L’unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: IL PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM.

di Tino d’Amico

 

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A mio nipote Mattia Pio

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Il listello che fu il campione della unità di misura lineare bizantina ed a cui, nei vari periodi della nostra storia, in ogni contratto commerciale, i contraenti dovevano rapportarsi e citare a garanzia da ogni frode, definito nei rogiti PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM, è incastrato nella colonna d’angolo del pilastro maggiore di sostegno all’arco trionfale del duomo angioino, al termine della navatella del Salvatore, a lato del dossello dell’antico trono vescovile.

Il listello fu incastrato, durante il governo ducale bizantino della Città, in una colonna della basilica dedicata al Salvatore e detta Stefanìa, gemina, sussidiaria della cattedrale costantiniana dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, in esecuzione di uno dei capitolati della Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, emanata da Giustiniano I (482-565), imperatore di Bisanzio dal 527, “…per porre rimedio ai mali che la tyrannorum bellica confusio e la gothica ferocitas…” avevano portato all’Italia durante la guerra gotica (535-553), e con lo scopo di riaffermare i diritti dei proprietari da ogni usurpazione; alleggerire la pressione tributaria; riordinare il sistema dei pesi e delle misure; più equamente amministrare la giustizia; riordinare l’annona; disciplinare il corso della moneta.

Presunto ritratto dell’imperatore Giustiniano (482-565) – Ravenna –  Mosaici della basilica di San Vitale.

Con la emanazione della Pragmatica Sanctio, Giustiniano promulgava in tutti i territori dell’Impero il suo Corpus Juris Civilis, del 524, che nella Novella CCXXVIII, Capo XIII, V, stabiliva il nuovo sistema dei pesi e delle misure, abolendo il precedente confusionario sistema dei re goti che diversamente e arbitrariamente applicato nei loro territori  e quindi anche in Italia , favoriva nel commercio e nella raccolta dei censi da parte dei feudatari e degli appaltatori dei beni ecclesiastici, la frode nei confronti del popolo minuto.

Il Corpus Juris stabiliva anche che all’interno delle principali chiese di ogni città dell’impero, doveva essere conservato un listello canonico della unità di misura lineare, affinché ognuno potesse rapportarsi ad esso in ogni controversia, rescritto confermato dalla Pragmatica Sanctio, uso questo conservato anche in epoche successive, dai longobardi e negli Stati italiani, fino alla definitiva applicazione del sistema decimale francese, adottato progressivamente in Europa, in età napoleonica e poi universalmente accettato per la sua praticità, abolito con il recepimento del sistema internazionale unico della misure, del 1960.

I territori dell’Impero bizantino alla morte di Giustiano I (565).

Il listello, oggetto di questo studio, è l’unico esemplare superstite di tanti listelli canonici della unità di misura lineare, posti nelle chiese principali delle città dell’Impero bizantino, sottoposte, in Italia, alla autorità dell’esarcato di Ravenna o dello stratega di Sicilia, sostituiti poi nel tempo, con nuovi diversi campioni, posti in luoghi istituzionali cittadini, anch’essi andati perduti, con la modifica dei sistemi di misura.

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Tra la fine del V e gli inizi del VI secolo dopo la conquista da parte di Belisario (500 ? – 555) agli ostrogoti, Napoli divenne un ducato bizantino e rimase tale dal 536 al 1139.

Presunto ritratto di Flavio Belisario (500? – 565) – Ravenna – Mosaici della basilica di San Vitale.

A questo periodo corrisponde anche la costruzione della basilica dedicata al Salvatore e detta Stefanìa , la cui esistenza ancora oggi è controversa: per alcuni essa è la stessa basilica costantiniana dedicata ai Santi Apostoli, che venne ridedicata al Salvatore, e poi detta di Santa Restituta, per altri è la sua basilica gemina.

Secondo il Chronicon Episcoporum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, redatto da Giovanni, diacono della chiesa napoletana di San Gennaro (all’Olmo) (fine IX-inizi X secolo), il Vescovo di Napoli Santo Stefano I (prima del 499-dopo il 501) “…fecit basilicam ad nomen Salvatoris, copulatam cum episcopio…” eretta, quindi, accanto alla più antica basilica cattedrale costantiniana, costruita tra il 324 e il 335, dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore dal V secolo e detta di Santa Restituta, dopo l’VIII secolo, perché nell’antico Oratorio di Santa Maria del Principio, del II secolo, inserito nell’edificio costantiniano, e realizzato in quella che la leggenda riteneva essere la casa del Vescovo Sant’Aspreno (metà del II secolo), fu inumata una parte considerevole delle reliquie del corpo della Santa africana, trasferite da Ischia e poste inizialmente nella catacomba napoletana, per poi essere deposte nella basilica cattedrale, nell’845 da San Giovanni IV detto lo Scriba, Vescovo di Napoli dall’842 all’849, che trasferì dalla catacomba i corpi dei Santi Vescovi napoletani ponendoli in onore nella ricostruita basilica detta Stefanìa.

S

Napoli – Duomo – Basilica cattedrale costantiniana detta di Santa Restituta – L’interno così come appare oggi dopo le trasformazioni di età angioina e settecentesche.

La basilica Stefanìa fu distrutta da un incendio e ricostruita dal Duca-Vescovo  di Napoli Stefano II (767-800) “…ac deide totius populi forti roboratus adjutoris, eadem renovavit Ecclesiam…”. Cfr. (Chronicon…, op.cit).

Il complesso degli edifici napoletani in epoca tardo antica e alto medioevale, andò ad occupare uno spazio decentrato rispetto al foro, spazio che si trasformò ben presto nell’insula quadrupla che si estende per circa 30,000 metri quadrati, compresa tra il cardine Nord-Sud, oggi via duomo, e il cardine ad plateam capuana (Via sedil capuano), similmente orientato e da Est ad Ovest, tra il decumano superiore, nel tratto di somma piazza (largo Donnaregina) e il decumano medio (via tribunali) nello spazio della platea capuana (largo Cardinale Sisto Riario Sforza).

L’area risultante, già interessata da un primitivo insediamento cristiano, fin dal costituirsi in epoca tardo antica, andò a fagocitare le adiacenti insule minore, inglobando tratti di tre cardini più un vicus obliquo, che da somma piazza si immette ancora, anche se non più percorribile perché corte interna degli edifici capitolari, nel cardine denominato via duomo, configurandosi già nel VII-VIII secolo così come appare oggi.

Elaborazione grafica dell’area archeologica del duomo di Napoli dell’archeologo Tarallo, del 1931 – E’ evidenziato il “vicus obliquo” da “somma piazza” verso via duomo, le due basiliche affiancate e “l’atrio paleocristiano”, sotto il palazzo arcivescovile, oggi in fase di recupero e studio.

Il vicus obliquo, costituiva l’accesso al primitivo insediamento cristiano e al successivo complesso costantiniano della basilica detta di Santa Restituta.

Nell’insula compresa tra il vicus obliquo  e il tratto superiore del cardine scoperto negli anni ’70 del passato secolo, nell’area occupata oggi dal palazzo arcivescovile, dall’ex Istituto Calasantio e dagli ambienti in uso dal Capitolo Cattedrale di Napoli, accanto agli edifici preesistenti, forse termali, ed un tempio, furono costruiti i primi edifici di culto e poi in epoca costantiniana la basilica dedicata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta, con ingresso dallo stesso vicus obliquo, il battistero e gli altri edifici tardo antichi recentemente individuati, e successivamente la sua basilica gemina, dedicata anch’essa al Salvatore e detta Stefanìa, separate dal citato cardine scoperto negli anni ’70 e che costituirà poi l’accesso alla cittadella vescovile (Cfr. Tino d’Amico, L’indradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, in: il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com).

Solona – Le basiliche gemine – Da: L. Crema, Manuale di storia dell’architettura antica, Milano,1967.

Le basiliche gemine erano diffuse nei complessi episcopali paleocristiani: le due aule destinate al culto, affiancate, spesso avevano in comune il battistero, come a Napoli, anche se poi si riscontra in alcuni casi una diversa disposizione.

Pare che le basiliche gemine facessero parte di un progetto unitario, anche se realizzate in epoche diverse non lontane nel tempo e la loro funzione risultasse essere complementare alle due aule, sul piano liturgico.

Comunque non è certa una risposta unica sul loro uso che appare diversamente organizzato nel tempo e nei luoghi: probabilmente, a Napoli, una delle due aule era destinata al culto Eucaristico e l’altra alla amministrazione dei Sacramenti.

Ma certamente una delle due svolgeva un ruolo principale di Cathedrae matricis, distinta dall’altra di ruolo inferiore, ruolo principale che gli derivava dalla presenza della Cattedra del Vescovo e utilizzata per questo motivo come luogo della pastorale diocesana e quindi non soltanto dall’essere Ekklesia della cittadella vescovile.

Il Calendario marmoreo della Chiesa napoletana, scolpito nel IX secolo (847-877), per la basilica di San Giovanni Maggiore, fu redatto negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV o, forse, del suo successore Sant’Atanasio I (850-872), in un periodo storico caratterizzato dal progressivo allontanamento del ducato napoletano da Bisanzio, iniziato dal Duca-Vescovo Stefano II, che abdicò dal governo civile della Città a favore del figlio Gregorio, ed il progressivo avvicinamento a Roma, assegna al giorno 1 dicembre la memoria della DEDIC(azione) (della) BASILI(ca) STEFAN(ia), ovvero di STEFAN(o Vescovo), (Cfr. L.Fatiga, Il Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli, Napoli 1997).

Napoli – Duomo – Area archeologica – Il Calendario Marmoreo – Particolare.

La citazione della memoria liturgica della dedicazione della basilica detta Stefanìa, piuttosto di quella della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, fa supporre che al tempo della redazione del Calendario Marmoreo (IX secolo) la basilica dedicata al Salvatore, detta Stefania, ricoprisse un ruolo preminente rispetto alla basilica cattedrale detta di Santa Restituta.

Ruolo preminente che gli derivava dalla presenza nella Città ducale bizantina di un clero greco e di un  Vescovo-Duca bizantino, pur in presenza di un progressivo allontanamento del governo cittadino da Bisanzio.

E questa dovette essere la ragione per cui il Passus Ferreus fu posto nella basilica detta Stefanìa, di rito greco, piuttosto che nella basilica detta di Santa Restituta, di rito latino.

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Mons. Gennaro Aspreno Galante (1843-1923), docente, storico archeologo, nel volume Guida Sacra della città di Napoli, Napoli 1872, riferisce una notizia ripresa da Francesco Ceva Grimaldi (Cfr. Memorie storiche della città di Napoli, Napoli 1857): l’Arcivescovo di Napoli, cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754), durante i lavori di abbellimento del duomo angioino dopo il disastroso terremoto del 1731/32,  lavori iniziati dal suo predecessore l’Arcivescovo Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734), avrebbe fatto traferire dalla cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy, la seconda della navatella di Sant’Aspreno, e incastrare nel pilastro maggiore di sinistra, di sostegno all’arco trionfale, la colonna scanalata che sopportava da tempo immemorabile il Passus Ferreus.

Napoli – Duomo – Il PASSUS ancora incastrato nella colonna d’angolo del pilastro maggiore, al termine della navatella del Salvatore, accanto al dossello del trono vescovile.

Del Passus, però, scrive il Summonte (Cfr. Historia della città di Napoli e del Regno di Napoli, Napoli MDCCLXIII) che, nel pilastro maggiore sinistro “…verso la porta si scorge un pezzo di ferro affisso in alto che per antica tradizione si ritiene essere la vera  misura del Passo Napoletano, questo passo viene nominato in molti antichi strumenti e in particolare in uno del 1260 stipulato sotto re Manfredi… è di sette palmi e un terzo. Non mancano documenti anteriori che attestano l’uso di questo passo in Napoli e dintorni come regolo campione anche prima dei re svevi e normanni. Uso questo non esclusivo della Chiesa di Napoli…”..

La notizia riportata dal Galante e prima ancora dal Ceva Grimaldi, appare inesatta, se confrontata con quanto affermato dal Summonte e dal de Lellis, che muore a Napoli nel 1688, (Cfr. Aggiunta alla Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo) e che nel suo manoscritto redatto intorno al 1654, riferisce della presenza del Passus già incastrato nella colonna scanalata di rinforzo al pilastro maggiore sinistro della crociera, di fronte alla porta di accesso al cortile di collegamento con il palazzo arcivescovile e l’antico seminario, “…nello stesso piliero, dalla parte di dietro e che riguarda l’ala della chiesa, vedesi affisso il il passo di ferro alla misura del quale misurar si deve da’ napoletani cittadini, nella loro città e distretto,e da tutti gli altri contraenti che a tal misura si sottopongono, dicendo il Chioccarello, trattando dell’arcivescovo Umberto di Montauro (1308-1320,nda), nella fine, che tal passo da’ tempi antichissimi fu dato a conservare alla maggior chiesa di Napoli…”, reperto non menzionato nella descrizione del duomo del d’Engenio Caracciolo, menzionato invece da Bartolomeo Chioccarello (1575-1647), (Cfr. Antistatum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae catalogus ab apostolorum temporibus ad hanc usque nostram aetatem, et ad annum 1643) e da Carlo Celano (1625-1693), (Cfr. Notizie del bello, dell’antico e del curioso della citta di Napoli per i signori forastieri…, Napoli 1692), e da altri autori.

E’ noto attraverso la letteratura che colonne provenienti dalla distrutta basilica detta Stefanìa e dalla ridimensionata basilica cattedrale detta di Santa Restituta, a loro volta provenienti da un tempio sacro ad Apollo (Cfr. Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1950 – Cfr anche: Bartolommeo Capasso, Napoli greco-romana, Napoli 1905), o comunque da edifici termali di epoca greca e romana esistenti nell’area che poi verrà occupata dal complesso episcopale napoletano ricca, di acque sorgive, furono utilizzate fin dall’inizio dei lavori di costruzione del duomo angioino per rinforzare i pilastri che i terremoto del 10 settembre 1349, che provocò il crollo parziale della facciata dell’edificio, aveva dissestato, aggravando una situazione pregressa dovuta anche all’utilizzo di materiali e malte scadenti, come riferisce Mario Gaglione in: Crolli e ricostruzioni della Cattedrale nel trecento; Estratto da: Archivio storico per le province napoletane CXXVI dell’intera collezione, che trae le notizie relative ad un improvviso crollo di parti considerevoli del duomo angioino e di un generale collassamento della struttura, il giorno 1 aprile 1343, indipendentemente da eventi sismici, dovuto all’utilizzo di malte e materiali scadenti nella costruzione, sono in una supplica dell’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327-1358), al Papa Clemente VI (1342-1352), conservata nel faldone dei Registri delle suppliche, dell’Archivio Segreto Vaticano.

Il posizionamento della colonna, in origine scanalata con il Passus incastrato in essa a rinforzo del pilastro maggiore sinistro, dalla parte della navatella del Salvatore, secondo alcuni autori, corrisponderebbe a questa generale attività  di consolidamento e non risponderebbe ad attività di restayling attuate in epoche diverse, non riscontrabili, come qualcuno invece ritiene.

Questi autori non considerano invece la più probabile esigenza di conservare il listello canonico della unità di misura lineare bizantina, ancora in uso in età angioina, dove fu posto in antico, presso l’abside della basilica detta Stefanìa, posizionandolo nel nuovo edificio nello spazio sacro, accanto ad un simbolo del potere, il trono vescovile, che ne garantisse con la sacralità, la regolarità dell’uso, considerando piuttosto il supporto storico, la colonna, anche come utile rinforzo del pilastro maggiore.

Il Passus, afferma Ceva Grimaldi (cfr. Op.cit:) e con lui il Galante (Cfr. Op.cit:) era già da tempo incastrato in una colonna scanalata, presso la cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy, da lì trasferita e murata nel pilastro maggiore sinistro del duomo.

Notizia fantasiosa questa: entrambi riportano quanto altri hanno affermato nel tempo, ipotizzando immotivati trasferimenti del reperto, che certamente non avevano mai visto nei pressi della cappella dei Caracciolo-Pisquizy, e che invece non  hanno voluto volontariamente osservare accanto all’antico dossello del trono vescovile.

Il Passus fu incastrato in età ducale nella prima colonna a sinistra guardando l’Altare della basilica detta Stefanìa, nella stessa colonna, nell’area sacra dell’edificio, che ne garantiva la autenticità.

Pianta del duomo di Napoli, elaborata dall’archeologo Mons. Alessio Simmaco Mazzocchi, disegnata dal Sersale.

Il Ceva Grimaldi (Cfr. Op.cit) riferendo il posizionamento della colonna che sopporta il Passus in altro luogo, lo fa per affermare anche l’origine della autorità amministrativa pubblica del Collegio Canonicale di Santa Restituta, che non riconosceva al Collegio degli Ebdomadari, la fondazione giuridica atanasiana (sec. IX) negando anche l’esistenza della basilica gemina della cattedrale detta di Santa Restituta, la basilica detta Stefania, che secondo gli archeologi del passato, avrebbe avuto l’ingresso dal decumano superiore e che invece recenti scoperte nell’era archeologica della cittadella vescovile, fanno pensare ad  un altro ben diverso orientamento.

Il Liber Pontificalis (cfr. Op. cit) riferisce che il Vescovo Sant’Atanasio I ordinò tredici arazzi con scene evangeliche da sistemare negli intercolumni e nell’arco trionfale: “…Eodem enim opere (acu pictili) in ecclesia Stephania tredecim pannos fecit, evangelicam in eis depingens historiam; quos iussit de columnarum capitibus ad ornamentum pendere..”. 

Non è questo certamente il luogo per esprimere e confutare teorie sul dibattito circa l’esistenza o meno della basilica detta Stefanìa, ma da documenti antichi emergono probandi argomentazioni.

La basilica gemina della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, la Stefanìa, costruita da Stefano I (496-?) fu distrutta da un incendio, ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal duca e Vescovo Stefano II (756-789).

Nel 512 ci fu un violento terremoto di origine vulcanica che sconquassò Napoli; e poi la guerra gotica, l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edifici della cittadella vescovile, alla basilica detta Stefania e certamente anche alla parallela adiacente basilica detta di Santa Restituta, che dovette anche essa essere restaurata, se non addirittura parzialmente ricostruita fra l’VIII e il IX secolo, subendo forse nell’impianto planimetrico la totale modifica con la rotazione del suo asse di 180 gradi, e certamente fu dotata di una facciata monumentale verso Sud realizzata al posto della antica abside, e di uno spazio esterno porticato.

Immagine a “volo d’uccello” della ideale collocazione delle due basiliche napoletane, la cattedrale detta di Santa Restituta e la gemina detta Stefania.

Ipotesi proposta nella metà del ‘700 dal Canonico Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e pubblicata insieme ad alcune planimetrie del cartografo Sersale da A. Franchini nella seconda metà del ‘700 (Cfr. A. Franchini, Memorie intorno al sito della Chiesa Cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una, pubblicata a Napoli tra il 1750 e il 1754), è forse anche all’origine della tesi della presenza del Passus presso la cappella di patronato dei Caracciolo-Pisquizy, già oggetto di dissertazioni dai primi anni del ‘700 e che comunque citati autori non viderro mai in quel posto, perchè come affermato da altri autori, essa è da sempre murato con la colonna che lo sopporta, scanalata e poi lisciata nell’800, nel pilastro maggiore sinistro del duomo angioino.

Per il Ceva Grimaldi e per il Galante il Passus fu posto nei pressi della antica abside della basilica detta di Santa Restituta che secondo anche il Mazzocchi, si sviluppava circa nell’area occupata poi dalla costruzione angioina.

Ma costoro, raccogliendo notizie sparse, anche tradizioni orali, non riconoscendo l’esistenza della basilica detta Stefanìa, confondono le absidi antiche della cattedrale costantiniana, con le absidi della basilica sua basilica gemina, dove il Passus probabilmente fu posto in età giustinianea e da dove fu rimossa con il suo supporto e riposizionato, nella stressa area, nel pilastro maggiore sinistro dell’edificio angioino.

il reperto, sostenevano, si sarebbe trovato dopo la ricostruzione della basilica costantiniana in un luogo esterno ad essa.

Ipotsi assurda perchè al tempo della probabile modifica dell’assetto planimetrico della Santa Restituta  o della sua ricostruzione o ristrutturazione, il Passus costituiva ancora il listello canonico di raffronto della misura lineare, e Napoli era ducato bizantino al tempo del rescritto giustinianeo, lo era ancora nell’VIII- IX secolo e la basilica Stefanìa. svolgeva un ruolo preminente come sede vescovile del duca-Vescovo bizantino, in contrapposizione al clero romano.

Una diversa collocazione del Passus equivaleva a stravolgere il rescritto giustinianeo e la sua collocazione nel duomo angioino è giustificata dal suo utilizzo, anche in età angioina, come unità lineare di raffronto giuridica, nelle compravendite.

Planimetria generale del duomo di Napoli – Si evidenzia, in pianta, il luogo dove è murato il Passus.

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Il 5 dicembre 1456 un forte terremoto danneggiò il duomo e molti edifici cittadini (cfr. Matteo Villani, Historie; Cfr. B. Chioccarello, (op.cit); Cfr. San Giacomo della Marca (1393-1476), Sermone “de Anticristo” – Sermone “de adventu turcorum”), 

Nella torre angolare sinistra della facciata del duomo, detta tesoro vecchio, in una cappella realizzata al suo interno al tempo di Carlo II d’Angiò, nel 1283, raggiungibile attraverso una scala a lumaca, erano conservate le reliquie dei Santi venerati nel duomo, preziosi arredi, le ampolle con il Sangue di San Gennaro e il Suo cranio nei due reliquiari d’argento dorato fatti realizzare dallo stesso Carlo II nel 1303.

Le preziosissime ampolle caddero in terra e furono ritrovate sotto le macerie della torre miracolosamente intatte, protette da una grossa trave.

Il Sangue di San Gennaro, testimonia San Giacomo della Marca, fu ritrovato duro come un sasso.

Nei documenti che raccontano del terremoto non c’è riferimento ai danni ai due pilastri maggiori e al grande arco trionfale che chiude la navata centrale, risultato ancora integro al tempo degli ultimi lavori di restauro e consolidamento dell’edificio (1969-72)

Napoli – Duomo – Interno: il grande arco trionfale che chiude la navata centrale fotografato da una postazione insolita: dal centro dell’abside.

Furono disposti tempestivamente i piani di ricostruzione dell’edificio che si protrassero fino al 1471, dall’allora Arcivescovo, il Cardinale Rinaldo Piscicello (1451-1457) e continuati dagli Arcivescovi Cardinale Giacomo  Tebaldi (1458-1458) e Oliviero Carafa (1458-1484), con il contributo di Ferrante d’Aragona, del pontefice del tempo, Paolo II (1464-1484), del Cardinale Carafa, del popolo e di alcune famiglie nobili napoletane, che apposero sui pilastri ricostruiti con il loro contributo il proprio stemma, mentre quelli dell’aragonese, del Pontefice e del Carafa furono apposti sulla facciata dell’edificio, da dove poi sono stati rimossi nell’800, quando è stata costruita l’attuale facciata del duomo e sistemati sulla porta secondaria su piazza Cardinale Sisto Riario Sforza.

Napoli – Duomo – Interno: un pilastro della navatella del Salvatore, con ancora incastrato, in cima, lo stemma della famiglia Orsini che ne curò la ricostruzione. (Le famiglie che contribuirono alla ricostruzione dei pilastri della navata, furono nell’ordine: per la  navatella di Sant’Aspreno, Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo-Pisquizy, il pilastro maggiore destro non reca stemma. Sui pilastri della navatella del Salvatore, cominciando dall’ingresso: Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini, Popolo napoletano.

Accanto al dossello del trono vescovile, il settimo pilastro, non reca stemma, perchè restaurato a spese del popolo napoletano.

Il successivo pilastro maggiore, non subì danni e non dovette essere ricostruito: il passus era già incastrato nella colonna scanalata posta a rinforzo del pilastro stesso.

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Alcuni ritengono che il listello oggetto di questo studio non risalga all’età ducale bizantina di Napoli e che invece potrebbe essere stato posto in quel luogo in età angioina, oppure in esecuzione dell’editto aragonese di perequazione dei pesi e delle misure nel Regno di Napoli che stabiliva la collocazione di un regolo, misura lineare canonica, nelle principali chiese del Regno, nelle sedi dei Tribunali e nella Camere Baronali, con le unità di misura canoniche per i pesi e per i liquidi, così come già praticato in antico.

Napoli – Castel Capuano – Cortile interno, dove erano conservate le misure canoniche napoletane, lineari e per i pesi e i liquidi, per ordine di re Ferdinando I d’Aragona.

Nel primo caso gli angioini ereditarono il precedente sistema di misura già in uso nei territori del Regno di Napoli, quello giustinianeo, anche se con alcune modifiche, nel secondo caso, il listello, esaminato nella prima metà dell’800, risulto essere anteriore all’epoca aragonese, come affermato dal Visconti (Cfr. Ferdinando Visconti, Del sistema metrico della città di Napoli e  della uniformità col sistema de’ pesi e delle misure, Napoli, 1838).

Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo, (1364-1458), re di Napoli dal 1432, aveva provveduto alla perequazione dei pesi e delle misure nel Regno; il suo successore Ferdinando I (Ferrante d’Aragona (1424-1494), che regnò dal 1458, con un editto del 1480, emanato per contrastare gli abusi commessi dagli Ufficiali della Camere Baronali nei confronti dei vassalli e dei contadini, nella riscossione dei censi e nella raccolta delle granaglie, ordinò nuovamente la perequazione dei pesi e delle misure in tutto il Regno, uniformandoli a quelle già in uso a Napoli e dispose la collocazione in Castel Capuano, sede anche della Vicaria, delle misure canoniche di riferimento per i pesi, i liquidi e lineari, incastrate e incavate in in supporto di pietra ancora visibile nella prima metà del ‘700, quando in una supplica del 1778 sulla uniformità dei pesi e delle misure, diretta a Ferdinando I di Borbone (1751-1825), re del Regno delle due Sicilie con il nome di Ferdinando IV dal 1759, veniva citata la iscrizione che, incisa sulla pietra, ne autenticava i campioni incastrati e incavati in essa:

FERDINANDUS. REX. IN. UTILITAT  /  EM. RE. P. HAS. MENSURAS, PER. MAGIST  / ROS. RATIONALES. FIERI. MANDAVIT.

Ritratto di Ferdinando  I d’Aragona (Ferrante d’Aragona, 1424-1494) re di Napoli dal 1458.

Ferdinando Visconti (Cfr. Op.cit) riporta una descrizione dettagliata del Passus, rimosso temporaneamente dal suo antico supporto e riposizionato qualche decennio dopo, nella prima metà dell’800: “…Entrando nel duomo di Napoli, si vede nella faccia posteriore dell’ultimo pilastro a sinistra, un’asta di ferro nel pilastro medesimo, la quale per antica tradizione si crede da tutti che sia la misura del passo agrario di Napoli che è di palmi sette e mezzo: Tale sorta di campione è infisso molto in alto, e disposto in situazione verticale, talechè incomodissima cosa sarebbe il misurarlo con quella scrupolosa esattezza che al caso nostro si converrebbe senza staccarlo dal pilastro suaccennato. Una tale circostanza fu forse cagione perché la Commissione del 1811 non fece alcun conto alcuno di cotesto campione del duomo: Intanto nel mese di maggio 1837 si volle restaurare l’interno del duomo, ed in tale occasione il suddetto campione fu distaccato dal suo pilastro, e deposto nella sagrestia ove fu conservato. Si ebbe allora tutto l’agio di osservarlo e di misurarlo ciocche fu da noi praticato. Le estremità di quest’asta di ferro sono ricurve quasi ad angolo retto, ma senza formare un angolo preciso, giacchè i vertici sono ritondanti, e ciascuno presenta presso a poco il quadrante di un circoletto che avesse circa un’oncia di raggio. Ad una estremità si distingue un vestigio d’impiombatura da potersi col suo mezzo fissare con una certo precisione il punto della superfice esteriore dell’asta di ferro ove questa s’internava nel pilastro. L’altra estremità si osserva monca, perché la parte ch’era nel pilastro vi era rimasta infissa, e parea che quella rottura fosse stata recente. Tutta l’asta suddetta, sebbene apparisse molto antica, pure non sembra che la sua antichità possa giungere oltre i 500 anni, siccome alcuni credono: mentre essendo stata esposta per un tanto decorso di tempo… Attualmente però quel campione del duomo è stato reso del tutto inutile al suo oggetto, poichè avendolo di nuovo infisso nel pilastro dal quale era stato distaccato, ve lo hanno tanto internato che la sua esteriore superfice appena risalta su quella del pilastro, e quindi la sua lunghezza non è più quella che aveva prima che fosse distaccata…”.

Nel 1811 si costituì una commissione ed una successiva nel 1832, che presentò un progetto di sistema metrico uniforme nel Regno di Napoli.

Raccolse anche il parere favorevole del Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni, ma il progetto falli incontrando la opposizione del ceto nobiliare e mercantile che ancora in quegli anni imponeva pesi e misure falsate.

La testimonianza del Visconti conferma ulteriormente la nostra tesi circa la autenticità e la antichità del reperto e contraddice quanto affermato dal Ceva Grimaldi e dal Galante (Cfr. Op.cit.) confermando al presenza del passus infisso nella colonna incastrata nel pilastro maggiore di sinistra, fin dal tempo della costruzione dell’edificio angioino.

L’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Giuseppe Spinelli dal 1734 al 1754, promosse un’azione di restauro del duomo, continuando l’opera già iniziata dai suoi predecessori, urgente per i gravi dissesti provocati da due terremoti, nel 1731 e nel 1732.

Ritratto dell’Arcivescovo di Napoli Giuseppe Spinelli (1734-1753), Amministratore Apostolico dal 1753 al 1754, creato Cardinale nel 1753.

Il restauro dell’edificio, sospeso e poi continuato dai suoi successori, fu nuovamente interrotto per le vicende politiche del 1799 e la successiva occupazione francese; fu ripreso poi dall’Arcivescovo Cardinale Filippo Giudice Caracciolo (1833-1844), che promosse l’abbellimento interno del duomo, citato dal Visconti.

In quella occasione fu rimosso l’intonaco dai muri e dalle colonne, alle quali fu dato il lucido e molte di esse private della scanalatura antica, e furono coperti di marmi anonimi i pilastri.

Fu un vero disastro per il duomo, perchè molti preziosi marmi, opere d’arte, cimeli ed epigrafi andarono perduti.

Il passus come racconta il Visconti, fu rimosso dal supporto antico e riposizionato dopo avere tolta la scanalatura alla colonna, al termine dei lavori di abbellimento interno del duomo, completati non dall’Arcivescovo Giudice-Caracciolo, ma dal suo successore l’Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sorza (1845-1877) e fu scelta oculata, quella di rimuovere temporaneamente il reperto dal suo supporto: durante l’ultimo intervento di consolidamento e restauro del complesso vescovile (1969-72), qualcuno non conoscendone il valore storico, ritenne opportuno rimuovere “…un inutile pezzo di ferro che deturpava una antica colonna…”.

Il passus fu salvato dalla distruzione, dal Canonico Cimeliarca del Collegio Capitolare di Santa Restituta, Mons. Giuseppe Muller (1911-1998), che per puro caso si trovò a passare nei pressi del pilastro maggiore con i tecnici del cantiere, mentre un operaio si accingeva a rimuovere “il pezzo di ferro..”.

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Gli antichi conservavano in un luogo sacro i campioni delle unità di misura, per rapportarsi ad essi perchè, uso comune,  in ogni epoca della storia si frodava nella compravendite.

Nel biblico Libro dei Proverbi (Pr. 20,10) redatto intorno al 700 a. C. e che raccoglie anche detti attribuiti a Salomone (X sec. a.C.) troviamo uno stico che stigmatizza questo comportamento comune allora, come oggi:

Doppio peso e doppia misura  /  sono due cose in abominio al Signore”.

Rotolo della Torah.

A Roma le unità di misura canoniche per i liquidi e per i solidi, erano conservati nel tempio di Giove Tarpeio e le varie contrattazioni di commercio avvenivano invocando la divinità come testimone della genuinità del prodotto e garanzia delle misure.

Il de Lellis (Cfr. Op. cit), riporta una frase che trae da Quinto Remnio Palemone (5 – 65 d.C.), grammatico romano, tratta dalla sua opera Chorus poetarum, (folio 2863):

QUAM NE VIOLARE LICERET  /  SACRAVERE JOVI TARPEIO IN MONTE QUIRITES

Il campione della unità di misura lineare di base, il piede, simile nella lunghezza a quello greco, era conservato invece nel tempio di Giunone Moneta, sul Campidoglio, fatto costruire, secondo la tradizione da Lucio Furio Camillo, dopo la sua vittoria sugli aurunci (345 a.C.).

 Roma – Ricostruzione plastica del tempio di Giunona Moneta, sul Campidoglio.

E’ ricordato perchè in uno spazio recintato accanto ad esso erano allevate le oche sacre alla divinità, che starnazzarono dando l’allarme quando nel 396 a.C. i galli di Brenno posero l’assedio a Roma.

L’epiteto moneta, ossia ammonire, le deriva dal verbo latino monere, riferito all’avviso dell’assedio dato dalle oche capitoline. 

Nel 269 a.C. nei pressi del tempio venne costruita la zecca posta sotto la protezione della dea Moneta (uno degli attributi di Giunone) e all’interno del tempio era conservato il campione di riferimento del piede romano che per questo motivo era detto anche pes monetalis. 

A Pompei, nel muro perimetrale del tempio di Apollo, fu realizzato un ambiente che costituiva l’Ufficio pubblico per il controllo delle misure di capacità, la mensa ponderaria del mercato, come quella conservata nel museo romano della civiltà.

Roma, Museo della Civilta Romana, mensa ponderaria

Le misure della mensa ponderaria pompeiana, quando essa fu realizzata alla fine del II secolo a.C., erano ancora calibrate sul sistema di misura locale, osco, e al tempo di Augusto, quando la Città divenne colonia romana, furono ragguagliate alle unità di misura del sistema romano, come risulta dalla iscrizione apposta sul bordo di essa:

A(ulus) CLODIUS A(uli) F(ilius) FLACCUS N(umerius AUCAEUS N(umeri) F(ilius) ARELLIAN(us) CALEDUS D(uo) V(iri) I(ure) D(icundo) MENSURAS EXOEQUANDOS EX DEC(urionum) DECR(eto). 

Il cui significato è il seguente: “Aulus Clodius Flaccus, figlio di Aulis, Numerius Arcaeus Artellianus Caledus figlio di Numerius, duonviri con potere giurisdizionale (attesero) per deliberazione decurionale a ragguagliare le misure”.

Ma in essa non è stata trovata traccia della presenza di un listello per verificare le misure lineari.

Pompei scavi – La mensa ponderaria.

Probabilmente anche nel foro di Neapolis esisteva una mensa ponderaria nei pressi dell’erarium, individuato da Mario Napoli (Cfr. Op. cit.), nell’area sottostante il transetto della basilica di San Lorenzo Maggiore.

Oppure presso il tempio di Giove, sulla cui area fu costruita la basilica di San Paolo Maggiore, non certamente presso il tempio di Apollo, decentrato rispetto al foro nell’area che sarà poi  occupata dalla cittadella vescovile di Napoli, perchè pesi e misure non fossero falsati e violati.

Napoli – Basilica di San Paolo Maggiore, costruita sui resti del tempio di Giove al foro.

Neapolis, città di origine greca, divenne prima città foederata di Roma, pere circa due secoli (326-90 c:C.) e poi municipio romano, nel 90 a.C. con la lex Julia.

La Città conservò la sua grecità dopo l’aspra reazione che seguì la trasformazione da città foederata, in municipio: Roma dovette autorizzare il permanere, nella ufficialità, della lingua greca e degli usi e costumi greci.

Anche il sistema ponderale in uso nella Città, dovette rimanere nelle attività mercatali.

L’unità di misura lineare fondamentale nel mondo greco fu il piede nei suoi differenti valori. dorico, attico-calcidico, ionico.

“Il rilievo di Salamina” – Il cippo rinvenuto a Salamina, metteva a confronto il piede dorico, il piede attico e il cubito egizio.

Ma le scarse indagini archeologiche condotte nell’area del foro di Neapolis non hanno consentito il ritrovamento di strutture amministrative connesse con l’attività mercatale e strumenti relativi al sistema di misura dei solidi, dei liquidi e lineari romani, certamente perequati con la realtà locale, oppure se la Città, conservando la sua grecità, conservò anche il sistema metrico e dei pesi e delle misure greco.

Nell’84 a.C., Napoli patteggiò nella prima guerra civile per Mario contro Silla.

Con la vittoria di quest’ultimo entrò a far parte definitivamente della romanità, pur conservando le sue tradizioni greche. per lo scarso interesse di Roma nei confronti della Città, abbandonata al suo declini politico ed economico: la città principale della Campania Felix, era Capua, sede della guarnigione militare e del Tribunale.

La città fu vittima delle invasioni barbariche: dal VI secolo d.C. divenne bizantina, con Belisario nel 536, e nel 542 fu occupata da Totila e riconquistata dai bizantini di Belisario.

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Il de Lellis (Cfr. Op.cit.) riferisce quanto legge in Chioccarello (Cfr. Op.cit.), il quale discorrendo della attività politica e pastorale dell’Arcivescovo di Napoli Umberto d’Ormont (1308-1320), riferendo della presenza del reperto, incastrato nel pilastro maggiore sinistro del duomo angioino, dice che: “…tal passo dà tempi  antichissimi fu dato a conservare alla maggior Chiesa di Napoli ..e che anticamente fusse stato costume di conservarsi (nei luoghi sacri ndr.) i pesi e le misure acciocchè dagli huomini perversi e tristi, atterriti dalla religione de’ luochi ne’ quali si conservavano, non fussero violate, e così, i sudditi da pesi e misure ingiuste non venissero gravati…Anzi ciò fu poi con particolar legge dell’imperador Giustiniano stabilito, cioè che tutti i pesi e le misure si dovessero conservare in ciascheduna città…”.

Il riferimento è alla già citata Pragmatica Sanctio Pro Petitione Virgilii che costituì la base della giurisdizione imperiale in Italia per tutto il periodo della dominazione bizantina.

E’ necessario tracciare un profilo di Papa Vigilio e definire significato e valore giuridico di una pragmatica sanctio.

Vigilio, diacono romano, nato certamente negli ultimi anni del V secolo, fu ordinato Vescovo nel 531 e con l’appoggio di Belisario, Papa nel 537, dopo che questi depose Papa Silverio (536-537), costringendolo alla abdicazione e all’esilio sull’isola di Palmaria (isola di Ponza), dove morì lo stesso anno.

Probabile ritratto di Papa Vigilio.

Non è questo il luogo per esprimere giudizi sulla figura e l’operato di questo Pontefice il cui nome è legato alla posizione esitante assunta nella condanna dell’eresia monofisita (548) e la posizione assunta nel giudizio su i tre capitoli, scritti favorevoli al nestorianesimo; al suo rifiuto delle decretali del Concilio convocato da Giustiniano I a Costantinopoli nel 553; alla lotta contro l’ingerenza imperiale negli affari interni della Chiesa, dichiarando apertamente il suo riconoscimento delle sole decretali del Concilio di Calcedonia (451).

Questo provocò uno scisma che separò da Roma per circa 150 anni le Chiese d’Africa, della Gallia, dell’Italia settentrionale, dell’Illiria e della Dalmazia.

Il suo nome è legato alla Pragmatica Sanctio che per opinione comune si ritiene emanata da Giustiniano I per espressa richiesta i Papa Vigilio, ma si protende per ritenere che il nome del Pontefice fu usato per sfruttare comunque la sua autorità morale e per giustificare il potere bizantino in Italia.

Vigilio, malvisto dai romani per il suo carattere avido e violento nello stesso tempo, fu accusato di incerta ortodossia; nel 555 terminò la sua prigionia a Costantinopoli e ritornando a Roma, morì a Siracusa.

Pragmatica Sanctio  è definita una costituzione imperiale emanata con lo scopo di regolare in maniera definitiva ed uguale per tutti i sudditi un particolare tipo di relazioni giuridiche e i rescritti e per stabilire provvedimenti di carattere amministrativo, stabilire privilegi  per alcune categorie di persone, disporre l’organizzazione amministrativa di una provincia.

Veniva emanata su richiesta degli interessati: giuridicamente ad essa è riconosciuto un valore intermedio tra gli editti e le leggi e nelle controversie, prevalevano le ultime.

La Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, riconfermava tra le altre cose, la disposizione giustinianea che imponeva la presenza nelle principali chiese di Costantinopoli e delle città dell’impero, di listelli, misure canoniche di lunghezza, a cui rapportarsi nelle attività di compravendita di terreni, provvedimento non nuovo.

Giustiniano tentò di realizzare l’unità religiosa, politica ed amministrativa dell’impero, scontrandosi per questo, con i pontefici del tempo, Agapito (535-536), Silverio (536-537), costretto a dimettersi ed esiliato, Vigilio, e Pelagio I (556-561) a motivo delle scelte di costoro nella polemica contro le eresie, particolarmente quella monofisita, e delle scelte imperiali verso quest’ultima.

La pace religiosa non fu mai conseguita, come risultò effimera la restaurazione imperiale e l’unità politica e amministrativa e a nulla valse ogni tentativo di applicazione delle leggi del suo Corpus Julis Civilis per abbattere il sopruso, per un  giusto rapporto fra ceto nobiliare e popolo, e una giusta considerazione della donna nell’ambito della società bizantina; a lui si deve il merito di avere influito notevolmente sullo sviluppo della civiltà, imponendo una legislazione nuova scaturente dalla legislazione romana e di avere dato grande impulso alla cultura, dopo il periodo buio delle invasioni barbariche, consigliato e sostenuto nelle varie riforme da Teodora (497-548) imperatrice di Costantinopoli dal 527, che lo coadiuvava nella gestione del potere.

L’imperatrice di Costantinopoli Teodora (497-548) – Mosaico della basilica di San Vitale a Ravenna –  Dettaglio.

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Listelli canonici di raffronto per le misure lineari furono inviati anche a Roma, consegnati al Senato, come deposito degno della sua attenzione, perché disponesse la consegna degli stessi per la loro esposizione nelle chiese principali di tutte le province d’Italia sottoposte a Costantinopoli, perché dopo le invasioni barbariche, con l’istituzione dei censi si verificavano frodi nella raccolta delle granaglie e nei contratti di compravendita di terreni.

Costantinopoli – Ippodromo romano – Base dell’obelisco di Teodosio I (347-395) imperatore dal 379 – 

Già Teodiosio I (347-395), imperatore romano dal 378, per porre rimedio all’uso frequente di pesi falsati e misure lineari contraffatte, emise analogo provvedimento.

Il suo successore Onorio (384-423) imperatore romano d’occidente dal 395, ordinò ai governanti delle province si stabilire unità di misura lineari canoniche a cui rapportarsi nelle attività mercatali e nei contratti di compravendita di terreni, e unità di misura per i liquidi e per i solidi da utilizzarsi nelle riscossioni dei tributi e spedi a Roma listelli canonici, prototipi di misure lineari e di capacità, perché non venissero falsate e dispose che nei contratti venisse posta la seguente clausola: “…acceptus, ab imperatore mensuras, vel papa, vel senatus servabunt…”

L’imperatore romano Onorio (384-423), raffigurato nel “dittico di Probo” nel 406).

Il sopruso , allora come oggi, era diffusissimo, documentato fin dal IV secolo d.C. al tempo di Papa Gregorio Magno (590-604), quando gli appaltatori dei beni ecclesiastici imponevano pesanti gabelle ai coloni in luogo di quelle stabilite, come del resto facevano i feudatari, attraverso l’operato degli ufficiali, e poi faranno i baroni che raccoglieranno, tramite gli stessi ufficiali delle camere baronali, le gabelle e i tributi versati dai vassalli e dai contadini, utilizzando il tomolo signorile più voluminoso rispetto a quello stabilito e utilizzato per la compravendita delle stesse granaglie agli stessi contadini che le avevano raccolte, oppure utilizzavano nei contratti di passaggio di proprietà dei terreni, misure lineari falsate per frodare o l’uno o l’altro dei contraenti.

Liutprando,(circa 670-744), re longobardo d’Italia dal 712, narra Paolo Diacono (720-799), un monaco cassinese, storico, poeta e scrittore longobardo ma di formazione latina, nella sua Historia longobardorum, che fu un sovrano intelligente ed energico, amato e temuto dal suo popolo che in lui ammirava la saggezza e l’efficienza di governo.

Egli modificò ampiamente il vecchio codice promulgato da Rotari (606-652) re  dal 636, promulgando nuove leggi, divenendo dopo quest’ultimo il più grande dei legislatori longobardi.

Pagine dal Codice di Rotari.

Il suo corpus legislativo mirava ad affermare il diritto realizzando la giustizia, adempiendo alla volontà di Dio e il prologo della Liutprandi Legis, inizia con queste parole: “…Il cuore del re è nelle mani di Dio…” .

Con esso tentò di modificare e perequare il sistema dei pesi e delle misure giustinianee, in vigore nei territori occupati, con quello longobardo.

Liutprando impose una nuova misura lineare fondamentale: il piede, da lui detto pes liutprandi, per arginare le frequenti liti che nascevano per le frodi nel misurare i terreni

Il “pes liutprandi” impresso nella pietra incastrata nell’arcotrave del battistero di Firenze.

Secondo una leggenda, dotato di un piede molto grande, pensò di adottarlo come unità di misura fondamentale e lo appoggiò su una pietra dove l’impronta si impresse miracolasamente e decretò che quella doveva essere la misura canonica di lunghezza a cui rapportarsi nelle compravendite di terreni e stabilì anche nuove misure canoniche di raffronto per i solidi e per i liquidi.

L’impronta del piede di Liutprando è impressa su una pietra incastrata nel battistero di Firenze, fin dal 770: usata come campione di raffronto per le misure lineari di superficie, questa unità di misura fu utilizzata nell’Italia settentrionale fino a quando fu imposto il sistema metrico francese.

I

Pavia – Basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro – La tomba di Liutprando.

pes liutprandi, come unità di misura, non fu utilizzato nell’area di influenza romana e bizantina. dove rimase in uso il sistema  di misura giustinianeo, pur nelle leggere variazioni locali, ma sostanzialmente perequate al listello canonico di ragguaglio, il cui campione del duomo di Napoli costituisce l’unico esemplare superstite.

Entrambe le misure furono perequate e sostituite dal braccio, nel 1200, anche se continuarono ad essere utilizzate insieme.

Il braccio, unità di misura introdotta dai mercanti pisani, o secondo alcuni dai crociati di ritorno dalla Terra Santa, fu  calcolata rapportandola al Braccio di Cristo, la cui misura originaria fu forse ricavata dalla Immagine Sindonica e per questo accetta e stabilita con decreto pontificio.

Il riferimento al Braccio di Cristo nelle misure lineari medioevali, in alcune realtà locali dell’Italia settentrionale è frequente: il braccio torinese e il braccio fiorentino, per esempio, corrispondevano ad un terzo dell’Uomo della Sindone, (Cfr. Guzzelli, Le misure lineari medioevali e l’Effige di Cristo, Firenze 1899).

Questo studio, limitato alla sola esposizione del reperto considerato di epoca giustinianea, conservato nel duomo di Napoli, notizia anche dell’uso nel tempo di altre misure lineari e di misure per solidi e liquidi, introdotte nei vari periodi della storia, non fornendo di esse che poche immagini  di altri reperti di raffronto, perché non  esistono altri campioni di misura  canonici antichi come quello napoletano.

Si riproducono immagini di altri regoli, di altre realtà locali, risalenti al XVI – XVII secolo:

Bari – Facciata della basilica di San Nicola – Antico regolo di raffronto della unità di misura lineare.

Bologna – Palazzo Comunale – Nella scarpa dell’edificio è murato dal 1547, il regolo campione delle unità di misura lineare medioevale. 

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La suddivisione politica e amministrativa dell’Italia Meridionale portò, nel corso dei secoli, nelle diverse realtà locali, all’uso di diversi sistemi di misura.

La stessa misura lineare che secondo il progetto giustinianeo doveva essere comune in tutte le province dell’impero, risultò essere diversa anche negli stessi territori dell’Italia Meridionale, sottoposti alla autorità bizantina per lungo tempo.

Ne è un esempio la così detta pergamena aversana (Cfr. Giuseppe Guadagno, La pergamena aversana del 1143 dell’Archivio di Stato di Caserta – Significato storico, In: Rivista di terra di lavoro – Bollettino on-line dell’Archivio di Stato di Caserta – Anno I – Gennaio 2008), un rogito notarile per la compravendita di un terreno, stipulato nel 1143, che riporta la misura dell’appezzamento di terra, nel territorio della città di Aversa, calcolato in base alla misura ufficiale aversana, in vigore in quel tempo: il passus ecclesiae Sanctae Crucis de Aversa.

Il listello di raffronto di questa misura lineare aversana, era già conservato allora, nella chiesa della Santa Croce di Aversa che fu scelta come sua sede fin dal 1106, perché considerata la più antica chiesa parrocchiale del territorio, e sorgeva nei pressi dell’area mercatale, all’interno della murazione.

La chiesa è citata nei documenti del periodo, come edificio di culto per l’amministrazione dei Sacramenti agli abitanti della case, dei casali, delle ville del territorio e risultò inglobata insieme ad altri edifici all’interno delle difese realizzate dai normanni intorno al palazzo-castello adiacente ad un  altro edificio di culto aversano, la chiesetta votiva di San Paolo che poi costituirà il primo nucleo della cattedrale aversana.

Il palazzo divenne il castrum del primo conte di Aversa, quando il duca di Napoli Sergio IV offrì l’agglomerato di case che costituivano il villaggio di Aversa, al nobile normanno Rainulfo Drengot ( ? – 1045), nel 1027, creandolo conte di Aversa, in cambio del servizio militare mercenario dei normanni contro i longobardi di Capua.

Aversa – Lapide e busto di Rainulfo Drengot, primo conte di Aversa.

Il possesso del territorio di Aversa da parte del ducato di Napoli fa supporre l’uso da parte dei normanni del passus ferreus Sanctam ecclesiam neapolitanam di antica introduzione bizantina a Napoli, nei primi anni della investitura della contea e almeno fino al 1092, per poi decadere nell’uso, quando la alleanza normanna con i longobardi contro i bizantini di Napoli, portò alla guerra bizantino normanna (1050-1185).

Nel 1092, il passo napoletano, fu sostituito nelle contrattazioni aversane dal longobardo passus Laudanis Senioris Castaldei, a sua volta sostituito dalla misura detta Liberiana, anche essa di introduzione longobarda: il passus presbiteri Laudanis de Forignano Maiore, però. rimase  in uso ancora dopo il 1126, quando fu depositato il regolo di raffronto della nuova misura lineare aversana nella chiesa della Santa Croce.

Il ducato di Napoli, dalla sua fondazione al tempo della guerra gotica (535-553) condotta dal comandante bizantino Belisario, rimase bizantino per altri cinquecento anni, alternando la sua dipendenza da Costantinopoli attraverso l’esarcato di Ravenna prima, e poi attraverso l’autorità dello stratega di Sicilia, a periodi più o meno lunghi di autonomia politica, amministrativa e religiosa.

La Città era dotata di una struttura militare e di una struttura amministrativa civile e con il tempo andò aumentando l’importanza del clero con il conferimento al Vescovo anche di ampi poteri giurisdizionali civili.

Sotto il nome di periodo vescovile si indica l’arco di tempo compreso tra il 578 e il 670 che vide l’affermarsi in Città della carica vescovile come status di primaria importanza sia religiosa che civile dotata di potere temporale vero e proprio, oltre che spirituale.

Queste notizie anche se sintetiche e non esaustive del periodo storico, che fu caratterizzato dalla presenza bizantina a Napoli, risultano utili per meglio inquadrare il contesto politico-amministrativo e religioso che recepì le nuove disposizioni di legge, il Corpus Juris Civilis giustinianeo e applicò le disposizioni scaturenti dalla Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, per cui Napoli e le città del territorio del ducato bizantino, si dotarono della misura lineare canonica di raffronto, il Passus Ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.

Il ducato bizantino di Napoli, nel VI secolo, comprendeva anche i territori di Amalfi, Gaeta, l’area vesuviana, la penisola sorrentina, l’area flegrea, il territorio di Afragola, Pomigliano d’Arco, Caivano, Sant’Antimo, il giuglianese, il nolano, l’aversano, le isole di Ischia, Procida e nel IX secolo anche Salerno.

Fin  dalla costituzione al tempo della guerra gotica, fu un susseguirsi di tentativi di eliminazione del potente ducato bizantino, da parte dei longobardi di Benevento, Salerno, Capua e tentativi di invasione da parte dei corsari saraceni di Agropoli, ma anche da parte dei bizantini stessi che volevano riaffermare la loro supremazia sul ducato contro i tentativi di autonomia dei duchi.

Napoli dovette difendere anche la sua indipendenza dai pontefici che ritenevano usurpato ogni loro diritto sull’Italia Meridionale  da parte dei bizantini e da parte dei normanni che con la creazione del regno di Sicilia incominciavano l’occupazione della Penisola.

Roma – Oratorio di San Silvestro – Costantino che dona il potere temporale dell’occidente al Papa Silvestro I (314-335).

La così detta Donazione di Costantino, è un documento su cui per secoli la Chiesa di Roma ha fondato la legittimazione del suo potere temporale in occidente, sui grandi patriarcati ecclesiastici e il potere temporale di Roma sull’Italia Meridionale e su tutte le province e gli stati dell’Occidente.

Si attribuiva a Costantino questa donazione a Papa Silvestro I (314-335), basandola sulla leggendaria conversione al cristianesimo dell’imperatore e al suo Battesimo perché miracolasamente guarito dalla lebbra.

Il documento, contraffazione dell’VIII-IX secolo, finì per essere considerato autentico perfino dagli avversari al papato, e ne venne dimostrata la falsità solo nel secolo XVI.

I duchi di Napoli cercarono alleanze con i saraceni contro i longobardi di Benevento nell’836 e poi cercarono l’aiuto ai bizantini di Costantinopoli e agli amalfitani, contro i corsari saraceni agropolesi, nell’846 e nell’849; poi con i normanni contro i longobatdi di Capua e contro i normanni che costrinsero alla capitolazione il duca Sergio VII  nel 1137, decretando la fine del ducato autonomo di Napoli.

Al tempo della guerra gotica il complesso degli edifici vescovili napoletani, aveva già assunto una configurazione bel definita di cittadella, difesa da una torre, con ingresso dal largo di capuana, l’attuale piazzetta Cardinale Sisto Riario Sforza (Cfr. Tino d’Amico, L’intradosso ogivale del corrdoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, in: il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com)

Le attività episcopali si concentravano intorno all’antico oratorio che fu, secondo la leggenda, la casa di Sant’Aspreno, inglobato nella basilica costantiniana , intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di santa Restituta, Cathedrae Matricis, sede del potente collegio capitolare e della Cattedra del Vescovo, dove esercitava la sua funzione pastorale, il suo ruolo di liturgo, il suo ufficio di cathecheta e dispensatore dei sacramenti, con accanto il battistero di San Giovanni in Fonte, il più antico dell’occidente cristiano, circondata da edifici sorti in epoca paleocristiana, di servizio al Vescovo, al clero, ai diaconi.

Napoli – Duomo – L’intradosso ogivale del passetto sottostante l’antico campanile a scavalco del vicus S. Laurentii ad Fontes – Il campanile fu costruito sulla antica torre di difesa alla cittadella vescovile napoletana.

La basilica detta di Santa Restituta, era affiancata da una basilica gemina, detta Stefanìa, separata da quest’ultima dal vicus Santae Laurentii ad fontes e destinata alla amministrazione diocesana, inizialmente di ruolo inferiore, come edificio di culto destinato al servizio.

La basilica detta Stefania al tempo della costituzione del ducato di Napoli, era già funzionante, fondata dal Vescovo Stefano I (496-513) e con l’arrivo dei bizantini vide attribuirsi gradatamente un ruolo amministrativo preminente, specialmente durante il periodo detto vescovile, intorno al 763 d. C., che sancì una indipendenza formale  da Costantinopoli con la presenza anche di un clero greco , accanto a quello latino.

Nella basilica detta Stefania probabilmente si officiava in rito greco e entrambe le basiliche avevano una cattedra episcopale, ma il Vescovo era uno solo e svolgeva la sua funzione alternandosi nella Santa Restituita e nella Stefania.

La attività amministrativa dei vescovi-duchi, o dei duchi-vescovi. o dei Vescovi e Duchi, era concentrata principalmente nella Stefania.

Il ducato di Napoli, prima di rendersi autonomo da Costantinopoli, recepì e attuò i rescritti del Corpus Juris Civilis e della  Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, non solo nel campo prettamente giuridico, ma anche relativamente alle norme riguardanti le attività mercatali.

Recepì ed applicò quanto stabiliva la Pragmatica Sanctio circa la collocazione del listello di raffronto della misura lineare nella principale chiesa cittadina.

Esso fu posto all’interno della basilica detta Stefanìa per il suo ruolo espressamente amministrativo, in posizione orizzontale, perché potesse essere facilmente utilizzato nel raffronto delle misure lineari, presumo nei pressi dell’ingresso della basilica, dopo l’ultima ricostruzione dell’edificio al tempo del duca-vescovo Stefano II (755-800) e probabilmente esso era già in uso quando l’edificio fu distrutto dall’incendio e il suo utilizzo continuò anche dopo che Stefano II inaugurò la formale indipendenza da Costantinopoli.

La misura canonica di raffronto napoletana è citata prima dell’anno 1000, sostituita nella varie realtà locali nei territori ducali da misure di importazione longobarde, e poi, come risulta dalla citata pergamena aversana, nel territorio normanno di Aversa, da un misura canonica di raffronto detta aversana.

Quando fu diroccata la basilica detta  Stefania per far ricavare l’area per costruire la parte terminale e il transetto del nuovo edificio angioino, il regolo di ferro ancora in uso nella realtà napoletana, rimasto incastrato nella colonna scanalata che lo sopportava, posta a rinforzare il pilastro maggiore sinistro del nuoco edificio, accanto al trono vecovile.

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FONTI:

Crema Luigi – Manuale di storia dell’architettura antica – Milano 1957.

Ceva Grimaldi Francesco – Memorie istoriche della città di Napoli – Napoli,1857.

Chioccarelli Bartolomeo – Antistitum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae                   catalogus – Napoli, 1643.

Capasso Bartolommeo – Napoli greco-romana – Napoli 1905.

Celano Carlo – Motizie del bello, dell’antico, e del curioso della citta di Napoli per i signori forestieri – Napoli

d’Engenio Caracciolo Cesare – Napoli sacra, Napoli, 1624.

d’Amico Tino – tinodamico.wordpress.com

Liber Pontificalis – Edizione XVII sec.

Di Stefano Roberto – La cattedrale di Napoli – storia, restauri, scoperte, ritrovamenti –  Napoli 1975.

Fatiga Luigi – Il calendario marmoreo di Napoli – Napoli 1997.

Franchini A. – Memorie intorno al sito della chiesa cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una – Napoli, 1750-54.

Galante Gennaro Aspreno – Guida sacra della citta di Napoli – Napoli 1872.

Gaglione Mario – Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel trecento – Estratto da: Archivio storico per le province napoletane  – CXXVI dell’intera collezione.

Giovanni Diacono – Gesta episcoporum neapolitanorum (Chronicon) .

Guzzelli G. – Le misure linearimedioevali e l’Effige di Cristo – Firenze 1899.

Guadagno G. – La pergamena aversaana del 1143 dell’archivo di Stato di Caserta…. – in Bollettino on.line dell’Archivio di Stato di Caserta – Gennaio 2008.

Napoli Mario – Napoli greco-romana – Napoli 1959.

Notar Giacomo – Cronica di Napoli – Edizione 1845.

Quinto Remno Palemone – Chorus Poetorum

Summonte  Giovanni Antonio – Historie della città di Napoli e del Regno di Napoli – Napoli 1643.

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Strazzullo Francesco – opera omnia.

Treccani –

Villani Matteo – Historie.

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Visconti Ferdinando – Del sistema metrico della città di Napoli e della uniformità del sistema de pesi e delle misure – Napoli 1838

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RIFERIMENTI FOTOGRAFICI:

Istagram

Wikipedia

Luca d’amore

d’Amico Tino

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Il “Ritiro delle Oblate di San Raffaele” sulla collina di Materdei di Napoli.

 

di  Tino d’Amico

Il Ritiro delle Oblate di San Raffaele sulla collina di Fonseca (Materdei) di Napoli, fu fondato nella seconda metà del ‘700, per raccogliere le prostitute pentite e risultò una delle maggiori istituzioni napoletane a carattere sociale.

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Nel 1734 alcuni missionari predicarono una Santa Missione tra gli abitanti della vallata della Sanità e della collina di Fonseca, detta di Materdei, per la presenza della chiesa dedicata a S.Maria Materdei, usando come centro per la loro opera di apostolato, la chiesa dedicata a S. Maria della Verità, detta di Sant’Agostino degli Scalzi costruita nella platea di Fonseca agli inizi del ‘600 dall’architetto napoletano Giovan Giacomo Di Conforto (1569-1630) al posto della antica chiesetta di S.Maria dell’Olivo, con accanto un piccolo convento che dopo il terremoto del 1693 subì trasformazioni e ampliamenti, e fu definitivamente ristrutturato e ampliato dall’architetto Giuseppe Astarita (1707-1775) che aveva bottega nella stessa platea di Fonseca, nelle case dell’antico monastero agostiniano.

Alcune prostitute che esercitavano la loro attività nella zona, furono prese da sincero pentimento per la loro vita peccaminosa e manifestarono ai padri missionari il desiderio di ridursi a vivere insieme, in una casa di preghiera, dove espiare i loro peccati.

I padri missionari riuscirono a raccogliere una somma di danaro che utilizzarono per l’acquisto di una casa sulla strada detta Salita della infrascata, nome che le derivava forse dalla presenza di proprietà della famiglia romana de’ Infrascato o, forse, perché aperta nel 1556, si inerpicava tra i campi ed era fiancheggiata di alberi: l’attuale via Salvator Rosa.

Napoli – Duomo –  Giuseppe Sammartino (1720-1793), monumento funebre dell’Arcivescovo di Napoli Cardinale Antonino Sersale (1754-1775), promotore e primo protettore del Ritiro delle Oblate.

La Casa fu posta sotto la protezione di Santa Margherita da Cortona (1247-1297), canonizzata qualche anno prima, nel 1728 che, di umili origini, rimasta orfana della madre, sottoposta a continue vessazioni  da parte della matrigna, giovanissima fuggì con un nobile del luogo e divenne la sua amante; nonostante la nascita di un figlio non si sposarono, vivendo per anni nel concubìnato, per l’opposizione della famiglia del giovane.

Il suo convivente però venne ucciso e il suo cane la guidò a scoprire il suo cadavere.

Rifiutata dalla famiglia del suo compagno e dalla stessa sua famiglia, si pose alla ricerca di un altro amante per procurasi di che vivere.

Per ispirazione divina incominciò un cammino di conversione e penitenza sotto la guida dei Frati Minori di Cortona, ricevendo rivelazioni divine durante le sue estasi.

Contemplando la Passione di Cristo, sperimentò sul suo corpo, alla presenza di numerosi testimoni, gli stessi patimenti, come viatico di conversione per la salvezza individuale.

Nella Casa sulla salita della Infrascata, le donne vissero in penitenza per circa un ventennio ed il loro numero aumentò tanto che l’Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Antonino Sersale (1754-1775) , durante la Santa Visita del 1754, notando che il luogo era troppo angusto per contenere tante persone, offrì una somma di danaro che insieme ad altre offerte raccolte tra la nobiltà napoletana, servì per l’acquisto di un ampio edificio che occupava una buona parte di un’insula della platea di Fonseca, con accanto un ampio giardino, sul quale venne edificata la chiesa esterna, dal 1759, su progetto di Giuseppe Astarita.

Napoli – Rione Materdei – Planimetria generale del RITIRO DELLE OBLATE DI SAN RAFFAELE – Piano terreno, chiesa, cortili e laboratorio.

Il complesso di edifici religiosi, Ritiro e chiesa esterna, dedicata all’Arcangelo Raffaele “…uno dei sette angeli che sono pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore…” (Tb.12,15), inviato da Dio “…nel medesimo tempo per guarire…” (Tb. 12,14) Tobia diventato cieco e Sara, la sposa del figlio Tobi “…invasata dal demonio e da uno spirito cattivo…” (Tb.6,8), bruciando nel braciere il cuore e il fegato del pesce ucciso da Tobi presso la riva del fiume  (Tb. 6,7-9),e a Santa Caterina da Cortona,  per le ragioni già esposte entrambi preposti alla guarigione dello spirito e del corpo, e la Congregazione delle Oblate fu aggregata alla Congregazione dei Servi di Maria che aveva sede nella  chiesa e nell’ annesso convento che un religioso dell’Ordine,  Agostino de Juliis aveva fondato nel 1585, dedicandola a S. Maria Materdei, chiesa che dava il nome popolare di Materdei alla platea di Fonseca.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – Il simulacro ligneo dell’Arcangelo Raffaele che riproduce la statua d’argento dell’Arcangelo, compatrono di Napoli dal 1797, venerata nel Tesoro di San Gennaro.

La chiesa esterna, costruita a partire dal 1759 (l’Arcangelo Raffaele diventerà compatrono di Napoli nel 1797), fu consacrata dall’Arcivescovo di Potenza  Mons.Carlo Gagliardi (1767-1778), il 4 novembre 1770, come si legge sulla lapide murata a sinistra entrando verso la sagrestia:

TEMPLUM  /  IN ARCANGELUM RAPHAELEM  /  DIVAMQUE MARGARITAM CORTONENSEM  /  QUO MAGIS OBSEQUII FIDES AUGEATUR  /  AC MULIERES MAIORI RELIGIONE PIETATIS  /  PRECES IN EO POSTULENT  /  QUAE IN ADIACENTIBUS SERVANTUR AEDIBUS  /  A PECCANDI LIBERTATE ABDUCTAE  /  IDQUE GENUS SOLUMMODO  /  SECUNDUM PIORUM HOMINUM VOLUNTATEM  /  LIBERALITATEMQUE IN EAS ADMITTENDAE  /  MORE MAIORUM SANTISQUE CEREMONIS  /  AB POTENTIAE URBIS EPISCOPO  /  PRIDIE NONAS NOVEMBRES ANNO MDCCLXX  /  NEAPOLITANAM  ECCLESIAM  /  EMINENTISSIMO  ANTONINO SERSALI  /  REGENTE  /  ATQUE MICHAELIS LIGNOLAE  /  CANONICI METROPOLITANI  /  CURA AC PROVIDENTIA CONSECRATUM..

La lapide murata sul timpano della facciata della chiesa, informa sulla finalità dell’opera, sulla dedicazione all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona e la data di fondazione:

TEMPLUM AUGUSTUM  /  OB RELIGIONIS OBSEQUIUM  /  IN ARCHANGELUM RAPHAELEM  /  DIVAMQ. MARGARITAM CORTONENSEM  /  QUO MULIERES A PECCANDI DEFORMITATE  /  AD POENITENDAM  /  VITAEQ. HONESTATEM  AMPLECTENDAM  PRONAS  /  AMBORUM PATROCINIO  /  EXCITENT ATQ: TUTENTUR  /  VIRORUM QUORUMDAM PIENTISSIMI  /  SUB TUTELA  AC OPERE SERSALI PONTIF. NEAP.  /  CONSTRUENDUM CURAVERUNT ANNO MDCCLXXIX.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – Facciata.

In alcuni locali al piano terra poi, aperti sulla strada detta Porteria San Raffaele, poco discosto dall’ingresso al Ritiro  venne realizzato un oratorio esterno con ambienti, sede di un Confraternita laica sotto il Titolo di San Raffaele, costituita con Regio Decreto  di Ferdinando I, il 16 ottobre 1798; fu la sede dei questuanti offerte per il mantenimento dell’opera, fino al luglio 1857, quando la Confraternita laica smise di questuare con l’accordo delle Oblate, obbligandosi a versare, per il mantenimento dell’opera otto ducati annui, tratti dal monte degli introiti dotali del Ritiro stesso.

Napoli – Ritiro delle Oblate di San Raffaele – L’ingresso della chiesetta esterna della “Confraternita dei questuanti” – Sotto l’ingresso al “Ritiro”.

Costoro utilizzavano una apposita cassetta di legno che aveva sulla mostra una placca di argento sbalzato che riproduceva l’episodio narrato nel biblico Libro di Tobia (Tb. 6,3-6): Tobi, accompagnato dal suo cane e dall’Arcangelo Raffaele, a lui non rivelatosi come tale, si ferma presso un fiume, afferra su comando dell’angelo un grosso pesce che tentava di assalirlo e su sua indicazione estrae dall’animale il fiele, il fegato e il cuore, per guarire dalla cecità il padre e liberare la sposa Sara dalla infestazione diabolica.

Una delle  cassettina, superstite, era ancora conservata tra i cimeli dall’ultimo Rettore della chiesa, il Sac. Giovanni Pinto, alla fine degli anni ’70 del passato secolo.

Napoli – Ritiro delle Oblate di San Raffaele – Barbacane di sostegno alle mura dell’antico palazzo sede delle “Pentite”, realizzato dall’Astarita prima della ristrutturazione.

Napoli – Ritiro delle Oblate di San Raffaele – Singolare balaustra alla base del barbacane realizzato dall’Astarita.

L’intero complesso poi, venne eretto in Ente Morale, con due Decreti Regi di Ferdinando I, datati 5 agosto 1786 e 21 luglio 1792: entrambi stabilirono che il Ritiro doveva servire unicamente per la riabilitazione morale delle pentite.

I canonici capitolari Michele Lignola, Rettore del Seminario Urbano di Napoli e Marco Celentano, canonico teologo e Rettore dello stesso Seminario (cfr: S. Sparano,  Memorie storiche per illustrare gli Atti della S. Napoletana Chiesa e gli Atti della Congregazione delle Apostoliche Missioni, Napoli MDCCLVIII) entrambi membri della prestigiosa Congregazione. detta anche degli Illustrissimi Preti, e il Presidente della Regia Camera della Sommaria, Pietro Lignola, fratello del primo, devolsero a beneficio dell’Ente gran parte del loro patrimonio ed istituirono una scuola per la istruzione delle fanciulle pericolanti ed un asilo per i bambini del popolo e furono sepolti nell’ipogeo della chiesa stessa.

In una relazione del 4 maggio 1780 (A.S.D. Ritiro di S. Raffaele e di S. Margherita da Cortona ) del Rettore della chiesa e del Ritiro, Sac. Gennaro Piccolo, è riportato l’impegno del Canonico Lignola per la costruzione della chiesa: “…Fo fede che io sottoscritto Rettore della Chiesa del ritiro sotto il titolo di San Raffaele Arcangelo e Margherita da Cortona sito sopra Materdei di questa città,costami de causa scientia aver sempre assistito in detto ritiro e alle fabbriche del medesimo, e delle sue case accosto a quello, qualmente in esso ritiro non vi è chiesa pubblica, ma questa fu fatta, e terminata nel 1769 essendosi aperta a 14 agosto del medesimo anno, l’edificazione di essa chiesa fu assolutamente fatta per opera dell’I.mo sig, Can, Michele Lignola protettore della medesima……”

Le fanciulle che una volta adulte chiesero di poter vestire l’abito monacale, costituirono il primo nucleo delle Oblate di San Raffaele, alla fine del ‘700, dedicandosi alla istruzione morale e scolastica delle Pentite e delle fanciulle ospiti del Ritiro.

Esse nel 1799, al tempo della Rivoluzione partenopea, e della successiva prima soppressione degli ordini religiosi durante il decennio francese, erano già in numero di 35 e nel 1861, la Comunità contava 63 Oblate e 61 educande, quando fu definitivamente soppressa in esecuzione delle leggi eversive sabaude.

Le Oblate di San Raffaele, rimaste a vivere nel Ritiro anche dopo l’incameramento dei beni, dopo il decennio francese e la soppressione sabauda, contribuirono ad incrementare i proventi della questua dei Confratelli di San Raffaele a Materdei, con la vendita dei lavori di cucito e ricamo eseguiti dalle pentite, vendite che consentirono alla Comunità di vivere agiatamente.

Nella chiesa vi sono alcune sepolture, deposito canonico di alcune Oblate, e altre lapidi attualmente non riproducibili  perché, alcune corrose e altre per la non facile frequentazione del tempio, visitabile solo in rare occasioni.

Dopo la soppressione sabauda le Oblate, rimasero ancora nel Ritiro  i cui beni incamerati dal nuovo Stato Unitario , confluirono nel IV gruppo Opere Pie, continuando la loro opera di sostegno morale e materiale alle pentite fino alla definitiva soppressione dell’Ente, considerato inutile con legge regionale, nei primi anni ’90 del passato secolo.

La Curia Arcivescovile Napoletana, considerando l’incidenza spirituale della chiesa sul territorio, chiese all’Amministrazione dl IV Gruppo Opere Pie, la cessione dell’immobile. ricordata con una lapide murata nel tempio:

QUESTO TEMPIO  /  DEDICATO ALL’ARCANGELO RAFFAELE  /  FIN DAL SECOLO DICIOTTESIMO  /  SACRO ALLA FEDE E ALLA CARITA’  /  DESTINATO DALLA SOLLECITUDINE PASTORALE  /  DELL’EMINENTISSIMO PRESULE  /  CARDINALE ALFONSO CASTALDO  /  ARCIVESCOVO DI NAPOLI  / ALLA MAGGIORE CURA E SANTIFICAZIONE DELLE ANIME  /  VENNE ALLO SCOPO CEDUTO  /  DALLE PIE CASE DI PRESIDIO E RIABILITAZIONE FEMMINILE  /  ESSENDO PRESIDENTE  /  IL CONTE FRANCESCO GARZILLI  /  E CONSIGLIERI L’ILL.  MONS. GIUSEPPE MULLER  /  DON MARCO ROCCO DI TORREPADULA  GR. UFF. FRANCESCO CALVOSA  /  L’ANNO MCMLXI.

San Francesco Saverio Maria Bianchi (1743-1815).

Fin dalla sua fondazione, la guida spirituale del Ritiro, fu affidata ad un Rettore nominato dall’Arcivescovo di Napoli e, dalla seconda metà dell’800 proposto e scelto di concerto tra la Curia Arcivescovile e la amministrazione del IV Gruppo Opere Pie, tra essi si ricordano il Canonici Capitolari Michele Lignola ed il fratello Pietro, che pur non essendo Sacerdote egualmente fondatore del Ritiro si adoperò a favore delle ospiti del sodalizio; Il Canonico Teologo Capitolare Marco Celentano; il Sac. Ferdinando Giannone, il cui corpo fu ritrovato incorrotto nella sepoltura, dopo il periodo di inumazione, e ricordato da una lapide terragna, nel comunichino a destra dell’Altare:

HIC IACET FERDINANDUS GIANNONE  /  HUIUS ECCLESIAE DIVO RAPHAELI ARCANGELO DICATAE  /  SEDULUS MODERATOR  /  SACRSQ. FIDELIUM HUC UNDIQUE CONFLUENTIUM  /  CONFESSIONIBUS EXCIPIENDIS  /  PERPETUO  ADDUCTUS  /  MORUM PURITATE ATQUE INTEGRITATE VITAEQ. INNOCENTIA  /  AC SIMPLICITATE  /  NULLI SECUNDUS  /  HIDROPISIAE MORBO LABORANS INOPINA MORTE PRAEREPTUS  /  SUMMO OMNIUM ORDINUM MOERORE  /  OBDORMIVIT IN D.NO XV KAL. DEC. ANN. MDCCCXXXII  /  EIUS CORPUS POSTRIDIE TUMULATUM ET TREDECIM  /  MENSIBUS EXPLETIS  /  PENE INCORRUPTUM REPERTUM  /  CUMUNI OBLATARUM MULIERUMQUE HEIC DEGENTUR CURA  /  UT AB ALIIS SEPARERETUR CADAVERIBUS  /  ET IN HAC PECULIARI ARCA DE INDUSTRIA REPOSITUM  /  CUTUM FUIT  /  STUDIO FRATRIS AC NEPOTIS EIUS MEMORIAE ADEMUM  /  VIXIT AN. LXX M. VI D. XVII.

Si ricordano ancora, per il loro zelo, i Sacerdoti Martusciello e Gennaro Perrella.

Il Barnabita San Francesco Saverio Maria Bianchi (1743-1815) canonizzato nel 1951, durante gli anni di apostolato a Napoli, si fermava spesso a confessare e predicare conferenze spirituali alle Oblate e alle donne ospiti del Ritiro.

Il suo pulpito, gelosamente conservato nella chiesa fino alla metà degli anni ’60 del passato secolo dall’allora Rettore Giovanni Pinto, fu consegnato alla Curia Arcivescovile, perché ne disponesse degnamente…e invece finì bruciato, durante i lavori di restauro al complesso episcopale napoletano (’69 – ’72).

Il complesso monastico da molti anni abbandonato e pericolante per il terremoto del 1980, oggetto di molti progetti di recupero sociale da parte della Amministrazione Comunale, nel cui patrimonio è confluito, aspetta che la mano impietosa del tempo lo cancelli definitivamente.

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Giuseppe Astarita (1707-1775), ma i dati anagrafici non sono certi, viveva in un edificio sulla Salita San Raffaele, proprietà degli Agostiniani Scalzi, per i quali era impegnato nella ristrutturazione del monastero e della chiesa, dopo il terremoto del 1693, nella stessa platea di Fonseca, quindi a pochi passi dalla chiesa dedicata a S. Maria della Verità (Sant’Agostino degli Scalzi), che stava ristrutturando e a pochi passi dal Ritiro della Immacolata Concezione, la cui chiesa esterna progettata dal suo maestro, Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745), era in costruzione dal 1743.

Napoli – Chiesa dedicata a S. Maria delle Verità (Sant’Agostino degli Scalzi) – Interno.

Nel Ritiro lascerà traccia del suo passaggio nel modello in scala, in pietra di piperno, del suo obelisco dell’Immacolata, presentato al concorso reale indetto da Carlo III di Borbone (1716-1788), re di Napoli dal 1731 al 1759.

Il  modello realizzato per documentare il suo progetto, scartato per il più spettacolare obelisco realizzato su disegno del suo maestro, nel 2003, per interessamento dello scrivente, e per l’impegno di altri, fu trasferito e posto nella vicina piazzetta Ugo Falcando a Materdei. (cfr. Tino d’Amico, Napoli: l’obelisco della piazza del Gesù – Ruolo e significato di un arredo urbano, in: tinodamico.wordpress.com).

Napoli – Piazza Ugo Falcando  a Materdei – Il modello in scala dell’obelisco dell’Immacolata, disegnato da Giuseppe Astarita.

La statua della Santa Vergine che fu posta sulla sommità è risultata essere una preziosa opera scultorea di Domenico Gagini (1420-1492), del 1470, capitata chissà poi come, nel costruendo Ritiro, proveniente forse dal palazzo Sanseverino, trasformato nella chiesa del Gesù, o forse da una cappelletta diroccata eretta nei primi anni del ‘600 e dedicata a Santa Maria sotto il titolo Regina del Paradiso, nei pressi dell’antico convento francescano di Santa Maria della Salute (oggi sede di una parrocchia dello steso titolo).

Napoli – Piazza del Gesù – Lo scenografico spettacolare obelisco dell’Immacolata, disegnato da Domenico Antonio Vaccaro.

Se così fosse, le altre sculture quattro-cinquecentesche presenti ancora nella chiesa parrocchiale da alcuni attribuite al Malvito, potrebbero essere invece attribuibili al Gagini (la chiesa attuale di Santa Maria della Salute fu costruita infatti nella seconda metà del ‘500, su una precedente chiesetta).

L’Astarita si pose sulla scena artistica napoletana di metà ‘700, come una delle figure più interessanti nel graduale passaggio dal gusto rococò alle più organiche strutturazioni spaziali di tipo pre-classicheggianti, che caratterizzarono l’architettura del periodo, fuori ormai dal dinamico virtuosismo teatrale e delle brillanti invenzioni della scuola del Solimena (1657-1747) (cfr. O. Ferrari).

Sull’ insula nella platea di Fonseca ,occupata dal palazzo acquisto e trasformato in Ritiro, progettò per le Oblate di San Raffaele la chiesa esterna deldedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona e disegnò una facciata ostinatamente concava che si ispirava ai modelli tradizionali, di gusto tardo barocco, le cui tematiche erano ampiamente diffuse nella architettura napoletana di metà ‘700.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – La faccita – Emerge il sapiente gioco chiaroscurale e la scenografica concavità rotta dalle torrette convesse.

Il prospetto concavo proposto dall’Astarita, che si inserisce  ortogonalmente nel muro anonimo dell’antico edificio trasformato in Ritiro per le pentite, creando un emiciclo, un piccolo slargo per tentare di rendere più leggibile la facciata stessa, e più fruibile lo spazio antistante, compresso nello stretto vicolo che la trasformazione urbanistica residenziale del Nuovo Rione Materdei , del primo ventennio del ‘900. allargherà notevolmente, favorendo con la maggiore fruizione dello spazio, anche una più comoda lettura del prospetto della chiesa, crea un sapiente gioco chiaroscurale ottenuto sovrapponendo due piani, scanditi da un doppio ordine di lesene raccordate ai muri dell’edificio, dalle volute ed accentuato dalla trabeazione concava che separa i due piani che con il gioco delle due torrette convesse ai lati del finestrone, soluzione non nuova per l’artista che tenta di conferire allo spazio profondità scenografica, rompendo la monotonia spaziale, con un virtuosismo teatrale, e tenta di articolare diversamente lo spazio, dandole una virtuale ampiezza articolando il prospetto nell’angusto umile spazio disponibile.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona –  Interno – L’ Altare maggiore disegnato dall’Astarita e gli angeli reggicorana del Sammartino.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Interno – La cantoria.

L’interno della chiesa, ripete temi architettonici del repertorio dell’Astarita che propone una semplice pianta a croce greca che va a configurare lo spazio limitato in maniera originale , ottenendo soluzioni già note come nella chiesa dedicata all’Arcangelo Michele, a Piazza Dante di Napoli, del Vaccaro.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Interno – Accesso dal maggiore Altare alla sagrestia.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Sezione assonometrica (M.Avena – G. Barbati – G. Scialdone)

L’elemento più notevole, forse, è l’originale cupola a calotta, priva di tamburo, di ridotto sviluppo verticale, che si lega in maniera diretta al semplicissimo invaso a croce greca, come in Sant’Anna a Capuana, dello stesso Astarita, e si raccordata sapientemente alle pareti attraverso un gioco di semplici riquadrature di stucco e lesene classiche che muovono il gioco chiaroscurale accentuato dalla luce che penetra dallo slanciato lanternino, che separa idealmente lo spazio sacro a cui conferisce la dovuta emergenza nella luce, dagli ambienti attigui in ombra che richiama la soluzione adottata dal Vaccaro in San Michele a Piazza Dante.

Quì la rigorosa unità chiaroscurale è rotta dagli Altari di marmi policromi ed era impreziosita  dal motivo di gioco delle gelosie dei coretti, affacciati sugli Altari, ormai scomparse e dalla coppia di angeli svolazzanti che reggono il baldacchino dell’Altare maggiore, sotto forma di corona.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Interno – La cupola.

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Dell’Astarita è anche il portale di piperno e stucco, di accesso al Ritiro su via Porteria San Raffaele, che nel riquadro conteneva una lapide, e anche l’ingresso alla chiesetta esterna dalla Confraternita dei questuanti di San Raffaele primitiva chiesetta esterna delle Oblate.

L’Astarita disegnò anche gli Altari laterali e il maggiore: su i due laterali sono ancora esposte due tele della scuola di Giuseppe Bonito (1707-1789), pittore  napoletano, di scene di carattere popolaresco. stimato il migliore nel genere, nell’Italia Meridionale del ‘700, allievo di Francesco Solimena, pittore tardo barocco dal quale apprese il sapiente uso dei chiaroscuri che applicò nei suoi quadri a carattere sacro.

Le tele rappresentano la Santissima Vergine Addolorata con Santa Maria Maddalena e S. Margherita da Cortona cui appare Gesù.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Scuola del Bonito – L’Arcangelo Raffaele che brucia incenso davanti al Trono dell’Altissimo circondato dalle Oblate e dalle donne loro affidate – Particolare.

Sul maggiore Altare era esposto fino al 1950 un altro quadro della stessa scuola che rappresenta l’Arcangelo Raffaele che brucia incenso davanti al trono dell’Altissimo, circondato da Oblate in orazione.

Dopo un necessario e lunghissimo restauro fu riconsegnato alla chiesa dalla Sovraintendenza nel 1990 e posto nel grande salone adiacente ad essa, che originariamente era un oratorio delle Oblate che raccolte in esso partecipavano alla S. Messa e raggiungevano i comunichini ai lati dell’Altare.

Al suo interno fu sistemato un altare di legno, disegnato dall’Astarita, oggi utilizzato nella sagrestia come mobile per sistemare i paramenti sacri necessari per le funzioni liturgiche.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – L’antico campanile a vela (  fotografata accanto alle campane,  la mia sposa )

La chiesa esterna delle Oblate, aveva un campanile a vela con alcune campane della seconda metà del ‘700 in lega d’argento.

Il campanile fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1980 e dovette essere abbattuto.

Le campane ricoverate sul terrazzo furono rubate nel 1983 e non fu il solo furto: nel, 1977, nel 1978, nel 1981, nel 1985 e nel 1987.

Furono rubati preziosi oggetti liturgici della oreficeria napoletana del ‘700, preziosi reliquiari e reliquie, e quadri e arredi sacri, donati dalla pietà popolare e dalla generosità di tanti che manifestavano la loro devozione verso l’Arcangelo Raffaele “medicina di Dio” per guarigioni, ma anche ex voto per matrimoni felici.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – Ignoto napoletano del sec. XVIII – Madonna col Bambino e San Giovannino – Tela rubata

L’Arcangelo Raffaele infatti, è patrono delle coppie di nubendi e guida per coloro che cercano la sposa o lo sposo per la vita, per sempre.

Nel 1981 fu rubata anche la statua lignea di Tobi, che reggeva un grosso pesce e fu rubato anche il cagnolino, compagno di viaggio, come narrato nel biblico Libro di Tobia

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Ho raccontato la storia della fondazione del Ritiro delle Oblate di San Raffaele, e ho criticamente descritto l’edificio; occorre necessariamente narrare l’incidenza socio-religiosa di alcuni dei Sacerdoti Rettori che nel corso del passato secolo si sono succeduti a reggere la Rettoria di San Raffaele a Materdei: i reverendissimi Sacerdoti Gennaro Perrella, dal 1895 al 1943, che con il suo zelo, durante la costruzione del Nuovo Rione Materdei rese la chiesa delle Oblate punto di riferimento religioso e morale per le nuove famiglie che venivano ad abitare nella zona.

Dopo la morte del Sacerdote Perrella la chiesa fu chiusa per gli eventi bellici e dal 1946, fu affidata al Sacerdote Gennaro Lombardo, poi Parroco della Parrocchia intitolata a Santa Maria della Grazie alle due Porte all’Arenella.

A lui successe il Sacerdote Aldo Caserta che nel 1950 si dimise dall’incarico e gli successe il Sacerdote Giovanni Pinto, l’ultimo Rettore, che intraprese lavori di restauro alla chiesa e agli ambienti adiacenti, con l’intervento della Amministrazione del IV Gruppo Opere Pie, ma fu sensibile anche il contributo dei fedeli della zona.

L’ottimo Sacerdote, Rettore di San Raffaele,  ”  ‘0 rre ‘e Materdei “, come scherzosamente si definiva, ritratto durante una delle nostre passeggiate, sul lago d’Averno, nel 1968. 

Don Giovanni Pinto riservò le sue cure anche al sottostante ipogeo dove furono seppellite dal 1759 al 1823 le Oblate e le donne ospiti del Ritiro e non solo, come nell’altro cimitero sottostante il cortile dell’antico edificio.

I resti mortali, recuperati dalle sepolture terragne o dai depositi laterali aperti, come si usava, furono pietosamente raccolti dalla signorina Maria Stellato e calati nell’ ossario comune, profondo oltre quaranta metri, costituito dal cunicolo di areazione di un corridoio di collegamento delle ampie caverne sottostanti buona parte della platea e che vanno a collegarsi con le grotte dei tufari scavate dal vicino palazzo degli Ajerbo d’Aragona principi di Cassano, della prima metà del XVIII secolo alla salita S.Raffaele,  progettato da Ferdinando Sanfelice (1675-1748)  e continuato alla sua morte dall’Astrarita,  ed il vicino monastero cappuccino di Sant’Eframo Nuovo, sorto nel 1572 e che fu il primo degli insediamenti religiosi della platea di Fonseca.

L’ipogeo, grande come la soprastante chiesa ha un Altare in muratura sul quale è dipinto ad affresco una immagine della Santa Vergine col Bambino, l’altro cimitero, aperto nel cortile del Ritiro, pur conoscendone la collocazione non fu mai visitato, dallo scrivente come il sottostante ipogeo della cappelletta esterna dei Confratelli questuanti di San Raffaele.

Durante i lavori del 1958, si rese necessario un intervento massiccio alle sottofondazioni e necessari lavori di consolidamento e restauro ai muri portanti dell’edificio con scuci-cuci delle lesioni, lavori che garantirono la staticità della fabbrica durante il terremoto del 1980, limitando gli interventi successivi all’evento sismico alla realizzazione di un arcone di mattoni e qualche tompagnatura di consolidamento.

Nell’uno e nell’altro caso intervennero per i restauri i competenti Organi dello Stato.

Alla  prima fase dei lavori corrisponde anche la ristrutturazione degli ambienti, con la realizzazione della ampia casa canonica, la creazione della sagrestia, negli ambienti retrostanti il maggiore Altare, la creazione dell’ufficio del Rettore negli spazi occupati dalla antica sagrestia, a sinistra dell’ampio pronao interno, la nuova sistemazione del simulacro ligneo dell’Arcangelo Raffaele, che era su un piedistallo di pietra a sinistra del presbiterio, nello spazio a destra del pronao di ingresso al tempio.

Ultimo consistente intervento fa la realizzazione dell’ Altare Mensa, secondo le nuove norme liturgiche post-conciliari, consacrato dall’Arcivescovo Metropolita di Napoli, il Cardinale Corrado Ursi (1966-1987), di venerata memoria,  l’8 maggio 1969 e l’offerta di una nuova campana , benedetta dal Vicario Generale dell’Arcidiocesi napoletana, mons. Antonio Zama (1917-1988), vescovo Titolare di Blanda, poi Arcivescovo di Sorrento e Castellammare, per ricordare i 30 anni di servizio pastorale del Rettore, il Sacerdote Giovanni Pinto, e ne fu madrina la signorina Maria Stellato.

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Durante gli oltre quarant’anni di servizio sacerdotale il Rettore di San Raffaele, don Giovanni Pinto incrementò notevolmente la vita religiosa degli abitanti del Nuovo Rione Matedei, con attività apostoliche e caritative; creò scuole di catechismo per la preparazione annuale alle Prime Comunioni e alle Cresime dei fanciulli e delle fanciulle del quartiere, ma anche gruppi di Comunità di vita consacrata con riunioni settimanali di studio e preghiera per la formazione religiosa e morale dei giovani e delle ragazze.

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Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Un affollato turno di Prime comunione nel ’68 – Fanciulli e fanciulle accompagnate al primo incontro con Gesù Eucaristia, in processione, dalla mia sposa Pina, apprezzta catechista.

I gruppi giovanili erano impegnati anche nella distribuzione di sussidi e generi di prima necessità ai poveri, e il Rettore provvide anche ad aiutare economicamente giovani volenterosi, a proseguire negli studi.

Si costituì anche una piccola comunità di giovani donne consacrate che emettevano voti privati sotto forma di promessa, rinnovabile annualmente per condurre insieme una vita serena, moralmente sicura e di preparazione al futuro disegno che la Provvidenza Divina elaborava per ognuna di loro.

Tra esse ricordo Maria Stellato, Antonietta Rubini, e Pina che cinquant’anni fa scelsi come mia sposa per sempre, e sono convinto che l’Arcangelo Raffaele pose in essere il disegno di Dio elaborato su entrambi.

il complesso chiesastico dispone di ampi e luminosi spazi che negli anni ’70 del passato secolo accolsero una affollata scuola materna che rimase attiva fino alla morte della respansabile, Maria Stellato, nel 1983.

E’ giusto ricordare i Sacerdoti che collaborarono con il Rettore: Monsignor  Erberto D’Agnese (1904-1986), Canonico Capitolare teologo morale, che fu Vicario Generale dell’Arcidiocesi, il Canonico Salvatore Ancona, Monsignor Vincenzo  Ianniello, i Sacerdoti Luigi Labonia, Antonio Formisano, Vittorio Arcopinto,  Mons. Antonio Locci, Canonico Ebdomadario del duomo e il Canonico Branca, Cappellano militare durante la seconda guerra mondiale, reduce dall’assedio di Tobruc ed il Domenicano Girolamo Ducci, che fu Cappellano del vicino Istituto G.B. de la Salle ormai chiuso da anni.

Agli inizi degli anni ’90 dopo avere celebrato i cinquant’anni di sacerdozio, Padre Giovanni Pinto, per l’eta avanzata, era nato nel 1914, e gli acciacchi, fu costretto a dimettersi dall’incarico di Rettore.

La chiesa, chiusa per alcuni anni, è oggi affidata alla cura pastorale del Parroco della vicina chiesa dedicata a Santa Maria Materdei che dalla prima metà del ‘500 fu sede di una comunità di frati della Congregazione dei Servi di Maria alla quale fu aggregata la Congregazione delle Oblate di San Raffaele nella seconda metà del ‘700.

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Bibliografia.

A.S.D. Napoli – Sante Visite  —   Achivio IV Gruppo Opere Pie, Napoli  –  C.Celano,  Notizie del bello ecc., Napoli, ristampa 1860  –  G. A. Galante, Guida Sacra della Città di Napoli. Napoli 1872  –  G. Sigismondi, Descrizione della città di Napoli, Napoli, 1789  –  C. Conte, Gli Istituti di beneficenza a Napoli, Napoli 1884. –  A. Venditti, L’architetto Giuseppe Astarita, Napoli 1962.

 

La cappella dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente nel duomo di Napoli, patronato di Landolfo Crispano.

 

di: Tino d’Amico

Il 23 agosto 1372, morì Landolfo Crispano e fu sepolto nella cappella a lui concessa in patronato nel duomo angioino negli anni dell’episcopato di Giovanni Orsini (1327-1358) che, dopo i danni provocati all’edificio da i cedimenti strutturali del 1343 (cfr. M. Gaglione, Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel corso del trecento, in: Archivio Storico per le Province di Napoli, 2008) e quelli causati dal terremoto del 1349 (il crollo della facciata e ulteriori notevoli danni alle strutture) e le necessarie ricostruzioni, provvide anche alla configurazione dell’assetto liturgico interno, concedendo diritti di patronato su alcune cappelle e autorizzò l’erezione di Altari di patronato e sepolture lungo le pareti delle navatelle e del transetto, per raccogliere fondi necessari per il completamento dell’edificio.

La cappella aperta nello spazio angusto dell’angolo SUD del transetto, fu dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente.


Napoli – Duomo – L’angolo SUD del transetto, dove è aperta la cappella di patronato di Landolfo Crispano.

Durante il periodo angioino il culto della Santa ebbe uno straordinario impulso a Napoli e nel Regno, con la fondazione di edifici sacri e case religiose, ma anche di cappelle di venerazione e devozione concesse in patronato negli edifici religiosi di fondazione reale, per la omaggiante adesione della nobiltà agli orientamenti devozionali della Corte, che nutriva per la Maddalena Penitente una particolare dulia.

Molto contribuì anche la presenza templare presso la corte angioina.

Landolfo Crispano, di antica e nobile famiglia ascritta al patriziato napoletano nel Seggio di Capuana, che vantava ascendenze e presenze illustri nella Napoli ducale,  fu Gran Camerlengo e Regio Famigliare negli anni del regno di Roberto d’Angiò (1309-1343) e della prima Giovanna (1343-1381), principe del foro e maestro rationale; ma fu anche autore di versi e di un poema sacro sulla vita di Santa Maria Maddalena.

All’interno della cappella gli eredi gli eressero un monumento funebre che ci viene restituito dalla storia smembrato.

Nel 1721, poi, un decreto della Sacra Congregazione dei Riti , vietò la presenza di cadaveri in sepolcri elevati da terra: il già smembrato monumento funebre di Landolfo che occupava la parete di fondo del piccolo ambiente, fu definitivamente vuotato del suo contenuto e ancora differentemente sistemato: la lapide celebrativa già murata sulla parete destra, il gisant fu murato sulla parete sinistra del sacello, e la scritta identificativa   sul bordo anteriore della cassa  fu ritrascritta su una lapide e murata anch’essa sulla parete destra mentre la cassa posta sotto la mensa dell’Altare, fu rimossa ed  andata perduta.

Sorte comune di monumenti funebri di altri illustri personaggi eretti nel duomo napoletano rimossi e dei quali non resta, descrizione.

Durante l’ultimo restauro del 1746  la cappella fu chiusa con la sistemazione della preziosa balaustra marmorea con una nuova soprastante cancellata.

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Nel duomo di Napoli furono almeno cinque le cappelle e gli Altari dedicati a Santa Maria Maddalena, ma delle prime, solo due restano ancora a testimoniare il culto privato di antiche famiglie e la venerazione per la Santa, omaggiante adesione all’orientamento devozionale della Corte angioina: la cappella dedicata a Santa Maria Maddalena, patronato della estinta famiglia Seripando, aperta nella navatella di Sant’Atanasio I, concessa a Gualtiero Seripando che fu camariere di Carlo I d’Angiò (1266- 1285) e preposto (responsabile amministrativo) delle fabbriche del Regno al tempo di Carlo II (1285-1309) e di Roberto (1309-1343), negli anni della costruzione dell’edificio, e la cappella concessa in patronato a Landolfo Crispano, e dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente, negli stessi anni, nell’angolo SUD del transetto.

Napoli – Duomo – Configurazione parziale dell’apparato liturgico interno del duomo nel sec. XVI, prima dell’intervento dell’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo – Si evidenziano le cappelle e li Altari dedicati a Santa Maria Maddalena.

Altre cappelle ed Altari e dedicate alla Santa ed erette nelle navatelle del duomo, fin negli intervalli dei pilastri, furono erette negli citati nelle Sante Visite dal 1574 e in più antichi documenti, furono poi diroccate nel corso dei lavori di restauro e ricostruzioni parziali dell’edificio dopo i vari terremoti succedutisi nel tempo e definitivamente durante il riassetto della configurazione dell’apparato liturgico interno, promosso dall’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1753/54), dopo il terremoto in due fasi del 1731/32: un Altare nella cappella di patronato dei Capece-Minutolo, citato nella Santa Visita del 1627 e del 1645, dedicato a Santa Maria Maddalena Penitente, eretto sotto una immagine della Santa, dipinta ad affresco, titolare di un antichissimo beneficio elencato nelle citate Sante Visite; la cappella dedicata a Santa Maria Maddalena patronato della famiglia Guindazzo, che fino al XVI secolo “…erat in columnis porticus Ecclesiae contra cappellam S.ta Susanna de Carbonis..” (cfr. Santa Visita dell’Arcivescovo Cardinale Ottavia Acquaviva d’Aragona (1605-1612) del 1607, ma citata anche nelle altre Sante Visite degli Arcivescovi succedutisi tra il 1574 e il 1605, anche se il Titolo era già stato trasferito con i benefici nell’Altare Maggiore, diroccata negli anni di governo pastorale dell’Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603), (cfr. Polizza del Banco della Pietà del 20 agosto 1612, emessa per il pagamento degli operai che provvidero a diroccare l’Altare); un Altare dedicato alla Santa nella cappella dedicata a San Nicola, patronato della famiglia Filomarino, aperta sulla navatella di Sant’Aspreno e la cappella sepolcrale, patronato della stessa famiglia, aperta sulla navatella di Sant’Atanasio I.

La cappella dedicata a San Nicola, patronato dei Filomarino, aperta sulla navatella di Sant’Aspreno (da non confondersi con un’altra cappella dedicata a San Nicola patronato della famiglia De Diano, aperta sulla stessa navatella) fu diroccata, insieme a quella dedicata Santa Maria, della famiglia Sicelmari, o Cavaselice, e  a quella dedicata alle Sante Caterina e Margherita dei Zuroli, nel 1607, per far posto alla costruenda nuova cappella del Tesoro di San Gennaro.

La cappella sepolcrale dei Filomarino, dedicata a Santa Maria Maddalena, aperta sulla navatella di Sant’Atanasio I, raccolse i resti mortali dei Filomarino, trasferiti dalla diroccanda cappella dedicata a San Nicola, non trasferiti nella nuova cappella di patronato eretta dall’Arcivescovo Cardinale Ascanio (1641-1666) nella basilica dedicata ai Santi Apostoli.

Essa poi, nei primi anni del ‘900 fu ridedicata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C., in occasione della sua canonizzazione e il suo compatronato e, Titolo e benefici antichi, furono trasferiti nell’Altare Maggiore del duomo.

Nella costantiniana basilica Cattedrale detta di Santa Restituta poi, esisteva un Altare eretto a lato dell’ antichissimo oratorio dedicato a Santa Maria del Principio, dedicato a Santa Maria Maddalena Penitente, concesso in antico, in patronato alla famiglia Caracciolo Guindazzo, citato nella Santa Visita dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), del 1580, diroccato durante gli interventi di ammodernamento barocco, dopo il terremoto del 1688.

 

Napoli – Duomo – Cantonale del transetto SUD – La cappella Crispano – La facciata ingombra da un  grande corpo d’orgono, che non consente l’accesso, costringe all’uso di questa antica fotografia.

All’interno delle antiche cappelle sulle quali esercitavano il diritto di patronato altre nobili famiglie napoletane, aperte lungo le navatelle del duomo e erette lungo le pareti del transetto, concesse tenendo conto di una configurazione topografica rappresentativa della corte angioina, e distribuite nel rispetto della dignità e del ruolo esercitato dai beneficiari del diritto, in vita, perché anche dopo la loro morte gli eredi fossero destinatari degli stessi privilegi acquisiti e concesse poi successivamente in patronato, nel tempo, ad altre famiglie per la loro estinzione, erano presenti riferimenti al culto della Santa che, con la fine del Regno angioino, andò definitivamente scemando.

Ricostruzione grafica dell’interno del duomo di Napoli elaborata da Amedeo Formisano.

Nella cappella di patronato della famiglia Capece Minutolo, sopravvissuta ai crolli e ai terremoti, costruita sulla antica cappella di patronato della stessa famiglia risalente al IX secolo, e dedicata da sempre a San Pietro e poi anche a Sant’Anastasia  dall’Arcivescovo Cardinale Arrigo (1389-1400), che fu del Titolo romano di Sant’Anastasia,  nel citato affresco di un ignoto pittore del trecento, attivo alla corte angioina, in una nicchia nella parete sinistra della prima campata, ad angolo con la contro facciata è ritratta Santa Maria Maddalena Penitente , nuda, coperta dai soli suoi lunghi capelli ramati e con le palme delle mani aperte verso l’osservatore.

I primi simboleggiano la ritrovata purezza attraverso la penitenza, non ostante la prorompente sensualità non ancora domata, e le seconde simboleggiano l’arrendersi a Dio, della Maddalena che è conscia di essere peccatrice ed invoca la misericordia divina; è un offrire se stessa a Dio, con il cuore commosso che innalza a Lui sentimenti irrompenti di adorazione, lode, ringraziamento ed esultanza per l’insperato incontro con il Risorto.

Napoli – Duomo – Cappella Cappella dedicata a San pietro patronato della famiglia Capece Minutolo – L’affresco della “Maddalena penitente” di ignoto pittore del trecento

Alla Maddalena era attribuito il ruolo di “Apostola degli Apostoli” per la testimonianza di fede resa della Risurrezione.

Secondo la “Legenda aurea” del domenicano Jacopo da Varagine (1228-1298), Maria Maddalena (di Magdala), che non era affatto una prostituta pentita, come è rappresentata nella iconografia occidentale, (il biblista R. Fabris, tenta di decifrare in maniera corretta la figura di questa donna e delle altre donne che seguivano Gesù e i discepoli nell’opera di evangelizzazione della Palestina (Fonte: http://www.aleteia.org/it/religione/intervista/gesù-maddalena), era in realtà una persona benestante, malata, guarita da Gesù, che insieme ad altre donne della sua stessa condizione sociale finanziavano la prima comunità dei seguaci del Cristo, nell’aiuto ai poveri (cfr. Lc. 8, 1-3).

Dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù a motivo della testimonianza resa nella Palestina, (cfr Mc. 16,  910; Gv. 20, 14-18) che raccoglieva adesioni alla nuova fede, fu posta con numerosi cristiani su un barca senza remi e spinta alla deriva, perché affondasse.

La barca approdò nel porto di Marsiglia dove la Santa insieme ai cristiani scampati al naufragio, iniziò una intensa attività di apostolato.

La “Legenda” si rifà alla “Vita di Maria Maddalena” di Rabanus Maurus che fu Arcivescovo di Magonza nel IX secolo, che narra anche del suo viaggio avventuroso per la Provenza e la predicazione del Vangelo di Gesù per quelle terre, supportata da numerosi miracoli, concludendo la sua vita in eremitaggio nella grotta della Saint Baume presso Aix en Provence, dove fu sepolta e dove Carlo II d’Angiò ritrovò le sue reliquie e si fece seppellire nel santuario a lei dedicato e da lui costruito

Il culto della Santa fu ampiamente recepito dalla famiglia reale francese che lo importò  in Italia Meridionale con Carlo II d’Angiò, traendone notevoli vantaggi, perché comprese il valore politico-religioso e, attraverso una pretesa sacralizzazione dinastica ad essa legata,  e grazie agli ordini religiosi pauperistici, Cistercensi e Domenicani e poi Francescani, ma anche i Serviti e i Celestini il culto ebbe notevole impulso dopo  il trasferimento della sede pontificia ad Avignone, in Provenza, dove la Santa predicò con successo il Vangelo di Cristo; nella Provenza, contea angioina, dove re Carlo II aveva ritrovato le reliquie della Santa ed aveva fondato una superba basilica per contenerle.

Con Roberto e la prima Giovanna la devozione e il culto verso Maria Maddalena Penitente, ebbe nuovo impulso in Provenza ma anche nel Regno di Napoli, con il rientro dalle crociate e con la presenza dei cavalieri templari che fecero della Santa Penitente la loro Patrona.

Al sentimento religioso della corte tendente al pauperismo e alla penitenza, per gli altri, si contrappose però un generale stato di lassismo dei costumi, anche per il comportamento morale di Giovanna I, richiamata aspramente anche da Santa Caterina da Siena (lettera n. 348).

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L’apparato liturgico originario del duomo angioino, compromesso dai frequenti crolli (cfr. M.Gaglione, op. cit.) e disastrosi terremoti, e successivamente riorganizzato, appare di non facile lettura e non è facilmente ipotizzabile una ricostruzione della antica disposizione rappresentativa delle cappelle di patronato che attraverso i pochi documenti superstiti dall’incendio del settembre del 1943, appiccato dai nazisti in fuga alle casse contenenti pergamene ed atti della cancelleria angioina , appare incompleta; infatti il progetto di realizzare un pantheon dinastico angioino nella cappella esterna all’edificio (la attuale sagrestia maggiore), dedicata a Ludovico d’Angiò (1274-1297) primogenito di Carlo II ed erede al trono di Napoli, rinunciatario al diritto di successione in favore del fratello Roberto, e del quale era in corso il processo di beatificazione (canonizzato nel 1317), proprio con Roberto d’Angiò fu accantonato per la fondazione della basilica dedicata all’Ostia Santa, detta di Santa Chiara (1310) destinata ad essere il cenotafio della famiglia reale e del suo entourage napoletano.

Napoli – Museo Nazionale di Capodimonte – Simone Martini (1284- 1344) – San Ludovico d’Angiò, Vescovo di Tolosa, che incorona il fratello Roberto re di Napoli – Tavola dipinta nel 1317 per la basilica napoletana dedicata a San Lorenzo.

Le devastazioni prodotte  dal terremoto del 1456, che distrusse gran parte dell’edificio,  rese necessario un massiccio consolidamento statico delle pareti dell’edificio anche con il tompagnamento di diversi finestroni, specialmente sul lato destro, prospiciente via Tribunali e l’attuale piazza Card. Sisto Riario Sforza, ma stravolse la configurazione planimetrica dell’apparato liturgico antico.

La cappella dedicata a Santa Maria Maddalena penitente, patronato di Landolfo Crispano, nel corso dei secoli, cadde nel totale abbandono: l’estinguersi della famiglia per le alienazioni e acquisizioni di nuovi feudi nel ‘500 e contratti di matrimonio, per tentare di ricostituire una linea genealogica maschile, mancante;  il trasferimento di titoli e beni nei contratti  matrimoniali, fece confluire il diritto di patronato esercitato, nella disponibilità della famiglia Caracciolo dei duchi di Miranda, nella seconda metà del 600.

Nel 1470, il restauro del duomo dopo il terremoto del 1456 era già completato, ma quali furono le dimensioni di questo intervento ricostruttivo per  più parti dell’edificio, non sono note.

I guasti prodotti all’apparato della cappella dai vari interventi di consolidamento statico del cantonale SUD del transetto e della parete soprastante, negli anni successivi, determinarono il restauro ricordato dalla lapide apposta al lato del quadro della Santa   di Nicola Vaccaro (1640-1709) figlio del più celebre Andrea, restauro che comportò anche sostanziali modifiche al monumento funebre che probabilmente risultava già parzialmente smembrato o, quanto meno, ridotto molto nella sua configurazione.

La relazione della santa Visita dell’Arcivescovo Cardinale Francesco Boncompagni (1626-2641), del 1627 (cfr. A. S. D. N., Atti della Santa Visita del Cardinale Francesco Boncompagni, I parte, I foll.185t.- 187t.) che descrive lo stato del luogo, impone ai proprietari degli obblighi da rispettare: “…mensa altaris cappellae S. Mariae Magdalenae de Crispanis dilatetur ex fabrica et provideatur  altari praedicto de omnibus necessariis pro celebrazione missarum, aptetur fenestra, cappella dealbetur et provideatur de baldachino apponendo supra imagines depictas expensis  cappellanorum, qui accedant ad celebrandum in eo missas, ad quas tenentur…”.

La relazione, però, non riporta quello che deturpava il prospetto del sacello: nel 1548, Giovanni Francesco de Palma, su commissione dell’Arcivescovo Cardinale Ranuccio Farnese (1544-1549) realizzò il nuovo organo del duomo, ponendolo su una cantoria appositamente costruita nell’intercolumnio tra la navata maggiore e l’ultima campata della navatella di Sant’Aspreno, con la mostra rivolta verso l’abside .

Alla cantaoria si accedeva per una scala a lumaca, difesa da un cancellata, e con ingresso dall’interno della cappella  di patronato dei Crispano, chiusa con un’altro cancello.

La mostra di questo organo, insieme a quello gemello costruito nel 1562, era chiuso dai pannelli dipinti dal Vasari  (1511-1574) posti ora sulla parete NORD del transetto, organi rimossi nel 1767, quando furono costruiti i due nuovi attuali

Una lapide riportata più avanti nel testo, informa che gli eredi, inumarono in essa anche i resti mortali di Domenico Crispano nella seconda metà del 1600 e, in esecuzione dei dettati della relazione della citata Santa Visita del 1627 poi, provvidero anche alla apertura della finestra e a far realizzare su disegno di Arcangelo Guglielmelli (1648-1723) la cornice intorno al quadro della Maddalena.

Al disotto del quadro, rimase la Mensa dell’Altare che copriva il sepolcro di Landolfo, così come informa una successiva relazione del 1741, più avanti riportata.

Nel 1686, pochi anni dopo la conclusione del restauro della cappella, un altro terremoto interessò Napoli e provocò nuovi danni all’edificio; cinquant’anni dopo, un altro e più rovinoso terremoto, il 29 novembre del 1732, annunciato da un altro evento sismico l’anno prima.

Napoli – Duomo – L’abside maggiore contraffortata e incatenata nel restauro dell’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603).

 

Il terremoto del 1732 fece gravissimi danni all’abside, già consolidata dall’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603), alle volte delle navate minori, lesionò i muri del transetto, specialmente nel lato SUD, risultato fin dal tempo della costruzione dell’edificio staticamente il più debole.

Durante la fase di consolidamento statico dell’edificio dopo il terremoto del 1456,realizzata con il notevole contributo reale aragonese, del Papa, di alcune famiglie nobile napoletane i cui stemmi compaiono ancora in cima ai pilastri ricostruiti o restaurati con il loro contributo e con il sacrificio del popolo napoletano (il più prezioso), si verificò la ridistribuzione dei diritto di patronato su alcune cappelle ad altre famiglie legate alla nuova dinastia al potere, ed il trasferimento di patronati goduti da famiglie estinte, agli eredi e vide la erezione nel corso degli anni di Altarini e cappellette votive fin negli intervalli dei pilastri, addossate alle pareti delle navatelle e in ogni spazio rimasto libero, determinando il caos liturgico la cui risoluzione con la loro eliminazione fu iniziata dall’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) e definitivamente risolto dall’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754), dopo il terremoto in due fasi del 1731-32.

Napoli – Duomo – Interno, navatella di Sant’Atanasio – In cima ad un pilastro è ancora in sito lo stemma apposto da una famiglia napoletana, curatrice della sua ricostruzione, dopo il terremoto del 1456.

I lavori di ricostruzione e restauro furono ripresi dall’Arcivescovo Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734) continuando il lavoro di consolidamento e restauro dell’edificio già quasi ultimato, iniziato dopo il terremoto del 1686, dallo zio, Arcivescovo Cardinale Antonio Pignatelli (1686-1691), poi Papa Innocenzo XII (1691-1700) e dall’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702), riprendendo il lavoro e disponendo interventi di scucitura e ricuciture delle ampie lesioni della parete SUD del transetto; la realizzazione di arconi di mattoni nella muratura e la modifica dei prospetti ogivali delle due cappelle lato SUD, con arconi di mattoni a tutto sesto e riempimento  degli spazi vuoti soprastanti, per creare un consistente rinforzo della parete che fu anche incatenata dai due cantonali, della cappella dei Crispano e della cappella dei Capece Minutolo.

L’arco ogivale della cappella dei Crispano fu egualmente modificato e il cantonale incatenato fino all’angolo opposto della navatella di Santi’Aspreno.

Il Regio Ingegnere F. Buonocore, con un documento del 1733, relazionava all’Arcivescovo Pignatelli sul lavoro di scucitura e ricucitura delle lesioni, fatto anche sulla cappella della Maddalena.

Una descrizione settecentesca dello stato del luogo la troviamo nella Relazione dello stato della Chiesa Metropolitana a tenore degli ordinamenti di S. E. il Sign. Cardinale Giuseppe Spinelli Arcivescovo nell’istruzione per la Santa Visita, a 20 settembre 1741: “….voltando a man diritta nella croce, viene la cappella della famiglia Crispano, larga palmi venti, profonda palmi dieci e dedicata a Santa Maria Maddalena penitente, della quale vi è un bellissimo quadro. Ha l’altare con la tavola sostenuta da due colonne, e sotto vi è un sepolcro, che ha intorno scritto:

Hic Jacet corpus magnifici militis et egregij legum doctoris D.ni Landulfi Crispani de Naeap. Magnae reginalis curiae magistri rationalis ac locumtenentis qui obij anno D.ni 1372 die 23 m. augusti II indict.

Dalla parte dell’Evangelio, a lato della cornice di stucco nella quale é posto il quadro, vi é una antica lapide di marmo con la seguente iscrizione in versi esamitri in caratteri gotici (una delle poche superstiti):   

CANDIDA SINDRESIS REDEMITUS TEMPORA SERTIS  /  LANDULPHUS CRISPANUS ADEST IN LEGE CANORUS  /  DOCTOR ERAT MILES AREMATUS FLORIDA LINGUA.  /  TEMPERIESQUE VIRI COMITIS CONIUNXERAT ASTRIS  /  REGIA GRANDAEVIQUE INSIGNIA NOBILIS AULAE ; /  FULGIDUS INQ. FORO DISPUNCTIS CALCULUS INGENS,   /  VIRQ. DEO MONDOQUE BONUS SUPER ALTA LEVATUS  /  COMPOSITIS FACTIS CLARUS SAPIENTIA CUNCTIS,  /  EXALTATA VIIS SERPIT LEVITERQUE SUSURRO  /  CONSILIUM  REGNI FUIT HIC PERDOCTUS APOLLO  /  AT QUOQ. MAGDALENES DEVOTE FACTA CANEBAT  /  URBANUS NOVIT PRUDENTEM PAPA SONORUM  /  LIMATASQUE VIAS SUPER AETHERA REMQUE LOCABAT  /  FORTUNANQUE SUAM PLACIDIS STRINGEBAT HABENIS,  /  MAGNAQ. IAM MORTIS IMMITIS VINCULA SPOERNENS  /  INQUIT IN EXTREMIS IGNITUR FULGIDA VIRTUS:  /  DULCIS MORTE VIRI TANDEM PAX FRANGITUR OMNIS  /  OCCIDIT INFELIX REGNI STATUS ARQUE PEPENDIT,  /  VERTILIS EX CENTUM TER MILLEQUE CIRCULUS ANNIS  /  SEPTUAGINTA SIMUL PARITER MIXTISQUE DUOBUS  /  FULSERAT INGENTI SOLIO REGNANTE IOANNA  /  INSITA BIS DENIS SAT TERTIA FLUXERAT ARDENS   /  AUGUSTIQUE DIES UNDENOS PECTINE DENSO  /  VOLVERAT INTEXENS INDICTIO CIRCITER ANNOS                                                   .                                                                                               Quali versi risuonano così in lingua volgare ( n.d.r. traduzione da P.De Stefano):

“Qui giace Landulfo Crispano, con le tempie ornate di stellate ghirlande. Costui era dottor facondo e cavalier armato, la cui fiorita lingua, l’affabilità di questo conte già vecchio, havea congionto alle stelle l’insegne regali della nobil corte. Fu grande e splendido nelle cause giuditiali; superata ogni difficultà de legge, fu alzato al cielo essendo stato huomo bono, eta a Dio et al mondo. Fu huomo moderato, chiaro per li gran fatti, la cui sapientia, esaltata, humile caminava per ogni via. Costui, con leggier mormorio, era reputato un altro Apollo instrutto del consiglio del Regno, et divotamente già componeva la vita et gesti di Magdalena. Papa Urbano lo conobbe dotto delle Muse; et solo le sue poesie, ma la robba, col farne bene ad altri, locava nel cielo, et la sua felicitàla moderava con facili redeni, e despregiando i gran legami del’aspra morte disse: “Nell’estremo s’infiamma la splendida virtù”. Finalmente ogni dolce pace si frange nella morte di tant’huomo; lo felice stato del Regno cascò et restò sospeso. Haveva all’hora voltato il cerchio degli anni mille trecento settanta dui, essendo Giovanna Regina del Regno, et fu nel giorno assai ardente d’augusto vinte tre, nel’anno della indittione circa undecima” (cfr. P. De Stefano – Descrizione dei luoghi sacri della città di Napoli, Napoli, 1560).

La relazione del 1741, continua: “…dalla parte dell’Epistola della medesima cornice vi è quest’altra iscrizione:

VETUSTUM  /  VETUSTISSIMAE CRISPANORUM FAMILIAE SACELLUM  / TEMPORIS  / INIURIA PAENE COLLAPSUM  /  AVITE PIETATIS NON IMMEMOR  / TRANSLATO DECENTIUM TUMULO  /  INSTAURAVIT CONCINNAVITQUE  /  D. DOMINICUS CRISPANUS  /  D. CAROLI ET D. ANNAE DE BALSAMO  /  PATRITIAE MESSANENSIS  /  FILIUS  /  TANTI STIPITIS UNICUM  GERMEN  /  ANNO A DEO HOMINE  /  MDCLXXVIII

La relazione del 1741, descrivendo la cappelle dedicata a Santa Maria Maddalena penitente, testimonia della presenza del gisant di Landolfo Crispano murato sotto la mensa dell’altare, non parla della presenza della sua cassa funebre (e nemmeno dell’ horreum).

Il citato decreto del 1721 della Sacra Congregazione dei Riti che vietava la presenza di cadaveri posti in sepolcri elevati da terra o sotto gli altari, fu recepito ed applicato con molto ritardo e nel duomo che durarono almeno fino al 1754, quando l’Arcivescovo Cardinale Spinelli lasciò definitivamente la Diocesi napoletana.

Ritratto dell’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754)

Nella relazione ad limina  del 24 ottobre 1747 il cardinale Spinelli informa anche  dei restauri del duomo di Napoli (A.S.V. Sacra Congregazione del Concilio, Relationes ad limina, Neapolis 1747) e cita anche lavori alla Cappella della Maddalena dei Crispano, conclusi appena l’anno prima.

Una lapide apposta sulla parete di fondo della cappella ricorda il restauro e la chiusura della stessa con una nuova balaustra marmorea con la soprastante nuova cancellata.

NUPERRIME ANNO MDCCXXXXVI ADUC VIVENS  /  TRANSLATO LANDULFI TUMULO  /  INSTANTIBUS  /  D. CAROLO ET D. NICOLAO EX D. ANT. MOCCIA  /  E CARFITII DUCIBUS SUSCEPTIS  /  PATERNAM PIETATEM  ASSEQUENTIBUS  /  MARMORIBUS CANCELLIS PICTURISQUE  / IN RECENTIOREM NOBILIOREMQ. FORMAM  /  REDACTUM  /  P. D.

Fu nel 1746 che il gisant di Landolfo Crispano privato della fascia identificativa fu definitivamente  murato sulla parete destra, nella incomoda posizione verticale e sopra di esso fu posta una lastra tombale che ricorda il luogo della sua sepoltura: nel muro forse è stato ricavo un piccolo loculo per contenere i suoi resti mortali.

HIC IACET CORPUS MAGNIFICI VIRI MILITIS  /  ET EGREGII LEGUM DOCTORIS DOMINI LANDULFI  /  CRISPANI DE NEAPOLI MAGNAE REGINALIS CURIAE  /  MAGISTRI RATIONALIS AC LOCUMTENENTIS  /  MAGNI CAMERARIJ REGNI SICILIAE REGINALIS  /  QUI OBIJT ANNO DOMINI MCCCLXXII DIE  /  VIGESIMO TERTIO MENSIS AUGUSTI  XI IND.  /  CUJUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE . AMEN

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Dello smembrato monumento funebre di Landolfo Crispano non esiste una descrizione della sua configurazione: gli autori antichi (Cesare d’Engenio Caracciolo, Pietro de Stefano, De Dominici, L.Loreto. S.D’Aloe, G.A.Galante) si soffermano a riferire della lapide celebrativa e del suo lungo testo inciso a caratteri francesi, murata già nella seconda metà del ‘500 sulla parete sinistra del sacello e nessuno riferisce del sarcofago e del gisant che appare di notevole fattura e che fu sotto la mensa dell’Altare della cappella, almeno fino al 1741.

Mons.Franco Strazzullo, cita documenti dell’Archivio Diocesano di Napoli che consentono di tracciare una storia del sito ma non del monumento funebre.

Gli anni che vanno dalla metà del ‘300 e i primi decenni del ‘400 (Landolfo Crispano morì nel 1372 e gli eredi, non avendo figli, gli eressero il monumento funebre negli anni immediatamente successivi, dopo un passaggio per una sepoltura provvisoria, come d’uso) furono caratterizzati dalla presenza di scultori di corte definiti dalla critica tinesco-bertinei, perchè dopo la morte di Tino di Camaino (1337) che propose nuove poetiche formali, caratterizzate da solidità e compattezza volumetrica delle figure, propose anche innovazioni nella configurazione degli apparati funebri che rese più celebrativi, lasciando traccia del suo nuove stile nella continuazione della sua bottega, e per buona parte del secolo, fino cioè all’arrivo a Napoli dei fratelli Giovanni e Pacio Bertini, dopo il 1343, chiamati da Giovanna I d’Angiò per costruire il monumento funebre di Roberto in Santa Chiara.

Nel monumento di Roberto è ampiamente avvertita l’influenza tinesca nel comune maestro, Giovanni Pisani, ma anche nella collaborazione alla esecuzione, di artisti della ancora attiva bottega di Tino.

Qualcosa di nuovo si verificò con l’arrivo a Napoli di Antonio Baboccio da Piperno, nei primi anni del ‘400, che importò stilemi legati alla scultura fiamminga e borgognona, con effetti plastici nuovi: robustezza  ma anche espressionismo nelle figure, non solo, ma anche elementi di chiaro gusto francese, veicolato attraverso le influenze di artisti gotici avignonesi, come scelta della corte angioina legata alla corte pontifica in Avignone, dove Giovanna I soggiornò per lunghi periodi.

Ma siamo fuori tempo: trent’anni dopo la morte di Landolfo.

Tino di Camaino importò a Napoli un nuovo tipo di monumento funebre, e ne costituì il prototipo nei  sepolcri gerarchici realizzati in Santa Chiara per gli appartenenti alla famiglia regnante, con baldacchino sorretto da colonne, gisant sulla cassa scolpita sulla faccia e su i lati, sollevata da terra da cariatidi, con la camera funebre difesa da tendine rette da angeli che la rendono discreta, intima, ma anche sepolture a parete, erette nelle cappelle di patronato, assegnate all’entourage reale, sulla scorta della importanza del ruolo rivestito a corte: la cassa, decorata o non decorata, sorretta da colonnette tortili, con il gisant o la lastra terragna utilizzata per la sepoltura provvisoria, a chiudere il sarcofago.

Nella chiesa di San Domenico in Collesano (PA), il sepolcro di Elvira Moncado e Antonio Ventimiglia, presenta il gisant della donna, realizzato nel 1406 e attribuito ad un ignoto scultore napoletano o toscano, a chiusura di una bassa cassa funebre che reca una fascia identificativa,  sorretta da animali.

Una struttura semplice, posta in uno spazio limitato, e che non ha nulla dei monumenti celebrativi angioini, reali o non.

Realizzato negli stessi anni in cui si realizzava a Napoli il sepolcro di Lanfolfo, hanno la stessa paternità nel così detto maestro durazzesco?

Quello che resta dello smembrato monumento funebre di Landolfo Crispano, dopo il terremoto del 1456, che arrecò molti danni proprio in quel cantonale Sud del transetto, e notevoli danni alla intera struttura, non ci consente uno ricostruzione della sua configurazione: forse fu una struttura architettonica del semplice, oppure come quello riprodotto in fotografia, un semplice sepolcro, con il gisant a chiusura di una bassa cassa sollevata da terra, con una fascia dedicatoria identificativa   e la grande lapide celebrativa murata sopra di essa, sulla parete di fondo del sacello: la grande lapide che ci fornisce l’immagine di un personaggio della corte angioina, che alla esperienza militare, univa anche quella forense e che era tenuto in gran conto dagli stessi sovrani per gli ottimi consigli che forniva nei frangenti politici ed esperto e fidato responsabili delle entrate reali.

Ci parla di un parsonaggio che certamente incontrò Boccaccio  e Petrarca durante il loro soggiorno napoletano e che con le sue canzoni  e i suoi versi cortesi allietò le feste e i convivi di corte, aggregandosi alle allegre compagnie che frequentavano il castello angioino.

Ma fu anche autore di letteratura morale e religiosa, autore di un testo sulla vita e le opere di Santa Maria Maddalena, non il solo, in verità, ma come gli altri, omaggiante l’orientamento del sentimento religioso della corte angioina, incline verso la figura della Santa, e che certamente contribui a rendere il progressivo e lento, ma sicuro cammino della lingua italiana, ancora compressa dal francesismo provenzale di corte e che lentamente tentava di sostituirsi ad esso preparando il terreno su cui poi si formerà la cultura rinascimentale.

Napoli – Duomo – Cappella della Maddalena dei Crispano – Il gisant del sepolcro di Landolfo Crispano – La cappella ingombra di materiali in deposito, non è accedibile.

Quello che resta del suo monumento, non ci consente la attribuzione di una paternità: è ascrivibile alla scuola di Tino di Camaino, attiva in duomo nella realizzazione di monumenti funebri per alcune famiglie titolari di diritto di patronato e impegnata ancora nella conclusione dei lavori nella cappella reale di San Ludovico d’Angio, monumenti andati perduti con il terremoto del 1456: di essi ci restato le due cariatidi della cappella Caracciolo Pisquizy nel duomo.

Perchè non attribuibile ai fratelli Bertini, perché Pacio certamente negli anni immediatamente seguenti il 1357, già era a Firenze. e forse il gisant è da attribuire al così detto maestro durazzesco e bottega, attiva per tutta la seconda metà del ‘300, formatosi con i Bertini, ritenuto vicino a Pacio Bertini stesso, per la posa naturale del defunto, per  le pieghe della veste cadenzata, per l’espressionismo del volto, nelle rughe della fronte e del labbro, per le mani a paletta che non hanno nulla a che vedere con la morbidezza e la flessuosità di molte altre figure attribuite invece ai fratelli Bertini.

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Segnalo lo stato di eccezionale abbandono della cappella, ingombra di attrezzi in disuso e l’ingresso occupato dal grande  organo recentemente posizionato, che non consentono la osservazione sia pur minima del sito.

 

 

 

 

La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli.

 

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di Tino d’Amico

L’autore nel suo studio.

Durante la attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di reliquie di Santi e Beati depositate nella cappella reliquiario del duomo di Napoli, ho rinvenuto una ciotola invetriata policroma, che presenta sul bordo interno, aggiunta in epoca ottocentesca la scritta informativa a caratteri gotici, del suo contenuto al momento del suo ritrovamento: VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

La data è quella della ricognizione canonica all’interno dell’Altare barocco della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, patronato della famiglia Capece-Galeota, nel duomo di Napoli, per la ricerca delle reliquie del copro di Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli (850-872) che la tradizione riteneva inumato nell’Altare della cappella.

Napoli – Duomo – il prospetto della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Il reperto la cui importanza è certamente non nel manufatto, ma nella sua integrità, perché trattandosi di comune vasellame da mensa ampiamente diffuso nell’Italia Meridionale nel limitare del sec. XIII e gli inizi del successivo, é a noi noto attraverso manufatti frammentari variamente recuperati: esso è una ciotola invetriata policroma a larga tesa, bordo leggermente inclinato verso l’interno, basso piede ad anello e presenta una decorazione interna a motivi geometrici ricurvi, campiti con punti di colori contrastanti, giallo ferraccia e verde ramino, su un fondo giallo ferraccia uniforme.

Esternamente, sullo stesso fondo giallo ferraccia , presenta una decorazione a macchie di colore verde ramino.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La ciotola angioina al momento del suo ritrovamento.

Spolverato, classificato, catalogato e inventariato, il prezioso manufatto è stato da me depositato nella lipsanoteca – S – scarabattola – W – e allo stesso ho attribuito il numero di inventario 677/b – S – W, perchè fu recuperato insieme al terriccio con frammenti ossei, rinvenuto anch’esso all’interno del sarcofago strigilato della cappella dei Capece-Galeota.

Al terriccio, contenuto in una busta di plastica trasparente e chiuso in un contenitore bianco legato con cordonetto rosso, come stabilisce il Codice di Diritto Canonico, ho attribuito il numero di inventario 677 – S – W.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La lipsanoteca dove ho riposto il reperto oggetto di questo articolo.

La singolarità del reperto non è il solo motivo di questa comunicazione: è il valore documentario della scritta informativa ottocentesca aggiunta suo suo bordo interno, che apre verso nuove indagini volte allo studio storico e critico del reperto, alla ricerca delle reliquie del corpo di Sant’Atanasio I, e tentare di dare una risposta al quesito agiografico sollevato dalla scoperta nel 1882 all’interno del sarcofago sottostante il cartibulum utilizzato come Altare Mensa , rinvenuto nascosto nella cassa dell’Altare barocco della cappella, di consistenti frammenti ossei che la Commissione presieduta dall’Arcivescovo Sanfelice attribuibuì al corpo di San Massimo, Vescovo di Napoli (356-362), per la fascia dedicatoria incisa sul bordo della Mensa; reliquie che la tradizione ritiene inumate insieme a quelle dei Santi Vescovi napoletani Fortunato ed Efebo (Efremo) nel corpo dell’Altare  della basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli, dove furono scoperte nel 1589.

Per la storia del loro ritrovamento, rimando al mio saggio Il cartibulum e il sarcofago strigilato del duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com.; questo lavoro, è dedicato alla sola ciotola angioina.

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Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli. Sorrento – Bas. di Sant’Antonio – Tela di Carlo Amalfi (1778).

Ricorrendo il primo millennio della morte del Vescovo di Napoli Sant’Atanasio I (850-872), si costituì una Commissione presieduta da Mons Gennaro Aspreno Galante (1842-1923), Sacerdote, storico, archeologo di fama internazionale, Canonico del Capitolo Cattedrale, per la ricerca di ciò che restava del suo corpo, che la tradizione riteneva inumato nell’Altare fanzaghiano realizzato al centro della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, fin dalla fondazione dell’edificio angioino, patronato della famiglia Capece-Galeota, che dal 1597 era diventata il luogo per la custodia e per l’adorazione delle Specie Eucaristiche, secondo le nuove linee pastorali del Concilio di Trento (1545-1567).

Napoli – Duomo – La cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio, come si presentava nei primi anni del passato secolo, con il ricomposto Altare fanzaghiano dopo la ricognizione canonica del 1882.

Trascorsero diversi anni prima che la Commissione di studiosi ed archeologi potesse incominciare le ricerche nella cappella per un susseguirsi di vicende storiche sfavorevoli, non ultima la morte dell’Arcivescovo del tempo, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1846-1877).

Finalmente il 26 e 27 giugno 1882, alla presenza del nuovo Arcivescovo, il Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897) si procedette alla ricognizione delle reliquie dei Santi Vescovi Stefano I (499-501), Giuliano (701 – ? ), Lorenzo (703-717), la cui presenza nell’Altare fanzaghiano risultava ampiamente documentata, per poi procedere alla ricerca delle reliquie  di Sant’Atanasio I, nel corpo dello stesso dell’Altare o altrove, all’interno della cappella.

Niente e nessun documento, noto alla Commissione, lasciava supporre il contenuto della cassa del prezioso Altare barocco e che disorientò studiosi ed archeologi.

La sera del 26 maggio ci fu una prima semplice esplorazione del sito e dell’Altare fanzaghiano e attraverso la retrostante fenestrella confessionis  si tentò di osservare l’interno della cassa.

Napoli – Duomo – Cortile interno – La fenestrella confessionis, reperto superstite dall’Altare di San Massimo nella cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Fu aperto il solo lato sinistro dell’Altare barocco e si intravide parte di un più antico manufatto.

Il giorno seguente, 27 giugno, si continuò la esplorazione  dell’Altare: fu rimosso il paliotto barocco e si notarono prima una coppia di  trapezofori e poi la antica Mensa che sostenevano e che presentava sulla fascia anteriore la iscrizione latina seguita dalla Croce Monogrammatica MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR,  che strabiliò la Commissione di esperti: sotto la Mensa apparve nella sua interezza un sarcofago romano.

Eseguita la ricognizione delle reliquie contenute nella lenos, il sarcofago fu nuovamente chiuso e sigillato e i giorno successivo, 28 giugno, fu interamente ricomposto l’Altare barocco, nascondendo al suo interno nuovamente i preziosi reperti.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero del prezioso cartibulum e del sarcofago nel 1957.

La Commissione non avendo trovato documenti probanti delle reliquie di Sant’Atanasio I, e non essendo nemmeno certa di chi fossero i frammenti ossei ritrovati, composti nella ciotola, e quelli frammisti al terreno, parzialmente raccolto dall’interno del sarcofago,ritenne opportuno, anche per non disorientare i fedeli,ricomporre l’Altare fanzaghiano, nascondendo al suo interno cartibulum e sarcofago.

Prevalse il parere dell’Arcivescovo su quello dello storico e dell’archeologo, che in ossequi alla volontà del suo Vescovo, fece apporre sul bordo interno della ciotola la scritta identificativa del suo presunto contenuto nella lenos VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero dei preziosi manufatti nel 1957 – (Da: F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1959).

Mons. Gennaro Aspreno Galante redasse un accurato verbale della ricognizione – indagine archeologica: “…27 giugno 1882..  duo fabbri laevam altaris athanasiani latus, unde heri marmoream tabulam avulsimus , effodere coeperunt; nec mora vetustae mensae angulus marmoreus , quo mensae latus innitebatur;…antica pars altaris ecertiu cepit; avulsa prima tabula marmorea, deide lapidea congerie, vetus altare spectatur, magnam praeseferens vetustatem. Scilicet duo griphi alati, qui classicam, non mediaevi, aetatem reddebant, marmoream mensam sustinebant, cuius labrum hac epigraphe inscriptum erat: MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR…..Nullus sarcophago inscriptus erat titulus. Tum maceriem inter et pulverem Dominus meus mensam subiit, et sarcophago adhaerens aperiri iussit; amodo caute aperculo , me propius accedente, apparuit ossium ac pulveris congeries linteo albo obtecta, quod imas oras acu pictas et fimbriis exornatas habebat; duae potissimum tibiae dignoscebantur, vasculum etiam ligneum et patera fictilis miniribus ossibus plena erant, lignei insuper loculi fragmenta et soleae frustula. Dominus meus singula ossa, magna animi pietate et gaudio exosculatus mirantibus nobis ostendit, aeque iterum sarcophago composuit quaedam ossa minora, pateram, solae et lintei partem extra reservavit. Obseratus iterum sarcophagus plumbo obsignatus est…Sagrista altaris structuram eadem ipsa nocte iterum componere studebat, quae tamen incrastinum emendari debuit…” (cfr. A.Bellucci, Onoranze alla venerata memoria di Mons. G.A.Galante), Napoli 1925).

La memoria della ricognizione del 1882 è in una pergamena conservata presso la Curia Arcivescovile di Napoli, Archivio della santa Visita. fondo pergamenaceo n.70.

Di essa riporto il testo parziale per dovere di cronaca perché entrambe costituisco la relata autenticativa della ciotola angioina e del terriccio raccolto dall’interno della lenos, ma anche delle ossa, qualora venissero ritrovate.

“…Erat autem fimbriis satis exornatum atque ad imas oras acu pictum nihil admodum sui amiserat coloris  et fortitudinis. Quod reverenter evolventes duas invenimus tibias, unam integram, mutilam alteram: sinistrorsum vera patera fictilis aspiciebatur parvis ossibus plaena manum potissimum ac pedum; destrorsum vasculum ligneum rotondum ossium fragmentorum , vestium ac solearum simul congesta massa una tumuli pars obducta erat, nec lignei feretri frusta per ossa et cineres sparsa deerant, nec ferreae subscudes feretrum ipsum olim firmantes ubi sacrum cadaver positum fuerat. Tunc Nostris Ipsi manibus majora minoraque ossa sigillatim secrevimus, cinerem totum et pulverem in ima sarcophagi parte substravimus, duas autem tibias reverenter deosculantes et iis qui aderant,  exhibentes super cinerem in pace composuimus , parva vero ossa e patera fictilis et ligneo vasculo in aliam patinam transtulimus, omnia eodem ipso linteo obtegentes. Desuper vero lignea frusta collocavimus,retinentes tamen Nobis duo  pedem ossa, cranii fragmentum, molaris dentis, coronidem soleae frustulum ac ipsam fictilem pateram atque lintei partem….”

Napoli – Duomo – Il sarcofago del III sec. interamente recuperato, nel 1957.

L’Arcivescovo Sanfelice demandò al Vescovo di Nocera Mons Luigi del Forno (1885-1912), presente a Napoli per la sua consacrazione episcopale , la riconsacrazione del violato Altare, il 12 ottobre 1885, ridedicandolo al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I , che pose al suo interno alcuni frammenti ossei dei corpi di San Massimo, San Gaudioso, Santa Lucia, San Gregorio Magno, in una capsella plumbea che ho recentemente ritrovata all’interno della lipsanoteca sinistra della cappella reliquiario del duomo, dove fu riposta nel 1957 , quando l’Altare barocco fu definitivamente smontato per il recupero dei reperti archeologici che nascondeva.

Napoli – Duomo – la definitiva sistemazione nella cappella dell’Altare fanzaghiano, del cartibulum e del sarcofago.

L’Altare barocco, poi negli anni ’80 del passato secolo, dopo un restauro al ciclo di affreschi della cappella, fu ricomposto, integrando i pezzi mancanti, sulla parete di fondo del sacello e il prezioso cartibulum e il sarcofago rimasero posizionati al centro del piccolo presbiterio con intorno i lacerticoli del pavimento di riggiole napoletane del ‘500, rinvenute con la rimozione del manufatto fanzaghiano

Fu un intervento personale delll’ allora Cardinale Arcivescovo Mons. Michele Giordano (1987 – 2006).

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio – I lacerticoli dell’antico pavimento di riggiole napoletane del ‘500.

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Mons. Franco Strazzullo, (cfr. F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1957), così conclude il capitolo dedicato alla scoperta dei reperti e delle reliquie  contenute nel sarcofago, e riporto brani del suo testo perché testimoniano la perplessità dell’ottimo Sacerdote, dello storico, dello studioso: “…restano ora da affrontare  due ordini di questioni, una agiografica (le ossa rinvenute nel sarcofago sono i resti di Sant’Atanasio…o di San Massimo), l’altra di interesse artistico (esame stilistico dell’Altare e del sarcofago). Mi rendo conto che a questo punto il lettore avrà tutta l’ansia di sapere a chi dei due Santi appartengono le reliquie contenute nel sarcofago…Nell’estate del 1957 S. Emin. il Cardinale Mimmi, nel desiderio di procedere alla ricognizione delle reliquie , nominò una Commissione di esperti, presieduta da Mons. Domenico Mallardo, e divisa in sezione scientifica e sezione storica. Fino ad oggi  un velo di silenzio è ancora steso sui lavori svolti , talchè sarebbe del tutto azzardato anteporre un giudizio. Per ora (1959 n.d.r.) non è stato ancora comunicato il risultato  a cui è pervenuta la Commissione scientifica…”, perché i resti mortali di San Massimo, sono venerati nella basilica catacombale di Sant’ Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli.

Napoli – Basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappucini di Napoli – La fenestrella confessionis aperta sul paliotto del maggiore Altare per consentire la venerazione delle reliquie dei Santi Vescovi Efebo, Fortunato e Massimo.

E ritengo che non si conoscerà mai il risultato della indagine scientifica: le reliquie raccolte nella lenos sono, almeno fino ad oggi (2017 n.d.r.) introvabili.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo o “degli Illustrissimi” – Elementi dell’Altare fanzaghiano, smontato nel 1957 e ivi depositati.

Devo necessariamente riferire che nel mese di febbraio 2015, il Cardinale Arcivescovo di Napoli, Mons. Crescenzio Sepe, dispose il restauro dell’ipogeo che custodisce le salme di alcuni Vescovi di Napoli e di altri deceduti in città.

Provvidi, su proposta capitolare, a redigere un elenco, ordinato secondo il cronologico delle varie date di deposito e corredato di necessarie notizie biografiche, delle salme, chiuse nei cofani, come prescrive il Codice di Diritto Canonico e le norme igieniche relative alle sepolture.

Furono sistemate nell’ipogeo restaurato, anche un cofano funebre contenete ossame raccolto da antiche sepolture del duomo, due cassette di zinco sigillate contenenti altro ossame e tre cassette di legno anonime,  contenenti i resti mortali di tre individui e alcuni canopi contenenti parti molli umane, ormai disseccate.

La provenienza di questi resti umani anonimi, è nel decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721, che vietava la presenza di corpi di defunti in sepolcri elevati da terra, oppure essi furono variamente recuperati durante i lavori ottocenteschi all’interno del duomo.

Con i cofani funebri e le cassette-contenitori di ossame, temporaneamente riposte nella cappella funebre del Cardinale Alfonso Castaldo, nello spazio della cripta di San Gennaro, fu riposta e da me osservata,  anche una cassetta di legno compensato chiaro, di fattura moderna, di grandezza e forma tipica delle cassette, contenitore di reperti di laboratorio, chiusa con una chiave la cui toppa risulta ottonata.

Potrebbe contenere i reperti ossei raccolti dal sarcofago e composti al suo interno per l’esame della Commissione costituita nel 1957.

Resta comunque aperta ogni ipotesi circa la attribuzione delle reliquie rinvenute all’interno della lenos, qualora esse venissero ritrovate e riconosciuta la loro origine, con elementi probanti e sottoposte ad accertamenti utilizzando i moderni sistemi di datazione e comparazione.

Ma questo riguarda solo la questione agiografica sulla datazione e identificazione delle reliquie ritrovate.

Mons. G.A,Galante, archeologo, filologo, storico dava importanza alla tradizione e per essa considerava le reliquie ritrovate, appartenenti al corpo di sant’Atanasio I, piuttosto che al corpo di San Massimo venerato nella chiesetta catacombale di Sant’Efremo dei Cappuccini dove erano state ritrovate nel 1589 (Cfr. Tino d’Amico, Op.Cit.)

Per il Galante le reliquie erano da attribuire al corpo del Santo Vescovo Atanasio I, anche perché come tali erano state venerate durante le Sante Visite, dagli Arcivescovi, certi della loro deposizione nell’Altare fin dal tempo della inaugurazione del duomo angioino e, delle Sante Visite, esistono verbali e relazioni.

L’Altare fanzaghiano poi, fu costruito alla fine del ‘600, dopo la Santa Visita del Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart, che lo vide al suo posto e che, per non riaccendere la allora placata polemica tra le due componenti clericali, Capitolare Vescovile e gli Ebdomadari decise l’occultamento dell’antico sia pur prezioso Altare e del sarcofago e non solo. (Cfr. Tino d’Amico, op.cit.),

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La storia della produzione ceramica nell’alto medioevo è argomento ampiamente e variamente trattato e le note che seguono servono per inquadrare storicamente il manufatto e tentare di dimostrare la sua appartenenza alla produzione ceramica comune napoletana, di epoca angioina.

Napoli nel medio evo aveva rapporti commerciali e culturali con il mondo islamico, contatti che si intensificarono dopo la espansione araba in Spagna e Sicilia.

Il Meridione d’Italia, dalla metà del IX secolo alla fine dell’XI, entrò nell’orbita culturale e politica bizantina (periodo ducale di Napoli) e Napoli svolse un  ruolo di mediazione culturale fra il mondo greco e il mondo latino.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – la ciotola angioina.

Nel XII secolo, poi, aumentarono sempre più i traffici delle principali città campane con i saraceni: Napoli, Salerno, Amalfi, Benevento furono volani per  un prezioso impulso alla circolazione delle merci, olio, vino, spezie, trasportate con manufatti ceramici, ma anche i flussi di pellegrini e soldati, imposero la necessità dell’uso di comune vasellame ceramico sulle navi, ma anche nei luoghi di sosta.

La libera circolazione di mercanti e viaggiatori, fu favorita dal trattato stipulato da Federico II con l’Emiro di Tunisi  nel 1231, che costituì il canale di penetrazione di produzioni artigianali locali verso l’oriente  e dall’oriente verso il Meridione d’Italia, dove giunsero anche oggetti comuni di produzione ceramica.

La circolazione di manufatti di provenienza araba e fra questi anche la ceramica invetriata che si diffuse nel Regno Svevo, favorì anche l’arrivo di artigiani che aprirono le loro botteghe nelle principali città e  a Napoli.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta Lecce.

Il trasferimento coatto, a partire dal 1223-25 e nel 1246 della colonia araba di Sicilia a Lucera e nei territori limitrofi con la creazione di un vero e  proprio ghetto arabo nella città, vide lo stabilirsi in quei territori anche di colonie di ceramisti che continuarono la loro attività manufatturiera: costoro riuscirono ad influenzare la già fiorente produzione ceramica locale e a diffondere la tecnica della invetriatura stannifera e verniciatura piombifera  verso il nord della penisola.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Particolare della ciotola angioina che evidenzia la scritta identificativa aggiunta dal Galante nel 1882.

Con gli angioini lo sviluppo degli scambi tra Meridione e Italia Centrale, fu favorita anche dai fiorenti rapporti con lo Stato della Chiesa, che rese più capillare la penetrazione della produzione ceramica di tipo siculo-arabo anche verso il nord.

Dopo la distruzione di Lucera del 1301, da parte di Carlo I d’Angiò ed il trasferimento a Napoli di artigiani provenienti da quella città, molti ceramisti impiantarono bottega nell’area del mercato e dell’antico foro.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta a Lecce.

La ceramica di epoca angioina prodotta nelle botteghe napoletan dalle quali certamente proviene la ciotola-fonticolo, e conosciuta attraverso frammenti rinvenuti nell’area del Castello Angioino, vasellame comune da mensa, nella forma maggiormente attestata , è un catino con orlo ingrossato e ricurvo verso l’interno, corpo a calotta emisferica ribassata e piede ad anello.

Presenta generalmente invetriatura gialla o verde oliva, con decorazioni di bruno e verde, abbastanza rozze, o giallo ferraccia e verde ramino.

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Prof. Tino d’Amico – CURRICOLO

Tino d’Amico è nato a Napoli nel 1947, dove risiede e svolge la sua attività culturale.

Terminati gli studi presso il Liceo Artistico, ha frequentato la Facoltà di Architettura; ha superato il Concorso Statale per l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole superiori di secondo grado e per un decennio ha insegnato Storia dell’Arte e Disegno negli istituti Magistrali e nei Licei Scientifici e Critica d’arte in un Liceo Classico.

Dal 1980 ha lavorato presso l’Amministrazione Comunale di Napoli come Funzionario Dirigente di alcune divisioni amministrative e dal 1996 come Dirigente Scolastico di gruppi di strutture scolastiche dipendneti dalla stessa Amministrazione, chiedendo di essere collocato a riposo nel 2010.

Poeta in lingua e dialettale, ha collaborato a giornali e periodici con articoli di Critica d’Arte e Critica letteraria, storiografia, sociologia, antropologia, biografia e napoletanità.

Pubblica attualmente sul blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com saggi storici sul duomo di Napoli e articoli di varia cultura.

Nella Chiesa di Napoli è stato istituito Accolito ed esercita il suo ufficio liturgico nel duomo cittadino ed attualmente è impegnato nella classificazione, catalogazione, restauro ed inventario delle reliquie e dei reliquiari dei Santi e Beati venerati nella cappella lipsanoteca, nel servizio liturgico attivo, nelle varie catechesi agli adulti e in una fattiva collaborazione nel servizio della carità.

Felicemente sposato da quasi cinquant’anni, gode della presenza festosa di quattro nipoti.

Saggi ed articoli recentemente pubblicati:

  • L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad Fontes minore.
  • Napoli, Basilica del Carmine Maggiore – Il Crocefisso che chinò il capo per schivare un colpo di bombarda.
  • Di due frammenti di transenna, di un frammento di pluteo e di un pilastrino di epoca ducale nella cappella di San Lorenzo del duomo di Napoli.
  • Il bassorilievo della Madonna col Bambino nella cappella Carbone del duomo di Napoli, lastra marmorea superstite  di uno smembrato monumento funebre.
  • L’Albero di Jesse del duomo di Napoli, affresco di Lello de Urbne (da Orvieto ? ), elaborazione grafica della genealogia legale di Gesù; venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale del Figlio del Dio Vivente; omaggio sacralizzante della monarchia angioina attraverso la committenza vescovile e una discreta presenza templare.
  • Napoli – L’obelisco della piazza del Gesù – Ruolo e significato di un arredo urbano.
  • Il Cristo della parusia che cavalca il globo solare della cappella del Salvatore e di Sant’Atanasio I , nel duomo di Napoli.
  • Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli: un funerale da Montecassino; un morto che risuscita: una veduta di Napoli nel ‘500 dalla parte del Carmine; Sant’Eufebio morto che appare e celebra una liturgia nell’oratorio della catacomba.
  • La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli e le reliquie di San Massimo in Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli.
  • La Madonna col bambino in gloria di Diego de Siloe nella cappella Tocco del duomo di Napoli.
  • Il cartibulum ed il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli.
  • L’unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: il Passus Ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.
  • Il paliotto dell’Altare della cappella Capece-Minutolo del duomo di Napoli, inedito, singolare reperto bizantino proveniente dalla distrutta basilica detta Stefanìa .
  • La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “Vestibolo del Paradiso”.
  • Ritrovato nei depositi del duomo di Napoli il fonticolo delle reliquie di Sant’Agrippino, sesto Vescovo di Napoli (223-233). Il mistero delle iscrizioni dedicatorie.
  • Il Crocefisso romanico franco-iberico della cappella Caracciolo-Pisquizy del duomo di Napoli.
  • La palpitante unione con Gesù Crocefisso di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C.
  • Ritrovato nel reliquiario del duomo di Napoli il chirosalterio, manoscritto inedito di Sant’Andrea Avellino.
  • Don Dolindo Ruotolo Sacerdote napoletano.
  • Il ritiro di San Raffaele a Materdei.
  • San Francesco d’Assisi patrono dell’ecologia, e la possibile alleanza tra scienza e fede auspicata da Papa Francesco con la Lettera Enciclica LAUDATO SI.
  • Il trono dell’Arcivescovo Bernardo de Rodes (1368-1378) nel duomo di Napoli .
  • Un fumetto ante litteram in un ex voto marmoreo napoletano.

 

L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad fontes.

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di Tino d’Amico

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A sinistra del prospetto della cappella delle reliquie del duomo, un anonimo usciuolo aperto sulla parete della navatella di Sant’ Aspreno, introduce in alcuni ambienti che oggi consentono di raggiungere i vari livelli della torre campanaria.

Il primo e più ampio di essi è un corridoio lungo  circa 9 metri e largo 5, coperto da una volta ad arco leggermente acuto il cui vertice appare notevolmente ribassato rispetto al piano di calpestio attuale, decorata nell’intradosso da lacunari sfalsati, contornati da cornici aggettanti, in pietra di tufo, costituiti da elementi preventivamente lavorati fuori opera.

Non esistono altri simili esempi di decorazione, a parte la notevole analogia che si riscontra con la decorazione del passaggio sottostante il campanile della Cattedrale di Caserta Vecchia.

Decorazione unica nel suo genere, desunta dal mondo islamico, coacervo di stilemi, a loro volta desunti dalle diverse culture che andava introitando nella fase della espansione nel medio oriente e nell’Africa sahariana, che già nel VII secolo influenzava l’arte bizantina, che traeva da esso motivi di ispirazione, che poi trasmigreranno nella cultura artistica normanna, dal 1071, come sincretizzazione di elementi bizantini, arabi, romanici che troveremo per tutto il XII secolo e nella cultura federiciana.

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Da: Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974. – L’intradosso del sottopasso del campanile del duomo di Napoli e foto piccola, l’intradosso del sottopasso del campanile di Caserta vecchia.

Lungo le pareti, appena sotto l’imposta della ogiva, si osservano una serie di nicchiette appena accennate nella concavità: costituivano gli schienali degli scolatoi dei cadaveri.

Sconosciuto fino ai primi anni ’70 del passato secolo, fu ritrovato occasionalmente con il suo macabro contenuto.

La volta ogivale è la copertura del passaggio sottostante l’antico campanile del duomo, a scavalco del setto del cardine n.14, dello schema dell’impianto urbanistico di Napoli greco-romana, così come studiato e delineato da Bartolommeo (sic) Capasso nel 1901 e analizzato e riproposto da Mario Napoli nel 1951.

Esso, fin dal III – IV secolo d.C., costituiva la strada interna dell’ insula tripla che andava configurandosi come cittadella vescovile chiusa e indicato nel tratto, Vicus S. Larentii ad fontes, ed il cui basolato di pavimentazione fu parzialmente rinvenuto a circa tre metri di profondità rispetto alla quota media del piano di calpestio dell’insula, negli stessi anni ’70, rasente il muro orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta

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Da Bartolommeo Capasso – Napoli greco-romana, Napoli, 1901 – Si evidenzia la cittadella vescovile e il campanile a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, tratteggiato in rosso.

L’accesso allo spazio chiuso della cittadella vescovile, avveniva in epoca paleocristiana e alto medioevale attraverso un Vicus Obliquo  che dalla Somma Piazza andava ad immettersi nel Cardine Major, indicato da sempre come Vicus Radii Solis, vicolo ancora oggi percorribile,  nello spazio di pertinenza degli ambienti del Collegio Capitolare.

Con la pianificazione interna dell’area intorno al VII – VIII secolo  e la realizzazione degli edifici episcopali, della probabile modifica planimetrica della Santa Restituta con la ricostruzione dell’abside a nord e la realizzazione del nuovo ingresso preceduto da un quadriportico a sud, della ricostruzione della sua basilica gemina detta Stefanìa, l’accesso alla cittadella venne a trovarsi naturalmente spostato sul Largo di Capuana, in posizione leggermente elevata, tenendo conto del declinare naturale del luogo, attraverso una preesistente torre di difesa,  che forse già era a scavalco del tratto del cardine n.14, raggiungendo il naturale piano di calpestio del Largo di Capuana, probabilmente mediante una piccola rampa o una scalea, soluzione già adottata altrove.

L’archeologo Mons. Enrico Tarallo (1881-1960), Canonico del Collegio Capitolare Metropolitano napoletano di Santa Restituta, elaborò nel 1931 una ipotetica planimetria dell’ insula episcopalis ,sulla scorta di occasionali suoi ritrovamenti e ricerche, ma non segnò su di essa il Vicus Obliquo, che tratteggio in rosso, e non riportò le tracce dei cardini 14 e 15: del primo, parte integrante dell’area interna della cittadella, non se ne conosceva il percorso, l’altro costituisce da sempre il viale  interno di collegamento degli uffici amministrativi della Diocesi.

La planimetria del Tarallo, risulta imprecisa relativamente alle porzioni di cardini dal Largo di Capuana verso sud, ma risulta di particolare interesse per la collocazione delle due basiliche e dell’ atrio paleocristiano, recentemente scoperto e ancora oggetto di studio che invece egli ritiene essere il quadriportico della Stefanìa; il Tarallo non tiene conto delle planimetrie elaborate nel ‘700 dal Canonico Capitolare napoletano e celebre archeologo Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e disegnate dal Sersale che ugualmente si riproduco:

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Planimetria elaborata da Mons. Enrico Tarallo dell’insula episcopalis e, sotto, la planimetria dell’area proposta dal Mazzocchi, della sovrapposizione della costruzione angioina sulle due basiliche, la paleocristiana detta di Santa Restituta e la bizantina detta Stefanìa. Il disegno “a volo d’uccello” fornisce una ideale ricostruzione dell’area, con la Santa Restituta orientata ancora nord-sud e la Stefanìa con i campanili e, a lato, gli edifici vescovili sul Vicus ad Plateam Capuanam.

Il cardine n.14 del quadro schematico delle platee, dei decumani, e dei cardini, elaborato da Bartolommeo Capasso e riproposto da Mario Napoli, parzialmente inserito con un setto nell’area della cittadella vescovile, fu indicato Vicus S. Laurentii ad fontes.

Esso aveva ed ha origine nel tratto della murazione della Platea Superiore (via Settembrini) da nord a sud e risulta indicato già in epoca medioevale, nei vari setti, come Vico Donnaregina; continua intersecando il decumano superiore nella Somma Piazza; attraversa interrato il cortile del palazzo arcivescovile, rasentando il lato occidentale dell’ atrio paleocristiano; continua interrato adiacente il lato orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta e, come risulta anche dalle antiche planimetrie e disegni riprodotti , la separa dalla sua basilica gemina detta Stefanìa; continua interrato sotto le navate del duomo angioino e passando sotto il campanile a scavalco, per mezzo di una rampa o di una scalea, andava ad immettersi nel Largo di Capuana per poi continuare l’allineamento nel Vico Zuroli, e fino alla murazione meridionale nel setto, irregolare per l’orografia del luogo, indicato come Vico Canalone.

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Da: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee ( a b c ) e intitolazione dei cardini.

Il parallelo cardine n. 15, trae origine dalla stessa area adiacente la murazione e, nel setto iniziale, risulta ancora indicato come Vico Loffredo; continua interrato sotto la chiesetta di Santa Maria Ancillarum; attraversa la Somma Piazza che fino alla seconda meta del ‘600 non aveva la attuale configurazione, ma era piuttosto un setto del Decumano Superiore, per immettersi nello spazio interno della cittadella vescovile, dove da sempre è indicato come Vicus Cluso, rasente il lato orientale dell’atrio paleocristiano, separandolo dagli antichi edifici episcopali, dagli edifici per il clero e per i diaconi e dai granai e, passando sotto il transetto del duomo angioino andava e  va ad allinearsi, dopo aver attraversato il Largo di Capuana, nel Vicolo dei Carbonari e termina ancora  la sua corsa presso la murazione meridionale nel Vicolo di Sant’Arcangelo.

L’antico campanile a scavalco del tratto terminale  del Vicus S. Laurentii ad fontes, fu costruito sui resti di una torre di difesa della cittadella vescovile del VI-VII secolo, anche essa forse a scavalco del tratto terminale dello stesso Vicus come struttura difensiva dell’accesso all’area che già doveva configurarsi come spazio chiuso, torre di difesa costruita forse già al tempo delle guerre gotiche (535-553), come la  torre di difesa eretta all’inzio del vicino Vico Scassacocchi nello stesso periodo e della quale accennerò più avanti, antico cardine n.17 dello schema dell’impianto urbanistico elaborato da Mario Napoli.

napiDa: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee e dei cardini.

In essa era custodito, da un corpo di guardia, il tesoro del duomo: fu assaltata e depredata al tempo del Vescovo di Napoli Atanasio I (849-872) dai saraceni di Agropoli, a Napoli con il nipote dello stesso Vescovo, il duca bizantino Sergio, ariano e filosaraceno.

M. Baratta (1901, I terremoti d’Italia) cita un violento terremoto che nel 1180 avrebbe colpito Napoli, distruggendo gran parte della città, riportando una citazione che trae da un altro autore, il Capocci (1861, Catalogo de’ tremuoti….) che a sua volta cita Piney (1848, Memoire sur les tremblements de terre …) ma le fonti non sono confermabili perché vagamente specificate, non solo, ma di eventi sismici non si trova riferimento, nel sec.XII, come è molto dubbio un altro terremoto citato, del 1158.

Il dubbio terremoto del 1180 avrebbe atterrato l’antico campanile e molti degli edifici altomedioevali della cittadella vescovile.

Reggeva allora la Diocesi Sergio IV (circa 1168-1191); a lui successe Anselmo (1192-1215) e Tommaso (1215-1216).

La cronotassi riporta dopo di lui Pietro II (1216-1251) che avrebbe ricostruito il campanile nel 1233, sui resti della precedente torre campanaria, costruita a scavalco della parte terminale del citato Vicus S. Laurentii, costruita a sua volta sui resti della antica torre di difesa  del VI-VII secolo, certamente dopo il IX secolo, perché il posto di guardia fu assaltato  al tempo di Atanasio I, Vescovo di Napoli (849-872) per depredare il tesoro della Cattedrale in essa custodito, campanile crollato, come riferisce Camillo Tutini (1594-1670), forse con il dubbio terremoto del 1180.

Rimase in piedi solo il basamento attraversato nel senso nord-sud dal corridoio, già decorato nell’archivolto ad arco leggermente acuto, con quadroni sfalsati, contornati da cornici aggettanti, decorazione uguale a quella dell’intradosso dell’arco leggermente acuto che copre il corridoio del campanile a scavalco della strada di accesso al sagrato della Cattedrale di Caserta vecchia, terminato certamente quest’ultimo al tempo di Federico II dal Vescovo Andrea (1221-1240) che risiedeva in quel luogo perché la sede diocesana fu trasferita in un posto più sicuro per le frequenti scorrerie saracene, come riferisce una lapide posta sul lato sinistro del basamento:

POST CATHEDRAM STABILISC CATHEDRAVIT DOGMASUAE SEDIS QUI SINGULA CLARIFICAVIT QUAM DOMIBUS VARIIS ET CAMPANIS DECORATIV ANNIS COMPLETIS QUOS HIC CERNENDO LEGETIS MILLE DUCENTENIS BIS QUINIS BIS DUODENIS HUIC INSODATIV OPERI QUOD PREMICIATIV.

Entrambe le decorazioni delle volte dei corridoi non trovano analogo possibile raffronto, risultando uniche nel genere.

La costruzione della Cattedrale di Caserta vecchia, dedicata a San Michele, fu iniziata certamente nel 1113 dal Vescovo Rainulfo e terminata nel 1153.duomo-di-casertavecchia-facciata

Caserta Vecchia – La Cattedrale di San Michele – La facciata e il campanile a  scavalco della strada di accesso al sagrato.

In essa si fondono elementi della architettura siculo-araba, pugliese e benedettina cassinese.

La data di costruzione del suo campanile è assegnata dalla lapide al 1234, ma la lapide lascia intendere che il Vescovo Andrea, completò un lavoro già iniziato, spostando di molti anni addietro l’inizio della costruzione della torre.

Sia Camillo Tutini che Cesare d’Engenio Caracciolo (15…-1650), riportano il testo di due lapidi ritrovate alla base della torre campanaria napoletana, probabilmente al tempo della costruzione della cappella del Tesoro di San Gennaro, quando si rese necessaria la eliminazione di tre cappelle di patronato del duomo angioino e dell’ospizio atanasiano di Sant’Andrea, per recuperare lo spazio utile per la costruzione.

Esse ricordano la ricostruzione del campanile della basilica Stefania patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Pietro II (1216-1251) (cfr. F. Strazzullo) particolare che fa ritenere la decorazione dell’intradosso  del corridoio di Caserta vecchia, derivata dalla decorazione dell’intradosso del corridoio dell’antico campanile napoletano, se si da per vera la data 1234 del campanile casertano.

Concordemente i due autori affermano che le lapidi  furono utilizzate per ripavimentare  la gradinata di accesso al duomo durante i lavori effettuati negli anni di governo della Diocesi del Cardinale Arcivescovo Decio Carafa (1613-1626) per cui risulta impossibile ogni raffronto del testo: “….Sotto il campanile di questa Chiesa, a nostri tempi furono ritrovati i seguenti due marmi con li soscritti versi, i quali oggi non si veggono, perché furono guasti, e si adoperarono nella scala della porta maggiore di questa Chiesa, ne quali si faceva mentione di Pietro della Citta di Sorrento Arcivescovo di Napoli, che fu nell’anno 1233, come nè seguenti versi si legge: 

HANC PETRAM, PETRUS PRAESUL, AEDIFICAVIT, QUAM CHRISTUS PETRAM PETRO SIMONI SIMILAVIT, /  SURRENTI NATUS , PAESULIQ; NEAPOLITANUS /  MILLE TER UNDENIS ANNIS, DOMINIQ; DUCENTIS, /  DECANTENT TURBAE SURRENTI NATUS IN URBE, /  URBIS, P. SAUE’ PRAELATUS VERGILIANAE; /  QUEM DOMINUS ELEGIT, FAELICITER HOC OPUS EGIT.

ANNIS VIVENTIS DOMINI PER MILLE DUCENTIS, /  TER DENIS TERNIS SI SCRIPTA LEGENS LENE’ CERNIS. /  INTITULAT GESTA CURRENS INDICTIO SEXTA, /  TUNC ANNIS DOMINI TER DENI MILLE DUCENTI , /  TERNI CUM COEPIT HOC OPUS FAELICITER EGIT /  P. DE SURRENTO TUNC PRAESUL NEAPOLITANUS, SI BENE’ SCRIPTA LEGES, INDICTIO SEXTA CURREBAT. (cfr. Cersare d’Engenio Caracciolo, Napoli sacra).

Di questo campanile non  possediamo descrizione , ne immagini  cartografiche antiche e dobbiamo riferirci al coevo campanile di Caserta vecchia, per una ideale ricostruzione.

Il campanile di Caserta vecchia è alto 32 metri ed è largo alla base 8 metri, con 5 piani decorati con bifore.

E’ simile a quello della cattedrale di Aversa, e manifesta già influssi gotici.

Al vertice della struttura la cella di risonanza è ottagona con torrette cilindriche agli angoli.

Probabilmente anche il campanile napoletano, preesistente alla costruzione del duomo angioino presentava le stesse caratteristiche, comuni anche al campanile della chiesa napoletana di Santa Maria a Piazza, fondata nel IV secolo, il cui campanile preromanico in laterizi fu innalzato su un arco all’ingresso del Vicolo Scassacocchi.

Esso, del X-XI secolo, era a scavalco del vicolo e fu costruito su una torretta di difesa all’accesso e per la chiusura del vicolo stesso, al tempo delle guerre gotiche (535-553), anche essa era a scavalco del tratto di strada.

Era la torre campanaria più antica di Napoli e fu abbattuta nel 1924 per l’ampliamento delle vie della Vicaria Vecchia e di Forcella.

santa-maria-a-pizza-451x600Napoli, Via Vicaria vecchia, l’arco in laterizio, a scavalco dell’accesso al vicolo Scassacocchi, su cui fu elevato nel X o XI secolo il campanile della vicina chiesa paleocristiana di Santa Maria a Piazza, in una stampa di fine ‘800.

Allo stesso periodo risale il campanile superstite della chiesa napoletana di Santa Maria Maggiore alla Pietra Santa, del VI secolo.

Il suo campanile risalirebbe all’XI secolo ed è oggi una delle più antiche torri campanarie d’Italia.

E’ in laterizio ed è anch’esso a scavalco di un passaggio di accesso al sagrato della antica chiesa, ricostruita tra il 1653 e il 1678 da Cosimo Fanzago.

800px-napoli_-_chiesa_di_santa_maria_maggiore2Napoli, il campanile a scavalco della chiesa di Santa Maria Maggiore della Pietra Santa.

Il basamento dell’antico campanile del duomo fu ancora riutilizzato nella costruzione di un nuovo campanile, in età angioina, crollato con il terremoto del 1349, che non doveva essere dissimile dalle coeve torri campanarie napoletane di San Lorenzo Maggiore, di Santa Chiara e nella struttura come quello di San Pietro a Maiella, costruito anche esso in età angioina;   successivamente fu riutilizzato ancora, per la costruzione di un nuovo campanile patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456 che atterrò il preesistente e arrecò notevoli danni al duomo, in forme ridotte per motivi  di sicurezza, ampliando e rinforzando la base anche con torrette poligonali angolari. struttura poderosa, così come appare oggi nascosta dalla  fitta stratificazione edilizia della fine del ‘500, riprodotta anche nel rilievo cartografico di A. Baratta, della città di Napoli, nella mappa dell’area del duomo, del 1629.

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Napoli, il campanile della Basilica di San Lorenzo Maggiore in una vecchia fotografia  e il campanile della chiesa di San Pietro a Maiella.

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Da: Roberto Di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974 – Napoli, duomo, la poderosa mole del campanile, così come appare oggi, soffocato dalla stratificazione edilizia cinquecentesca.

Con lo spianamento dell’area  per la cotruzione del duomo angioino, alla fine del ‘200, il campanile, prima che un nuovo terremoto lo atterrasse, cessò di essere a scavalco del Vicus che risultò interrato nel tratto della cittadella vescovile.

La base dell’antico campanile, con il sottopasso, fu racchiusa in una nuova poderosa struttura poligonale rinforzata alla base da torrette esagonali sulla quale venne innalzata la torre campanaria angioina, che crollo con il terremoto del 1456.

Il corridoio, dopo la costruzione del duomo angioino e la concessione del diritto di patronato sulla adiacente cappella alla famiglia Carbone, da parte dell’Arcivescovo Bernardo di Rodes (1368-1378), che fu intitolata ai Santi Tiburzio e Susanna, titolo cardinalizio del napoletano Francesco Carbone (metà sec. XIV – 1405), morto a Roma ed in essa sepolto, divenne sagrestia accedibile attraverso una porta aperta sulla parete di destra della cappella stessa.

Smise di essere sagrestia della cappella, forse dopo il terremoto del 1456, divenedo accedibile da una porta aperta, oggi murata, sull’angolo sinistro dello spazio che poi divenne la cappella di patronato della famiglia Galluccio e sul finire dell’800 cappella delle reliquie del duomo.

Dopo la fondazione della Confraternita dei Bianchi del Santissimo Sacramento, nel 1549 da parte dell’Arcivescovo di Napoli Cardinale Gianpietro Carafa (1549-1555) eletto papa nel 1555 col nome di Paolo IV che assegnò ad essa,  come sede, gli ambienti ed una cappella realizzata nel primo livello del ricostruito campanile, in forma ridotta nella altezza, dal   Cardinale Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456,  il corridoi murato negli accessi fu utilizzato  come scolatoio dei cadaveri dei confratelli della Confraternita

Ad esso si accedeva per i caritatevoli uffici di sepoltura, attraverso una botola aperta sul pavimento della cappella stessa.

Il corridoio/scolatoio, fu ritrovato occasionalmente, durante gli ultimi lavori di restauro al complesso Cattedrale (1969-1972) con ancora alcuni cadaveri seduti sugli scolatoi e le cantarelle recuperate sono utilizzate oggi, come vasi per piante nel cortile del palazzo arcivescovile, insieme ai rocchi di terracotta che costituivano le condotte dell’acqua piovana dai tetti del duomo.

Fu realizzato un nuovo accesso alla torre, creando una scala all’interno del poderoso basamento, che dall’usciulo sulla navatella di Sant’Aspreno, baipassando il corridoio, aggirandolo, consentiva raggiungere la cappella della Confraternita e il secondo livello della torre campanaria dove il Cardinale Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1590-1603), fece realizzare la casa per il Vicario Curato del duomo.

camp1Altre scale ricavate nella struttura consentono di raggiungere la cella campanaria, munita oggi di cinque campane:

La più antica fu fusa nel 1302, quando era Arcivescovo di Napoli il Beato Giacomo da Viterbo (1302-1307) e probabilmente è la prima delle campane poste sul  nuovo campanile angioino  e reca a caratteri gotici, la seguente iscrizione:

BEATI MORTUI QUI I DNO MORIUNTUR QUARTE INDI + AN DNI MCCCII. MENTE SCAM SPONTANEA HONORE DEO ET PATRIE LIBERACIONEM + PETRUS FILIUS MAGIRO ROMEO ME FECIT.

La campana più grande, a settentrione, fu fusa nel 1322, al tempo del Vescovo eletto Matteo Filomarino (1320-1322) e, come riferisce F. Strazzullo, in: neapolitanae ecclesiae cathedralis insriptionum thesaurus, Napoli 2000, si ruppe il 6 maggio del 1673, durante la processione delle reliquie di San Gennaro e fu fatta rifondere nello stesso anno dal Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685) che la benedisse il 19 maggio 1673;  reca gli stemmi cardinalizi del Caracciolo e la immagini dei Santi Compatroni, di San Gennaro,  del Reliquiario del Sangue e la seguente iscrizione, con una diversa data:

INNICUS TIT. S. CLEMENTIS S.R.E. PRESBiTER CARD. CARACCIOLUS ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS AD HONOREM GLORIOSI MARTIRIS ET EPISCOPI IANUARY PATRONI MEN. DECEMBRIS ANNO SALUTIS MCCCCCCLXXXIII.

La stessa campana reca un’altra iscrizione:

FELIX PULCRA NEAPOLIS FIDELIS ALMA CIVITAS EXSULTA  MENTE HUMILI IUBILIOVEE PRAECONIO TUO IANUARIO MARTIRE DEI INCLITO AC PRAESULE SANTISSIMO QUEM ROGA VOTO SUPPLICI UT MAGIS SEMPER FLOREAS ET SPIRITU PROFICIAS PESTIS CONTACTUM  ARCEAT BELLORUM MALA REPRIMAT MISERAM FAMEM AUFERAT FLAMMAS EXTINGUAT LITIUM EIUSQUE PATROCINIA HABERE  SEMPER SENTIAS ALLELUIA ALLELUIA ALLELUIA

La terza campana, seconda per grandezza, fu donata dal Cardinale Gianvincenzo Carafa (1530-1544), nel 1540 e reca la seguente iscrizione:

MENTEM SANTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERATIONEM VINCENTIUS CARRAFA EPISCOPUS PRENESTIENSIS SACRO SANTE ROMANE ECCLESIE CARDINALIS ET ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS ANNO DOMINI M CCCCC XXXX.

La campana posta ad occidente, reca la seguente iscrizione:

OPUS PRINCIPY DE AMORE REGY FUND ET CAIETANI EIUS FILIUS NEAP.

Sull’orlo superiore:

FLEO DEMONIS ET VENTI VIM PELLO CANTOQ. LAUDES CORPORA VIVA VOCO MORTUA VOCE.

Un’altra campana più piccola reca lo stemma del Cardionale Caraccioolo e la data del 1677, ed un’altra, fusa al tempo del Cardinale Luigi Ruffo Scilla datata 1822, recava la seguente iscrizione, riportata da Stanislao Aloe in: Tesoro lapidario napoletano, Napoli 1835, da dove sono tratte le iscrizione presenti sulle campane e qui riportate.

VERBUM CARO FACTUM EST ET HABITAVIT IN NOBIS ALOYSIUS S.R.E. CAR. RUFO ARCHIEP. NEAPOLITANOR. ERAT F.A.D. MDCCCXX.

Questa campana, riferisce Strazzullo, fu rifatta a spese del Card. Marcello Mimmi, Arcivescovo di Napoli (1952-1957), nel 1954.

Le campane, originariamente a slancio, nel 1972, al termine dei lavori di restauro all’area episcopale, inattive da molti anni, furono munite di un motore elettrico per il concerto, nelle ore canoniche, e nelle solennità liturgiche, a spese del Canonico del Capitolo Cattedrale, Vicario Episcopale per il duomo, Mons. Salvatore De Angelis (1894-1974) e solennemente benedette e inaugurate dal Cardinale Arcivescovo Corrado Ursi (1966-1987).

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Riproduco ora il rilievo planimetrico  della struttura e due sezioni della stessa, così come pubblicato sul citato testo di Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli 1974, con delle note grafiche esplicative da me aggiunte.

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La prima, rappresenta graficamente, con un tratteggio più fitto, la base dell’antico campanile , rinforzata con la poderosa struttura del campanile angioino, e con le torrette poligonali agli angoli, aggiunte dopo il terremoto del 1456, rappresentata con un tratteggio più rado.

Essa evidenzia chiaramente la planimetria dell’antico passaggio sottostante il campanile a scavalco del tratto terminale del Vicus S. Laurentii ad fontes.

I disegni successivi sono le planimetrie del primo e del secondo livello della torre campanaria: la cappella della Confraternita, al primo livello e le scale che conducono alla soprastante cella campanaria.ca2

La sezione della struttura  riprodotta nel disegno a lato, rappresenta alla base il passaggio a scavalco che appare molto ribassato rispetto al piano di calpestio originario del Vicus, che ho tentato di ridisegnare.

La sezione della torre campanaria, evidenzia ciò che resta del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus dell’antico campanile.

Anche in questo disegno ho tentato di collocare l’antico piano di calpestio del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus, tentando di riferirlo alla quota del piano di calpestio del tratto del Vicus rapporto ai resti del tratto di strada romana emersi sul lato orientale della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, durante i lavori di restauro al complesso episcopale.

La stampa del disegno “a volo d’uccello” che ho postato, elaborato da Alessio Simmaco Mazzocchi, rappresenta una ricostruzione ideale della disposizione delle due Basiliche napoletane, la Santa Restituta e la sua gemina Stefanìa:  la Stefanìa aveva due campanili sulla facciata.

Quello di destra, guardando il disegno sopportava alla base una antichissima cappella che già dal VII-VIII secolo era intitolata a San Pietro ed era di diritto patronale della potente famiglia Capece-Minutolo che aveva fondaci e case al Vico Scassacocchi.

Su di essa poi, dopo lo spianamento dell’area per la costruzione del duomo angioino, fu costruita la attuale cappella dei Capece-Minutolo, intitolata a San Pietro.

L’altro campanile, costruito sui resti della torre di difesa, era a scavalco del tratto terminale del Vicus S.Laurentii ad Fontes .

L’antico campanile del duomo, a scavalco del Vicus e l’antico campanile di destra della Basilica detta Stefanìa, che sopportava alla base la cappella dei Capece-Minutolo, utilizzata come cripta sepolcrale dei membri della famiglia, la cui area di patronato risulta delineata sul pavimento del transetto antistante l’ingresso della attuale cappella dei Capece-Minutolo. risultano essere in asse, lungo il muro perimetrale sud del transetto.

Questo conferma la antichità del passaggio sottostante il campanile dell’IX-X secolo e la antichità della decorazione del suo archivolto, certamente precedente a quello della Cattedrale di Caserta Vecchia.

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Sorprende lo stato di abbandono in cui versa la struttura, la cappella della Confraternita restaurata negli anni ’70 del passato secolo e la cella campanaria, priva di reti protettive e ingombra di carcasse ed escrementi di uccelli.

Napoli – Basilica Santuario del Carmine Maggiore – Il Crocefisso che chinò il capo per schivare un colpo di bombarda.

Le ragioni di una contesa – La fine del Regno di Giovanna II e l’arrivo degli aragonesi a Napoli – Il miracolo nel racconto di un contemporaneo: la CRONACA DI NAPOLI di Notar Giacomo.

di Tino d’Amico

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L’autore nel suo studio .

Occorre inquadrare storicamente l’evento miracoloso documentato nella CRONICA DI NAPOLI  di Notaro Giacomo: il tramonto della dinastia angioina filo francese e angioina-durazzesca e le vicende politiche e militari che contrapposero l’ultimo angioino di Napoli ad Alfonso V d’Aragona, tornato a Napoli per rivendicare i propri diritti sul Regno, insediandosi poi sul trono, nel 1442, con il nome di Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo.

Alla morte di Guglielmo I d’Asburgo detto l’ambizioso (1370-1406), che aveva sposato nel 1401, Giovanna d’Angiò (1373-1436), principessa di Napoli perché figlia di Carlo III di Durazzo (1345-1386) e di Margherita di Durazzo (1347-1412) entrambi primi cugini, non avendo eredi, motivo per cui patrimonio e titoli del marito erano passati per successione al fratello minore di questi, Leopoldo IV, non sperando in possibili nuove nozze per l’età incipiente, ritornò a Napoli, dove cominciò a condurre una vita dissoluta presso la corte libertina degli angioini.

Re di Napoli dal 1386, era suo fratello minore Ladislao I (1376-1414) e ritrovò l’anziana madre Margherita di Durazzo, impegnata nel difendere come reggente, il trono del figlio minore, dalle fazioni contrapposte filo-angioina, francese e angioina-durazzesca: i filo-angioini francesi riuscirono ad eleggere re di Napoli Luigi II d’Angiò (1377-1417), nel 1382, che la regina Giovanna I (1328-1382) aveva nominato erede al trono di Napoli, in contrapposizione a Carlo III d’Angiò-Durazzgiovanna-i1o.

Giovanna I regina di Napoli.

Nel 1387 i sostenitori del ramo francese occuparono Napoli e Margherita di Durazzo, con il piccolo Ladislao I fu costretta a rinchiudersi in Castel dell’ Ovo da dove poi fuggì per Gaeta.

Nel 1390 il napoletano Pietro Tomacelli fu eletto Papa (Bonifacio IX, 1390-1404) che sosteneva il partito angioino filo-durazzesco di Ladislao I contro gli angioini filo-francesi  di Luigi II.

Nel 1399, Ladislao I, ormai libero della reggenza, tentò di recuperare il trono di Napoli, profittando dell’impegno di Luigi II contro i baroni ribelli pugliesi, costringendolo poi, per le sorti avverse della contesa, a fuggire in Francia.

Ladislao I subito dopo la riconquista del Regno, si adoperò presso il Papa per la conferma della successione dinastica del Trono di Napoli, feudo della Chiesa, consolidando il suo potere anche con l’eliminazione fisica dei baroni ribelli, ma il suo sogno era quello di unificare l’Italia sotto un unico sovrano, lui naturalmente, raccogliendo la netta opposizione di Innocenzo VII (1404-1406) perché il tentativo mirava a togliere alla Chiesa il Patrimonio di San Pietro e il vassallaggio nei suoi confronti di molti stati e staterelli d’Italia.

La grande minaccia che Ladislao I rappresentava per la Chiesa e per le autonomie locali italiane indusse l’Antipapa Alessandro V (1409-1410), che per tentare di ricomporre lo scisma d’occidente, aveva deposto gli antipapi Gregorio XII (1406-1415) e Benedetto XIII (1394-1417), a richiamare in Italia Luigi II d’Angiò, che nominò re di Napoli.

Le alterne vicende della guerra condotta da Ladislao I contro le entità politiche dell’Italia centro-settentrionale, si conclusero con un trattato di pace, nel 1411, ma contro di lui insorse l’Antipapa Giovanni XXIII, il napoletano Baldassarre Cossa (1410-1415),  che prese posizione a favore di Luigi II d’Angiò che, nel frattempo pur raccogliendo l’appoggio di Giovanni XXIII, perse il Regno di Napoli e rientrò in Francia, mentre lo stesso Antipapa siglava con Ladislao I un accordo di pace, confermandolo re di Napoli, nel 1412.

L’anno successivo Ladislao I annullando il trattato con l’Antipapa Giovanni XXIII, intraprese nuovamente la lotta per l’unificazione dell’Italia sotto il suo governo.

I suoi progetti fallirono perché colto da una improvvisa malattia infettiva morì nel 1414 .                                                                 141828

Napoli – Chiesa di San Giovanni a Carbonara Monumento funebre di Ladislao I.

Il suo regno passò alla sorella Giovanna che divenne Giovanna II regina di Napoli, fino al 1435.

La vita libertina condotta da Giovanna II alla corte angioina, fu caratterizzata dalla presenza di molti amanti occasionali e di alcuni stabili “favoriti” che ebbero molta influenza sulle scelte politiche interne ed estere del Regno e profittarono della loro posizione per acquisire potere  e ricchezze e feudi per i loro familiari.

Il primo di essi fu il suo coppiere, Pandolfello Piscopo detto Alopo per la sua calvizie, morto decapitato nel 1415, che Giovanna II innalzò alle più altre cariche dello Stato.

Non avendo avuto figli, “la ragion di Stato” imponeva alla sovrana un nuovo matrimonio, e la scelta cadde sull’infante don Giovanni d’Aragona, figlio di Ferrante d’Aragona che esercitava il suo potere anche sulla Sicilia, ottimo alleato quindi, in caso di guerra.

Secondo l’uso del tempo, furono mandati a trattare e a concludere il matrimonio gli emissari reali,  i quali al ritorno da Valenza, raccontarono che lo sposo prescelto aveva appena diciotto anni.

Ai più il matrimonio sembrò sconveniente perché la quarantasettenne regina, sfiorita e corrotta, difficilmente avrebbe potuto fare colpo sul giovanissimo prescelto, che scoprendosi ingannato sulle decantate virtù e sulla bellezza di Giovanna II, certamente avrebbe rotto il contratto di nozze e poi per l’età avanzata della regina, difficilmente sarebbe nato l’atteso erede.

I messi furono rinviati a Valenza per disdire il matrimonio, mentre il Consiglio della Corona filo-francese decise di sposare Giovanna II con Giacomo di Borbone conte della Marche (1370-1438), imparentato con i reali di Francia, per assicurarle una discendenza legale, assicurare stabilità al partito, e respingere le pretese di successione dinastica di Luigi II d’Angiò.

Il matrimonio fu celebrato il 10 agosto 1415, ma Giovanna II negò al marito il titolo regale, come stabilito dal contratto matrimoniale, relegandolo al ruolo di principe consorte.

Intanto Giacomo di Borbone cominciò a nutrire seri sospetti circa la fedeltà della consorte, anche per le storie che si raccontavano sulla vita libertina che quest’ultima aveva condotta prima del matrimonio.

La regina aveva elevato alle più alte cariche dello Stato il suo “preferito”, Pandolfello Alopo, nominandolo nel 1414 Gran Siniscalco del Regno.

La sua  potenza aumentò ulteriormente  con il matrimonio della sorella Caterina con Muzio Attendolo Sforza, capitano di ventura, a Napoli al soldo di Ladislao I, e rimasto a Napoli dopo la morte di questi, sperando di guadagnare il favori della regina che lo aveva già nominato Gran Conestabile del Regno, scatenando la gelosia di Pandolfello che lo fece arrestare ma poi, temendo i soldati al suo comando, lo liberò, gli dette in sposa la sorella e i feudi di Benevento e Manfredonia.

Fu lo stesso Pandolfello a consigliare alla regina di non investire del  titolo regale il  marito Giacomo che  lo fece arrestare e decapitare nello stesso anno 1415.

Lo stesso Giacomo di Borbone fu vittima di una congiura ordita dalla nobiltà angioina filo-francese e per salvarsi dovette fuggire da Napoli per la Francia dove vestì l’abito francescano: morì nel 1438.

johanna_ii_of_naples6Giovanna II regina di Napoli.

In questi frangenti ne approfittò Giovanni Caracciolo del Sole, detto Sergianni, (1372-1432) che riuscì a diventare il nuovo “favorito” di Giovanna II.

Dopo la morte dell’amate e la fuga del marito, Giovanna II fu incoronata regina di Napoli il 19 ottobre 1419.

Gli anni che seguirono furono caratterizzati dalle lotte di potere delle due fazioni angioina filo-francese e angioina filo-durazzesca, ma anche fra vari pretendenti alla mano della regina, per accaparrarsi il trono di Napoli e gli eredi di diritti di successione scaturenti da adozioni legali sancite al tempo della regina Giovanna I, mentre incominciarono ad incrinarsi i rapporti fra Giovanna II e il Papa Martino V (1417-1431), che era riuscito a comporre lo scisma d’occidente.

Martino V chiese alla regina di Napoli il contributo economico spettante al Patrimonio di San Pietro, in ragione del rapporto di vassallaggio del Regno di Napoli nei confronti della Chiesa, l’omaggio annuale della chinea ammontante ad ottomila once d’oro, offerto dai sovrani angioini al Papa il giorno di San Paolo, per la concessione del regno di Napoli, come vassallo della Chiesa a Carlo I d’Angiò e Giovanna II era in arretrato di qualche anno.

Consigliata dal suo nuovo “favorito” ‘ Sergianni Caracciolo, si rifiutò di onorare il l’obbligo del censo, pattuito da Carlo I d’Angiò con Papa Clemente IV (1265-1268), scatenando la vendetta di Papa Martino, chiedendo l’appoggio di Luigi III d’Angiò, figlio del rivale Ladislao I e pretendente del trono di Napoli in virtù del diritto ereditario scaturente dalla adozione legale che Giovanna I (1327-1382) aveva conferito al nonno Luigi I, prima che venisse spodestata ed uccisa da Carlo III, il padre di Giovanna II.

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E’ a questo punto della storia che entrarono in gioco gli aragonesi.

Luigi III d’Angiò nel 1420 cominciò l’invasione del Regno, mentre Papa Martino V si fingeva mediatore della contesa per la successione dinastica del Regno, convocando a Firenze le parti.

I napoletani smascherarono l’ambiguo comportamento del Pontefice e chiesero l’appoggio di Alfonso , conte di Catalogna (1394-1458), figlio di Ferdinando I, cui successe nel 1416 nei regni di Aragona, Valenza, Majorca, Sardegna. Sicilia, chiamato a difendere il regno di Napoli con  la promessa di essere adottato come figlio da Giovanna II e quindi a succedergli legittimamente sul trono di Napoli.

Per la peste del 1422 le corti angioine e aragonesi furono costrette a fuggire da Napoli a Castellammare prima, a Gaeta poi, dove alcuni nobili del regno giurarono fedeltà nelle mani di Alfonso V.

Questo valse ad aumentare i timori di Giovanna II circa la sua esautorazione dal governo da parte del re di Aragona e, consigliata da Sergianni Caracciolo, revocò l’adozione fatta ad Alfonso V, per concederla a Luigi III d’Angiò che, sconfitti gli aragonesi , li costrinse a fuggire in Ispagna.

La pace che seguì vide gli ultimi bagliori della potenza di Sergianni, la sua tragica fine , assassinato a colpi di stocco , la notte del 19  agosto 1432, in Castel Capuano, la morte improvvisa di Luigi III erede al trono di Napoli, nel 1432, a cui successe nel diritto, il fratello Renato e la morte della ormai sessantacinquenne regina Giovanna II, nel febbraio 1435.

Quando Renato d’Angiò fu chiamato a succedere a Giovanna II, era prigioniero del duca di Borgogna per uno sfortunato tentativo di conquista di quel ducato; ne approfittò Alfonso V d’Aragona che aveva mal digerito la perdita del regno di Napoli.

Contattato dalla nobiltà napoletana estromessa dalla reggente Isabella di Lorena, moglie di Renato d’Angiò, nel governo del Regno, prese l’iniziativa e tentò di invadere il regno di Napoli, ma fu sconfitto a Ponza dalla flotta genovese giunta in aiuto dei napoletani.

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Re Alfonso tentò ancora uno sbarco nel Regno e questa volta riuscì a conquistare il Castel Nuovo e Castel dell’ Ovo.

Quando finalmente re Renato, liberato dopo il pagamento di un  ingente riscatto, giunse a Napoli nel 1437, Alfonso V d’Aragona, dopo avere conquistato Caserta e Scafati aveva cinto d’assedio la Città, ponendo il suo campo nei pressi del Castel Nuovo, mentre suo fratello minore, l’Infante di Spagna, don Pietro Fernandez duca di Noto, aveva posto le batterie nella zona di Sant’Anna alle Paludi, per tentare di prendere il Forte dello Sperone, nei pressi della chiesa di Santa Maria del Carmine che, evacuata, era stata trasformata dagli angioini in base per le operazioni militari, ponendo sul campanile (non l’attuale, ricostruito da Frà Nuvolo), alcune bombarde.

Questo avveniva il 17 ottobre 1439 o, secondo alcuni cronisti contemporanei, fra cui Notar Giacomo, il 17 ottobre 1438.

Le differenti date sono conseguenza del diverso modo di computare gli anni: secondo il calendario del regno di Sicilia e quindi aragonese, l’anno sarebbe il 1438; secondo il calendario romano, il 1439.

056_065Napoli – Il forte detto “lo sperone” ancora esistente nei primi anni del ‘900 – Sullo sfondo si nota il campanile della chiesa del Carmine.

Il 17 ottobre 1438, gli angioini sparavano dal campanile della chiesa del Carmine per tentare di contenere, in qualche modo, il fuoco degli aragonesi che dal campo posto nella zona di Sant’Anna alle Paludi tiravano con  le loro bombarde chiamate messinesi, contro il forte e la chiesa stessa.

Pare che lo stesso infante don Pietro dirigesse il fuoco di una bombarda proprio contro la chiesa e il campanile  da dove partivano colpi micidiali.

Una palla di pietra del diametro di circa 36 centimetri sfondò l’abside e andò a finire la sua corsa su di un Crocefisso di legno posto su di un tavolato accanto alla porta maggiore.

Il Cristo fu ritento irrimediabilmente perduto ma, passato il momento di smarrimento, quei frati più coraggiosi che volevano tentare un bilancio dei danni subiti, Lo trovarono intatto, anzi poterono constatare che la testa, prima rivolta verso il cielo con gli occhi aperti e le labbra aperte in atteggiamento di supplica, appariva miracolosamente china, gli occhi e la bocca serrata, la lingua stretta fra i denti, il ventre contratto nella parte inferiore e le gambe piegate sotto il peso del corpo.

15-segreti-di-napoli-parte-2_05Il collo poi, mostrava nervi e tendini tesi nello sforzo per schivare il colpo e i capelli di crine, che prima scendevano sulle spalle, alla nazarena, apparivano rovesciati sul volto, mentre la corona di spine era caduta.

Napoli – Basilica Santuario del Carmine Maggiore – Il miracoloso Crocefisso – Dettaglio.

Constatato il miracolo, furono invitati i cavalieri del Seggio di Portanova, deputati durante l’assedio della custodia del Tempio, i quali confermarono il fatto, ne diedero l’avallo legale e proposero di trasferire il miracoloso Crocefisso in un luogo più sicuro.

Ma non riuscirono a rimuovere l’immagine sacra diventata improvvisamente pesantissima.

Alfonso V d’Aragona, venuto a conoscenza del miracolo, invitò il fratello don Pietro che si approntava ad intensificare il fuoco, a desistere dallo sparare contro il luogo sacro.

Il giorno seguente un angioino, scorgendo dall’alto del campanile un gruppo di ufficiali fermi nel campo avversario, sparò un colpo con la bombarda detta “la pazza”.

Il colpo troncò netto il capo dell’Infante don Pietro che, spronato il cavallo s’era dato alla fuga, vedendo arrivare verso di lui il proiettile.

Alfonso V d’Aragona che si era recato a Messa nella chiesetta di Santa Maria delle Grazie, oggi detta di Sant’Anna alle Paludi, a chiedere  l’aiuto divino nella battaglia, informato della morte del fratello don Pietro, rimase nella chiesetta fino al termine della Santa Messa, per poi recarsi presso il corpo dell’infante di Spagna raccolto nella palude dove il cavallo imbizzarrito lo aveva trascinato.

Agli inviti pressanti di Isabella di Lorena (1400-1453) moglie di Renato d’Angio e regina di Napoli, ad entrare in  città per dare degna sepoltura all’infante, rispose con un netto rifiuto, preferendo togliere il campo e trasferirsi a Capua, dopo avere provvisoriamente sepolto don Pietro in Castel Nuovo, da dove poi la salma fu trasferita nel 1445 nella chiesa di San Pietro Martire.

Così Cesare d’Engenio Caracciolo, descrive il suo sepolcro in San Pietro Martire: “…qui anche il Re Alfonso dopo ch’ebbe acquistato Napoli, fe dal Castel Nuovo trasferire il corpo dell’Infante D. Pietro suo fratello ch’era morto tre anni prima dal tiro d’artiglieria…e volendo farlo seppellire nella tribuna, gli fu consigliato che non conveniva che in quel luogo stesse alcuna persona, e che facesse levar la sepoltura del Gran Senescallo Costanzo, rispose, che s’era male. ch’e un Re facesse ingiustizia a i vivi, era assai peggio farla a i morti, e così lo fe porre in una tomba di broccato appresso l’avello del Costanzo, ma dai frati di questo luogo, fu poi eretto un sepolcro di marmo, e col corpo della Regina Isabella moglie del re Ferrante fu collocato e qui si legge: ossibus e memoriae Isabellae Clarimontiae  /  Neap. Reginae Ferdinandi Primi coniugis  /  et Petri Aragonei Principis strenui  /  Regis Alphonsi Senioris frater   /  qui ni mors ei illustrem vita cursum interrupisset  /   fortunam gloriam facile adoequasset,   /  o fatum quot bona parvulo faxo conduntur. (cfr. Cesare d’Engenio Caracciolo, NAPOLI SACRA, Napoli 1623.

Anche Pietro de Stefano, nel 1560, da la stessa descrizione della sepoltura di Pietro d’Aragona; Carlo Celano nel 1692, è più preciso riportando nel suo racconto la data della morte dell’infante 1439  e la data della sua sepoltura in San Pietro Martire, nel 1444 .

Tre casse di legno ricoperte di broccato: una per Pietro d’Aragona, un’altra per Isabella di Chiaromonte e l’altra per Beatrice d’Aragona, regina d’Ungheria; in un secondo tempo, essendo logorati i feretri, i frati composero sulla tribuna in una cassa di marmo il corpo di Isabella di Chiaromonte, insieme a quello dell’Infante don Pietro ed in un’altra cassa di marmo il corpo di Beatrice d’Ungheria, riportando lo stesso epitaffio precedentemente citato.

In un tempo imprecisato il sepolcro di Isabella di Chiaromonte e dell’infante Pietro fu trasferito dalla tribuna, nella settima cappella di destra.

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Ritratto di Alfonso V d’Aragona, I di Napoli.

Alfonso d’Aragona riuscirà ad occupare Napoli il 2 agosto 1442, quando alcuni aragonesi, per il tradimento di un  gruppo di napoletani, si introdussero attraverso un pozzo posto nel cortile di una casa fuori la porta di Santa Sofia, nell’antico acquedotto romano e attraverso questo in città, riuscendo poi ad aprire la porta al grosso dell’esercito.

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L’evento miracoloso che ho narrato è riportato da un contemporaneo, Notaro Giacomo, (forse Giacomo della Morte, ancora vivo nel 1524), autore presunto della CRONICA DI NAPOLI dal tempo degli antichi romani al 1511, un manoscritto composto a cavallo fra il XV e il XVI secolo, conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli e dato alle stampe da Paolo Garzilli nel 1845.

“…A lo ultimo de sectembro 1438, secunde indictionis per Re Alfonso primo se castremetaua innapoli et alla padule hauea facto ponere le bombarde per diricto lo monasterio del carmine tralequale una messanese per nomo chiamata, staua se dice la mandra vecchia appresso sanctoangelo dela arena doue hauea facto danno dou uno iouedì ad hora deterza ali XVII de octobre 1438 venne lo infante nomine Don Pedro fratello dedecto re et fece sparare dicta bombarda nominata la messanese per diricto la tribuna e roppe lo muro dela terra et la tribuna dela ecclesia et iectao lo lampere per terra et lo pauiglione del crucifixo la corona li capilli la spina et lo crucifixo  calao la testa et la peredicta ando sopra la porta dela ecclesia et rimase sopra certa taule dentro la ecclesia inn guardia del quale monasterio erano messer ioyse coppula – messer philippo de anna – messer roberto gactola – simonecta scannasorece – vitillo saxone et altri cittadini et Priore era mastro Joanne cingaro de Napoli dou fondano consiglio per leuare dicto crucifixo per dubito delle bombarde, et venuti più maystriy may quello lo possectro leaure et vedendone tale miraculo lo laxaro stare: ali XVIII dicto de venerdì, ad quella hora de terza venendo lo infante per far tirare, essendo lo signor conte defunte et cinquo caualeri inla ecclesia et in quella più bombarde uno che era in dicto monasterio et non della compagnia posse foco ad una bombarda chiamata la pazza doue sentendola vedeva la predicta venire adricto suo et quella perdicta dona alla arena seguitandola lo infante li leua meza testa et lo caualllo fugio con ipso, doue per spacio de mezza mesa fo preso et vedendo dicto conte et li altri tale miraculo stando el re ad audire messa a sancta naria dela padule, li fo narrato lo miraculo con pianto resposse che lui auea pregato quella matina che non volesse tirare al monasterio per lo miracolo hauesa intiso per uno homo era fugito da Napoli et ordino si leuasse il campo et infra spacio dedui di senne ando…”

640px-bassorilievo_del_500Napoli – Basilica del Carmine Maggiore – Bassorilievo del ‘500 che illustra il miracolo. 

Il miracolo del Crocefisso della chiesa del Carmine, è ricordato anche da Sant’Antonino da Firenze (tomo 4 cronic. ad a. 1439); da Giuliano Passero (“Giornale”, conservato presso la Biblioteca della Società di Storia Patria di Napoli); da Notar Francesco De Rosa (“Miracoli della Gloriosissima Vergine del Monte Carmelo de Napoli, edito nel 1585); da Giovanni Cartagena (de mirandis Deipare Virginis”); da Giovanni Battista Lezana (Ann.Carm. ad  a. 1438); dal Briet (“Ann. Mundi”, ad a. 1438); dal Bzovius (“Ann.Eccl. Tom.XII, ad a. 1438); da Daniele della V.M. (“Vinea Carmeli” p. 549) e da altri storici e cronisti del tempo.

Nella sacrestia della Basilica del Carmine Maggiore di Napoli, nel vano destinato a “lavabo”, trasformato poi in cappella, esiste un bassorilievo del sec. XV che rappresenta il miracoloso Crocefisso nell’atto di schivare il colpo di bombarda.

Fra i cimeli e gli “ex voto” del Santuario, è conservata la grossa palla di pietra, mentre un cerchio di marmo bianco, segna, sul pavimento della chiesa, il punto in cui fu rinvenuto il proiettile.

Se il manoscritto di Notaro Giacomo costitisce il rogito notarile dell’accaduto, i particolari favori concessi al santuario da Alfonso I e dai suoi successori, costituiscono l’avallo legale del miracolo.

Il popolo napoletano, poi, particolarmente devoto del Crocefisso del Carmine, che prima che fosse trasferito nella chiesa, per molti anni era stato esposto alla venerazione dei fedeli nella grande piazza del mercato, constata la veridicità del fatto, aumentò ed intensificò i pellegrinaggi al miracoloso simulacro, tanto che re Alfonso I, a sue spese, fece lastricare il tratto di strada compreso fra la chiesa angioina di Sant’Eligio, prospiciente la piazza del mercato e la chiesa di S.Maria del Carmine, perché fosse più comodo l’accesso al tempio.

Il Crocefisso è oggi conse114815005-1b22cbaf-0e1a-4f28-9026-6a658c41484frvato nel tanbernacolo che Aflonso d’Aragona  fece costruire  in riparazione e fece porre su di un pontesotto l’arco trionfale della tribuna.

Re Alfonso V, I di Napoli, il giorno dopo il suo ingresso in città da conquistatore, nel 1442, volle recarsi a controllare la veridicità del miracolo e venerare la sacra immagine e dalla chiesa del Carmine, nel 1443, volle iniziare la sua cavalcata trionfale per le vie di Napoli.

Ogni anno l’immagine viene esposta alla venerazione dei fedeli, dal 26 dicembre al 2 gennaio, a ricordo del primo miracolo e dell’inaugurazione del nuovo tabernacolo voluto da re Alfonso I, e il primo sabato di quaresima a ricordo dell’assistenza divina durante una tremenda tempesta abbattutasi su Napoli nel febbraio del 1679: quel giorno era un primo sabato di quaresima.

Ai sovrani che prendevano parte alla solenne ostensione del Crocefisso, veniva donata dal Priore del convento, una ciocca di capelli tagliati al simulacro, durante la solenne funzione.

Questo “tagliare i capelli” al Cristo, ha fatto nascere la leggenda della crescita miracolosa dei capelli sul capo del Crocefisso.

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Il Crocefisso della chiesa del Carmine appare come un’opera isolata nell’ambiente artistico campano, per un particolare tono di deformazione aggressiva e violenta.

Queste note caratteristiche, questa rozzezza, comunque, è comune nelle opere di scultori del calibro di Baboccio ed in gran parte degli scultori della fine del ‘300, essa è da intendere come tensione espressiva voluta, intenzionale e non frutto della inesperienza degli artisti.

La corte angioina, sul finire del ‘300 riceve una notevole ventata di misticismo per la presenza a Napoli di Santa Brigida di Svezia, ospite, nel 1372, della regina Giovanna I: la presenza della Santa valse ad accrescere il clima di misticismo e di fanatismo religioso che già nella seconda metà del ‘300 si andava affermando e si era concretizzato  con  la fondazione di chiese e conventi e nella commessa ed esecuzione di opere di gusto popolaresco, sentimentale, altamente espressivo, da parte di artisti locali aperti alla cultura della Catalogna, della Germania, della Francia.

Questo clima devozionale, popolaresco, determina la diffusione di stilemi espressivi, patetici, attraverso l’affermazione delle varie “pietà” e dei “Cristi doloranti”.

La fonte a cui si ispirano per  il tipo iconografico del Cristo morto è certamente la cultura artistica tedesca che  giungeva attraverso svariati canali di penetrazione..

E’ il caso di questo Cristo in croce che la critica tenta di attribuire a Pietro degli Stefani mentre pare accertato sia delle fine del ‘300.

Comunque , la intensa  drammaticità espressiva, la tensione dei tendini e dei muscoli del collo, l’insieme della struttura anatomica, hanno  del soprannaturale, e pongono un interrogativo: chi ha scolpito nel legno di tiglio questo Cristo, o conosceva talmente bene l’anatomia umana, cosa più impossibile che rara sul finire del ‘300, o bisogna credere al miracolo.

Le testimonianze, la tradizione e il culto, non pongono alternative: di miracolo si tratta.


FONTI.

Per la parte storica, Dizionario Biografico Treccani.

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