Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli: un funerale da Montecassino; un morto che risuscita; una veduta di Napoli nel ‘500 dalla parte del Carmine; Sant’Eufebio morto che appare e celebra una liturgia nell’oratorio della catacomba.

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di Tino d’Amico

 

 

 L’autore e la consorte Pina, durante una lezione nell’area archeologica del duomo.

 

 

 

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Alla Santissima Vergine Maria Assunta in cielo,

Patrona Principale della città di Napoli,

Titolare del duomo di Napoli.

Al Megalomartire San Gennaro,

Compatrono Principale di Napoli.

Al Santi Compatroni di Napoli.

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Gaetano Filangieri di Satriano (1) riferisce che il 3 novembre 1595, furono sistemati nell’Oratorio di San Gennaro, l’antico Tesoro del Duomo, 8 sportelli lignei intagliati dal senese Pietro Provedi, con le immagini dei Compatroni di Napoli.

Oggetto di questo lavoro che ha solo carattere documentario,  sono le quattro portelle lignee superstiti, intagliate dal Provedi, che ho avuto occasione di osservare durante la mia attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di Reliquie di Santi e Beati, venerate nel Reliquiario del duomo di Napoli, abbandonati alla polvere e ai tarli.

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Carlo II d’Angiò destinò, la torre scalare della navatella del Salvatore (2) per riporre le reliquie dei Compatroni di Napoli e quelle di alcuni Santi, e dispose la diversa collocazione in altri luoghi, anche fuori della Cittadella Episcopale, delle reliquie di altri Santi, fino ad allora collocate in vario modo nella Basilica del Salvatore detta Stefanìa, che si andava diroccando per far posto al costruendo nuovo duomo (3).

Realizzato un Oratorio intitolato a San Gennaro, al primo livello della torre, raggiungibile attraverso una scala di legno a lumaca, vi furono in esso riposti, probabilmente in apposite scarabattole, i reliquiari antichi, gli antichi fonticoli con le reliquie, la suppellettile liturgica preziosa (4) e, in sei nicchie ricavate nel muro, i busti reliquiari dei Santi Compatroni,  e in due nicchie ai lati dell’Altare dell’oratorio, a sinistra il busto/reliquiario antico di San Gennaro e a destra il reliquiario contenente le ampolle con il Sangue.

Entrambi i reliquiari di San Gennaro, furono poi sostituiti con quelli di argento dorato, offerti dallo stesso Carlo II nel 1303, che fece realizzare anche un armadio di argento, perché fossero più degnamente conservati nelle due nicchie, il reliquiario del Cranio e quello del Sangue, che venivano mostrati attraverso la finestra ricavata nella parete destra dell’oratorio,  recentemente riaperta sulla navata del duomo, al popolo radunato al suo interno, orante e impetrante “il Segno del Sangue” (5), sicura protezione del Megalomartire per i suoi fedeli.

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Napoli – Duomo – Cappella del tesoro – Maestri orafi francesi, Etienne Godefroy, Milet d’Auxierre, Guillaume de Verdelay – Busto/reliquiario di San Gennaro, il Megalomartire, dono di Carlo II d’Angio

Le antiche nicchie ricavate lungo le pareti dell’oratorio,  sono ancora individuabili dietro gli stalli del coro seicentesco realizzato dall’intagliatore napoletano Giuseppe Torre, per la antica sede della Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ neri, nel Battistero di San Giovanni in Fonte il 31 maggio 1598 (6).

Esso fu  poi trasferito ed adattato alle pareti dell’oratorio, nuova sede della Compagnia  dal 1657.16255996738_dd227b24b2_b

Napoli – Duomo – Sede della Compagnia della  morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ neri – L’oratorio interno nella torre scalare della navatella del Salvatore – L’Altare.

Nelle nicchie, furono sistemati i busti reliquiari lignei dei Santi Compatroni, Sant’Agnello Abate, Sant’ Agrippino, Sant’ Aspreno, Sant’ Atanasio I, Sant’ Eufebio, San Severo

(7) e vi rimasero fino a quando i reliquiari, sostituiti con gli attuali busti d’argento, furono trasferiti ed esposti nella nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro, a partire dalla seconda metà del ‘600.

Nel corso dei secoli si verificarono diversi eventi sismici disastrosi che danneggiarono gravemente la costruzione angioina: nel 1293, nel 1310, nel 1456, nel 1688 e poi ancora nel 1693, nel 1697, nel 1702, nel 1731, nel 1732, nel 1733, nel 1751, nel 1760, nel 1805 ed almeno altre due scosse telluriche più o meno disastrose, nel corso dell’800 e quelle verificatesi durante il passato secolo.img071

Ricostruzione dell’interno del duomo di Napoli in una sezione Est-Ovest disegnata da Amedeo Formisano.

Il terremoto del 5 dicembre 1456 fu uno dei più disastrosi e danneggiò particolarmente l’ala destra del duomo, facendo parzialmente crollare il torrione del Tesoro,  tratti della parete destra dell’edificio e la Cappella Reale Angioina e fu un miracolo che le preziose ampolle contenenti il Sangue di San Gennaro non si ruppero (8).

I lavori di ricostruzione di interi tratti murari dell’edificio e di rinforzo e parziale ricostruzione dei pilastri della navata, furono eseguiti con rapidità fra il 1464 e il 1471, con il contributo del Sovrano aragonese, del Pontefice del tempo, Papa Paolo II (1464-1471),  del Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo di Napoli (1458-1484), e con quello raccolto fra la nobiltà e il popolo napoletano (9), tanto che si poterono solennemente celebrare nel riaperto edificio le nozze di Ferrante d’Aragona (1423-1494) con Giovanna d’Aragona (1455-1517), come raccontato nella  Cronica di notar Giacomo, il 4 settembre 1477 (10).

Il voto di Maria di Toledo, Duchessa d’Alba del 1557.

Nel 1557, nel corso della guerra per il possesso del Regno di Napoli, fu posto l’assedio da parte del francese Duca di Guisa, a capo dell’esercito di Enrico III di Francia, alleato con il Papa Paolo IV (1555-1559), il napoletano Giovanni Pietro Carafa, contro Filippo II di Spagna, alla Cittadella fortificata di Tronto, posta in posizione strategica rispetto al vecchio confine settentrionale del Viceregno Spagnolo di Napoli con lo Stato Pontificio.

Gli spagnoli, comandati da Don Fernando Alvarez de Toledo, Duca d’Alba, Vicerè di Napoli dal 1556 al 1558, difesero strenuamente la fortezza contro il più forte esercito francese, tanto che questi ultimi, non riuscendo ad espugnarla, nel mese di aprile dello stesso anno 1557, abbandonarono l’impresa, togliendo improvvisamente l’assedio e riparando nella città di Ancona, nel territorio dello Stato Pontificio.

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Don Fernando Alvarez de Toledo, duca d’Alba e Donna Maria de Toledo, duchessa d’Alba, ritratti in un quadro esposto nella Compagnia della Morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri.

Durante l’assedio alla Cittadella,  Maria di Toledo, Duchessa d’Alba, moglie di Don Fernando, il Vicerè, temendo la morte del marito, fece voto a San Gennaro, di abbellire a sue spese l’Oratorio del Tesoro del duomo.

L’improvviso abbandono dell’assedio della Cittadella da parte dei francesi, fu ritenuto un miracolo e per onorare il voto fatto, Vicerè e Viceregina disposero gli abbellimenti promessi al Tesoro del duomo, dove erano conservate le reliquie dei Santi Compatroni, abbellimenti che certamente non videro mai conclusi e forse nemmeno avviati, perché il Vicerè Duca d’Alba, nel 1558, al termine del suo mandato a Napoli, ricevette alti incarichi che lo portarono per le Corti d’Europa.

Con la somma di danaro destinata dalla Duchessa d’Alba, fu costruita la attuale scala a lumaca in muratura, per accedere più agevolmente all’oratorio nella torre, al posto di quella di legno, angioina, riattata dopo il terremoto del 1456, perché in quello stesso anno, il 13 dicembre 1577, Memoria Liturgica della traslazione delle reliquie  di San Gennaro da Montevergine a Napoli, il tesoriere capitolare Marino Catalano, cadde per le scale, recando le ampolle del Sangue in duomo e fu un miracolo che non si ruppero.

Nel tempo, poi, fu posto sull’Altare dell’oratorio un quadro rappresentante “La Natività di Gesù”, di Fabrizio Santafede (1560-1634); furono affrescate le volte e le pareti da Giovanni Bernardo Lama (1508-1579), affreschi poi ritoccati e parzialmente rifatti da Belisario Corenzio (1558-1640) e gli affreschi di Paolo de Maio (1703-1784), che rappresentano “San Gennaro”, San Francesco”, Santa Restituta”: questi abbellimenti però furono realizzati molto tempo dopo, quando  gli ambienti furono assegnati alla Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri che, nella sacrestia, conservarono esposto il ritratto del Vicerè e della Viceregina, di autore ignoto e posero un quadro di “San Giuseppe”, attribuito alla scuola di Luca Giordano.

Per completare gli abbellimenti del Tesoro del Duomo con il lascito vicereale, nel 1595,  le nicchie contenenti i busti reliquiari dei Santi Compatroni, furono chiuse con otto portelle lignee intagliate da Pietro Provedi.

Di esse, quelle che chiudevano le nicchie con il busto di San Gennaro  e il reliquiario del Sangue e  quelle poste a chiudere le nicchie con i busti di Sant’Aspreno e Sant’Agrippino sono andate perdute.

Quelle che chiudevano le nicchie dei reliquiari di Sant’Atanasio I, Sant’Agnello Abate, Sant’Eufebio e San Severo, dopo vari utilizzi nella cappella sepolcrale dell’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595), realizzata accanto alla nuova sacrestia del duomo, ex cappella Reale angioina, e utilizzata anche, a partire dalla seconda metà del ‘600,  come cappella delle reliquie, furono poste poi a chiudere quattro scarabattole delle lipsanoteche nella nuova cappella reliquiario del duomo di Napoli, realizzata dal Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, Arcivescovo di Napoli (1878-1897), nel 1891.

Sulle pareti dell’oratorio, furono murate alcune epigrafi: la più antica ricorda il voto a San Gennaro della Viceregina e l’inizio dei lavori di abbellimento eseguiti a sue spese per onorare il voto:

D.O.M. /  DUM FERDINANDUS TOLETUS ALBAE DUX / ITALIAE PROREGE PRAESIDET / TRUENTOQUE INVICTA VIRTUTE HOSTES / REGNI NEAPOLITANI FINIBUS ARCET MARIA TOLETA EIUS UXOR  /  DIVO IANUARIO AEDICULAM HANC EX SUO DICAT  /  ET VOTI COMPOS ORNAT  /  AN. SALUTIS MDLVII.

La seconda ricorda la concessione dell’oratorio dopo la inaugurazione della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro (11) da parte del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ascanio Filomarino (1642-1666), alla Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri.

DUDUM AMPLIORE AUGUSTIOREQUE SEDE DIVO IANUARIO CONSTITUTA / AEDICULAM IAM VACUAM  / COLLEGIUM DIVAE RESTITUTAE VIRG. ET MART. SIBI RECEPIT  /  QUO STATO QUOD. DIE CORPORATI  /  VELUT ABDITO, IN RECESSU PIE SANCTEQ. DEUM COLANT  / ACTUM AUCTORITATE ASCANII PHILAMARINI / S.R.E. CARD. ARCHIEP. NEAP. / ASSENTIENTE CAPITULO DIE III NONAS IUN. AN MDCXLVIII.

Una terza epigrafe fu murata all’esterno dell’oratorio a ricordo di un necessario restauro dopo anni di abbandono dopo  il trasferimento delle reliquie di San Gennaro e dei Santi Compatroni nella nuova cappella del tesoro e delle reliquie degli altri Santi e della suppellettile sacra preziosa nella nuova sacrestia del duomo, realizzata dall’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595).

D. O. M.  / HAS AEDES. / A MARIA TOLETA DUCIS ALVAE CONSORTE / DIVO IANUARIO DICATAS  / EIUSDEM ALIORUMQUE REGNI PATRONORUM / RELIQUIIS OLIM INSIGNES   DEINDE   DIVAE RESTITUTAE SODALIBUS CONCESSAS  /  LONGA VETUSTATE IAM LABORANTES / IN VENUSTIOREM HANC FORMAM / REDIGI CURARUNT  /  EIUSDEM SODALITII FRATRES  /  A. D. MDCXCVI.

La Compagnia della morte o Confraternita di Santa Restituta de’ Neri, fu fondata dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Mario Carafa (1565-1576).

img067Pianta del duomo di Napoli – A: il sito della torre scalare della navatella del Salvatore, sede dell’antica cappella del tesoro del duomo, realizzata da Carlo II d’Angiò – B: il sito della cappella delle reliquie del duomo, realizzata dall’Arcivescovo Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, nel 1891.

I confratelli vestivano “il sacco nero” ed intervenivano per carità, alle esequie degli indigenti che, morendo  senza avere stabilito  un luogo dove essere seppelliti, venivano portati nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, e calati nella  sepoltura ricavata nella grande cisterna romana sotto il Battistero di San Giovanni in Fonte, che fu dato in uso alla Compagnia della morte il 5 ottobre 1567, e che stabilì in esso la sede, l’oratorio e nel pavimento aprì la fossa sepolcrale nel 1577.

Il Cardinale Arcivescovo di Napoli Ascanio Filomarino (1642-1666) concesse gli ambienti del tesoro vecchio ormai non più in uso dalla inaugurazione della nuova cappella del tesoro di San Gennaro e il trasferimento in delle reliquie dei Compatroni in essa e nella nuova sacrestia del duomo (12), alla Compagnia della morte quando, nella prima metà del ‘600, incominciò la ricostruzione del Palazzo Arcivescovile e per comodità di accesso nella Basilica detta di Santa Restituta, sede della sua Cattedra Episcopale, fece realizzare la scala di collegamento fra lo scalone d’onore del nuovo Palazzo e gli ambienti dell’antico Battistero, ridotti così a locali di transito e deposito di suppellettili.

Le portelle del Provedi nella nuova cappella delle Reliquie del duomo.

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Napoli – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca sinistra.

Le Sacre Reliquie venerate nel duomo di Napoli, oltre cinquemila reperti di I, II, III, IV classe, furono raccolte nella seconda metà del ‘600, in due lipsanoteche sistemate nel retro della sacrestia, nella cappella funebre dell’Arcivescovo Annibale Di Capua, intitolata alla “Madonna del pozzo” utilizzando per chiudere le scarabattole almeno 6 degli otto sportelli lignei intagliati dal Provedi, e in uno stipo ricavato nel muro, sull’Altarino della sacrestia, chiuso da una pala di Giovanni Balducci (1560-1631) rappresentante la “Madonna col Bambino ed i Santi Gennaro e Agnello Abate”.

Delle due lipsanoteche, una certamente andò distrutta nell’incendio durante il terremoto del 1731, mentre erano in corso i rifacimenti disposti dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Francesco Pignatelli (1703-1734) all’interno della sacrestia, o durante un furto di arredi sacri preziosi negli stessi anni, e con essa andarono perduti i portelli scolpiti dal Provedi con le immagini di Sant’Aspreno e Sant’Agrippino, mentre quelli posti a chiudere le nicchie con il reliquiario del Cranio di San Gennaro e le Ampolle del Sangue, andarono dispersi al tempo della inaugurazione della nuova cappella del tesoro di San Gennaro ed il successivo  trasferimento nella nuova sacrestia maggiore di ogni cosa presente nell’oratorio del tesoro vecchio.

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Napoli  – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca destra.

Per disposizione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza (1845-1877), furono sistemate temporaneamente nella cappella intitolata alla “Madonna del pozzo” anche alcuni reliquari pervenuti in duomo al tempo della soppressione degli Ordini Religiosi durante il decennio francese (1806-1816) e successivamente quelli provenienti dai monasteri, conventi e chiese soppresse in esecuzione delle leggi eversive emanate dal governo sabaudo, immediatamente dopo l’unità d’Italia e, per disposizione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897), anche quelli recuperati dalle chiese abbattute per i “lavori pel risanamento di Napoli” dopo la grave epidemia di colera che colpì la città nel 1884.

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Napoli – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca di fondo e l’Altarino.

Il Cardinale Sanfelice d’Acquavella,  dispose la loro temporanea sistemazione nella “Cappella della Madonna del pozzo”, per conservarle degnamente ed esporle alla venerazione dei fedeli, in attesa della realizzazione di una sola cappella per contenere tutte le reliquie venerate nell’area della cittadella episcopale, utilizzando e trasformando per tale scopo la “cappella dello Spirito Santo”, di diritto di patronato della famiglia Galluccio, ormai estinta da tempo,  senza alterarne l’architettura interna, modificando solo l’aspetto esterno e realizzando al suo interno le lipsanoteche di legno sulle tre pareti disponibili, lasciando in loco l’antico Altare con ancora sul retro le armi dei Galluccio, ricoprendolo nella faccia a vista con nuovi marmi,  e conservando il quadro che rappresenta “la Pentecoste”, di Andrea Malinconico e le lapidi celebrative dei Galluccio utilizzando sapientemente le quattro superstiti portelle lignee del Provedi (13) per chiudere quattro scarabattole.

Le portelle superstiti di Pietro Provedi.

Gli sportelli superstiti di Pietro Provedi, utilizzati per chiudere le quattro scarabattole delle lipsanoteche della cappella delle Reliquie del duomo di Napoli, ritraggono sulle facce a vista i tre Santi Vescovi Compatroni di Napoli, Atanasio I, Eufebio, Severo e Sant’Agnello Abate, in posizione frontale a mezzo busto,  e con le insegne espiscopali, i primi tre, mentre Sant’Agnello è ritratto con l’abito eremitico e nella mano sinistra la caratteristica Croce con la bandierina crociata; i pannelli sul retro rappresentano, quello di Sant’Atanasio, la traslazione dei suoi resti mortali da  Montecassino verso Napoli, mentre gli altri illustrano interventi miracolosi attribuiti ai tre Compatroni, mentre erano ancora in vita, oppure già defunti.

Sant’Atanasio I .

Le notizie agiografiche su Sant’Atanasio I, le ricavo da Lorenzo Loreto (14).

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Quando Atanasio I fu eletto Vescovo di Napoli, dal popolo e dal clero cittadino, nell’849 circa, aveva 18 anni ed era Diacono, discepolo del Vescovo San Giovanni IV detto “lo scriba” (839-circa 849), suo predecessore nella carica episcopale; fu consacrato a Roma il 15 marzo da Papa San Leone IV (847-855).

Figlio del Duca bizantino di Napoli, Sergio (840-860), ottenne dal padre beni dotali per rifornire i due edifici, la Basilica cattedrale detta di Santa Restituta e la sua Basilica gemina detta Stafanìa, retti dal clero latino e greco e che costituivano l’unico complesso Cattedrale napoletano,  di libri liturgici e nuovi arredi sacri perché il precedente corredo liturgico era stato rubato o distrutto dai saraceni ed ottenne anche nuove rendite per il clero e per il collegio clericale degli Ebdomadari da lui istituito sul modello di quello romano per la celebrazione liturgica quotidiana.

Ma si preoccupò anche di edificare un luogo di ricovero per i pellegrini, i poveri e gli infermi nei pressi dell’atrio di accesso della Basilica detta Stefanìa, dotandolo cospiquamente.

Per la sua cultura e spiritualità fu invitato a partecipare al Sinodo Romano convocato da Papa Nicola I (855-858 circa), contro il Vescovo Giovanni di Ravenna che tentava di rendere la sua diocesi autocefala sul modello di quelle bizantine, e per questo vessava e imponeva forti tributi alle Chiese suffraganee della sede episcopale ravennate.

Nell’anno 846 fu distrutta dai saraceni Misenum e Atanasio I ottenne dal padre l’unione amministrativa delle due diocesi e l’assegnazione a quella napoletana di tutti i beni immobili della Chiesa di Misenum.

Dispose anche il trasferimento a Napoli del corpo di San Sosso, compagno nel martirio, di San Gennaro, trasferimento che avvenne poi, dopo il ritrovamento delle sue reliquie, al tempo del Vescovo Stefano III (898-907 circa).

Alla morte del padre Sergio, successe nel governo della città il nipote di Atanasio I, Sergio II che, filosaraceno, lo cacciò dalla cittadella episcopale napoletana e dopo un periodo di carcerazione, lo relegò nel cenobio benedettino del Castrum Lucullianum, (Castel dell’Ovo) dopo l’intervento del popolo e del clero latino e greco, in rivolta contro Sergio II a favore del Vescovo.

Il nipote Duca Sergio II, con l’aiuto dei saraceni di Agropoli, depredò il tesoro e tentò di far assassinare lo zio che intanto aveva chiesto aiuto all’imperatore Ludovico che allora era in Benevento.

Questi inviò in suo aiuto il Prefetto di Amalfi per liberarlo e condurlo  presso il fratello, il Vescovo di Sorrento Stefano, per poi raggiungere Roma, dove ci fu un tentativo di avvelenamento da parte di un congiunto di Sergio II.

Papa Adriano II (867-872) invitò l’imperatore Ludovico a rimettere il Vescovo legittimo alla guida della diocesi napoletana, ma colto da malore Atanasio I, durante il viaggio verso Napoli, scortato dall’imperatore, a Veroli il 15 luglio 872, morì e fu sepolto nell’oratorio di San Quirico, da dove il suo corpo fu traslato in Montecassino. per essere poi trasferito a Napoli dal Vescovo Duca Atanasio II (877-903) ed inumato nell’oratorio di San Gennaro Extra Moenia, accanto al corpo del Vescovo San Giovanni detto “lo scriba”.

Il corpo fu poi trasferito nel duomo di Napoli in un imprecisato giorno del XV secolo e sepolto nella cappella del Salvatore Vetere (16) e le varie ricerche condotte nel corso dei due ultimi secoli per ritrovare i suoi resti mortali, non hanno dato esito positivo.

Probabilmente il trasferimento del corpo di Sant’Atanasio I dall’oratorio di San Gennaro Extra Moenia, nella cappella del Salvatore Vetere nel duomo di Napoli, avvenne quando l’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1412-1435), nel 1414, concesse privilegi e rendite e confermò il luogo come sede del Collegio clericale degli Ebdomadari. (17)

Il Loreto riporta il testo della lapide che, a suo dire, doveva coprire il suo sepolcro nella cappella del Salvatore Vetere, ma non dice da dove l’abbia ricavato: HIC JACET CORPUS S. ATHANASII CONFESSOR ET EPISCOPI NEAPOLITANORUM. CAPUT VERO IN THESAURI SACELLO HORIFICE CONDITUR ARGENTEA ATQUE AUREA THECA RECLUSUM.

Testo epigrafico che non è riportato in Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis inscriptionum thesaurus, di Franco Strazzullo, pubblicato nel 2000.

La  vicenda terrena di Sant’Atanasio I risulta riassunta nel Martirologio Romano, al 15 luglio: “Neapoli in Campania S. Athanasii ejusdem Civiatis Episcopi, qui ad impio nepote Sergio multa passus ac sede pulsus Verulis confectus aeruminis in provit in coelum tempore caroli calvus”.

Dopo molti secoli, nel 1628, Sant’Atanasio I, già venerato come Compatrono di Napoli, fu annoverato fra i Santi protettori del Regno di Napoli, perchè aveva sofferto, pregato ed operato perchè le terre del sud d’Italia non venisero islamizzate, come l’Africa di San Cipriano e di Sant’Agostino.

La portella ritrae, sulla faccia a vista, Sant’Atanasio I a mezzobusto, nella posizione frontale comune a tre dei quattro pannelli superstiti,  rivestito con i paramenti episcopali.

Il restrostante pannello documenta la traslazione del corpo di Sant’Atanasio I, dalla Abbazia di Montecassino a Napoli, per essere inumato il 13 luglio forse dell’anno 877 nell’atrio della Basilica di San Gennaro Extra Moenia, nell’oratorio del Vescovo Lorenzo (primo quarto dell’VIII secolo circa), accanto al sarcofago del Vescovo San Giovanni IV detto “lo scriba” (838-849 circa) per esser poi trasferito definitivamente in Duomo, nel XIII secolo, come riferisce G. M. Fusconi (18).

1800159_452348898229314_1227640763_oIl Provedi ha rappresentato il trasporto a spalla del feretro, scortato dagli Ebdomadari in cotta, con il particolare copricapo ed il libro nella mano, sussidio per la celebrazione della liturgia delle ore, e pone alla testa del corteo la Croce processionale propria del Collegio Clericale degli Ebdomadari, privilegio concesso anche ad essi, come già al più antico Capitolo Cattedrale e motivo di secolari contese sul diritto di precedenza, durante le solenni processioni

Dalla porta di ingresso all’Abbazia di Montecassino, dove i monaci assistono mesti alla partenza del corteo funebre, consolati e trattenuti dall’Abate sull’uscio, per eviatre che alcuni di essi più facinorosi impedissero la partenza del feretro, a motivo dei numerosi miracoli avvenuti presso la sepoltura del Santo Vescovo, si snoda la processione lungo un sentiero in discesa tagliato fra le rocce, circondato da una folta vegetazione e da piante di olivo e querce e dalle loro cime si affaccia Sant’Atanasio I rivestito delle insegne episcopali, che mostra la strada verso Napoli e il suo gradimento per il ritorno a casa, finalmente, dopo tante peripezie.

L’olivo è simbolo di pace, castità, giustizia, sapienza, rigenerazione; la quercia, di dignità, maestà, forza, tutti tratti caratteristici della vita e dell’episcopato di Sant’Atatasio I.

San Severo.

La successiva portella, quello che chiude la scarabattola d’angolo della lipsanoteca sinistra, ritrae sulla faccia a vista, San Severo, che fu Vescovo di Napoli, secondo la comune cronotassi dal 363 circa al 409 circa, secondo Domenico Ambrasi dal 364 al 410, (19): il Gesta Epsicoporum Neapolitanorum redatto fra il VI e il IX secolo, cita Severo presente a Napoli circa nell’anno 393.1781856_452349468229257_1671504962_o

Sono scarse le notizie certe su San Severo e quello che di lui si narra, è la trasposizione nel tempo di verie leggende fiorite sulla sua vita.

Cercherò di rendere quanto certo o comunque documentabile (20).

Considerando il particolare  periodo storico durante il quale esercitò a Napoli il suo ministero episcopale, immediatamente successivo alla concessione di ogni libertà religiosa ai cristiani , dovette certamente impegnarsi nella predicazione e nella formazione del suo popolo che avvertiva l’ostilità dei non credenti ed era insidiato nella fede dalle eresie, specialmente quella ariana che ben presto da arianesimo teoligico, degenerò in arianesimo politico, causando molte persecuzioni anche in Occidente, facendo vittime illustri e fra queste il Vescovo di Napoli San Massimo,   esiliato in Oriente fra il 355 e il 356, dove morì, poco prima che il nuovo imperatore Giuliano l’Apostata decidesse, nel febbraio del 56, il rientro in patria di tutti i Vescovi esiliati.

All’inizio del suo ministero pastorale Severo viaggiò in Oriente e riportò a Napoli i resti mortali del suo predecessore Massimo.

Il viaggio in Oriente fu occasione per condurre a Napoli anche maestranze di formazione e cultura orientale alle quali Severo affidò le sue costruzioni: la Basilica  extramurana, detta di San Severo, nell’area cimiteriale presso la catacomba di San Gaudioso, dove inumò i corpi di San Fortunato e San Massimo; la Basilica urbana con l’abiside “mirabile”, nella zona di Forcella e il Battistero di San Giovanni in  Fonte, riconosciuto come il più antico d’Occidente, costruito secondo una prassi sacramentaria che riprende schemi in uso in Oriente, derivati dalle Catechesi Battesimali e Mistagogiche di San Cirillo di Gerusalemme probabilmente da lui introdotte in Occidente ed utilizzate come testi catechetici

Amico di Sant’Ambrogio incontrato a Capua durante il Concilio Plenario campano del 392, che fu uno dei Concili più importanti per l’Occidende, fatto riunire proprio da San’Ambrogio, a Capua, sede del Consolare della Regione, per risolvere la questione sulla successione delle Sede Episcopale di Antichia  e ribadire la piena comunione con tutti quelli che in Oriente professavano la vera fede, secondo il Simbolo Niceneo-Costantinopolitano, condannando e sconfessando così definitivamente l’arianesimo.

Severo fu anche , amico di San Paolino di Nola, ma anche del pagano Quinto Aurelio Simmaco, con il quale nel rispetto delle proprie libertà religiose intratteneva ottimi rapporti epistolari e amico  dei Vescovi campani, con i quali era in perfetta comunione..

Il Calendario Marmoreo di Napoli alla data del XXVIIII aprile riporta: D (e) P (osizione di S (an) SEVERO V (esco) VO N (ost) RO.

DSC03001bIl retrostante pannello, coglie l’attimo conclusivo della leggendaria resurrezione di un morto,  per scagionarsi da una accusa infamante e salvare la sua famiglia dalla schiavtù per onorare un debito non contratto.

Il Martirologio Romano, al 30 aprile, scrive di San Severo: A Napoli in Campania S. Severi Episcopi, qui inter alia admiranda, mortuum de sepulcro excitavit ad tempus, mendacem creditorem viduae, et pupillorum falsitatis argueret”, episodio leggendario, narrato in una “Vita di San Severo” dell’XI secolo.

Questa la leggenda: Si rivolse al Vescovo Severo, per ottenere giustizia, accompagnata dai figli piccoli, una donna, vedova da qualche tempo, minacciata di essere ridotta in schiavitù insieme alla prole, secondo la legge vigente, fino a quando non avesse interamente onorato un debito contratto dal marito che già in vita aveva  protestato di non essere debitore nei confronti dell’individuo, anch’esso presente dinanzi al Vescovo, che invece si dichiarava   creditore.

Severo, secondo la leggenda, accompagnato dal suo clero e dal popolo, condusse la donna con i piccoli e il presunto creditore, presso la sepoltura dell’uomo e, richiamatolo in vita, lo invitò a sbugiardare quell’individuo, perchè a lui non doveva niente.

Il Provedi tesse il racconto ambientandolo presso una archiettura antica, disegnata in perfetta prospettiva centrale: quello che rimaneva ancora dell’edificio termale della “Regio Furcillensis”, al Carminello ai Mannesi, per intenderci, oppure la scena è ambientata in quello che rimaneva della Basilica Severiana Extra Moenia?

Al centro della scena,  è ritratto da un lato  il Vescovo Severo circondato dal suo clero e dall’altro lato il defunto risuscitato, fuori dal sepolcro, che indica il creditore mendace che atterrito tenta la fuga, trattenuto da un energumeno, che fra la folla assiste all’evento miracoloso.

Sant’Agnello Abate.

DSC02996bIl successivo pannello, quello dell’angolo opposto destro, ritrae Sant’Agnello Abate: dei quattro ritratti questo è forse il più realistico, a figura quasi intera, rivestito dell’abito eremitico, con la caratteristica bandierina crociata.

La fonte più antica che racconti di Agnello, è un Libellus Miraculorum del X secolo, attribuito ad un suddiacono della Chiesa napoletana, un tal Pietro.

Sulla collina di Caponapoli, dove c’erano ancora i resti dell’agorà greca, il Vescovo di Abitina d’Africa, Settimio Celio Gaudioso (+ circa 453), in fuga dal suo paese per l’invasione vandalica, fondò un monastero basiliano che prese il suo nome (il monastero era detto popolarmente “del settimo cielo” o sulla strada “al settimo cielo” per deformazione popolare del nome del suo fandatore, ritratto sull’arcobaleno in una formella marmorea posta sull’ingresso laterale della chiesa…rubata).

Di questo monastero divenne Abate, Agnello, che forse morì fra il 590 e i primi anni del secolo successivo .

Fu annoverato fra i Compatroni di Napoli nel XV secolo: lo si ritrae, come su questo pannello, con la bandierina crociata nella mano destra, ossia con il Vessillo della Croce.

Fra i tanti miracoli operati da Dio per sua intercessione, a favore del popolo bisognoso e nel pericolo, è menzionato il suo intervento in difesa di Napoli durante l’assedio dei Longobardi, nel 581.

In quell’anno, Agnello era certamente ancora in vita, ma pare vivesse nascosto in un eremo fuori Città perchè la fama della sua santità affollava la cella, impedendogli la preghiera.

I longobardi già dalla fine del IV secolo, avevano tentato la espansione territoriale da Benevento verso il mare.

Nel 581 posero l’assedio alla Città ma trovarono notevoli difficoltà nell’espugnarla per le possenti opere murarie costruite in tutta fretta dai bizantini, dopo che la precedente antica murazione era stata distrutta dall’ostrogoto Teia, nel 552 o 553.

Secondo la leggenda, Agnello contribuì in prima persona a fugare i longobardi, apparendo in contemporanea in più punti diversi sulla murazione cittadina, dove più cruenta era la battaglia, ad incitare i napoletani alla difesa.

DSC02997Per la storia: i longobardi non riuscirono ad entrare in Città nemmeno nel successivo tentativo di Arechi di Salerno e Ariulfo di Spoleto, nel 592, grazie all’aiuto nella organizzazione della difesa cittadina del tribuno Costanzo inviato da Papa Gregorio Magno (590 – 604) che tentava di sottrarre alla autorità bizantina la Città: i napoletrani rifiutarono ogni possibile protezione pontificia, optando per la autonomia.

Sulla faccia retrastante della portella, il Provedi ha rappresentato un momento dell’assedio longobardo della Città, ambientando la scena dalla parte della fortezza  presso la chiesa del Carnine, detta “lo sperone”, non esistente ancora al tempo dell’episodio narrato perchè costruita sul mare alla fine del XIV secolo.

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Napoli – La murazione angioino-aragonese dalla parte della porta del Carmine così come appariva nel ‘500, quando Pietro Provedi realizzò le portelle.

Essa fu  demolita definitivamente nei primi anni del ‘900 e il pannello, confrontato con le immagini superstiti del luogo, fotografa la murazione cittadina come appariva alla fine del ‘500.

Ponendo sapientemente in primo piano i longobardi, atterriti dalla apparizione improvvisa su una nube di Sant’Agnello con il Vessilo della Croce,  accompagnato da Angeli in armi, pone nei secondi piani  scene degradanti di battaglia con sullo sfondo, tratti della murazionela cupola della chiesa del Carmine e parte del suo campanile, ma non quello di Fra’ Nuvolo e più oltre fra le case si intravvede la cupola della chiesa di San Pietro Martire.

Fa da collegamento fra  cielo e terra l’asta di una bandiera che dalle mura cittadine sembra volere penetrare la nube per confermare la tempestività e la concretezza dell’intervento divino  nella battaglia, raccordando il trascendente con il concreto.

Sant’Eufebio.

1920510_452348604896010_1446542622_nSulla faccia a vista della quarta portella è rappresentato Sant’Eufebio nella posizione comune per i Santi Vescovi ritratti nella altre due precedenti, mentre la parte retrostante del pannello l’apparizione miracola di Sant’Eufebio, morto da tempo, che celebra Messa nel suo Oratorio catacombale.

Il Calendario Marmoreo di Napoli, compilato nel IX secolo, riporta: M(ese) MAGGIO – G(iorni) XXXI…….al XXIII DEP(osizione) di S(ant’) EFEBO V(esco)VO.

Il Chronicon Episcoporum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, di Giovanni Diacono (il Codice latino Vaticano 5007), dice di Sant’Eufebio: “Ephebus Epiuscopus pulcher corpore, pulcherior mente, plebi Dei sanctissimus praefuit, et fideliter ministravit”. (21)

Il Vescovo Eufebio è citato anche nel Catalogo detto Bianchiniano del X secolo e il secondo volume dei Prolegomeni alle vite dei Sommi Pontefici, di Anastasio Bibliotecario (815 – 878), antipapa nell’855, perdonato e riammesso come bibliotecario vaticano nell’877, di lui fornisce il tempo del governo episcopale ma, la cronotassi vescovile napoletana, relativamente ai primi secoli del cristianesimo a Napoli è imprecisa e molti nomi di Vescovi appaiono leggendari, come il tempo del loro servizio episcopale: “Euphebi sedit annos VIII. Fuit temporibus Cornelii, Licii, Stephani Papae; et Decii, et Galli, et Velusiani, et Emiliani, etr Valeriani, et Galleni Imp.”, assegnandoli come tempo del servizio episcopale, quello compreso fra il 251 e il 257.

Dal citato Chronicon apprendiamo anche che per le invasioni barbariche, il suo corpo, dalla primitiva sepoltura presso la catacomba che da lui porta il nome,  fu traslato nella Basilica detta Stefanìa.

La cronotassi vescovile napoletana, per i primi secoli è imprecisa e molti nomi di Vescovi appaiono imprecisi e attribuiti a personaggi anche leggendari, come il tempo del loro servizio episcopale, certo è che intorno alla primitiva sepoltura di Eufebio presso la catacomba si sviluppò un culto che riprese dopo la traslazione dei suoi resti dalla Stefanìa, pare nel IX secolo, culto che continuò nel tempo e rifiorì con l’arrivo dei Cappuccini nella prima metà del ‘500, che costruirono sulla catacomba il loro primo convento napoletano.

I documenti citati, sono unanimamente riconosciuti come probanti della reale esistenza di Eufebio, o Efebo, o Efremo, deformazione popolare del suo nome.

Quel poco che ci permette di ricostruire la sua esperienza terrena è sempre derivato dalle leggende fiorite nel tempo.

Nel IV secolo, furono sepolti nella catacomba anche i corpi dei Vescovi Fortunato (menzionato nel 342/344), Massimo (menzionato nel 355) e nel secolo successivo anche quello di Orso (circa 393 circa 431), i primi due immediatamente successori di Eufebio sulla Cattedra Episcopale di Napoli, secondo la comune cronotassi.

Anche i corpi di Fortunato e Massimo furono traslati nella Stefanìa e ritornarono nella catacomba dopo il 1283, in esecuzione di un decreto di Carlo II d’Angiò che stabiliva una diversa collocazione di tutti i defunti, Vescovi o no, inumati nella Basilica Stefanìa, dovendosi diroccare l’edificio per fare posto al nuovo duomo.

Quando nel 1589 furono ritrovati i corpi di Eufebio, Fortunato, Massimo ed Orso dal Provinciale dei Cappuccini napoletani Evangelista da Lecce, i corpi dei primi tre furono rinvenuti in due distinti contenitori nell’Altare dell’oratorio sulla catacomba: in una cassa furono trovati i resti mortali di due individui che una lamella plumbea autenticava come i corpi di Fortunato ed Massimo.

Nell’altra invece fu rinvenuto solo il corpo di Efebo, mentre quello di Orso era in una sepoltura discosta dall’Altare.

I Cappuccini volevano trasferire le reliquie del corpo di uno dei tre Santi  nella chiesa del loro nuovo convento della Concezione (Sant’Eframo Nuovo), nella zona detta “della Salute” , e chiesero al Nunzio Apostolico di Napoli Alessandro Gloriero di presentare la loro istanza al Papa Sisto V (1585-1590) per le necessarie autorizzazioni.

Una notte, però, il Pontefice sognò i Santi Vescovi Fortunato e Massimo che lo invitavano a non adoperarsi perché i loro corpi fossero separati, giacendo insieme da 800 anni nell’unica sepoltura.

Fu così che rimasero nella stessa cassetta i resti mortali di San Fortunato e San Massimo e in un’altra quelli di sant’Efebo e riposte entrambe nel nuovo Altare della chiesetta conventuale presso la catacomba

Chi riporta la storia parla di 800 anni di comune sepoltura in uno stesso contenitore dei corpi di Fortunato ed Eufebio, ma certamente non conosceva la vicenda della traslazione delle reliquie nella Stefania nel IX secolo, reliquie deposte in due differenti luoghi (22) e il ritorno delle reliquie  dopo il 1283 nella catacomba: forse fu allora che i resti mortali di Fortunato e Massimo furono posti insieme in un unico contenitore, provvisoriamente, per la traslazione, e non potendo più procedere ad una separazione e  certa attribuzione dei resti, essi rimasero inumati insieme.

Il Cappuccino Padre Fiorenzo Mastroianni, ha composto, qualche anno fa (7 gennaio 2011), un sonetto per giustificare l’eterno abbraccio dei due Santi i cui corpi sono contenuti nello stesso fonticolo (23).

Il Libellus Miraculorum Sancti Euphebi, atribuita dal Mazzocchi ad un autore del XIII secolo  riporta la storia del miracolo rappresentato sulla faccia interna della portella dedicata a Sant’Eufebio: il Provedi rappresenta il Santo che morto secoli addietro, appare per celebrare il Divino Sacrificio mentre un gruppo di Angeli Musicanti, si affaccia da una nuvola, ed altri Angeli torciferi sono in adorazione, e  partecipano alla Celebrazione Eucaristica ed altri Angeli lo assistono mentre, celebra in paramenti episcopali.

Questa la storia: un sacerdote andava quotidianamente all’oratorio di Sant’Eufebio presso la catacomba, per celebrare Messa.

Il chierico che lo assisteva nella celebrazione, un giorno si recò per tempo  all’oratorio per preparare l’occorrente per la Santa Messa, e  notò che da uno spiraglio del portone e dalla fenestrella laterale dell’edificio, fuoriusciva copioso fumo di incenso.

DSC02994Essendo la porta ancora chiusa con l’unica chiave in possesso del sacerdote e a lui affidata per accedere nella cappella e preparare per la Santa Messa, prima di aprire la porta, spiò  attraverso la toppa della serratura, e vide la chiesetta inondata di luce ed un Sacerdote in paramenti episcopali che pontificava circondato da Angeli.

L’episodio riportato nel Libellus, illustrato dal Provedi sulla portella di sant’Eufebio.  è narrato anche il un raro opuscolo del 1525 intitolato: Officium Santi Januarii Episcopi una cum officio Santi Athanasii, Anelli, Aspreni, Agrippini, Eufebi et Severi nec non cum officio Sanctae Restitura et Candida unuquam ante impressum: Et cautum est privilegio ac excommunicationis late sententia ne quis per decennium imprimere audeat…Explicit officium sanctorum – ac protectorum civitatis parthenope. Jmpressum Neapoli Anno Domini. M.CCCCC.XXV  Die XV. mensis decembris. Laus Deo…

L’opuscolo del 1525, riferisce l’archeologo Sac. A. Bellucci, al foglio 61, incomincia l’ufficio In festa Sancti Euphebi Episcopi et confessori e la lezione quarta e quinta racconta della apparizione di Sant’Eufebio moltissimi anni dopo la sua morte nell’oratorio della catacomba per celebrarvi Messa.

Lo stesso episodio è riportato da Mons. Paolo Regio, Vescovo di Vico Equense, che racconta di Sant’Eufebio nella sua opera Le vite de Sette Santi Protettori della Citta di Napoli descritte dal Regio – Napoli, Giuseppe Cacchi, 1573, ristanpato nel 1579.

Pietro Provedi.

Ritengo che il citato Officium costituisca la traccia offerta al Provedi dalla commitenza, il Capitolo Cattedrale di Napoli, per la realizzazione dei Pannelli dei compatroni: il Tesoro Vecchio, prima della fondazione della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro, nella seconda metà del ‘600 era governato dal Capitolo Cattedrale napoletano.

Pietro Provedi nacque a Siena nel 1562 e morì a Napoli nel 1623.

Quasi nulla si conosce sulla sua formazione artistica: fu incisore di metalli e poi intagliatore di legnami, attività che certamente apprese presso qualche bottega senese o fiorentina, dove il manierismo, svincolandosi da ogni riferimento ai grandi artisti del rinascimento, riconosceva alle nuove emergenze, la abilità artistica, supportata da una cultura eclettica, da una formazione universale anche profondamente religiosa e da un comportamento etico-sociale che consentiva loro di rapportarsi con la nuova committenza, non solo ecclesiastica.

A Napoli entrò in contatto con una delle tante botteghe di intagliatori, impegnate tra cinquecento e seicento, nella produzione di manufatti che ancora oggi appare difficile attribuire certamente ad una o all’altra di esse e tracciare collegamenti tra nomi ed opere: Le numerose botteghe dedite all’intaglio, erano dotate di un capo bottega a cui venivano intestati i contratti e di numerosi collaboratori che eseguivano il lavoro, aiutati da altri maestri spesso dello stesso nucleo familiare, per cui risulta impossibile assegnare la paternità di un manufatto ad uno piuttosto che ad un altro artigiano, pur assegnando certamente ad una bottega la paternità di un progetto.

Spesso solo procedendo per analogia, è possibile  individuare la bottega di appartenenza dei gruppi di artigiani impegnati nello stesso luogo nella realizzazione di uno stesso progetto, anche quando i singoli elementi sono recuperati  avulsi dal contesto originario.

Delle quattro portelle lignee superstiti è certa la paternità per la presenza di polizze di pagamento intestate al Provedi, ma niente ci consente di individuare la bottega di formazione dell’intagliatore, nè se operasse in autonomia o legato ad un gruppo di artigiani.

Procedendo per analogia, confrontando la stesura delle varie opere certamente attribuite, è possibile in qualche modo legare la sua attività al Tortelli.

La bottega di Benvenuto Tortelli, menzionata attiva fra il 1558 e il 1591,  fu una delle più fiorenti; in essa si formarono Giovanni Battista Vigilante, intagliatore di cui si hanno notizie fra il 1579 e il 1598 e Nunzio Ferrario che fu attivo a Napoli fra il XVI e il XVII secolo, ed era impegnata nella realizzazione in luoghi diversi, di molti progetti che richiedevano la collaborazione di esperti disegnatori e abili intagliatori che gravitavano nella bottega stessa, creando una fitta rete di collaborazioni, risolta con artigiani legati anche da stretti rapporti di parentela, amicizie, discepolato, concorrenze, associazionismo, che trovarono poi nei cantieri napoletani della controriforma sostenuti dagli ordini religiosi,  importanti commesse, non solo a Napoli.

Non è da escludere la probabile collaborazione del Provedi, nei primi anni della sua presenza a Napoli,  anche nella  bottega dei Mollica, considerando il successivo sodalizio artistico proprio con i Mollica durante la costruzione e decorazione della chiesa del Gesù Nuovo, durante il primo quarto del ‘600 e la particolare richiesta proprio ai Mollica, inizialmente,  e poi ad altre botteghe, di manufatti realizzati sotto la sua direzione e supervisione, anche per la provincia gesuitica sarda,  intagliati, colorati, indorati, sgraffiati e decorati anche ad estofado, sviluppando e favorendo un proficuo commercio fra Napoli, e  i vari centri del Mediterraneo.

L’ambiente artistico napoletano del primo ‘500 era dominato da due personalità: Girolamo Santacroce (fine del 400 – 1537) allievo e collaboratore dell’Ordonez (1490 circa -1520 circa) e Giovanni da Nola (1478 -1559).

Quest’ultimo iniziò la sua attività di intagliatore del legno, nella bottega di Pietro Belverte (prima metà del ‘500) per poi entrare in contatto con i Malvito, impegnati ancora nella realizzazione della cappella del Succorpo del duomo napoletano.

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Napoli – Basilica della Santissima  Annunziata – La sacrestia.

Gli anni compresi fra il 1540 e il 1570 furono monopolizzati nel campo della scultura dalla bottega di Giovanni da Nola e  di  Annibale Caccavello dove Salvatore Caccavello, figlio o omonimo collaboratore, nel 1571 era impegnato con  Girolamo D’auria (1577-1620) e Nunzio Ferrario, nella Sacrestia della Basilica della Santissima Annunziata.

Ma a Napoli era già presente il Vasari intorno al 1544 e Pietro Bernini, attivo a Napoli, nel duomo, nella Cappella Brancaccio, che proponeva i canoni del manierismo, come reazione all’armonia, all’ordine e alla perfezione del XV secolo.

Il manierismo si caratterizzò con una pragmatica ricerca di virtuosismo stilistico ed eleganza formale, abbandonando l’equilibrio rinascimentale, privilegiando piuttosto la complessità, la drammaticità, il movimento, elementi già presenti nelle opere dei maestri del rinascimento.

Girolamo D’Auria (1566 – 1621), che fra il 1586 e il 1590, esegue nel duomo di Napoli il sepolcro di Giovan Battista Capece – Minutolo, ed intaglia fra il 1577 e il 1579 nella sacrestia della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore di Napoli, gli armadi con bassorilievi rappresentanti scene del Vecchio e del Nuovo Testamento con profeti e santi, lavoro poi continuato servendosi della collaborazione di altri artigiani e scolari della bottega di Giovanni da Nola (1478 – 1559).

Di alcuni di essi conosciamo i nomi, Salvatore Caccavello  e Nunzio Ferrario (1578-1604), artisti già gravitanti nell’orbita della bottega del Tortelli.

Colpisce l’analogia dell’intaglio, della composizione, del discorso narrativo, del disegno delle architetture del Provedi, nei suoi pannelli per il tesoro del duomo di Napoli, con alcuni intagli della Sacrestia della Santissima Annunziata.

Anche se non è possibile ricostruire il percorso artistico del Provedi e la storia della commessa delle portelle per il tesoro vecchio del duomo napoletano, emerge la possibile traccia di un cammino che lo conduce all’interno del duomo di Napoli, attraverso  una sua  probabile collaborazione con il D’Auria nella realizzazione del monumento Capece-Minutolo,  e poi nella Sacrestia della Santissima Annunziata.

Nel 1604 il Provedi entrò a far parte dell’Ordine dei Gesuiti, ma certamente fin dal 1601, dimorava come novizio nella primitiva Residenza dell’Ordine, infatti in quegli anni risulta già collaboratore con il Valeriano nella  costruzione del  Gesù Nuovo.

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Napoli – Chiesa del Gesù nuovo – Interno

Nel 1613 fu scelto come architetto della Compagnia di Gesù nella Provincia napoletana e progettò chiese e Residenze per l’Ordine nell’Italia Meridionale: la chiesa napoletana del Gesù Vecchio, suo capolavoro,  che per tutto il ‘600 fu modello per i primi edifici barocchi di Napoli; la chiesa del Santissimo Rosario, a Paola; la chiesa di Gesù e Maria a Castellammare di Stabia; il complesso del Carminello al mercato di Napoli e collaborò negli ampliamenti e ricostruzione di altri edifici della Provincia, ma il suo maggiore impegno, fino alla morte avvenuta nel 1623, fu la chiesa del Gesù Nuovo.

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Napoli – Basilica del Gesù vecchio – Interno.

Scultore pressochè ignorato dalla storiografia a proposito della sua indiscutibile maestria nell’intagliare il legno, che emerge dalle portelle oggetto di questa analisi il Provedi, apprezzato invece come architetto gesuita, ebbe il merito di aprire già in pieno manierismo verso l’esplosione del barocco napoletano.

Se le portelle sono le uniche opere superstiti della sua produzione dell’intaglio, emerge da esse la sua tendenza verso una maniera tenera, verso una forma elegante e mossa, fresca, , visionaria  e fantasiosa che conferisce alla superficie trattata un palpabile impatto emozionale.

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DOCUMENTI – NOTE – DISCUSSIONI

1 –  Cfr. Gaetano Filangieri di Satriano, Documenti per la storia, le arti, le industrie delle Province Napoletane, Vol. V, Napoli, 1891.

2 –  Definisco navata destra, la navatella di San’Aspreno, e navata sinistra, quella del Salvatore.

3 –  La basilica gemina della Cattedrale napoletana intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e a partire dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta, la Stefania, anch’essa intitolata al Salvatore, costruita da Stefano I, Vescovo di Napoli (496 -?); fu distrutta da un incendio e ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca e Vescovo di Napoli Stefano II (756-789). Essa occupava l’area compresa fra il Vicus S. Laurentii ad Fontes (un tratto è stato riportato alla luce negli anni ’70 del passato secolo) che correva sul fianco destro della antica basilica detta di Santa Restituta (la basilica intorno all’VIII secolo fu interamente ruotata di 180 gradi sul suo asse e la nuova abside ricostruita dove risulta attualmente. I resti di questo Vicus corrono oggi sul fianco sinistro della attuale ruotata Basilica, ponendo le spalle al maggiore Altare della Basilica stessa) che costituiva la strada di accesso alla cittadella episcopale napoletana, con ingresso da una “torre di difesa” di epoca romana su i cui resti fu poi costruita e ricostruita l’attuale “torre campanaria”, ed andava ad occupare quasi interamente l’area dell’attuale transetto del Duomo angioino.

4 –  Cfr.  Franco Strazzullo, Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis inscriptionum thesaurus, Napoli 2000, che riporta il testo del rogito notarile, reperibile in: A.S.N. Notai del Cinquecento, Marco Antonio de Vivo di Napoli, scheda 265, prot. 23. ff. 36 v. – 37 v.

5  –  Cfr. Corrado Card. Ursi, Omelie.

6 –  La presenza nell’Oratorio della suppellettile sacra preziosa, e dei paramenti liturgici preziosi, ha indotto qualcuno a considerare la possibilità che il luogo fosse anche la sacrestia del  duomo angioino. Ipotesi che non trova fondamento, perché l’oratorio è posto al primo livello della torre non facilmente accedibile e oltremodo scomodo per consentire lo snodarsi di una lunga “processione di ingresso” in Chiesa, discendendo attraverso una precaria scala a lumaca, e composta per la maggior parte da preti anziani. Essendo la Basilica detta di Santa Restituta sede del Capitolo Cattedrale ed essa stessa sede della Cattedra del Vescovo, ignorano forse costoro, quanto prescrive il rituale che prevede che il Vescovo venga rivestito dei paramenti liturgici e munito delle sue insegne, sedendo alla sua Cattedra, dando inizio cosi, da liturgo, dalla sua sede episcopale, alle  solenni funzioni e disponendo l’inizio dell’ingresso processionale del clero, dei preti mansionari e dei canonici capitolari verso il maggiore Altare, che nel  nuovo Duomo napoletano, in antico era, al centro del transetto. II Vescovo attraversava per intero lo spazio del coro che allora si sviluppava al centro della navata e  dopo avere baciato e incensato l’Altare immagine di Cristo, che è Sacerdote, Vittima e Altare, raggiungeva il suo trono posto alla destra di esso, sotto il prezioso dossello trecentesco. La antica sacrestia dove si paravano i sacerdoti, per le funzioni non presiedute dal Vescovo, a mio avviso, era  quell’ambiente poi trasformato in “cappella sepolcrale” dei Filomarino e fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 nella attuale cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe. L’ambiente forse, fu utilizzato per sacrestia prima del disastroso terremoto del 1456, quando crollarono con la torre scalare anche considerevoli tratti delle pareti dell’edificio per poi divenire Cappella sepolcrale dei Filomarino, quando costoro cedettero la loro antica cappella gentilizia aperta sulla navatella di Sant’Aspreno, per fare posto alla costruenda nuova cappella del tesoro, quando già era in funzione la nuova sacrestia realizzata nella ex Cappella Reale angioina dall’Arcivescovo Annibale Di Capua, e al tempo dei lavori di ricostruzione del palazzo arcivescovile, iniziati dal Cardinale Ascanio Filomarino. Sappiamo per certo che, dopo il terremoto del 1456 e fino alla trasformazione della cappella reale di San Ludovico nella  nuova sacrestia fu utilizzata per questo ufficio la adiacente cappella di San Paolo de’ Humbertis detta poi degli Illustrissimi Preti di Propaganda.

7 –  Patrona Principale della città di Napoli, è la Santissima Vergine Maria Assunta, che appare sempre effiggiata al centro nelle immagini dei Santi Compatroni. Compatrono Principale è il Megalomartire San Gennaro, al quale furono affiancati sei Compatroni minori: I Santi Vescovi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Sant’Agnello Abate. Mons. Franco Strazzullo in: San Gennaro “Defensor Civitatis” e il voto del 1577, Napoli, 1987, citando il Calendario Lotteriano del XIII secolo, fa notare che prima del XV secolo, i Compatroni di Napoli erano di numero inferiore, e l’Officium Sanctorum ac Protectorum Civitatis Partenopae, redatto fra il 1512 e il 1525, riporta i nomi di solo quattro di essi: Aspreno, Agrippino, Gennaro, Atanasio I, che sono chiamati Defensor apud Deum e non sono nominati come tali Eufebio, Severo e Agnello. Nel Calendario Lotteriano  redatto fra il 1294 e il 1310, Strazzullo nota che sono menzionati come Patroni di Napoli solo San Gennaro e sant’Agrippino. Ma già nel 1500, fa notare come nel soffitto della cappella Carafa nel Duomo di Napoli, le formelle marmoree che rappresentano i Compatroni, ritraggono con San Gennaro, anche i Santi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Agnello ed evidenzia che gli stessi Santi sono stati tutti e sette effigiati negli sportelli dell’antico organo del Duomo, dipinti dal Vasari (1511-1574). E lo stesso artista poi, nel suo Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, del 1550, parlando del lavoro eseguito, dichiara di avere dipinto per il Duomo di Napoli, solo quattro compatroni. Probabilmente in antico, i Compatroni principali di Napoli erano soltanto due, San Gennaro e sant’Agrippino, come risulta dal Liber Pontificalis Ecclesiae Neapolitanae, redatto nel IX secolo e come risulta da un documento del 1183 del Vescovo Sergio IV (1168-1192), ad essi si affiancarono altri Santi protettori della città, ma non come Compatroni. Gli sportelli scolpiti da Pietro Provedi e sistemati all’interno dell’oratorio di San Gennaro, nel 1586, oggetto di questo studio, riportano, i quattro  sportelli superstiti riutilizzati per chiudere quattro scarabattole della cappella delle reliquie del Duomo di Npoli nel 1891,  le immagini di Sant’Atanasio I, Sant’Eufebio, Sant’Agnello Abate e San Severo, e sul retro episodi agiografici degli stessi; due certamente riportavano le immagini di sant’Aspreno e Sant’Agrippino, andati distrutti, forse durante l’incendio all’interno della sacrestia maggiore, durante un furto di arredi sacri preziosi nel corso di uno dei tanti restauri dell’ambiente al tempo dell’Arcivescovo Francesco Pignatelli, degli altri due non conosciamo chi fossero i Santi ritratti probabilmente rappresentavano uno San Gennaro e l’altro il reliquiario del Sangue. Il mobile d’argento che conteneva il busto e il reliquiario, realizzato da Carlo II d’Angiò, andò perduto probabilmente durante il disastroso terremoto del 1456. Agli antichi compatroni furono affiancati, a partire dalla seconda metà del ‘600, da altri Santi Compatroni minori: San Tommaso d’Aquino, Sant’Andrea Avellino, Santa Patrizia, San Francesco di Paola, San Domenico, San Giacomo della Marca, San Francesco Saverio, Santa Teresa d’Avila, Sant’Antonio di Padova, San Filippo Neri, San Gaetano, San Severo, già venerato come Compatrono, ma non ancora inserito nell’elenco ufficiale, San Nicola, San Gregorio Armeno, Santa Chiara, San Biagio, San Pietro Martire, San Giuseppe, San Michele Arcangelo, San Francesco d’Assisi, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, san Giovanni Battista, San Francesco Borgia, Santa Candida Minore, Santa Maria Egiziaca. Nel ‘700 se ne aggiunsero altri: Sant’Antonio Abate, Sant’Ignazio de Loyola, Santa Maria Maddalena Penitente, Sant’Irene, Sant’Emidio, San Raffaele Arcangelo. Altri ancora nell’800: Sant’Anna, San Luigi Gonzaga, Sant’Agostino, San Vincenzo Ferrer, Sant’Alfonso Maria de’ Liguoiri, San Francesco Caracciolo, San Francesco de Geronimo, San Giovanni Giuseppe della Croce, San Pasquale Baylon, San Rocco, San Gioacchino. E finalmente nel ‘900: Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, Santa Lucia, Santa Gertrude, Santa Rita.

8  –  San Giacomo della Marca (1394-1476) nel “Sernone de Antihristo” descrive il terremoto del 1456, raccontando che diroccò quasi interamente il torrione e caddero a terra le reliquie dei Santi conservate nell’oratorio e le ampolle con il sangue di San Gennaro, trovato duro come pietra, furono miracolosamente recuperate intatte. E nel “Sermone de adventu turcorum” parla delle distruzioni operate nel Regno di Napoli dal terremoto e ancora del crollo del torrione del Duomo, che conteneva la reliquie dei Santi e la suppellettile sacra (cfr. codice 46bis, Archivio Municipale di Monteprandone).

9  –  I pilastri della navata furono restaurati e parzialmente ricostruiti con il contributo delle famiglie nobili dei Sedili di Napoli che apposero in cima ad ognuno di essi il proprio stemma: i pilastri del lato sinistro della navata, recano gli stemmi delle famiglie Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo Pisquizy; quelli del lato destro della navata, recano gli stemmi delle famiglie Dura, del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini. Il settimo pilastro, quello accanto al dossello del trono vescovile, non porta insegna nobiliare, perchè restaurato con il contributo popolare.

Gli stemmi del Pontefice, dell’Aragonese e del Carafa furono posti sulla ricostruita facciata del Duomo: furono rimossi al tempo della realizzazione della attuale ottecentesca facciata ed attualmente sono esposti fra i marmi recuperati, nel cortile interno della Cittadella Vescovile.

10  –  La Tavola Strozzi, dipinta forse da Francesco Rosselli, così chiamata perchè rinvenuta a Firenze in palazzo Strozzi nel 1901, rappresenta secondo alcuni critici, il trionfo di Ferrante d’Aragona dopo la battaglia al largo di Ischia, contro Giovanni d’Angiò, pretendente al trono di Napoli, del 7 luglio 1465, secondo altri rappresenta un trionfo navale organizzato per omaggiare Lorezo de’ Medici giunto a Napoli nel 1479 per stipulare un trattato di pace con Ferrante d’Aragona, grazie alla mediazione di Filippo Strozzi detto il Vecchio. Era in origine la spalliera di un letto, disegnato probabilmente da Benedetto da Maiano e datato 1472-1473. Fa da sfondo una veduta della città di Napoli dal mare, a volo d’uccello, e mostra molti edifici ricostruiti dopo il terremoto del 1456, e fra questi il ricostruito Duomo. La citata Cronica di Notar Giacomo, manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli, narra fatti avvenuti a Napoli e nel Regno di Napoli dal tempo dei romani al 1511. La sua redazione è compresa fra il XV e il XVI secolo e ne è probabile autore un tal Notar Giacomo della Morte, ancora vivo certamente nel 1524.

11  –  La Cappella del Tesoro di San Gennaro, è il particolare risultato di un voto fatto dai napoletani  in un particolare momento storico ricco di eventi tragigi. Nel 1527 la guerra, la peste e la carestia mietevano vittime a migliaia: il 13 gennaio di quell’anno, anniversario della traslazione delle reliquie di San Gennaro  in Città da Montevergine (13 gennaio 1497) i napoletani fecero voto di costruire al Santo Patrono Gennaro una nuova e più bella cappella per contenere le sue reliquie ed invocarono per suo tramite la Divina Misericordia perchè la Città e il Regno fessero liberati dalla peste, dalla guerra e dalla carestia. Il voto fu solennemente sottoscritto dagli Eletti della Città, con pubblico strumento rogato per Notar Vinvenzo de’ Rossis, davanti all’Altare maggiore del Duomo. Riporto il testo integrale del rogito: “Die XIII Januarii 1527, Neapoli. In maiori Ecclesia Neapolitana coram nobis constitutis magnificis dominis Elettis Civitatis Neapolitanae quiu, moti fervore devotionis, promettono et fanno voto donare dell denari pubblici di questa Città ducati undecimillia, videlicet mille d’oro per lo Tabernacolo della Ven. Eucharistia et Sacramento et dieci millia altri per lo Sacello da riponere lo reliquiario del Beato Januario Protettore di questa Città acciò che interceda avanti lo cospetto de Dio per la liberatione dalla pestre di questa Citta.” . Seguono le firme dei rappresentanti dei cinque Sedili Nobili ( Capuano, Nido, Montagna, Portanova e Porto), più il rappresentante del Sedile del Popolo. Raccolta una ingente somma di danaro, l’8 giugno 1608 fu posta la prima pietra per l’erezione della nuova Cappella del Tesoro con una Bolla di fondazione di Papa Paolo V (1605-1621) e un breve di Papa Urbano VIII (1623-1644) che confermò il patrocinio laico della cappella stessa. Si raccolsero 500.000 scudi, contro i previsti 10.000 e i lavori furono ultimati nel 1646.

12  –  La Cappella Reale, fu fondata da Carlo II d’Angiò (1248-1309), re di Napoli dal 1285, mentre erano ancora in corso i lavori per la costruzione del Duomo e destinata ad accogliere le salme degli angioini di Napoli, che in attesa di una definitiva sistemazione, giacevano ancora in sepolture provvisorie. Adiacente al Duomo, assolutamente indipendente da esso, accedibile solo dall’esterno, fu intitolata a San Ludovico d’Angiò, nato a Nocera (Sa) nel 1274, frate francescano, consacrato Vescovo di Tolosa da Papa  Bonifacio VIII, a 22 anni, morto a Chateau de Brignoles nel 1297, sepolto a Marsiglia, canonizzato da Papa Giovanni XXII nel 1317, secondogenito del re Carlo II (il primogenito Carlo Martello, morì nel 1295 di peste; per successione la corona del Regno spettava a Ludovico, ma questi, prendendo l’abito francescano, rinunciò ad ogni diritto di successione in favore del fratello Roberto). Il terremoto del 1456 danneggiò gravenemente la Cappella Reale, affrescata da Giotto, che rimase impraticabile per circa un secolo. L’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595), fece trasformare la diroccata Cappella Reale in sacrestia del Duomo, aprendo l’attuale ingresso sul braccio destro del transetto e murando l’antico ingresso dalla corte interna del complesso degli edifici episcopali, nel 1581, ponendo interamente, davanti ad esso il grande stipo di castagno, per contenere i paramenti sacri, ancora in uso, e fece costruire, adiacente ad essa la Cappella di Santa Maria del pozzo, il retro sacrestia, dove si costruì anche l’elegante sepolcro. La lapide sepolcrale chiarisce la destinazione d’uso per cui fu realizzata la cappellina: come luogo per la sua sepoltura e luogo per pararsi da parte dei Vescovi, dei Canonici, dei Sacerdoti, prima di andare a celebrare Messa. La attuale sacrestia è frutto di un successivo lavoro di restauro promosso dal Cardinale Francesco Pignatrelli Arcivescovo di Napoli (1703-1734), conseguente ad un disastroso terremoto che provocò numerosi dissesti e crolli alle absidi del Duomo e al transetto, verificatosi il 29 novembre 1732. La Cappellina della Madonna del Pozzo è un susseguirsi di tre ambienti: il luogo del lavabo e altri due ambienti intercomunicanti, il primo come luogo per il monumento sepolcrale dell’Arcivescovo Di Capua ed il secondo coperto da una elegante cupoletta, aveva sull’Altare una tavola dipinta da Silvestro Buono, attivo fra il XV e il XVI secolo, rappresentante la Madonna del pozzo (quale delle Madonne del Pozzo?) di cui se ne è persa traccia.ed alla quale il Di Capua era particolarmente devoto.

13  –  Per la storia della “Cappella delle reliquie del Duomo di Napoli”: cfr. Tino d’Amico, La Cappella delle Reliquie del Duomo di Napoli “Vestibolo del Paradiso” – Il blog di Tino: tinodamico.wordpress.com/2014/06/24

14  –  Cfr. Lorenzo Loreto, Memorie storiche de’ Vescovi ed arcivescovi della Santa Chiesa Napolitana, Napoli 1839.

15  –  Cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum ed il sarcofago strigilato nella Cappella Capece-Galeota nel Duomo di Napoli, Napoli 2015 il blog di tino tinodamico.wordpress.com, pubblicato anche sotto il titolo, Efebo, folrtunato e Massimo nel Duomo di Napoli, in: Rivista storica dei cappuccini di Napoli, anno VIII (2013), pagg.343-352.

16  –  Cfr. Tino d’Amico, Op. Cit. – Vedi anche Ennio Moscarella, S. Atanasio Vescovo di Napoli, in: Il Rievocatore, n.11-12 1972

17  –  Secondo G. M. Fusconi (Cfr. G.M. Fusconi, Sant’Atanasio Vescovo in Santi, Beati e Testimoni) nel secolo XIII le reliquie del corpo di Sant’Atanasio furono traslate nella Cattedrale e poste sotto l’Altare della Cappella del Santissimo Salvatore. Motizia imprecisa: nel secolo XIII il Duomo di Napoli e la Cappella del Santissimo Salvatore non esistevano ancora; la costruzione dell’edificio angioino iniziò dopo il 1283 e fu inaugurato nella prima metà del 1300, nel secolo XIV quindi, dopo crolli interni dovuti al collassamento delle strutture per l’utilizzo di materiali scadenti ed un terremoto. La realizzazione della Cappella intitolata fin dal tempo della fondazione dell’edificio al Salvatore Vetere (Cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum.. op.cit.) è di questo periodo, anche se risulta la più antica, con quella opposta lateralmente all’abside, di Sant’Aspreno, escludendo la presistente più antica Cappella dei Capece-Minutolo di Canosa (Cfr. Tino d’Amico, L’antependium (frontale) dell’Altare della Cappella dei Capece-Minutolo nel Duomo di Napoli, in: il blog di Tino – htpp//tinodamico.wordpress.com). La traslazione delle reliquie del Corpo di Sant’Atanasio I in Duomo, a mio avviso, sarebbe avvenuta quando, l’Arcivescovo Niccolò de Diano (1412-1435) nel 1414 concesse privilegi, rendite e fornì di una sede stabile nella Cappella del Salvatore Vetere, da allora detta nche di Sant’Atanasio I, il Collegio Clericale degli Ebdomadari, fondato da Sant’Atanasio I per la celebrazione liturgica quotidiana nei due edifici che costituivano la Catedrale napoletana, la Basilica detta di Santa Restituta e la Basilica detta Stefanìa e concesse loro una sepoltrura nello spazio antistante la Cappella stessa (cfr. Tino d’Amico, op.cit.)

18  –  Cfr. Domenico Ambrasi, S. Severo, un Vescovo di Napoli nell’imminente medio evo, (364-410) – Storia – Arte – Culto – Lewggenda,  Napoli 1974.

19  –  Cfr. Domenco Ambrasi, op. cit.

20  –  Cfr. Sergio Mattironi, Sant’Agnello di Napoli, Abate, in Santi Beati e Testimoni.

21 – “Eufebio Vescovo, bello di corpo, ma bello assai più nell’anima, presiedette santissimamente al popolo di Dio, fedelmente governandolo”.

22  –  Cfr. Tino d’Amico, un cartibulum ecc…,Op. Cit.

23  –  Cfr. Antonio Bellucci, La Catacomba di Sant’Eufebio presso il Convento Cappuccini di Napoli, edizione a cura di Fiorenzo Mastroianni in: Quiaderni Storici dei Cappuccini di Napoli, Napoli, 2001.

24  – 

EFEBO, FORTUNATO E MASSIMO 

(Sonetto di Fiorenzo Ferdinando Mastroianni o.f.m.capp.)


 
Scendeva Efèbo nella selva bruna

ove nel tufo dei sacrati scavi

stavan gli avelli degli antichi avi,

al sole ascosi e al chiar di luna.

Ove orava Efebo volle la cuna,

lungi da l’orbe e dai pagani pravi,

spargendo odori di virtù soavi,

e ancor qui i suoi fedeli aduna.

Venne prima a Lui San Fortunato,

perlato di sudor de la battaglia

che il divin Cristo contro Ario vinse.

E venne Massimo, e pure a Lui si strinse,

sì che trino fulgor ciascun abbaglia

chi a lor s’appressa ed al sacel sacrato!

Convento cappuccino di S. Eframo vecchio, 7.gennaio 2011

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La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli.

 

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di Tino d’Amico

L’autore nel suo studio.

Durante la attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di reliquie di Santi e Beati depositate nella cappella reliquiario del duomo di Napoli, ho rinvenuto una ciotola invetriata policroma, che presenta sul bordo interno, aggiunta in epoca ottocentesca la scritta informativa a caratteri gotici, del suo contenuto al momento del suo ritrovamento: VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

La data è quella della ricognizione canonica all’interno dell’Altare barocco della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, patronato della famiglia Capece-Galeota, nel duomo di Napoli, per la ricerca delle reliquie del copro di Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli (850-872) che la tradizione riteneva inumato nell’Altare della cappella.

Napoli – Duomo – il prospetto della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Il reperto la cui importanza è certamente non nel manufatto, ma nella sua integrità, perché trattandosi di comune vasellame da mensa ampiamente diffuso nell’Italia Meridionale nel limitare del sec. XIII e gli inizi del successivo, é a noi noto attraverso manufatti frammentari variamente recuperati: esso è una ciotola invetriata policroma a larga tesa, bordo leggermente inclinato verso l’interno, basso piede ad anello e presenta una decorazione interna a motivi geometrici ricurvi, campiti con punti di colori contrastanti, giallo ferraccia e verde ramino, su un fondo giallo ferraccia uniforme.

Esternamente, sullo stesso fondo giallo ferraccia , presenta una decorazione a macchie di colore verde ramino.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La ciotola angioina al momento del suo ritrovamento.

Spolverato, classificato, catalogato e inventariato, il prezioso manufatto è stato da me depositato nella lipsanoteca – S – scarabattola – W – e allo stesso ho attribuito il numero di inventario 677/b – S – W, perchè fu recuperato insieme al terriccio con frammenti ossei, rinvenuto anch’esso all’interno del sarcofago strigilato della cappella dei Capece-Galeota.

Al terriccio, contenuto in una busta di plastica trasparente e chiuso in un contenitore bianco legato con cordonetto rosso, come stabilisce il Codice di Diritto Canonico, ho attribuito il numero di inventario 677 – S – W.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La lipsanoteca dove ho riposto il reperto oggetto di questo articolo.

La singolarità del reperto non è il solo motivo di questa comunicazione: è il valore documentario della scritta informativa ottocentesca aggiunta suo suo bordo interno, che apre verso nuove indagini volte allo studio storico e critico del reperto, alla ricerca delle reliquie del corpo di Sant’Atanasio I, e tentare di dare una risposta al quesito agiografico sollevato dalla scoperta nel 1882 all’interno del sarcofago sottostante il cartibulum utilizzato come Altare Mensa , rinvenuto nascosto nella cassa dell’Altare barocco della cappella, di consistenti frammenti ossei che la Commissione presieduta dall’Arcivescovo Sanfelice attribuibuì al corpo di San Massimo, Vescovo di Napoli (356-362), per la fascia dedicatoria incisa sul bordo della Mensa; reliquie che la tradizione ritiene inumate insieme a quelle dei Santi Vescovi napoletani Fortunato ed Efebo (Efremo) nel corpo dell’Altare  della basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli, dove furono scoperte nel 1589.

Per la storia del loro ritrovamento, rimando al mio saggio Il cartibulum e il sarcofago strigilato del duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com.; questo lavoro, è dedicato alla sola ciotola angioina.

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Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli. Sorrento – Bas. di Sant’Antonio – Tela di Carlo Amalfi (1778).

Ricorrendo il primo millennio della morte del Vescovo di Napoli Sant’Atanasio I (850-872), si costituì una Commissione presieduta da Mons Gennaro Aspreno Galante (1842-1923), Sacerdote, storico, archeologo di fama internazionale, Canonico del Capitolo Cattedrale, per la ricerca di ciò che restava del suo corpo, che la tradizione riteneva inumato nell’Altare fanzaghiano realizzato al centro della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, fin dalla fondazione dell’edificio angioino, patronato della famiglia Capece-Galeota, che dal 1597 era diventata il luogo per la custodia e per l’adorazione delle Specie Eucaristiche, secondo le nuove linee pastorali del Concilio di Trento (1545-1567).

Napoli – Duomo – La cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio, come si presentava nei primi anni del passato secolo, con il ricomposto Altare fanzaghiano dopo la ricognizione canonica del 1882.

Trascorsero diversi anni prima che la Commissione di studiosi ed archeologi potesse incominciare le ricerche nella cappella per un susseguirsi di vicende storiche sfavorevoli, non ultima la morte dell’Arcivescovo del tempo, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1846-1877).

Finalmente il 26 e 27 giugno 1882, alla presenza del nuovo Arcivescovo, il Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897) si procedette alla ricognizione delle reliquie dei Santi Vescovi Stefano I (499-501), Giuliano (701 – ? ), Lorenzo (703-717), la cui presenza nell’Altare fanzaghiano risultava ampiamente documentata, per poi procedere alla ricerca delle reliquie  di Sant’Atanasio I, nel corpo dello stesso dell’Altare o altrove, all’interno della cappella.

Niente e nessun documento, noto alla Commissione, lasciava supporre il contenuto della cassa del prezioso Altare barocco e che disorientò studiosi ed archeologi.

La sera del 26 maggio ci fu una prima semplice esplorazione del sito e dell’Altare fanzaghiano e attraverso la retrostante fenestrella confessionis  si tentò di osservare l’interno della cassa.

Napoli – Duomo – Cortile interno – La fenestrella confessionis, reperto superstite dall’Altare di San Massimo nella cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Fu aperto il solo lato sinistro dell’Altare barocco e si intravide parte di un più antico manufatto.

Il giorno seguente, 27 giugno, si continuò la esplorazione  dell’Altare: fu rimosso il paliotto barocco e si notarono prima una coppia di  trapezofori e poi la antica Mensa che sostenevano e che presentava sulla fascia anteriore la iscrizione latina seguita dalla Croce Monogrammatica MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR,  che strabiliò la Commissione di esperti: sotto la Mensa apparve nella sua interezza un sarcofago romano.

Eseguita la ricognizione delle reliquie contenute nella lenos, il sarcofago fu nuovamente chiuso e sigillato e i giorno successivo, 28 giugno, fu interamente ricomposto l’Altare barocco, nascondendo al suo interno nuovamente i preziosi reperti.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero del prezioso cartibulum e del sarcofago nel 1957.

La Commissione non avendo trovato documenti probanti delle reliquie di Sant’Atanasio I, e non essendo nemmeno certa di chi fossero i frammenti ossei ritrovati, composti nella ciotola, e quelli frammisti al terreno, parzialmente raccolto dall’interno del sarcofago,ritenne opportuno, anche per non disorientare i fedeli,ricomporre l’Altare fanzaghiano, nascondendo al suo interno cartibulum e sarcofago.

Prevalse il parere dell’Arcivescovo su quello dello storico e dell’archeologo, che in ossequi alla volontà del suo Vescovo, fece apporre sul bordo interno della ciotola la scritta identificativa del suo presunto contenuto nella lenos VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero dei preziosi manufatti nel 1957 – (Da: F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1959).

Mons. Gennaro Aspreno Galante redasse un accurato verbale della ricognizione – indagine archeologica: “…27 giugno 1882..  duo fabbri laevam altaris athanasiani latus, unde heri marmoream tabulam avulsimus , effodere coeperunt; nec mora vetustae mensae angulus marmoreus , quo mensae latus innitebatur;…antica pars altaris ecertiu cepit; avulsa prima tabula marmorea, deide lapidea congerie, vetus altare spectatur, magnam praeseferens vetustatem. Scilicet duo griphi alati, qui classicam, non mediaevi, aetatem reddebant, marmoream mensam sustinebant, cuius labrum hac epigraphe inscriptum erat: MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR…..Nullus sarcophago inscriptus erat titulus. Tum maceriem inter et pulverem Dominus meus mensam subiit, et sarcophago adhaerens aperiri iussit; amodo caute aperculo , me propius accedente, apparuit ossium ac pulveris congeries linteo albo obtecta, quod imas oras acu pictas et fimbriis exornatas habebat; duae potissimum tibiae dignoscebantur, vasculum etiam ligneum et patera fictilis miniribus ossibus plena erant, lignei insuper loculi fragmenta et soleae frustula. Dominus meus singula ossa, magna animi pietate et gaudio exosculatus mirantibus nobis ostendit, aeque iterum sarcophago composuit quaedam ossa minora, pateram, solae et lintei partem extra reservavit. Obseratus iterum sarcophagus plumbo obsignatus est…Sagrista altaris structuram eadem ipsa nocte iterum componere studebat, quae tamen incrastinum emendari debuit…” (cfr. A.Bellucci, Onoranze alla venerata memoria di Mons. G.A.Galante), Napoli 1925).

La memoria della ricognizione del 1882 è in una pergamena conservata presso la Curia Arcivescovile di Napoli, Archivio della santa Visita. fondo pergamenaceo n.70.

Di essa riporto il testo parziale per dovere di cronaca perché entrambe costituisco la relata autenticativa della ciotola angioina e del terriccio raccolto dall’interno della lenos, ma anche delle ossa, qualora venissero ritrovate.

“…Erat autem fimbriis satis exornatum atque ad imas oras acu pictum nihil admodum sui amiserat coloris  et fortitudinis. Quod reverenter evolventes duas invenimus tibias, unam integram, mutilam alteram: sinistrorsum vera patera fictilis aspiciebatur parvis ossibus plaena manum potissimum ac pedum; destrorsum vasculum ligneum rotondum ossium fragmentorum , vestium ac solearum simul congesta massa una tumuli pars obducta erat, nec lignei feretri frusta per ossa et cineres sparsa deerant, nec ferreae subscudes feretrum ipsum olim firmantes ubi sacrum cadaver positum fuerat. Tunc Nostris Ipsi manibus majora minoraque ossa sigillatim secrevimus, cinerem totum et pulverem in ima sarcophagi parte substravimus, duas autem tibias reverenter deosculantes et iis qui aderant,  exhibentes super cinerem in pace composuimus , parva vero ossa e patera fictilis et ligneo vasculo in aliam patinam transtulimus, omnia eodem ipso linteo obtegentes. Desuper vero lignea frusta collocavimus,retinentes tamen Nobis duo  pedem ossa, cranii fragmentum, molaris dentis, coronidem soleae frustulum ac ipsam fictilem pateram atque lintei partem….”

Napoli – Duomo – Il sarcofago del III sec. interamente recuperato, nel 1957.

L’Arcivescovo Sanfelice demandò al Vescovo di Nocera Mons Luigi del Forno (1885-1912), presente a Napoli per la sua consacrazione episcopale , la riconsacrazione del violato Altare, il 12 ottobre 1885, ridedicandolo al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I , che pose al suo interno alcuni frammenti ossei dei corpi di San Massimo, San Gaudioso, Santa Lucia, San Gregorio Magno, in una capsella plumbea che ho recentemente ritrovata all’interno della lipsanoteca sinistra della cappella reliquiario del duomo, dove fu riposta nel 1957 , quando l’Altare barocco fu definitivamente smontato per il recupero dei reperti archeologici che nascondeva.

Napoli – Duomo – la definitiva sistemazione nella cappella dell’Altare fanzaghiano, del cartibulum e del sarcofago.

L’Altare barocco, poi negli anni ’80 del passato secolo, dopo un restauro al ciclo di affreschi della cappella, fu ricomposto, integrando i pezzi mancanti, sulla parete di fondo del sacello e il prezioso cartibulum e il sarcofago rimasero posizionati al centro del piccolo presbiterio con intorno i lacerticoli del pavimento di riggiole napoletane del ‘500, rinvenute con la rimozione del manufatto fanzaghiano

Fu un intervento personale delll’ allora Cardinale Arcivescovo Mons. Michele Giordano (1987 – 2006).

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio – I lacerticoli dell’antico pavimento di riggiole napoletane del ‘500.

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Mons. Franco Strazzullo, (cfr. F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1957), così conclude il capitolo dedicato alla scoperta dei reperti e delle reliquie  contenute nel sarcofago, e riporto brani del suo testo perché testimoniano la perplessità dell’ottimo Sacerdote, dello storico, dello studioso: “…restano ora da affrontare  due ordini di questioni, una agiografica (le ossa rinvenute nel sarcofago sono i resti di Sant’Atanasio…o di San Massimo), l’altra di interesse artistico (esame stilistico dell’Altare e del sarcofago). Mi rendo conto che a questo punto il lettore avrà tutta l’ansia di sapere a chi dei due Santi appartengono le reliquie contenute nel sarcofago…Nell’estate del 1957 S. Emin. il Cardinale Mimmi, nel desiderio di procedere alla ricognizione delle reliquie , nominò una Commissione di esperti, presieduta da Mons. Domenico Mallardo, e divisa in sezione scientifica e sezione storica. Fino ad oggi  un velo di silenzio è ancora steso sui lavori svolti , talchè sarebbe del tutto azzardato anteporre un giudizio. Per ora (1959 n.d.r.) non è stato ancora comunicato il risultato  a cui è pervenuta la Commissione scientifica…”, perché i resti mortali di San Massimo, sono venerati nella basilica catacombale di Sant’ Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli.

Napoli – Basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappucini di Napoli – La fenestrella confessionis aperta sul paliotto del maggiore Altare per consentire la venerazione delle reliquie dei Santi Vescovi Efebo, Fortunato e Massimo.

E ritengo che non si conoscerà mai il risultato della indagine scientifica: le reliquie raccolte nella lenos sono, almeno fino ad oggi (2017 n.d.r.) introvabili.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo o “degli Illustrissimi” – Elementi dell’Altare fanzaghiano, smontato nel 1957 e ivi depositati.

Devo necessariamente riferire che nel mese di febbraio 2015, il Cardinale Arcivescovo di Napoli, Mons. Crescenzio Sepe, dispose il restauro dell’ipogeo che custodisce le salme di alcuni Vescovi di Napoli e di altri deceduti in città.

Provvidi, su proposta capitolare, a redigere un elenco, ordinato secondo il cronologico delle varie date di deposito e corredato di necessarie notizie biografiche, delle salme, chiuse nei cofani, come prescrive il Codice di Diritto Canonico e le norme igieniche relative alle sepolture.

Furono sistemate nell’ipogeo restaurato, anche un cofano funebre contenete ossame raccolto da antiche sepolture del duomo, due cassette di zinco sigillate contenenti altro ossame e tre cassette di legno anonime,  contenenti i resti mortali di tre individui e alcuni canopi contenenti parti molli umane, ormai disseccate.

La provenienza di questi resti umani anonimi, è nel decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721, che vietava la presenza di corpi di defunti in sepolcri elevati da terra, oppure essi furono variamente recuperati durante i lavori ottocenteschi all’interno del duomo.

Con i cofani funebri e le cassette-contenitori di ossame, temporaneamente riposte nella cappella funebre del Cardinale Alfonso Castaldo, nello spazio della cripta di San Gennaro, fu riposta e da me osservata,  anche una cassetta di legno compensato chiaro, di fattura moderna, di grandezza e forma tipica delle cassette, contenitore di reperti di laboratorio, chiusa con una chiave la cui toppa risulta ottonata.

Potrebbe contenere i reperti ossei raccolti dal sarcofago e composti al suo interno per l’esame della Commissione costituita nel 1957.

Resta comunque aperta ogni ipotesi circa la attribuzione delle reliquie rinvenute all’interno della lenos, qualora esse venissero ritrovate e riconosciuta la loro origine, con elementi probanti e sottoposte ad accertamenti utilizzando i moderni sistemi di datazione e comparazione.

Ma questo riguarda solo la questione agiografica sulla datazione e identificazione delle reliquie ritrovate.

Mons. G.A,Galante, archeologo, filologo, storico dava importanza alla tradizione e per essa considerava le reliquie ritrovate, appartenenti al corpo di sant’Atanasio I, piuttosto che al corpo di San Massimo venerato nella chiesetta catacombale di Sant’Efremo dei Cappuccini dove erano state ritrovate nel 1589 (Cfr. Tino d’Amico, Op.Cit.)

Per il Galante le reliquie erano da attribuire al corpo del Santo Vescovo Atanasio I, anche perché come tali erano state venerate durante le Sante Visite, dagli Arcivescovi, certi della loro deposizione nell’Altare fin dal tempo della inaugurazione del duomo angioino e, delle Sante Visite, esistono verbali e relazioni.

L’Altare fanzaghiano poi, fu costruito alla fine del ‘600, dopo la Santa Visita del Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart, che lo vide al suo posto e che, per non riaccendere la allora placata polemica tra le due componenti clericali, Capitolare Vescovile e gli Ebdomadari decise l’occultamento dell’antico sia pur prezioso Altare e del sarcofago e non solo. (Cfr. Tino d’Amico, op.cit.),

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La storia della produzione ceramica nell’alto medioevo è argomento ampiamente e variamente trattato e le note che seguono servono per inquadrare storicamente il manufatto e tentare di dimostrare la sua appartenenza alla produzione ceramica comune napoletana, di epoca angioina.

Napoli nel medio evo aveva rapporti commerciali e culturali con il mondo islamico, contatti che si intensificarono dopo la espansione araba in Spagna e Sicilia.

Il Meridione d’Italia, dalla metà del IX secolo alla fine dell’XI, entrò nell’orbita culturale e politica bizantina (periodo ducale di Napoli) e Napoli svolse un  ruolo di mediazione culturale fra il mondo greco e il mondo latino.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – la ciotola angioina.

Nel XII secolo, poi, aumentarono sempre più i traffici delle principali città campane con i saraceni: Napoli, Salerno, Amalfi, Benevento furono volani per  un prezioso impulso alla circolazione delle merci, olio, vino, spezie, trasportate con manufatti ceramici, ma anche i flussi di pellegrini e soldati, imposero la necessità dell’uso di comune vasellame ceramico sulle navi, ma anche nei luoghi di sosta.

La libera circolazione di mercanti e viaggiatori, fu favorita dal trattato stipulato da Federico II con l’Emiro di Tunisi  nel 1231, che costituì il canale di penetrazione di produzioni artigianali locali verso l’oriente  e dall’oriente verso il Meridione d’Italia, dove giunsero anche oggetti comuni di produzione ceramica.

La circolazione di manufatti di provenienza araba e fra questi anche la ceramica invetriata che si diffuse nel Regno Svevo, favorì anche l’arrivo di artigiani che aprirono le loro botteghe nelle principali città e  a Napoli.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta Lecce.

Il trasferimento coatto, a partire dal 1223-25 e nel 1246 della colonia araba di Sicilia a Lucera e nei territori limitrofi con la creazione di un vero e  proprio ghetto arabo nella città, vide lo stabilirsi in quei territori anche di colonie di ceramisti che continuarono la loro attività manufatturiera: costoro riuscirono ad influenzare la già fiorente produzione ceramica locale e a diffondere la tecnica della invetriatura stannifera e verniciatura piombifera  verso il nord della penisola.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Particolare della ciotola angioina che evidenzia la scritta identificativa aggiunta dal Galante nel 1882.

Con gli angioini lo sviluppo degli scambi tra Meridione e Italia Centrale, fu favorita anche dai fiorenti rapporti con lo Stato della Chiesa, che rese più capillare la penetrazione della produzione ceramica di tipo siculo-arabo anche verso il nord.

Dopo la distruzione di Lucera del 1301, da parte di Carlo I d’Angiò ed il trasferimento a Napoli di artigiani provenienti da quella città, molti ceramisti impiantarono bottega nell’area del mercato e dell’antico foro.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta a Lecce.

La ceramica di epoca angioina prodotta nelle botteghe napoletan dalle quali certamente proviene la ciotola-fonticolo, e conosciuta attraverso frammenti rinvenuti nell’area del Castello Angioino, vasellame comune da mensa, nella forma maggiormente attestata , è un catino con orlo ingrossato e ricurvo verso l’interno, corpo a calotta emisferica ribassata e piede ad anello.

Presenta generalmente invetriatura gialla o verde oliva, con decorazioni di bruno e verde, abbastanza rozze, o giallo ferraccia e verde ramino.

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Prof. Tino d’Amico – CURRICOLO

Tino d’Amico è nato a Napoli nel 1947, dove risiede e svolge la sua attività culturale.

Terminati gli studi presso il Liceo Artistico, ha frequentato la Facoltà di Architettura; ha superato il Concorso Statale per l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole superiori di secondo grado e per un decennio ha insegnato Storia dell’Arte e Disegno negli istituti Magistrali e nei Licei Scientifici e Critica d’arte in un Liceo Classico.

Dal 1980 ha lavorato presso l’Amministrazione Comunale di Napoli come Funzionario Dirigente di alcune divisioni amministrative e dal 1996 come Dirigente Scolastico di gruppi di strutture scolastiche dipendneti dalla stessa Amministrazione, chiedendo di essere collocato a riposo nel 2010.

Poeta in lingua e dialettale, ha collaborato a giornali e periodici con articoli di Critica d’Arte e Critica letteraria, storiografia, sociologia, antropologia, biografia e napoletanità.

Pubblica attualmente sul blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com saggi storici sul duomo di Napoli e articoli di varia cultura.

Nella Chiesa di Napoli è stato istituito Accolito ed esercita il suo ufficio liturgico nel duomo cittadino ed attualmente è impegnato nella classificazione, catalogazione, restauro ed inventario delle reliquie e dei reliquiari dei Santi e Beati venerati nella cappella lipsanoteca, nel servizio liturgico attivo, nelle varie catechesi agli adulti e in una fattiva collaborazione nel servizio della carità.

Felicemente sposato da quasi cinquant’anni, gode della presenza festosa di quattro nipoti.

Saggi ed articoli recentemente pubblicati:

  • L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad Fontes minore.
  • Napoli, Basilica del Carmine Maggiore – Il Crocefisso che chinò il capo per schivare un colpo di bombarda.
  • Di due frammenti di transenna, di un frammento di pluteo e di un pilastrino di epoca ducale nella cappella di San Lorenzo del duomo di Napoli.
  • Il bassorilievo della Madonna col Bambino nella cappella Carbone del duomo di Napoli, lastra marmorea superstite  di uno smembrato monumento funebre.
  • L’Albero di Jesse del duomo di Napoli, affresco di Lello de Urbne (da Orvieto ? ), elaborazione grafica della genealogia legale di Gesù; venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale del Figlio del Dio Vivente; omaggio sacralizzante della monarchia angioina attraverso la committenza vescovile e una discreta presenza templare.
  • Napoli – L’obelisco della piazza del Gesù – Ruolo e significato di un arredo urbano.
  • Il Cristo della parusia che cavalca il globo solare della cappella del Salvatore e di Sant’Atanasio I , nel duomo di Napoli.
  • Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli: un funerale da Montecassino; un morto che risuscita: una veduta di Napoli nel ‘500 dalla parte del Carmine; Sant’Eufebio morto che appare e celebra una liturgia nell’oratorio della catacomba.
  • La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli e le reliquie di San Massimo in Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli.
  • La Madonna col bambino in gloria di Diego de Siloe nella cappella Tocco del duomo di Napoli.
  • Il cartibulum ed il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli.
  • L’unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: il Passus Ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.
  • Il paliotto dell’Altare della cappella Capece-Minutolo del duomo di Napoli, inedito, singolare reperto bizantino proveniente dalla distrutta basilica detta Stefanìa .
  • La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “Vestibolo del Paradiso”.
  • Ritrovato nei depositi del duomo di Napoli il fonticolo delle reliquie di Sant’Agrippino, sesto Vescovo di Napoli (223-233). Il mistero delle iscrizioni dedicatorie.
  • Il Crocefisso romanico franco-iberico della cappella Caracciolo-Pisquizy del duomo di Napoli.
  • La palpitante unione con Gesù Crocefisso di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C.
  • Ritrovato nel reliquiario del duomo di Napoli il chirosalterio, manoscritto inedito di Sant’Andrea Avellino.
  • Don Dolindo Ruotolo Sacerdote napoletano.
  • Il ritiro di San Raffaele a Materdei.
  • San Francesco d’Assisi patrono dell’ecologia, e la possibile alleanza tra scienza e fede auspicata da Papa Francesco con la Lettera Enciclica LAUDATO SI.
  • Il trono dell’Arcivescovo Bernardo de Rodes (1368-1378) nel duomo di Napoli .
  • Un fumetto ante litteram in un ex voto marmoreo napoletano.

 

Il duomo di Napoli intitolato a Maria Santissima Assunta.

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Appunti – Ricerche – Studi

di Tino d’Amico

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Nell’ambito della ricerca e dello studio sul duomo napoletano, ho incontrato notevoli difficoltà nel ricostruire l’assetto originario, interno, della struttura e le modifiche apportate nel corso dei secoli, perché concorsero alle modificazioni, una serie di eventi sismici, documentati, (1293, 1349, 1456, 1686, 1688, 1731/32, 1805) che resero necessari interventi radicali, ricostruttivi di notevoli parti dell’edificio e delle strutture portanti, e che concorsero anche a trasformazioni, adeguamenti, abbellimenti dell’assetto interno e del suo arredo liturgico.

Il terremoto del 1456, che forse fu il più forte in Italia, di magnitudo 7,1 e quello in due fasi del 1731/32, furono i più disastrosi.

Il risultato della mia ricerca è questo contributo, che mi auguro il più possibile rispondente alla realtà storica e il più esaustivo possibile rispetto alla descrizione degli eventi che hanno conformato l’attuale complesso episcopale.

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Napoli – Veduta aerea del complesso episcopale.

Esso è la introduzione allo zibaldone di articoli con i quali descrivo luoghi, opere, manufatti che costituiscono l’arredo liturgico del duomo.

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La costruzione del duomo angioino fu una intuizione politica di Carlo I d’Angiò (1226-1285) all’indomani della sua investitura a re di Sicilia  (1266).

Carlo fu investito della sovranità sul feudo, che allora comprendeva l’Italia Meridionale e la Sicilia, territorio dello Stato Pontificio, tale da sempre, per la falsa “donazione di Costantino” su cui per secoli la Chiesa aveva fondata la legittimazione del suo potere temporale sull’Occidente: secondo un documento apocrifo dell’VIII-IX secolo, redatto dalla Cancelleria Pontificia, confutato e riconosciuto falso da Lorenzo Valla (1407-1457), nel 1440, Costantino avrebbe donato a Papa Silvestro I  (314-335) l’Impero Romano d’Occidente.

san-silvestro1-copiaRoma – Basilica dei Santi Quattro Coronati – Anonimo del XIII secolo, Costantino offre a Papa Silvestro I la tiara, simbolo del potere temporale e spirituale sull’Impero Romano d’Occidente. 

Nominato re di Sicilia da Urbano IV (1261-1264), il francese Jacque Pantaleon, nel 1263, nel 1266 prestò giuramento di vassallaggio alla Chiesa nella persona di Papa Clemente IV (1265-1268) il francese Guy Foucois, accettando tutti i capitolati dell’accordo, e fra questi la possibilità di successione al trono, sia maschile che femminile, nella persona del maggiore dei figli e, nella ipotesi della mancanza di eredi, il ritorno del Regno nella disponibilità della Chiesa; il pagamento di un censo annuale di 8.000 once d’oro, da versare nel giorno della festa dei Santi Pietro e Paolo, contenute in un vaso d’argento legato in groppa ad una mula bianca (detta chinea) che in omaggio al Papa si sarebbe dovuta inginocchiare davanti al trono, ma si impegnò anche di rispettare altre clausole circa i rapporti con il clero, le proprietà della Chiesa, il non interferire nella attività di proselitismo e la costruzione o restauro degli edifici di culto.

Ma Carlo, il Regno doveva andarselo a conquistare.

Urbano IV  da parte sua, intendeva con lui eliminare dalla scena politica il destituito e scomunicato Manfredi (1233-1266) autoproclamatosi re di Sicilia, per successione dinastica: figlio illegittimo di Federico II (1194-1250) questi prima di morire sposò la madre di Manfredi, la contessa Bianca Lancia (1210 ?-1250 ?) legittimandolo come figlio.

Manfredi era in aperto contrasto con il Papa che non accettava l’insediamento della casata sveva in Italia Meridionale e in Sicilia e riteneva illegittima la sua investitura e decaduto da ogni diritto di successione perché il Regno era feudo della Chiesa e solo al Papa spettava assegnarlo in vassallaggio.

Manfredi ci provò, a scippare il Regno alla Chiesa, concedendo in  sposa la figlia Costanza (1249-1302) a Pietro III d’Aragona, svincolando così il Regno di Sicilia dal vassallaggio pontificio ed assicurando alla casa sveva una successione dinastica attraverso la propria figlia.

Carlo fin dalla sua investitura reale, incominciò ad adoperarsi per aumentare la sua egemonia sull’Italia, tentando l’unificazione territoriale dei Regni e delle autonomie comunali e dare consistenza legale a quello che andava costituendosi in un impero, sotto la sua autorità assoluta, che comprendeva le contee dell’Angiò, del Maime, della Provenza, del Forcalquier, re di Sicilia  e di Napoli, principe di Taranto, re d’Albania, dell’Acacia, di Corfù, di Morea, di Tessalonica, di Gerusalemme, imperatore di Costantinopoli, signore della Lombardia e della Toscana e console di Roma, e la trasformazione del suo vassallaggio temporaneo nei confronti della Chiesa in una investitura regale perpetua, con successione dinastica ereditaria sui feudi non più pontifici.

I tentativi non andarono a buon fine, politicamente per la netta opposizione papale al suo progetto, per il governo dispotico imposto, per i pesanti tributi, la assegnazione degli antichi feudi confiscati ai baroni autoctoni, ai francesi e il trasferimento della capitale del Regno da Palermo a Napoli.

francesco_hayez_023Francesco Hayez, I VESPRI SICILIANI – Roma, Galleria Nazionale di arte moderna – L’inizio della rivolta, nel Vespro di Lunedì di Pasqua del 30 marzo 1282, nei pressi della chiesa palermitana del Santo Spirito.

La sua politica, la pesante imposizione fiscale e il sopruso francese sulla gente di Sicilia, furono la causa di una protesta popolare e non solo, che sfociò ne “i vespri siciliani” (1282) a favore degli aragonesi che vantavano sul Regno di Sicilia diritto di successione dinastica, nella persona di Pietro III d’Aragona, e della divisione del Regno in due: Regno di Napoli, agli angioini, Regno di Trinacria, agli aragonesi, dopo la pace di Caltabellotta (1302).

Ma Carlo I era già morto (1285), sconfitto dai tradimenti dei baroni siciliani ai quali si unirono anche gli antichi baroni che avevano perso feudi, titoli e ricchezze e che si schierarono con gli aragonesi, dalla guerra per il recupero dell’Isola e la riconquista del Regno, e da una febbre persistente.

Il progetto di una successione dinastica perpetua però, sembrava prendere consistenza: gli successe sul trono Carlo II (1254-1309) e a  questi Roberto (1278-1343) che non avendo più eredi maschi, in virtù dell’accordo stilato a suo tempo fra Papa Clemente IV e Carlo I, passò il testimone del Regno alla nipote Giovanna I (1326-1382).

Il Regno poi passò al, ramo ungherese della famiglia, e ritornò agli angioini con Giovanna II (1373-1435), nel 1414, che raccolse nel 1415 con le nozze con Giacomo II di Borbone, il titolo di regina con la promessa di un diritto di successione dinastica per l’erede e gli eredi successivi, erede che non venne per la sua avanzata età e la fuga del marito per i troppi tradimenti della consorte, ma che venne per adozione, di un aragonese, Alfonso I.

Carlo II d’Angiò, riprendendo il progetto paterno per tentare di modificare gli accordi di vassallaggio, ritenendo i tempi ormai maturi, incominciò a tessere le trame per la sua attuazione, profittando della presenza a Napoli di Celestino V, dal 6 novembre al 13 dicembre 1264,  che suo malgrado stabilì la residenza e la sede pontificia nel Castello Angioino napoletano, ritenendo opportuna la protezione  offerta dal re di Napoli.

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Celestino V – Santuario di Maria Santissima di Casaluce (Aversa) – Affresco di scuola giottesca.

Ma la sua inaspettata, sorprendente rinuncia al papato, non sortì nemmeno una promessa, per una futura concessione o modifica dell’accordo di vassallaggio, e nemmeno dal nuovo Papa, Bonifacio VIII, (1294-1303), Benedetto Caetani, eletto da un Conclave tenuto a Napoli, nel Castello angioino il 24 dicembre 1294.

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Carlo II d’Angiò dotò di una nuova e più rappresentativa Cattedrale metropolitana, a partire dal 1294, la capitale del Regno, ed è considerato il vero fondatore  del duomo, continuato e completato intorno al 1319, almeno nella parte strutturale, da Roberto, nel rispetto del capitolato dell’atto di vassallaggio, mentre la Diocesi era governata da Filippo Minutolo (1285-1301).

Filippo Minutolo (1285-1301) costituito Arcivescovo di Napoli dopo quasi cinque anni di sede vacante , forse per la vicenda politica e militare legata alla “guerra del vespro”, era un chierico, impegnato presso la corte angioina in delicati uffici e come consigliere del re, uomo di fiducia, veniva inviato per svolgere missioni diplomatiche anche presso le altre corti, fu scelto forse su proposta di Carlo II per i buoni uffici interposti a suo favore presso la Curia Pontificia, presso cui era ben introdotto, come delegato del sovrano angioino contro gli aragonesi.

E fu proprio lui a sollecitare l’aiuto di Carlo II per porre riparo e rendere più sicuri e decorosi gli edifici vescovili che il terremoto del 1180 aveva gravemente danneggiato e l’ultimo in ordine di tempo, del 1293, aveva ulteriormente indebolito.

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Amedeo Formisano – ricostruzione grafica dell’interno del duomo di napoli, così come doveva apparire alla inaugurazione dell’edificio (1319).

La costruzione dell’edificio, iniziata da maestranze provenzali, venute a Napoli al seguito della corte angioina, fu continuata da maestranze locali, a partire dal 1294, con  lo spianamento dell’area e la eliminazione di preesistenti edifici religiosi, alcuni del IV – V secolo, altri dell’VIII, parzialmente la basilica costantiniana detta di Santa Restituta, già forse ruotata nell’impianto planimetrico, nel VII-VIII secolo, che risultò di molto ridotta nella lunghezza, e perse il quadriportico, e fu del tutto abbattuta la sua basilica gemina, detta Stefania, iniziando ad impiantare il cantiere sull’area recuperata, sul terrapieno realizzato con i materiali di risulta per pianeggiare e livellare l’area.

cap0lRicostruzione grafica della cittadella vescovile nel secolo VIII-IX, al tempo del Ducato bizantino: Emerge la struttura della basilica cattedrale detta di Santa Restituta e la sua basilica gemina detta Stefanìa, la prima con l’abside a sud, prima che fosse ricostruita a nord, la seconda con l’abside a nord, separate dal Vicus S. Laurentii ad Fontes –  La planimetria elaborata da Alessio Simmaco Mazzocchi e disegnata da A. Sersale nella prima metà del ‘700, mostra la sovrapposizione della costruzione angioina sulla diroccata Stefanìa e la riduzione in lunghezza della Santa Restituta.

Sull’area recuperata si iniziò la costruzione dell’abside e delle prime strutture portanti, nel settore orientale, recuperando la antica cappella intitolata a San Pietro, del VII-VIII secolo, patronato della famiglia Minutolo, che trovandosi ad un livello inferiore rispetto all’area su cui doveva sorgere il nuovo edificio, nell’angolo di sud est, sulla piazza di Capuana, divenne la cripta della nuova cappella di patronato dei Minutolo (l’Arcivescovo del tempo era Filippo Minutolo).

La costruzione fu iniziata sotto Carlo II a partire dal 1294, che  è  considerato  il fondatore del nuovo duomo, ma alcuni atti relativi alla costruzione, furono posti in essere già al tempo di Carlo I che nel rispetto dei capitolati del vassallaggio, aveva già foindato San Lorenzo Maggiore e concesso terreni per costruire il complesso del Carmine, degli agostiniani e per costruire l’ospedale e la chiesa dei Santi Dionisio, Martino ed Eligio

Alcuni documenti superstiti della Cancelleria angioina, del 1283, riferiscono dei preliminari per fornire delle risorse  necessarie la costruzione dell’edificio, che risulta già intitolato alla Santissima Vergine Assunta, Patrona principale di Napoli (San Gennaro è il Compatrono principale). aggiungi su affresco siripando: più antica immagine della assunta nel duomo

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In un mio precedente studio sull’affresco dell’Albero di Jesse, dipinto sulla controfacciata della cappella di San Lorenzo, nel duomo di Napoli, (Duomo di Napoli – L’Albero di Jesse: affresco di Lello de Urbe (da Orvieto) – Elaborazione grafica della genealogia legale di Gesù; venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale del Figlio Unigenito del Dio Vivente;ecc….. in: tinodamico.wordpress.com), commissionato dall’Arcivescovo Umberto d’Ormont  (1308-1320) ad un artista della cerchia di Cavallini , Lello de Urbe, da Roma (o da Orvieto), nell’evidenziare sull’affresco la presenza della immagine della Santissima Vergine Maria “della Libera”, così come venerata a Campobasso, considerando la presenza sulla stessa immagine della Vergine di simboli templari, così come sulla immagine di Campobasso, considerando la presenza dei cavalieri templari a Napoli,  come custodi del tesoro reale e addetti a servizi amministrativi, ho ricercato all’interno dell’edificio angioino, tracce della loro presenza anche nella fabbrica stessa del duomo, rilevando nella planimetria dell’edificio uno schema elaborato non “per stupire” ma “per parlare” a chi ad essa accedeva, a chi ancora oggi percorre la sua ampia navata.

Tracce di una presenza templare? Un discorso iniziatico criptato?  Niente di tutto questo.

I costruttori del duomo angioino, ne sono convinto, immaginarono di “parlare” per mezzo delle  pietre e fare di esso uno strumento utile per la personale e futura meditazione di altri, che spingesse alla ricerca dell’Assoluto; disegnarono un edificio la cui forma, la vastità, non era risultato della riflessione di un esteta, non  solo  frutto di un calcolo nato dalla esperienza nel combinare rapporti di equilibrio statico, una necessità dalla quale  non potevano sottrarsi, ma  volevano consegnare al futuro una traccia della loro presenza..

Ma tutti i luoghi sacri sono concepiti per agire sull’uomo e renderlo disponibile al contatto con la trascendenza.

La  ricerca dell’Assoluto doveva essere comunicata agli altri, a chi in esso entrava per ricevere una influenza positiva, una risposta ai personali segreti interrogativi.

Alcuni membri della famiglia angioina erano certamente templari e pare lo fossero Carlo I e Carlo II: sta di fatto che entrambi concessero  all’Ordine proprietà per la loro Commende e donativi per le loro case.

I templari godevano della fiducia dei re francesi ai quali fornivano assistenza amministrativa e fornivano anche denaro in prestito.

Carlo I nominò un certo templare Arnulfo, tesoriere e custode della “torre dell’oro” del castello angioino , a cui successe un altro templare, Guidone, fra il 1268 e il 1269 e sono noti i simboli templari presenti, disegnati, sui muri dei camminamenti di ronda della fortezza.

Alcuni templari erano anche collettori dei dazi  del Regno, come il cavaliere sepolto nel duomo il cui gisant  riproduce suo fianco sinistro una spada che sul pomolo ha una croce, a mio giudizio, templare.

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Il Gran Maestro templare Jacque de Molay soggiornò nella Commenda Principale napoletana, accanto alla chiesa dell’Incoronata, sul cui portale di ingresso la regina Giovanna I, fece incastonare una Spina della Corona di Nostro Signore Gesù Cristo ed  era a Napoli accanto a Celestino V  e partecipò a Napoli al Conclave successivo, che elesse Bonifacio VIII, nel 1295.

Le reliquie della Sacra Spina erano molto venerate dai templari: nella cappella delle reliquie  del duomo è conservata una Sacra Spina, in un reliquiario ottocentesco.

Essa fino al tempo dell’Arcivescovo Sanfelice (1878-1897) era sistemata in un pozzetto ricavato sulla spalla del Crocefisso romanico franco-iberico della cappella dei Caracciolo-Pisquizy del duomo, e il Crocefisso fu offerto in dono per il costruendo edificio, da un Caracciolo (cfr: Tino d’Amico, Duomo di Napoli – Il Crocefisso romanico franco-iberico della cappella Caracciolo-Pisquizy).sdc11828

Napoli . Duomo – Cappella reliquiario: la reliquia della “Sacra Spina”.

La costruzione del castello angioino, fu iniziata da Carlo I d’Angiò nel 1279, su progetto di Pierre de Chaulnes, ma Carlo aveva già scelto come suo cameriere Gualtiero Seripando che Carlo II confermerà nella sua responsabilità amministrativa nella costruzione delle “fabbriche reali” dal 1307, coadiuvato da Giovanni Caracciolo d’Isernia: il Seripando conserverà la sua carica anche dopo la morte di Carlo II, al tempo di Roberto, fino al 1330.

I Seripando, nobile e potente famiglia greca, vennero in Puglia nel XIII secolo, al tempo della espansione musulmana nel Peloponneso.

Furono feudatari  al tempo di Manfredi, di Giovinazzo e Bari, e per questo motivo “inquisiti” da Carlo I, che poi riconosciuta la loro lealtà li confermò nei titoli e nelle ricchezze e concesse loro nuovi feudi: probabilmente erano templari e questo mi fa considerare possibile la presenza templare fra i costruttori dell’edificio angioino.

Ai Seripando fu concesso il diritto di patronato sulla cappella di Santa Maria Maddalena nel costruendo duomo e i templari ritenevano Maria Maddalena depositaria di importanti segreti su Gesù e per questo  consideravano anche essa patrona dell’Ordine.

La cappella non subì danni col terremoto del 1456 e non dovette essere danneggiata nemmeno dall’evento sismico precedente, del 1349, infatti sono stati ritrovati, qualche anno fa, degli affreschi al suo interno, che rappresentano San Giorgio, San Nicola e san Teodoro Studita, e una “Dormizione di Maria”.

La Assunzione al cielo di Maria è una tradizione della Chiesa  dei cristiani ortodossi  ed armeni, festeggiata  già nei primi  secoli, il 15 di agosto, con il Titolo di “Dormizione di Maria”: la festa presto trasmigrò nella Chiesa romana tant’è che il Calendario Marmoreo della Chiesa napoletana, dell’VIII-IX secolo, il giorno 15 agosto     fissa la festa liturgica della ASSUNZIONE della S(anta) MARIA.

I Seripando di origine greca, forse erano legati alla Chiesa Ortodossa, prima di aderire alla Chiesa Romana e fecero dipingere nella loro cappella di patronato Santi protettori della loro Terra, ma anche la Dormizione di Maria.

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Il duomo napoletano è intitolato alla Santissima Vergine Assunta, come la maggior parte delle chiese cattedrali, perché esse sono la immagine più significativa e compiuta della Chiesa e ne esprimono in qualche modo la pienezza.

“La Chiesa è un popolo in cammino verso il compimento che avrà luogo solo nella gloria del cielo, quando tutta la creazione – uomo e cosmo – saranno ricapitolate in Cristo (Ef.1, 10; Col. 1,20; Pt. 13, 10-12).

L’Assunta è il prototipo della Chiesa escatologica , sintesi del progetto di grazia che Dio per Cristo nello Spirito Santo ha compiuto e compie in favore del genere umano ed è incitamento e stimolo a percorrere con gioia la via tracciata da Dio per l’attuazione del Suo disegno salvifico” (G. Lauriola).

1782045_10206270110489989_2520679219773014000_nNapoli – Duomo – L’immagine dell’Asssunta al centro dell’abside – (foto Gerardo Palmese).

Molti artisti lavorarono per innalzare il duomo angioino, dipinsero, scolpirono le opere d’arte in esso contenute, ma Dio, la Vergine, Cristo non si raggiunge  fantasticando e commuovendosi fra cupole e pinnacoli, o incantandosi davanti ad opere prodotte dal genio umano, presenti in ogni tempio, il divino si percepisce in ogni momento, lo si trova  nascosto nel mistero della Santissima Eucaristia, termine del cammino individuale verso la ricerca dell’assoluto.

Le direttrici di questo cammino che è di conversione, sono indicate da segni criptati che inconsciamente l’uomo percepisce e riconosce all’interno degli edifici sacri e che sono di aiuto nella ricerca per penetrare il mistero.

Una di queste è l’orientamento: le chiese antiche hanno l’abside ad est , il luogo astronomico dove sorge il sole e da dove “…verrà a visitarci un sole dall’alto, per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra dell morte e guiderà i nostri passi sulla via della pace…” (Lc.1, 78-79); “…Ecco io verrò presto e porterò con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere…” (Ap. 22,12).

Ho ricercato, nella lettura dell’impianto planimetrico del duomo angioino, nei suoi rapporti equilibrativi di lunghezza, larghezza, altezza, anche se compromessi dai crolli e ricostruzioni e modificazioni dei suoi assetti interni per i nuovi arredi liturgici, se anche esso denunci  uno schema costruttivo che spinga graficamente alla ricerca dell’assoluto, che indichi le direttrici del cammino dell’uomo verso Cristo, Altare, Vittima, Sacerdote.

Direttrici che l’uomo percepisce entrando in ogni edificio religioso, per procedere  verso lo spazio del sacro, dove c’è la fonte  a cui tendere per giungere alla conoscenza del mistero di Dio fatto uomo, nascosto nella Santissima Eucaristia, nella condizione necessaria attraverso un percorso intuitivo ed intellettuale che gli consenta di raggiungere l’elevazione mistica, seguendo il percorso iniziato e compiuto dalla Santissima Vergine Maria, Assunta anima e corpo, in Cielo primizia della nostra pienezza di vita e meta a cui tendiamo.

Anche il duomo angioino nasconde un messaggio criptato: l’invito a compiere un percorso di purificazione che ha inizio dalla porta stretta dell’edificio sacro, immagine di Gesù che accoglie e invita l’uomo a cercare Dio in ogni momento della sua esistenza, porta di accesso gravata  dalla facciata, simbolo delle difficoltà che l’uomo incontra per scrollarsi di dosso il peso del peccato, per giungere a varcare la soglia del Regno purificato e trasformato?

Non sappiamo come fosse organizzata la facciata del duomo, prima del suo crollo per il terremoto del 1349 e quello del 1456, se avesse o meno un rosone al posto della anonima quadrifora, e rosoni più piccoli al posto delle trifore delle navatelle.duomonapoliold

Napoli – Duomo – La facciata prima della sua ricostruzione ottocentesca.

Il rosone sulle facciate delle chiese,  simboleggia il dominio di Cristo sulla terra, il suo ruolo determinante nella salvezza dell’uomo: Cristo è il centro del progetto escatologico di Dio.

Il rosone è un cerchio, una linea infinita senza inizio e senza fine, è simbolo di Dio, Eterno, senza principio e senza fine; è come una ruota che nel suo eterno girare è simbolo di eternità: Cristo è centro della storia della salvezza, del fluire del tempo dell’uomo.

Il raggio di luce che si proietta attraverso il rosone della navata poi, è di infiniti colori, crea all’interno di un edificio sacro, una atmosfera surreale, un riferimento al cielo; invita  alla contemplazione, alla illuminazione interiore, alla realizzazione personale.

I leggendari cavalieri della tavola rotonda partivano da Camelot alla ricerca del sacro graal che poi i cavalieri templari affermavano di vere trovato e nascosto.

Valencia – Cattedrale – Il sacro graal.
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l graal, calice, piatto, contenitore, paiolo, e l’etimologia della parola, nella antica lingua celtica, dove è originata la leggenda, è simile, per i cavalieri della tavola rotonda, come lo fu per Parsifal, che andò alla sua ricerca e che alla fine della sua esistenza riuscirà a “vedere”, grazie alla sua umanità, era il calice che avrebbe contenuto durante l’Ultina Cena di Gesù, il vino transustanziato nel Suo Sangue, fonte quindi di ogni possibile trasformazione, mutazione dello spirito, di ogni purificazione senza la quale l’uomo non può “vedere”.

Per le popolazioni celtiche era il “paiolo druidico” che conteneva la pietra filosofale, per altri il fuoco sacro, capace di purificare , trasformare l’uomo e tutte le cose, lo stesso fuoco sacro che troviamo rappresentato nelle costruzioni templari

Gesù nella storia umana è il fuoco capace di trasformare i suoi discepoli rendendoli testimoni coraggiosi, impavidi, per la fede: “…Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e vorrei che fosse già acceso…” (Lc.12,49); il fuoco che permette all’uomo di realizzare su di se e su tutte le cose  una trasformazione, una evoluzione, una mutazione della sua natura, che lo pone in antitesi con coloro che non scelgono di raggiungere  questo fuoco purificatore che permette, attraverso la catarsi, di  comprendere il mistero della presenza reale, concreta, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, di Dio fatto uomo, nel mondo, fino alla fine dei tempi.

Ma per giungere alla purificazione, essere penetrato dal mistero, bisogna procedere per gradi: intuizione, intelligenza, mistica, tre luoghi simbolici,  tre spazi, tre “tavole” disegnate negli impianti planimetrici delle chiese antiche: luoghi di sosta  nel cammino della conoscenza del mistero, dove l’adepto, meditando, comprendeva la propria condizione e si sentiva interiormente spinto a  purificarsi, avvertiva la necessità di percorrere e concludere il cammino verso lo spazio sacro, dove finalmente incontrava Dio, dove scopriva la vera sapienza, la conversione a Dio.

La vera sapienza, come insegna Agostino, risiede nella vita reale, nell’amore, nel godimento di Dio, e la promessa della salvezza, offerta da Cristo incarnato a tutti gli uomini, consiste nella vittoria sullo smarrimento e nel ritrovamento di Dio, e la vita beata che ha in Dio la sua sorgente e il suo fine ultimo, non appartiene al tempo, ma alla eternità, anche se deve essere perseguita nel tempo per cui l’uomo resta ancora nell’atteggiamento di ricerca.

E’ necessario che l’uomo si liberi della sua ingombrante personalità, evada lo spazio, evada il tempo, attraversi “la tavola circolare”, dove è trascendenza, tensione, movimento ideale verso la conoscenza, la ricerca, si incorpori nei ritmi naturali, dello spazio terreno, e purificato acceda allo spazio ideale della “tavola quadrata” dove la sua fede si radicalizza fino a raggiungere lo stato sorgivo in cui egli scopre la  realtà ontologica di Dio.

Risalendo dal piano dell’essere  a quello della esistenza, per l’uomo si dischiude un nuovo orizzonte, quello che gli consente di scoprire Dio nella propria interiorità.

Dio, come artefice del suo essere si rivela apparendo nell’ultimo spazio, quello della conoscenza, della mistica, “la tavola rettangolare”: l’uomo allora scopre la direttrice del suo cammino di purificazione, Cristo che dalla “porta stretta” lo ha condotto per mano verso la porta del suo Regno.

Ma la meta raggiunta è ancora incomprensibile e spinge l’uomo oltre se stesso: l’uomo non vuole solo credere, vuole anche vedere, sperimentare.

La sovrapposizione della “tavola circolare”  e della “tavola quadrata”, disegna un ottagono, simbolo dell’ottavo giorno, che trasforma l’intuizione naturale in azione cosciente, operante, attiva, che suppone una conoscenza reale della materia e che spinge alla organizzazione, all’ordine, alla trascendenza,  verso la “tavola rettangolare”, la tavola della mistica, la tavola della rivelazione.

E’ la tavola del mistero, della Cena, del Sacrificio di Dio fatto uomo per la salvezza dell’uomo:

L’ assunto della leggenda degli antichi cavalieri di Camelot sul santo graal è riassunta in uno stico: “…su tre tavole poggiò il graal, una circolare, una quadrata, una rettangolare” e il loro rapporto è in relazione al numero d’oro che per l’uomo e la proporzione, la chiave di ogni assunto umano.

Le “tre tavole” risultano, allora, essere il mezzo “utile” per raggiungere la trasformazione interiore, la perfezione che porta al compimento del cammino terreno, dove la speranza trova una risposta concreta in Quello in cui crede e dove, guarda caso, c’è l’abside che

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Napoli – Duomo – L’abside. 

nel suo sviluppo planimetrico è costituita da sette arcate: sette è il numero della perfezione, somma del numero tre, il numero di Dio e del numero quattro, il numero della terra, sullo spazio sacro che contiene l’Altare al suo centro, la “tavola rettangolare” si disegna una stella a sette punte, che pone gli angoli inferiori nelle radici dei pilastri maggiori e la punta nel vertice dell’abside, orientata verso est: la “tavola mistica” trampolino di lancio verso Cristo che viene….ma non so fino a che punto, quello che scrivo risponde al vero, perché la sezione sulle navate, descrive rapporti geometrici che consentono di disegnare una stella a cinque punte, immagine dell’uomo eretto, che ha i piedi nelle radici dei pilastri maggiori e il capo al vertice dell’arcone trionfale.

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Napoli – Duomo – Interno – Il grande arco trionfale e la navata dall’Altare maggiore.

Disastrosi eventi sismici, nel corso dei secoli, hanno danneggiato più o meno gravemente gli edifici del complesso vescovile napoletano, per cui, nel tempo, si sono resi necessari interventi di ricostruzione, restauro, ristrutturazione.

Le mutate esigenze liturgiche poi, e le nuove tendenze stilistiche, hanno determinato lavori di adeguamento e abbellimento sia della cattedrale, la basilica costantiniana detta di Santa Restituta, che del duomo angioino.

Nel 1139 napoli fu consegnata dai suoi cittadini a Ruggiero il normanno.

La vacanza della sede diocesana incominciata probabilmente dopo il 1151, con l’uscita di scena del Vescovo Marino (prima del 1118-dopo il 1151) durò fino al 1176 circa, con la nomina di Sergio IV Guindazzo (circa 1176-1191).

Un terremoto nel 1180 distrusse gran parte della Città e arrecò gravi danni agli edifici vescovili.

Qualche anno dopo, nel 1194 il governo cittadino passa con il Meridione d’Italia ad Enrico IV di Svevia.

A Sergio IV successe Anselmo (1192-1215), poi a Tommaso (1215-1216), primo Cardinale della Chiesa di Napoli, che però si dimise, forse per le gravi vicende politiche.

A lui successe Pandulfo ? (? – eletto nel 1216) e dopo di lui Pietro II Sersale di Sorrento o di Salerno, (1216-1247).

Pietro II ricostruì l’amtica torre campanaria croppalta per il terremoto del 1180, realizzata sui resti di una precedente torre campanaria, costruita a scavalco della parte terminale del Vicus S. Laurentii ad fontes, sfruttanto  le strutture della antica torre di difesa dell’ingresso alla cittadella vescovile.

Era rimasto in piedi il massiccio basamento con il passetto a scavalco del vicus con l’archivolto ogivale della galleria decorato a quadroni sfalsati delimitati da cornici aggettanti, decorazione analoga dell’archivolto ogivale del basamento del campanile della cattedrale di Caserta Vecchia che, scavalca la strada di accesso alla piazza antistante il duomo della Cittadina, e terminato certamente nel 1234, al tempo di Federico II dal Vescovo Andrea, come si legge su una iscrizione del’epoca apposta alla base del campanile stesso.

FOTO PASSETTO

Entrambi i motivi decorativi sono testimonianza del permanere ancora nel ‘200 di elementi arabo-normanni che andarono ad innestarsi su strutture già romaniche.

Sia Camillo Tutini (1594-1667) (cfr. Della origine e fondazione dei seggi ecc., Napoli 1644), che Cesare d’Engenio Caracciolo (Napoli sacra, Napoli 1624) riportano il testo  di due lapidi ritrovate alla base della torre campanaria che ricordavano la costruzione del nuovo campanile  della basilica detta Stefanìa (1233) patrocinata dall’Arcivescovo Pietro II.

Concordemente, però, i due autori affermano che le due lastre marmoree furono utilizzate per ripavimentare la gradinata d’accesso al duomo,durante i lavori effettuati nei primi anni del ‘600.

Il basamento turrito verrà ancora utilizzato per la costruzione del nuovo campanile, patrocinato dall’Arcivescovo Rinaldo Capece-Piscicello (1451-1457), testimone di un altro disastroso terremoto, quello del 1456., in dimensioni ridotte per motivi di sicurezza, struttura che poi fu nascosta da una fitta stratificazione edilizia a partire dalla fine del ‘500.

Per le notizie sul campanile del duomo, vedi: Tino d’Amico, L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli a scavalco del vicus S.Laurentii ad fontes, in tinodamico.Wordpress.com.

Gli anni dell’episcopato di Pietro II furono quelli della fondazione da parte di Federico II di Svevia, a Napoli, della prima Università statale (1224), ma anche gli anni che videro il riaccendersi del conflitto tra Innocenzo IV (1243-1254), sepolto nel duomo di Napoli, e la Casa degli Hoenstaufen.

Conflitto gestito in prima persona dal pontefice stesso che soggiornando a Napoli, fece rinforzare e parzialmente riscostruire le mura cittadine.

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Ma negli stesi anni fu composta “la Passio SS. Martyrum Januari et sociorum eius”, un codice pergamenaceo, conposto tra il XII e il XIII secolo, come versione del più antico “Acta Vaticana”, ma è anche il tempo della revisione dell’antico calendario liturgico della Chiesa di Napoli: il “calendario lotteriano”.

A Pietro II successe Bernardo I Caracciolo de’ Rossi (1252-1262), poi Delfino, o Delfinate (1263.? ).

Con l’arrivo a Napoli di Carlo II d’Angiò, arrivò anche il primo arcivescovo avignonese, Ayglerio (1266-1285), monaco benedettino, nativo della Borgogna e impegnato con incarichi di rilievo presso la corte di Luigi IX, fratello di re Carlo I; amico di vecchia data di Carlo I, diventò Arcivescovo di Napoli su proposta/imposizione reale al Collegio Capitolare di Santa Restituta, e successivamente confermato nella nomina per interessamento dello stresso re Carlo, da Clemente IV (1265-1268) il provenzale Guy Foucois, che risiedeva con la corte pontificia in Avignone, città nei territori della conte di Provenza, Carlo d’Angiò.

Napoli vide la urbanizzazione dell’area occidentale, il rilancio urbanistico, non solo civile, ma anche uno sviluppo delle attività artigianali e manifatturiere (cfr. Tino d’Amico, La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli, in tinodamico.wordpress.com).

Ayglerio, benedettino cassinese, testimone del consolidarsi del potere angioino nel Meridione d’Italia, poco si curò dello stato in cui versava l’episcopio, anche perché fu più volte fuori sede, impegnato con i fratello Bernardo, Abate di Montecassino al Concilio di Lione (1274) e nel governo del monastero cassinese, quando Bernardo fu incaricato dalla curia pontificia avignonese a svolgere missioni diplomatiche.

Fu sepolto nella cappella di San Paolo de Umbertis, dove l’Arcivescovo Umberto d’Ormont (1308-1320) gli eresse nel 1305 un sepolcro, la cappella infatti andava proponendosi come Pantheon dei Vescovi francesi.

Il sepolcro fu trasferito nel 1574 per disposizione dell’Arcivescovo Mario Carafa per fare spazio all’interno della cappella che, utilizzata dal 1456 al 1581, come sagrestia, veniva trasformata in cappella del seminario, come si rileva dagli atti della Santa Visita (……………e le ossa dell’Arcivescovo, che nella intenzione del Carafa dovevano essere degnamente collocate altrove, andarono perdute.

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Filippo Capece Minutolo che a lui successe (1288-1301) dopo circa cinque anni sulla sede vescovile napoletana, forse per le vicende legate alla “guerra del vespro” ( ::::::::::::::::       ) e la morte di Carlo I (1285) è il Vescovo citato da Giovanni Boccaccio nella novella di Andreuccio da Perugia.

Fu il primo dei Vescovi di Napoli a sollecitare l’aiuto di Carlo I e poi di Carlo II, per riparare l’episcopio: un documento del 16 giugno 1294, costituisce la prima notizia del programma reale per la costruzione del nuovo duomo: è una richiesta dell’Arcivescovo Filippo di fare “stimare” dei terreni sui quai doveva essere costruiti il duomo, il cui cantiere, si presume, già aperto.

Il progetto per dotare Napoli di un nuovo e più rappresentativo duomo, fu concepito come risposta reale alle esigenze della Chiesa di Napoli, onorando anche i capitolati della investitura feudale di Carlo I sul Meridione d’Italia, feudo della Chiesa, che prevedevano anche il restauro e la costruzione di nuovi edifici religiosi.

Ma come precedentemente dissi, fu una intuizione politica di Carlo I (1266-1285), anche se la fondazione del duomo la si fa risalire a Carlo II, perché il citato documento che riguarda la sua costruzione, superstite dall’incendio appiccato dai nazisti in fuga dopo l’8 settembre del ’43, ai “registri della cancelleria angioina” ricoverati a Nola, risale al 1294.

Il 4 settembre 1293, un terremoto aveva arrecato gravi danni al costruendo duomo, il cui cantiere era stato appena impiantato, anche se la fondazione la si fa risalire al 1294, e aveva fatto crollare il campanile che nel 1233 l’Arcivescovo Pietro II (1216-1251), aveva fatto ricostruire su i resti di una precedente torre campanaria, costruita a scavalco della parte terminale del Vicus S. Laurentii ad Fontes, crollato con il terremoto del 1180.

Rimase in piedi il massiccio basamento con il sottopasso a scavalco del vicus.

Mario Gaglione (Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel corso del trecento, Napoli 2008), riporta una notizia tratta da Reperta Chartarum Italiae, Le Suppliche di Clemente VI – a cura di T Gasparrini Leporace, 1948, di una richiesta dell’Arcivescovo Giovanni Orsini (1327-1358) per ottenere aiuti economici necessari per ricostruire il duomo angioino, improvvisamente parzialmente crollato il giorno 1 aprile 1343, indipendentemente da probabili eventi sismici, per l’utilizzo di malte  scadenti, materiali di scarto, fondazioni inadeguate su un terrapieno artificiale, crollo anticipato da precedenti cedimenti strutturali.

Ma già precedentemente altri Arcivescovi avevano rivolto analoghe, richieste e denunzie agli angioini, perché l’edificio minacciava di crollare, già al tempo di Bertoldo Orsini (1323-1325).

Responsabile amministrativo e preposto alle fabbriche del Regno negli anni della costruzione del duomo fu Gualtiero Seripando, cameriere di Carlo I e di Carlo II, che ricopriva altre importanti cariche nella amministrazione reale.

Egli con  la collaborazione di Giovanni Caracciolo da Isernia, tra il 1302 e il 1311, costruì anche al cappella palatina del castello angioino: otterranno entrambi diritto di patronato su due cappelle del duomo, quella della Maddalena, il Seripando e quella di Santa Maria detta la nova, il Caracciolo, perché il duomo andrà ad occupare lo spazio già occupato da un oratorio intitolato a Santa Maria Sic Maris, dei Caracciolo.

Entrambi erano templari, come ho ipotezzato?

Papa Clemente VI (1342-1352) il francese Pierre Roger concesse una indulgenza, anche se il beneficio fu limitato nella durata, a chi avesse contribuito in solido per i lavori al costruendo duomo e lo stesso Arcivescovo Giovanni stabilì un legato testamentario.

Gli Arcivescovi che a lui succederanno dovranno contribuire in solido alla ricostruzione del duomo e come l’Orsini, per una ulteriore indulgenza concessa da Papa Innocenzo VI (1352-1362), il francese Etienne Aubert,  lasceranno legati testamentari che, come in tutte le storie dove concorrono i danari, per l’esecuzione delle loro volontà si dovette ricorrere in giudizio.

Forse, la pavimentazione dell’edificio in laterizio, realizzato a spese di Ciarletta Caracciolo che poi fonderà un Monte, e godrà del diritto di patronato proprio sul pavimento del duomo, per il suo restauro e rifacimento nel corso dei secoli, rientra nel beneficio delle indulgenze concesse da Papa Clemente: i Caracciolo già godevano di diritto di patronato sulla cappella interna la duomo, di Santa Maria La Nova, detta del Crocefisso o dell’Addolorata.

Il 10 settembre 1349, un forte terremoto provocò il crollo parziale della facciata del duomo e danni diffusi all’edificio in ricostruzione per il segnalato crollo del !° di aprile del 1343.

I lavori di ricostruzione dovettero durare diversi anni, se a completamento, nel 1407, il Cardinale Enrico Minutolo (1389-1400), già da tempo non più Arcivescovo di Napoli per dimissioni,  incaricò Antonio Baboccio da Piperno (1351-1453) di rifare la porta maggiore del duomo, utilizzando i marmi recuperati dell’antico portale scolpito da Tino di Camaino (1285-1337).

Nella napoletana basilica dell’Ostia Santa, detta di Santa Chiara, le due colonne addossate alla controfacciata, sul lato sinistro entrando in chiesa, che con le altre due reggono il baldacchino del sepolcro dei De Penne, Giovanni, Antonio e Onofrio, il committente, segretario di re Ladislao I, realizzato intorno al 1410, nei cartigli che le decorano si legge questa notizia: ABAS  ANTONIUS  BABOSIUS  DE  PIPERNO  ME FECIT  ET PORTAM  MAJOREM  KATEDREALIS  ECCLESIE  NEAPOL.  HONOFRIUS  DE  PENNE  RES  LADISLAI  SCRETARIUS  FIERI  FECIT.

Il Minutolo di obbedienza romana, fu assegnato alla sede Arcivescovile di Napoli nel 1389, e, accanto alla Mater Orbis, che già decorava la lunetta dell’antico portale,   si  fece ritrarre accanto a San Gennaro, perché nel mese di settembre, qualche giorno prima del suo ingresso in Diocesi, nel 1389, si era ripetuto il prodigio del Sangue di San Gennaro, già notato precedentemente, al tempo dell’Arcivescovo Nicola Zanasi (1384-1389), di obbedienza romana, mentre era in corso la polemica con l’antivescovo Guglielmo Andronis (1388-1399) di obbedienza avignonese, al tempo di Bonifacio IX (1389-1404) di obbedienza romana, il napoletano Pietro Tomacelli, in lotta con l’antipapa di obbedienza avignonese Clemente VII (1378-1423).

L’Arcivescovo Enrico ritenne beneaugurante il prodigio per l’inizio del suo ministero vescovile a Napoli, ma non fu così: a Napoli soggiornò poco perché impegnato accanto al Pontefice Bonifacio,  suo consanguineo.

Il successore Innocenzo VII (1404-1406) lo assegnò alla Diocesi suburbicana di Frascati e Gregorio XII (1406-1415) su sua richiesta, lo trasferì a quella suburbicana di Sabina nel 1409.

Chiese però, nel 1401, già sostituito nel governo della Diocesi di poter ampliare la cappella di famiglia, in duomo,e costruirsi il monumento sepolcrale, dove fu deposto dopo il 1412.

Il Minutolo acquistò un vecchio fatiscente edificio accanto all’antico ingresso all’episcopio, sul Vicolo Sedil Capuano, per ampliare l’antico palazzo arcivescovile ad esso adiacente, palazzo che non abitò mai: morì infatti a Bologna nel 1412, nella legazione pontificia a lui concessa da Papa Bonifacio IX e confermata dall’antipapa Giovanni XXIII, il procidano Baldassarre Cossa, anch’esso suo consanguineo, al cui partito aveva poi aderito, durante lo scisma d’occidente (cfr.Strazzullo).

Il fatiscente edificio che reca ancora sul’ingresso lo stemma del Minutolo,  alle spalle dell’abside, meriterebbe essere restaurato e destinato a  museo del duomo o a più ampia sede dell’archivio storico diocesano.

Nel 1433, poi, fu interamente ripavimentato il duomo: sostenne la spesa Ciarletta Caracciolo che godeva del diritto di patronato sul pavimento stesso e aveva creato appositamente un “Monte” per i suoi restauri.

notizie sul pavimento

Carlo Celano riporta la seguente notizia: “…il pavimento di detta chiesa fu fatto da Ciarletta Caracciolo. Dopo 170 anni fu dagli successori di detto Ciarletta nell’anno 1603 ristaurato. Nell’anno poscia 1681 dal Monte fondato dal detto Ciarletta fu ristaurato in marmo nella forma ch’oggi si vede..”, non l’attuale pavimento, ottocentesco.

Il terremoto del 1456.

img081La fonte per una analitica lettura del complesso duomo nella seconda metà del ‘400 è la “Tavola Strozzi”, databile 1472, conservata ed esposta nel museo della Certosa di San Martino.

Di autore ignoto, forse Francesco Rosselli (1448-1513), fotografa il trionfo navale della flotta aragonese dopo la battaglia di Ischia, del 1465, contro il pretendente al trono di Napoli, Giovanni d’Aragona (1427-1470), e che nonostante alcune evidenti modifiche apportate dall’autore, fornisce una immagine delle principali fabbriche religiose e fra queste del duomo, restaurato dopo il terremoto del 1456, proprio con il considerevole contributo di Ferrante I d’Aragona (Ferdinando I d’Aragona, detto Ferrante, 1423-1494), re di Napoli dal 1458, che il 14 febbraio 1477 celebrerà le nozze con Giovanna d’Aragona (1454-1517), nel riaperto duomo .

Nella veduta è chiaramente riconoscibile l’edificio privo del campanile, crollato e non ancora ricostruito, l’ingresso laterale destro, e ancora le alte bifore della navata  centrale e gli edifici che saranno poi demoliti per fare posto alla nuova cappella del tesoro di San Gennaro.

Ma la “Tavola Strozzi” non è l’unico documento di riferimento perché sia la cartografia che le varie “vedute” assonometriche e di prospetto della Città ci forniscono elementi utili per potere conoscere, almeno dall’esterno, il duomo.

Seguendo la cronotassi dei Vescovi napoletani del tempo, e dei successivi, risulta facile ricostruire la storia dei restauri dell’edificio perché esistono relazioni dettagliate sui lavori patrocinati dagli Arcivescovi che si sono susseguiti sulla Cattedra di Sant’Aspreno, ma anche ricevute e dispositivi di pagamento a fronte di contratti per l’esecuzione di opere conseguenti eventi sismici più o meno gravi, ristrutturazioni, abbellimenti per le mutate correnti stilistiche e adeguamenti per le riforme liturgiche.16255996738_dd227b24b2_b

Napoli – Duomo – Oratorio del “Tesoro Vecchio”, sede della Confraternita della Morte.

Il terremoto del 5 dicembre 1456 danneggiò gravemente il duomo e molti edifici cittadini (cfr. M. Villani; B. Chioccarelli): crollò parzialmente la parete della navatella del Salvatore; crollò la torre angolare sinistra, detta “Tesoro vecchio”, dove in una cappella realizzata al suo interno, raggiungibile attraverso una scala a lumaca, erano conservate le reliquie dei Santi, venerate nel duomo, preziosi arredi e le preziosissime reliquie del Sangue di San Gennaro e del suo Cranio in due reliquiari fatti realizzare nel 1303 da Carlo II d’Angiò, che venivano mostrate ai fedeli nelle feste del Santo, dalla finestra ritrovata durante gli ultimi restauri dell’edificio (1969-72) poco sopra la prima cappella della navatella del Salvatore, attualmente intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli per l’Oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli ecc…., in: tinodamico.wordpress.com).

Le preziose ampolle caddero in terra e furono ritrovate miracolosamente intatte sotto le macerie della torre (cfr. San Giacomo della Marca, Sermone “De Antichristo”, Cod.46/bis-Archivio Municipale di Monteprandone) .

Crollarono molte sezioni di pareti e volte delle navate laterali e i pilastri della navata risultarono gravemente lesionati (cfr. San Giacomo della Marca, “De adventu Turcorum” – idem), come racconta anche Notar Giacomo: La torre dello Episcopio dove era el sangue del glorioso sanco Iennaro et miraculose foro trovati dui travi sopra le carafelle dove non patero lesione alcuna (cfr. Cronaca di Napoli, Notar Giacomo,     )

Si verificarono anche gravissimi danni alla cappella reale, intitolata a San Ludovico d’Angiò (cfr. Summonte) con la caduta dei monumenti funebri degli angioini, di Carlo I, di Carlo Martello e della moglie Clemenza, entrambi forse deceduti per peste, fra il 5 e il 19 di agosto del 1295, secondo Michelangelo Schipa, che riferisce brani da un  testo di un annalista viennese, (Continuazio Vindebonensis degli Annales Austriae, nei Monumenta Germaniae Historica SS. IX, 718); Clemenza, secondo Camillo Minieri Riccio  sarebbe invece, morta di parto circa un anno prima (febbraio 1293) di Carlo Martello,  morto invece per peste nel 1295, come annotato nel Libro de’ Confrati della Chiesa Salernitata (cfr. G.Abignente, Le Chartule Fraternitatis ed il Libro de’ Confratres della Chiesa Salernitana, in: Archivio Storico per la province napoletane, 1888).

L’errore fu generato, forse, dalla attribuzione alla neonata dello stesso nome della madre Clemenza, deceduta di parto.

Si salvò nel crollo della “cappella reale”, la sepoltura dove il canonico Ursillo Minutolo aveva posto il corpo di Andrea d’Ungheria, marito della regina Giovanna I, ucciso ad Aversa nel 1345..

I resti mortali furono recuperati, posti in nuove casse di marmo e sistemati nell’abside, per essere poi trasferiti in una cappella esterna al duomo, sullo scalone di accesso dal Largo di Capuana, intitolata a San Marciano, (diroccata poi nel ‘700), quando si resero necessari lavori di intervento alle strutture dell’abside che minacciava di crollare, per lo scavo, della sottostante cripta di San Gennaro, tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500  e il Cardinale Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603), voleva costruirsi sulla tribuna il suo monumento funebre e modificare l’arredo liturgico del luogo,  ma andarono precedentemente dispersi i  monumenti funebri scolpiti da Tino di Camaino i cui frammenti residui sono stati individuati nelle sculture sistemate all’interno della cappella dei Caracciolo-Pisquizy, la seconda della navatella di Sant’Aspreno e le figure che decorano il grande cenotafio  degli angioini, sulla controfacciata, ritenute erroneamente opera di Tino di Camaino, da Francesco Ceva Grimaldi  furono scolpite da Michelangelo Naccherino (       ).

Carlo Minieri Riccio  a proposito dei monumenti funebri angioini, al foglio 24v della parte II della su opera intitolata Della trasportazione dell’obelisco vaticano et delle fabbriche del Nostro Signore Papa Sisto V, Roma 1599, riporta questo scritto di Domenico Fontana: “Sepolture rifatte per ordine dell’Illustrissimo et Eccellentissimo Sig. Conte di Olivares sopra la porta principale per la parte di dentro dell’Arcivescovado di Napoli: Volendo la Felice Memoria dell’Illustrissimo et Reverendissimo Sig. Cardinale Arcivescovo di Napoli ordinare il Coro dell’Arcivescovado trovò tre casse di marmo poste sopra certe pietre che avanzavano fuori del muro di detto Coro, dentro le quali vi erano le ossa di Re Carlo Primo, di Re Carlo Martello, et in un’altra le ossa di Clementia, moglie di detto Re Carlo Martello,….  e parendo a detto Signor Conte di Olivares cosa indecente che le ossa de sì gran personaggi non havessero degna sepoltura, mi ordinò che dovessi far fare tre sepolcri tutti uniti insieme, i quali furono fatti sopra la porta dell’Arcivescovado con le tre statue di marmo e con bellissimi ornamenti di marmi mischi, cosa degna di si gran personaggi”.

I resti mortali dei tre angioini, sono ancora sepolti  nei tre sarcofagi, come informa il Canonico Capitiolare Lorenzo Loreto (cfr. Memorie storiche de’ Vescovi ed Arcivescovi ecc… .Napoli, I839): lui stesso caritatevolmente li rivesti e sigillò nei sepolcri, al tempo del Cardinale Arcivescovo Filippo Giudice Caracciolo (1833-1844), perché rifacendosi la facciata del duomo si verificarono dei cedimenti strutturali alla parte e il monumento funebre degli angioini sulla controfacciata fu dissestato.

Domenico Fontana parla del “rinvenimento” delle tre casse di marmo, ma non parla della presenza delle antiche statue di Tino di Camaino da poter riutilizzate nel nuovo monumento funebre.

Le statue di cui parla Minieri Riccio, a proposito degli antichi monumenti funebri della cappella di San Ludovico, furono poste , Carlo I in abito regale che sedeva in maestà sul leone e Carlo Martello, sul muro esterno della porta piccola dello stesso duomo, dove tuttavia nel XVII secolo, come ne dà notizia Francesco Capecelatro (        ) già non esistono più, statue da non confondere con quelle poste già al tempo della costruzione del duomo, al suo interno, quella  di Carlo I al centro della parete del transetto lato del Salvatore e quella di Carlo II sulla porta di accesso alla cappella di San Lorenzo, dove fu dipinto anche un altro  affresco dell’Albero di Jesse (cfr Tino d’Amico, L’ALBERO DI JESSE del duomo di Napoli: affresco di Lello de Urbe (da Orvieto ? ) elaborazione grafica  della genealogia legale di Gesù…. in. tinodamico.wordpress.com)

Nel 1581, la “cappella reale” fu definitivamente trasformata in sacrestia del duomo, al tempo dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), che si fece costruire al suo interno il monumento funebre, dove poi fu deposto (cfr. G.A.Summonte)

Della cappella reale ” esiste una dettagliata descrizione del Chioccarelli che afferma che allora precipitò a terra quasi tutta e racconta che l’Arcivescovo Rinaldo Piscicello (1451-1457) indisse una processione penitenziale per la Città, perché le scosse di terremoto si susseguivano nel tempo.

Il Piscicello, pur disponendo i piani per la ricostruzione dell’edificio, immediatamente dopo il terremoto del 1456, probabilmente non li vide nemmeno cominciare, perché morì l’anno dopo e nemmeno il suo successore Giacomo Tebabldi, che governò la Diocesi per quattro mesi appena, dal 3 agosto 1458, alle sue dimissioni dall’incarico nel mese di novembre dell stesso anno; i lavori furono intrapresi dal Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo dal 18 novembre 1458 al 31 luglio 1484, quando si dimise dall’incarico a favore del nipote Alessandro (1484-1503) e, iniziati nel 1464, si protrassero fino al 1471 con il considerevole contributo di Ferrante I d’Aragona, del Papa, del popolo e di alcune famiglie nobili del Regno che poi apposero sui pilastri della navata il loro stemma: entrando dalla porta laterale, della navatella di Sant’Aspreno, sui sette  pilastri, nell’ordine, gli stemmi delle famiglie Caracciolo-Pisquizy, Orsini, Orsini, Capece-Piscicelli, Pignatrelli, Capece-Zurlo, Del Balzo; entrando dalla porta laterale, della navatella del Salvatore, Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini, e sul settimo pilastro accanto al trono vescovile, nessuno stemma, a ricordo del contributo popolare, il più prezioso…

Alcuni stemmi sono ancora sui pilastri, altri sono stati rimossi, come sono stati rimossi dalla facciata, quando si realizzò la attuale, ottocentesca, gli stemmi del Papa del tempo, Paolo II (1464-1471), di Ferrante I d’Aragona e del Cardinale Oliviero Carafa, che patrocinarono i lavori.

Lo stemma aragonese ed alcuni stemmi di famiglie nobili del Regno unitamente ad altri stemmi vescovili di epoche diverse e antiche lapidi, lastre tombali e reperti vari, sono stati posti nel “cortile delle pietre” raggiungibile dalla uscita laterale della navatella del Salvatore.

Furono lavori che si protrassero anche dopo la riapertura al culto dell’edificio e che comportarono la ricostruzione di molte parti murarie e un consolidamento statico generale; il tompagnamento delle monofore delle cappelle, ritrovate durante l’ultimo intervento di restauro del duomo e la definitiva eliminazione delle bifore delle navate laterali, le cui tracce  oggi emergono, con quelle che illuminavano il transetto, sotto l’intonaco lesionato.

Si dovette intervenire anche sui frontoni delle cappelle laterali: nel corso degli anni, gli arconi ogivali furono trasformati in archi a tutto sesto, leggermente ribassato; si rese necessario un lavoro di incatenamento e di cuci-.scuci, della parte di fondo del transetto, lato sant’Aspreno,e non fu che il primo degli interventi di consolidamento della parete, che nel corso dei secoli successivi è risultata più volte collassata perché costruita sul ciglio del terrapieno artificiale, ricavato dallo spianamento dell’area al tempo della fondazione del duomo, e realizzato con l’ammasso di materiali di risulta.

Il terremoto del 1456, lesionò gravemente anche l’abside e la sua copertura originale, ad ombrello, come quella della adiacente cappella dei Capece-Galeota, per cui il Cardinale Alessandro Carafa, (1484-1503), dovette tempestivamente intervenire, certamente prima della costruzione della cripta (1506).

Il 13 gennaio 1497 giunsero a Napoli le reliquie del corpo di San Gennaro, che il principe beneventano Sicone I, nell’831, aveva trafugate dalla catacomba napoletana e portate a Benevento dove, sistemate in una olla di terracotta, aveva deposte nella chiesa di Santa Maria di Gerusalemme, che allora era la Cattedrale.

Queste reliquie, poi, furono trasferite dal normanno Guglielmo il Malo nel 1154, nella abbazia di Montevergine e tumulate nel Maggiore Altare della chiesa abbaziale dove furono dimenticate e occasionalmente ritrovate nel 1480.

La traslazione delle reliquie coincise con il rapido miracoloso declinare di una epidemia di peste che stava facendo migliaia di vittime.

Le reliquie furono temporaneamente poste accanto all’antico maggiore Altare del duomo che allora era al centro del transetto, dedicato al’Arcangelo Michele e a San Gennaro l’8 agosto 1412 dall’Arcivescovo Nicola de Diano (1412-1435), in attesa di trovare una più degna sistemazione.

Ci pensò il Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo di Napoli dal 1454, dimissionario nel 1484 a favore del fratello Alessandro e, alla sua morte, Amministratore Apostolico dal 4 agosto 1503 ad aprile del 1505.

Il Carafa patrocinò  la costruzione della cripta, nello spazio sottostane la tribuna, che fu realizzata da Tommaso Malvito (seconda metà del XV sec.- 1514), su progetto, pare, di Donato Bramante (1444-1514).

i lavori iniziati nel 1497, terminarono nel 1506, come si rileva dalla fascia sull’architrave della sagrestia della cripta e le reliquie, sistemate in un sarcofago di bronzo datato 1511, furono definitivamente poste nella cappella (cfr.Strazzullo).

La realizzazione della cripta indeboli ulteriormente la struttura dell’abside che cominciò a fessurizzarsi in più punti, perché lo scavo dell’invaso che doveva contenere la cappella Carafa, la realizzazione di un corpo esterno alla struttura, per sistemarvi la cattedra, preceduta da un piccolo presbiterio con un cupolino di copertura, scavato all’interno della struttura di fondazione e l’apertura di due grosse finestre a strombo, lateralmente ad esso, andò ad intaccare le fondamenta della tribuna, per cui si resero necessari interventi di consolidamento statico.

Ma non si intervenne radicalmente sull’abside se non dopo circa un secolo dalla inaugurazione della cripta: i Carafa che tennero il governo della Diocesi fino alla seconda metà del 1500, per oltre cento anni, tranne la breve parentesi del governo del Cardinale Ranuccio Farnese (1534.12549), si preoccuparono poco dei problemi stati del duomo, intervenendo di volta in volta con lavori di ordinaria manutenzione per sanare situazioni più o meno gravi.

G.F. Filangieri e F. Nicolini, inoltre riferiscono che il Farnese acquistò il 20 settembre del 1548, un nuovo organo per il duomo, quello di sinistra, molto prezioso per avere gli sportelli dipinti dal Vasari, che poi furono posti, dopo vari trasferimenti, sulla parete di fondo del transetto sinistro, dove sono attualmente, quando furono acquistati i due nuovi corpi d’organo.

Nel 1595, poi, il duomo fu interamente ripavimentato e le spese furono sostenute da Luise Capece-Minutolo, da Decio Carafa, non ancora Arcivescovo di Napoli, e da Scipione Caracciolo, e furono eseguiti nello stesso periodo anche lavori di consolidamento della parte del trasnsetto lato Sant’Aspreno, con la realizzazione di archi di scarico nel muro, per cui furono modificati i prospetti della cappella del Crocefisso, oggi dell’Assunta del perugino, dell’Annunziata e della Maddalena dei Crispano,

BOZZA —— IN ELABORAZIONE —————-

L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad fontes.

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di Tino d’Amico

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A sinistra del prospetto della cappella delle reliquie del duomo, un anonimo usciuolo aperto sulla parete della navatella di Sant’ Aspreno, introduce in alcuni ambienti che oggi consentono di raggiungere i vari livelli della torre campanaria.

Il primo e più ampio di essi è un corridoio lungo  circa 9 metri e largo 5, coperto da una volta ad arco leggermente acuto il cui vertice appare notevolmente ribassato rispetto al piano di calpestio attuale, decorata nell’intradosso da lacunari sfalsati, contornati da cornici aggettanti, in pietra di tufo, costituiti da elementi preventivamente lavorati fuori opera.

Non esistono altri simili esempi di decorazione, a parte la notevole analogia che si riscontra con la decorazione del passaggio sottostante il campanile della Cattedrale di Caserta Vecchia.

Decorazione unica nel suo genere, desunta dal mondo islamico, coacervo di stilemi, a loro volta desunti dalle diverse culture che andava introitando nella fase della espansione nel medio oriente e nell’Africa sahariana, che già nel VII secolo influenzava l’arte bizantina, che traeva da esso motivi di ispirazione, che poi trasmigreranno nella cultura artistica normanna, dal 1071, come sincretizzazione di elementi bizantini, arabi, romanici che troveremo per tutto il XII secolo e nella cultura federiciana.

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Da: Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974. – L’intradosso del sottopasso del campanile del duomo di Napoli e foto piccola, l’intradosso del sottopasso del campanile di Caserta vecchia.

Lungo le pareti, appena sotto l’imposta della ogiva, si osservano una serie di nicchiette appena accennate nella concavità: costituivano gli schienali degli scolatoi dei cadaveri.

Sconosciuto fino ai primi anni ’70 del passato secolo, fu ritrovato occasionalmente con il suo macabro contenuto.

La volta ogivale è la copertura del passaggio sottostante l’antico campanile del duomo, a scavalco del setto del cardine n.14, dello schema dell’impianto urbanistico di Napoli greco-romana, così come studiato e delineato da Bartolommeo (sic) Capasso nel 1901 e analizzato e riproposto da Mario Napoli nel 1951.

Esso, fin dal III – IV secolo d.C., costituiva la strada interna dell’ insula tripla che andava configurandosi come cittadella vescovile chiusa e indicato nel tratto, Vicus S. Larentii ad fontes, ed il cui basolato di pavimentazione fu parzialmente rinvenuto a circa tre metri di profondità rispetto alla quota media del piano di calpestio dell’insula, negli stessi anni ’70, rasente il muro orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta

planimetria

Da Bartolommeo Capasso – Napoli greco-romana, Napoli, 1901 – Si evidenzia la cittadella vescovile e il campanile a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, tratteggiato in rosso.

L’accesso allo spazio chiuso della cittadella vescovile, avveniva in epoca paleocristiana e alto medioevale attraverso un Vicus Obliquo  che dalla Somma Piazza andava ad immettersi nel Cardine Major, indicato da sempre come Vicus Radii Solis, vicolo ancora oggi percorribile,  nello spazio di pertinenza degli ambienti del Collegio Capitolare.

Con la pianificazione interna dell’area intorno al VII – VIII secolo  e la realizzazione degli edifici episcopali, della probabile modifica planimetrica della Santa Restituta con la ricostruzione dell’abside a nord e la realizzazione del nuovo ingresso preceduto da un quadriportico a sud, della ricostruzione della sua basilica gemina detta Stefanìa, l’accesso alla cittadella venne a trovarsi naturalmente spostato sul Largo di Capuana, in posizione leggermente elevata, tenendo conto del declinare naturale del luogo, attraverso una preesistente torre di difesa,  che forse già era a scavalco del tratto del cardine n.14, raggiungendo il naturale piano di calpestio del Largo di Capuana, probabilmente mediante una piccola rampa o una scalea, soluzione già adottata altrove.

L’archeologo Mons. Enrico Tarallo (1881-1960), Canonico del Collegio Capitolare Metropolitano napoletano di Santa Restituta, elaborò nel 1931 una ipotetica planimetria dell’ insula episcopalis ,sulla scorta di occasionali suoi ritrovamenti e ricerche, ma non segnò su di essa il Vicus Obliquo, che tratteggio in rosso, e non riportò le tracce dei cardini 14 e 15: del primo, parte integrante dell’area interna della cittadella, non se ne conosceva il percorso, l’altro costituisce da sempre il viale  interno di collegamento degli uffici amministrativi della Diocesi.

La planimetria del Tarallo, risulta imprecisa relativamente alle porzioni di cardini dal Largo di Capuana verso sud, ma risulta di particolare interesse per la collocazione delle due basiliche e dell’ atrio paleocristiano, recentemente scoperto e ancora oggetto di studio che invece egli ritiene essere il quadriportico della Stefanìa; il Tarallo non tiene conto delle planimetrie elaborate nel ‘700 dal Canonico Capitolare napoletano e celebre archeologo Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e disegnate dal Sersale che ugualmente si riproduco:

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Planimetria elaborata da Mons. Enrico Tarallo dell’insula episcopalis e, sotto, la planimetria dell’area proposta dal Mazzocchi, della sovrapposizione della costruzione angioina sulle due basiliche, la paleocristiana detta di Santa Restituta e la bizantina detta Stefanìa. Il disegno “a volo d’uccello” fornisce una ideale ricostruzione dell’area, con la Santa Restituta orientata ancora nord-sud e la Stefanìa con i campanili e, a lato, gli edifici vescovili sul Vicus ad Plateam Capuanam.

Il cardine n.14 del quadro schematico delle platee, dei decumani, e dei cardini, elaborato da Bartolommeo Capasso e riproposto da Mario Napoli, parzialmente inserito con un setto nell’area della cittadella vescovile, fu indicato Vicus S. Laurentii ad fontes.

Esso aveva ed ha origine nel tratto della murazione della Platea Superiore (via Settembrini) da nord a sud e risulta indicato già in epoca medioevale, nei vari setti, come Vico Donnaregina; continua intersecando il decumano superiore nella Somma Piazza; attraversa interrato il cortile del palazzo arcivescovile, rasentando il lato occidentale dell’ atrio paleocristiano; continua interrato adiacente il lato orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta e, come risulta anche dalle antiche planimetrie e disegni riprodotti , la separa dalla sua basilica gemina detta Stefanìa; continua interrato sotto le navate del duomo angioino e passando sotto il campanile a scavalco, per mezzo di una rampa o di una scalea, andava ad immettersi nel Largo di Capuana per poi continuare l’allineamento nel Vico Zuroli, e fino alla murazione meridionale nel setto, irregolare per l’orografia del luogo, indicato come Vico Canalone.

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Da: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee ( a b c ) e intitolazione dei cardini.

Il parallelo cardine n. 15, trae origine dalla stessa area adiacente la murazione e, nel setto iniziale, risulta ancora indicato come Vico Loffredo; continua interrato sotto la chiesetta di Santa Maria Ancillarum; attraversa la Somma Piazza che fino alla seconda meta del ‘600 non aveva la attuale configurazione, ma era piuttosto un setto del Decumano Superiore, per immettersi nello spazio interno della cittadella vescovile, dove da sempre è indicato come Vicus Cluso, rasente il lato orientale dell’atrio paleocristiano, separandolo dagli antichi edifici episcopali, dagli edifici per il clero e per i diaconi e dai granai e, passando sotto il transetto del duomo angioino andava e  va ad allinearsi, dopo aver attraversato il Largo di Capuana, nel Vicolo dei Carbonari e termina ancora  la sua corsa presso la murazione meridionale nel Vicolo di Sant’Arcangelo.

L’antico campanile a scavalco del tratto terminale  del Vicus S. Laurentii ad fontes, fu costruito sui resti di una torre di difesa della cittadella vescovile del VI-VII secolo, anche essa forse a scavalco del tratto terminale dello stesso Vicus come struttura difensiva dell’accesso all’area che già doveva configurarsi come spazio chiuso, torre di difesa costruita forse già al tempo delle guerre gotiche (535-553), come la  torre di difesa eretta all’inzio del vicino Vico Scassacocchi nello stesso periodo e della quale accennerò più avanti, antico cardine n.17 dello schema dell’impianto urbanistico elaborato da Mario Napoli.

napiDa: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee e dei cardini.

In essa era custodito, da un corpo di guardia, il tesoro del duomo: fu assaltata e depredata al tempo del Vescovo di Napoli Atanasio I (849-872) dai saraceni di Agropoli, a Napoli con il nipote dello stesso Vescovo, il duca bizantino Sergio, ariano e filosaraceno.

M. Baratta (1901, I terremoti d’Italia) cita un violento terremoto che nel 1180 avrebbe colpito Napoli, distruggendo gran parte della città, riportando una citazione che trae da un altro autore, il Capocci (1861, Catalogo de’ tremuoti….) che a sua volta cita Piney (1848, Memoire sur les tremblements de terre …) ma le fonti non sono confermabili perché vagamente specificate, non solo, ma di eventi sismici non si trova riferimento, nel sec.XII, come è molto dubbio un altro terremoto citato, del 1158.

Il dubbio terremoto del 1180 avrebbe atterrato l’antico campanile e molti degli edifici altomedioevali della cittadella vescovile.

Reggeva allora la Diocesi Sergio IV (circa 1168-1191); a lui successe Anselmo (1192-1215) e Tommaso (1215-1216).

La cronotassi riporta dopo di lui Pietro II (1216-1251) che avrebbe ricostruito il campanile nel 1233, sui resti della precedente torre campanaria, costruita a scavalco della parte terminale del citato Vicus S. Laurentii, costruita a sua volta sui resti della antica torre di difesa  del VI-VII secolo, certamente dopo il IX secolo, perché il posto di guardia fu assaltato  al tempo di Atanasio I, Vescovo di Napoli (849-872) per depredare il tesoro della Cattedrale in essa custodito, campanile crollato, come riferisce Camillo Tutini (1594-1670), forse con il dubbio terremoto del 1180.

Rimase in piedi solo il basamento attraversato nel senso nord-sud dal corridoio, già decorato nell’archivolto ad arco leggermente acuto, con quadroni sfalsati, contornati da cornici aggettanti, decorazione uguale a quella dell’intradosso dell’arco leggermente acuto che copre il corridoio del campanile a scavalco della strada di accesso al sagrato della Cattedrale di Caserta vecchia, terminato certamente quest’ultimo al tempo di Federico II dal Vescovo Andrea (1221-1240) che risiedeva in quel luogo perché la sede diocesana fu trasferita in un posto più sicuro per le frequenti scorrerie saracene, come riferisce una lapide posta sul lato sinistro del basamento:

POST CATHEDRAM STABILISC CATHEDRAVIT DOGMASUAE SEDIS QUI SINGULA CLARIFICAVIT QUAM DOMIBUS VARIIS ET CAMPANIS DECORATIV ANNIS COMPLETIS QUOS HIC CERNENDO LEGETIS MILLE DUCENTENIS BIS QUINIS BIS DUODENIS HUIC INSODATIV OPERI QUOD PREMICIATIV.

Entrambe le decorazioni delle volte dei corridoi non trovano analogo possibile raffronto, risultando uniche nel genere.

La costruzione della Cattedrale di Caserta vecchia, dedicata a San Michele, fu iniziata certamente nel 1113 dal Vescovo Rainulfo e terminata nel 1153.duomo-di-casertavecchia-facciata

Caserta Vecchia – La Cattedrale di San Michele – La facciata e il campanile a  scavalco della strada di accesso al sagrato.

In essa si fondono elementi della architettura siculo-araba, pugliese e benedettina cassinese.

La data di costruzione del suo campanile è assegnata dalla lapide al 1234, ma la lapide lascia intendere che il Vescovo Andrea, completò un lavoro già iniziato, spostando di molti anni addietro l’inizio della costruzione della torre.

Sia Camillo Tutini che Cesare d’Engenio Caracciolo (15…-1650), riportano il testo di due lapidi ritrovate alla base della torre campanaria napoletana, probabilmente al tempo della costruzione della cappella del Tesoro di San Gennaro, quando si rese necessaria la eliminazione di tre cappelle di patronato del duomo angioino e dell’ospizio atanasiano di Sant’Andrea, per recuperare lo spazio utile per la costruzione.

Esse ricordano la ricostruzione del campanile della basilica Stefania patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Pietro II (1216-1251) (cfr. F. Strazzullo) particolare che fa ritenere la decorazione dell’intradosso  del corridoio di Caserta vecchia, derivata dalla decorazione dell’intradosso del corridoio dell’antico campanile napoletano, se si da per vera la data 1234 del campanile casertano.

Concordemente i due autori affermano che le lapidi  furono utilizzate per ripavimentare  la gradinata di accesso al duomo durante i lavori effettuati negli anni di governo della Diocesi del Cardinale Arcivescovo Decio Carafa (1613-1626) per cui risulta impossibile ogni raffronto del testo: “….Sotto il campanile di questa Chiesa, a nostri tempi furono ritrovati i seguenti due marmi con li soscritti versi, i quali oggi non si veggono, perché furono guasti, e si adoperarono nella scala della porta maggiore di questa Chiesa, ne quali si faceva mentione di Pietro della Citta di Sorrento Arcivescovo di Napoli, che fu nell’anno 1233, come nè seguenti versi si legge: 

HANC PETRAM, PETRUS PRAESUL, AEDIFICAVIT, QUAM CHRISTUS PETRAM PETRO SIMONI SIMILAVIT, /  SURRENTI NATUS , PAESULIQ; NEAPOLITANUS /  MILLE TER UNDENIS ANNIS, DOMINIQ; DUCENTIS, /  DECANTENT TURBAE SURRENTI NATUS IN URBE, /  URBIS, P. SAUE’ PRAELATUS VERGILIANAE; /  QUEM DOMINUS ELEGIT, FAELICITER HOC OPUS EGIT.

ANNIS VIVENTIS DOMINI PER MILLE DUCENTIS, /  TER DENIS TERNIS SI SCRIPTA LEGENS LENE’ CERNIS. /  INTITULAT GESTA CURRENS INDICTIO SEXTA, /  TUNC ANNIS DOMINI TER DENI MILLE DUCENTI , /  TERNI CUM COEPIT HOC OPUS FAELICITER EGIT /  P. DE SURRENTO TUNC PRAESUL NEAPOLITANUS, SI BENE’ SCRIPTA LEGES, INDICTIO SEXTA CURREBAT. (cfr. Cersare d’Engenio Caracciolo, Napoli sacra).

Di questo campanile non  possediamo descrizione , ne immagini  cartografiche antiche e dobbiamo riferirci al coevo campanile di Caserta vecchia, per una ideale ricostruzione.

Il campanile di Caserta vecchia è alto 32 metri ed è largo alla base 8 metri, con 5 piani decorati con bifore.

E’ simile a quello della cattedrale di Aversa, e manifesta già influssi gotici.

Al vertice della struttura la cella di risonanza è ottagona con torrette cilindriche agli angoli.

Probabilmente anche il campanile napoletano, preesistente alla costruzione del duomo angioino presentava le stesse caratteristiche, comuni anche al campanile della chiesa napoletana di Santa Maria a Piazza, fondata nel IV secolo, il cui campanile preromanico in laterizi fu innalzato su un arco all’ingresso del Vicolo Scassacocchi.

Esso, del X-XI secolo, era a scavalco del vicolo e fu costruito su una torretta di difesa all’accesso e per la chiusura del vicolo stesso, al tempo delle guerre gotiche (535-553), anche essa era a scavalco del tratto di strada.

Era la torre campanaria più antica di Napoli e fu abbattuta nel 1924 per l’ampliamento delle vie della Vicaria Vecchia e di Forcella.

santa-maria-a-pizza-451x600Napoli, Via Vicaria vecchia, l’arco in laterizio, a scavalco dell’accesso al vicolo Scassacocchi, su cui fu elevato nel X o XI secolo il campanile della vicina chiesa paleocristiana di Santa Maria a Piazza, in una stampa di fine ‘800.

Allo stesso periodo risale il campanile superstite della chiesa napoletana di Santa Maria Maggiore alla Pietra Santa, del VI secolo.

Il suo campanile risalirebbe all’XI secolo ed è oggi una delle più antiche torri campanarie d’Italia.

E’ in laterizio ed è anch’esso a scavalco di un passaggio di accesso al sagrato della antica chiesa, ricostruita tra il 1653 e il 1678 da Cosimo Fanzago.

800px-napoli_-_chiesa_di_santa_maria_maggiore2Napoli, il campanile a scavalco della chiesa di Santa Maria Maggiore della Pietra Santa.

Il basamento dell’antico campanile del duomo fu ancora riutilizzato nella costruzione di un nuovo campanile, in età angioina, crollato con il terremoto del 1349, che non doveva essere dissimile dalle coeve torri campanarie napoletane di San Lorenzo Maggiore, di Santa Chiara e nella struttura come quello di San Pietro a Maiella, costruito anche esso in età angioina;   successivamente fu riutilizzato ancora, per la costruzione di un nuovo campanile patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456 che atterrò il preesistente e arrecò notevoli danni al duomo, in forme ridotte per motivi  di sicurezza, ampliando e rinforzando la base anche con torrette poligonali angolari. struttura poderosa, così come appare oggi nascosta dalla  fitta stratificazione edilizia della fine del ‘500, riprodotta anche nel rilievo cartografico di A. Baratta, della città di Napoli, nella mappa dell’area del duomo, del 1629.

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Napoli, il campanile della Basilica di San Lorenzo Maggiore in una vecchia fotografia  e il campanile della chiesa di San Pietro a Maiella.

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Da: Roberto Di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974 – Napoli, duomo, la poderosa mole del campanile, così come appare oggi, soffocato dalla stratificazione edilizia cinquecentesca.

Con lo spianamento dell’area  per la cotruzione del duomo angioino, alla fine del ‘200, il campanile, prima che un nuovo terremoto lo atterrasse, cessò di essere a scavalco del Vicus che risultò interrato nel tratto della cittadella vescovile.

La base dell’antico campanile, con il sottopasso, fu racchiusa in una nuova poderosa struttura poligonale rinforzata alla base da torrette esagonali sulla quale venne innalzata la torre campanaria angioina, che crollo con il terremoto del 1456.

Il corridoio, dopo la costruzione del duomo angioino e la concessione del diritto di patronato sulla adiacente cappella alla famiglia Carbone, da parte dell’Arcivescovo Bernardo di Rodes (1368-1378), che fu intitolata ai Santi Tiburzio e Susanna, titolo cardinalizio del napoletano Francesco Carbone (metà sec. XIV – 1405), morto a Roma ed in essa sepolto, divenne sagrestia accedibile attraverso una porta aperta sulla parete di destra della cappella stessa.

Smise di essere sagrestia della cappella, forse dopo il terremoto del 1456, divenedo accedibile da una porta aperta, oggi murata, sull’angolo sinistro dello spazio che poi divenne la cappella di patronato della famiglia Galluccio e sul finire dell’800 cappella delle reliquie del duomo.

Dopo la fondazione della Confraternita dei Bianchi del Santissimo Sacramento, nel 1549 da parte dell’Arcivescovo di Napoli Cardinale Gianpietro Carafa (1549-1555) eletto papa nel 1555 col nome di Paolo IV che assegnò ad essa,  come sede, gli ambienti ed una cappella realizzata nel primo livello del ricostruito campanile, in forma ridotta nella altezza, dal   Cardinale Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456,  il corridoi murato negli accessi fu utilizzato  come scolatoio dei cadaveri dei confratelli della Confraternita

Ad esso si accedeva per i caritatevoli uffici di sepoltura, attraverso una botola aperta sul pavimento della cappella stessa.

Il corridoio/scolatoio, fu ritrovato occasionalmente, durante gli ultimi lavori di restauro al complesso Cattedrale (1969-1972) con ancora alcuni cadaveri seduti sugli scolatoi e le cantarelle recuperate sono utilizzate oggi, come vasi per piante nel cortile del palazzo arcivescovile, insieme ai rocchi di terracotta che costituivano le condotte dell’acqua piovana dai tetti del duomo.

Fu realizzato un nuovo accesso alla torre, creando una scala all’interno del poderoso basamento, che dall’usciulo sulla navatella di Sant’Aspreno, baipassando il corridoio, aggirandolo, consentiva raggiungere la cappella della Confraternita e il secondo livello della torre campanaria dove il Cardinale Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1590-1603), fece realizzare la casa per il Vicario Curato del duomo.

camp1Altre scale ricavate nella struttura consentono di raggiungere la cella campanaria, munita oggi di cinque campane:

La più antica fu fusa nel 1302, quando era Arcivescovo di Napoli il Beato Giacomo da Viterbo (1302-1307) e probabilmente è la prima delle campane poste sul  nuovo campanile angioino  e reca a caratteri gotici, la seguente iscrizione:

BEATI MORTUI QUI I DNO MORIUNTUR QUARTE INDI + AN DNI MCCCII. MENTE SCAM SPONTANEA HONORE DEO ET PATRIE LIBERACIONEM + PETRUS FILIUS MAGIRO ROMEO ME FECIT.

La campana più grande, a settentrione, fu fusa nel 1322, al tempo del Vescovo eletto Matteo Filomarino (1320-1322) e, come riferisce F. Strazzullo, in: neapolitanae ecclesiae cathedralis insriptionum thesaurus, Napoli 2000, si ruppe il 6 maggio del 1673, durante la processione delle reliquie di San Gennaro e fu fatta rifondere nello stesso anno dal Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685) che la benedisse il 19 maggio 1673;  reca gli stemmi cardinalizi del Caracciolo e la immagini dei Santi Compatroni, di San Gennaro,  del Reliquiario del Sangue e la seguente iscrizione, con una diversa data:

INNICUS TIT. S. CLEMENTIS S.R.E. PRESBiTER CARD. CARACCIOLUS ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS AD HONOREM GLORIOSI MARTIRIS ET EPISCOPI IANUARY PATRONI MEN. DECEMBRIS ANNO SALUTIS MCCCCCCLXXXIII.

La stessa campana reca un’altra iscrizione:

FELIX PULCRA NEAPOLIS FIDELIS ALMA CIVITAS EXSULTA  MENTE HUMILI IUBILIOVEE PRAECONIO TUO IANUARIO MARTIRE DEI INCLITO AC PRAESULE SANTISSIMO QUEM ROGA VOTO SUPPLICI UT MAGIS SEMPER FLOREAS ET SPIRITU PROFICIAS PESTIS CONTACTUM  ARCEAT BELLORUM MALA REPRIMAT MISERAM FAMEM AUFERAT FLAMMAS EXTINGUAT LITIUM EIUSQUE PATROCINIA HABERE  SEMPER SENTIAS ALLELUIA ALLELUIA ALLELUIA

La terza campana, seconda per grandezza, fu donata dal Cardinale Gianvincenzo Carafa (1530-1544), nel 1540 e reca la seguente iscrizione:

MENTEM SANTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERATIONEM VINCENTIUS CARRAFA EPISCOPUS PRENESTIENSIS SACRO SANTE ROMANE ECCLESIE CARDINALIS ET ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS ANNO DOMINI M CCCCC XXXX.

La campana posta ad occidente, reca la seguente iscrizione:

OPUS PRINCIPY DE AMORE REGY FUND ET CAIETANI EIUS FILIUS NEAP.

Sull’orlo superiore:

FLEO DEMONIS ET VENTI VIM PELLO CANTOQ. LAUDES CORPORA VIVA VOCO MORTUA VOCE.

Un’altra campana più piccola reca lo stemma del Cardionale Caraccioolo e la data del 1677, ed un’altra, fusa al tempo del Cardinale Luigi Ruffo Scilla datata 1822, recava la seguente iscrizione, riportata da Stanislao Aloe in: Tesoro lapidario napoletano, Napoli 1835, da dove sono tratte le iscrizione presenti sulle campane e qui riportate.

VERBUM CARO FACTUM EST ET HABITAVIT IN NOBIS ALOYSIUS S.R.E. CAR. RUFO ARCHIEP. NEAPOLITANOR. ERAT F.A.D. MDCCCXX.

Questa campana, riferisce Strazzullo, fu rifatta a spese del Card. Marcello Mimmi, Arcivescovo di Napoli (1952-1957), nel 1954.

Le campane, originariamente a slancio, nel 1972, al termine dei lavori di restauro all’area episcopale, inattive da molti anni, furono munite di un motore elettrico per il concerto, nelle ore canoniche, e nelle solennità liturgiche, a spese del Canonico del Capitolo Cattedrale, Vicario Episcopale per il duomo, Mons. Salvatore De Angelis (1894-1974) e solennemente benedette e inaugurate dal Cardinale Arcivescovo Corrado Ursi (1966-1987).

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Riproduco ora il rilievo planimetrico  della struttura e due sezioni della stessa, così come pubblicato sul citato testo di Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli 1974, con delle note grafiche esplicative da me aggiunte.

ca1La prima, rappresenta graficamente, con un tratteggio più fitto, la base dell’antico campanile , rinforzata con la poderosa struttura del campanile angioino, e con le torrette poligonali agli angoli, aggiunte dopo il terremoto del 1456, rappresentata con un tratteggio più rado.

Essa evidenzia chiaramente la planimetria dell’antico passaggio sottostante il campanile a scavalco del tratto terminale del Vicus S. Laurentii ad fontes.

I disegni successivi sono le planimetrie del primo e del secondo livello della torre campanaria: la cappella della Confraternita, al primo livello e le scale che conducono alla soprastante cella campanaria.ca2

La sezione della struttura  riprodotta nel disegno a lato, rappresenta alla base il passaggio a scavalco che appare molto ribassato rispetto al piano di calpestio originario del Vicus, che ho tentato di ridisegnare.

La sezione della torre campanaria, evidenzia ciò che resta del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus dell’antico campanile.

Anche in questo disegno ho tentato di collocare l’antico piano di calpestio del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus, tentando di riferirlo alla quota del piano di calpestio del tratto del Vicus rapporto ai resti del tratto di strada romana emersi sul lato orientale della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, durante i lavori di restauro al complesso episcopale.

La stampa del disegno “a volo d’uccello” che ho postato, elaborato da Alessio Simmaco Mazzocchi, rappresenta una ricostruzione ideale della disposizione delle due Basiliche napoletane, la Santa Restituta e la sua gemina Stefanìa:  la Stefanìa aveva due campanili sulla facciata.

Quello di destra, guardando il disegno sopportava alla base una antichissima cappella che già dal VII-VIII secolo era intitolata a San Pietro ed era di diritto patronale della potente famiglia Capece-Minutolo che aveva fondaci e case al Vico Scassacocchi.

Su di essa poi, dopo lo spianamento dell’area per la costruzione del duomo angioino, fu costruita la attuale cappella dei Capece-Minutolo, intitolata a San Pietro.

L’altro campanile, costruito sui resti della torre di difesa, era a scavalco del tratto terminale del Vicus S.Laurentii ad Fontes .

L’antico campanile del duomo, a scavalco del Vicus e l’antico campanile di destra della Basilica detta Stefanìa, che sopportava alla base la cappella dei Capece-Minutolo, utilizzata come cripta sepolcrale dei membri della famiglia, la cui area di patronato risulta delineata sul pavimento del transetto antistante l’ingresso della attuale cappella dei Capece-Minutolo. risultano essere in asse, lungo il muro perimetrale sud del transetto.

Questo conferma la antichità del passaggio sottostante il campanile dell’IX-X secolo e la antichità della decorazione del suo archivolto, certamente precedente a quello della Cattedrale di Caserta Vecchia.

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Sorprende lo stato di abbandono in cui versa la struttura, la cappella della Confraternita restaurata negli anni ’70 del passato secolo e la cella campanaria, priva di reti protettive e ingombra di carcasse ed escrementi di uccelli.

Napoli – Basilica Santuario del Carmine Maggiore – Il Crocefisso che chinò il capo per schivare un colpo di bombarda.

Le ragioni di una contesa – La fine del Regno di Giovanna II e l’arrivo degli aragonesi a Napoli – Il miracolo nel racconto di un contemporaneo: la CRONACA DI NAPOLI di Notar Giacomo.

di Tino d’Amico

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L’autore nel suo studio .

Occorre inquadrare storicamente l’evento miracoloso documentato nella CRONICA DI NAPOLI  di Notaro Giacomo: il tramonto della dinastia angioina filo francese e angioina-durazzesca e le vicende politiche e militari che contrapposero l’ultimo angioino di Napoli ad Alfonso V d’Aragona, tornato a Napoli per rivendicare i propri diritti sul Regno, insediandosi poi sul trono, nel 1442, con il nome di Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo.

Alla morte di Guglielmo I d’Asburgo detto l’ambizioso (1370-1406), che aveva sposato nel 1401, Giovanna d’Angiò (1373-1436), principessa di Napoli perché figlia di Carlo III di Durazzo (1345-1386) e di Margherita di Durazzo (1347-1412) entrambi primi cugini, non avendo eredi, motivo per cui patrimonio e titoli del marito erano passati per successione al fratello minore di questi, Leopoldo IV, non sperando in possibili nuove nozze per l’età incipiente, ritornò a Napoli, dove cominciò a condurre una vita dissoluta presso la corte libertina degli angioini.

Re di Napoli dal 1386, era suo fratello minore Ladislao I (1376-1414) e ritrovò l’anziana madre Margherita di Durazzo, impegnata nel difendere come reggente, il trono del figlio minore, dalle fazioni contrapposte filo-angioina, francese e angioina-durazzesca: i filo-angioini francesi riuscirono ad eleggere re di Napoli Luigi II d’Angiò (1377-1417), nel 1382, che la regina Giovanna I (1328-1382) aveva nominato erede al trono di Napoli, in contrapposizione a Carlo III d’Angiò-Durazzgiovanna-i1o.

Giovanna I regina di Napoli.

Nel 1387 i sostenitori del ramo francese occuparono Napoli e Margherita di Durazzo, con il piccolo Ladislao I fu costretta a rinchiudersi in Castel dell’ Ovo da dove poi fuggì per Gaeta.

Nel 1390 il napoletano Pietro Tomacelli fu eletto Papa (Bonifacio IX, 1390-1404) che sosteneva il partito angioino filo-durazzesco di Ladislao I contro gli angioini filo-francesi  di Luigi II.

Nel 1399, Ladislao I, ormai libero della reggenza, tentò di recuperare il trono di Napoli, profittando dell’impegno di Luigi II contro i baroni ribelli pugliesi, costringendolo poi, per le sorti avverse della contesa, a fuggire in Francia.

Ladislao I subito dopo la riconquista del Regno, si adoperò presso il Papa per la conferma della successione dinastica del Trono di Napoli, feudo della Chiesa, consolidando il suo potere anche con l’eliminazione fisica dei baroni ribelli, ma il suo sogno era quello di unificare l’Italia sotto un unico sovrano, lui naturalmente, raccogliendo la netta opposizione di Innocenzo VII (1404-1406) perché il tentativo mirava a togliere alla Chiesa il Patrimonio di San Pietro e il vassallaggio nei suoi confronti di molti stati e staterelli d’Italia.

La grande minaccia che Ladislao I rappresentava per la Chiesa e per le autonomie locali italiane indusse l’Antipapa Alessandro V (1409-1410), che per tentare di ricomporre lo scisma d’occidente, aveva deposto gli antipapi Gregorio XII (1406-1415) e Benedetto XIII (1394-1417), a richiamare in Italia Luigi II d’Angiò, che nominò re di Napoli.

Le alterne vicende della guerra condotta da Ladislao I contro le entità politiche dell’Italia centro-settentrionale, si conclusero con un trattato di pace, nel 1411, ma contro di lui insorse l’Antipapa Giovanni XXIII, il napoletano Baldassarre Cossa (1410-1415),  che prese posizione a favore di Luigi II d’Angiò che, nel frattempo pur raccogliendo l’appoggio di Giovanni XXIII, perse il Regno di Napoli e rientrò in Francia, mentre lo stesso Antipapa siglava con Ladislao I un accordo di pace, confermandolo re di Napoli, nel 1412.

L’anno successivo Ladislao I annullando il trattato con l’Antipapa Giovanni XXIII, intraprese nuovamente la lotta per l’unificazione dell’Italia sotto il suo governo.

I suoi progetti fallirono perché colto da una improvvisa malattia infettiva morì nel 1414 .                                                                 141828

Napoli – Chiesa di San Giovanni a Carbonara Monumento funebre di Ladislao I.

Il suo regno passò alla sorella Giovanna che divenne Giovanna II regina di Napoli, fino al 1435.

La vita libertina condotta da Giovanna II alla corte angioina, fu caratterizzata dalla presenza di molti amanti occasionali e di alcuni stabili “favoriti” che ebbero molta influenza sulle scelte politiche interne ed estere del Regno e profittarono della loro posizione per acquisire potere  e ricchezze e feudi per i loro familiari.

Il primo di essi fu il suo coppiere, Pandolfello Piscopo detto Alopo per la sua calvizie, morto decapitato nel 1415, che Giovanna II innalzò alle più altre cariche dello Stato.

Non avendo avuto figli, “la ragion di Stato” imponeva alla sovrana un nuovo matrimonio, e la scelta cadde sull’infante don Giovanni d’Aragona, figlio di Ferrante d’Aragona che esercitava il suo potere anche sulla Sicilia, ottimo alleato quindi, in caso di guerra.

Secondo l’uso del tempo, furono mandati a trattare e a concludere il matrimonio gli emissari reali,  i quali al ritorno da Valenza, raccontarono che lo sposo prescelto aveva appena diciotto anni.

Ai più il matrimonio sembrò sconveniente perché la quarantasettenne regina, sfiorita e corrotta, difficilmente avrebbe potuto fare colpo sul giovanissimo prescelto, che scoprendosi ingannato sulle decantate virtù e sulla bellezza di Giovanna II, certamente avrebbe rotto il contratto di nozze e poi per l’età avanzata della regina, difficilmente sarebbe nato l’atteso erede.

I messi furono rinviati a Valenza per disdire il matrimonio, mentre il Consiglio della Corona filo-francese decise di sposare Giovanna II con Giacomo di Borbone conte della Marche (1370-1438), imparentato con i reali di Francia, per assicurarle una discendenza legale, assicurare stabilità al partito, e respingere le pretese di successione dinastica di Luigi II d’Angiò.

Il matrimonio fu celebrato il 10 agosto 1415, ma Giovanna II negò al marito il titolo regale, come stabilito dal contratto matrimoniale, relegandolo al ruolo di principe consorte.

Intanto Giacomo di Borbone cominciò a nutrire seri sospetti circa la fedeltà della consorte, anche per le storie che si raccontavano sulla vita libertina che quest’ultima aveva condotta prima del matrimonio.

La regina aveva elevato alle più alte cariche dello Stato il suo “preferito”, Pandolfello Alopo, nominandolo nel 1414 Gran Siniscalco del Regno.

La sua  potenza aumentò ulteriormente  con il matrimonio della sorella Caterina con Muzio Attendolo Sforza, capitano di ventura, a Napoli al soldo di Ladislao I, e rimasto a Napoli dopo la morte di questi, sperando di guadagnare il favori della regina che lo aveva già nominato Gran Conestabile del Regno, scatenando la gelosia di Pandolfello che lo fece arrestare ma poi, temendo i soldati al suo comando, lo liberò, gli dette in sposa la sorella e i feudi di Benevento e Manfredonia.

Fu lo stesso Pandolfello a consigliare alla regina di non investire del  titolo regale il  marito Giacomo che  lo fece arrestare e decapitare nello stesso anno 1415.

Lo stesso Giacomo di Borbone fu vittima di una congiura ordita dalla nobiltà angioina filo-francese e per salvarsi dovette fuggire da Napoli per la Francia dove vestì l’abito francescano: morì nel 1438.

johanna_ii_of_naples6Giovanna II regina di Napoli.

In questi frangenti ne approfittò Giovanni Caracciolo del Sole, detto Sergianni, (1372-1432) che riuscì a diventare il nuovo “favorito” di Giovanna II.

Dopo la morte dell’amate e la fuga del marito, Giovanna II fu incoronata regina di Napoli il 19 ottobre 1419.

Gli anni che seguirono furono caratterizzati dalle lotte di potere delle due fazioni angioina filo-francese e angioina filo-durazzesca, ma anche fra vari pretendenti alla mano della regina, per accaparrarsi il trono di Napoli e gli eredi di diritti di successione scaturenti da adozioni legali sancite al tempo della regina Giovanna I, mentre incominciarono ad incrinarsi i rapporti fra Giovanna II e il Papa Martino V (1417-1431), che era riuscito a comporre lo scisma d’occidente.

Martino V chiese alla regina di Napoli il contributo economico spettante al Patrimonio di San Pietro, in ragione del rapporto di vassallaggio del Regno di Napoli nei confronti della Chiesa, l’omaggio annuale della chinea ammontante ad ottomila once d’oro, offerto dai sovrani angioini al Papa il giorno di San Paolo, per la concessione del regno di Napoli, come vassallo della Chiesa a Carlo I d’Angiò e Giovanna II era in arretrato di qualche anno.

Consigliata dal suo nuovo “favorito” ‘ Sergianni Caracciolo, si rifiutò di onorare il l’obbligo del censo, pattuito da Carlo I d’Angiò con Papa Clemente IV (1265-1268), scatenando la vendetta di Papa Martino, chiedendo l’appoggio di Luigi III d’Angiò, figlio del rivale Ladislao I e pretendente del trono di Napoli in virtù del diritto ereditario scaturente dalla adozione legale che Giovanna I (1327-1382) aveva conferito al nonno Luigi I, prima che venisse spodestata ed uccisa da Carlo III, il padre di Giovanna II.

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E’ a questo punto della storia che entrarono in gioco gli aragonesi.

Luigi III d’Angiò nel 1420 cominciò l’invasione del Regno, mentre Papa Martino V si fingeva mediatore della contesa per la successione dinastica del Regno, convocando a Firenze le parti.

I napoletani smascherarono l’ambiguo comportamento del Pontefice e chiesero l’appoggio di Alfonso , conte di Catalogna (1394-1458), figlio di Ferdinando I, cui successe nel 1416 nei regni di Aragona, Valenza, Majorca, Sardegna. Sicilia, chiamato a difendere il regno di Napoli con  la promessa di essere adottato come figlio da Giovanna II e quindi a succedergli legittimamente sul trono di Napoli.

Per la peste del 1422 le corti angioine e aragonesi furono costrette a fuggire da Napoli a Castellammare prima, a Gaeta poi, dove alcuni nobili del regno giurarono fedeltà nelle mani di Alfonso V.

Questo valse ad aumentare i timori di Giovanna II circa la sua esautorazione dal governo da parte del re di Aragona e, consigliata da Sergianni Caracciolo, revocò l’adozione fatta ad Alfonso V, per concederla a Luigi III d’Angiò che, sconfitti gli aragonesi , li costrinse a fuggire in Ispagna.

La pace che seguì vide gli ultimi bagliori della potenza di Sergianni, la sua tragica fine , assassinato a colpi di stocco , la notte del 19  agosto 1432, in Castel Capuano, la morte improvvisa di Luigi III erede al trono di Napoli, nel 1432, a cui successe nel diritto, il fratello Renato e la morte della ormai sessantacinquenne regina Giovanna II, nel febbraio 1435.

Quando Renato d’Angiò fu chiamato a succedere a Giovanna II, era prigioniero del duca di Borgogna per uno sfortunato tentativo di conquista di quel ducato; ne approfittò Alfonso V d’Aragona che aveva mal digerito la perdita del regno di Napoli.

Contattato dalla nobiltà napoletana estromessa dalla reggente Isabella di Lorena, moglie di Renato d’Angiò, nel governo del Regno, prese l’iniziativa e tentò di invadere il regno di Napoli, ma fu sconfitto a Ponza dalla flotta genovese giunta in aiuto dei napoletani.

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Re Alfonso tentò ancora uno sbarco nel Regno e questa volta riuscì a conquistare il Castel Nuovo e Castel dell’ Ovo.

Quando finalmente re Renato, liberato dopo il pagamento di un  ingente riscatto, giunse a Napoli nel 1437, Alfonso V d’Aragona, dopo avere conquistato Caserta e Scafati aveva cinto d’assedio la Città, ponendo il suo campo nei pressi del Castel Nuovo, mentre suo fratello minore, l’Infante di Spagna, don Pietro Fernandez duca di Noto, aveva posto le batterie nella zona di Sant’Anna alle Paludi, per tentare di prendere il Forte dello Sperone, nei pressi della chiesa di Santa Maria del Carmine che, evacuata, era stata trasformata dagli angioini in base per le operazioni militari, ponendo sul campanile (non l’attuale, ricostruito da Frà Nuvolo), alcune bombarde.

Questo avveniva il 17 ottobre 1439 o, secondo alcuni cronisti contemporanei, fra cui Notar Giacomo, il 17 ottobre 1438.

Le differenti date sono conseguenza del diverso modo di computare gli anni: secondo il calendario del regno di Sicilia e quindi aragonese, l’anno sarebbe il 1438; secondo il calendario romano, il 1439.

056_065Napoli – Il forte detto “lo sperone” ancora esistente nei primi anni del ‘900 – Sullo sfondo si nota il campanile della chiesa del Carmine.

Il 17 ottobre 1438, gli angioini sparavano dal campanile della chiesa del Carmine per tentare di contenere, in qualche modo, il fuoco degli aragonesi che dal campo posto nella zona di Sant’Anna alle Paludi tiravano con  le loro bombarde chiamate messinesi, contro il forte e la chiesa stessa.

Pare che lo stesso infante don Pietro dirigesse il fuoco di una bombarda proprio contro la chiesa e il campanile  da dove partivano colpi micidiali.

Una palla di pietra del diametro di circa 36 centimetri sfondò l’abside e andò a finire la sua corsa su di un Crocefisso di legno posto su di un tavolato accanto alla porta maggiore.

Il Cristo fu ritento irrimediabilmente perduto ma, passato il momento di smarrimento, quei frati più coraggiosi che volevano tentare un bilancio dei danni subiti, Lo trovarono intatto, anzi poterono constatare che la testa, prima rivolta verso il cielo con gli occhi aperti e le labbra aperte in atteggiamento di supplica, appariva miracolosamente china, gli occhi e la bocca serrata, la lingua stretta fra i denti, il ventre contratto nella parte inferiore e le gambe piegate sotto il peso del corpo.

15-segreti-di-napoli-parte-2_05Il collo poi, mostrava nervi e tendini tesi nello sforzo per schivare il colpo e i capelli di crine, che prima scendevano sulle spalle, alla nazarena, apparivano rovesciati sul volto, mentre la corona di spine era caduta.

Napoli – Basilica Santuario del Carmine Maggiore – Il miracoloso Crocefisso – Dettaglio.

Constatato il miracolo, furono invitati i cavalieri del Seggio di Portanova, deputati durante l’assedio della custodia del Tempio, i quali confermarono il fatto, ne diedero l’avallo legale e proposero di trasferire il miracoloso Crocefisso in un luogo più sicuro.

Ma non riuscirono a rimuovere l’immagine sacra diventata improvvisamente pesantissima.

Alfonso V d’Aragona, venuto a conoscenza del miracolo, invitò il fratello don Pietro che si approntava ad intensificare il fuoco, a desistere dallo sparare contro il luogo sacro.

Il giorno seguente un angioino, scorgendo dall’alto del campanile un gruppo di ufficiali fermi nel campo avversario, sparò un colpo con la bombarda detta “la pazza”.

Il colpo troncò netto il capo dell’Infante don Pietro che, spronato il cavallo s’era dato alla fuga, vedendo arrivare verso di lui il proiettile.

Alfonso V d’Aragona che si era recato a Messa nella chiesetta di Santa Maria delle Grazie, oggi detta di Sant’Anna alle Paludi, a chiedere  l’aiuto divino nella battaglia, informato della morte del fratello don Pietro, rimase nella chiesetta fino al termine della Santa Messa, per poi recarsi presso il corpo dell’infante di Spagna raccolto nella palude dove il cavallo imbizzarrito lo aveva trascinato.

Agli inviti pressanti di Isabella di Lorena (1400-1453) moglie di Renato d’Angio e regina di Napoli, ad entrare in  città per dare degna sepoltura all’infante, rispose con un netto rifiuto, preferendo togliere il campo e trasferirsi a Capua, dopo avere provvisoriamente sepolto don Pietro in Castel Nuovo, da dove poi la salma fu trasferita nel 1445 nella chiesa di San Pietro Martire.

Così Cesare d’Engenio Caracciolo, descrive il suo sepolcro in San Pietro Martire: “…qui anche il Re Alfonso dopo ch’ebbe acquistato Napoli, fe dal Castel Nuovo trasferire il corpo dell’Infante D. Pietro suo fratello ch’era morto tre anni prima dal tiro d’artiglieria…e volendo farlo seppellire nella tribuna, gli fu consigliato che non conveniva che in quel luogo stesse alcuna persona, e che facesse levar la sepoltura del Gran Senescallo Costanzo, rispose, che s’era male. ch’e un Re facesse ingiustizia a i vivi, era assai peggio farla a i morti, e così lo fe porre in una tomba di broccato appresso l’avello del Costanzo, ma dai frati di questo luogo, fu poi eretto un sepolcro di marmo, e col corpo della Regina Isabella moglie del re Ferrante fu collocato e qui si legge: ossibus e memoriae Isabellae Clarimontiae  /  Neap. Reginae Ferdinandi Primi coniugis  /  et Petri Aragonei Principis strenui  /  Regis Alphonsi Senioris frater   /  qui ni mors ei illustrem vita cursum interrupisset  /   fortunam gloriam facile adoequasset,   /  o fatum quot bona parvulo faxo conduntur. (cfr. Cesare d’Engenio Caracciolo, NAPOLI SACRA, Napoli 1623.

Anche Pietro de Stefano, nel 1560, da la stessa descrizione della sepoltura di Pietro d’Aragona; Carlo Celano nel 1692, è più preciso riportando nel suo racconto la data della morte dell’infante 1439  e la data della sua sepoltura in San Pietro Martire, nel 1444 .

Tre casse di legno ricoperte di broccato: una per Pietro d’Aragona, un’altra per Isabella di Chiaromonte e l’altra per Beatrice d’Aragona, regina d’Ungheria; in un secondo tempo, essendo logorati i feretri, i frati composero sulla tribuna in una cassa di marmo il corpo di Isabella di Chiaromonte, insieme a quello dell’Infante don Pietro ed in un’altra cassa di marmo il corpo di Beatrice d’Ungheria, riportando lo stesso epitaffio precedentemente citato.

In un tempo imprecisato il sepolcro di Isabella di Chiaromonte e dell’infante Pietro fu trasferito dalla tribuna, nella settima cappella di destra.

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Ritratto di Alfonso V d’Aragona, I di Napoli.

Alfonso d’Aragona riuscirà ad occupare Napoli il 2 agosto 1442, quando alcuni aragonesi, per il tradimento di un  gruppo di napoletani, si introdussero attraverso un pozzo posto nel cortile di una casa fuori la porta di Santa Sofia, nell’antico acquedotto romano e attraverso questo in città, riuscendo poi ad aprire la porta al grosso dell’esercito.

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L’evento miracoloso che ho narrato è riportato da un contemporaneo, Notaro Giacomo, (forse Giacomo della Morte, ancora vivo nel 1524), autore presunto della CRONICA DI NAPOLI dal tempo degli antichi romani al 1511, un manoscritto composto a cavallo fra il XV e il XVI secolo, conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli e dato alle stampe da Paolo Garzilli nel 1845.

“…A lo ultimo de sectembro 1438, secunde indictionis per Re Alfonso primo se castremetaua innapoli et alla padule hauea facto ponere le bombarde per diricto lo monasterio del carmine tralequale una messanese per nomo chiamata, staua se dice la mandra vecchia appresso sanctoangelo dela arena doue hauea facto danno dou uno iouedì ad hora deterza ali XVII de octobre 1438 venne lo infante nomine Don Pedro fratello dedecto re et fece sparare dicta bombarda nominata la messanese per diricto la tribuna e roppe lo muro dela terra et la tribuna dela ecclesia et iectao lo lampere per terra et lo pauiglione del crucifixo la corona li capilli la spina et lo crucifixo  calao la testa et la peredicta ando sopra la porta dela ecclesia et rimase sopra certa taule dentro la ecclesia inn guardia del quale monasterio erano messer ioyse coppula – messer philippo de anna – messer roberto gactola – simonecta scannasorece – vitillo saxone et altri cittadini et Priore era mastro Joanne cingaro de Napoli dou fondano consiglio per leuare dicto crucifixo per dubito delle bombarde, et venuti più maystriy may quello lo possectro leaure et vedendone tale miraculo lo laxaro stare: ali XVIII dicto de venerdì, ad quella hora de terza venendo lo infante per far tirare, essendo lo signor conte defunte et cinquo caualeri inla ecclesia et in quella più bombarde uno che era in dicto monasterio et non della compagnia posse foco ad una bombarda chiamata la pazza doue sentendola vedeva la predicta venire adricto suo et quella perdicta dona alla arena seguitandola lo infante li leua meza testa et lo caualllo fugio con ipso, doue per spacio de mezza mesa fo preso et vedendo dicto conte et li altri tale miraculo stando el re ad audire messa a sancta naria dela padule, li fo narrato lo miraculo con pianto resposse che lui auea pregato quella matina che non volesse tirare al monasterio per lo miracolo hauesa intiso per uno homo era fugito da Napoli et ordino si leuasse il campo et infra spacio dedui di senne ando…”

640px-bassorilievo_del_500Napoli – Basilica del Carmine Maggiore – Bassorilievo del ‘500 che illustra il miracolo. 

Il miracolo del Crocefisso della chiesa del Carmine, è ricordato anche da Sant’Antonino da Firenze (tomo 4 cronic. ad a. 1439); da Giuliano Passero (“Giornale”, conservato presso la Biblioteca della Società di Storia Patria di Napoli); da Notar Francesco De Rosa (“Miracoli della Gloriosissima Vergine del Monte Carmelo de Napoli, edito nel 1585); da Giovanni Cartagena (de mirandis Deipare Virginis”); da Giovanni Battista Lezana (Ann.Carm. ad  a. 1438); dal Briet (“Ann. Mundi”, ad a. 1438); dal Bzovius (“Ann.Eccl. Tom.XII, ad a. 1438); da Daniele della V.M. (“Vinea Carmeli” p. 549) e da altri storici e cronisti del tempo.

Nella sacrestia della Basilica del Carmine Maggiore di Napoli, nel vano destinato a “lavabo”, trasformato poi in cappella, esiste un bassorilievo del sec. XV che rappresenta il miracoloso Crocefisso nell’atto di schivare il colpo di bombarda.

Fra i cimeli e gli “ex voto” del Santuario, è conservata la grossa palla di pietra, mentre un cerchio di marmo bianco, segna, sul pavimento della chiesa, il punto in cui fu rinvenuto il proiettile.

Se il manoscritto di Notaro Giacomo costitisce il rogito notarile dell’accaduto, i particolari favori concessi al santuario da Alfonso I e dai suoi successori, costituiscono l’avallo legale del miracolo.

Il popolo napoletano, poi, particolarmente devoto del Crocefisso del Carmine, che prima che fosse trasferito nella chiesa, per molti anni era stato esposto alla venerazione dei fedeli nella grande piazza del mercato, constata la veridicità del fatto, aumentò ed intensificò i pellegrinaggi al miracoloso simulacro, tanto che re Alfonso I, a sue spese, fece lastricare il tratto di strada compreso fra la chiesa angioina di Sant’Eligio, prospiciente la piazza del mercato e la chiesa di S.Maria del Carmine, perché fosse più comodo l’accesso al tempio.

Il Crocefisso è oggi conse114815005-1b22cbaf-0e1a-4f28-9026-6a658c41484frvato nel tanbernacolo che Aflonso d’Aragona  fece costruire  in riparazione e fece porre su di un pontesotto l’arco trionfale della tribuna.

Re Alfonso V, I di Napoli, il giorno dopo il suo ingresso in città da conquistatore, nel 1442, volle recarsi a controllare la veridicità del miracolo e venerare la sacra immagine e dalla chiesa del Carmine, nel 1443, volle iniziare la sua cavalcata trionfale per le vie di Napoli.

Ogni anno l’immagine viene esposta alla venerazione dei fedeli, dal 26 dicembre al 2 gennaio, a ricordo del primo miracolo e dell’inaugurazione del nuovo tabernacolo voluto da re Alfonso I, e il primo sabato di quaresima a ricordo dell’assistenza divina durante una tremenda tempesta abbattutasi su Napoli nel febbraio del 1679: quel giorno era un primo sabato di quaresima.

Ai sovrani che prendevano parte alla solenne ostensione del Crocefisso, veniva donata dal Priore del convento, una ciocca di capelli tagliati al simulacro, durante la solenne funzione.

Questo “tagliare i capelli” al Cristo, ha fatto nascere la leggenda della crescita miracolosa dei capelli sul capo del Crocefisso.

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Il Crocefisso della chiesa del Carmine appare come un’opera isolata nell’ambiente artistico campano, per un particolare tono di deformazione aggressiva e violenta.

Queste note caratteristiche, questa rozzezza, comunque, è comune nelle opere di scultori del calibro di Baboccio ed in gran parte degli scultori della fine del ‘300, essa è da intendere come tensione espressiva voluta, intenzionale e non frutto della inesperienza degli artisti.

La corte angioina, sul finire del ‘300 riceve una notevole ventata di misticismo per la presenza a Napoli di Santa Brigida di Svezia, ospite, nel 1372, della regina Giovanna I: la presenza della Santa valse ad accrescere il clima di misticismo e di fanatismo religioso che già nella seconda metà del ‘300 si andava affermando e si era concretizzato  con  la fondazione di chiese e conventi e nella commessa ed esecuzione di opere di gusto popolaresco, sentimentale, altamente espressivo, da parte di artisti locali aperti alla cultura della Catalogna, della Germania, della Francia.

Questo clima devozionale, popolaresco, determina la diffusione di stilemi espressivi, patetici, attraverso l’affermazione delle varie “pietà” e dei “Cristi doloranti”.

La fonte a cui si ispirano per  il tipo iconografico del Cristo morto è certamente la cultura artistica tedesca che  giungeva attraverso svariati canali di penetrazione..

E’ il caso di questo Cristo in croce che la critica tenta di attribuire a Pietro degli Stefani mentre pare accertato sia delle fine del ‘300.

Comunque , la intensa  drammaticità espressiva, la tensione dei tendini e dei muscoli del collo, l’insieme della struttura anatomica, hanno  del soprannaturale, e pongono un interrogativo: chi ha scolpito nel legno di tiglio questo Cristo, o conosceva talmente bene l’anatomia umana, cosa più impossibile che rara sul finire del ‘300, o bisogna credere al miracolo.

Le testimonianze, la tradizione e il culto, non pongono alternative: di miracolo si tratta.


FONTI.

Per la parte storica, Dizionario Biografico Treccani.

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Di due frammenti di transenna, di un frammento di pluteo e di un pilastrino di epoca ducale nella cappella di San Lorenzo del duomo di Napoli.

 di  Tino d’Amico

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Il complesso vescovile napoletano, raccoglie al suo interno alcuni preziosi sconosciuti manufatti, testimonianze inedite che, anche se frammentarie, sono utili per la comprensione dello sviluppo delle arti plastiche nell’Italia Meridionale e non solo, o quanto meno, per la conoscenza della attività di artisti provenienti dall’Oriente, residenti in Città e nei territori del ducato bizantino e i loro rapporti con Bisanzio e più in generale con il mondo mediorientale, siro-palestinese, sasanide, attraverso esperienze culturali ed artistiche documentate già a partire dal VII secolo e per tutto il periodo ducale napoletano (sec. VII – 1135).

Nell’ambito della ricerca e dello studio delle ricostruzioni e trasformazioni dell’assetto interno dell’edificio angioino all’indomani del disastroso terremoto del 1456 e l’interesse per l’occasionale riutilizzo di manufatti provenienti dagli arredi liturgici delle due antiche cattedrali napoletane, sia nel cantiere angioino , che nei cantieri aperti in occasione delle ricostruzioni o restauri , dopo documentati successivi eventi sismici, per poi essere definitivamente accantonati, od eliminati a discarica, o essere alienati in epoche successive, sorprende ancora la scoperta ed il recupero nel corso  degli ultimi lavori di consolidamento e restauro del duomo  (1969-72) di reperti provenienti dagli edifici alto medioevali dell’area episcopale, riposti poi, dopo il recupero, in spazi inidonei, scarsamente evidenziati,  ignorati e sottovalutati, nonostante il loro  valore documentario anche per la continuità dell’utilizzo nel tempo di particolari arredi liturgici all’interno dell’edificio.

Certamente il problema che si impone è la valutazione stilistica di un manufatto, perché privo di ogni riferimento possibile del contesto liturgico per cui fu realizzato:  lo spianamento angioino dell’area su cui sorgerà il duomo, le spoliazioni, le distruzioni e ricostruzioni nel tempo, la mancanza di elementi descrittivi degli antichi edifici che costituivano il complesso cattedrale, non rendono possibile una collocazione dei manufatti recuperati, dall’apparato liturgico antico.

Non è possibile nemmeno una datazione certa e nemmeno se appartenevano realmente all’arredo liturgico dell’antico complesso vescovile, o provengono da distrutti edifici.

Fanno eccezione il prezioso antependium (frontale) dell’Altare della cappella di patronato della famiglia Capece-Minutolo (cfr. Tino d’Amico, Duomo di Napoli – Il frontale (antependium) dell’Altare della cappella Capece-Minutolo, in: tinodamico.Wordpress.com).

I due plutei marmorei, raffiguranti l’uno scene della vita del patriarca biblico Giuseppe e l’altro, storie di San Gennaro e altri Santi, nella cappella di Santa Maria  del  Principio nella antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Il campione della unità di misura lineare bizantina (cfr. Tino d’Amico, Duomo di NapoliIl campione della unità di misura lineare bizantina, in: tinodamico.wordpress.com), incastonato ancora nel suo antico supporto, e sistemato  in epoca angioina nel pilastro dell’arco trionfale, al termine della navata grande del duomo, dalla parte della navatella detta del Salvatore. 

La lapide con l’epitaffio di Bono,  console e duca di Napoli   (832-834),   proveniente dalla chiesa abbaziale  di Santa  Maria a Piazza diroccata parzialmente al tempo dei lavori pel risanamento di Napoli, all’indomani della epidemia di colera del settembre 1884;

Il prezioso calendario marmoreo della Chiesa di Napoli, del IX secolo e un frammento di transenna murato accanto all’ingresso al Battistero di San Giovanni in Fonte .camp-1

Napoli – Duomo – Planimetria generale – Si evidenzia la cappella di San Lorenzo.

Le pareti della cappella di San Lorenzo, Vescovo (VIII sec.) del duomo di Napoli, detta degli Illustrissimi preti di propaganda (cfr. Tino d’Amico, L’albero di Jesse: affresco di Lello de Urbe )da Orvieto?, in: tinodamico.wordpress.com) sono il supporto espositivo di manufatti scultorei , recuperati all’interno dell’area del complesso vescovile durante gli ultimi lavori di consolidamento e restauro (1969-72), provenienti da antichi edifici di culto all’interno della stessa area , distrutti per lo spianamento del sito per la costruzione dell’edificio angioino, da cappellette e Altarini di patronato sparsi all’interno dell’edificio, diroccati dal terremoto del 1456 oppure eliminati a partire dalla seconda metà del ‘600 per l’adeguamento liturgico del complesso cattedrale e gli abbellimenti settecenteschi del Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1753), nel corso dei lavori di ricostruzione, consolidamento e restauro dopo il terremoto del 1732/33, manufatti tagliati, scalpellati o occasionalmente rinvenuti e  trasferiti a discarica, per riempire vuoti strutturali e consolidare tratti murari e fondazioni.

Oggetto di questa analisi sono due frammenti di una transenna, di cm. 35 x 60, utilizzati come pedate di  scalini, un pluteo di cm. 70 x 30 ed un pilastrino, in origine di sezione quadrata, ma tagliato nel riutilizzo nel senso della diagonale, di cm. 98 x 20, riposto in un angolo del sito, in posizione capovolta.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – I frammenti di transenna.

I due frammenti di transenna appaiono decorati con una serie di nastri che si intersecano formando losanghe, sistema decorativo aniconico desunto da stoffe di produzione sasanide (V-VII sec.).

La decorazione del frammento di pluteo presenta un diverso criterio compositivo, formato da cerchi vitinei che inscrivono pavoni intenti a beccare racimi d’uva.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Il frammento di pluteo.

Sistema decorativo ampiamente utilizzato nel periodo paleocristiano e alto medioevale , desunto da, manufatti suntuali in genere, comunque da oreficerie e tessuti di produzione orientale e di importazione attraverso i citati canali.

Il frammento di transenna potrebbe essere un reperto dal  portico paleocristiano scoperto inglobato nella struttura del palazzo arcivescovile napoletano e ancora in corso di scavo e studio, mentre il frammento di pluteo potrebbe essere un reperto dalla transenna ottagona che circondava, come d’uso, la vasca battesimale in San Giovanni in  Fonte, i cui elementi erano intervallati da colonnine che reggevano il tegurium , la copertura della vasca, e reggevano anche i velari calati per proteggere il pudore cristiano quando venivano battezzate le donne.

Il tralcio vitineo è sinonimo di sacrificio, di abbondanza traboccante dell’amore divino, dal sacrificio cruento di Cristo sulla Croce; il pavone che becca i racimi d’uva è simbolo di risurrezione e di vita eterna.

La vita eterna, godimento celeste, si raggiunge con la partecipazione al sacrificio di Cristo, attraverso la Santissima Eucaristia..

Il frammento di pilastrino, ornato in origine su tutti e quattro lati perché sostegno di un protiro o di un ciborio, e doveva essere visto da tutti e quattro i lati, fu segato nel senso diagonale e riutilizzato con altra finalità.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Il frammento di pilastrino.

Probabilmente poggiava su un leone ed era sormontato da un capitello con abaco, o da una mensola/capitello di impostazione per una voltina.

Anch’esso come i due precedenti reperti segnalati, dimostra la derivazione artistica da una scuola di importazione orientale fiorente a Napoli nei primi tempi del ducato, considerando la semplicità e la stilizzazione del decoro a semplici foglioline di palma, simbolo di vittoria, che  il colore stesso della pianta, sempreverde, simboleggia la vita eterna raggiunta dopo il martirio, trae origine dalle comuni fasce decorative dell’abbigliamento bizantino, che si ritroveranno per un lungo svolgere di anni.

Esso pur non evidenziando una probabile collocazione d’origine e una sicura datazione, che potrebbe essere testimonianza di un antico martyrium, esistente nell’area vescovile e diroccato, insieme ai frammenti di transenna e al frammento di pluteo, apre verso la comprensione dello svolgersi della scultura in Campania fra il VII e il IX secolo, facendo emergere dall’oblio, manufatti riposti altrove e dimenticati che, pur comuni prodotti derivati da manufatti suntuali, comuni al tempo del ducato, evolvendosi ed esprimendosi nell’ornato con girari e figure di animali fantastici trovano nelle stoffe orientali la loro matrice e nel mondo bizantino forme più schiette, portando a suggerire l’esistenza di botteghe artigiane trapiantate a Napoli ed operanti prima ancora di costituire vere e proprie scuole stilistiche.

Dopo la conclusione della guerra greco-gotica (536-553) i bizantini incominciarono ad esercitare sulle province del Meridione d’Italia un potere che non fu solo politico-militare, e attraverso gli scambi culturali, favoriti dall’incremento degli scambi commerciali, avviarono una politica di integrazione per mezzo dell’introduzione di colonie artigiane bizantine che influenzarono con il loro operato l’architettura, la scultura, le arti suntuali, con modelli desunti dall’arte sasanide, siro-palestinese.

Gli stessi pellegrinaggi verso i luoghi santi e dall’oriente verso Roma poi, favorirono l’introduzione di modelli ampiamente sperimentati nelle arti minori desunti dalle oreficerie, dalle stoffe e dai manufatti in genere, attraverso anche la circolazione di reliquie di Santi poste in reliquari finemente lavorati, e avvolti in tessuti anche serici che finirono per costituire il modello della produzione di manufatti elaborati da artigiani autoctoni.

A Napoli esisteva una fiorente documentata comunità di mercanti e di artigiani provenienti da Bisanzio e nei territori calabri  erano presenti colonie greco-egiziane che con le loro Chiese  intrattenevano intensi rapporti con i Paesi di origine.

Inoltre a Napoli conviveva, più o meno pacificamente, un clero autoctono, latino ed un clero di importazione, bizantino, che esercitavano in comune il loro ministero nelle due basiliche Cattedrali, la Santa Restituta, sede della unica Cattedra vescovile, con un ruolo decisamente liturgico-pastorale e la Stefanìa che disponeva anche di una Cattedra vescovile, edificio utilizzato essenzialmente dal clero bizantino per attività amministrative e sacramentali.

Integrazione politico-culturale-religiosa, favorita anche dalla presenza di Pontefici siro-palestinesi tra il VII e l’VIII secolo:  Giovanni V (685-686), Conone (686-687), Sisinnio I (708-708), Costantino I (708-715), Gregorio III (731-741).

Il Cardinale Arcivescovo di Napoli Francesco Boncompagni (1621-1641) concesse agli Ebdomadari del duomo l’utilizzo di alcune stanze costruite a ridosso della cappella di patronato della famiglia Seripando, sul fianco sinistro dell’edificio angioino, accedibili dal cortile interno, poi eliminate negli anni 1979-72 , fatte realizzare dall’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), nel 1581, quando trasformò la cappella reale angioina intitolata a San Ludovico, in sacrestia del duomo ed In quella occasione furono utilizzati, probabilmente, i frammenti di transenna e il frammento di pluteo come pedate della scalinata di accesso alle stanze, insieme a pedate ricavate segando lastre sepolcrali nel senso longitudinale, esposte nella stessa cappella di San Lorenzo.

Il bassorilievo della Madonna col Bambino nella cappella Carbone del duomo di Napoli – Lastra marmorea superstite di uno smembrato monumento funebre.

di Tino d’Amico

A Pina.

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Napoli – Duomo. Cappella dei Santi Tiburzio e Susanna – Patronato Famiglia Carbone – La lastra marmorea della Madonna col Bambino.

Oggetto di questo saggio è una lastra marmorea, posizionata nella prima metà dell’800, sulla faccia interna del pilastro di destra che sostiene l’arco di accesso alla Cappella che sotto il Titolo di Santa Susanna, nel Duomo di Napoli, è detta Cappella Carbone perché fin dalla fondazione dell’edificio angioino fu concessa in patronato alla antica famiglia ascritta al Seggio di Capuana; al suo interno si osserva ancora il superbo monumento funebre  di Francesco Carbone, Cardinale del Titolo romano di Santa Susanna (Napoli metà XIV sec. – Roma 1405).

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Napoli – Duomo – La cappella dei Santi Tiburzio e Susanna, patronato della antica famiglia  Carbone. Al centro il monumento funebre del Cardinale Francesco Carbone di Antonio Baboccio da Piperno.

La lastra marmorea, verosimilmente proveniente dalla  fronte di un sarcofago, a motivo del suo eccessivo sviluppo verticale, ritengo piuttosto elemento decorativo superstite di uno smembrato sepolcro a parete andato parzialmente distrutto durante uno dei tanti eventi sismici, di natura geologica e vulcanica, che hanno coinvolto Napoli nel corso della sua storia.

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Napoli – Duomo – Planimetria del blocco edilizio – Si evidenzia il luogo dove è attualmente murata la lastra marmorea della Vergine col Bambino, nella cappella di patronato della antica famiglia Carbone

Non è attualmente ascrivibile ad alcun autore: scarsamente citata negli studi storico-artistici sull’edificio, ad essa non è stato mai attribuito alcun significato specifico perché la sua interpretazione d’origine non è stata mai oggetto di codificazione in uno specifico programma di analisi iconografica sulla determinazione dei dati stilistici anche perché nota solo a pochi a motivo della sua scarsa visibilità.

La mia ricerca tenterà di dare una risposta all’iniziale utilizzo e collocazione del manufatto all’interno dell’edificio angioino; di fornire una lettura iconografica della lastra marmorea; e attraverso una analisi stilistica, tentare di determinare la sua datazione.

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Il terremoto  del 4/5 dicembre 1456, come riferisce  Bartolomeo Chioccarelli nel suo Antistitum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae catalogus, del 1643, provocò  il crollo quasi totale del duomo angioino, che appena ultimato, il 10 settembre 1349 (100 anni prima) , un altro terremoto aveva gravemente danneggiato, con il crollo del campanile e della facciata e gravi lesioni alle strutture portanti e ai pilastri, già compromessi da crolli e cedimenti durante la costruzione dell’edificio per l’utilizzo di malte scadenti e per inadeguate fondazioni.

Il sisma provocò la caduta della torre sinistra detta Tesoro vecchio, della facciata e crolli e danni gravissimi alle pareti e alle volte della navata laterale detta del Salvatore  e danni considerevoli alle pareti e alle volte della navata detta di Sant’Aspreno, ma anche gravissimi danni ai pilastri della navata centrale e all’abside.

Il Cardinale Rinaldo Capece Piscicelli, Arcivescovo di Napoli (1451-1457) incominciò i lavori di ricostruzione e restauro dell’edificio ottenendo anche l’aiuto economico del nuovo re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona, lavori continuati certamente durante il brevissimo governo della Diocesi dell’Arcivescovo Giacomo Tebaldi (1458) e conclusi dal Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo di Napoli dal 1458 al 1484 che ritornò poi, dopo avere ceduto il governo della Diocesi al fratello Alessandro Carafa, dal 1484 al 1503, come Amministratore Apostolico fra il 1503 e il 1505.

Il Carafa ottenne l’aiuto economico anche dall’allora Pontefice Paolo II, il veneziano Pietro Bardi (1464-1471) e coinvolse nei restauri la nobiltà e il popolo napoletano.

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Napoli – Duomo – La facciata ricostruita dopo il terremoto del 1456, in una vecchia stampa della seconda metà del ‘600.

I primi apposero in cima al pilastro o ai pilastri restaurati o ricostruiti con il personale contributo economico, il blasone familiare (sui pilastri dal lato della navata di Sant’Aspreno, dalla porta principale, si vedono gli stemmi  delle famiglie Del Balzo, Capece Zurlo, Pignatelli, Capece Piscicelli, Orsini, il quinto e il sesto, e Caracciolo Svizzeri; sui sette pilastri della navata sinistra detta del Salvatore, Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, il quinto e il sesto, e sul settimo nessuna insegna, perché  il popolo napoletano, non volle apporre nessun simbolo al pilastro restaurato o ricostruito con il contributo economico frutto di collette e offerte spontanee)..

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Napoli – Duomo –  La facciata così come si presentava nella seconda metà dell’800, prima della sua ricostruzione.

Nel 1470, gli interventi all’edificio dovevano essere già conclusi, anche se l’abside era ancora oggetto di importanti lavori per lo scavo della sottostante Cappella Carafa, che poi si rivelò un serio problema statico  per la già compromessa tribuna del duomo, che dovette esser oggetto di ulteriori urgenti e improcrastinabili  lavori negli anni successivi: il 14 settembre 1476, nel duomo angioino appena inaugurato, furono celebrate le nozze di Ferdinando I d’Aragona, Ferrante I d’Aragona, (1424-1494) re di Napoli dal 1458 al 1494, con Giovanna d’Aragona (1454-1517) sua cugina, che sposava in seconde nozze , dopo la vedovanza dal 1465, da Isabella di Chiaromonte (1426-1465).

Le nozze furono officiate da Rodrigo Borgia, il futuro Papa Alessandro VI (1492-1503) assistito da 40 Vescovi, inviato a Napoli da Sisto IV (1471-1484) per incoronare la nuova regina di Napoli, il 18 settembre, nella chiesa  dell’Incoronata (il Regno di Napoli era feudo della Chiesa Romana).

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Il terremoto del 1456 provocò notevoli danni anche alla cappella reale di San Ludovico che minacciava di crollare e ai monumenti funebri degli angioini in essa sepolti, che andarono parzialmente distrutti, e per conservare la loro memoria, furono trasferiti e parzialmente ricomposti sull’abside, dove rimasero fino al 1596, quando il Cardinale Alfonso Gesualdo, Arcivescovo di Napoli (1596-1603), iniziò i lavori per il nuovo assetto della tribuna, destinata a contenere anche il suo monumento funebre.

I resti mortali dei re angioini furono riposti in casse di legno e depositati nell’Oratorio esterno di San Marciano; le statue di Carlo I in paramenti regali, seduto sulla pelle di un leone e di Carlo Martello furono sistemate sul muro esterno della porta piccola del duomo, e vi rimasero fino alla metà del XVII secolo, ma non furono riutilizzate sul monumento funebre ai reali angioini sulla controfacciata, fatto realizzare da Domenico Fontana nel 1599, dal vicerè conte di Olivares sostituite da nuove statue, perchè quelle antiche erano andate perdute: quella di Carlo Martello certamente opera di Michelangelo Naccherino, che è anche il probabile autore delle statue di Carlo I e di Clemenza.

Camillo Minieri Riccio non parla però della sorte del monumento funebre di Andrea d’Ungheria che era nella stessa cappella di San Ludovico e che smembrato incominciò a peregrinare, per il duomo insieme a quel che restava del suo corpo.

Le varie sistemazioni dei marmi superstiti all’interno del duomo e ultimamente presso la porta di ingresso alla basilica di Santa Restituta, può condurre a ritenere il bassorilievo oggetto di questo saggio, parte dello smembrato monumento dello sventurato ungherese.

Fra i marmi  nel “cortile delle pietre” esiste murata la lapide cinquecentesca del ricomposto monumento, nella nuova sacrestia, fatto realizzare al tempo di Annibale di Capua.

La lastra marmorea della cappella Carbone, non può essere assemblata  con quel che resta del monumento funebre di Andrea, diversa per il marmo usato, diversa anche stilisticamente.

Ho citato il distrutto Oratorio di San Marciano, di esso ci fornisce una dettagliata descrizione, poco prima che fosse definitivamente abbattuto, Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) in un testo del 1753, dedicato ai Santi Vescovi della Chiesa di Napoli, descrizione riportata da V. Lucherini in: Un nuovo affresco di Montano d’Arezzo nella cattedrale di Napoli e la committenza dell’Arcivescovo Giacomo da Viterbo (1303-1308): il Mazzocchi non parla di monumenti funebri o arredi liturgici all’interno della distrutta Cappella, che nella metà del ‘700 era in via smantellamento, che possano condurre ad una ipotetica antica collocazione del manufatto.

L’Oratorio, esterno alla porta piccola del Duomo, era sulla scalinata dal largo di Capuana (Piazza Sisto Riario Sforza), su un piccolo spiazzo a destra, nell’area del campanile, ed era raggiungibile attraverso alcuni scalini.

Edicola molto piccola ma  conteneva, secondo la descrizione che ne fa il Mazzocchi, uno straordinario ciclo di affreschi trecenteschi, attribuiti dalla Lucherini a Montano d’Arezzo.

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Napoli – Piazza Cardinale Sisto Riario Sforza – La scalinata dell’ingresso secondario al duomo. Sulla destra esisteva, fino alla metà del ‘700 il diroccato Oratorio di San Marciano e sui pilastri  del portale di accesso furono poste dopo il 1456 le statue di Carlo I e Carlo II andate perdute.

Si susseguirono dopo il terremoto del 1456 altri eventi sismici di natura geologica e vulcanica che arrecarono ulteriori danni all’edificio angioino, che resero necessari al suo interno lavori di restauro e ricostruzioni strutturali.

Riporto le date degli eventi sismici di natura geologica che interessarono Napoli: 1686, 5 giugno 1688, 1693, 1731 e successiva replica del 1732, 1805 e poi a seguire fino ai nostri giorni, eventi sismici intervallati da eruzioni vulcaniche che coinvolsero più o meno Napoli, come quella del 19 settembre del 1697, mentre erano in corso i festeggiamenti in onore di San  Gennaro.

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Dopo il terremoto del 1456, incominciarono lavori di restauro e di consolidamento alle strutture, ma furono anche avviate sostanziali modifiche all’assetto interno del duomo.

I restauri all’abside cominciarono non prima del 1484, al tempo del Cardinale Alessandro Carafa (1484-1503); ripreso poi, al tempo del Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) che dovette provvedere al ripristino statico della struttura che minacciava di crollare per lo scavo della sottostante cripta di San Gennaro.

Quelli promossi dal Gesualdo furono occasione per il trasferimento dei resti mortali dei sovrani angioini, dalla tribuna all’Oratorio esterno di San Marciano, ma andarono perdute le iscrizioni tombali, e i monumenti sepolcrali stessi che furono smembrati e i pezzi distribuiti un po dovunque; si persero anche le tombe dell’Arcivescovo Bertrand de Meissenier (1358-1362) e del Cardinale Rinaldo Piscicelli (1451-1457), ma anche le loro spoglie mortali e non sappiamo con certezza come fossero le loro sepolture.

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Napoli – Duomo – La meravigliosa navata dopo gli interventi settecenteschi.

Il Gesualdo chiamò a Napoli Giovanni Balducci Cosci (1560-1631)  per affrescare le pareti e le volte dell’abside destinata a contenere il nuovo Altare Maggiore del duomo, reso raggiungibile da una sola ampia scalinata dal piano del transetto e il suo sepolcro, poi trasferito, smembrato, accanto all’ingresso della Basilica di Santa Restituta al tempo del Cardinale Giuseppe Spinelli.

Il Cardinale Decio Carafa (1613-1626) rifece il coro al centro della navata maggiore, fece realizzare il soffitto cassettonato, realizzò il fonte battesimale utilizzando al preziosa vasca di porfido nero che era nella Basilica di Santa Restituta, e continuò l’attività iniziata dal Gesualdo di eliminazione di cappelle, cappellette, edicole votive e altarini di patronato distribuite all’interno del duomo e che costituivano un serio intralcio alla liturgia solenne celebrata al maggiore Altare.

Il Cardinale Filomarino (1641-1666) si preoccupò più di dare una degna sepoltura ai suoi antenati i cui resti furono recuperati dalla antica cappella di patronato quando questa fu abbattuta per fare posto alla nuova Cappella del Tesoro.

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Napoli – Duomo – Planimetria del blocco edilizio – Ricostruzione del sec. XVI. E’ evidenziato il sito della antica cappella di patronato della famiglia Filomarino, nel Titolo di San Nicola, da dove proverrebbe la lastra marmorea, e  le due adiacenti cappella, a sinistra dei Zurlo, intitolata alle Sante Caterina e Margherita, a destra dei Cavaselice, intitolata a Santa Maria Sic Maris. La Planimetria, però, non riporta le altre due cappelle, di Sant’Andrea presso la torre campanaria e di Santa Maria della Stella, presso l’ingresso del duomo, a destra, patronato dei Caracciolo, tutte diroccate per fare posto alla nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro.

Anche il Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685) continuò la attività di riordino liturgico all’interno del duomo, ma si preoccupò anche di interventi strutturali alle pareti e di abbellimenti con nuove opere d’arte.

Nel 1688, il 15 giugno, un nuovo terremoto causò notevoli danni alle volte delle navate laterali, fece crollare il pulpito, e provocò numerose lesioni anche alla Cappella del Tesoro.

Il Cardinale Antonio Pignatelli (1686-1691, poi Papa Innocenzo XII) provvide ad un rapido intervento di restauro all’intero edificio.

Il 29 novembre del 1732 ci fu un nuovo violento terremoto che fece crollare tratti dell’abside e le volte delle navate laterali e provocò notevoli danni ai muri del transetto.

Il Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734) che aveva da poco tempo concluso un ciclo di lavori di restauro all’interno del duomo, alla crociera e alla tribuna iniziati da Antonio Pignatelli a conclusione di quelli iniziati da Innico Caracciolo, dovette ricominciare daccapo e dovette attendere qualche tempo, perché il terremoto sembrava non finire.

Il Suo successore il Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754) trovò le condizioni statiche dell’abside gravemente compromesse, ed elaborò un radicale progetto di restauro dell’edificio, del transetto e della tribuna, sulla scorta di progetti già elaborati dai suoi successori, realizzando il rinforzo della parete ad oriente e delle strutture portanti della tribuna che il progetto di Paolo Posi (1708-1776) rese meravigliosamente scenografica, così come appare oggi, con l’ampio spazio rialzato antistante il presbiterio e l’ampia scalinata di accesso, distribuita su tre livelli.

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Lo Spinelli trasferì il coro dal centro della navata maggiore, sulla tribuna e distribuì sui pilastri i busti dei Vescovi di Napoli e dei Compatroni che decoravano la fascia marmorea esterna del coro.

Nel corso dei secoli precedenti, si erano moltiplicati all’interno del duomo, in ogni spazio disponibile, altari, altarini, cappelle e cappellette ed edicole votive e furono disposti lungo il perimetro delle navate, anche monumenti funebri che i predecessori dello Spinelli avevano già incominciato ad eliminare, scontrandosi con i titolari dei diritti di patronato ed  a partire dai primi anni del ‘700, si incominciò ad eliminare alcuni sepolcri vuotati del loro contenuto, in esecuzione di un Decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721 che vietava la presenza di cadaveri in tombe elevate da terra.

Rimase ancora qualche memoria funebre e in particolare la Cappella di Santa Maria del Soccorso, antico patronato di Ciarletta Caracciolo, situata a sinistra entrando in duomo, posizionata sulla controfacciata, fra la porta principale e l’ingresso della navata laterale detta del Salvatore,  amministrata da un “Monte” a lui intitolato, che esercitava il diritto sul pavimento del duomo, curandone periodicamente il ripristino ed aveva al suo interno opere di Dionisio Lazzari (1617-1689)

Negli anni del governo della Diocesi, da parte di Antonio Pignatelli, fra il 1688 e il 1689, furono eseguite all’interno del duomo importanti lavori e la Cappella fu restaurata su disegno di Giovan Domenico Vinaccia.

Anche essa poi fu definitivamente diroccata al tempo del Cardinale Filippo Giudice Caracciolo (1833-1844), insieme a quella dei Marciano (non l’Oratorio esterno di San Marciano, già diroccato, che non era patronato della famiglia Marciano), una edicola dei Minutolo, l’altare dello Spirito Santo, esterno alla cappella, la cappella di Bartolomeo di Capua e quella dei Dentice del Pesce.

Il Cardinale Filippo Giudice Caracciolo per abbellire il duomo, fece eliminare tutti gli intonaci dalle pareti e dai pilastri, fece lucidare le colonne di granito e ricoprire tutto con nuovi stucchi , ma fece eliminare  dall’interno dell’edificio sepolcri e memorie superstiti e qualche edicola che ancora sopravviveva,

I marmi della cappella del Soccorso, furono recuperati: la balaustra, fu utilizzata per la cappella Carbone, la inferriata parte per la cappella Crispano e parte per chiudere poi l’accesso esterno alla cripta dei vescovi ed altri reperti ricoverati altrove.

Durante i lavori disposti da Filippo Giudice Caracciolo, sparirono definitivamente memorie, opere d’arte, altari ed edicole ancora esistenti, andati definitivamente perduti, alienati o trafugati, ma certamente il bassorilievo della cappella Carbone non viene dalla diroccata cappella del Soccorso.

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Ho tracciato sommariamente la storia dei lavori di restauro e ammodernamento interno del duomo, per tentare di dare una origine al manufatto, ricostruire un  ipotetico percorso all’interno del sacro edificio e ritrovare la sua originaria collocazione.

Lorenzo Loreto nella sua Guida per la sola Chiesa Metropolitana Cattedrale di Napoli , del 1849, parla del  bassorilievo, descrivendo la Cappella di Santa Susanna, detta Cappella Carbone dall’antico diritto patronale della famiglia: “…nel pilastro che sostiene l’arco della cappella, in cornu Epistolae nell’interno del muro, vi è incastrata una immagine di Maria SS. scolpita in marmo, che stava nel pilastro avanti Santa Restituta  e quando si scovrirono i pilastri, si ebbe cura di toglierla da dentro il piperno e per non farne perdere la memoria, si è quì conservata…”

Lorenzo Loreto si riferisce ai lavori di abbellimento interno del duomo disposti dal Cardinale Filippo Giudice Caracciolo e continuati dal suo successore, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1845-1877), ma pur essendo l’unico autore a citare la lastra marmorea, non parla della sua antica collocazione.

La lastra marmorea fu posta, forse al tempo del Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666), oppure al tempo del Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1756), dopo il terremoto del 1732/33, sul IV  pilastro “…avanti Santa Restituta…”, il pilastro della navata, dal lato della navatella del Salvatore, ricostruito o restaurato dopo il terremoto del 1456 dalla famiglia Baraballo e che reca ancora sulla sommità il blasone di questa famiglia.

Allora la Basilica Cattedrale di Santa Restituta aveva due ingressi, uno dei quali fu murato al tempo del Cardinale Guiuseppe Spinelli che ricompose lungo la navatella, il monumento funebre del Cardinale Alfonso Gesualdo, trasferedolo dalla tribuna, smembrandolo ed utilizzando alcuni elementi della struttura per il nuovo portale di accesso alla Basilica e conservando ai lati dell’ingresso le memorie di G.B. Filomarino, di Tommaso Filomarino, e di Marco Antonio Filomarino e ricollocando sulla tompagnatura del secondo ingresso alla Basilica il sepolcro michelangiolesco di Alfonso Carafa, Arcivescovo di Napoli (1557-1565), deceduto a 25 anni: a 14 anni Canonico Capitolare di Santa Restituta, a 17 anni Cardinale a 18 anni Arcivescovo di Napoli.

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Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Lo spazio della memoria della famiglia Filomarino. —- A: Il IV pilastro della navata, ricostruito con il contributo della famiglia Baraballo dopo il terremoto del 1456 e dove nel ‘600 fu murata la lastra marmorea della Madonna col Bambino.  —- B:  La nuova cappella di patronato della famiglia Filomarino (dal 1600), ristrutturata e intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe di N.S.G.C.,  dalla seconda metà dell’800. —– 1 – 2 – 3: Memorie di personaggi illustri della famiglia Filomarino, —- 4 Il luogo dove è murata la lastra tombale dal monumento funebre di Trudella Filomarino (+ 25 settembre 1335), figlia del Siniscalco del Duca di Calabria, Loffredo Filomarino.

Il manufatto potrebbe essere parte di un’arca sepolcrale della cappella della famiglia Baraballo, eliminata da uno dei titolari del diritto di patronato succeduti a Enrico Baraballo, dal 1705 Giacomo Milano d’Aragona  principe d’Ardore, subentrato ai di Franco, titolari dal 1614, a loro volta subentrati ai Caracciolo, negli anni del terremoto del 1456.

Nel corso dei secoli, durante i passaggi di proprietà, la cappella sepolcrale della antica famiglia Baraballo, ascritta al Seggio di Capuana fin dall’XI secolo, che evava acquisito i diritti di patronato fin dalla fondazione del duomo angioino, fu oggetto di restauri, di abbellimenti, ma anche di notevoli interventi per consolidare la parete del transetto alla cui base è allocata, con l’abbassamento dell’arco di ingresso per la creazione di un nuovo arcone piattabanda di mattoni e l’incatenamento e lavori di cuci-scuci, dopo il terremoto del 1732/33.

La antica collocazione del manufatto, riteniamo,  potrebbe  essere in una delle tre cappelle della navatella di Sant’Aspreno, diroccate per reperire l’area per la nuova grande cappella del Tesoro di San Gennaro, a partire dal 1608: Le cappelle interne al duomo dei Filomarino, Zurolo e Cavaselice e i due oratori esterni di Santa Maria della Stella e di Sant’Andrea.

Il Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666) raffinato amante dell’arte fece eseguire pregiati lavori nella cappella di famiglia nella Basilica dei Santi Apostoli fra il 1635 e il 1647, dove trasferì i resti mortali dei suoi antenati e si preoccupò di ampliare, restaurare e abbellire il palazzo arcivescovile, riservando al duomo solo interventi di ordinaria manutenzione, preoccupandosi però di dare una diversa sistemazione alle tombe e alle memorie familiari recuperate dalla antica diroccata cappella di famiglia, all’interno del duomo e realizzando nello spazio sottostante il tesoro vecchio, utilizzato per molto tempo come sacrestia del duomo, il deposito dei resti mortali di altri familiari rimasti senza una sistemazione, ambiente poi trasformato nella cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe nella metà dell’800.

lapideNapoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C. – Lastra tombale di Gregorio Filomarino ( + 1 marzo 1324) e fronte dello smembrato sarcofago del Canonico Capitolare di Santa Restituta, Matteo Filomarino, morto nel 1400. – Entrambi reperti provenienti dalla diroccata antica cappella dei Filomarino nella navatella di Sant’Aspreno.  Si citano come esempi di sepoltura con lastra terragna e di fronte di sarcofago clipeato.

Lo spazio della navatella del Salvatore, antistante l’ingresso alla Basilica di Santa Restituta, si configurò, al tempo del Filomarino, come una sorta di spazio della memoria familiare, appare allora probabile l’utilizzo del manufatto recuperato dall’interno della cappella di famiglia per sacralizzare quello spazio, sorta di pantheon della famiglia.

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Con l’arrivo a Napoli degli angioini, giunsero anche numerosi artisti, artigiani, e orafi di corte che in qualche modo, complice la committenza reale e della nuova nobiltà d’oltralpe, riuscirono ad imporre un modo nuovo di fare arte, secondo stilemi francesi, che vuoi per ragioni di vicinanza alla corte, vuoi per interesse per le nuove proposte stilistiche, finirono per incidere notevolmente sulla produzione artistica autoctona, a cavallo fra la seconda metà del ‘200 e il ‘300.

Il portato francese, fu ampiamente accolto ed imitato da artisti meridionali che incominciarono a produrre opere, anche se ancora nel solco della tradizione romanica, aperte alle nuove espressioni d’oltralpe.

Sulla dominante nuova componente franco-gotica, nella prima metà del ‘300, andò gradatamente ad innestarsi una nuova corrente, orvietana, dove nell’ambito del cantiere del duomo, si incontravano ed operavo artisti toscani con artisti provenienti dal nord  Italia e dalle regioni francesi, aperti agli apporti di artisti centro italiani, laziali che, chiamati dalla corta angioina per la decorazione del costruendo duomo, portarono alla affermazione di un nuovo filone, già introdotto attraverso il Cavallini e Lello de Urbe, che con l’arrivo a Napoli di Tino di Camaino (1285-1337) , nel 1323, venne ad amalgamarsi al preesistente substrato locale ancora gotico-francesizzante.

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Napoli – Duomo – Transetto lato Sant’Aspreno – Cappella Capece Minutolo – Sarcofago di Orso Minutolo, Arcivescovo di Salerno, di Tino di Camaino – Si cita comne sempio di sarcofago con il fronte clipeato e il gisant (defunto rappresentato con i simboli del suo status disteso sul sarcofago).

Tino di Camaino e la sua bottega costituiranno il punto di riferimento per l’ambiente artistico napoletano e a lui è ascrivibile la codificazione a Napoli di monumenti funebri che fino al ‘400 inoltrato costituiranno lo schema fisso per le sepolture nobiliari e che certamente dovette costituire anche lo schema dei monumenti funebri reali  della cappella di San Ludovico nel duomo  e delle arche sepolcrali distribuite all’interno delle cappelle di patronato e probabilmente lungo le pareti delle navatelle del Salvatore e di Sant’Aspreno e per i Vescovi, sulla tribuna, cadute con il terremoto del 1456.

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Napoli – Duomo – Cappella Capece Minutolo. Esempio di monumento funebre cuspidato: La tomba del Cardinale Enrico Minutolo.

Il tema del sepolcro cuspidato a baldacchino, poggiato alla parete, con l’immagine del defunto giacente sul coperchio della cassa, decorata sulla faccia a vista  con figure familiari o immagini sacre, quando essa non conteneva al suo interno anche il corpo di  un altro defunto la cui immagine  appariva scolpita sulla fronte,  posta entro una camera sepolcrale con tendaggi retti da angeli e alla sommità statue a tutto tondo o bassorilievi con Santi e Madonne, ascrivibile a Tino di Camaino e alla sua scuola, anche nella forma più semplice di un sarcofago pensile su colonnine, poggiato alla parete, con la fronte e le testate scolpite e l’iscrizione dedicatoria  sull’intero perimetro della gisant, il capo poggiato su un cuscino e i simboli del suo status, la spada se milite o un prezioso abito, costituì lo schema dei monumenti funebri al tempo della dinastia angioina, schema poi ripreso anche nel tempo successivo.

Costituivano la decorazione della fronte della cassa, quando al suo interno non era contenuto altro cadavere, medaglioni o quadrilobi, con temi figurativi specifici, generalmente una immagine della pietà, angeli, motivi floreali  e stemmi.

Appare  comunque diffusa a Napoli, ma anche altrove , in seno alla nobiltà inferiore, anche la sepoltura detta terragna, con l’immagine del defunto scolpita sulla lastra, palaudato secondo il suo status, con la iscrizione dedicatoria e gli stemmi a cornice, deposta sulla fossa sepolcrale, anche questa tipologia di sepoltura ascrivibile alla scuola tinesca.

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Il bassorilievo della cappella Carbone nel duomo di Napoli, è un scultura trecentesca, sconosciuta ai più per la sua infelice collocazione, elemento di uno smembrato monumento funebre collocato all’interno dell’edificio angioino, in una cappella di patronato, supponiamo quella dei Filomarino, diroccata insieme ad altre per fare posto alla costruenda cappelle del Tesoro di San Gennaro, o lungo le pareti delle navatelle di Sant’Aspreno e del Salvatore.

Il manufatto non è stato mai oggetto di studio, catalogato, schedato: l’unica notizia che lo riguarda è quella del Loreto che ci informa sulla sua collocazione sul pilastro antistante l’ingresso alla Basilica di Santa Restituta, nell’area configurata come sorta di spazio della memoria della famiglia Filomarino e questo particolare ci ha fatto rilevare una certa analogia, nel volto, nella inclinazione del capo e nelle mani, ma non nel panneggio della veste, morbido e avvolgente, con una lastra terragna o comunque fronte  del sarcofago di Trudella Filomarino (+ 1325 ), figlia di Loffredo Filomarino (+ 1335), un notabile della corte del Duca di Calabria,  murato nella parete di sinistra entrando nella cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe che fu patronato dei Filomarino  che in essa raccolsero antichi sepolcri , lapidi, memorie e resti mortali degli antenati, quando fu diroccata la antica cappella di patronato nella navatella di Sant’Aspreno.

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Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C. – Lastra tombale di Trudella Filomarino ( +1325 ) figlia del Siniscalco del Duca di Calabria, Loffredo Filomarino ( + 1335)

Dopo il terremoto del 1732/33, il Cardinale Giuseppe Spinelli iniziò un programma di restauro dell’edificio che perse la sua originaria configurazione architettonica e decorativa interna.

Le intenzioni dello Spinelli erano buone , ma si incominciarono a perdere molte memorie e marmi antichi, utilizzati anche come soglie e gradini, quando  nel corso dei lavori non furono abbandonati nel cortile dell’arcivescovado per essere alienati, rottamati o trafugati.

Furono scompaginati altari, altarini, cappelle e cappellette e sarcofagi e monumenti funebri ancora superstiti e molte lastre tombali terragne furono nascoste sotto il nuovo pavimento anche al tempo dei successori dello Spinelli e al tempo di Filippo Giudice Caracciolo.

Delle iscrizioni antiche esiste un lapidario pubblicato nel 1835  da Stanislao Aloe  (Tesoro lapidario napoletano) e molte di quelle antiche andate perdute sono riportate in Napoli sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo e nella Aggiuta alla Napoli Sacra del de Lellis, edite entrambe nella seconda metà del ‘600.

Il reperto certamente proveniente da una struttura funebre  il cui schema fu introdotto al tempo degli angioini e ripreso e codificato da Tino di Camaino e dalla sua scuola e ampiamente diffuso nell’Italia meridionale

Non è un capolavoro assoluto, ed è certamente una stanca ripetizione di modelli comuni della produzione tinesca napoletana del ‘300 ed è ampiamente riscontrabile la analogia con i clipei modanati delle fronti dei sarcofagi dello stesso periodo, anche se non è un clipeo e non è parte della fronte di un sarcofago.

Il disegno appare duro, il rilievo schiacciato, l’immagine disposta in sofferenza su un fondo anonimo, in maniera quasi squilibrata e malamente contenuta nello spazio circoscritto.

Essa è caratterizzata da una resa statica incerta e da un trattamento ancora più  incerto del braccio e delle mani assai dimensionate, come le mani di Trudella della citata lastra terragna,  che spuntano anche in maniera innaturale dalla manica e dal retro della figura del Bambino.

Il panneggio appare grossolano, non come quello del citato coperchio della lastra sepolcrale di Trudella, molto più morbido e raffinato, se vogliamo, come molto dimensionato  e grossolano è il Bambino trattenuto sulle ginocchia dalla Madre, che regge il suo braccio destro innaturalmente atteggiato nelle dita nel gesto dell’adlocutio, così come il braccio e la mano sinistra che innaturalmente stringe un uccello non bene riconoscibile nella specie, simbolo comunque  di resurrezione: l’anima del defunto per la sua fede spera nella resurrezione  ed il godimento eterno del Paradiso.

La figura è incorniciata in uno spazio contenuto da un archetto trilobato poggiato su capitelli classicheggianti che negli angoli di raccordo del trilobo propongono fiori di anemone, simbolo di speranza e di attesa,  della risurrezione.

Il gesto dell’adlocuzio vuole indicare che Cristo è Via, Verità e Vita e chi crede in Lui, risorgerà per la vita senza tramonto, premio di un cammino iniziato alla scuola di Maria che, come scrive Gregorio Nisseno, favorisce l’ingresso alla giustificazione, generando l’autore della luce, proponendo come guida il Figlio Suo che offre al fedele e, sorreggendo con la destra  il Suo braccio, invita ad ascoltarlo.