-1285),_comte_d'Anjou

Ritratto di Carlo I d’Angiò.

Il d’Ormont costruì il sontuoso monumento funebre ad Innocenzo IV (1243-1254) nella Cappella che aveva destinata a sua Cappella funebre, perché fu il Pontefice che offrì per primo la corona del Regno di Sicilia a Carlo d’Angiò fondatore della dinastia angioina napoletana e che comprendeva anche l’Italia Meridionale.

Offrì, la corona del Regno di Sicilia, anche a Riccardo di Cornovaglia, prima ancora che a Carlo, e poi a Enrico III d’Inghilterra che la accettò per il suo figlio Edoardo, ancora fanciullo.

La storia poi della investitura del Regno di Sicilia e poi Regno di Napoli a Carlo I d’Angiò è  ben nota: Carlo d’Angiò corse in soccorso del Papa contro Federfico II.

Papa Innocenzo IV non offrì certamente per caso il Regno di Napoli a Carlo: Egli fu il Papa della plenitudo potestatis, cioè della pienezza del potere temporale della Chiesa contro l’autorità imperiale, rappresentata allora da Federico II e, favorendo la ascesa degli Stati nazionali europei contro lo Svevo,  determinò la ascesa della monarchia francese.

Carlo d’Angiò vassallo della Chiesa, lo avrebbe aiutato a liberare il Regno di Sicilia dallo scomodo Svevo, miscredente e forse cataro e dai suoi eredi e avrebbe assicurato alla Chiesa una ben cospicua  rendita con il censo della chinea, l’annuale tributo di vassallaggio, concordato poi, fra Papa Clemente IV (1265-1268), il francese Guy Foucois e Carlo I d’Angiò, ammontante a 8.000 once d’oro, consegnato annualmente al Pontefice in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo, offerto in groppa ad una mula bianca (la chinea), tributo pagato ancora al tempo degli ultimi Borboni di Napoli, anche se trasformato e ridotto di entità.

Sull’antico epitaffio, quello composto da Umberto d’Ormont, sistemato sul monumento funebre del Pontefice da lui realizzato  nella Cappella detta di San Paolo de’ Humbertis e trasferito poi all’esterno insieme al monumento funebre, dall’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), c’è scritto che Innocenzo STRAVIT INIMICUM CHRISTI COLUBRUM FEDERICUM, cioè: ABBATTE’ IL NEMICO DI CRISTO, IL DRAGO FEDERICO.

Innocenzo IV però, è ricordato anche per avere imposta la tortura come strumento ecclesiastico per estorcere confessioni,  nei processi inquisitori, dando maggiore impulso alle cruente disposizioni di Papa Gregorio IX (1227-1241), con la Bolla AD EXTIRPANDA del 15 maggio1252.

La realizzazione del sepolcro di Papa Innocenzo IV all’interno della Cappella che nelle intenzioni dell’Arcivescovo d’Ormont doveva costituire il pantheon dei Vescovi di Napoli, devoti ai reali angioini, fa ritenere più probabile la prima chiave di lettura proposta per l’affresco dell’ALBERO DI JESSE, come omaggio sacralizzante dell’istituto monarchico, accanto ad un pantheon dinastico progettato e non realizzato, in uno spazio sacro che comunque andava costituendosi come tale per la presenza della Cappella reale di San Ludovico e, secondo anche F. Strazzullo per la presenza delle due citate statue, di Carlo I e Carlo II.

Una cronaca settecentesca, poi, riferisce della presenza di un’altro ALBERO DI JESSE, dipinto sulla parete di accesso alla Cappella, sul transetto del Duomo, emerso e ricoperto durante i lavori disposti dal Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1753), dopo il disastroso terremoto del 1732 e la realizzazione dello scenografico nuovo spazio dell’Altare maggiore.

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L’affresco come strumento catechetico-didattico contro i catari.

Una seconda chiave di lettura dell’affresco, e che  comunque  propongo, è nella simbologia: non decorazione sia pur complessa di una parete, per stupire l’osservatore, quanto piuttosto esposizione di un concetto teologico, rappresentazione grafica del domma di fede della presenza storica di Gesù, vero Dio e vero uomo, Dio discendente da uomini, nato da una Donna per grazia di Dio.

Il catarismo, dal greco KATAROS = PURO, fu un movimento eretico che negava uno dei  misteri principali della fede cristiana, il Concepimento Verginale di Gesù, Seconda Persona della Santissima Trinità, nel Seno Immacolato di Maria Santissima, domma della fede cristiana e, come conseguenza negava di Gesù Cristo, l’essere veramente uomo e veramente Dio, cioè la natura umana e la natura divina non confuse in Lui, ma unite nell’unica Persona del Figlio di Dio.

catari

Arresto di catari ad Albì, nel corso della crociata detta albigese.

I catari negavano che lo Spirito Santo fu inviato a santificare il Grembo della Vergine Maria e a fecondarlo divinamente, facendo si che Ella concepisse il Figlio Eterno del Padre in una umanità tratta dalla Sua.

Il movimento  cataro si diffuse nel basso medioevo e in particolare tra il 1150 e il 1250, come eresia dualista che si fondava essenzialmente sul rapporto oppositivo tra materia e spirito, eresia che traeva origine dal MANICHEISMO e da altri movimenti eretici gnostici, giunti in Europa agli inizi del XII secolo attraverso i crociati e i pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.

Partendo dalla contrapposizione del regno celeste e il regno di questo mondo, predicata da Gesù, i catari rifiutavano tutti i beni materiali e le espressioni della carne. professando un dualismo secondo cui Dio e il male rivaleggiavano per il dominio sulle anime.

Gesù, poi, avrebbe avuto solo in apparenza un corpo mortale e, convinti della sua divinità, sostenevano che era venuto sulla terra come un angelo in sembianze umane.

Accusavano inoltre il Dio Creatore, di essere un dio malvagio, satana e per questa ragione rifiutavano di cibarsi di carne e di ogni cibo da essa derivata; rifiutavano il sesso e il matrimonio, origine attraverso la procreazione di altri esseri malvagi; rifiutavano l’Antico e il Nuovo testamento e il progetto divino di salvezza della umanità; rifiutavano la rivelazione di Dio per mezzo del suo Figlio; non credevano nella Verginità di Maria , prima, durante e dopo il parto.

I catari rifiutavano anche ogni Sacramento della Chiesa che accusavano di essere al servizio di satana.(cfr. Wikipedia, alla voce Catarismo).

La Chiesa aveva adottata una linea morbida nei confronti del catarismo, facendo ricorso a missioni popolari predicate dai monaci, Cistercensi in massima parte e rimuovendo Vescovi e clero incapaci che con il loro comportamento davano scandalo.

Molto contribuì nella iniziale lotta contro l’eresia, che si diffuse per l’Europa, fondando anche nell’Italia centro-settentrionale vescovati catari paralleli alla Chiesa ufficiale,  la nascita di nuovi ordini mendicanti: perfino Domenico di Guzman (San Domenico) tentò di arginare la diffusione dell’eresia, organizzando pubblici dibattiti che non sortirono gli effetti sperati.

Lo stesso Francesco d’Assisi è stato recentemente associato, per le affinità delle sue scelte e per il suo pauperismo, al catarismo, ipotesi azzardata e costruita sulla non conoscenza del francescanesimo: Francesco non è stato mai cataro, ne tanto meno, un simpatizzante del movimento, perché fu sottomesso ed obbediente alla Chiesa di Roma ed il suo fu un  credo incrollabile nelle verità della fede cristiana (cfr. Dino Messina, Dan Francesco cataro? Un’eresia storica)

Il suo lodare e ringraziare Dio per il creato e per tutto ciò che aveva posto a disposizione delle sue creature per il sostentamento  lo pone in antitesi al catarismo.

Nel 1208 Papa Innocenzo III promosse una crociata contro i catari della Linguadoca.

Si radunarono nei pressi di Carcassonne molti signori e prelati francesi con un esercito di 10.000 armati e molti altri si radunarono nei pressi di Lione muovendosi contro il  sud della Francia,  della Linguadoca e contro la Provenza per conquistare le terre del conte di Tolosa che aveva aderito al catarismo e a nulla pare servisse il suo ritorno nella Chiesa cattolica.

Molti degli armati erano mossi dal desiderio di predare piuttosto che da un sano fervore antieretico.

Le città catare di Albì, Carcassonne e Beziere furono assediate, conquistate, depredate e gli abitanti mandati sommariamente al rogo.

Veduta della città francese di Albi.

Stessa sorte toccò ad altre comunità catare della Francia sud-occidentale e la stessa Tolosa e la Provenza furono depredate e dovette intervenire il nuovo sovrano di Francia, Luigi IX, il Santo, perché la contea indipendente di Tolosa rientrasse nei territori della corona.

Per combattere l’eresia Papa Gregorio IX introdusse l’inquisizione che operò con metodi cruenti e poco ortodossi, fra il 1223 e il 1255.

In Italia i catari si stabilirono nel territori del centro-nord ma furono catturati dopo il lungo assedio della città di Sirmione, dove si erano rifugiati, e alcune centinaia di essi furono bruciati sui roghi, nell’arena di Verona.

Veduta della città francese di Carcassonne.

Alcuni superstiti si rifugiarono a Napoli, tentando di raggiungere la Sicilia, dove il catarismo aveva trovato terreno fertile al tempo di Federico II, che pur condannando l’eresia di per se stessa, come reato di lesa maestà, non permise l’esercizio della inquisizione nei territori del suo Regno, anche perchè, pare fosse egli stesso cataro.

A Napoli i catari risultavano presenti, ancora nei primi anni del 1300, e l’inquisizione cominciò ad esercitare il suo potere dal 1268/69, con l’arresto di un centinaio di catari, la cui presenza nel Regno è accertata ancora fra il 1307 e il 13078. ultimi anni di episcopato del predecessore del d’Ormont, il Beato Giacomo da Viterbo (1302-1307).

E’ necessario affermare i principi dottrinali del cristianesimo, contestati dal catarismo.

La dottrina cristiana è sintetizzata nel Simbolo Apostolico e nel Simbolo Niceneo-Costantinopolitano, del V secolo: un unico Dio, vivo e vero, onnipotente, eterno, misericordioso, perfettissimo; diverso e distinto dall’universo e dal mondo che ha creato; invisibile, inimmaginabile, trascendente.

Il suo Essere è misterioso.

Egli è tre persone uguali nella Persona Divina, ma distinte nella loro relazione: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.

Dio è vicino all’uomo, conoscibile dall’uomo e nel suo amore si è fatto vicino all’umanità, manifestando il suo amore,   rivelandosi al popolo di Israele e poi inviando ad esso e a tutta l’umanità il suo Figlio Unigenito, che ha rivelato il Padre e ha offerto la sua vita per la remissione dei peccati.

Il Padre e il Figlio hanno inviato lo Spirito Santo, comunicato ai credenti anzitutto nel battesimo.

Coloro che credono in Cristo, accettando il Battesimo entrano a far parte della comunità della Chiesa, articolata secondo una gerarchia di ministeri che nel cattolicesimo hanno una valenza sacramentale

Tutti i membri della Chiesa, sono chiamati alla santità e a realizzarla concretamente secondo il loro stato di vita.

Il cristianesimo propone una dottrina morale che ha alla sua  base il decalogo (cfr. Dt. 5, 1-22) che è stato perfezionato da Cristo con i suoi insegnamenti, soprattutto con le beatitudini (cfr. Lc. 6,20-23)  e il duplice comandamento dell’amore.

Il cristiano vive una intensa vita di preghiera, scandita dalla formula del Pater noster; dalla celebrazione domenicale della Eucaristia; riconosce sette Sacramenti: Battesimo, Cresima, Eucaristia, Penitenza, Unzione dei malati, Ordine Sacro, Matrimonio;  professa la speranza della vita eterna, nella quale ognuno riceverà la retribuzione di quanto fatto nel bene  e nel male, negli stati di vita beata e dannata e nel temporaneo stato di purificazione.

Tutti i cristiani attendono la risurrezione dei morti, alla fine dei tempi, quando Cristo ritornerà nella sua gloria. (Sintesi da: Cathopedia, alla voce  cristianesimo)

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Rogo di catari.

La fine del catarismo in Italia è collegata alla ascesa al potere di Carlo I d’Angiò e alla affermazione del partito guelfo.

L’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli, dipinto negli anni del regno del suo successore Carlo II, può apparire legato alla complessa attività catechetica e liturgica messa in piedi per fornire attraverso la esposizione grafica della genealogia legale di Gesù, uno strumento didattico nella azione preventiva.

La presenza all’interno della cappella del monumento funebre di Papa Innocenzo IV, che combattè l’eresia autorizzando e rendendo più cruenta la tortura nei processi inquisitori, ma che forse più che combattere l’eresia, combattè l’imperatore che considerava eretico, Federico II di Svevia e i suoi successori, per attuare un preciso disegno politico che prevedeva come condizione essenziale l’annessione ai territori pontifici del Regno di Sicilia, che allora comprendeva anche l’Italia meridionale e la investitura dei nuovi territori come feudo privilegiato della Chiesa ad un membro della fedelissima monarchia francese, è una conferma dell’essere l’affresco uno strumento di propaganda  del potere reale, omaggio sacralizzante della dinastia angioina da parte dell’Arcivescovo Metropolita che doveva la sua investitura e la  sua autorità proprio alla casa regnante.

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Lettura dell’affresco del Duomo di Napoli.

Il contenuto iconografico degli ALBERI DI JESSE  non fu utilizzato solo come preziosa decorazione di salteri,  di facciate e pareti di chiese (molti affreschi sono scomparsi, pochi i reperti superstiti), ma attraverso la elaborazione grafica della genealogia umana di Gesù di Nazaret, così come enunciata nel primo capitolo del Vangelo di Matteo, pur nella complessità del tema trattato, rappresentava la affermazione della presenza storica di Gesù, un Dio discendente da uomini, nato da una donna.

Il contenuto teologico che enunciava, aveva una sua collocazione nella BIBBIA DEI POVERI, come strumento didattico per una catechesi capillare indirizzata alle popolazioni rurali e cittadine del medioevo europeo, di contrasto al dilagare dell’eresia catara.

Esso appariva schematizzato e organizzato secondo un sistema classificatorio che lo rendeva facilmente comprensibile alle masse, un DAZIBAO,  giornale murale scritto a grandi caratteri, usato in Cina fin dai tempi dinastici, per trasmettere notizie alle popolazioni e permettere la lettura a tutti perché facilmente comprensibile e leggibile da tutti, perché scritto a caratteri ideografici, che trovava nell’Abate Suger di Saint-Denis la sua teorizzazione.

Sugerio di Saint-Denis (1180-1154), Abate di Saint-Denis dal 1127 al 1140, fu reggente di Francia, durante l’assenza di Luigi VII per la crociata (1147-1149), tra il 1127 e il 1140 ricostruì Saint-Denis.

A lui viene attribuita la concezione e la relativa espressione dell’architettura gotica che attraverso una simbologia schematizzatrice classifica gli spazi e nell’utilizzo sapiente della luce, proietta verso l’alto la forma architettonica per un ideale congiungimento dell’uomo con Dio


Francia, Basilica di Saint-Denis – Vetrata dell’ALBERO DI JESSE – Vetrata di destra della Cappella centrale dedicata alla Santa Vergine – Schema iconografico proposto dall’Abate Suger che pose antenati spirituali e antenati naturali, insieme, nella genealogia umana di Gesù di Nazaret per confermare la sua divinità e umanità, e l’essere la sintesi delle promesse messianiche; insieme antenati spirituali e materiali della dinastia reale francese per sacralizzare il sovrano felicemente regnante.

Considerati come validi strumenti didattici e catechetici, venivano  ampiamente utilizzati dai Cistercensi,  che li facevano dipingere, durante la loro predicazione contro il catarismo, che negava l’umanità di Gesù, che essi dimostravano attraverso la esposizione grafica della sua genealogia umana, legale, confermando ed affermando il suo essere vero uomo e vero Dio, erede e sintesi delle profezie e delle promesse messianiche.

A partire dal XII secolo, gli ALBERI DI JESSE furono dipinti anche in funzione sacralizzante della monarchia francese.

In alcune cattedrali francesi e nelle chiese abbaziali dell’Ordine, sulle facciate , sulle pareti interne e sulle vetrate dipinte, il tema dell’ALBERO DI JESSE, fu proposto per affermare lo stretto legame della Chiesa e dei Cistercensi, con la casa regnante angioina, specialmente in quelle chiese abbaziali che godevano del privilegio reale e il d’Ormont era Cistercense, come lo era Ayglerio, l’Arcivescovo di Napoli, suo amico e conterraneo, ritrovato a Napoli al suo arrivo presso la corte angioina.

Orvieto – Duomo – Facciata: il pilastro dell’Albero di Jesse, il cui schema compositivo sembra richiamare quello proposto da Magister Lellus nel suo Albero di Jesse per il duomo.

Il sovrano veniva paragonato a Gesù e la Vergine Madre, alla dinastia reale che, al vertice, produceva il suo germoglio, il giglio di Francia, simbolo della monarchia, applicando ad essa la profezia di Isaia (Is. 11,1) “…un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalla sua radice…”.

L’omaggiare della genealogia della famiglia reale attraverso la esposizione grafica della genealogia di Gesù, fu proposto per la prima volta in una vetrata della abbazia Cistercense di Saint-Denis , dove sono concentrate le tombe dei reali francesi: attraverso una presunta/pretesa investitura divina, la dinastia, che poneva le sue radici nei Capetingi e in un Goffredo V conte d’Angiò (1113-1151) detto il Bello e Plantageneta, perché portava sull’elmo e sullo stemma un ramo di Ginestra, sepolto non a Saint-Denis, ma nella Cattedrale di  Le Mans,  rappresentato come Jesse, addormentato, riconosceva a lui solo il privilegio di avere  generato attraverso i legami dinastici, la nuova età dell’oro, che si stava attuando proprio allora, appunto attraverso l’illuminato buon governo: il sovrano felicemente regnante, veniva  sacralizzato dalla investitura divina, trasmessa poi la associazione al trono del figlio primogenito, quando il padre era ancora in vita attraverso un preteso potere taumaturgico che i plantageneti esercitavano sul popolo anche per mezzo della sola immagine del sovrano, potere che ancor più sacralizzava la monarchia.La esposizione grafica della genealogia di Gesù dipinta nel Duomo di Napoli, è una serie rigorosa di personaggi maschili, intervallati dalla presenza di profeti e individui che nella storia dinastica di Gesù hanno solo il ruolo di congiunzione fra i vari anelli genealogici, o ruoli marginali, o che con essa  hanno nulla a che vedere, apparentemente,

Albero di Jesse – Particolare: la Santa Vergine nell’ateggiamento della Madonna della Libera così come venerata dai Templari; al vertice dell’affresco la figura del Redentore; L’Arcangelo Gabriele che annuncia il concretizzarsi nel tempo e nella storia della promessa del protovangelo; il profeta Michea e nell’angolo sotto l’Angelo Annunziante il profeta Zaccaria.

ma anche dalla presenza di quattro donne straniere con storie matrimoniali irregolari, che annunciano la quinta Donna della storia genealogica, la Santissima Vergine  Maria, dipinta sull’affresco napoletano, nel gesto arrendevole alla Volontà Divina, invocante la Misericordia Divina, orante per la umanità in attesa della Grazia scaturente dal suo seno verginale, rappresentata nella genealogia di Jesse, che pone le sue radici in Adamo e attraverso di esso, nel Creatore. come leggiamo nella genealogia di Gesù proposta da Luca nel cap.3 del suo vangelo (Lc. 3, 23-38).

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Identificazione di alcuni dei personaggi rappresentati sull’affresco dell’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli. (Elaborazione grafico-interpretativa dell’autore).

L’atteggiamento  della santa Vergine dipinta al vertice  evoca l’immagine della MADONNA DELLA LIBERA, intercedente, liberatrice Platytera, cioè più ampia dei cieli, che contiene Colui che i cieli non possono contenere invocata nel titolo di Madonna della Libera, intercedente, liberatrice, così come venerata in Campobasso nella chiesa dello stesso Titolo, risalente al tempo di Celestino V (1290), con le palme delle mani rivolte verso l’osservatore e su di esse e sul collo dipinta una croce templare.

“…Il segno delle mani elevate è  un gesto assai significativo, che troviamo frequentemente nei racconti biblici. Venne usato da Mosè sul monte e dagli ebrei quando pregavano, indubbiamente anche Gesù pregava così e così pregavano i cristiani nei primi secoli. Prevalse poi il segno delle mani giunte, parimenti bello ed efficace, per l’influsso delle religioni orientali, ma il Sacerdote continuò a pregare con le mani elevate, specialmente durante la celebrazione eucaristica. In varie parti del mondo tuttora i fedeli innalzano a Dio la preghiera, in privato e in pubblico, con le mani elevate. L’alzare le mani verso il cielo, quando si parla con Dio, è un gesto naturale, direi, istintivo; è un  arrendersi a Dio, quando si è consci di essere peccatori e si invoca la misericordia divina: è uno slanciarsi verso il Padre,quando si gioisce di sentirsi suoi figli; è un aprirsi nell’amore a tutti i fratelli e a tutte le creature, che vivono e si incontrano nel cuore del Padre di tutti; è un offrire se stessi a Dio, quando il cuore, commosso, innalza a Lui sentimenti irrompenti di adorazione, di lode, e di ringraziamento; è un implorare lo Spirito divino, mentre si esprime l’anelito verso i beni eterni; è un impennare le ali dell’anima e del corpo per staccarsi da tutto ciò che è terreno e deteriore nel mondo e lanciarsi verso il Cielo, nostra eterna dimora col Padre e il Figlio e lo Spirito Santo…”. – Corrado Cardinale Ursi, Arcivescovo Metropolita di Napoli

Il brano del Cardinale Ursi, di venerata memoria, spiega l’icona della Santa Vergine al vertice dell’affresco e per la sua lettura non bisogna  lasciarsi ingannare dal primitivo istintivo, percorribile appagamento estetico, ma piuttosto tendere alla comprensione del contesto storico-politico che ne ha determinato la composizione, cercare nella committenza e nel sovrano felicemente regnante, le ragioni di una scelta iconografica  e di un doveroso omaggio dinastico, considerare anche che la immagine della Madonna della Libera, riprodotta sull’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli è un chiaro, ma misterioso riferimento ai Templari: nulla però aiuta ad individuare le regioni di una pur discreta presenza dei cavalieri templari, se non in una ipotetica committenza, accanto a quella vescovile.

Per la lettura dell’affresco, bisogna necessariamente partire dalla immagine del dormiente alla base della icona, Jesse il betlemita, e dalle due figure ai suoi lati: il profeta Isaia e l’indovino Balaam, cavalcante l’asina.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – affresco dell’Albero di Jesse – Particolare: Re Davide.

Jesse il betlemmita è il padre di Davide, colui che lega la sua futura discendenza a quella di Giuseppe, e la ascendenza di questi in Giuda, in Giacobbe, in Abramo, in Noè, fino ad Adamo e attraverso questi a Dio Creatore, secondo la genealogia di Gesù, proposta nel Vangelo di Luca (Lc. 3, 33-38).

Il personaggio rappresentato in  cima all’ALBERO è erroneamente ritenuto Gioacchino, il cui nome non compare nella genealogia di Gesù proposta da Matteo e non compare in storie bibliche, tranne che nei Vangeli Apocrifi,  attribuendogli una discendenza davidica, non confermata ufficialmente e comunque non confermabile perché probabilmente mai esistito.

Secondo gli Apocrifi, sposò Anna, già avanti negli anni, forse per la norma del levirato, e non ebbero figli.

Un Angelo apparve ad entrambi mentre erano i due luoghi diversi, per annunciare loro una prossima futura maternità di Anna.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Affresco dell’Albero di Jesse – Particolare: Giuseppe.

I due incontrandosi a Gerusalemme nella loro casa presso la Porta Aurea, si salutarono con un casto bacio coniugale e Anna concepì in quel momento Maria Santissima, l’Immacolata.

A questa storia poetica,  narrata dagli Apocrifi, è collegata la memoria liturgica del Concepimento di Maria l’Immacolata celebrata in antico nelle Chiese orientali e fissata anche nel Calendario Marmoreo di Napoli al 9 dicembre: C(on)cezione  di S(ant’) ANNA di MARIA VER(gine).

Il personaggio rappresentato non è Gioacchino, ma Giuseppe che assunse la paternità legale di Gesù, prendendo con sé la sua sposa, la quale , senza che egli la conoscesse, partorì un figlio che egli chiamò Gesù (Mt. 1,25).

Giuseppe pur non volendo coprire con il suo nome un bambino di cui ignorava il padre, rifiutò di consegnare al rigore della legge (Dt. 22, 20ss) questo mistero che egli non comprendeva.

 Albero di Jesse – Particolare – Il profeta Isaia.

Isaia evocò dopo circa 400 anni, la storia di Davide, con un oracolo profetico, riservato alla discendenza di Jesse, annunciando il Messia , che avrebbe portato un regno di pace e di giustizia, frutto della rettitudine di coscienza degli uomini e una armonia totale dell’intero creato.

L’oracolo di Isaia è trascritto nel cartiglio recato dall’angelo indicato dal profeta, dipinto a sinistra, alla base dell’affresco, e da il titolo alla icona: “….un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici…” (Is.11, 1).

Nell’angolo opposto dell’affresco è ritratto l’indovino Balaam.

Al tempo del soggiorno degli Israeliti nella pianura di Moab, ad est del Giordano, Balak, re di Moab, temeva l’ invasione del suo regno.

Si rivolse allora a Balaam, sacerdote ed indovino medianita, perché maledicesse Israele.

Ma Dio ordinò a Balaam di non  maledire il suo popolo, ma piuttosto di benedirlo nel Suo nome.

Albero di Jesse – Particolare -L’indovino Balaam che cavalca l’asina.

Balaam temendo l’ira di Balak, non volle dare ascolto al comando di Dio recato da un Angelo e, sellata la sua asina si avviò verso l’accampamento israelita, ma apparve l’Angelo che colpendo con una spada l’asina, la spingeva contro le rocce perché deviasse la sua strada e ritornasse indietro.

L’indovino cominciò a percuoterla con la sua verga, ed essa allora parlò invitandolo a non colpirla.

L’Angelo di Dio apparve nuovamente a Balaam che temendo la vendetta divina su di  lui, pur condotto da Balak presso gli accampamenti israeliti, cominciò a benedire il popolo di Dio e ad annunziare la futura nascita del Messia: “…Come sono belle le tue tende Giacobbe,  le tue dimore Israele!  Sono come torrenti che si diramano,  come giardini lungo un fiume….. …Io lo vedo, ma non ora,  io lo contemplo, ma non da vicino:  Una stella spunta da Giacobbe  e uno scettro sorge da Israele….” (Nm. 24, 5-6; 17).

La nascita di una nuova stella era considerata presso i popoli antichi, l’annuncio della nascita di un re: “…Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo…” (Mt. 2,2), chiesero i Magi ad Erode, e lo scettro, simbolo di potere regale, qui si lega alla benedizione di Giacobbe, ai suoi figli (Gn. 49,8):  “…Giuda, te loderanno i tuoi fratelli;  la tua mano sarà sulla nuca dei tuoi nemici;  davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre.  ….non sarà tolto lo scettro da Giuda  ne il bastone del comando tra i suoi piedi,  finché verrà colui al quale esso appartiene  e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli…” .

Jesse è discendente di Giuda e Giuseppe, “…lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, il Cristo…” (Mt. 1,16), che è discendente di Jesse: la umanità di Gesù, secondo la legge pone le sue radice in Adamo perché Jesse poneva la su ascendenza in Adamo.

 Albero di Jesse – Giuseppe con ai lati la profetessa Anna e  Simeone.

Isaia, incomincia a profetizzare a Gerusalemme a partire dall’anno della morte di re Ozia, quindi nel 742 a.C.

Ad esso vengono attribuite le profezie messianiche, alcune delle quali utilizzate per omaggiare la casa regnate angioina:

Is.7,14 – “… Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà EMMANUELE…”; Is. 35,5-6 – “…Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa…”  

La casa regnante angioina inaugura il tempo della nuova età dell’oro, e alla profezia di Isaia fa eco quella vaticinata dalla Sibilla Cumana che  annuncia prossima a venire l’età dell’oro, riportata da Virgilio nella IV egloga delle Bucoliche: “… l’ultima epoca del responso di Cuma è  finito; nasce da capo il gran ordine dei secoli.  La Vergine ormai torna, i regni di Saturno tornano  già una nuova stirpe scende dall’alto dei cieli….”

Carlo-II-d-Angiò
Ritratto di Carlo II d’Angiò

Entrambi, Virgilio e la Sibilla Cumana sono ritratti alla base dell’Albero: Virgilio descrive l’arrivo venturo di un puer (le cui identificazioni sono state molteplici: dal figlio del suo protettore Asinio Pollione fino addirittura a Gesù) che sarà  portatore di una radicale rivoluzione futura della vita degli uomini che potranno godere di una età straordinaria di pace e benessere dopo il periodo tragico delle guerre.

Carlo I d’Angiò capostipite della linea Capetingi-Angiò, attiva nel Regno di Napoli, propagazione della dinastia reale francese avrebbe inaugurato la nuova età dell’oro, e la dinastia reale è il fiore che germoglia sul virgulto germinato dal tronco secco della dinastia, il giglio, simbolo della casa regnante francese.

Carlo I conquistò e consolidò il Regno che Carlo II rese potente con un governo illuminato ed una apertura ai commerci con il medio oriente, alla cultura e alle arti; Roberto, profondamente legato alla Chiesa di Roma, sarà testimone della conclusione dinastica attraverso il passaggio del regno nella mani della nipote, la regina Giovanna.

Le profezie messianiche, riferite a Gesù di Nazaret, vennero qui applicate al  fondatore della dinastia angioina di Napoli, per omaggiare il suo buon governo,  nel luogo dove il suo successore, Carlo II, aveva programmata la costruzione di un pantheon dove degnamente seppellire i membri della famiglia reale, non più realizzato per i ricordati eventi, non ultimo il cedimento strutturale dell’edifico angioino, optando per il completamento della Cappella reale, intitolata al figlio primogenito, Ludovico, rinunciatario al trono di Napoli, a favore del fratello, l’altro suo figliolo, Roberto.

Roberto porterà a compimento la costruzione della Cappella reale, ma fonderà intorno al 1310 la Basilica dell’Ostia Santa, detta di Santa Chiara, che destinerà come pantheon della famiglia reale, stabilendo un gruppo di francescani, fin dalla fondazione, alla  sua ufficiatura perché sia Roberto che la regina Sancia erano particolarmente devoti al Santo d’Assisi.

Re Roberto era solito partecipare alle funzioni solenni e private nelle chiese dell’Ordine, utilizzando l’abito di Terziario francescano, e con il saio francescano è rappresentato sul suo monumento funebre e così parato si fece seppellire in esso:  è ritratto re Roberto sull’affresco, nei panni di Giuseppe, vestito con il saio di terziario francescano ma con sulle spalle il manto rosso regale.

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Roberto d’Angiò, ritratto in abiti regali ma con il saio Francescano, era infatti terziario francescano.

Sui rami del grande ALBERO, sono dipinti sapienti, profeti e personaggi che entrano a pieno titolo o marginalmente nella storia genealogica di Gesù e tutti hanno sul capo un’aureola.

Essa a partire dal II-III secolo veniva utilizzata anche in maniera laica per indicare particolare deferenza nei confronti del personaggio ritratto, già appartenente al mondo dell’Aldilà, non santo, considerato comunque di particolare rispetto, con venerazione, come i Capetingi-Angiò e il loro preteso potere taumaturgico, ricevuto per trasmissione dinastica.

Per poterli identificare tutti occorrerebbe un accurato restauro dei cartigli che ognuno di essi presenta e leggere il brano di riferimento nel racconto biblico, che spesso non li contempla affatto.

Il secondo ordine di rami, quello che ha origine dai fianchi di Salomone seduto in trono con i simboli regali, sopporta quattro figure femminili, straniere e con situazioni matrimoniali irregolari: Tamar, Racab, Rut, Betsabea.

 Albero di Jesse – Particolare di figura femminile.

Esse guardano verso la quinta Donna della genealogia di Gesù, Colei che è portatrice della maternità impossibile all’uomo, ma non a Dio: “…Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo…” (Mt.1, 16).

TAMAR: vissuta fra il XIX e il XVI secolo a.C., donna cananea, moglie di Er figlio maggiore di Giuda, e in seguito, per vedovanza, secondo la legge del levirato, del fratello di questi, Onan, che non volle concepire con lei un erede al fratello e per questo fu punito da Dio.

Quando alla morte prematura di Onan, Giuda rifiutò di darle in marito il suo terzo figlio, Sela, Tamar si travesti da prostituta e sedusse Giuda e gli generò due gemelli: Fares, primogenito e Zara secondo.

Nella genealogia di Matteo, Fares è un ascendente di Jesse.

RUT: vissuta nel XII sec. a.C., donna moabita, dopo la morte del marito Maclon, accompagnò la suocera Noemi a Betlemme paese di origine di Maclon, dove sposò Booz per la legge del levirato.

Rut è antenata di Davide.

RACAB: vissuta nel XIII secolo a.C., meretrice cananea di Gerico, ospitò e nascose i due esploratori mandati da Giosuè a Gerico, ottenendo in cambio salva la vita con la sua famiglia, alla conquista della città: E’ la madre di Booz, che a sua volta generò da Rut, Obed, il padre di Jesse, che generò Davide.

E’ citata, per la sua fede, nella Lettera agli Ebrei (Eb.11,31) e, come modello di fede che  si esprime attraverso le opere, è esaltata nella Lettera di Giacomo (Gm. 2,25).

BETSABEA: vissuta nell’XI-X secolo a.C., moglie prima di Uria, poi di Davide che la osservò dalle terrazze della reggia, mentre faceva il bagno, e se ne innamorò (è rappresentata con i piedi nudi e coperta da una veste larga) e mandò sulle prime linee in battaglia Uria, perché fosse ucciso per prenderla in moglie.

E’ la madre di Salomone.

Ai lati di Giuseppe, la profetessa Anna e il vecchio Simeone.

Le figure femminili che compaiono insolitamente nella genealogia, perché l’elenco degli ascendenti in Israele riporta solo i nomi maschili, stanno a dimostrare che Gesù è Salvatore non solo del popolo ebraico, ma anche di quelli che erano definiti gentili.

Tamar e Racab sono cananee e Rut moabita, mentre Betsabea sarebbe stata sposata ad uno straniero, Uria, ma pare fosse una israelita.

La loro presenza nella genealogia di Gesù è considerata in contrasto con la norma introdotta da Esdra che vietava i matrimoni misti, per conservare la purezza della razza ebraica (Esd. 10, 10).

Vengono citate per sottolineare il ruolo di importanti figure femminili per paragonarle implicitamente alla quinta Donna citata nella genealogia: Maria.

Nonostante la struttura patriarcale della società ebraica, la realizzazione del piano di salvezza di Dio ha richiesto il libero arbitrio di donne fuori del comune.

Il terzo ordine di rami, sopporta una donna ed un uomo, avanti negli anni.

Non fanno parte della genealogia di Gesù ma sono citati nel Vangelo di Luca: la profetessa Anna e il vecchio Simeone (Simeone al Cap.2, 36-38 e Anna al Cap. 2, 25-35)

Albero di Jesse – Particolare – Salomone e ai lati Virgilio e la Sibilla Cumana

Il Vecchio Simeone e la profetessa Anna, non guardano la Vergine Madre incinta e il germoglio del virgulto del tronco di Jesse, perché lo vedranno appena nato, al tempio di Gerusalemme, ma indicano il nascituro nel seno della Madre.

“…Ora lascia, o Signore, che il tuo servo  vada in pace secondo la tua parola;  perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,  preparata da te davanti a tutti i popoli,  luce per illuminare le genti  e gloria del tuo popolo Israele….” 

Così Simeone riconosce nel Bambino il Messia annunziato mente la  profetessa Anna, invece, si mise a lodare Dio e a parlare del Bambino a quanti aspettavano il Messia di Israele.

L’ultimo ordine di rami sopporta due profeti: Zaccaria che indica l’Angelo della annunciazione e il Cristo e Michea che annuncia il luogo della nascita di Gesù.

Zc. 2,14 “…Gioisci, esulta, figlia di Sion  perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te  Oracolo del Signore…” Zc.9,9 “…esulta grandemente figlia di Sion,  giubila, figlia di Gerusalemme!  Ecco, a te viene il tuo re.   Egli è giusto e vittorioso,   umile, cavalca un’asino,  un puledro figlio d’asina…”

Zaccaria profetizza intorno al VI sec. a.C.: contemporaneo del profeta Aggeo, con il quale esercitò per un certo tempo il ministero profetico, è un veggente, che annuncia ciò che vede,  la presenza visibile di Dio in mezzo al suo popolo.

Indica l’Angelo Gabriele che, come lui, annuncia il concretizzarsi delle promesse messianiche, annunciate nello scorrere dei millenni della storia di Israele.

(Mic. 5,1) “…E tu, Betlemme di Efrata  così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda,  da te mi uscirà colui  che deve essere il dominatore di Israele,   le sue origini sono dall’antichità…”

Michea profetizza nell’VIII sec. a.C.: contemporaneo circa, di Amos, Acaz e Ezechia, non deve essere confuso con l’altro profeta Michea citato in 1Re 22,9.

Dio avvisa il suo popolo che il Messia nascerà dalla stirpe di Davide (Davide è vissuto fra l’XI e il X secolo a.C) e in Betlemme, la città in cui nacque Davide e nelle cui campagne pascolava il gregge del padre Jesse, quando fu scelto e unto re di Israele.

La Vergine in trono dell’affresco: Icona della Concezione della Vergine, Platìtera (“più ampia dei cieli”, che contiene Colui che i cieli non possono contenere)  invocata nel Titolo di Madonna della Libera , venerata dai Cavalieri Templari, Vergine dell’Albero di Jesse?

Quasi tutti i personaggi ritratti sul grande affresco guardano o indicano la Donna che deve partorire e il germoglio del virgulto del tronco di Jesse, sul quale aleggia lo Spirito Santo, che è rappresentato avulso dalla scena , al disopra del grande albero,  nell’atteggiamento di Cristo Re, nella mandorla, sulla cui cornice sono ancora visibili le tracce delle colombelle: i Sette Doni dello Spirito Santo.

Madonna platytera o Madre di Dio del Segno, dal greco , più ampia.

La Santissima Vergine è raffigurata con le braccia aperte verso l’alto, nell’atteggiamento tipico di chi prega, nella funzione di interceditrice e cela nel grembo il Figlio suo,  che viene nella gloria,  dipinto al vertice  del grande affresco: il giglio di Francia, il sovrano che si annuncia come il germoglio della radice di Jesse, profetizzato da Isaia, nella presunta/pretesa investitura divina della riconsolidata dinastia angioina,

Come la Madonna della Libera, venerata a Campobasso, non presenta sul petto il medaglione con l’immagine di Cristo, ma contiene il Figlio suo nel grembo arrotondato, cinto da una cintura, come usavano le donne incinte di Israele e il manto aperto lascia intravvedere la condizione di prossima al parto, portata con orgoglio.

L’immagine sembra richiamare la benedizione pronunciata nei confronti di Gesù,. da una donna sconosciuta di Israele e riportata nel Vangelo di Luca: “…Beato il ventre che ti ha portato…” (Lc. 11,27).

La Santissima Vergine dispensatrice di tutte le Grazie, che scaturiscono dal suo seno verginale, inaugura la nuova età dell’oro, attraverso il Figlio suo, l’Emmanuele, che al vertice dell’Albero dinastico, sacralizza il sovrano che rappresenta, il quale per la sua pretesa/presunta investitura divina, dispensa grazie su grazie al suo popolo,  anche attraverso il preteso potere taumaturgico che i plantageneti esercitavano sui sudditi, per mezzo della sola immagine del re, dipinta, potere sacralizzante della monarchia.

L’immagine al vertice dell’affresco,  pare legata alla Madonna della Libera di Campobasso, e alla presenza a Napoli di Celestino V e di alcuni Cavalieri Templari, amministratori del tesoro reale, trae origine da raffigurazioni bizantine importate in Italia dai Templari stessi: essa presenta le palme delle mani  rivolte verso l’osservatore, e al centro delle stesse sono dipinte due croci ad otto punte, ancora visibili, anche se lacerticoli di tracce e al collo reca  un pendaglio con una croce simile, così come nelle immagini della Madonna della Libera e particolarmente in quella di Campobasso.

L’immagine della Vergine presente sull’affresco,  che è  anche simbolo della Chiesa universale racchiusa e protetta  dal suo Grembo Verginale, che attende il parto, apertura verso tempi migliori, beneaugurante e benedicente la dinastia reale angioina , di per se, dice ben poco, se non fosse una riproduzione della Madonna della Libera e questa non fosse la Vergine patrona dei Templari e sulla icona non ci fossero dipinti  simboli templari (le croci ad otto punte)  che riconducono ad una discreta presenza di questi Cavalieri in un tempo immediatamente precedente la soppressione dell’Ordine anche nel Regno di Napoli, nel 1312, al tempo di Clemente V (1305-1314).

Alcuni membri della famiglia angioina erano Templari e lo erano pare, Carlo I e Carlo II: sta di fatto che entrambi concessero all’Ordine proprietà per le loro Commende  e donativi per le loro case: essi godevano della fiducia dei reali francesi ai quali prestavano anche denaro su pegno.

Carica di cavalieri templari in Terra Santa.

Carlo I nominò un certo Templare Arnulfo, tesoriere e custode della  Torre dell’oro, del Maschio angioino, a cui successe un altro Templare, Guidone, fra il 1268 e il 1269 e croci e simboli templari sono stati scoperti disegnati sui muri dei camminamenti di ronda del castello angioino e Templari erano anche alcuni collettori dei dazi nel Regno, come il Cavaliere sepolto nel Duomo, non  solo, ma alcuni di essi erano alle dirette dipendenze dei Papi e godevano di privilegi pontificiIl Gran Maestro dei Templari Jaques de Molay soggiornò nel Maschio angioino al tempo di Celestino V (1294) e nel 1295 era ancora a Napoli, e dovette passare per il Regno di Napoli, quando nel suo viaggio di ritorno in Francia, nel 1303, con il tesoro dell’Ordine, sostò, e la sosta è documentata, con i suoi 2000 cavalieri nell’Ospitale di Santa Caterina di Montecalvo per essere poi nell’ottobre del 1307 in Francia quando incominciò la persecuzione di Filippo il Bello, cugino di Carlo II di Napoli, per mettere le mani sull’ingente tesoro dei Templari: Carlo II incominciò la sua azione repressiva contro i Cavalieri, con la confisca dei loro ingenti beni fra il 1312 e il 1322, gli anni del governo della Arcidiocesi napoletana di Umberto d’Ormont e della realizzazione dell’affresco.

Napoli – Duomo – Cappella Capece-Minutolo – La Maddalena (attribuita a Montano d’Arezzo)

Nel Duomo angioino in un affresco dello stesso periodo, all’interno di una Cappella di patronato, è rappresentata Maria Maddalena, nuda, ma coperta solo dai suoi lunghi capelli: ìl ritratto non è nascosto, ma è occultato e la Maddalena era fra i Santi patroni dell’Ordine Templare perché, vissuta accanto a Gesù, era ritenuta depositaria di particolari Rivelazioni segrete e su un  antico sarcofago in un’altra cappella di patronato è ritratto un cavaliere in armi con la sua spada, una spada templare.

La presenza templare nel Duomo di Napoli, sarà certamente oggetto di altro studio.

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NOTE  E  DISCUSSIONI 

1  –  Il Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo del II secolo dopo Cristo, riporta la storia di Gioacchino e Anna, genitori  della Vergine Maria. Anna, dopo un lungo periodo di sterilità, ottiene da JHWH  la grazia del concepimento di Maria che a tre anni è condotta al Tempio, ivi lasciata al servizio di JHWH, in adempimento di un voto fatto. La storia è costruita sulla falsariga di quella del concepimento del profeta Samuele (1Sam. cap.1). Dio sceglie Maria gratuitamente da tutta l’eternità perchè fosse la Madre del suo Figlio Unigenito e per tale missione essa fu concepita Immacolata cioè, per grazia di Dio e in previsione dei meriti Gesù, fu preservata dal peccato originale, fin dal concepimento nel seno di Anna. Il domma della Immacolata Concezione di Maria fu proclamato con la bolla di Papa Pio IX, del 1854 INEFFABILIS DEUS, ma la festa era già celebrata nella Chiesa Orientale fin dal VII secolo e nell’Italia Meridionale, territorio dell’impero bizantino, nello stesso periodo, come è confermato anche dal CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA DI NAPOLI, redatto intorno al IX secolo, da porsi non oltre l’episcopato di Giovanni IV lo Scriba (842-849) o di Atanasio I (850-872), entrambi Vescovi di Napoli. Il CALENDARIO NAPOLETANO pone al giorno 9 dicembre la C(on)CEZIONE di S(ant’)ANNA di MARIA VERGINE e prima della definizione del Calendario Romano che include la festa nel 1476, essa era festeggiata già anche a Roma. Pio V, nel 1570, promulgando il nuovo UFFICIO LITURGICO, stabilì la festa della Immacolata Concezione di Maria, estesa poi nel 1708 da Papa Clemente XI a tutta la Chiesa Cattolica.

2  –  La Cattedrale napoletana, sarebbe stata fondata insieme a quella di Capua, nel IV-V secolo (Capua, definita l’altra Roma, la Caput Campaniae, era una delle più importanti città romane  ed era Sede Consolare della Campania; Napoli, città foederata di Roma, aveva conservata la sua autonomia e con essa la sua grecità e per questo aveva un ruolo minore rispetto alla più importante Capua), probabilmente poco tempo dopo, e intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, dal VII-VIII secolo (date comunque approssimative) quando furono inumate al suo interno le reliquie della santa Africana, trasferite a Napoli nel 429 dagli esuli della persecuzione vandalica di Genserico (la notizia non collima con il leggendario approdo del suo corpo ad Ischia) da dove comunque forse furono trasferite e inizialmente inumate nella catacomba napoletana (o forse una parte di esse), da dove furono poi traslate ed inumare nella Cittadella Vescovile, prima che fossero trasferite ed inumate nella Basilica detta Stefania i corpi dei Santi Vescovi napoletani, al tempo del Vescovo Giovanni IV detto lo Scriba (842-849) e del suo successore Atanasio I (849-872) che pare abbia trasferito all’interno del complesso Cattedrale napoletano anche il Cranio e le Ampolle con il  Sangue di San Gennaro, che depose in una Cappella già esistente in episcopio e da lui fatta appositamente rinnovare, come riferisce Giovanni Diacono nel Liber Pontificalis. Il Calendario Marmoreo Napoletano, scolpito non oltre l’episcopato di Atanasio I discepolo e successore di Giovanni IV, al quale è attribuita la redazione, suggella al 16 maggio la Memoria Liturgica del N(a)T(ale) S(anta) RESTITUTA, ma non riporta la Memoria Liturgica della dedicazione della Basilica Cattedrale già intitolata al Salvatore, alla Santa Africana, o fa Memoria di altre intitolazioni. Non riporta nemmeno la Memoria della traslazione delle sue reliquie, e questo fa supporre che al tempo di Giovanni IV  esse non erano ancora deposte nella Basilica Cattedrale, spostando di almeno 100 anni il tempo della denominazione comune della Basilica Cattedrale intitolata al Salvatore, alla Santa Africane e fa supporre che il Titolo Dedicatorio antico del Salvatore, non sia mai stato modificato, nemmeno quando esso fu condiviso con quello della Basilica gemina costruita dal Vescovo Stefano I (496-?) parallela alla Basilica detta di Santa Restituta, separata da questa dal Vicus S. Laurentii ad Fontes Minores, e detta Stefania, dal nome del suo fondatore, se la ricerca archeologica sull’area riuscirà a dimostrare l’esistenza o meno di questa seconda Basilica gemina. Il Calendario Marmoreo infatti, riporta al 6 agosto la Memoria Liturgica della TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE N(ost)RO GE(sù) CR(isto), Titolo comune alle due Basiliche e riporta la Memoria Liturgica della DEDIC(azione della) BASIL(ica) STEFAN(ia), ovvero di STEFAN(o Vescovo), al primo di dicembre; al 29 giugno quella del N(a)T(ale di) S(an) PIETRO AP(osto)LO e al 30 giugno, N(a)T(ale di) S(an) PAO(lo) AP(osto)LO. Ai Santi Apostoli, come già riferito, era intitolata la più antica Basilica Cattedrale napoletana. La Basilica detta Stefania, si racconta, fu distrutta da un incendio tra il 538 e il 555 e ricostruita  dal Vescovo-Duca di Napoli Stefano II (756-789). Il Calendario Deciano, così detto perché elaborato al tempo del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ottavio Acquaviva d’Aragona (1605-1612) e promulgato per tutta la Arcidiocesi durante il Sinodo Diocesano, iniziato dall’Acquaviva d’Aragona e concluso dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Decio Carafa (1613-1626), fissa all’8 gennaio la Memoria Liturgica della DEDICATIO S. M. DE PRINCIPIO, da celebrarsi in tutta la Arcidiocesi napoletana (Cfr. G. Sparano, Memorie storiche per illustrare gli atti della Napoletana Chiesa e gli atti della Congregazione delle Apostoliche Missioni, Napoli, MDCCLXVIII), Memoria Liturgica che il Capitolo Cattedrale oggi celebra il12 gennaio e che celebra l’antichità dell’Oratorio di Santa Maria del Principio, luogo della antica sede della Cattedra Vescovile napoletana, luogo dell’inizio dell’irradiamento del cristianesimo a Napoli e l’antichità del culto mariano (Capua nel 391, fu sede di un Concilio Plenario dei Vescovi orientali e occidentali, presieduto dal suo promotore, Ambrogio di Milano (333-397), nel quale fu definita la dottrina riguardo la Perpetua Verginità di Maria, contestata dal Vescovo eretico Bonoso di Sardica. Al Concilio fu presente anche il Vescovo di Napoli Severo (364-410), ma non celebra  una Memoria Liturgica della dedicazione della Basilica Cattedrale a Santa Restituta d’Africa. La presenza sul Calendario Marmoreo della sola  Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica detta Stefania e non della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, fa supporre che la prima , in quel tempo, avesse un ruolo principale  rispetto alla antica Cattedrale, salvo poi a considerare il Calendario, come Proprio del Tempo, per le celebrazioni liturgiche del clero bizantino convivente apparentemente tacitamente, accanto al clero romano, in quel periodo a Napoli, dove officiava nella Basilica detta Stefania ed aveva sede nella Basilica di San Giovanni Maggiore, dove fu poi ritrovato il prezioso reperto, nel 1700. Ma il complesso della antica Cattedrale sede del potente Istituto Capitolare, era ed è sempre stato di rito latino. La Stefania, invece , ricostruita più volte al tempo dei Duchi-Vescovi o dei Vescovi-Duchi o dei Duchi e Vescovi e viceversa, che governarono il ducato di Napoli, era retta da un clero bizantino. Anche nella Stefania c’era una Cattedra Vescovile e si ritiene che essendo la Basilica più prossima all’adiacente antico palazzo del Vescovo, avesse un ruolo preminente come chiesa episcopale, con un  ruolo essenzialmente amministrativo e non catechetico-liturgico, ruolo proprio della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, per la presenza in essa della antica Cattedra Vescovile di Aspreno, primo Vescovo di Napoli. Ho citato la notizia della traslazione del Cranio e del Sangue di San Gennaro dalla Basilica Catacombale severiana di San Gennaro Extra Moenia, nella Basilica detta Stefania al tempo del Vescovo Atanasio I. La presenza delle reliquie del Cranio e del Sangue di San Gennaro nella Stefania, o comunque in una Cappella adiacente, all’interno della Cittadella Vescovile, può trovare conferma dal loro successivo trasferimento nell’Oratorio intitolato a San Gennaro nel Tesoro Vecchio, al tempo di Carlo II d’Angiò, prima di procedere alla demolizione della Stefania, per far posto al nuovo Duomo angioino (cfr: Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel Tesoro Vecchio del Duomo di Napoli, in il blog di Tino d’Amico  – tinodamico.Wordpress.comoratorio che non  va confuso con un altro intitolato a San Gennaro, accanto all’ingresso del Tesoro Vecchio, diroccato dal terremoto del 1456, poi trasformato in Cappella di patronato della famiglia Filomarino e nei primi del ‘900 in Cappella intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, dopo avere subito nel ‘700 altra trasformazione. Ritengo che l’oratorio citato, in antico servisse  per cerimonie liturgiche legate alla venerazione della sacre Ampolle, conservate nel Tesoro Vecchio, prima della costruzione della nuova grande Cappella del Tesoro di San Gennaro, e dò ragione a chi ritiene questo ambiente utilizzato come sacrestia antica del Duomo. Ma questo mi porta a considerare  che il bassorilievo attribuito a Cosimo Fanzago o al Vaccaro , posto recentemente  nel postergale del nuovo Altare del Duomo, non rappresenti San Gennaro, ma  il defunto dormiente in paramenti episcopali sia Atanasio I: Ma questo è argomento di altro studio. Per le notizie relative al Calendario Marmoreo, cfr. Luigi Fatica, Il Calendario Marmoreo di Napoli, Napoli, 1997. Ricordo a chi l’ha conosciuto, la sua prematura scomparsa.  

3  –  Relativamente alla storia della trasformazione della antica Cappella  Reale angioina  intitolata a San Ludovico Cfr. Tino d’Amico, La Cappella delle reliquie del Duomo di Napoli, Vestibolo del Paradiso, in. il blog di Tino d’Amico, https://tinodamico.wordpress.com .  Dopo il terremoto del 4/5 dicembre 1456, la Cappella fu utilizzata come sacrestia del duomo, almeno fino alla fine del ‘500. Il terremoto diroccò buona parte dell’ala destra dell’edificio angioino, facendo danni gravissimi alle strutture: cadde la torre scalare di destra detta Tesoro vecchio dove erano riposte le reliquie dei Santi Compatroni e dei Santi Vescovi di Napoli e gli arredi preziosi. Cadde dal reliquiario che la conteneva  la teca con le ampolle delle reliquie del Sangue di San Gennaro che miracolosamente non si infransero. La antica sacrestia del Duomo, ritengo, era collocata, come già riferito, nell’ambiente sottostante l’oratorio di San Gennaro nel Tesoro vecchio. Questo ambiente chiuso sulla navata, accedibile dalla adiacente Cappella Teodoro, fu ceduto ai Filomarino, in sostituzione della Cappella di patronato aperta sulla navata di sinistra che fu diroccata insieme alle Cappella dei Zurolo e dei Cavaselice, nei primi anni del ‘600 per fare posto alla costruenda Cappella del Tesoro di San Gennaro. Nello spazio ricavato dalla ex sacrestia del duomo, i Filomarino raccolsero i resti mortali dei loro ascendenti, che non furono posti nella Cappella di Famiglia nella vicina Basilica dei Santi Apostoli. Per le funzioni solenni gli Arcivescovi si paravano, come di uso liturgico comune, sedendo sulla Cattedra, o sul faldistorio dove indossavano le insegne episcopali della autorità amministrativa-religiosa che esercitavano sul popolo, dell’essere doceta, catecheta e liturgo. La sede della Cattedra Episcopale di Napoli è la antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituita e da essa procedevano processionalmente verso l’Altare Maggiore del nuovo Duomo angioino che era al centro del transetto e raggiungevano il trono vescovile, posto ancora nel suo sito originario. Il coro si sviluppava al centro della navata.

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