LA CHIESA NAPOLETANA DELLA MADONNA DELLA VITTORIA – La Madonna delle grazie o del soccorso detta anche dell’umiltà o dei fucilieri, dalla chiesa di San Pietro a Majella alla battaglia di Lepanto.

di Tino d’Amico

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Napoli – Chiesa di San Pietro a Majella – Lacerticolo dell’affresco trecentesco della Madonna delle Grazie o del Soccorso – Davanti a questa miracolosa immagine vennero don Giovanni d’Austria, i suoi soldati e i marinai della galea reale, prima di partire per la battaglia di Lepanto, promettendo di ritornare, se vincitori, ad onorarla deponendo accanto alla immagine, le loro armi.

Il titolo mariano di Madonna delle Grazie e del Soccorso, è uno dei titoli più antichi attribuiti a Maria di Nazaret, la Madre di Gesù, nel culto liturgico e nella pietà popolare.

La valenza del titolo si ricollega alla maternità di Gesù, e quindi a Colei che è la Madre della Divina Grazia ed origine di tutte le grazie, perché teologicamente essa è la sola che può intercedere presso Dio per assecondare le necessità dell’umanità alla ricerca della eterna salvezza.

La Vergine Santissima è invocata da sempre come dispensatrice di grazie, icona della umiltà, soccorritrice dei cristiani, e quindi ausiliatrice.

Dante, nella Divina Commedia,nel XXXIII canto della Cantica del Paradiso, conclude la sua Opera con una invocazione elogiativa a Maria, e  Le dice che “…se’ tanto grande e tanto vali,  /  che qual vuol grazia ed a te non ricorre, /  sua disianza vuol volar senz’ali. /  La tua benignità non pur soccorre /  a chi dimanda, ma molte fiate / liberamente al dimandar precorre…”.

La antica devozione alla Madonna delle Grazie o del Soccorso già in uso nel III secolo espressa con la antica invocazione Sub tuum praesidium ebbe notevole sviluppo dal 1306, a Palermo, dopo la apparizione della Santa Vergine al domenicano Nicola La Bruna, miracolosamente guarito per intercessione di Maria, e fu diffusa in Italia ed in Europa, per esortazione della Santissima Vergine che così voleva anche essere invocata, come dispensatrice di grazie e di favori.

La devozione della recita del Santo Rosario ha origini medioevali e la sua diffusione è legata alle Confraternite del Santo Rosario fondate dal domenicano Pietro da Verona (San Pietro Martire ? – +1252) per contrastare le eresie, la catara particolarmente, che negava la divina maternità di Maria e la  natura umana di Cristo, devozione affidata ai frati domenicani da San Domenico al quale sarebbe apparsa la Santa Vergine che gli avrebbe consegnato una corona del Rosario, invitandolo alla recita e alla diffusione della devozione.

La devozione fu riconosciuta e proposta alla cristianità da papa Sisto IV (1471-1484)      con la Bolla del 12 maggio 1479 Ea quae ex fidelium che proponeva anche uno schema per la recita del Santo Rosario.

Pio V con la Enciclica del 17 settembre 1569 Consueverunt Romani Pontifices, stabiliva le modalità comuni per la recita del Santo Rosario, invitando la cristianità alla sua recita.

Prima dello scontro della armata della Santa Lega contro i turchi ottomani a Lepanto, secondo la esortazione dello stesso papa Pio V, comandanti, soldati e marinai, coralmente, recitarono il Santo Rosario tacitando le invocazioni dei turchi ad alllah, che gridavano dalle loro navi: la Vergine Santissima, Soccorritrice dei cristiani, condusse alla vittoria la armata della Santa Lega liberando, il 7 ottobre 1571,  l’Europa dal pericolo islamico.

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Nei primi anni del ‘500, Venezia e il sultanato ottomano di Costantinopoli entrarono in conflitto per il controllo dei traffici commerciali nel mediterraneo Orientale: gli ottomani nel 1538 avevano cominciata una nuova espansione territoriale nel Peloponneso, in Dalmazia, nell’Egeo, nello Ionio e nell’Adriatico Orientale, aree da sempre di influenza commerciale veneziana.

A poco servì la pace del 1540 tra i veneziani e il sultanato che, pochi anni dopo, nel 1570, invase Cipro.

La Repubblica Veneta si vide costretta a cercare alleanze tra gli Stati europei che pur avevano interessi commerciali nell’area, come già faceva, fin dal tempo della sue elezione, papa Pio V, che tentava di riunire gli Stati europei in una Lega Santa, politica e religiosa, per innalzare un baluardo alla civiltà islamica, sunnita, che tentava di sostituirsi a quella cristiana dell’Europa.

Laura Canali – L’area di influenza del sultanato di Costantinopoli nella prima metà del ‘500 – Immagine tratta dalla rete.

Pio V troverà appoggi non in Francia, alleata degli ottomani, e nemmeno nel Sacro Romano Impero Germanico, impegnato nella lotta alle eresie, quanto piuttosto nella Spagna, che tentava di espandersi verso l’Africa, e negli Stati italiani, i primi ad essere coinvolti in un tentativo prossimo o futuro dell’espansionismo ottomano.

La battaglia combattuta dalle forze coalizzate dell’Europa cristiana contro il sultanato ottomano di Costantinopoli,  a Lepanto, servirà poco a contrastare il pericolo turco sul piano militare, perché gli ottomani costruiranno in breve tempo una nuova e potente flotta.

Sul piano religioso invece costituirà l’inizio della regressione dell’espansionismo islamico sunnita verso l’Europa.

Lepanto fu lo scontro che decise il futuro di due civiltà incapaci di integrarsi e convivere pacificamente per i diversi contenuti sociali, politici, religiosi.

Servì anche a sfatare la leggenda dell’imbattibilità dell’islam non solo sul piano politico e sociale, ma soprattutto religioso.

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“…O Augusta Regina delle vittorie, o Vergine sovrana del Paradiso…”, recita così la parte introduttiva della Supplica alla Santissima Vergine del Rosario, composta dal Beato Bartolo Longo, che si recita ogni anno l’8 maggio e la prima domenica di ottobre, perché il 7 ottobre del 1571 fu una domenica, nel Santuario di Pompei e da tutta la cristianità.

Per poter comprendere e ritrovare le origini del  Titolo attribuito alla Santissima Vergine invocata come Mater divinae gratiae, Auxilium Christianorum, bisognerebbe passare in rassegna simboli e personaggi che nell’Antico Testamento prefigurano virtù e pregi di Maria Santissima, cominciando dal protovangelo di Genesi 3,14; riandare alle storie di Sara, Rebecca, Maria la sorella di Mosè, di Susanna, Ester, Giuditta, donne che fornirono di un concreto aiuto il popolo di Israele.

Bisognerebbe considerare l’istante stesso in cui l’Arcangelo Gabriele, annunciò a Maria Santissima la Incarnazione del Verbo Eterno di Dio nel Suo Seno Verginale, che la rese aiuto del genere umano, liberandolo per mezzo del suo umile e nascosto si, dalla schiavitù del demonio.

Bisognerebbe ricordare che Gesù, morendo sulla Croce, affidò l’umanità alla Sua Madre e come Essa aiutasse, soccorresse, esortasse a non demordere la prima comunità cristiana fino alla Sua Assunzione, presso Dio, divenendo e mostrandosi quale realmente è Madre nostra, nostra Avvocata, nostra speranza: nel III secolo, nella invocazione Sub Tuum praesidium i devoti a Maria già invocavano il suo aiuto misericordioso come scudo contro il male.

 

Stampa ottocentesca eseguita nella tipografia Apicella, di via San Biagio dei Librai di Napoli,  riproducente la miracolosa statua della Madonna del Rosario detta di ZI’ ANDREA venerata a Napoli nella  basilica di San Domenico  maggiore. (Proprietà dell’autore).

La Supplica nel tratto conclusivo invoca la Santissima Vergine chiamandola Regina delle vittorie, richiamando l’aiuto concreto  alla Chiesa nella lotta contro le eresie, al suo essere baluardo contro le invasioni dei saraceni e dei turchi ottomani che tentavano la conquista dell’Europa.

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La storia è ben nota, ma occorre accennare a quanto accadde: allora come  in questa epoca in cui le radici cristiane dell’Europa non vengono più ritenute fondanti della nostra civiltà e si assiste alla invasione silenziosa dell’islam che tenta di sostituirsi alla nostra cultura, alla nostra religione, alla nostra civiltà, subdola invasione considerata da parte di molti, un normale, pacifico, esodo di popoli.

Il 29 maggio del 1453, i turchi detti ottomani, dal fondatore della dinastia Osman Gazi (1299-1326), dopo un assedio durato circa due mesi, occuparono Costantinopoli facendo strage della popolazione, impalando, razziando, saccheggiando e schiavizzando uomini, donne e bambini che erano scampati al massacro.

Gentile Bellini – Ritratto del sultano Mehemet II (1432-1481), il conquistatore di Costantinopoli.

Gli ottomani tra il secolo XV e il XVI, cominciarono la loro espansione in Europa e Asia, controllando le vie commerciali.

L’espansione del sultanato ebbe un periodo di stasi per la resistenza ungherese nel 1456, pur con l’annessione della Grecia, della Morea, dell’Anatolia, delle colonie genovesi sul mar nero e dell’Albania, conquistando, nel 1480, Rodi ed Otranto.

Il pericolo turco per l’Europa cristiana diventava concreto: i sultani ottomani a più riprese cominciarono la espansione verso l’Ungheria e gli stati balcanici e verso l’Africa, giungendo fino a Bagdad, ed occupando la Tunisia e  l’Algeria.

Nella prima metà del ‘500 il sultanato ottomano disponeva di una notevole potenza navale con la quale controllava i traffici commerciali di  gran parte del Mediterraneo, pericolo ancor più incombente per la alleanza tra ottomani e Francia.

I turchi ottomani, sunniti, volevano sostituire alla civiltà europea cristiana, la cultura e la religione islamica.

 

 

Papa Pio V che assiste in visione alle fasi finali della battaglia di Lepanto.

Il papa del tempo, Pio V (1566-1572), il papa della controriforma, frate domenicano, particolarmente legato alla devozione della recita del S. Rosario, consegnata da san Domenico (1170-1291) ai suoi frati per debellare le eresie,  si fece promotore di una Lega Santa, tra i sovrani d’Europa, ottenendo  che Filippo II di Spagna (1527-1598), il duca di Savoia Emanuele Filiberto, i genovesi e i veneziani, i Cavalieri di Malta, il granduca di Toscana, il duca di Urbino, il duca di Parma, la repubblica di Lucca, i duchi di Ferrara e Mantova, insieme costituissero una potente armata navale per contrastare il pericolo turco, affidandone il comando a Don Giovanni d’Austria (1545-1578), figlio naturale di Carlo V e fratellastro di Filippo II di Spagna, che fu investito ufficialmente dell’impresa con la consegna del vessillo (drappo di insegna) benedetto dal papa in San Pietro l’11 giugno 1570 e consegnato a Marcantonio Colonna (1535-1584) Grande Ammiraglio della flotta pontificia, ancorata a Civitavecchia.

 

Lo stendardo originale della battaglia di Lepanto,un drappo di seta rossa triangolare, consegnato a Marcantonio Colonna – Tempera su seta – Dipinto da Girolamo Siciolante da Sermoneta (1521-1580) è conservato nel Museo Diocesano di Gaeta – Lo stendardo tolto alla armata turca, un drappo di seta verde triangolare sul quale era stato ripetuto ventottomilanovecento volte il  nome di allah ricamato in oro, che Muezinzauzade Alì Pascià, aveva issato sulla sua nave ammiraglia, la Sultana, preda nella vittoria navale di Lepanto ed esposto nel palazzo ducale di Venezia, fu restituito ai turchi in segno di pace da papa Paolo VI il 19 giugno 1967. 

Marcantonio Colonna, partito da Civitavecchia il 22 giugno 1571, raggiunse Gaeta dove concentrò la sua flotta e prima di prendere il mare verso Messina, luogo scelto per il raduno della armata della lega santa, il 24 dello stesso mese, si fermò a pregare nel duomo della Città, promettendo al Patrono cittadino Sant’Erasmo, tornando vincitore, di fargli dono dello stendardo., come poi fece, onorando il voto.

Il vessillo insegna del comando di don Giovanni d’Austria

Don Giovanni d’Austria il 13 agosto 1571 prima di partire per raggiungere la sua armata a Messina, ricevette nella basilica napoletana di Santa Chiara, le insegne del comando, un secondo stendardo, anche esso benedetto dal Papa e in dono un quadro che riproduceva la immagine della Madonna detta delle Grazie o del Soccorso, venerata nella chiesa napoletana di San Pietro a Majella, con la scritta S. Maria Succurre Miseris, dal padre superiore del monastero celestino, Giovanni Battista della Guardia.

Qualche giorno prima don Giovanni d’Austria con i marinai e gli archibugieri della galea reale s’era recato a pregare, promettendo di ritornare, se vivi e vincitori, a deporre le loro armi ai piedi della sacra immagine.

Da Messina la armata si mosse verso il Mediterraneo Orientale il 24 di agosto 1571.

 

Il vessillo issato sulle galea che comandava la flotta savoiarda di Emanuele Filiberto, donato alla cappella della Santissima Verigine del Rosario nella chiesa torinese di San Domenico, nel 1706, da Vittorio Amedeo III di Savoia, per adempiere il voto fatto il 7 ottobre dello stesso anno, durante l’assedio francese della Città in pericolo di capitolare, e la conseguente vittoria.

Lo scontro tra la  armata  turca, forte di 34.000 soldati, 13.000 marinai, 41.000 rematori su 216 galee, 64 galeotte e 64 fuste comandata da Muezinzauzade Alì Pascia ( ? – 1571) e la flotta della Lega Santa,  composta da 204 galee e 6 galeazze che imbarcavano 28.000 soldati, 12.920 marinai e 43.000 rematori, comandata da don Giovanni d’Austria, si scontrarono la domenica 7 ottobre 1571 nel golfo di Corinto, davanti alle isole Curzolari, e non davanti Lepanto come si disse, forse perché lì era concentrata l’armata turca,  e mentre dalle galee ottomane si alzava la invocazione ad allah, furono ammainati tutti i vessilli delle navi cristiane lasciando che sventolasse solo sulla galea reale il vessillo con l’immagine di Gesù Crocifisso e il quadro della Santissima Vergine: davanti ad essi si prostrarono  i soldati cristiani e i marinai imbarcati su tutte le navi della Lega Santa e fu recitato il Santo Rosario prima di dare inizio alla battaglia.

 

Muezinzauzade Alì Pascia ( ? – Lepanto 1571).

Si racconta che don Giovanni d’Austria, durante lo svolgimento della battaglia, stringeva  nelle mani un Crocifisso di legno, dono del papa, Crocifisso che poi fu conservato nel reliquiario della chiesa napoletana dei santi Severino e Sossio.

La notizia della vittoria giunse a Roma ventidue giorni dopo, portata dai messi di Marcantonio Colonna, ma l’esito della battaglia era già nota: Pio V alle ore 12 dello stesso 7 ottobre, mentre con alcuni prelati recitava il Santo Rosario, all’improvviso, in visione, vide le fasi conclusive della battaglia favorevoli all’armata cristiana, soccorsa dalla Santissima Vergine del Rosario: “…Sono le 12 – avrebbe esclamato il pontefice, sorprendendo i presenti – suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto…”

I turchi persero 30.000 uomini, tra morti e prigionieri, 137 navi furono catturate e 50 furono affondate, le Lega Santa perse 7.656 uomini, 7.784 furono i feriti e 17 le navi affondate.

Inoltre furono liberati 15.000 schiavi cristiani ai remi delle navi turche.

 

Affresco che rappresenta la fase conclusiva della battaglia con la Santissima Vergine del Rosario in soccorso dei cristiani e papa Pio V in preghiera.

In ricordo dell’evento miracoloso, le campane di tutte le chiese  suonano ancora,  alle ore 12 di ogni giorno.

Lo stesso Pio V stabilì al 7 ottobre la festa liturgica di Santa Maria della Vittoria che papa Gregorio XIII (1572-1585)  modificò in festa liturgica dedicata alla Santissima Vergine del Rosario, stabilendo poi di celebrarla la prima domenica di ottobre e poi, papa Leone XIII (1810-1903) decretò che si celebrasse in tutta la cristianità.

Dopo la battaglia l’armata cristiana ritornò a Messina, per poi sciogliersi e fare ritorno, le varie squadre,  nei paesi di origine.

 

Napoli – Chiesa di San Pietro a Majella – Interno.

Don Giovanni d’Austria da Messina venne a Napoli e con i marinai della galea reale e gli archibugieri, si recò a venerare e ringraziare la santa Vergine in San Pietro a Majella, dove furono deposte ai suoi piedi le armi che furono rimosse durante la rivoluzione partenopea del 1799.

I messinesi innalzarono nel 1572, un monumento di bronzo a don Giovanni d’Austria per ricordare il suo sbarco a Messina dopo la vittoria di Lepanto, opera dello scultore Andrea Colamech (1524-1589).

Messina – Monumento celebrativo di don Giovanni d’Austria.

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Don giovanni d’Austria ritornò in Spagna, comandò altre campagne militari e liberò Tunisi dai turchi sperando di essere investito della sovranità su quelle terre, invece fu costretto a ritornare a Napoli dove abitò in Castel nuovo.

Don Giovanni d’Austria.

Ebbe una figlia da una relazione illegittima con una donna della nobiltà, dama di corte, l’11 settembre 1573 (secondo altri nel 1572), fatta nascere nel monastero benedettino di Santa Patrizia di Napoli, donna Giovanna d’Austria,  che fu allevata inizialmente dalla nonna materna e dalla sorellastra di don Giovanni, Margherita, duchessa di Parma, che abitava a Roma nel Palazzo Madama, oggi sede del Senato, per poi trascorrere la giovinezza nel monastero napoletano di clausura di Santa Chiara.

Filippo III di Spagna nel 1603, la concesse in sposa a don Francesco Branciforti (1575-1622) conte di Militello (Ct), per ricompensarlo di essersi accusato al posto suo allora infante di Spagna, in una storia di violenza ad una donna della nobiltà.

Rimasta vedova  nel 1622, lasciò la Sicilia e tornò a Napoli, portando con se l’unica figlia sopravvissuta ad altre due, Margherita Branciforte duchessa di Militello, che morirà Terziaria Francescana il 18 febbraio 1630 e sarà sepolta nella chiesa napoletana di San Paolo maggiore dei Teatini: i suoi resti mortali saranno inumati in Santa Maria della Vittoria alcuni anni dopo.

Donna Giovanna d’Austria nel 1624 stabilendosi a Napoli, sposerà Federico Colonna di Paliano duca di Tagliacozzo, che morirà senza eredi nel 1659.

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Dopo la vittoria di Lepanto, furono dedicate ovunque delle chiese e delle cappelle, a Santa Maria della Vittoria e alla Madonna del Rosario, per iniziativa anche dei reduci dalla battaglia, di congregazioni laicali, e ordini religiosi.

I galeotti liberati dalle nave turche. furono sbarcati a Porto Recanati e si recarono in pellegrinaggio a ringraziare la Santa Vergine lauretana, donando le loro catene come ex voto, che furono poi utilizzate per realizzare i cancelli delle cappelle del santuario.

A Napoli furono cinque le chiese o cappelle dedicate a Santa Maria della Vittoria (cfr. Giovanni Antonio Alvina, Catalogo di tutti gli edifici sacri della città di Napoli e suoi sobborghi entro il 1643).

Una chiesetta molto antica nella via dell’Anticaglia, di patronato delle famiglie Muscettola e Granata, dedicata al Salvatore, fu ridedicata alla Santa Vergine della Vittoria, quando fu ceduta alla congregazione laicale dei cetrangolari.

Un’altra alla Giudecca Vecchia, nella stessa zona, fondata nel 1520 e intitolata a San Nicola e detta degli Scotti, dal nome del fondatore, fu concessa ai confratelli della congregazione precedentemente citata, che dopo il 1571 ne modificarono l’intitolazione in Santa Maria della Vittoria, e altre tre chiesette nella zona alle falde della collina di san Martino, verso la porta di Chiaia, nella zona conosciuta come Poggio delle Mortelle.

Una accanto ad un conventino carmelitano con annesso un ospedale, dedicato a Santa Maria della Vittoria e fondato da don Giovanni d’Austria, che fu poi aggregato all’ospedale di san Giacomo degli Spagnoli, inglobato a sua volta, nel palazzo borbonico dei ministeri, oggi sede del Comune di Napoli.

L’ospedale fu trasferito e  nel 1613 e il convento ceduto al frate domenicano Feliciano Zuppardo che vi stabili in clausura ventinove terziarie domenicane spagnole provenienti dalle famiglie della nobiltà napoletana e dalla discendenza dei Vicerè, che ridedicò il complesso, a Santa Caterina da Siena.

Napoli – Monastero di Santa Caterina da Siena.

Ultima delle terziare domenicane spagnole, vissute nel monastero di Santa Caterina da Siena, fu una zia di mia madre, sorella di mio nonno Alfredo Fernandez, Suor Maria Mergherita Fernandez (1890-1977) che a noi nipoti e pronipoti dichiarava la gioia della sua scelta di monacarsi: era vissuta nel monastero dalla età di otto anni, prima come educanda e poi come monaca.

Suor Maria Margherita Fernandez, Terziaria Domenicana Spagnola.

Il complesso monastico, restaurato, oggi è sede di alcuni Istituti della Università Suor Orsola Benincasa.

Un’altra chiesa fu dedicata a Santa Maria della Vittoria, presso il mare, al Chiatamone, fondata nel 1573 nelle proprietà del marchese di Polignano da alcuni carmelitani che  la cedettero ai padri della Compagnia di Gesù che vi costruirono accanto un noviziato e  un’altra ancora, la chiesa dedicata a Santa Maria della Vittoria, alla marina di Chiaia, presso l’abbazia di Santa Maria a Cappella Vecchia, la attuale sede della ottima e benemerita comunità ebraica napoletana, fondata da donna Giovanna d’Austria ed oggetto di questo studio.

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La chiesetta di Santa Maria della Vittoria prospiciente il lato orientale della piazza omonima, il cui toponimo è riferito, come il titolo della chiesetta, alla vittoria della Lega Santa nella battaglia di Lepanto, oggi è incassata in un edificio post-unitario, frutto della ristrutturazione della zona e la realizzazione della nuova edilizia abitativa tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, e che conferisce al rione una chiara impronta liberty.

Napoli – Piazza Vittoria – Chiesa di Santa Maria della Vittoria – Prospetto attuale, dopo le trasformazioni della prima metà dell’800 e successive ricostruzioni e ristrutturazioni del rione fine ‘800 e inizio ‘900.

 

Cartografia napoletana – Mappa topografica della città di Napoli e de’ suoi contorni: 1775  (redatta intorno al 1750)- Autore Giovanni Carafa duca di Noja – L’area del Chiatamone.

Fu fondata il 19 aprile 1628 da donna Giovanna d’Austria che acquistò il terreno necessario per la costruzione della chiesa e di un annesso ritiro-convalescenziario per i Chierici Regolari Teatini, dove già esisteva una cappella dello stesso titolo con una casa carmelitana che fu abbattuta

La fondazione fu riconosciuta dall’allora arcivescovo di Napoli Francesco Boncompagni ( 1626-1641) sollecitato dalle lettere del re Filippo IV di Spagna (1621-1641) al vicerè di Napoli Antonio Alvarez de Toledo, duca d’Alba (1622-1629), divenendone protettore della fondazione

 

Ritratto di donna Giovanna d’Austria – Militello – Palazzo Branciforte.

Donna Giovanna d’Austria dotò il complesso di rendite e donativi che furono ratificati dalla figlia Margherita Branciforte principessa di Butera, unica sopravvissuta ad altre due figlie morte in tenera età.

Donna Margherita d’Austria Branciforte, nel 1646, restaurò la chiesetta che fu poi restaurata ancora dopo il terremoto del 1732.

La chiesa nel 1824 fu privata della facciata ed il complesso monastico, soppresso durante il decennio francese, fu trasformato in civili abitazioni.

La ristrutturazione dell’edificio al tempo di Margherita d’Austria Branciforte, fu affidata all’architetto  padre teatino Pietro Caracciolo (1628-1646).

Conserva ancora il portico di ingresso a tre fornici e la controfacciata interna.

Napoli – Chiesa dedicata a Santa Maria della Vittoria – Interno.

La chiesa a pianta quadrata, nel mezzo è sormontata da una cupola poggiata su quattro colonne di marmo nero.

L’interno contiene un dipinto di Massimo Stanzione (1585-1656)  raffigurante l’Annunciazione e una tela commissionata nel 1628 da donna Giovanna d’Austria che rappresenta la Santa Vergine che appare a don Giovanni d’Austria durante la battaglia di Lepanto, di autore ignoto.

Napoli – Chiesa di Santa Maria della Vittoria – Interno – Altare laterale – La Santa Vergine appare a don Giovanni d’Austria prima della battaglia di Lepanto, tela di autore ignoto.

Carlo de Lellis (cfr. Aggiute alla Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo), riporta la seguente iscrizione sul cartiglio al vertice dell’arco trionfale del maggiore Altare: TEMPLUM HOC QUOD IOANNA AUSTRIACA OB REPARATAM TANCTE VIRGINIS AUSPICIS AB IOANNE AUSTIACO PARENTE AD NAUPATU VICTORIAM INCHOAVERAT DOMINA MARGHARITA AUSTRIACA BRANCIFORTIS BUTERAE PRINCEPS MATERNAE PIETATIS ET IN CLERICOS REGULARES MUNIFICENTIAE HAERES ABSOLUIT ANNO SALUTIS MDCLVI.

Riporta anche il testo di altre due lapidi terragne, celebrative di personaggi titolari del patronato delle cappelle dove sono poste.

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Concludo ricordando la singolare storia della bandiera europea e della sua origine, mentre la Costituzione non nomina nel testo il richiamo alle radici cristiane dell’Europa.

Fu bandito un concorso e fu scelto il bozzetto presentato dal grafico Arsene Hetz alla apposita Commissione insediata presso il Consiglio d’Europa, nel 1950.

Esso si riferiva, all’insaputa della Commissione esaminatrice, alla Donna dell’Apocalisse (cfr. Ap. 12, 1) “…nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle…”

L’autore del bozzetto disse poi che si era ispirato alla Medaglietta Miracolosa che da sempre portava al collo.

Sta di fatto che il simbolo mariano che ricorda l’Immacolata Concezione, fu approvato dalla apposita Commissione presieduta da un belga, di religione ebraica, responsabile dell’Ufficio Stampa del Consiglio d’Europa, Paul M. G. Kevy, l’8 dicembre 1955, festa della Immacolata Concezione di Maria, festa cristiana che lui ignorava.

Nella Bibbia il numero 12 rappresenta l’unità nella diversità, la differenza di quanti si riconoscono nell’unico Signore e Creatore, in Tre Persone uguali e distinte.

Sulla bandiera europea  è simbolo di completezza: come i dodici segni dello zodiaco rappresentano l’intero universo, le dodici stelle rappresentano tutti i popoli dell’Europa, riuniti sotto una unica bandiera.

Il numero 12 è associato anche alla perfezione e alla unità e compare citato più volte nell’Antico e nel Nuovo Testamento; è in stretta relazione con il numero 3 (la Trinità di Dio) e vuole significare la ricomposizione della totalità divina; l’unità del popolo eletto attraverso il numero dei figli di Giacobbe.

Nel Nuovo Testamento è il nuovo Israele costruito da Cristo su i suoi discepoli.

Il richiamo alle radici cristiane dell’Europa non inserito nella Carta Costituzionale si annuncia nello sventolare della bandiera comunitaria: La Vergine Santa che costituì il solido baluardo contro i turchi a Lepanto è il nuovo baluardo a protezione dell’Europa cristiana contro l’islam.

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La chiesetta di Sant’Angelo “ad signum” sul decumano medio, ex voto dei napoletani per “la vittoria havuta…contra sarracini e mori”.

di Tino d’Amico


 

A mia moglie Pina.

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Nella seconda metà del ‘500, Napoli era suddivisa in diciannove parrocchie: quattro maggiori e quindici minori.

Le due parrocchie di San Giovanni Maggiore e di Sant’Arcangelo agli armieri si dividevano sei “grance” cittadine.

Sant’Angelo “ad signum” era una parrocchia minore, di beneficio antico su un edificio sacro risalente al V – VI secolo e, sorgendo in un crocevia, accanto al Seggio di Montagna,  probabilmente era una staurita.

Napoli – Via Tribunali (Decumano Medio o decumano maggiore) – l’ingresso della chiesetta di Sant’Angelo “ad signum”.

Durante il primo Sinodo della Chiesa di Napoli, iniziato da Alfonso Carafa (1557-1565), amministratore apostolico per conto dello zio Gian Pietro Carafa, papa Paolo IV (1555-1559), nel 1565, e concluso dall’arcivescovo Mario Carafa (1565-1576), il numero delle parrocchie napoletane fu notevolmente aumentato per l’accresciuto numero della popolazione cittadina, anche di immigrazione e per lo sviluppo  della Città fuori le mura, al tempo del viceré don Pedro di Toledo (1532-1553).

L’arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595) confermò il beneficio parrocchiale alla chiesa di Sant’Angelo “ad signum” e ad altre chiese, nel 1580, ma dichiarò profanate e fece demolire centosessantaquattro chiesette e cappelline sparse sul territorio.

Una successiva riforma delle parrocchie napoletane è del 1597 e l’arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603) confermò ulteriormente il beneficio parrocchiale alla chiesetta.ì che nella Santa Visita dell’arcivescovo Francesco Pignatelli (1686-1691) eletto papa Innocenzo XII (1691-1700) risulta censita tra le parrocchie.

….Tra nuove ed antiche parrocchie, scrive F. Strazzullo (cfr. Edilizia ed urbanistica a Napoli dal ‘500 al ‘700, Napoli 1968), si ebbero, al tramonto del XVI secolo trentasette parrocchie….

Il beneficio parrocchiale rimase confermato alla chiesetta almeno fino agli anni del governo di Bernardo Tanucci (1752-1783): la chiesetta nel 1790 fu assegnata alla Confraternita  del SS. Ecce Home in Porto che si intitolò Reale Arciconfraternita del SS. Ecce Homo in porto in Sant’Angelo a Segno, come si legge sulla facciata.

Negli anni del primo Sinodo della Chiesa di Napoli,  nel 1560, Pietro de Stefano dava alle stampe la sua Descrttione  dei luoghi sacri della città di Napoli. e Cesare D’Engenio Caracciolo ( ? – 1650 )  pochi anni dopo incominciava la stesura della sua Napoli Sacra, data alle stampe nel 1623, entrambi gli autori citano la chiesetta come “una delle antiche parrocchie di Napoli, e oltre al parrocchiano, quivi sono un chierico, e diciannove preti detti confrati, i quali accompagnano li morti della parrocchia”.( cfr. C. D’Engenio Caracciolo).

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Entrambi gli autori raccontano  la probabile origine della chiesetta in un voto dei napoletani durante un assedio alla Città da parte di “sarracini e mori” che secondo il de Stefano conquistarono la porta Ventosa, che si apriva verso il mare e che  sarebbe durato da una data imprecisata del mese di giugno, fino al 28 di gennaio di un anno imprecisato del VI secolo ed entrambi forniscono  una spiegazione della origine dell’identificativo “ad signum” , traendo le scarse notizie, dalla Chronica di Partenope e dalla tradizione orale legata anche ad un  Libellum Mirolorum di Sant’Agnello Abate (535-596), il primo, e dalla lapide apposta accanto all’ingresso, il D’Engenio Caracciolo.

Secondo quest’ultimo, “…sarracini e mori vennero con potente armata per pigliar Napoli, et presero la Porta Ventosa quale era dove al presente sta Sant’Angelo a Nido, et quella tennero vittoriosamente dal mese di giugno fino alli vint’otto di gennaro, gran ruina di napolitani e deli suoi convicini…”

I “saraceni” che poi non erano saraceni, entrarono in Napoli attraverso la porta detta Ventosa che allora si apriva, secondo Antonio Sorrentino (cfr. un suo contributo del 1909) nell’antemurale che difendeva la murazione più antica della Città a sud, dalla parte del mare, secondo altri scrittori, entrarono in Città attraverso la porta detta di Donnorso che si apriva circa dove ora è piazza San Domenico Maggiore, ma è singolare la possibile ubicazione della porta, dove poi fu costruita la chiesa di Sant’Angelo a Nido, anche essa intitolata all’Arcangelo Michele.

Planimetria di Napoli greco-romana, elaborata da Bartolommeo Capasso – Si evidenza nella parte alta il sito dell’eremo di San Gaudioso, sull’agorà, di cui fu abate Sant’Agnello, il luogo della chiesetta di Sant’Angelo “ad signum” sul decumano medio e il sito della porta detta “ventosa” sulla murazione.

Bartolommeo Capasso (1815-1900), nella sua ricostruzione planimetrica di Napoli nel periodo greco-romano, (cfr. Napoli grco-romana, Napoli 1905), pone la porta detta Ventosa, a sud presso il mare, al termine di un corridoio difensivo ricavato nella murazione, collegata alla porta detta Puteolana, aperta dalla parte alta del decumano medio, nell’area della attuale piazza San Domenico Maggiore, attraverso un tratto di un cardine parzialmente ridisegnato, l’attuale strada di Mezzocannone.

I napoletani guidati da un tal “Giacomo della Marra, cognominato Trono”, ricacciarono i “saraceni” verso il mare grazie all’intervento inaspettato, insperato, improvviso dell’Arcangelo Michele apparso nel luogo dove già esisteva la chiesetta e dove poi, sull’ingresso, per ricordare il miracoloso intervento sollecitato dalle preghiere dell’eremita Agnello Abate del monastero di San Gaudioso, fu posto un chiodo di bronzo confitto in una pietra bianca, sistemata poi, senza più il chiodo, nell’800, quando l’edificio fu oggetto di un restauro ricostruttivo, nel secondo scalino della gradinata di accesso.

Napoli – Il decumano medio (via Tribunali) – Nell’angolo sinistro è visibile il cancello di ingresso alla scalinata della chiesetta di Sant’Angelo “ad signum”.

Accanto all’ingresso fu posta, la lapide che ricorda l’evento, probabilmente nei primi anni del ‘600, dopo la riconferma del beneficio parrocchiale da parte dell’arcivescovo di Capua, perché essa è riportata dal D’Engenio Caracciolo che riferisce il nome del sovrano regnante del tempo, Filippo IIII di Spagna, ma non è riportata dal de Stefano e, posta in occasione di una possibile restauro di fine ‘500 alla chiesetta, confermato dalla presenza di opere d’arte del periodo, fu modificata in corso d’opera nella seconda metà del ‘600, riferendo nel testo il nome del sovrano regnante, Carlo II, successore del primo,  e che vado a riportare:

D. O. M.  /  CLAVUM AEREUM STRATO MARMORI INFIXUM. DUM JACOBUS DE MARRA COGNOMENTO TRONUS E  /  SUIS IN HYRPINIS, SAMNIOQ. OPPIDIS COLLECTA MILITUM MANU,  /  NEAPOL, AB AFRICANIS CAPTAE SUCCURRIT, SANTOQ. AGNELLO, TUNC ABBATE  /  DIVINO NUTU, AC MICHAELE DEI ARCHIANGELO MIRE INTER ANTESIGNANOS PRAEFULGENTIBUS,  /  VIVCTORIAM VICTORIBUS EXTORQUET, FUSIS ATQ. EX URBE EIECTIS PRIMO IMPETU BARBARIS,  /  ANNO SALUTIS CCCCCLXXIIII CAELESTI PATRONO DICATO TEMPLO,  /  ET LIBERATORIS GENTILITIO CLYPEO CIVITATISINSIGNIBUS DECORATO,  /  AD REI GESTAE MEMORIAM UBI FUGA AB HOSTIBUS CAEPTA EST MORE MAIORUM  /  EX S. C. P. P. C. C. DENUO CAROLO II REGNANTE ANTIQUAEVIRTUTI PRAEMIUM  /  GRATA PATRIA P.

L’appellativo “ad signum” deriverebbe da questo chiodo confitto nella pietra, secondo l’uso romano antico, per trasmettere ai posteri la memoria di un evento straordinario.

La storia raccontata sulla lapide così come trascritta dal D’Engenio Caracciolo contiene inesattezze storiche e temporali e alcune discrepanze relativamente al testo inciso nel marmo.

Napoli – Chiesa di Sant’Angelo “ad signum” – La lapide posta nei primi anni del ‘600 in cima alla scalinata, accanto all’ingresso della chiesa, che riferisce la storia del miracoloso intervento dell’Arcangelo Michele per le preghiere dell’abate Antonio.

La chiesetta, fondata certamente in età ducale, accanto all’antico Seggio detto di Montagna, la cui presenza è confermata da un diploma del 1022 di Enrico II detto il Santo (973-1024) imperatore del Sacro Romano Impero dal 1002 al 1024, che elenca i beni del monastero benedettino di Santa Sofia di Benevento, riportato da Ludovico Sabbatini D’Anfora (cfr. Il vetusto Calendario Napoletano nuovamente scoverto, Napoli 1745).

La chiesetta è citata come S. Michaelem de’ Sessola cum omnibus pertinentiis suis, perché faceva  già parte di beni della chiesa di Santa Croce de’ Sessola, ed è citata anche in un documento successivo, del 1102, è più specificatamente definita…in civitate Neapolitane ….S. Michaelis Arcangeli in toccuta, e più avanti ancora, nello stesso documento è definita in tocco, perché attaccata al Seggio detto di Montagna e i Seggi napoletani, erano detti anche Tocchi.

La chiesetta sulle immagini cartografiche antiche appare inserita tra l’edificio nuovo del Seggio, realizzato nel 1419 e il portico detto  de’ Barbati, le cui tracce sono ancora visibili.

Il Seggio detto di Montagna o di Somma piazza, perché posto nella parte alta della Città era detto anche de’ Francini, perché la antica sede era presso le case di questa famiglia e fu definitivamente stabilito tra via San Paolo e la chiesa di Sant’Angelo “ad signum”.

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La storia scolpita nel marmo attualmente sistemato in cima alla scalinata accanto all’ingresso della chiesetta, contiene imprecisioni cronologiche ed agiografiche, giustificabili per la scarsa conoscenza nel XVI secolo della storia e il testo riportato dal D’Engenio Caracciolo, nella parte conclusiva, cita il nome di un altro sovrano felicemente regnante al tempo della redazione della sua Napoli Sacra: Filippo IV. Probabilmente il nome di quest’ultimo fu scalpellato e sostituito con quello di un  altro sovrano, Carlo II.

Aniello Langella (cfr. La chiesa di Sant’Angelo a segno in Vesuvioweb, Napoli 2015)      traduce così la lapide posta accanto all’ingresso della chiesetta:

A Dio Ottimo Massimo – Un chiodo di rame infisso in una lastra di marmo. Mentre Jacopo de Marra soprannominato Trono, raccolta una schiera di soldati dalle sue città in Irpinia e nel Sannio, venne in soccorso di Napoli presa dagli africani e grazie a Sant’Agnello, allora abate per volere divino, e all’Arcangelo Michele meravigliosamente splendenti tra quelli in prima fila, sottrae la vittoria ai vincitori. Dopo che i barbari sono stati battuti e scacciati dalla città al primo assalto, nell’anno della salvezza 573, dedicato un tempio al celeste protettore e decorato lo scudo gentilizio del liberatore con le insegne della città, a memoria dell’impresa dove la fuga fu iniziata dei nemici, secondo il costume degli antenati , per decisione del senato a spese pubbliche, per decisione della curia, regnando per la seconda volta Carlo II, la patria grata pose come premio per l’antico valore.

La trascrizione della lapide riportata a stampa nel 1623 da Cesare D’Engenio Caracciolo è difforme dal testo della lapide ancora esistente accanto all’ingresso della chiesetta.

Nella parte terminale il nome di Filippo IIII (1621-1665) fu scalpellato e sostituito con quello di Carlo II (1665-1700), successore del primo forse al termine di un  restauro al tempietto, concluso dopo la rivoluzione di Masaniello e la fondazione della Reale Repubblica Partenopea (1647-1648).

Domenico Antonio Parrino (1642-1708) cita la lapide (cfr. Napoli città nobilissima, antica e fedelissima, Napoli 1700): “…..ed oggi vi si vede con epitaffio, nuovamente posto, ch’esprime tutto…”

La traduzione così come fornita da Aniello Langella, trae in inganno : regnado per la seconda volta Carlo II la patria grata pose come premio per l’antico valore.

A mio avviso il testo andrebbe letto così: ….per decisione della curia , nuovamente,  Carlo II regnando, l’antico valore a premiare grata la patria pose….”, ponendo ordine alla punteggiatura carente.

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Napoli fu soggetta, poi, a diverse invasioni barbariche e assedi:  nel 459 fu assediata ma non espugnata per la possente murazione da poco costruita per contenere l’ampliamento della Città, da Valentiniano III (419-455) dai vandali di Genserico (400-455) che saccheggiarono le città costiere della Sicilia e del Mediterraneo occidentale, muovendosi da Cartagine, da essi occupata nel 439, dopo che si erano stabiliti, dalla penisola Iberica in Africa ( ì sarracini e i mori della lapide ? ) ma non certamente dai saraceni  nella metà del V secolo: I califfi cominciarono la espansione nel Mediterraneo dalla Tunisia  occupando la Sicilia nell’827 (cfr. il califfato di Agropoli, in: Info Cilento 7.2.2015), molto dopo la morte di Maometto ( ? – 632 ).

Tra il 536 e il 543, invece, ci fu la guerra gotica durante la quale Napoli fu assediata dai goti, (i barbari ?) che la occuparono e fu poi fu rioccupata da Belisario (500-565) e  successivamente per un breve periodo dagli ostrogoti di Totila (516-552), per ritornare definitivamente ducato bizantino con Narsete ( 478-573).

Napoli era ormai ducato bizantino e tale rimarrà per i successivi sei secoli.

La Città subì ancora vari assedi: da parte dei longobardi, dei franchi, e dall’VIII secolo da parte dei longobardi del ducato beneventano guidati da Sicone ( ? – 832), i quali si impadronirono delle reliquie del corpo di San Gennaro.

I saraceni insediatisi nel kastrum bizantino di Agropoli dall’827 (cfr. il califfato di Agropoli…op. cit) furono a Napoli, ma come alleati dei dogi bizantini contro i beneventani.

Nel 544 (la data segnata sulla lapide) Napoli era bizantina  e fu coinvolta  a diverso titolo nelle ultime fasi della guerra gotica, con l’arrivo degli ostrogoti di Totila.

Forse gli assedianti/occupanti le fortificazioni intorno alla porta detta Ventosa furono proprio gli ostrogoti (i barbari citati nel testo).

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La fonte più antica che racconta dell’intervento di Agnello durante l’assedio alla Città, è un Libellum Miracolorum del X secolo, attribuito ad un suddiacono della Chiesa di Napoli, un tal Pietro.

Agnello divenne abate del monastero sulla collina di Caponapoli, fondato da Gaudioso di Abitine ( + 453 circa) in fuga dall’Africa per l’invasione dei vandali, monastero che sorgeva sull’agorà della Città, poco lontano dal luogo dove fu fondata la chiesetta.

Napoli – Chiesa di Sant’Agnello a Caponapoli, dove era l’eremo di San Gaudioso, poi retto da Agnello.

La leggenda narra che nel “553, l’esercito bizantino e quello degli ostrogoti, comandati da Teia, il successore di Totila, si scontrarono nei pressi della Città. I napoletani terrorizzati si rivolsero ad Agnello, ormai popolare, chiedendogli aiuto; e Agnello li rassicurò dicendo che la Città sarebbe stata risparmiata. La battaglia si concluse con la sconfitta degli ostrogoti e la morte di Teia. Napoli era salva. Per esprimere la  gratitudine nei confronti di dell’abate Agnello, il popolo volle sistemare una sua statua presso la chiesetta di Santa Maria Intercede. Non si era mai visto nulla di simile per una persona ancora vivente. Ma quello giustamente imbarazzato la fece poi abbattere…Nell’821 la città venne assediata dal longobardo Sicone che non riuscì ad espugnarla grazie all’intervento di Agnello e dell’Arcangelo Michele che apparvero sugli spalti delle mura terrorizzando gli assalitori. In ricordo di quell’avvenimento si comincerà a rappresentare il Santo con lo stendardo in mano, come nel busto reliquiario settecentesco….custodito nella cappella del tesoro di San Gennaro…Fino ad allora il suo culto non era liturgico, come testimonia l’assenza del suo nome dal Calendario Marmoreo del IX secolo…” (cfr. Alfredo Cattabiani, Santi D’Italia, BUR, 1999).

Per la storia i barbari non riuscirono ad entrare in Città nemmeno durante un tentativo dei longobardi nel 592, grazie alla organizzazione della difesa cittadina del Tribuno Costanzo inviato dal Papa Gregorio Magno (590-604) che tentava di sottrarre alla autorità bizantina Napoli: i napoletani rifiutarono ogni possibile protezione pontificia, optando per la autonomia del ducato.

Sulla facciata c’era una lapide, andata smarrita, ma riportata da Giovanni Antonio Summonte ( sec. XVI-1602) in: Historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1749:

HUIUS CORPUS SUB ARA CONDITUM   /  PIE VENERATUR A NEAP.  /  ANNO CCCCCXXXXIV  /  VIII KAL. JANUARI REGNANTE MAURITIO TIBERIO  /  ET BEATO GREGORIO  /  ROMANAE SEDIS PON MAX NEX NON FORTUNATO  /  EPISCOPO NEAPOLITANO  /  BEATUS ANELLUS AD CELESTIA  /  REGNA MIGRAVIT.

Questa lapide forse proveniva dalla cripta dell’oratorio del cenobio dedicato alla Santa Vergine, dove fu sepolto Agnello, andato distrutto nell’incendio del monastero di san Gaudioso il 21 febbraio 1799.

Napoli – Monastero “Regina Coeli” – Quello che resta dell’antico eremo di San Gaudioso, dopo l’incendio del 1799.

Il Summonte riferisce anche della apparizione della Santa Vergine con Agnello, con le mani protese su Napoli in segno di protezione, durante i riti di sepoltura del Santo.

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La storia dell’intervento di Agnello in difesa di Napoli durante l’assedio del 553, o dell’891, è scolpita su uno dei quattro pannelli lignei superstiti, degli otto, realizzati da Pietro Provedi (1562-1623) per l’Oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli. (cfr. Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli superstiti per l’Oratorio di San Gennaro del tesoro vecchio di Napoli….in: il blog di Tino d’Amico  tinodamico.Wordpress.com).

Il Provedi rappresentò un momento dell’assedio, ambientando la scena dalla parte della fortezza detta lo sperone,  presso la chiesa del Carmine, non esistente al tempo dell’evento narrato, perché costruita molto dopo, sul mare, alla fine del XIV secolo.

Napoli – La fortezza detta “dello sperone” nei prwessi della chiesa del Carmine, così come appariva prima che fosse abbattuta nei primi anni del ‘900.

Fu demolita nei primi anni del ‘900, e la scena rappresentata sul pannello, confrontata con le scarse immagini del luogo, cartografiche e fotografiche, riporta il tratto della murazione cittadina come appariva alla fine del ‘500.

 

Pianta della città di Napoli disegnata dal LAFREY nel 1566, con il sistema difensivo disegnato da Giuliano da Majano nell’area dello “sperone”

Provedi rappresentò in primo piano gli assalitori, atterriti dalla apparizione di Agnello, su una nube, con il Vessillo della Croce, accompagnato da un gruppo di Angeli in armi; pose, poi nel secondo piano scene degradanti di battaglia sugli spalti della murazione e sullo sfondo tratti ancora della murazione con la chiesa del Carmine e il suo antico campanile e, più oltre la cupola della chiesa di San Pietro Martire.

Pose a fare da collegamento tra cielo e terra l’asta di una bandiera che dalle mura cittadine sembra voler penetrare la nube per confermare la tempestività e la concretezza dell’intervento divino nella battaglia, raccordando il trascendente con il concreto.

Napoli – Duomo – Cappella dello Spirito Santo, reliquiario del duomo di Napoli – La portella lignea di Sant’Agnello Abate, scolpita da Pietro Provedi.

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Della antica chiesetta paleocristiana non resta più nulla, essendo stata restaurata, ma più esattamente, totalmente ricostruita in stile neoclassico nel 1825, su progetto dell’architetto Luigi Malesci (1774-1853) che dopo la restaurazione borbonica (1815),    fu presidente della Accademia di Belle Arti di Napoli,  e restaurò e rese neoclassiche diverse chiese napoletane ed ebbe interessi professionali verso gli aspetti architettonici  e urbanistici che lo portarono ad avere un ruolo di grande prestigio nell’ambito del Consiglio Edilizio di Napoli nel 1839 (cfr. Wikipedia).

Il suo linguaggio formale  fu in sintonia con la cultura artistica napoletana di primo ottocento, con Niccolini (1772-1850) soprattutto, rispettoso della tradizione figurativa tardo settecentesca ma aperto al rinnovamento semantico degli stilemi di età classica che  fu la causa di un restauro non conservativo ma piuttosto distruttivo e ricostruttivo.

Dell’antico edificio resta l’aula trasformata in interno neoclassico, e la scaletta che porta all’ingresso costretta, costretta tra la antica struttura del Seggio detto di Montagna, trasformato in esercizio commerciale e le individuabili strutture del portico de’ Barbati.

Ingresso della chiesa di Sant’Angelo “ad signum” – Ai lati resti del portico de’ Barbati e del Seggio di Montagna

I quadri che decoravano il tempio e ogni altro asportabile, è stato trasferito negli anni sessanta del passato secolo nei depositi del Museo di Capodimonte: la pala dell’Altare Maggiore che rappresenta l’Arcangelo Michele, attribuita a Francesco Pagano (+1506); una Madonna di Loreto di scuola fanzaghiana; La tela della Circoncisione di Gesù di Simone Vouet (1590- 1649),  del 1622 attualmente esposta nelle sale del Museo;

Napoli – Pinacoteca Nazionale di Capodimonte – Simone Vouet, la Circoncione di Gesù – quadro proveniente dalla chiesetta di Sant’Angelo “ad signum”.

la tela della Vergine che incorona Santa Teresa, di Luca Giordano (1634-1705); una tela della Vergine di Giacomo Cestaro (1718-1778); Cristo tra i dottori di scuola del de Ribera (1591-1652); San Tommaso di Canterbury della scuola del Balducci (1560-1631) una Santa Rosa di Giuseppe Simonelli (1650-1710); una Vergine che allatta il Bambino di Luca Giordano.

Esisteva un fonte battesimale e, nel postergale dell’Altare maggiore, una sacra olea decorata con un pannello cinquecentesco con Angeli a bassorilievo; un pavimento maiolicato scomparso e i due altari laterali…rotti recentemente.

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Giovanni Antonio Alvina (cfr. Catalogo di tutti gli edifizi sacri della città di Napoli e suoi sobborghi entro il 1643), riferendo la antichità del beneficio parrocchiale reale, racconta anche di un miracolo avvenuto nella chiesetta: “…non si deve tralasciare in silentio uno stupendo miracolo successo in questa chiesa, raccontato da Giuliano Passero nei suoi “Annali” , nell’anno 1508, e fu questo: a’ 2 aprile del detto anno, Giovedì Santo, essendosi acceso il fuoco nel Sepolcro di Nostro Signore fatto in questa chiesa, la notte consumò ogni cosa sino al velo che copriva il calice, qual divenne tutto negro, restando il Santissimo Sacramento illeso, il che fu cagione di gran spavento a tutta la città concorrendovi numerosissima gente il venerdì seguente, a vedere tanto miracolo…”.

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La chiesetta fu concessa in comodato d’uso dopo il 2011, ad una compagnia di teatranti che la trasformarono in teatrino rionale e a motivo degli scadenti spettacoli non adatti ad un luogo dichiarato sconsacrato, ma che la presenza dell’Altare rendeva comunque sacro, il contratto è stato revocato e il luogo chiuso nuovamente.

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La chiesetta napoletana di San Francesco de’ cocchieri e l’ex voto dipinto sulla facciata.

di Tino d’Amico

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A mio nipote Leonardo

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La chiesetta di San Francesco, fu fondata nel 1628, come riferisce una lapide posta al suo interno, dalla corporazione dei cocchieri napoletani, che aveva la sua sede originaria nella chiesetta ugualmente intitolata a San Francesco d’Assisi, fondata nel 1587, ma sita al vico lungo San Matteo, ai quartieri spagnoli.

La antica sede della corporazione fu quasi subito ceduta ai frati francescani che a loro volta la vendettero ai complateari nel 1588 ed in essa si stabilì un’altra corporazione, quella di San Matteo, che era allocata nella chiesa di Santa Maria del Carmine al largo Concordia, fondata nel 1556.

Questi ultimi curarono la trasformazione barocca dell’edificio che dovettero però abbandonare perchè l’arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo (1596-1603) dichiarò la chiesa Parrocchia.

La corporazione dei cocchieri, ridottasi nel numero, trasferì la propria sede in un ambiente sottostante un antico edificio nello slargo interno della porta di San Gennaro, che trasformarono nella attuale chiesetta.

Napoli – Chiesa di San Francesco de’ cocchieri – Lapide commemorativa della sua fondazione.

Porta San Gennaro, la più antica delle porte cittadine, che già sul finire del X secolo, al tempo delle invasioni saracene, era così chiamata perché da essa partiva l’unica strada verso la catacomba cittadina e l’area cimiteriale della Sanità, trasferita poco oltre, e aperta sulla murazione aragonese, circa nella attuale area occupata dalla fortificazione d’angolo (la caserma Garibaldi), nella seconda metà del ‘500 fu trasferita e ricostruita dove è attualmente, senza le torri laterali e risultò poi soffocata  dalle costruzioni settecentesche.

Napoli – Porta San Gennaro.

Lo slargo retrostante, quasi subito, fu oggetto di un processo di urbanizzazione, a carattere prettamente religioso per la presenza dell’ospedale di Santa Maria del Popolo degli incurabili, fondato dalla Venerabile Maria Longo, delle fabbriche chiesastiche e conventuali ad esso legate; Santa Maria de’ Bianchi, sede della confraternita fondata da San Giacomo della Marca nel 1473; le chiese della Monaca di Legno e della Riforma, fondate anch’esse dalla Venerabile Maria Longo; la chiesa ed il Protomonastero di Santa Maria di Gerusalemme delle Clarisse Cappuccine (le Monache Trentatrè).

L’ingresso della chiesetta,  che risulta incastrato nella antica costruzione, avviene attraverso un portale di piperno, con timpano triangolare spezzato che sopporta la edicola con le campane a sua volta sormontata da un timpano semicircolare.

L’interno è un’ampia aula rettangolare coperta da volta a botte decorata con stucchi ottocenteschi di poco conto; nel presbiterio c’è ancora l’antico Altare e lungo le pareti della unica navata furono eretti nel tempo alcuni Altari separati da paraste di stucco che sopportano arconi a tutto sesto, anche essi di stucco.

Sugli Altarini ci sono immagini seicentesche, dipinte a fresco.

La chiesetta è stata oggetto di restauro nell’ambito degli interventi di recupero del patrimonio culturale, nel 2004.

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L’origine del patrocinio di San Francesco d’Assisi a favore dei cocchieri e degli iscritti a questa antica corporazione napoletana, è nell’episodio narrato da San Bonaventura da Bagnoregio (1217 circa 1274 ) nella Legenda Maior scritta intorno al 1260, che racconta i tratti essenziali della vita e della figura del Santo di Assisi, al cap. IV, 4 (cfr. Fonti francescane, Legenda Maior, traduzione e revisione di Simpliciano Olgiati):

Assisi – I tuguri di Rivotorto.

…Nel periodo in cui i frati dimoravano in questo luogo (Tugurio del Rivotorto, presso Assisi – nda), una volta il santo si recò ad Assisi,…..l’uomo a Dio devoto, secondo la sua abitudine, passò la notte a pregare Dio, in un tugurio situato nell’orto dei canonici, lontano con il corpo dai suoi figli. Ma ecco, verso la mezzanotte – mentre alcuni frati riposavano e altri vegliavano in preghiera – un carro di fuoco di meraviglioso splendore entrò dalla porta della casa e per tre volte fece il giro dell’abitazione; sopra il carro si trovava un globo luminoso, in forma di sole, che dissipò il buio della notte.

Assisi – Sacro Convento – Chiesa superiore di San Francesco – Giotto: San Francesco che appare ai frati in Rivotorto, sul carro di fuoco.

Furono stupefatti quelli che vegliavano; svegliati e, insieme atterriti quelli che dormivano. E non fu meno grande la chiarezza provata nel cuore che quella vista con gli occhi, perché, per la potenza della luce miracolosa, fu nuda la coscienza di ciascuno davanti alla coscienza di tutti. Tutti reciprocamente videro nel cuore di ciascuno e tutti compresero, con un solo pensiero, che il Signore mostrava loro il padre santo, assente con il corpo, ma presente in spirito, trasfigurato in tale effigie, illuminato di celesti splendori e infiammato di celesti ardori per soprannaturale potenza, sopra quel carro di luce e di fuoco, per indicare che essi dovevano camminare, come veri israeliti, sotto la sua guida, poiché egli era stato eletto da Dio, come un nuovo Elia, ad essere cocchio e auriga degli uomini spirituali….”

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La scelta del luogo dove fondarono la nuova chiesetta della corporazione, agli inizi del 1600, alla fine della strada di accesso all’ospedale, fu forse indirizzata dalla presenza dei Frati Francescani  Cappuccini che, venuti a Napoli nel 1529/30, già dal 1536 curavano l’assistenza spirituale dei ricoverati dell’ospedale di Santa Maria del popolo degli incurabili 

Napoli – Via Maria Longo – La chiesetta di san Francesco de’ cocchieri.

fondato sulla collina di Caponapoli dalla nobildonna catalana Maria Requenses vedova Longo (1463-1549), nel 1497 e con bolla pontificia Paolo III,  del 10 gennaio 1538, erano stabiliti nella assistenza spirituale anche della Clarisse Cappuccine, Ordine religioso femminile fondato dalla stessa Venerabile Maria Longo con autorizzazione dello stesso Papa Paolo III (1534-1549), con bolla pontificia del 19.2.1535, nel monastero che sorge nei pressi dell’ospedale, accanto alla chiesetta di Santa Maria in Gerusalemme.

Lo stesso Papa con bolla pontificia del 30.4.1536, stabili il numero delle Monache che il monastero poteva ospitare: 33, come gli anni di vita terrene di nostro Signore Gesù Cristo.

Le Monache Trentatrè, come sono comunemente identificate, si trasferirono nel protomonastero  napoletano di Santa Maria in Gerusalemme, nel 1538.

Maria Lorenza Requenses vedova Longo (1463-1542), fondatrice dell’Ordine religioso femminile delle Clarisse Cappuccine (Monache Trentatrè), sepolta nel protomonastero napoletano di Santa Maria in Gerusalemme – Venerabile dal 9 ottobre 2017.

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L’ex voto generalmente è un oggetto di varia forma e natura, donato per una grazia chiesta e ricevuta.

E’ un oggetto della vita comune; può avere forma antropomorfa; spesso è una tavoletta dipinta che rappresenta l’intervento divino tramite l’intercessione del Santo invocato, in favore del fedele e reca sovente una didascalia che riporta con la data dell’evento miracoloso, anche il nome dell’offerente e una breve narrazione dell’evento stesso.

L’ex voto che fu dipinto sulla facciata dell’edificio sovrastante la chiesetta, ormai quasi non più leggibile, rappresentava un evento miracoloso: lungo la rampa di accesso all’ospedale degli incurabili, via Maria Longo, agli inizi del 1600, o forse negli anni alla fine del secolo precedente per cui poi la scelta del luogo dove costruire la chiesetta, potrebbe essere legata al voto, i cavalli che trainavano una carrozza signorile, improvvisamente imbizzarrirono.

Il cocchiere invano tentò di fermarli e, temendo per la propria vita e per quella del passeggero, invocò l’aiuto di San Francesco d’Assisi.

I cavalli immediatamente tornarono al passo e cocchiere e viaggiatore, scampati da morte sicura, fecero dipingere sulla facciata l’ex voto che ritraeva San Francesco che afferrava i cavalli per le briglie e frenava la carrozza.

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La religiosità popolare, pur con i suoi difetti e limiti che prsenta, pur con gli elemeti magici e superstiziosi di cui può essere inquinata, contiene genuini valori umani e cristiani da non sottovalutare ne disperdere.

La religiosità popolare non si identifica certo con il cristianesimo, spesso anzi ne è la parodia e la contraffazione; non ne è neanche l’espressione più compiuta e più ortodossa, ma è cristianesimo così come è compreso, vissuto ed espresso dal popolo, con tutti i propri difetti che comporta (G.De Rosa).

L’episodio rappresentato sull’ex voto, avvenne alla fine del 1500 o agli inizi del 1600, e nella realtà napoletana il culto non è stato mai privativo, esclusivo del popolo e di gentarella da niente, essendo praticato anche dai re, dai grandi personaggi della cultura e della politica.

Napoli – Porta di San Gennaro – Slargo interno – quello che resta dell’ex voto oggetto di questo articolo.

Peccato che la testimonianza di un  intervento liberatorio che nella intenzione degli offerenti doveva restare nei secoli, oggi è quasi scomparso.

Sulla sinistra dell’ingresso della chiesetta di San Francesco de’ cocchieri, fu posta una edicola votiva dedicata a Sant’Antonio di Padova.

Napoli – Via Maria Longo – L’edicola  votiva di Sant’Antonio di Padova accanto all’ingresso della cappellina di San Francesco de’ cocchieri.

Il culto verso il Santo si stabilì a Napoli con i Frati Francescani Conventuali della basilica di San Lorenzo, sulla scorta di numerosi interventi intercessori presso Dio, a Lui attribuiti a Napoli e nel Meridione e legati, almeno a Napoli, alla antica e venerata immagine del Santo presente nel cappellone a Lui intitolato nella stessa basilica.

Culto che ricevette a Napoli un eccezionale sviluppo, per un intervento miracoloso che riguardò un giovane condannato a morte che fu graziato per la diretta intercessione del Santo, che si manifestò al vicerè di Napoli per perorarne la causa, affermando e garantendo la sua innocenza (cfr. fra Bonaventura De Cesare, Vita di Sant’Antonio di Padova, Napoli 1852).

Per lo straordinario evento miracoloso, qualche anno dopo, nel 1650, sant’Antonio di Padova fu ascritto tra i Compatroni di Napoli attribuendogli addirittura più importanza che non a San Gennaro.

La effige posta sulla facciata della chiesetta in un tempo successivo, e non legata alla storia narrata dal De Cesare, testimonia la venerazione popolare per i Santo… che fa tredici grazie al giorno.

Napoli – Porta di San Gennaro – Edicola votiva nel pilastro.

La venerata immagine della Santissima Vergine Maria, posta nella cappellina ricavata nel pilastro destro della porta di San Gennaro, fu posta per ex voto dai complateari,  per lo scampato pericolo, dopo la epidemia di colera del 1884, una delle tante che ha colpito Napoli, nel 1887.

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FONTI

Cesare D’Engenio Caracciolo, Napoli Sacra

Gennaro Aspreno Galante, Guida Sacra della città di Napoli

Marcello Erardi, Napoli vista attraverso gli scatti fotografici

Foto: Web.

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Un prezioso arredo liturgico del duomo di Napoli: il Crocifisso romanico franco-iberico

di Tino d’Amico

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A mia moglie Pina.

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Nel duomo di Napoli, qualche decennio fa, fu posizionato sul dorsale dell’Altare maggiore il Crocifisso monumentale di legno policromo della seconda metà del XII secolo, recentemente ricollocato al suo posto antico, nella cappella intitolata a Santa Maria, “la nova”, detta del Crocifisso o dell’Addolorata, la seconda della navatella di Sant’Aspreno, di antico diritto patronale della famiglia Caracciolo-Pisquizy.

Napoli – Duomo – La scenografica abside settecentesca con al centro il Cristo romanico posizionato sul dorsale dell’Altare.

Chi posizionò la grande Croce sul dorsale dell’Altare, lo fece con l’intento di ricreare un immaginario  assetto liturgico del duomo angioino, figurandosi  la sua collocazione sul fondo dell’abside, che invece non  contenne mai  un Altare, almeno  fino al 1599, quando l’arcivescovo Gesualdo ristrutturò la tribuna, trasferì l’antico Altare del ‘300 dal centro del transetto, nel presbiterio, modificando lo spazio liturgico che non contenne mai una Croce monumentale;  lo fece forse seguendo le indicazioni proposte dal teologo liturgista Ratzinger, Papa Benedetto XVI, in ordine alla interpretazione e applicazione della Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia. “…la Croce …dovrebbe trovarsi al centro dell’Altare ed essere il punto cui rivolgere lo sguardo tanto il sacerdote che la comunità orante. In tal modo seguiamo l’antica invocazione pronunciata all’inizio dell’Eucaristia: < Conversi ad Dominum – Rivolgetevi al Signore >. Guardiamo insieme a Colui la cui morte ha squarciato il velo del tempio, a Colui che sta presso il Padre in nostro favore e ci stringe nelle Sue braccia, a Colui che fa di noi un nuovo tempio vivente…” (cfr. Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia). 

Il grande Crocifisso ligneo, però, non si integrava con l’assetto liturgico settecentesco del presbiterio e, sapientemente, è stato ricollocato al suo posto originario, sostituito sul dorsale dell’Altare  con il prezioso parato liturgico  d’argento, disegnato da Paolo Posi.

Napoli – Duomo – Cappella Caracciolo-Pisquizy, interno dopo il riposizionamento al suo posto antico del grande,  miracoloso Cristo romanico.

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L’unico arredo esplicitamente richiesto per la celebrazione liturgica è la Croce, con una immagine ben visibile del Cristo Crocifisso, posta accanto all’Altare, per richiamare alla mente dei fedeli la passione salvifica del Signore.

La Croce, infatti, è sintesi di tutto il mistero pasquale: attraverso di essa viene rappresentata la passione di Cristo, il suo trionfo sulla morte e nello stesso tempo richiama alla mente dei fedeli la parusia cioè la seconda venuta trionfante di Cristo alla fine dei tempi (cfr. Apocalisse, 22,13).

Quando tra l’ XI e il XII secolo gli Altari cominciarono ad essere trasferiti dal centro dei transetti, o dal centro delle chiese, mancando i primi, nelle absidi, la Croce fu posta sulla Mensa, sul bordo posteriore, affiancata da una coppia di candelieri, oppure era una Croce astile posta a lato dell’Altare stesso, o un grande Crocifisso posto sulla parete dell’abside.

Di dimensioni monumentali, con Crocifissi di dimensioni superiori al naturale, le Croci erano anche collocate, all’interno delle chiese dell’ XI e XII secolo, in posizione di evidenza in corrispondenza dell’Altare maggiore o sulla sommità della porta di accesso allo jubè, elemento architettonico in uso nelle chiese gotiche d’oltralpe ed importato anche se in forme ridotte, nello stesso periodo, in alcune chiese abbaziali del nord d’Italia, con la funzione simile alle iconostasi delle chiese ortodosse, che separano la zona coro-presbiterio riservata al clero, dalla navata riservata ai fedeli.

Disegno che riproduce lo jubè della chiesa parigina di Saint-Etienne-du-Mont.

Sul piano rialzato  dello jubè, raggiungibile attraverso scale interne veniva posto anche l’Altare e l’ambone dal quale il diacono proclamava il Vangelo, dopo avere chiesto al sacerdote celebrante la benedizione, secondo la formula liturgica prescritta: Jube Domine benedicere, dalla quale deriva la denominazione della struttura, la cui origine remota è nella “tribuna di legno” rialzata da terra ed appositamente costruita presso le mura di Gerusalemme davanti alla “porta delle acque”, dalla quale lo scriba Esdra, lesse, davanti a tutti gli israeliti ritornati in Patria dopo l’esilio in Babilonia (445 a.C.), ivi radunati, il Libro della Legge. (cfr. Sacra Bibbia, Libro di Neemia: 8, 9).

Era anche prassi comune nel secolo XIII, collocare un grande Crocfisso sospeso nell’arco trionfale o comunque sopra l’Altare, appoggiandolo anche su una trave che attraversava l’arco trionfale nella sua ampiezza.

Allestimento liturgico che durerà almeno fino al secolo XV, con lo scopo di coinvolgere emotivamente i fedeli che indirizzavano la loro attenzione verso l’oggetto principale del rito, il memoriale della passione, morte e risurrezione, attraverso anche alcuni elementi iconografici, come l’emergere  del Cristo dalla Croce monumentale, per esempio, attraverso la postura delle gambe; attraverso la lettura iconologica della immagine stessa; la gamma cromatica che accentuava la struttura ossea del costato trafitto e teso nello spasimo; l’espressione del volto e i rivoli di sangue; la lucentezza delle vernici che sfiorate dalla scarsa luce delle candele contribuiva ad accentuare la drammaticità della immagine.

Disegno che ricostruisce  l’interno del duomo di Napoli al tempo della sua inaugurazione (1314). (disegno dal web)

Ma nel duomo di Napoli non ci fu mai uno jubè: l Altare trecentesco, fu sempre posto al centro del transetto. fuori dell’ abside, rivolto verso i fedeli, e vi rimase fino al suo trasferimento nel 1599, sull’abside il cui piano di calpestio risultava notevolmente rialzato e raggiungibile da una scalea, necessaria dopo la realizzazione della sottostante cripta di San Gennaro, e dopo il consolidamento della struttura  absidale compromessa dal terremoto del 1456 e dallo scavo indiscriminato del succorpo (cfr. Tino d’Amico, Le reliquie dei Santi Gennaro, Agrippino, Eutiche ed Acuzio nell’Altare del duomo di Napoli. Gli smarriti reconditori marmorei del IX secolo, in Il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com).

Sezione est-ovest sullo spazio sacro del duomo di Napoli, epoca di riferimento: metà del 1500 – Il transetto con al centro l’antico Altare e il piano dell’abside rialzato per la realizzazione della sottostante cripta di San Gennaro. (disegno di De Divitis).

Il coro fu a sinistra dell’Altare, negli spazi tra il secondo e terzo intervallo tra i pilastri della navata, trasferito poi, nell’intervallo tra i pilastri di sinistra di fronte all’ingresso della basilica cattedrale detta di Santa Restituta e ricollocato al centro della navata maggiore quando si cominciò la costruzione della cappella del tesoro di San Gennaro nei primi anni del ‘600, e vi rimase fino alla ristrutturazione dell’abside disposta dall’arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1753), dopo il disastroso terremoto in due fasi del 1731-32.

Il primo intervallo tra i pilastri di sinistra fu, almeno dopo il 1456, occupato da un pergamo, non l’attuale  e nel primo intervallo dei pilastri di destra, l’ arcivescovo Bernard III di Rodes (1368-1379) si fece costruire il dossello marmoreo per il suo trono.

Napoli – Duomo – L’area sacra: lo spazio sul transetto che conteneva l’Altare antico e il pergamo e il dossello del trono vescovile.

Le chiese erano costruite orientate ad est, come il duomo di Napoli, secondo la tradizione antica di indirizzare la preghiera liturgica verso il luogo da dove sorge il sole, verso il luogo escatologico di Cristo, Sole di giustizia.

Solo dopo il Concilio di Trento, nelle chiese, al Crocifisso, fu destinata una cappella posta possibilmente ad ovest (ovest è il luogo della tenebra, est è il luogo della luce) avulsa dall’Altare maggiore.

Ipotizzare il luogo del Crocifisso nel duomo di Napoli è arduo, anche perchè i vari crolli e ricostruzioni dell’edificio, sia per l’utilizzo di malte scadenti e fondazioni inadeguate (cfr. M. Gaglione, Crolli e ricostruzioni della Cattedrale di Napoli nel corso del trecento, Napoli, 2008) che per i terremoti che si susseguirono e provocarono situazioni di collasso della struttura (1293, 1349, 1456 e i successivi, i cui danni e ricostruzioni risultano documentati) determinarono la modifica dell’assetto liturgico interno dell’edificio.

Napoli – Duomo – Navata centrale – Il grande arco trionfale – Foto Luca D’Amore.

La sua probabile collocazione fu il grande arco trionfale, pendente da esso o fissato su una trave, e comunque posto ben in evidenza anche perchè esso conteneva, secondo un uso antichissimo, al suo interno, importanti reliquie della passione: un pezzo del legno della Santa Croce e una Spina della corona di nostro Signore Gesù Cristo, recuperate e trasferite poi nella cappella reliquiario del duomo (cfr. Tino d’Amico, La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “Vestibolo del Paradiso” in: Il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com).

Napoli – Museo Diocesano – Stauroteca detta “di San Leonzio” – Oreficeria palermitana o comunque meridionale della seconda metà del sec. XII, inizi del XIII. – Croce astile dei vescovi napoletani, contiene incastonato un frammento della Vera Croce.

 

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La Sacra Spina della Corona di nostro Signore Gesù Cristo, recuperata alla fine dell’800 dall’interno del dorso del monumentale Crocifisso della cappella Caracciolo-Pisquizy, oggetto di osservazione e studio nel 1932.

Gli atti della Santa Visita dell’ arcivescovo Decio Carafa (1615) riferiscono che il Crocifisso dei Caracciolo, era posizionato in antico, di fronte all’Altare maggiore “…praedicta capella erat situata per prius e conspectu altaris maioris ut relatum fuit…”;  esisteva , quindi, un  Altare del Crocefisso forse dedicato S. Pietro e Paolo, di fronte il dossello del trono vescovile, e la cappella che lo conteneva era di diritto patronale della famiglia Di Capua.

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Per tentare di tracciare un possibile percorso del Crocifisso all’interno del duomo angioino, occorre necessariamente un inciso sulla probabile committenza, fidandoci di quello che dice a tal proposito Francesco Ceva Grimaldi (cfr. della città di Napoli dal tempo della sua fondazione sino al presente , Memorie, Napoli 1857), che individua nella munificenza delle famiglie nobili napoletane, che contribuirono con offerte e donazioni di preziosi manufatti e arredi liturgici, ad accrescere la magnificenza dell’edificio ed in particolare riferisce del dono della famiglia Caracciolo-Pisquizy del monumentale Crocifisso, e gli atti delle Sante visite, degli arcivescovi Mario Carafa e Annibale di Capua, che riferiscono della presenza di altri Crocifissi lignei “grandi” all’interno della antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta, ma non citano il monumentale Crocifisso della famiglia Caracciolo-Pisquizy, inducendo ad ipotizzare la antica collocazione dei manufatti su Altari della antica cattedrale e quindi, anche la loro origine avulsa dal donativo dei Caracciolo-Pisquizy.

Napoli – Duomo – Antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta – Interno.

In particolare gli Atti della Santa Visita dell’ arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595) del 1582, riferiscono di un magno crocifixo ligneo ex relevio.

Il relatore degli Atti della Santa Visita si riferisce forse al Crocifisso dell’Altare intitolato a Sant’Agnello, nella stessa basilica cattedrale detta di Santa Restituta “…accessit ad visitandam altare S. Anelli constructum in parete iuxta cappella Santi Nicolai et Sancti Silvestri, et fuit repertum ibidem altare ex calce et lapidibus cum marmoreo lapide desuper, et est ycon magna tela dipincta cum immaginibus beatissimae Virginis et S.ti Joannis  et cum magno crucifixo ligneo ex relevio, et ad pedes predicti altaris sunt duo lapides marmorei cum imaginibus defunctorum…”,  un Altare innalzato tra due cappelle che certamente non poteva contenere una Croce monumentale con un Cristo Crocifisso che supera il metro e novanta di altezza, come il grande Crocifisso romanico del duomo, piuttosto un Crocifisso, antico, ma più piccolo: quello ora esposto nella quarta cappella a destra entrando nella basilica, cappella detta in antico di Santa Maria delle Tre Corone.

Napoli – Duomo – Antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta – Antico Crocifisso ligneo di autore ignoto, (del XIV secolo ?). 

Negli anni di riferimento della Santa Visita citata, andavano sotto il nome di cappella pure gli Altarini addossati alle colonne o appoggiati alle pareti delle navatelle e il relatore degli Atti della Santa Visita precedente, quella dell’arcivescovo Mario Carafa (1566-1576), nel descrivere le cappelle della basilica di Santa Restituta cita anche un altro Crocifisso di legno dipinto e di grandi dimensioni: nella cappella di S. Agnello, patronato di Ottavio Dentice, sull’Altare, c’ era un Crocifisso dipinto , di legno “….dictum altare fuit repertum com cona tela linea depicta et cum immagine Crucifixi depicta in legno…; ed un’altra cappella di patronato dei Capece, ed un’altra patronato dei de’ Uva,  esponevano sull’altare Crocifissi di legno.

il Crocifisso ligneo esposto nella cappella a destra entrando in basilica detta di Santa Restituta , negli Atti delle Sante Visite, non risulta citato.

Ritengo improbabile una primitiva originaria collocazione della grande Croce all’ interno della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, come elemento del suo corredo liturgico, per la sua mole, eccezionale, e poi perchè esso è presente in duomo già dall’inizio  della costruzione dell’edificio, come arredo liturgico offerto in dono prima dell’inaugurazione dell’ edificio (1314) e collocato accanto all’antico Altare trecentesco, alla sinistra, di fronte al dossello del trono vescovile, come prescrivevano le antiche norme liturgiche.

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La Croce monumentale del duomo di Napoli, proposta alla venerazione dei fedeli fin dagli anni della costruzione dell’edificio angioino, offerta come prezioso arredo liturgico, dono della potente famiglia Caracciolo-Pisquizy, aggregata fin dal XII secolo al patriziato napoletano del Seggio di Capuana, secondo F. Ceva Grimaldi (op. cit.), mancando documenti probanti la sua originaria collocazione, ritengo possa essere la Croce della Estaurita dedicata a Santo Stefano e detta “ad arcum”, trasferita e venerata temporaneamente nella cappella di patronato laicale della famiglia Caracciolo, nel vicolo Scassacocchi: la cappella dedicata a Santa Maria Assunta, detta “della bruna”, dove si facevano seppellire, luogo di aggregazione e simbolo di coesione familiare e radicamento sul territorio del Seggio di Capuana, dova la famiglia risiedeva da tempo ed erano concentrati i suoi interessi.

Napoli – Vicolo scassacocchi.

La Estaurita di Santo Stefano “ad arcum”, sorgeva nell’ angolo di vicolo Sedil Capuano, alla confluenza con il largo di Capuana, nel territorio del Seggio di Capuana: essa dava il nome al Sedile minore di Santo Stefano, che adiacente alla Estaurita,  insieme ad essa fu diroccato con l’avvento degli angioini, intorno al 1266, quando i seggi si dotarono di nuove sedi.

Veduta “a volo d’uccello” dell’area della cittadella vescovile, prima della realizzazione del duomo angioino – E’ cerchiato “l’arco” ed il Sedile di Capuana: al centro della piazza di Capuana si scorge il cavallo di bronzo simbolo del Sedile.

La Croce monumentale in essa venerata, forse per la sua prossimità, fu trasferita ed innalzata nella cappella di Santa Maria Assunta detta “della bruna”, patronato laicale dei Caracciolo, con l’inizio dei lavori di costruzione dell’ edificio angioino, il cui cantiere occupò l’ angolo di sud-est della cittadella vescovile, e trasferita poi, come arredo liturgico nel duomo, favorendo il permanere della radicata devozione verso l’ immagine  miracolosa del Crocifisso per le preziose reliquie che conteneva.

Napoli – Vicolo Sedil Capuano – Resti dell’antico Sedile.

Giovanni Antonio Alvina nel 1643 (cfr. Catalogo di tutti gli edifici sacri della città di Napoli e dei suoi sobborghi) così descrive la cappella dei Caracciolo “…Santa Maria “della bruna” alias de’ Caraccioli è una cappella grande molto antica edificata alla greca sita nella Regione di Capuana nel vicolo detto de’ scassacocchi per il quale si cammina verso il campanile di Santa Maria a Piazza, quale essendo quasi rovinata, si andava reparando gli anni addietro e lasciato i nome di Santa Maria “della bruna” si chiamava la chiesa del Santissimo Crocefisso per esservi una immagina molto antica di un Crocefisso miracoloso…”

Napoli – Vicolo scassacocchi, la ristrutturata cappella di Santa Maria di Mezzagosto, patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy.

La cappella nel ‘600 fu denominata Santa Maria di Mezzagosto (cfr. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli sacra, Napoli 1623): “….nella strada de’ Piscicelli (vico scassacocchi nda.) nel medesimo luogo…Santa Maria di Mezzagosto. Di questa antichissima cappella non diremo altro, sol che dal modello della fabbrica appar essere antichissima ma da chi in particolare e a che tempo fusse stata fondata, e dotata è incerto. tiensi fermo, che dalla famiglia  Caracciola di Capuana, sia stata edificata, si perchè oggi che si chiama Santa Maria de gli Caraccioli, si che su la porta di questa stessa chiesa veggono l’insegne de si illustre famiglia…nel marmo che cuopre l’ Altare maggiore si legge: + CREDO, QUOD REDEMPTOR MEUS VIVAT, ET IN NOVISSIMO DIE DE TERRA SUSCITAVIT ME,  ET IN CARNE MEA BIDEBO DOMINUM MEUS — HIC REQUIESCAT THEODORUS UNO CUM URANIA CONIGEA MEA, QUI VIXIT PLUS MINUS….”

Napoli – Palazzo del Tufo – Via Costantinipoli – Portale della antica cappella di Santa Maria di Mezzagosto, al vicolo Scassacocchi, che fu patronato dei Piscelli, prima di diventare patronato dei Caracciolo-Pisquizy, qui trasferito nel 1889 dal conte G. Sabatelli, discendente dei Piscicelli, nuovo proprietario del palazzo – Al vertice dell’arco ogivale c’è ancora lo stemma dei Piscicelli.

Teodoro Caracciolo, considerato il capostipite della famiglia visse nel secolo X

 

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La vita culturale, economica, politica e religiosa della Napoli greco-romana, era organizzata in Fratrie: società a carattere familiare-religioso, aristocratico, o democratico, e non sappiamo con certezza se abbracciassero tutta la cittadinanza o parte di essa e se l’appartenervi fosse condizione essenziale e assoluta per essere annoverati tra i cittadini di rispetto.

Queste Fratrie, in epoca tardo antica conservavano ancora capacità giuridiche e amministrative, uno status , riti e cerimonie particolari che le differenziavano; ognuna di esse aveva una sede nella quale gli appartenenti si riunivano e partecipavano ai loro culti, rivolti alle deità fratree.

Le fratrie,  che svolgevano attività amministrativa e di controllo sul territorio, ma anche attività assistenziale,  nel periodo ducale, si trasformarono in Estaurite, ed il governo del territorio cittadino fu affidato ad un senato di elezione popolare, proiezione dei Sedili .

Napoli – Via Mezzocannone – Il simbolo del Sedile di porto, murato sulla facciata di un palazzo.

In epoca alto medioevale accanto ad esse si costituirono i Sedili, o seggi, o piazze, che raccolsero le prerogative amministrative locali delle estaurite e, nei luoghi propri di aggregazione, iniziarono a svolgere attività  di governo locale, amministrativa, mentre le estaurite conservarono la loro finalità religiosa.

In età normanna, venne istituita la Magna Curia Regis che, affidata a cinque giudici di nobile e antica origine familiare, si occupò delle cause penali e venne istituita una Camera Regis per l’amministrazione finanziaria, per tentare di contenere il potere della nobiltà aggregata ai Seggi che era cresciuto a dismisura.

Napoli – Piazza Santa Maria in Cosmoedin, La ristrutturata chiesetta paleocristiana con a destra i resti del Sedile di porto.

Con Carlo II d’Angiò, che divise la Città in Regioni Municipali con autorità civile e penale sul territorio, il potere della nobiltà aggregata ai seggi crebbe ancor più tanto che nei primi anni del ‘600 un gruppo di rappresentanti scelti tra la nobiltà antica , costituìrono la Deputazione della Reale Cappella, alla quale venne affidata la custodia e  la gestione del già immenso tesoro di San Gennaro.

Con la Rivoluzione Partenopea del 1799 ed il breve primo ritorno dei Borboni, i seggi furono aboliti con  Decreto Regio del 25 aprile 1800 e definitivamente soppressi dopo il decennio francese.

Napoli – Torre campanaria di San Lorenzo, simbolo cittadino, con sulla facciata sinistra gli antichi simboli dei Sedili napoletani.

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Il clero della antica cattedrale napoletana, l’arcivescovo, il collegio canonicale di Santa Restituta e gli ebdomadari, si riconoscevano e si raggruppavano intorno alla propria Croce processionale, durante i solenni riti pasquali e le feste liturgiche nei pressi delle quattro antiche parrocchie cittadine, e con essi, intorno alle proprie croci si radunava il clero delle diaconie, delle collegiate, e delle Estaurite..

Il ducato napoletano, resosi indipendente da Bisanzio nel 763, coinvolto dalla sua nascita e durante tutta la sua esistenza da guerre difensive contro i bizantini, i longobardi, i corsari saraceni, i pontefici e i normanni che definitivamente lo sottomisero con la capitolazione di Sergio VII nel 1137, pur tra lotte, alleanze e occupazioni, conservò la sua grecità anche all’interno della Chiesa di Napoli, per la presenza di duchi, bizantini, che furono investiti, per un periodo di tempo, anche della autorità episcopale.

La Chiesa di Napoli era caratterizzata nel periodo, dalla convivenza pacifica di un clero latino, accanto ad un clero greco, la cui presenza è documentata fino agli inizi del 1300, presenza operante anche all’ interno dell’antico collegio canonicale.

Nella cappella dedicata alla Maddalena, nel duomo angioino, di diritto patronale della famiglia Seripando, di origine greca, a mò di esempio, sono recentemente emersi affreschi di chiaro riferimento alla liturgia greca: una “dormizione di Maria” e sulla parete opposta ad essa un San Giorgio e un San Teodoro e forse un San Nicola, Santi patroni della Chiesa greca.

Nell’ambito della cultura greca e del suo apparato liturgico, si diffuse anche a Napoli nell’alto medioevo una particolare devozione a carattere popolare già radicata nella Chiesa bizantina: il culto della Santa Croce.

Esso a partire dal VII secolo fu praticato in tutta la cristianità dopo la vittoria dell’imperatore bizantino Eraclio, nel 628, sui persiani di Crosoe II, che avevano occupato Gerusalemme nel 614 e avevano trafugato tutti i tesori e le reliquie e tra queste anche la Vera Croce, che fu riportata a Gerusalemme nel 630.

Il culto della Vera Croce era incentrato sulla memoria liturgica del ritrovamento della Santa Croce nel 320, da parte di Sant’Elena e sulla memoria liturgica della sua ostensione pubblica, per la prima volta, da parte del vescovo di Gerusalemme il 14 settembre del 327, e l’invito al popolo ad adorare il Crocifisso.

Napoli – Duomo – Area archeologica – Il Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli – Particolare.

Le due memorie liturgiche sono riportate nel Calendario Marmoreo napoletano,  redatto nel IX secolo: mese di maggio, giorno III – RITROVAMENTO della S(anta) CROCE; mese di settembre, giorno XIIII – Pas(ione) di S(an)  CIPR(iano) ED ESAL(tazione) della S(anta) CROCE, ed erano celebrate solennemente a Napoli, ancora al tempo dell’arcivescovo Giovanni Orsini (1327-1358) e fino al seconda metà del ‘500.

Nell’ambito del generale scenario religioso della Napoli ducale, nella pacifica convivenza tra clero latino e clero greco, nacquero le diaconie, dal greco DIACONIA = SERVIZIO e le Estaurite dal greco STAUROS = CROCE, come istituzioni permanenti: le prime a carattere caritativo-assistenziale, come proiezione sul territorio della pratica del carisma vescovile nei confronti degli indigenti, le seconde come continuazione della componente religiosa del corporativismo delle antiche fratrie e legate ai riti della Sattimana Santa, della Domenica della Palme e della processione con i rami di ulivo benedetti, già praticata a Gerusalemme e nella Chiesa greca fin dal IV secolo e ai riti legati ai primi vespri della Pasqua.

Napoli – Via San Biagio de’ Librai-angolo via San Gregorio Armeno – La ristrutturata antica diaconia di San Gennaro all’olmo.

La domenica precedentre quella della Pasqua, il clero della cattedrale ed il clero delle collegiate cittadine, delle parrocchie, delle diaconie e gli stauriti, si concentravano nella piazza antistante l’ingresso della prima parrocchia battesimale intitolata a san Giorgio, una delle quattro parrocchie battesimali cittadine, dove venivano innalzate le Croci dei Capitoli, delle parrocchie, delle diaconie e delle Estaurite e dopo la benedizione dei rami di ulivo, e particolari cerimonie e rituali, si snodava la processione con il vescovo, il clero, i diaconi e gli stauriti con le rispettive croci, verso la cattedrale; la sera del sabato precedente la domenica di pasqua poi, si radunavano nuovamente clero, diaconi e stauriti nei pressi della parrocchia battesimale del centro cittadino, Santa Maria Maggiore, per la celebrazione dei primi vespri pasquali.

Le diaconie e le estaurite ma anche le collegiate canonicali, erano presenti alle due funzioni pubbliche con le proprie croci astili, di ferro quello delle diaconie e delle estaurite portate da un magister, d’argento quelle del clero delle collegiate portate, da un primicerio.

Le croci delle estaurite poi, venivano poste nelle piazze delle ottine, o ai crocicchi delle strade. accanto ad Altarini mobili, sui  quali nobiltà e popolo che abitava nella contrada,  deponeva offerte per i poveri, per il culto nella estaurita, per le feste patronali e per la celebrazione delle Sante Messe in suffragio dei defunti; si dotavano ragazze povere, (maritaggi) si soccorrevano indigenti e carcerati

Gli altarini mobili si trasformarono col tempo in cappelle votive e in strutture stabili all’interno delle quali furono posti i Crocifissi monumentali, simbolo di aggregazione degli stauriti e non solo.

Non fu comunque assente l’iniziativa del ceto nobiliare ascritto ai vari seggi che, nel contesto delle attività religiose esercitate nelle Estaurite e nelle cappelle di patronato sparse nel territorio dei vari Sedili,  considerate come luogo di aggregazione familiare, esercitavano anche attività socio-assistenziale finalizzate ad ottenere il consenso popolare, indirizzando così dalla base le scelte politiche del Seggio di appartenenza.

Le attività preminenti degli stauriti furono indirizzate verso il culto della Santa Croce, attraverso attività liturgiche, opere di carità, opere a carattere socio-assistenziale che aveva come riferimento il Crocifisso monumentale venerato nella Estuarita che diventava riferimento sul territorio.

La Croce monumentale del duomo di Napoli, potrebbe essere, quindi la Croce venerata nella citata estaurita intitolata a Santo Stefano e detta “ad arcum”, che sorgeva nei presi dell’area occupata dal cantiere del nuovo edificio angioino.

Per notizie ed approfondimenti sul culto della Croce a Napoli, delle attività socio-religiose-assistenziali delle Estaurite : cfr. G. Vitolo, Culto della Croce e identità cittadina, 

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Certamente i Caracciolo fecero pesare il loro potere  che le derivava dalla ricchezza posseduta e dall’ essere membri influenti, di antica nobiltà nel Seggio di Capuana, che consentì loro di indirizzare le scelte urbanistiche sul territorio, dando l’ assenzo, competente al Seggio, per la costruzione del nuovo edificio rappresentativo della capitale del Regno ed ottenere il  diritto di patronato laicale su una nuova cappella all’interno del costruendo edificio sacro, dedicandola alla Santa Vergine e per distinguerla dalla antica cappella di famiglia, la dissero “la nova”.

Nel 1307, Giovanni Caracciolo d’Isernia e Gualtiero Seripando, insieme camarieri di Carlo II d’Angiò e poi di Roberto, furono impegnati nella costruzione della cappella palatina del Maschio Angioino, perchè entrambi preposti, cioè responsabili amministrativi delle fabbriche reali, e vigilarono anche sul costruendo duomo; nello stesso periodo un Marino Caracciolo fu vicario generale dell’arcivescovo Umberto d’Ormont (1308-1320), l’arcivescovo che celebrò la prima dedicazione del nuovo edificio angioino alla Santissima Vergine Assunta, nel 1314: le cappelle dei Caracciolo e dei Seripando, nel duomo di Napoli, sono le più antiche concesse in patronato laicale.

La Croce monumentale è presente nel duomo angioino fin dalla sua costruzione, trasferita forse dalla sua originaria collocazione accanto all’Altare maggiore, dopo il terremoto del 1456,  nella cappella dei Caracciolo-Pisquizy che la avevano offerta in dono e, comunque, conservavano su di essa ancora l’antico diritto di patronato, e non esiste, comunque, documentazione probante il luogo della   sua primitiva collocazione nell’ambito dell’ apparato liturgico antico.

Solo dopo i restauri settecenteschi del duomo dopo il disastroso terremoto in due fasi del 1731-32, fu realizzato un luogo stabile  del Crocefisso nel duomo di Napoli, secondo le antiche costituzioni del Concilio tridentino, nell’angolo del braccio destro del transetto, dopo l’intervento di potenziamento, rinforzo e incatenamento dell’alta parete al rinforzato e potenziato prospetto dell’abside, utilizzando per lo scopo la cappella che fu della antica estinta famiglia Baraballo e per passaggi dotali, dei Caracciolo-Rossi, dei de’ Franco, infine dei Milano.

In essa fu posto un Crocifisso dipinto da Paolo de Matteis (1662-1728), oggi conservato negli ambienti capitolari, perchè nella cappella è stata esposta la grande pala dipinta da Pietro Perugino (1448-1523) che rappresenta la Santissima Vergine Assunta, titolare da sempre dell’edificio angioino, che era la cona dell’Altare maggiore, fino alla realizzazione della nuova scenografica abside settecentesca.

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Ritengo utile fornire alcune notizie sulla cappella di antico patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy.

La cappella intitolata a Santa Maria e detta “la nova”, coperta ancora dall’antico cupolino ogivale, fu restaurata nel 1750 da un membro della famiglia, Bartolomeo Caracciolo, come informa una iscrizione posta al vertice del frontone, sotto una immagine della Addolorata di autore ignoto, e successivamente rinnovata nel 1820.

Il 14 maggio 1856, l’arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza (1845-1877) ridedicò l’Altare riposizionato discosto dalla parete dell’absidiola, dopo un ulteriore restauro della cappella.

Napoli – Duomo – Prospetto della cappella di Santa Maria “la nova”, patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy.

La cappella è detta da sempre del Crocifisso e dell’ Addolorata, per la presenza del prezioso monumentale miracoloso Crocifisso ligneo e il secondo comune titolo identificativo non è legato al piccolo quadro della Beata Vergine Addolorata, posizionato sul dorsale dell’Altare, portato in duomo dal canonico Gaetano d’Andrea  il 30 maggio 1809, ma piuttosto essa già in antico era così identificata in relazione al Crocifisso che rimanda alla profezia del Santo Vecchio Simeone, riportata nel Vangelo di Luca (cfr. Lc. 2,35) …e anche a te una spada trafiggerà l’ anima…, e riferita al dolore che avrebbe provato la Santa Vergine ai piedi della Croce e all’essere Gesù segno di contraddizione, causa di sofferenza per la Madre.

Il quadro dell’Addolorata, posto sul dorsale dell’Altare della cappella, di autore ignoto, oggetto di grande devozione popolare, era in casa di una fruttivendola nella strada dell’orticello, vicolo che era nel sedime della attuale via Settembrini, scomparso con il nuovo assetto urbanistico dell’area.

La donna, devota della immagine sacra, curava di tenere sempre accesa una lampada davanti ad essa, preoccupandosi di rifondere l’olio che si consumava.

Si accorse che per alcuni giorni la fiammella ardeva e l’olio non si consumava e osservando il quadro notò che dalla fronte dell’immagine dipinta, grondava copioso sudore.

Napoli – Duomo – Cappella Caracciolo-Pisquizy – Il miracoloso quadro della Santissima Vergine Addolorata.

Chiamò le vicine che constatarono il fenomeno straordinario ed informarono dell’accaduto l’ Autorità Ecclesiastica e per il grande concorso di popolo che veniva ad osservare e venerare l’immagine, dovette  intervenire la gendarmeria francese: l’Italia Meridionale dal 1806 al 1816, fu occupata dai francesi e l’arcivescovo di Napoli, Luigi Ruffo Scilla (1802-1832), era già prigioniero a Parigi .

Trasferito il quadro in duomo il 30 maggio 1809, dal canonico d’Andrea, fu a lungo osservato e accertata la soprannaturalità del fenomeno essudativo, fu decisa la sua perpetua esposizione nella cappella già detta del Crocifisso e dell’Addolorata ed autorizzato il culto.

Il fenomeno fu osservato anche dal sac. Lorenzo Loreto, canonico capitolare e sacrista maggiore della cattedrale che lo annotò nel suo libro Guida sacra per la sola chiesa cattedrale metropolitana di Napoli.

L’arcivescovo Luigi Ruffo Scilla ritornato a Napoli dopo la sua prigionia a Parigi, nel 1821,  ebbe in grande considerazione l’immagine della Addolorata: egli, ricevendo il Viatico, chiese accanto al suo letto il Sacro Busto di San Gennaro e questo quadro della Santa Vergine.

Come avvenne per le Madonnelle romane nel 1796, il miracolo volle essere anche per i napoletani un segno visibile della protezione della Santa Vergine contro l’occupazione della truppe francesi, poco inclini alle devozioni.

La parete di destra contiene il sarcofago di Nicola Caracciolo (+1328) la cui iscrizione sul coperchio appare parzialmente leggibile perchè troppo incassato nel muro.

Il sarcofago sovrastante, murato nella parete è quello di Cobello Caracciolo (+1320).

Sulla parete di sinistra sono murati altri due sarcofagi: quello del protonotario Matteo Caracciolo (+1314) e quello dei Cecchella Vulcano (+1337) moglie di Giovanni Caracciolo, sepolto altrove.

Il coperchio del sarcofago di Cecchella Vulcano è forse quello murato nello spazio postergale dell’ Altare della cappella.

 

Napoli – Duomo – Cappella Caracciolo-Pisquizy – Postergale dell’Altare – Coperchio del sarcofago di Cecchella Vulcano.

Sul sarcofago di Cobello Caracciolo furono sistemate, probabilmente al tempo della trasformazione della cappella reale di San Ludovico d’Angio in sagrestia del duomo, due sculture di Tino di Camaino (1265-1337) che rappresentano la mansuetudine e la fortezza provenienti dai sepolcri angioini della cappella, diroccata dal terremoto del 1456, e sul sarcofago di Matteo Caracciolo fu posta, coricata, una scultura che rappresenta un personaggio togato: le tre sculture pare provengano dalla tomba di Carlo Martello, figlio di Carlo II d’Angiò, sepolto nel grande monumento di Domenico Fontana sulla controfacciata, insieme a Clemenza d’Asburgo, sua consorte, entrambi citati da Dante, nella Cantica del Paradiso, tra gli spiriti amanti.

Sulla parete sinistra, la tela che rappresenta sa salita di Gesù al Calvario, e quella posta sulla parete destra che rappresenta Gesù nell’orto degli ulivi, sono opera di Michele Foschini (1711-1770), allievo del Solimena (1657-1747) e probabilmente è dello stesso autore il piccolo quadro che rappresenta l’Eterno Padre posto sulla parete di fondo, in cima alla Croce.

Il paliotto dell’Altare, che rappresenta la deposizione di Gesù nel sepolcro, è lavoro del Fanzago (1591-1678).

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Al centro della fede cristiana, non c’è una dottrina, ma una storia di salvezza, attraverso la autocomunicazione di Dio agli uomini, offerta e realizzata nella assoluta libertà e magnanimità, con eventi ed opere che condussero alla sua Alleanza con l’uomo e che andarono ad incidere sulla storia dell’umanità.

Al centro della Rivelazione c’è la figura e l’opera di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio fatto uomo, mediatore, compimento e pienezza della autocomunicazione di Dio Trinità, che avocando a se il titolo divino di Signore annuncia l’avvento e la realizzazione per suo tramite, del Regno di Dio di cui è il Signore, l’Emmanu-El, nella sua legge, nella sua salvezza, nella sua logica, perchè come il Padre, realizza opere di salvezza; è il Salvatore; Signore della storia e giudice definitivo; l’apice della sua signoria salvifica si realizza soprattutto mediante l’offerta e il compimento della Nuova ed Eterna Alleanza nel suo Sangue.

Al centro dell’annuncio di fede c’è la risurrezione di Gesù, morto in Croce per realizzare la salvezza dell’uomo; per il compimento della Nuova ed Eterna Alleanza; risorto dai morti, glorificato dal Padre.

La risurrezione non è un ritorno alla vita, ma un passaggio ad una nuova dimensione vitale: la dimensione nuova che Cristo ha promesso, la vittoria futura nella morte, la glorificazione per gli eletti, la condanna per i reietti, aprendo così per chi crede in Lui un futuro di vita e di  speranza.

Icona del compimento della Nuova ed Eterna Alleanza tra Dio e l’ uomo, stipulata attraverso il Sangue di Cristo, la Croce è anche icona della sua regalità sofferente ed umile: il Crocifisso divenne tra la fine del primo e l’ inizio del secondo millennio oggetto della meditazione mistica itinerante medioevale che proponeva Cristo come via, verità e vita, segno della vittoria sulla morte e della glorificazione futura nella parusia, modello della sofferenza umana alla quale veniva dato valore salvifico.

La predicazione itinerante del tempo, poneva l’accento sulla analogia tra il Sacrificio Eucaristico e il Sacrificio della Croce.

Attraverso l’Eucaristia Gesù continua a donare la vita eterna, aumenta la vita spirituale, conduce l’ uomo alla vita eterna, e conferisce il pegno della risurrezione e glorificazione alla fine dei tempi, quando l’uomo vincerà definitivamente la morte fisica.

L’amore di Gesù per i suoi, lo ha spinto alla donazione unica della propria vita, sulla Croce, perchè attraverso la sua resurrezione dal sepolcro, risorgesse con lui l’uomo nuovo, capace di vivere secondo Dio.

La sua morte sulla Croce spinge l’uomo a morire all’amor proprio, sorgente di infedeltà e peccato.

L’invita ad abbracciare con gioia la Croce che Gesù offre ad ognuno portandola con Lui, conformandosi alla sua volontà divina, vince l’egoismo e fa trionfare nell’uomo il vero amore, che porta con se la gioia e la pace.

La predicazione itinerante adottò due diverse tipologie figurative di Cristo in Croce, inizialmente in convivenza, poi in situazioni e luoghi diversi separatamente, come strumento catechetico popolare: quella del Christus triunphans e quella del Christus patiens.

Entrambe avevano una origine molto antica, nella dottrina patristica, per costituire un solido baluardo alla eresia ariana e monofisita.

“L’arianesimo non negava la Trinità, ma subordinava il Figlio al Padre, negandone la consustanzialità, che sarà poi formulata nel Concilio I di Nicea (325) che elaborerà il Credo niceneo-costantinopolitano” (Wikipedia): il nostro credo afferma e riconosce la divina eternità e consustanzialità del Figlio con il Padre.

Per l’arianesimo il Padre è assolutamente trascendente rispetto al Figlio, il quale gli è inferiore per natura, per autorità, per gloria.

Il vero Dio è assolutamente unico, è il Padre, e all’infuori del Padre non può esserci altro Dio…il condividere con un altro la natura divina equivarrebbe ammettere la pluralità di esseri divini.

Ogni cosa esistente al di fuori del Padre è creata, cioè chiamata dal nulla alla vita, ed è a Lui subordinata.

Anche Cristo è subordinato al Padre, la sua natura non procede dal Padre ma è stata creata ed ha cominciato ad esistere per volontà del Padre.

E’ quindi diversa da Lui e il Padre non può essere conosciuto dal Figlio e nel Figlio.(Cathopedia).

L’eresia ariana si diffuse sia in oriente che in  occidente insieme ad un’altra eresia, il pelagianesimo, fin dal IV secolo d.C. che affermava che l’uomo è in grado di salvarsi da solo, perchè per sua natura non è tentato da concupiscenza, negando la dottrina del peccato originale come colpa ereditaria dell’uomo, per cui per sua  volontà l’essere umano è da solo in grado di scegliere e praticare il bene, senza necessità della grazia

Negli anni immediatamente a ridosso della fine del primo e gli inizi del secondo millennio, si assistè ad un  ritorno delle due eresie, non  debellate del tutto, che trovarono nei popoli barbari un terreno fertile, perchè concetti più facilmente recepibili da essi nei contenuti, essendo privi di una tradizione filosofica, per una forma di cristianesimo più semplice.

Il ritorno delle eresie fu favorita anche dal generale movimento di persone attraverso l’Europa per gli scambi commerciali e dal generale movimento degli eserciti e il ritorno in patria di militari venuti in contattato con i popoli balcanici: dalle due eresie nacque poi il catarismo.

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Le prime rappresentazioni di Cristo Crocifisso, nella maniera tradizionale, apparvero nell’oriente cristiano, a partire dal V secolo e solo verso la fine del primo millennio il Crocifisso divenne icona della fede cristiana.

In Italia, agli inizi del XII secolo, sulle Croci dipinte poste sospese agli archi trionfali al termine delle navate maggiori, sovrastanti gli Altari, o sugli Jubè , o nelle absidi, apparvero le prime immagini del Christus triunphans e dal secolo XIII, per effetto della predicazione francescana, le immagini del Christus patiens.

Immagini entrambe non nuove nella iconografia del Crocifisso, veicolate dalla Francia sud occidentale, e dalla Spagna settentrionale, furono utilizzate come strumento valido nella predicazione itinerante,  e che ritroviamo sparse per l’Europa, fin nella Norvegia.

Norvegia – Contea di Sogn og Fjordone – Urnes stavkirke (chiesa di legno di Urnes) – Crocifisso ligneo del XII secolo.

Esse furono frutto, le prime, della esperienza artistica romanica della antica contea di Tolosa, che andava ben oltre il territorio dei Pirenei francesi.

Esperienza artistica caratterizzata da un coacerbo di stilemi, prodotto di scambi culturali, integrazioni, cooperazioni tra arabi e cristiani.

Attraverso i Pirenei, passarono pellegrinaggi, attività commerciali, scambi culturali tra la Spagna e la Francia, tra le due civiltà, musulmana e cristiana.

Il raffinato decorativismo sviluppato dagli arabi, fu adottato dalla iconografia cristiana, influenzò le arti suntuarie e dette un notevole impulso alla plastica monumentale del romanico francese.

La scultura lignea che per il materiale utilizzato necessitava di rifiniture pittoriche, raggiunse nelle Croci dipinte dei Pirenei i primi significativi risultati: I Christus triunphans si prestavano alla policromia perchè la tunica che rivestiva l’immagine sacra o parzialmente la ricopriva, raccolta dalla cintola in giù, come una sorta di perizoma, era un’ampia superficie da decorare.

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L ‘origine della iconografia della Croce fu nell’oriente bizantino, proprio per contrastare  l’insorgere dell’arianesimo.

Il secondo Concilio di Nicea del 787, reintrodusse il culto delle immagini, condannando definitivamente l’iconoclastia, che spingeva a rappresentare anche il Cristo non in sembianze umane, ma in forme simboliche: ma le costituzioni conciliari non prescrivevano come raffigurare Cristo, se trionfante sulla morte, nella sua regalità trascendente, oppure nella sua umanità sofferente.

Prevalse inizialmente questa seconda tesi, secondo cui, il Crocifisso doveva rappresentare Chi per la salvezza degli uomini si era addossato i peccati dell’uomo, e attraverso la Sua sofferente, volontaria immolazione li aveva riscattati.

Intorno alla fine del primo millennio, cominciarono ad apparire le prime Croci che rappresentavano Cristo posto in posizione verticale, con la testa eretta, gli occhi aperti, nel trionfo della morte, con l’intento di riassumere nella unica immagine i momenti salienti della predicazione mistica itinerante: la morte, la risurrezione, la parusia.

Lucca – Miracoloso Crocifisso detto < il Volto Santo > – Esempio qui di Christus triunfans – E’ detto acheropita, cioè non fatto da mani umane. 

Cristo fu rappresentato orante, con le braccia distese sul patibulum, le palme delle mani aperte, i pollici tesi verso l’alto, gli occhi aperti : un Pantocratore maestoso e severo, sul suo trono di luce, che osservava, scrutava, ascoltava, giudicava, ma anche un Cosmocrator, con l’universo che partecipava alla sua gloriosa sofferenza.

Alcune assi verticali delle Croci, furono rivestite di lamine d’ oro, troni di luce, riferimento e richiamo all’evento prossimo oltre il sacrificio, la risurrezione e la parusia.

Cristo veniva rappresentato vivo, trionfante sulla morte, sulla scorta di una produzione suntuaria di reliquiari di Santi e Sante, di argento, di legno ricoperti con lamine d’oro, vivi, con gli strumenti del martirio tra le mani e in atteggiamento benevole e benedicente, che ritroviamo ancora in chiese, cattedrali e abbazie sparse per  buona parte dell’ Europa.

San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) propose una diversa riflessione , come tema della predicazione mistica itinerante del periodo: tutta la vita terrena di Gesù Cristo  fu orientata verso il sacrificio della Croce, finalizzato alla redenzione della umanità.

Il tema fu ampiamente recepito dai nuovi ordini religiosi mendicanti e particolarmente dai francescani che ne fecero oggetto della loro predicazione, proponendo la immagine sofferente del Cristo Crocefisso come possibile via di redenzione.

Già dalla prima metà del XII secolo cominciarono ad apparire le prime immagini di Cristo con  la testa reclinata, i piedi sovrapposti, confitti e fissati al  suppedaneum  con un solo chiodo, contrariamente all’ uso romano di utilizzare due chiodi, separando i piedi dei condannati, poggiati sul suppedaneum, nelle crocifissioni, nudo nel dorso e ricoperto solo da un semplice perizoma.

Bassano – Cattedrale – Crocifisso ligneo del XII secolo (1160 circa) – Immagine del Christus Patiens, con i simboli del sole e della luna.

I Crocifissi divennero in  questo periodo sempre più mesti, dolorosi, nell’ estremo spasimo della sofferenza corporale e con una corona di spine sul capo.

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Il Crocifisso è icona liturgica, perchè, posta al servizio della liturgia, diventa parte di annunzio e momento di incontro, in analogia con i sacramenti che sono i segni di salvezza e di via nuova.

Ed è proprio nella liturgia sacramentale che la Croce attinge possanza, forza, realtà.

Attraverso di essa chi è devoto è invitato a credere, sperare, cercare oltre ciò che vede, il di più, che rimane nascosto e che non è visto perchè proietta nel trascendente, qualcosa che muta radicalmente il senso e l’aspetto della vita stessa: la Rivelazione di Dio, e attraverso di essa la certezza della propria redenzione.

La sofferenza non trova una risposta razionale nella filosofia, trova una risposta alla luce della risurrezione e apre ad una speranza che rinasce e si impone: la Croce non invita a meditare intorno alla sofferenza straziante, ma lascia scoprire attraverso la morte del Verbo Incarnato, la manifestazione di Dio all’ uomo, sorgente di speranza ed è attraverso la lettura iconologica che il Crocifisso parla a chi è devoto e rivela progressivamente il suo messaggio criptato, il messaggio teologico che vuole, trasmettere.

Gli elementi che compongono una Croce, sono il palo verticale, lo stipes e il patibulum posto orizzontalmente  sul palo.

Altri elementi comuni sono la corona di spine, il titulus, la tabella posta in cima alla croce, con la motivazione scritta della condanna e, per prolungare la sofferenza del condannato un suppedaneum, o scabellum pedes, posto nella parte bassa del palo verticale, che aveva la funzione di creare un appoggio al corpo e la spontanea spinta da parte del moribondo del corpo verso l’alto, per liberare il torace e più facilmente ancora respirare.

Quando si prolungava troppo nel tempo l’ agonia, al condannato venivano spezzate le gambe perchè, mancando l’ appoggio naturale al corpo, il suo peso, comprimendo il torace, gli provocava la rapida morte per soffocamento.

Così composta la Croce è una figura geometrica spaziale che tende ad espandersi nelle quattro possibili direzioni, simbolo della universalità della redenzione; è anche immagine dei quattro elementi primordiali, delle stagioni naturali, che sono simbolo delle stagioni della vita.

Offre certamente una idea di stabilità, solidamente piantata nella terra, di costruttività delle idee ed è un simbolo del mondo fisico.

La Croce di Cristo, allora , è l’asse del mondo ed il punto di incrocio tra lo stipes e il patibulum è il centro dell’universo.

Alla Croce monumentale del duomo di Napoli, mancano corona di spine e  titulus, corredi andati smarriti  nel tempo, ma anche gli elementi costitutivi appaiono più moderni, rispetto alla immagine del Cristo Crocfisso, posta su di essa, sostituiti forse al tempo del restauro settecentesco.

Al punto di incrocio dello stipes con il patibulum c’è l’occhio sinistro, quasi chiuso, del Cristo: l’occhio destro rappresenta l’animo umano; l’occhio sinistro l’anima.

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Nelle icone del Cristo Pantocratore, la faccia destra è rappresentata serena, la faccia sinistra mostra invece il Cristo dei dispiaceri, il Cristo che condivide la sofferenza del genere umano.

La parte destra del volto del Cristo del monumentale Crocifisso, trasmette pace divina, la parte sinistra non cela all’uomo la sofferenza di Colui che offre la propria vita per i suoi.

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Cristo osserva il mondo e lo giudica attraverso gli occhi semichiusi, accoglie con benevolenza chi non è rimproverato dalla propria coscienza, e giudica con severità chi è condannato dal proprio giudizio.

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Non a caso l’orecchio sinistro, del lato della sofferenza, è scoperto, libero dalla massa di capelli: Cristo ascolta, porge l’orecchio alle preghiere degli afflitti, dei bisognosi, ma chiude l’altro orecchio, quando gli empi si rivolgono a Lui senza alcun pentimento.

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Le braccia del Cristo, stese sul patibolo, perfette nella specularità, sono i bracci di una grande bilancia che si equilibra nell’oscillare dell’ago, pendente da un lato o dall’altro.

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I capelli discriminati sul capo, cadono sulle spalle dividendosi in otto ciocche: Il numero otto rappresenta l’infinito; la risurrezione di Gesù; la ricerca del trascendente; l’equilibrio cosmico; l’offerta volontaria di se stesso; la morte drammatica, ma anche il passaggio, da una situazione di transizione; la temporanea presenza del Cristo nel sepolcro.Il numero otto rappresenta anche l’ ottavo giorno, la nuova creazione, quella inaugurata dalla risurrezione di Gesù.

“…Per noi però, è sorto un giorno nuovo, quello della Risurrezione di Cristo, Il settimo giorno porta a termine la prima creazione. Così, l’opera della creazione culmina nell’ opera più grande della Redenzione. La prima creazione trova il senso e il suo vertice nella nuova creazione in Cristo, il cui splendore supera quello della prima…”  (cfr. Messale Romano, liturgia della Veglia Pasquale).

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L’ occhio sinistro del Crocifisso è in asse perpendicolare con l’ombellico: l’ombellico esprime il concetto di centro della terra, punto di incontro tra cielo, terra e mondo degli inferi.

Rappresenta quindi il luogo dove ha avuto origine la creazione e dove è possibile incontrare Dio.

L’ombellico di Cristo è il punto preciso dove passa l’asse immaginario del mondo, che ricongiunge cielo, terra e inferi.

E’ un luogo-non luogo; un luogo interiore e su questo Crocifisso è in asse con l’occhio semichiuso, quello che esprime la sofferenza del Cristo per sottolineare che attraverso di essa Cristo ricongiunge il cielo alla terra

Cristo è il centro dell’ universo, il perno intorno al quale tutto ruota: Colui che è destinato a coordinare l’umanità e tutta la storia, conducendo tutto e tutti alla pienezza voluta da Dio: è Colui che realizza il disegno di Dio fin dall’ origine del mondo: “…quello cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra…” (cfr.Efesini, 1,10), ricapitolare, cioè la ricomposizione cristiana della storia, riportando tutto sotto un unico Capo, e restaurare ciò che era stato distrutto, l’ amicizia tra Dio e gli uomini,  che il peccato aveva spezzato.

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Dalla ferita del costato segno del compiuto sacrificio, fuoriesce un rivolo di sangue, che scende perpendicolarmente e va ad insinuarsi nelle pieghe del perizoma, sostenuto da una robusta corda. annodata sul fianco destro.

Il rivolo di sangue dal costato, va idealmente a collegarsi con il primo sangue effuso da Gesù, alla circoncisione: Il sangue effuso alla circoncisione per Israele è il segno del legame eterno tra Dio e il Suo popolo:  l’Antica Alleanza.

Il rivolo di sangue effuso dal costato di Cristo  Crocefisso è il segno del legame del nuovo Israele, la Chiesa,  nella Nuova ed Eterna Alleanza tra Dio e gli uomini, inaugurata con la Sua morte, attraverso il Suo sangue che purifica da ogni peccato e instaura un nuovo rapporto di amore tra Dio e l’uomo.

Ma dal costato di Cristo con il sangue uscì anche un rivolo di acqua, simbolo della effusione dello Spirito Santo, di cui Cristo è tempio e sorgente.

Acqua e sangue sono anche immagine del Battesimo e della Eucaristia.

Il Battesimo cristiano trova il suo fondamento nell’acqua che sgorga dal Costato di Gesù; il Battesimo quindi è dono che è frutto della morte e glorificazione del Cristo.

L’Eucaristia trova il suo fondamento nel sangue versato per la salvezza dell’uomo (cfr. Luca, 22, 19-20),

L’espressione < nascere dall’alto > che leggiamo nel Vangelo di Giovanni (Gv. 3, 3-5) vuole significare nascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, creazione di un uomo nuovo, di una situazione nuova, di una comunità nuova, quella della Nuova ed Eterna Alleanza, stipulata tra Dio e l’uomo, non più con il sangue di un  agnello sacrificato e da sacrificare ogni volta per rinnovare, facendo memoria, la Antica Alleanza, ma stipulata una volta e per sempre nel sangue di Cristo, che scaturisce dal suo costato, Agnello immolato, nuove ed eterno Sacerdote, il cui sacrificio è unico ed eterno per la salvezza dell’ umanità fino alla sua parusia.

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Il perizoma, menzionato solo nel vangelo apocrifo di Nicodemo, è il grembiule, l’efod che il sacerdote di Israele indossava quando si recava all’ altare per sacrificare a Dio e il suo colore blu intenso è simbolo di purezza e di misericordia, ma anche della saggezza divina.

Cristo è il nuovo ed eterno Sacerdote (cfr, Eb. 7,23-28) e la superiorità del suo sacerdozio su quello levitico che era transitorio, perchè incarnato in uomini mortali, che non consentiva loro di potere rappresentare il popolo davanti a Dio, in modo permanente, è nel suo volontario sacrificio e nella sua risurrezione che gli consente di intercedere in eterno per noi presso il Padre, realizzando in modo perfetto al di là dei secoli, davanti a Dio con il suo ufficio di intercessore, mediante la sua funzione sacerdotale, la comunione dell’ uomo con Dio ( cfr. Settimio Cipriani, Le lettere di San Paolo, 1965).

Cristo quindi è l’unico mediatore tra Dio e l’uomo.

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Il nodo alla robusta corda che regge il perizoma, indica la capacità che Dio Padre ha data al Verbo Incarnato di sciogliere dal peccato e dalla morte e legare con se al Cielo i lontani, divenuti vicini, grazie al suo sangue versato.

Il nodo qui rappresentato è un nodo salomonico che tirato da un verso, prontamente si scioglie, mentre tirato dal verso contrario, immediatamente si chiude: i nodi del peccato e della morte, insolubili all’uomo, trovano in Cristo una rapida risoluzione che apre verso il raggiungimento della vita eterna, impossibile all’uomo, senza l’offerta gratuita della propria vita da parte di Cristo.

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La nudità del fianco sinistro, che compare seminascosta, sta ad indicare la bellezza primordiale dell’uomo, corrotta dal primo Adamo con  il peccato e ricreata dal nuovo Adamo; il perizoma appare leggermente mosso, immagine del Soffio dello Spirito che aleggiava sul creato (cfr. Genesi, 1, 2; 26-27; 2,25; 3) dalla notte dei tempi e sovraintende alla nuova creazione inaugurata dalla morte e risurrezione di Cristo, nuovo Adamo.

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I piedi del Cristo sono poggiati sul suppedaneum, sorta di sgabello, che era posto alla base degli stipes delle croci.

Il suppedaneum è quadrato, come allora era concepito il mondo e con la sua forma richiama la profezia di Isaia (Is. 66, 1-2) ” Così dice il Signore: < il cielo è il mio trono, e la terra lo sgabello dei miei piedi…Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola >…”.

Il Servo di Dio, Sac. Dolindo Ruotolo così spiega il versetto di Isaia: “…vuole significare che il Regno di Dio sarà universale, non sarà mai ristretto solo alla terra promessa, al solo tempio di Gerusalemme. Il popolo più che onorare Dio nella sua casa, si glorificava della sontuosità di quel monumento e praticamente lo riguardava solo come un titolo di orgoglio nazionale. ..Nella Nuova Alleanza il Signore formerà il Tempio della sua gloria nelle anime redente, in quelle umiliate e contrite che accoglieranno la sua parola; si mostrerà Padre di tutti dall’ alto dei cieli, e tutta la terra sarà sgabello dei suoi piedi, cioè luogo del suo dominio e del suo regno. Dal cielo Egli volgerà lo sguardo non più alla magnificenza di un fabbricato ma all’ umiltà dei cuori, ed effonderà la sua grazia su quelli che accoglieranno la sua parola…” (cfr. Dolindo Ruotolo, LA SACRA SCRITTURA, Vol. XIV, Napoli 1977).

Crocifissi coevi, ma anche appartenenti ad epoca successiva o immediatamente precedente  e di aree diverse di provenienza, presentano i piedi accavallati uniti con un solo chiodo.

Questo ha fatto nascere la convinzione mai confermata, nemmeno dagli approfonditi esami dell’immagine dell’Uomo della Sindone, che alla crocifissione, Gesù subisse lo slogamento dell’ anca ponendo in discussione quanto dice la  Sacra Scrittura: in Giovanni 19,36 “…questo  infatti avvenne perchè si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso…”., fusione di un versetto del Salmo 34 che descrive  la protezione divina  del giusto perseguitato (Sl.34,21 “…Preserva tutte le sue ossa, neppure uno sarà spezzato…con i contenuti del capitolo 2 del Libro della Sapienza (Sap. 2, 18-28), il cui tipo è il Servo di Jahvè di Isaia 53, e di una prescrizione rituale che concerne l’ Agnello pasquale (Es. 12,46 “….In una sola casa si mangerà: non ne porterai la carne fuori casa; non ne spezzerete alcun osso….” .

L’ allungamento realizzato dagli scultori di questi Crocifissi, della gamba destra rispetto alla gamba sinistra, fu un modo per bilanciare la figura posta in croce, costruita contorta, con tutto il peso gravante sulle braccia.

Le croci bizantine invece, rappresentano i piedi del Cristo inchiodati separatamente su un suppedaneum a tavoletta  inclinata con il lato sinistro tendente verso terra e il lato destro tendente verso l’ alto a simboleggiare la discesa agli inferi dei Cristo dopo la morte  per condurre al Padre i giusti radunati nello Sheol in attesa della salvezza che avrebbe operato e che riguardava tutta l’ umanità, dalla origine alla fine del mondo.

Croce ortodossa con il suppedaneum inclinato.

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Il sole e la luna è un modo di rappresentare quello che la tradizione orale antica riferisce dell’ evento-morte di Gesù.

Thallos, uno storico greco, forse il liberto Tiberio Claudio Tallo (I sec. d.C.)  che scrive in greco intorno al 55 d.C., avrebbe raccolto da alcuni cristiani presenti all’ evento, testimonianze sulla morte del Cristo e fra queste anche quella dell’ improvviso oscuramento del cielo e della visione in contemporanea del sole e della luna.

Quando Gesù fu crocifisso, fu di venerdì precedente la Pasqua ebraica, che si celebrava il sabato successivo alla prima luna piena, dopo l’equinozio di primavera.

La vita umana è figurata nelle fasi lunari: luna nuova (nascita); primo quarto (giovinezza); luna piena (maturità); ultimo quarto  (declino); luna nuova (morte).

La presenza sulle Croci, e qui sul pannello marmoreo graffito, che fa da sfondo,  della luna, vuole rappresentare  la impermanenza della vita umana, in contrapposizione al sole che non muta mai il suo fulgore e non è soggetto a variazioni periodiche: la luna  simboleggia il tempo, mentre il sole l’eternità.

C’è un momento, poco prima dell’ alba, quando il sole e la luna appaiono nel cielo l’ uno di fronte l’altro, prima che la luna scompaia e il sole aumenti il suo splendore.

La Sacra scrittura assegna alla vita umana la durata di settanta anni: essa raggiunge il suo apice intorno ai trentacinque anni, circa l’ età della morte in Croce di Gesù.

La presenza dei due astri sulla Croci vuole sottolineare l’ attimo in cui l’umanità di Cristo e la sua divinità si incontrano, si fondono.

Ma anche l’ attino in cui l’ uomo, peccatore, per mezzo della Sua morte e risurrezione, viene redento.

Il graffito che fa da sfondo al monumentale e miracoloso Crocefisso, decorazione posta al restauro settecentesco della cappella, pare rappresenti una veduta di Napoli.

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L’ incontro con Gesù è l’ avvenimento più coinvolgente della esperienza individuale: è un incontro salvifico che con il dono dello Spirito Santo, la remissione dei peccati, conduce alla pace, alla gioia, all’ entusiasmo che sgorga dell’ essere abbracciati dall’ amore paterno e perdonante di Dio.

Il Crocifisso palesa attraverso i segni individuati e decodificati, la vittoria di Cristo sulla morte , la sua apoteosi sulla croce, il mistero che è quello dell’ Uomo che mette la propria esistenza a repentaglio e suggella con un gesto filiale di obbedienza, le realtà di cui ha reso testimonianza in tutta la vita: il proprio essere l’ Incarnazione del Verbo.

Dio si rivela in Gesù Cristo: un Dio buono e misericordioso, sofferente e solidale con la sofferenza umana, lento all’ ira e ricco di clemenza, prodigo nell’ amore e generoso nel perdono, che accoglie a braccia aperte; il Signore della storia e giudice destinato a ricapitolare in se tutto l’ agire umano.

Il mistero della Croce va vissuto e compreso nella concretezza della sequela e va superato non solo dall’ annuncio della risurrezione, che ne è lo sfondo, ma nella vocazione al discepolato dove la Croce diventa concreta, conosciuta e nostra.

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La paternità del Crocifisso romanico del duomo di Napoli, andrebbe assegnata ad una personalità campana, operante nell’ambito della cultura romanica, borgognona, i cui contenuti risultano veicolati, come altrove, attraverso il grande movimento di mercanzie, di persone, di artigiani e trovatori di eserciti e pellegrini, che dopo la crisi dell’anno 1000, si muovevano per l’ Europa coesi dall’unico elemento unificatore possibile: il cristianesimo.

Questo ignoto artista ebbe la sua maturazione in un contesto di stimoli culturali di importazione borgognona-franco-iberica, presenti a Napoli tra la fine del 1100 e gli inizi del 1200 e che andava influenzando il substrato preesistente e declinante ormai verso la conclusione della parabola normanno-sveva.

Nel meridione d’Italia, la scultura lignea di epoca romanica, fu poco praticata: l’esiguo numero di manufatti superstiti da una scarsa produzione artistica, denuncia chiaramente l’inesperienza degli artigiani responsabili della scadente qualità delle opere stesse.

Nell’ area napoletana invece, è presente un buon numero di Crocifissi monumentali, di epoca romanica, risalenti all’ XI-XII secolo, la cui superiore qualità scaturisce dal coacerbo di esperienze lombarde, bizantine, francesi, spagnole.

Accenno brevemente ai contenuti stilistici dei manufatti lignei del periodo, perchè scopo del mio lavoro è stato quello di individuare il percorso storico-liturgico del monumentale miracoloso Crocefisso, della sua originaria collocazione avulsa dall’edificio angioino, poi all’interno del duomo di Napoli e proporre una sua  lettura iconologica.

Secondo G. De Francovich (cfr. Crocifissi lignei del secolo XII in Italia) i monumentali Crocefissi presenti nell’ area napoletana, che denunciano stilemi dedotti dall’arte oltremontana, sarebbero opera di anonimi produttori di manufatti lignei, ritornati in Italia da diverse parti d’ Europa, oppure originari d’ oltralpe, in vario modo, come i primi impegnati nella costruzione di chiese e monasteri sorti dopo il 1000 e venuti a contatto con varie esperienze artistiche, e per diverso tempo  utilizzati nel taglio e nella scultura del legno e della pietra, secondo piani e progetti di architetti, costruttori e capomastri stranieri di diversa esperienza artistica.

Costoro continueranno a lavorare nei luoghi di origine o comunque dove stabiliranno di fermarsi, secondo quanto stilisticamente appreso e introitato e praticato per anni.

Questa forse la ragione di una produzione di manufatti francesizzanti, ma influenzati da diverse correnti, riproducendo magari anche maldestramente forme note sviluppatesi in Francia, e comunque nell’ Europa nord-occidentale, non raggiungendo mai la purezza formale della scultura francese del periodo, che ne fu massima espressione.

Sono noti i rapporti che la scultura napoletana di epoca romanica ebbe con la scultura borgognona, ma non sono chiari i canali di penetrazione dei contenuti iconografici che apriranno, almeno in Campania, ad una nuova forma di rappresentazione del Cristo morto, con le gambe flesse e i pollici all’ingiù, il capo reclinato, con gli occhi semichiusi e che il Crocifisso del duomo veicolerà costituendo il prototipo per diversi Crocifissi coevi napoletani.

Napoli – Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli – Miracolosa immagine del Crocifisso – Emerge la analogia con il Crocifisso del duomo, prototipo di Crocifissi coevi.

Cronologicamente il  monumentale Crocifisso lo si colloca tra la fine dell’XI secolo e la metà del XII e la critica moderna lo assegna ad un artista romanico franco-catalano, non rifiutando di considerare il manufatto probabile prodotto di un artista locale venuto a contatto con modelli iconografici franco-iberici, qualificandolo come prototipo della immagine del Christus Patiens, strana contrapposizione al Christus triumphans che nelle stesse regioni della Spagna settentrionale trovò la suo origine.

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Le reliquie dei Santi Gennaro, Agrippino, Eutiche ed Acuzio nell’Altare del duomo di Napoli. Gli smarriti reconditori marmorei del IX secolo

di Tino d’Amico

A mio nipote Luca

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Durante la ricerca e lo studio dei reperti giacenti nel grande contenitore che è l’area della cittadella vescovile napoletana, tema che  non suscita molto interesse che non nel passato  in un diverso contesto culturale e religioso, sostituito oggi da uno scadente livello divulgativo di notizie e date spesso contrastanti di una storia millenaria di cui l’edificio angioino rappresenta la sintesi e che è poco nota  anche a coloro che lo frequentano abitualmente, ma è ancora approfondito argomento di studi condotti da pochi e qualificati ricercatori, rinvenni occasionalmente, nel settembre del 2011, in terra  insieme a frammenti di marmi depositati nel tempo, nella cappella dedicata a San Lorenzo Vescovo di Napoli (703-717), detta fin dalla inaugurazione dell’edificio, di San Paolo de’ Humbertiis, ma più comunemente identificata come cappella degli Illustrissimi Preti di Propaganda, ricoperta da uno spesso strato di polvere e calcinacci, la cassetta marmorea che mi fu indicata nella metà degli anni ’70  da mons. Franco Strazzullo  (1924-2005) canonico capitolare di Santa Restituta, filologo e storico dell’arte, che durante i lavori di consolidamento, restauro e ricerca archeologica nell’area del duomo napoletano negli anni 1969-72, fu testimone del recupero degli antichi contenitori delle reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio dal vano protetto dalla cancellata, ricavato nel postergale dell’Altare maggiore, ivi fatti murare dall’arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1754) dopo la ricognizione canonica del contenuto dell’antico Altare trecentesco, trasferito sul presbiterio dall’arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603) nel 1599 e diroccato e sostituito dal nuovo Altare maggiore del duomo,  da lui fatto realizzare al centro della scenografica abside settecentesca.

Napoli – Duomo – Cappella detta degli Illustrissimi Preti di Propaganda – Interno (1970).

Mons. Franco Strazzullo, che in quegli anni era membro della commissione diocesana di arte sacra e membro della commissione liturgica diocesana, mi descrisse gli antichi reliquiari di Sant’Agrippino e dei Santi Eutiche ed Acuzio, già allora andati smarriti, e mi indicò la cassettina marmorea unico reliquiario superstite dei tre, che fu contenitore delle reliquie dei tre Santi, autenticate e sigillate dall’arcivescovo Gesualdo, da lui trovate e riposte nel 1599, con lo stesso contenitore nel taxillum della Mensa, quando trasferì l’Altare trecentesco dal centro del transetto, sul presbiterio.

Napoli – Duomo – Postergale dell’Altare maggiore – I reliquiari dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio, murati nel vano protetto dalla cancellata, prima del recupero (1969-72) – Questo vano ricavato nel postergale dell’Altare è stato sapientemente conservato.

Gli antichi contenitori marmorei che furono trovati dal Gesualdo nella cassa dell’antico Altare, integri e con i rispettivi bagagli di reliquie, furono così ritrovati  anche dall’arcivescovo Spinelli nel 1741.

Napoli – Duomo – La capsella marmorea dopo il suo ritrovamento nella cappella detta degli Illustrissimi Preti di Propaganda, spolverata e sistemata sull’Altare del piccolo oratorio.

Essi, muniti di scritte identificative, garantivano la autenticità delle reliquie contenute  nella cassa dell’Altare trecentesco, e la antichità del loro deposito (VIII-IX secolo); sorprende invece  la nota riportata negli Atti  della  Santa Visita dell’arcivescovo  Mario Carafa (1565-1576) (cfr. Curia Arciv. di Napoli, Archivio di S. Visita, Atti della S. Visita dell’arciv. Mario Carafa, vol. II, fol.6) che ricorda una successiva dedicazione del maggiore Altare del duomo angioino, dell’8 maggio 1412 riferendo di altre reliquie presenti al suo interno; successivamente negli stessi Atti di S. Visita lo stesso arcivescovo Carafa, dopo una ricognizione canonica annota la presenza delle  reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio, in esso ritrovate.

Nel corpo dell’Altare trecentesco, che recava gli stemmi di Casa Orsini, nella prima metà del ‘300, furono posti i sarcofagi marmorei con le reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio contenute in cassette plumbee a loro volta munite di scritte identificative antiche; l’8 maggio 1412, l’Altare venne nuovamente dedicato e non se ne conosce la ragione, all’Arcangelo Michele e a San Gennaro,  e l’arcivescovo Niccolò de’ Diano (1411-1435), secondo la citata nota allegata agli Atti della Santa Visita Carafa, dichiarò la presenza al suo interno delle reliquie dei Santi Agrippino, Cosma e Damiano e Teodoro.

Notizie contrastanti ma successivamente, tempestivamente modificate e corrette dallo stesso arcivescovo Mario Carafa,  certamente rilevate anche dall’arcivescovo Gesualdo,  e poi dall’arcivescovo  Spinelli che, dopo la citata ricognizione canonica del 1741 e il temporaneo  deposito dei sarcofagi con le cassette che contenevano le venerate reliquie dei tre Santi, nel reliquiario della sagrestia del duomo, e la ricollocazione dei soli contenitori di piombo con le reliquie, nel grande sarcofago di porfido rosso affiancato da due angeli reggi palme, scolpito da Pietro Bracci (1700-1776) insieme al nuovo Altare disegnato da Polo Posi (1708-1776), dispose che gli antichi reconditori fossero murati nel postergale del nuovo Altare a garantire , contro ogni dubbio, la sicura attribuzione ed autenticità delle reliquie in esso poste, come già aveva fatto il suo predecessore Gesualdo, che fece porre sulla fenestrella confessionis aperta sul postergale  dell’antico Altare trecentesco la scritta: HIC JACENT CORPORA SANCTORUM AGRIPPINI EPISCOPI NEAP.NI EUTYCHETIS ET ACUTIJ SOCIORUM SANCTI JANUARIJ.

Napoli – Duomo – Cripta di San Gennaro – I contenitori plumbei delle reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio, temporaneamente posti accanto alla olla di terracotta contenente le reliquie di San Gennaro. 

Durante i lavori di restauro al complesso cattedrale napoletano (1969-72) fu disposta dall’allora arcivescovo card. Corrado Ursi (1966-1987), la ricognizione canonica delle reliquie conservate nel sarcofago sistemato sotto la Mensa del maggiore Altare per un progetto che non si realizzò,  per dare un nuovo assetto liturgico al presbiterio e per proseguire nella ricerca dei corpi dei vescovi napoletani, ricerca già iniziata dall’arcivescovo Alfonso Castaldo (1958-1966)  e indirizzata poi al recupero delle sole reliquie di San Gennaro, che furono riscoperte nel sarcofago di bronzo nascosto nell’Altare della cripta che allora era oggetto di restauro.

Nel sarcofago del maggiore Altare furono trovate, in una cassetta di piombo le reliquie di Sant’Agrippino, che furono conservate temporaneamente nel reliquiario della antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta, insieme ad alcune reliquie dei Santi, Eutiche ed Acuzio, autenticate e sigillate dall’arcivescovo Gesualdo, e quelle dei Santi Eutiche ed Acuzio,  nelle cassette plumbee, che furono poste nel sarcofago  che contiene le reliquie del Corpo di San Gennaro, nella cripta del duomo ai lati della olla longobarda.

Della ricognizione canonica e del recupero degli antichi reliquiari dal postergale dell’Altare settecentesco, resta una fotografia pubblicata da Roberto di Stefano, nel volume La cattedrale di Napoli, storia, restauri, scoperte, ritrovamenti, Napoli 1975: nel limitare dell’angolo sinistro della fotografia, si intravvede il piccolo contenitore marmoreo da ma ritrovato nella cappella di San Lorenzo vescovo, nel 2011.

Napoli – Duomo – Presbiterio – I reconditori marmorei del IX secolo, fotografati durante il recupero dal postergale dell’Altare settecentesco (1969-72).

Ho riposto il contenitore marmoreo munito di coperchio sagomato, superstite dei tre recuperati dal postergale dell’Altare, di cm. 20 x 13 x 14 , privo di ogni riferimento identificativo, che contenne nel taxillum  della Mensa dell’antico Altare, le reliquie autenticate e sigillate dall’arcivescovo Gesualdo nel 1599, nel reliquiario del duomo, classificato, catalogato e inventariato (inv. 2013). lipsanoteca – S – ; scarabattola – X – ; num.inv. 704, con il solo scopo di garantire la sua conservazione nel tempo.

Napoli – Duomo – Il contenitore marmoreo nella cappella reliquiario prima di essere depositato nella lipsanoteca.

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Dalla analisi storico-critica delle scarse fonti  esistenti relative alla diversa identificazione delle reliquie dei santi corpi presenti nell’antico Altare maggiore del duomo angioino, per l’arco temporale che va dalla sua prima dedicazione, probabilmente nella prima metà del ‘300 ed il 1599, quando l’arcivescovo Gesualdo dopo la sua Santa Visita, lo trasferì con il suo contenuto sull’abside appena restaurata e, correttamente identificandole in occasione della necessaria ricognizione canonica, le autenticò riconoscendole attraverso le iscrizioni poste sugli antichi sarcofagi e sulle singole cassette plumbee come quelle del corpo di Sant’Agrippino e dei corpi dei Santi Eutiche ed Acuzio e dal raffronto delle varie relate delle dedicazioni dell’Altare e dalla lettura degli Atti delle Sante Visite di Mario Carafa e dei suoi successori, emerge la contraddizione tra un supposto elenco di reliquie presenti all’interno dell’antico Altare, richiamato nelle successive dedicazioni (1412, 1554, 1574) e l’elenco delle reliquie conservate ancora negli antichi reliquiari, trovati nella cassa dell’Altare, e con esso trasferiti  dal centro del transetto sull’abside; reliquie poi ritrovate al suo interno, ancora negli antichi sarcofagi e nelle singole cassette durante la ricognizione canonica disposta dall’arcivescovo Spinelli, il cui verbale è riportato nella RELAZIONE DELLO STATO DELLA CHIESA METROPOLITANA FORMATA A TENORE DEGLI ORDINAMENTI DI S. E. IL SIGNOR CARDINALE SPINELLI NELL’ISTRUZIONE PER LA SANTA VISITA scritta dal canonico tesoriere del duomo e datata 20 settembre 1741 (conservata presso la Curia Arcivescovile di Napoli, nell’archivio di Sante Visite) e  riposte private degli antichi sarcofagi, nelle singole cassete nel nuovo Altare settecentesco, e così recuperate poi, durante la ricognizione canonica legata ai lavori di consolidamento e restauro al complesso cattedrale, che si concluse con il recupero dal postergale degli antichi contenitori marmorei.

Napoli – Duomo – Il nuovo Altare Mensa eretto al centro della tribuna.

Il 26 aprile 2012, ricorrendo il ventesimo anniversario della ordinazione episcopale dell’arcivescovo metropolita di Napoli, mons. Crescenzio Sepe, fu inaugurato il nuovo Altare Mensa eretto al centro dell’abside e, durante il rito della dedicazione, il presule pose al suo interno alcune reliquie del Corpo di San Gennaro, Patrono principale della Città, della diocesi e dalla regione Campania e quelle dei Corpi dei Santi Eutiche ed Acuzio, compagni nel martirio con San Gennaro a Pozzuoli e quelle di San’Agrippino, VI vescovo di Napoli e Compatrono con San Gennaro, conservate nelle rispettive cassette di piombo, munite della scritte identificative antiche.

Reliquie autentiche del Megalomartire Gennaro, perché tratte da quelle contenute nel reliquiario della cripta del duomo, e quelle dei Santi  Agrippino, Eutiche ed Acuzio, ritrovate e riconosciute tali ed autenticate dagli arcivescovi di Napoli nel corso di varie ricognizioni canoniche  e particolarmente dagli arcivescovi Gesualdo e Spinelli, perché da loro ritrovate contenute ancora nelle integre capselle plumbee riposte nei sarcofagi dell’VIII – IX secolo che le custodivano nel corpo dell’antico Altare, reconditori marmorei murati nel postergale del maggiore Altare settecentesco recuperati e andati smarriti, ma citati da Giovanni Diacono nel suo Gesta Episcoporum Neapolitanorum. 

Giovanni Diacono visse a Napoli tra la fine del IX e l’inizio del X secolo e fu tra coloro che furono inviati nell’anno 906 ad appurare la veridicità del ritrovamento dei resti mortali di alcuni martiri puteolani di Eutiche ed Acuzio e  particolarmente di San Sossio a Miseno.

A decorare il nuovo Altare furono posti, sul frontale, un prezioso bassorilievo che rappresenta la Risurrezione di Gesù, attribuito a Giovanni Merliani da Nola (1488-1558) che decorava l’ingresso dell’antico seminario napoletano, fondato nel 1566, dall’arcivescovo Mario Carafa e fu il primo ad essere aperto, dopo il Concilio di Trento e, sul postergale, un bassorilievo attribuito a Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745) scolpito per la catacomba napoletana, trasferito nella basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio e in duomo, per decorare questo Altare che, opinione comune, rappresenterebbe San Gennaro in una diversa insolita singolare postura iconografica, ed è proprio la postura dell’immagine che mi fa ritenere invece, che rappresenti un altro santo vescovo napoletano.

Niente di insolito: la deposizione e rideposizione di reliquie di corpi santi, in occasione di dedicazioni, ricognizioni canoniche, trasferimenti e restauri e nuove dedicazioni di Altari, al loro interno, è tradizione antica della Chiesa, è parte del rito dedicatorio degli Altari.

Napoli – Duomo – Il settecentesco Altare maggiore che fa da sfondo alla scenografica abside.

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I reconditori del IX secolo, che contenevano le reliquie di Sant’Agrippino e dei Santi Eutiche ed Acuzio e che dalla metà del ‘200 furono trasferiti con il loro prezioso carico dall’ipogeo della diroccanda  basilica napoletana detta Stefania, nell’oratorio detto tesoro vecchio appositamente realizzato in cima alla torre scalare di sinistra dell’ingresso del costruendo duomo angioino, in esecuzione di un decreto di Carlo II d’Angiò (1285-1309) riferito da B. Cantera, che stabiliva il recupero e la sistemazione in esso di tutte le sante reliquie venerate nella cittadella vescovile napoletana, nella prima metà del ‘300, quando furono posti nel  maggiore Altare  del duomo, furono oggetto, certamente, di una ricognizione canonica e furono lette correttamente ed interpretate le scritte identificative incise sulla fronte del sarcofago bisomo che conteneva le reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio e quelle incise sul bordo della fonticella marmorea che conteneva quelle di Sant’Agrippino, non solo, ma certamente furono correttamente lette le scritte identificative impresse sulle cassettine plumbee contenute in essi.

Esse garantivano la autenticità delle reliquie contenute nei reconditori e deposte nella cassa dell’Altare trecentesco, e la antichità del loro deposito originario nei reliquiari: l’VIII secolo.

Non esiste relata o notizia relativa alla dedicazione dell’antico Altare Mensa dell’appena inaugurato nuovo duomo angioino (1314), che certamente dovette avvenire nella prima metà del ‘300.

Sorprende invece la nota riportata negli Atti della Santa Visita dell’arcivescovo Mario Carafa del 1574 (cfr. Curia Arciv. di Napoli, Archivio della S. Visita dell’arciv. Mario Carafa, vol. II, fol.6).

La nota, ricordando una nuova e immotivata  dedicazione del maggiore Altare del duomo angioino, dell’8 maggio 1412, da notizia del  corredo di reliquie poste al suo interno: “…Anno Domini millesimo quadrigentesimo, duodecimo. Indictione quinta, die dominico octavo mensis maij pontificatus SS.mi in Christo Patris et Domini nostri Domini Gregorii divina providentia papa duodecimo anno sexto, consecratum fuit hoc maius Altare in memoriam et honorem beati Michaelis archangeli et sancti episcopi et martiris Januarii, per manus R.mi in Christo Patris et Domini Domini Nicolai archiepiscopi neapolitani, in quo recondita sunt reliquie infrascriptorum Sanctorum Martirum vidilicet: Theodori, Cosme et Damiani, ac beati Aghrippini episcopi et confessoris…”,

Notizia poi confermata durante una successiva dedicazione del 1554, anche se non riporta l’elenco delle reliquie poste all’interno dell’Altare  “….Ego Horatius grecus troianus utroque iure doctor, Dei et Apostolice Sedis gratia episcopus troianensis die octavo martii 1554 iterum consecravi cum eiusdem reliquis sub julio pape tertio…”.

L’arcivescovo Mario Carafa, visitando l’Altare maggiore del duomo il 14 novembre 1566, appena eletto arcivescovo di Napoli e prima dell’inizio della sua Santa Visita del 1574, si accorse che ….sigillum marmoreum moveri, et quia movebatur inde a tempore prenarrate incepte visitationis, idem Ill.mus et R.mus Dominus Archiepiscopus iussit amoveri predictum sigillo, et sicut fuit amossum… e il 6 dicembre 1574 l’Altare fu ridedicato da mons. Fabio Polverino:  …Eodem die fuit consecratum altare majus per R.m Fabium pulverinum Episcopum Isclanum de ordine preditto Ill.mi Archiepiscopi  debitis ceremoniis…cum reliquis infrascriptorum Sanctorum vidilicet St. Cosmi et Damiani, Sti Theodori martiris et St. Agrippini episcopi et confessoris, quod dittum altare reperiebatur desecratum ut in alia visitatione….”.

Il relatore si riferiva forse al reconditorio posto nel taxillum della Mensa che probabilmente non risultava ben cementato.

E’ lo stesso arcivescovo Mario Carafa che nella Santa Visita del 1574, riferendosi allo  all’Altare del duomo, da lui precedentemente osservato non integro,  e alla ricognizione canonica del suo contenuto, precisa: “…fuit repertum sub dictum Altare majus esse tumulatus tria corpora Sanctorum, scilicet corpus S. Eutichetis, et Acutii martir. et Agrippini Episc. et confessoris…”.

SCILICET CORPUS S EUTICHETIS ET ACUTII MARTIR. ET AGRIPPINI EPISC….  – cioè, senza alcun dubbio.

Così dichiarò anche il suo successore, Annibale di Capua (1578-1595) in occasione della sua Santa Visita del 1580: “…sub dicto altari (majori) est cassa quaendam marmorea quadrata, in que fuit dictum requiesci corpora sanctorum Euticetis et Acutii martirum….et corpus S. Agrippini conf. et ep. neap…”.

Reliquie consistenti  dei Santi Cosma e Damiano e di San Teodoro, non ci sono nel reliquiario del duomo e i loro nomi non compaiono tra quelli riportati nella TABELLA DELLE RELIQUIE considerate autentiche e proposte alla venerazione dei fedeli, nel duomo e in alcune chiese napoletane, compilata dall’arcivescovo Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702) nel 1701 scolpita  nel marmo e attualmente, dopo diverse collocazioni all’interno del duomo, è murata nella cappella dedicata alla Madonna “del pozzo”, il retro sagrestia (cfr. Tino d’Amico, La cappella delle reliquie del duomo di Napoli, in: il blog di tino d’Amico – tinodamico.wordpress. com).

Napoli – Duomo – Cappella dedicata alla Madonna “del pozzo” (retro sagrestia) – La TABELLA DELLE RELIQUIE DEL DUOMO DI NAPOLI, murata sulla parte in “cornu Evangeli” della cappellina.

Nel reliquiario del duomo ho trovato nel 2013, in una  cassetta di legno della seconda metà dell’800, di provenienza ignota ( fondo/B – lips. S – Scar. N – n.124) contenente cinquecentosessantacinque   frammenti ossei e reperti vari parcellari, ravvolti in foglietti di carta con indicazioni nominali, stipati nello stesso contenitore e in altri reliquiari, reperti ossei parcellari dei Santi Cosma e Damiano: collocazione – San Cosma M 197/B ; 525/B; e altri frammenti ossei parcellari in  lips. S – scar. S – n.629; lips. S scar. S – n. 632.   Di San Damiano M.  lips. S – scar. S – n.629; lips. S – scar. S – n.632. Di San Teodoro M. Fondo/B, n. 304/b; 385/B; lips. S – scar. S – n.628; lips. S – scar. U/c n. 669; lips. S – scar. W – n. 700; lips. S – scar. W – n. 701; lips. S – scar. W – n 702

 

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie, interno

Le reliquie del corpo di Sant’Agrippino, VI vescovo di Napoli e Compatrono cittadino erano presenti nella basilica detta Stefania, gemina della antica cattedrale napoletana  detta di Santa Restituta, fin dall’VIII secolo, trasferite dalla catacomba napoletana e dal IX secolo venerate insieme a quelle dei Santi Eutiche ed Acuzio, trasferite  a Napoli dall’VIII secolo da Pozzuoli.

Il culto dei Santi Cosma e Damiano e di San Teodoro è riportato sul CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA DI NAPOLI compilato tra l’anno 847 e l’anno 877 per la basilica napoletana di San Giovanni Maggiore, dove fu ritrovato occasionalmente nel 1742 e la strutturazione delle feste elencate, fa intuire che fu realizzato in una fase di passaggio tra l’epoca bizantina e l’avvicinamento a Roma della Chiesa di Napoli, in coerenza anche con la nuova politica iniziata dal vescovo Stefano II; ma la presenza di feste e memorie sul Calendario Marmoreo,  non significa  la presenza di loro reliquie a Napoli.

Napoli – Duomo – Area archeologica – Il CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA NAPOLETANA (sec. IX) – Dettaglio.

Di San Teodoro il Calendario  riporta il giorno del martirio e il giorno della morte (natale al cielo): P(assione) di S(an) TEODORO MAR(tire), al XV aprile – N(a)T(ale) del S(an)TO TEODORO al XIIII luglio:

Dei Santi Cosma e Damiano sul Calendario marmoreo è ricordata due volte la data del martirio: PAS(ione) dei S(anti) COSM(a) E DAMIA(no) al XVII settembre; P(assione) dei S(anti) COSM(a) E DAMIA(no) al XXII di ottobre.

Mentre dei Santi Eutiche ed Acuzio, la dota del loro martirio: N(a)T(ale) di S(an) LUCA EV(angelista) E dei S(anti) EUTICHE ED ACUZIO, al XVII di ottobre, insieme a quella di San Luca, festa istituita forse per fare memoria della loro prima traslazione?.

La data della morte di Sant’Agrippino è riportata sul Calendario Marmoreo al giorno VIIII novembre: N(a)T(ale) di S(ant’) AGRIPPINO ed il suo culto è riferito anche nell’antico calendario detto ottoboniano vaticano latino 38, risalente al pontificato di papa Gregorio IV (827-844).

 

Parte dei resti mortali dei due compagni martiri con San Gennaro alla Solfatara, erano conservate nel praetorium Falcidii, un luogo, forse un ipogeo in una proprietà della famiglia Falcidia, (questo dovrebbe essere il senso del termine praetorium), presso la antica basilica di Santo Stefano, antica cattedrale puteolana, da dove furono recuperati e trasferiti a Napoli, nella seconda metà dell’VIII secolo, dal Vescovo-Duca  Stefano II (767-800) che lo fece in forza della sua autorità politica e spirituale, perché vescovo più influente dell’area e governatore del ducato bizantino di Napoli, che territorialmente comprendeva anche Pozzuoli, e posti nell’ipogeo della basilica detta Stefania, ricostruita quasi interamente dopo un incendio, dove già erano presenti le reliquie di Agrippino.

Trasferimento che dovette avvenire in concomitanza con il prelievo di parte delle stesse reliquie da parte del longobardo Ludovico II (825-875), co-imperatore del Sacro Romano Impero  e trasferite nella abbazia di Reichenau sul lago di Costanza.

Fonti storiche riferiscono anche di un evento di origine vulcanica nell’area puteolana, forse un bradisismo negativo che aveva quasi sommerso Pozzuoli tra l’VIII e il IX secolo e questa dovette essere anche la probabile ragione del recupero dei resti mortali dei Santi puteolani e il loro trasferimento a Napoli.

Il Sac Cosimo Stornaiulo, nel suo saggio Ricerche sulla storia e i monumenti dei SS. Euitiche ed Acuzio, martiri puteolani, Napoli 1874, lega invece il trasferimento delle sacre reliquie dal praesidium Falcidii nel 771, ad eventi bellici  negativi per la città e l’area vicina, le guerre gotiche, l’invasione longobarda, l’invasione saracena.

La cronotassi vescovile della diocesi di Pozzuoli del poeriodo appare infatti incerta e lacunosa.

Lo stesso Calendario Marmoreo della Chiesa Napoletana, fa memoria di Santi venerati nella Chiesa puteolana e di alcuni di essi ho rinvenuto consistenti reliquie nel reliquiario del duomo e la loro memoria fa supporre la presenza a Napoli di loro reliquie.

Le reliquie dei due santi, secondo Giovanni Diacono (cfr. Gesta Epsicoporum Neapolitanorum) furono poi poste nell’ipogeo sotto l’Altare della basilica detta Stefania  dal Vescovo Giovanni IV (842-849), nell’urna marmorea bisoma del IX secolo, che aveva sulla faccia anteriore le iscrizioni identificative dei due Santi, recuperata dal postergale dell’Altare settecentesco del duomo negli anni 1969-72, e andata smarrita: le reliquie dei loro corpi erano già contenute nelle cassettine di piombo, con le relative iscrizioni identificative e ancora in esse, così deposte nel corpo del nuovo Altare Mensa del duomo.

Napoli – Duomo – Abside – Corrado Giaquinto: Traslazione delle reluiquie dei Santi Eutiche ed Acuzio da Pozzuoli a Napoli nell’VIII secolo: sulla dstra è dipinto il vescvo-duca di Napoli Stefano II e a sinistra Cesario Console.

L’urna marmorea fu ritrovata dall’arcivescovo Gesualdo nel corpo dell’Altare trecentesco quando lo trasferì dal centro del transetto sull’abside appena restaurata.

L’Altare fu nuovamente dedicato il 31 maggio 1597: “…quod altare est integro et ad formam congruam et totum consecratum noviter per Ill.m D.um archiep…(cfr. Vol. XII S.Visita card. Alfonso Gesualdo, fol. 6 ) e di questa ridedicazione, nel vol. XIV della S. Visita del card. Spinelli fol. 551 è riportata una notizia più esplicita: …”quod consecravit E.us D.um archiepiscopus Gesualdus anno 1597 die 31 maii ut ex litteris testimonuialibus  ejusdem in carta membrana repositis intus arculam argenteam eum reliquis Sanctorum (Santi Eutiche, Acuzio, Agrippino n.d.a:) reperta super taxillum mensae marmoreae…”

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Dopo i trafugamento del corpo di San Gennaro dalla catacomba napoletana e il suo trasferimento a Benevento, ad opera di Sicone (+ 832), nell’anno 832  il principato longobardo di Benevento passò al figlio Sicardo ( + 839) e poi al fratello di questi, Siconolfo ( + 851) che si intestò il principato, contrastato dal tesoriere Radelchi ( + 851) che anche lui si intestò lo stesso principato.

Agropoli (Sa) – Il castello saraceno-aragonese.

Per sopraffarsi a vicenda entrambi chiesero l’aiuto dei saraceni di Agropoli nell’anno 845, che invasero il beneventano e parte del Lazio, giungendo fino a Roma che non espugnarono ma riuscirono a saccheggiare e profanare la basilica di San Pietro.

 

Intervenne il longobardo Lotario I (795-855) imperatore del Sacro Romano Impero che inviò il figlio Ludovico (825-875) re d’italia, che sconfitti i saraceni e composta la pace tra i principi longobardi assegnando ad uno il principato di Salerno e all’altro quello di Benevento nell’850, fu da papa Leone IV (847-855)  incoronato co-imperatore del Sacro Romano Impero, associandolo nel governo a suo padre.

Suddivisione del territorio del ducato longobardo di Benevento in principato di Salerno e principato di Benevento, nell’VIII secolo – Il territorio del ducato bizantino di Napoli, restò autonomo.

Ludovico ritornando in Germania, portò con se da Benevento, e non sappiamo se per disposizione paterna, o per sua espressa volontà legata alla incetta di reliquie, oppure le ebbe in dono dai beneventani per ottenere maggiori favori e protezione dall’imperatore, una parte del corpo di San Gennaro che fu poi da Lotario I, donata alla abbazia benedettina sorta a Reichenau, un’isola sul lago di Costanza, dove giunsero nell’871 e pare, successivamente suddivise con altre abbazie benedettine sparse per l’Europa.

Germania – Lago di Costanza – L’abbazia benedettina di Reichenau.

La parte restante del corpo di San Gennaro fu inumata nella abbazia di Montevergine, tranne il cranio restituito ai napoletani da Sicone quando fu composta la pace con i beneventani.

Se a Reichenau e altrove ci furono e ci sono ancora  autentiche reliquie del corpo di San Gennaro, è un problema che riguarda  storici, agiografi e  anatomo-patologi  e il confronto scientifico dei reperti tedeschi con quelli napoletani, potrebbe essere la conclusione della indagine scientifica a suo tempo iniziata con la ricognizione canonica delle reliquie del Megalomartire avventa il 25 febbraio 1964, ad opera dell’allora arcivescovo di Napoli Alfonso Castaldo (1958-1966), dopo il loro ritrovamento nel sarcofago di bronzo nascosto nell’Altare della cripta del duomo.

Interno della abbazia di Reichenau.

Esisterebbe un documento del IX secolo ritenuto un falso da Mons. Domenico Mallardo (1887-1957), agiografo e archeologo napoletano,  perché a suo dire, presenta numerose contraddizioni storiche nella narrazione dei fatti e confusione nelle date, che da notizia del trasferimento da Pozzuoli di consistenti reliquie dei corpi dei martiri puteolani Procolo, Eutiche ed Acuzio, consegnate dall’Imperatore Ludovico a Reichenau , dove sarebbero giunte nello stesso anno 871 e questo documento confermerebbe l’ipotesi della traslazione di sante reliquie dall’area puteolana a Napoli, in relazione alle invasioni saracene e non ad eventi sismici negativi come altrove ipotizzato (la traslazione delle reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio, o parte di esse, ad opera del vescovo-duca di Napoli Stefano II sarebbe avvenuta tra il 727 e l’800, anni in cui resse la Chiesa di Napoli).

Repubblica Ceca – Praga – La cattedrale di San Vito.

Le reliquie dei Santi puteolani poi, traslate a Reichenau, nel 1357  furono concesse in dono alla cattedrale di San Vito, dall’imperatore Carlo III di Lussemburgo (1316-1357) che fu re  di Boemia, di Germania, d’Italia e poi imperatore del Sacro Romano Impero, Cattedrale da lui fondata quando la diocesi di Praga venne elevata al rango di sede arcivescovile.

Praga – Interno della cattedrale di San Vito.

Le reliquie dei Santi puteolani (poste insieme a quelle di San Gennaro) furono sistemate in un  sarcofago che dovrebbe essere ancora conservato nel museo del duomo di Praga, che Mons. Domenico Ambrasi (1924-2012) canonico capitolare di Santa Restituta, storico e  paleografo così descrisse in un suo articolo pubblicato sul bollettino diocesano di Napoli Januarius nn.8/9 – 1972:  una cassetta “di legno e rame a forma di sarcofago o urna…e lunga cm. 104, alta cm. 45, larga cm. 34 ed è finemente lavorata in oro e lamina d’argento. La struttura originaria pare risalga ad epoca romanica, ma le figure sono posteriori: vengono attribuite ad un ignoto artista della metà del ‘400…sulla fascia anteriore sono  incise in primo piano le immagini di Maria e Giovanni ai piedi del Crocefisso, nel piano superiore la Madonna col Bambino tra due Apostoli. L’altra faccia presenta, nel piano inferiore San Gennaro che regge un libro, raffigurato a sbalzo più massiccio, e quattro Apostoli, nel piano superiore ancora quattro Apostoli…”. 

Domenico Ambrasi nel suo articolo manifestava la incertezza sul contenuto del sarcofago e se è quello antico proveniente dalla abbazia di Reichenau, quello posto nell’oratorio costruito intorno all’anno 1000, accanto ad essa, atteso che nel 1780, dopo una ricognizione canonica, parte di esse furono restituite a Pozzuoli….ma le reliquie di quali martiri? San Gennaro, San Procolo e dei Santi Eutiche ed Acuzio? o di solo questi ultimi?

Pozzuoli – Reliquiario d’argento che contiene parte delle reliquie dei Santi Procolo, Eutiche ed Acuzio, realizzato dopo la restituzione di parte di esse nel 1780.

In data 25.10.2017, ho chiesto al Reverendo Capitolo Cattedrale di Praga notizie relative alla  presenza nel tesoro del duomo del cassetta-reliquiario dei Santi Eutiche ed Acuzio, descritta nel suo articolo da Mons. Domenico Ambrasi e della presenza di reliquie del corpo di San Gennaro nel reliquiario dello stesso duomo,  ricevendo in data 19.11.2017  dal prof. Jan Matejka la seguente risposta: “…i nomi di questi Santi puteolani non abbiamo trovato tra le reliquie che Carlo IV di Lussemburgo  ricevuto dalla chiesa abbaziale di Reichenau, neanche sono registrati nei più vecchi inventari di reliquiari….Dai vostri Patroni abbiamo nella nostra Cattedrale soltanto una piccola reliquia di San Gennaro….” .

Praga – cattedrale di San Vito – Reliquiario di San Gennaro (foto prof.J.Matejka).

Mons. Ambrasi, cosa vide ?

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Tra il 1378 e il 1417, si verificò quello che è definito  lo scisma d’occidente, durante il quale la Chiesa si divise sotto l’autorità due pontefici legittimamente eletti, e che avevano stabilito la sede apostolica  uno a Roma e l’altro ad Avignone,  e che rivendicavano la propria legittima autorità:  tra il 1402 e il 1417 i pontefici legittimamente eletti erano tre, con tre diverse sedi apostoliche, a Roma, Avignone, Pisa.

Essi dividevano anche l’assetto politico europeo perché i vari sovrani aderivano ora ad uno ora ad un altro pontefice a seconda che questi poteva garantire loro maggiore autorità e nuovi territori.

In quegli anni si susseguirono a capo della diocesi napoletana arcivescovi di obbedienza avignonese, romana, pisana, spesso legittimamente eletti e in contrasto tra loro che seguivano l’orientamento del sovrano angioino del momento tendenzialmente orientato verso l’obbedienza romana,  pronto però a modificare la appartenenza ad un partito, sperando in privilegi e aumenti di potere: Bernard III de Rodez (1368-1379, deposto), avignonese; Lodovico Bozzuto (1378-1383), romano, al tempo del pontefice napoletano Urbano VI (1378-1389); Thomas de Ammanatis  (antivescovo) (1379-1385), avignonese; Nicola Zanasi (1384-1389), romano; Guglielmo Andronis (antivescovo) (1388-1399) avignonese; Errico Capece Minutolo (1389-1400, dimesso) romano, al tempo del papa napoletano Bonifacio IX (1389-1404) pontefice romano, mentre ad Avignone regnava l’antipapa Clemente VII (1378-1394); Nicola Pagano (antivescovo) (1399-1404), avignonese e poi romano; Giordano Caetani Orsini Juniore (1400-1405, dimesso) romano; Giovanni VII (1407-1411, deposto) romano; Giacomo de Rossi (antivescovo) (1415-1418) pisano, insieme al papa napoletano Giovanni XXIII (1410-1415); Niccolò de’ Diano (1411-1435) di dubbia appartenenza iniziale, poi romano con la composizione dello scisma.

Quando Gregorio XII (1406-1415), romano, dichiarò decaduto l’arcivescovo di Napoli Giovanni VII (1407-1411) che, di obbedienza romana, aveva scelto di seguire Alessandro V (1409-1410) pontefice pisano ,Niccolò  de’ Diano che era stato ciambellano e consigliere di Ladislao d’Angiò-Durazzo, ora vescovo di Teano, ottenne la gestione delle rendite ecclesiastiche e divenne rettore e amministratore apostolico della Chiesa di Napoli , quindi fu nominato da Gregorio XII, arcivescovo di Napoli, dal 1412; in questa veste si affrettò a dedicare nuovamente l’Altare maggiore del duomo angioino, anche se probabilmente nel frattempo, era già passato alla obbedienza pisana, e quindi dichiarato illegittimo, per seguire il nuovo pontefice, nato ad Ischia,  Baldassarre Cossa, Giovanni XXIII (1410-1415).

Napoli – Chiesa di San Giovanni a Carbonarea – monumento funebre a re Ladislao d’Angiò-Durazzo.

Mentre si susseguivano nel governo della diocesi napoletana arcivescovi appartenenti alle tre diverse obbedienze gli Angiò-Durazzo dal 1382 al 1435, governarono il Regno  di Napoli per diritto di successione perché, ramo cadetto della prima dinastia angioina, alla estinsione del ramo di Napoli e di Ungheria, Carlo d’Angiò-Durazzo(1345-1386) divenne Carlo III di Napoli d’Angiò-Durazzo, riuscendo a spodestare ed imprigionare Giovanna I (1327-1382), nel 1381.

A lui successe dopo il suo assassinio a Buda, il figlio minore Ladislao (1376-1414) sotto la tutela  della madre Margherita di Durazzo (1347-1412) fino alla maggiore età, che morirà di peste ad Acquamela di Baronissi, vicino Salerno.

Gli Angiò-Durazzo e Margherita che fu regina d’Ungheria, dovevano ben conoscere la storia del trasferimento da Reichenau a Praga, nel 1357, delle reliquie dei Santi puteolani Procolo, Eutiche ed Acuzio e forse anche di San Gennaro, evento vissuto non in prima persona ma ben presente nella memoria collettiva anche perché le reliquie furono scortate fino a Praga dallo stesso Imperatore del Sacro Romano Impero, nel viaggio, dal lago di Costanza, attraverso la Germania e l’Ungheria , regno degli Angiò-Durazzo.

Salerno – Duomo – Monumento funebre di Margherita d’Angiò-Durazzo.

Fin dall’inizio del suo governo Carlo III d’Angiò-Durazzo, cominciò l’epurazione dei vescovi e del clero colluso con l’antipapa Clemente VII, avignonese, appoggiati dalla spodestata regina Giovanna I che aveva dichiarata la sua obbedienza a quel partito.

L’interesse per l’aspetto religioso di Margherita d’Angiò-Durazzo è noto per lasciti e donativi alla Chiesa e alle chiese salernitane e napoletane e dovette manifestare all’arcivescovo Niccolò la sua perplessità relativamente alla presenza dei corpi dei Santi puteolani nel corpo dell’Altare maggiore del duomo, la cui presenza era data per certa a Praga, dal 1357, insieme  a quello di San Procolo e di parte di quello di San Gennaro.

Niccolò de’ Diano , fu un ottimo  e scaltro amministrato, che certamente orientò il suo governo diocesano assecondando gli orientamenti della corte e quindi  il dictat sovrano a proposito delle reliquie poste nel maggiore Altare del duomo, a lui però,  si deve la istituzione delle Visite Pastorali in diocesi per raccogliere notizie storiche sulla istituzione delle parrocchie e documentazioni su  lasciti e i benefici e si servì dei notai Di Sarno e Pappasogna che registrarono tutte le notizie scaturenti dalle Visite Pastorali e da  prudente uomo di legge che voleva conservare la cattedra vacillante per manifeste simpatie per l’antipapa pisano, Giovanni XXIII,   e fece ben annotare  la sua  inopportuna dedicazione dell’Altare del duomo dell’8 maggio 1412: “….in quo recondita sunt reliquie infrascriptorum sanctorum martirum, vidilicet: Theodori, Cosme et Damiani, ac beati Agrippini…”

VIDILICET  =  E CIOE’ …dedicò l’Atare senza vedere cosa c’era dentro, perché fin dalla metà del ‘300,  al suo interno furono poste le reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio e Agrippino, e non certamente quelle dei Santi Cosma e Damiano e Teodoro, ma certamente quelle di Agrippino.

Napoli – Duomo – Cappella Carafa, (Cripta di San Gennaro) – Tommaso Malvito e aiuti – Quadrone della volta: Sant’Agrippino di Napoli.

I primi due da venerare e invocare per le continue epidemie che affliggevano il Regno di Napoli e l’ultima, di peste,  che dalla vicina Salerno si stava espandendo per il napoletano e che fu la causa della morte della stessa Margherita nello stesso anno 1412.

Altra probabile ipotesi relativa alla registrazione di un diverso corredo di reliquie nel corpo dell’Altare trecentesco del duomo alla dedicazione del 1412 è legata alla presenza a Napoli nella seconda metà del ‘300 di un gruppo di catari, che professavano la eresia ariana, che poneva le sue basi nel monofisismo predicato dall’archimandrita di Gerusalemme Eutiche, condannata nei due concili di Nicea e nel concilio Costantinopolitano.

La presenza nel corpo dell’Altare trecentesco di parte del corpo di Sant’Eutiche, avrebbe potuto generare, nella religiosità popolare, una involontaria adesione all’arianesimo, confondendo Sant’Eutiche con Eutiche di Gerusalemme.

Il de’ Diano e i suoi predecessori non aprirono mai la cassa dell’Altare e nemmeno gli arcivescovi successori lo faranno, continuando nel tempo lo stesso errore relativamente alle reliquie poste nel suo interno; lo farà l’arcivescovo Mario Carafa che provvederà, notando dissigillato l’Altare, o forse la sola capsella nel taxillum, dopo la ricognizione canonica del suo interno, a correggere l’errore.

 

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Nel corpo dell’Altare c’erano i reliquiari antichi dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio e probabilmente il relatore della nota che riferisce della dedicazione dell’Altare da parte dell’arcivescovo Niccolò de’ Diano, non si riferiva alla reliquie depositate al suo interno, ma a quelle nel reconditorio  posto nel taxillum della Mensa, equivoco poi perpetrato nel tempo..

Napoli – Catacomba di San Gennaro – Disegno da un perduto affresco che rappresentava i Santi Eutiche ed Acuzio.

La dedicazione del primitivo Altare dovette avvenire probabilmente tra il 1323 e il 1358, perché la citata Relazione dello stato della chiesa metropolitana, del 1741, che descrive dettagliatamente l’Altare ancora esistente in quegli anni, sul presbiterio, riferisce la presenza su di esso degli stemmi  dei Vescovi appartenenti alla famiglia Orsini: Bertoldo (1323-1325) e Giovanni (1327-1358): “…dentro il presbiterio per quattro scalini si ascende allo altare maggiore, il cui maschio nè due lati ha l’arme della casa Orsina…tutto l’altare è di marmo bianco la mensa di un solo pezzo grosso once quattro lungo palmi undici meno un quarto, largo palmi quattro meno un quarto, e l’altare  è alto palmi quattro e mezzo. Nella fronte dell’altare  vi è un’apertura quadra colla sua cancellata per uso della lampada a piè delle sacre reliquie,sopra di questa apertura è mezzo busto bassorilievo del SS. Salvatore adorato da due angeli vestiti che li stanno a lato e sopra detto busto del Salvatore vi è un’altra piccola apertura a forma di rosa a quattro frondi. Negli estremi anteriori ha una colonnetta dello stesso marmo scandellato, e da dentro a detta colonnetta sono due pilastrini, e in quello dalla parte dell’Evangelio è scolpito in bassorilievo S. Attanasio coll’insegne vescovili, e con questa iscrizione Sanctus Actenasius; in quello dalla parte dell’Epistola S. Gennaro, senza le caraffine del sacro Sangue, con questa iscrizione Sanctus Januarius. Sono le lettere scolpite nel marmo inclinanti al longobardo, come correvano nel decimoquarto secolo. Dalla parte di dietro ha un’altra piccola apertura nel basso simile a quella che è sopra il Salvatore dalla parte anteriore, e sopra questa apertura vi è un altro mezzo busto basso rilievo di figura di S. Agrippino, e vi è inciso di buon carattere, come correva nell’età del Card. Gesualdo: Hic jacent corpora sanctorum Agrippini Episcopi Neap.ni Eutychetis et Acutij saciorum Sancti Januarij…”.

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Nel 1480, durante i lavori per rinnovare il maggiore Altare della chiesa abbaziale di Montevergine, furono occasionalmente ritrovate nel pavimento del presbiterio, insieme ad altre Reliquie contenute in olle di terracotta con scritte identificative a carattere longobardo, quelle del Corpo di San Gennaro, trafugate dalla catacomba napoletana dal beneventano Sicone , nell’ 831, durante il secondo assedio longobardo della Città e portate a Benevento.

Napoli – Duomo – Succorpo di San Gennaro (Cappella Carafa) – L’olla di terracotta contenente le Reliquie del Corpo di San Gennaro.

L’arcivescovo Oliviero Carafa (1458-1484) aveva rinunciato alla sede diocesana di Napoli, a favore del fratello Alessandro (1458-1503) e  nel 1485 era diventato abàte commendatorio di Montevergine.

Era re di Napoli Ferrante I d’Aragona (Ferdinando I, 1458-1503): egli chiese al papa Innocenzo VIII (1484-1492) che si restituissero le reliquie del Santo Patrono alla Città ed ottenuto l’assenso pontificio, ne diede comunicazione all’ abàte Oliviero, con una lettera del 29.1.1490, come riferisce il Parascandolo in Memorie storiche-critiche-diplomatiche della chiesa di Napoli.

La traslazione delle reliquie del Corpo di San Gennaro da Montevergine a Napoli, avvenne nel 1497, dopo la morte di Ferrante I, la congiura dei baroni, l’invasione dell’Italia di Carlo VIII e i brevi regni di Alfonso II e Ferdinando II.

!l 13 gennaio 1497, l’arcivescovo Alessandro Carafa, ottenuta una nuova autorizzazione da papa Alessandro VI (1492-1503), riportò solennemente a Napoli le reliquie del Corpo di San Gennaro che depose provvisoriamente sul maggiore Altare del duomo che allora era ancora al centro del transetto: “…Ali 23 di gennaro 1497 intrò in Napoli nello archiepiscopato lo Santissimo Corpo di Santo Gennaro benedetto quale è uno delli patruni di Napoli lo quale lo portò lo reverendissimo monsignore archiepiscopo di Napoli nominato Alessandro Carafa et lo portai de santa Maria di monte Vergine dove era stato gran tempo et portallo con licenza di Papa Alessandro VI de casa Borgia et quello dì ce fo indulgenza plenaria data da detto Papa et questo dì ce andai tutta la città di Napoli…”. (Cfr. Historie di Giuliano Passero, pubblicate da Vincenzo M. Altobelli, Napoli 1785).

Napoli – Duomo, cappella del tesoro di San Gennaro – Paliotto di argento dell’Altare della cappela, opera  di Giandomenico Vinaccia, realizzato tra il 1692 e il 1695, che rappresenta la traslazione delle Reliquie di San Gennaro da Montevergine a Napoli.

La staticità dell’abside del duomo di Napoli fu gravemente compromessa  dallo scavo della sottostante cripta di San Gennaro “…allo 1° ottobre 1497 che fo martedì se incomenzai a complire per fino ad anno 1503 che sono undici anni che sono spisi in detta fabbrica 15 mila  ducati quale succorpo l’ha fatto il Cardinale di Napoli nominato Oliviero Carafa…” (cfr. Historie di Giuliano Passero, Op.cit)

Lo scavo indebolì le fondamenta dell’abside, già gravemente compromesse dal terremoto del 1456, che provocò il crollo parziale del duomo: le altissime pareti cominciarono in più punti ad aprirsi.

L’arcivescovo Mario Carafa, aveva tentato di consolidare l’abside, ma il suo intervento risultò inadeguato: “…ciborium seu testudinem (sive, ut vocant tribunam) summi altaris cathedralis ecclesiae quae vasta est et immensa, tum latitudine, tum vera altitudine ab temporis antiquitatem ex parte apertam  et dissitam, quae ruinam minebatur…”  Cfr. B Chioccarello, Antistitum praeclerissimae neapolitanae ecclesia catalogus, Napoli 1643).

Disegno assonometrico dell’abside del duomo di Napoli: ripristino statico della struttura durante i lavori di consolidamento e restauro (1998-1972) – Disegno di I. De Divitis tratto dal volume di Roberto di Stefano, La cattedrale di Napoli.

Il Chioccarello tesse l’elogio dei lavori di consolidamento dell’abside fatti eseguire dallo arcivescovo Gesualdo e descrive la pericolosa situazione sottovalutata dai suoi predecessori risolta da lui con il consolidamento della muratura, con la realizzazione di poderosi contraffarti e fornaci di piperno che li incatenano a metà altezza e in cima.

Il Gesualdo fece murare anche due delle alte bifore per rafforzare la statica e le altre bifore le fece chiudere fino a metà altezza; provvide anche alla realizzazione di nuovi poderosi muri di contenimento per incatenare e rinforzare le fondamenta dell’ abside .

Il piano di calpestio della tribuna, già notevolmente rialzato e raggiungibile attraverso una rampa di dieci scalini, fu alleggerito con la creazione di una sottostante struttura di sostegno per mezzo di archetti impostati sulle colonne della navata della cripta e la controsoffittatura marmorea dell’ambiente.

Napoli – Duomo – L’abside.

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Al centro dell’abside l’arcivescovo Gesualdo trasferì l’antico Altare maggiore del duomo, che era ancora al centro del transetto.

Dell’antico Altare del duomo esiste la descrizione del 20 settembre 1741 che riporta anche la descrizione del suo inserimento nel nuovo assetto liturgico dell’area sacra.

L’area sacra del duomo angioino, aveva subito nel tempo un nuovo assetto liturgico, particolarmente dopo il terremoto del 1456: l’arcivescovo Bernard III de Rodez (1363-1372) si fece costruire il dossello marmoreo per il suo trono nell’ultimo intervallo tra i pilastri di destra della navata, di fronte al pergamo antico che occupava l’ultimo intervallo di sinistra  e di fronte al coro dei canonici che era allora nel successivo secondo intervallo tra i pilastri di sinistra.

Napoli – Duomo – L’antico dossello del trono vescovile – Sulla scaletta del dossello sono impressi lo stemma vescovile di Bernard III di Rodez e lo stemma pontificio di papa Gregorio XI, il papa che riportò la sede pontificia a Roma. Il dossello fu realizzato prima dell’adesione dell’arcivescovo alla obbedienza avignonese, fuggendo con Clemente VII ad Avignore nel 1379, avendo aderito al suo partito negli anni della sua presenza a Napoli.

Il pergamo  di legno fu fatto costruire  da Giosuè Caracciolo della Goiosa nel 1409 e fu concesso, con il sottostante Altare dedicato all’Annunziata, in patronato al Caracciolo, dall’arcivescovo Giovanni VII (1407-1411).

Distrutto dal terremoto del 1456 fu ricostruito e poi ancora rifatto da Annibale Caccavello (1515-1570) e a sua volta distrutto parzialmente dopo un incendio alla struttura lignea che chiudeva la scala di accesso al pergamo.

Napoli – Duomo – Pergamo di Annibale Caccavello

La cappelletta dedicata all’Annunziata, fu diroccata e il titolo trasferito nella cappella che fu precedentemente  dedicata a San Liborio dall’arcivescovo Innico Caracciolo, nel transetto, durante il riassetto liturgico interno promosso dall’arcivescovo Spinelli.

Il coro poi, trasferito nella prima metà del ‘400 nell’intervallo tra i pilastri,  davanti alla cappella dedicata ai santi Andrea apostolo e Attanasio, fu nuovamente trasferito e rifatto al centro della navata del duomo, dall’amministratore apostolico a Napoli, Alfonso Carafa (1557-1565), che fece apporre le insegne di famiglia sugli stalli, ancora leggibili sul manufatto, integrato con nuovi stalli, quando fu trasferito nel presbiterio dall’arcivescovo Spinelli

Il coro al centro della navata fu decorato esternamente con marmi commessi e statue a mezzo busto dei compatroni napoletani, sistemate ed integrate nel numero sui pilastri della navata, durante il riassetto interno del duomo voluto dallo Spinelli

Napoli – Duomo – La tavola dell’Assunta di Pietro Perugino.

La descrizione dell’assetto liturgico del presbiterio, realizzato dall’arcivescovo Gesualdo è nella citata relazione del 1741: “….fu stuccato e posto in oro mordente per ordine  e spesa del Card. Alfonso Gesualdo, come attestano le di lui imprese in più parti, e nel medesimo fu fatta dipingere dal Balducci , celebre in quei tempi, il quale , come si vede, in quattro quadroni vi dipinse  alcuni fatti egregj de’Santi Padroni, e in altri spazi alcuni santi e virtù, e nella cupola un coro di Angeli cantanti con strumenti musicali. In prospetto, nel mezzo di questa tribuna , è il gran quadro della SS.Vergine Assunta coronata dagli Angeli, titolo della Chiesa , ed ha sotto gli Apostoli e il card. Oliviero Carafa ritratto al naturale; intorno il quadro è ornato da un gran cornicione di bianco marmo gentilmente intagliato, e ai lati sono due altre cornici intagliate, che formano come due cappelle laterali che contengono, dalla parte dell’Evancelio il quadro di San Gennaro e ginocchiato il card. Alfonso Gesualdo ritratto al naturale dal sud.o pittore Balducci, e dalla parte della Epistola il quadro di santo Agnello…….A lato della cappella di San Gennaro vi è il dossello arcivescovile e di quello di S.Agnello il monumento del Sommo Pontefice Innocenzo XII….sotto il detto quadro di S.Agnello è un gradone di marmo nel quale in una cassa di castagno giace il corpo di Bertranno de Meisonnesio arciv.o di Napoli nell’anno 1359, morto nel 1361…”. 

Napoli – Museo diocesano – Giovanni Balducci, San Gennaro.

Segue la descrizione dell’Altare antico, già riportata; continuando poi la lettura della citata relazione , essa riferisce della ricognizione canonica dell’interno dell’antico Altare maggiore del duomo, in occasione dei programmati lavori di consolidamento dell’abside dopo il disastroso terremoto del 1731-32 ed abbellimento, e la realizzazione del nuovo Altare settecentesco, programmati dallo Spinelli.

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L’antico Altare maggiore del duomo, rimase al centro del transetto dalla prima metà del ‘300 al 1599, quando l’arcivescovo Gesualdo lo trasferì sull’abside  appena restaurata.

Sezione dell’area sacra del duomo di Napoli: abside, transetto, cripta – anno di riferimento. prima metà del 1500 – disegno di De Divitis.

Il terremoto del 1456 che provocò il crollo della cupola dell’abside e gravi danni alle strutture dell’edificio, non intacco il grande arco trionfale della navata e non causò danni al sottostante Altare, così come avvenne nei successivi terremoti, Altare che fu aperto dall’arcivescovo Gesualdo in occasione del suo trasferimento sull’abside e furono osservate le reliquie poste al suo interno ancora nei contenitori originali del IX secolo, quelle di Sant’Agrippino e quelle dei Santi Eutiche ed Acuzio, e lo stesso arcivescovo Gesualdo per fugare ogni dubbio sulla reale presenza delle Reliquie dei Corpi dei tre Santi, fece apporre sulla fenestrella copnfessionis del postergale la scritta identificativa HIC  JACENT CORPORA SANCTORUM AGRIPPINI EPISCOPI NEAP.NI EUTYCHETIS ET ACUTIJ SOCIORUM SANCTI JANUARIJ, reliquie ritrovate ancora negli originali contenitori durante la citata ricognizione canonica disposta dall’arcivescovo Spinelli.

Napoli – Duomo – Il grande arco che conclude la navata centrale, rimasto integro durante i numerosi terremoti che hanno interessato la Città. 

I successori del Gesualdo, confermeranno, durante le Sante Visite, la presenza nel corpo dell’antico Altare, delle reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio: Santa Visita di Ottavio Acquaviva d’Aragona (1605-1612) del 1607; Santa Visita di Decio Carafa (1613-1626) del 1615; Santa Visita di Francesco Buoncompagni (1626-1641) del 1627; Santa Visita di Innico Caracciolo (1667-1685) del 1688;

Riporto il verbale della ricognizione canonica dell’arcivescovo Giuseppe Spinelli, che traggo dalla citata relazione del 1741:  “…avendo l’Em.mo sig. card. Spinelli arciv.o ordinato….che si trasferissero le sacre Reliquie che riposano in questo altare nel reliquiario della sacrestia per dar luogo alla rinnovazione della tribuna e fabbrica del nuovo altare, presbiterio e coro che intende fare,…..fece levar la Mensa e aprir l’altare…..Si trovò una fonticella di marmo bianco di diametro palmi due e mezzo, sostenuta da una colonnetta di verde antico colla sua base di simil marmo bianco alta palmi cinque e mezzo, sita un poco discosto dal mezzo dell’altare, verso l’Evangelio. Era detta fonticella coverta da un tonno di marmo nella grossezza del quale era scritto con piccol carattere nel medesimo marmo rilevato e andante al gotico del medesimo tempo in cui fu fatto l’altare: hic sunt reliquiae divae. Levata questa covertura, si trovò nella fonte una cassetta di piombo tonna del diametro un palmo che si conserva, intorno alla quale era scritto con inchiostro a carattere corrente mal fatto da qualche ignorante Reliquiae incertae quae patuntur esse Santi Agrippini. Si aperse la cassetta di piombo , e si trovò piena di ceneri tinte dalla terra, ed alquante particelle di osso tinte dalla medesima terra , nella quale erano state per seicento e più anni da che S. Agrippino vi fu sepolto nel Cemeterio di S. Gennaro extra moenia fino a quasi la metà del nono secolo, quando fu traslato nella cattedrale Stefania da S. Giovanni Acquarolo; vi erano però alcuni pezzetti di osso del loro colore naturale, e due pezzetti di costa delli quali uno si prese per ordine di S. Eminenza, che n’era stata supplicata da PP. Basiliani di S. Agrippino. A canto di detta fonte, che conteneva le ceneri di S. Agrippino, era nel mezzo dell’altare un’altra cassa di marmo lunga palmi due, alta uno palmo, della quale nel mezzo era una divisione del medesimo marmo che formava due lochetti larghi once undici l’uno e e larga un palmo in ciascheduno de quali era una cassetta di piombo, in una delle quali era il corpo di Santo Eutichete, e nell’altra quella di Santo Acuzio, e nella medesima cassa di marmo, in fronte di una parte era inciso Corpus Sancti Eutychetis Martyris,  e nell’altra Corpus Sancti Acutj M;artirij, e similmente era inciso sopra le casette di piombo. Aperte dette cassette, si trovarono piene di ossa e ceneri di detti santi, e sigillate di nuovo si mandarono riverentemente nel reliquiario della sacrestia, in custodia. chiuse con due chiavi, secondo l’antico solito. Si aperse ancora la cassettina di argento, che era custodita nel mezzo della mensa dell’altare, sigillata col sigillo del Cardinal Gesualdo Arciv.o lunga once quattro, larga once tre, alta once due, in cui erano involte in carte ligate con piccole fettuccine di color rosso, e in tutte era sopra scritto, in una Sancti Agrippini Episcopi, in altra Santi Eutychetis Martyris, nella terza Sancti Acutij Martyris, e nella stessa cassettina era chiusa l’autentica in forma sottoscritta di propria mano del medesimo Cardinale Arciv. Gesualdo, e tale si conserva…”.

La relazione della ricognizione canonica del 1741, che elenca le reliquie ritrovate nella cassa dell’antico Altare trecentesco del duomo,. trasferito con il suo contenuto sull’abside dall’arcivescovo Gesualdo nel 1599, conferma quanto da lui trovato: le Reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio, accanto a quelle di Sant’Agrippino.

La cassettina d’argento citata nella ricognizione del 1741, non è stata più trovata e mancano l’urna marmorea bisoma che conteneva le reliquie  dei Santi Eutiche ed Acutio e la fonticella marmorea munita di coperchio che conteneva quelle di Sant’Agrippino.

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Fronte dell’urna bisoma di cm.50, in un disegno allegato al citato testo del sac. Cosimo Stornaiuolo.

Gennaro Aspreno Galante (1843-1923) canonico capitolare di Santa Restituta, letterato, filologo, storico, archeologo, descrive i reliquiari dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio, da lui osservati murati nel postergale dell’Altare maggiore del duomo e riporta le scritte dedicatorie e identificative che erano incise su entrambi, che poi Franco Strazzullo riporterà in maniera corretta, interpretandole filologicamente (Cfr. G.A.Galante, Guida Sacra della città di Napoli, Napoli 1874; Cfr. Franco Strazzullo, Neapolitanorum Ecclesiae Cathedralis Thesaurus, Napoli, 2000).

Ma per la descrizione dei reconditori marmorei, smarriti, ritengo più conveniente riportare il testo del Canonico Cosimo Stornaiulo (cfr. Sac. Cosimo Stornaiulo, Ricerche sulla storia ed i monumenmti dei SS. Eutichete ed Acuzio, martiri puteolani, Napoli 1874).

“…in una fornice dietro l’altare sopra un imbasamento di fabbrica è collocata la bifida cassa, di cui apparisce il solo frontespizio, poiché i laterali e il dorso sono murati nell’altare. E’ divisa in due sezioni, tra colonnette scanalate l’adornano, una nel mezzo e due agli estremi, sul capitello delle quali tre belli fogliami di acanto tagliano la zona. 

La smarrita fonticella marmorea che contenne le Reliquie di Sant’Agrippino.

al disopra è collocata la vaschetta di Sant’Agrippino, nascosta per un terzo nell’altare. Nella parte della zona che divide superiormente il compartimento diritto del bifido loculo a piccoli caratteri leggesi inciso

HIC  SCS  EUTICI MART

In quello che chiude il sinistro:

          + HIC SCS ACUTIUS MART

Sulla faccia poi dell’urna sono due epigrafi di diverso tempo, scritte per disteso così da occupare l’uno e l’altro compartimento, la superiore  appena tracciata è scritta a color nero, per modo che molte lettere specialmente a sinistra sono svanite:

+ SCOR . HIC  . RECO          NDT                                                                                        MARTYRI  UTICETIS          AIO                                                                                      APOTEOLANO TRANS          LAT…………..PO

L’epigrafe inferiore incisa con molta precisione è ugualmente segnata a nero, e dice:

          IN  HAC  BIPHIDA  CAPSA          CORPORA  SS.  MM:                                                    EUTYCHETIS  ET  ACUTII           ANN.  FERE  DCCCC                                                                                                        QUIEVERUNT

…Osserviamo inoltre non essere quest’urna quella ritrovata a Pozzuoli ma fu fatta a bella posta da Stefano II …..I caratteri sono appunto del tem,po di Stefano II (sec. VIII), lo stile però dell’urna è così semplice ed elegante, che non risente quasi della decadenza dell’arte. Le tre diverse iscrizioni accennano alle tre principali date d’invenzione delle sacre reliquie; cioè del sec. VIII sotto Stefano II, del sec. XVI in fine (1599) sotto il C atrd. Alfonso Gesualdo, e del 1741 sotto lo Spinelli. La prima che è incisa nella zona superiiore a piccoli caratteri, indica il nome dei due martiri in quel loiculo rinchiusi, senz’altra giunta che di una piccola croce che vi messa da Stefano II. Si noti la lettera M arrotondata di soverchio, che accenna al tempo di Stefano, poiché, tardi prevalse il gusto di rotondeggiare i gambi delle lettere , la forma dell’ E lunata e semiocircolare raramente usata prima del sec. V, si rese poi molto comune  nei secoli posteriori……La croce non manca quasi mai al principio delle iscrizioni soprapposte alle urne dei Santi, sostituita certamente agli antichi simboli cimiteriali…..Intorno alla seconda epigrafe , essa è del tempo del Card. Gesualdo (1599), né possiamo rimandarla al tempo della edificazione del duomo, poiché allora sarebbe stata iscritta a caratteri franco gallici. Gesualdo trasferì l’altare maggiore dal mezzo della crociera sulla tribuna, nella quale occasione dovettero senza dubbio muoversi le due urne, e fu quindi sul bifido sarcofago rinnovala la memoria dei due corpi ivi rinchiusi: La mutila iscrizione si supplisce agevolmente così:

                        S. COR(PORA)  HIC  RECO       NDIT(A FUERUNT SS.)                                                     MARTYR(UM EU)TICETS        ATQ(UE ACUTII)                                                                  A POTEOLANO TRANS        LAT(A NEAP)PO(LIN)                                                              

…..La terza epigrafe vi fu scritta a tempo del restauro di Spinelli per memoria dei posteri, e si noti la diligenza di quegli uomini dotti, i quali sull’urna di Sant’Agriipino così scrissero, IN HOC FONTICULO SANCTI AGRIPPINI CINERES QUIEVERUNT ANN. 900, mentre sull’urna dei SS. Eutichete ed Acuzio: IN HOC BIPHIDA CAPSA SS. EUTICHETIS ET ACUTII CINERES QUIEVERUNT ANNOS FERE 900. Dal tempo che S.Giovanni IV trasferì nella Stefania il corpo di S. Agrippino (cioè del 843 all’850) fino al restauro dello Spinelli (1741-44) passano giusto 900 anni…Ma per i Santi Eutichete ed Acuzio erano passati più di 900 anni, dappoiché la traslazione de’ loro corpi fu fatta da Stefano II più di un 44 anni prima di S. Giovanni, e perciò  nell’epigrafe vi è aggiunto il FERE…Un finestrino al dorso dell’altare mostrava il sacro deposito, una lampada rischiarava il fornice, ed una lapida messa in fronte dell’altare dal Gesualdo ricordava le sacre reliquie…Anche questa fu serbata dall’accurato Spinelli, e vedesi ora nell’imbasamento che sostiene l’urna bisoma e dice:

                HIC  IACENT  CORPORA  S: AGRIPPINI                                                                            EPISCOPI  ET  CONF.  PATR.  NEAP.                                                                              ET  SS  EUTICHETIS  ET  ACUTII  MM.                                                                                     SOCIORUM  S.  IANUARII. 

Anche questa lapide, come i reconditori, è andata smarrita negli anni 1969-72..

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Le reliquie dei Santi sono da sempre considerate come un bene prezioso e la Chiesa da sempre ha orientato la sua attività liturgico-pastorale anche verso di esse, con la preoccupazione che il culto tributato non fosse inquinato da falsificazioni di reperti, compravendite, speculazioni di varia natura, assai frequenti nel passato non assente oggi e perché non cadesse  nella banalizzazione per cui l’esposizione e la venerazione e il deposito all’interno degli Altari è stato da sempre accompagnato da documenti di autenticità rilasciati dalle Autorità competenti, l’Ordinario del luogo e persona esplicitamente autorizzata per tali dichiarazioni.

In alcuni casi però possono mancare documenti scritti e supplisce la provata diuturna tradizione, avallata anche dalle varie ricognizioni canoniche dei resti mortali richiamate in documenti probanti che quasi sempre sono conservati negli archivi storici diocesani, quando non sono riposti accanto alle reliquie stesse, documenti che registrano anche  eventuali asportazioni e trasferimenti.

Nel caso delle reliquie poste nell’antico Altare del duomo , ricollocate nello scenografico Altare settecentesco e oggi riposte nel nuovo Altare mensa garantisce la loro autenticità la tradizione che riporta la loro collocazione fin dall’VIII-IX secolo, in onore, all’interno della basilica paleocristiana detta Stefania, gemina della basilica cattedrale paleocristiana detta di Santa Restituta; lo loro certa provenienza, quelle di Sant’Agrippino dalla catacomba napoletana e quella dei santi Eutiche ed Acuzio, dall’erea puteolana, documentata anche nel Gesta episcoporum neapolitanorum di Giovanni Diacono.

Il mio lavoro presenta limiti, difetti, carenze e forse imprecisioni e frequenti ripetizioni di parti di documenti, dovute alle caratteristiche della materia trattata.

Ripetizioni però, utili per la consultazione dei singoli documenti richiamati.

Auspico il ritrovamento degli antichi reconditori marmorei delle reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio.

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FONTI:

Franco Strazzullo: Saggi storici sul duomo di Napoli – Restauri del duomo di Napoli tra ‘400 e ‘800 – Neapolitanae Ecclesiae, Cathedralis Inscriptionum Thesaurus.

Roberto di Stefano: La Cattedrale di Napoli.

Gennaro Aspreno Galante: Guida sacra della città di Napoli

Giovanni Diacono: Gesta episcoporum neapolitanorum

Luigi Fatica: Il calendario marmoreo napoletano

Cosimo Stornaiulo: Ricerche sulla storia ed i monumenti dei SS. Eutichete ed Acuizio,                                   martiri puteolani.

Tino d’Amico: La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “vestibolo del paradiso”                        in: tinodamico.wordpress.com

Archivio storico diocesano di Napoli, Atti di Sante visite.

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L’unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: IL PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM.

di Tino d’Amico

 

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A mio nipote Mattia Pio

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Il listello che fu il campione della unità di misura lineare bizantina ed a cui, nei vari periodi della nostra storia, in ogni contratto commerciale, i contraenti dovevano rapportarsi e citare a garanzia da ogni frode, definito nei rogiti PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM, è incastrato nella colonna d’angolo del pilastro maggiore di sostegno all’arco trionfale del duomo angioino, al termine della navatella del Salvatore, a lato del dossello dell’antico trono vescovile.

Il listello fu incastrato, durante il governo ducale bizantino della Città, in una colonna della basilica dedicata al Salvatore e detta Stefanìa, gemina, sussidiaria della cattedrale costantiniana dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, in esecuzione di uno dei capitolati della Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, emanata da Giustiniano I (482-565), imperatore di Bisanzio dal 527, “…per porre rimedio ai mali che la tyrannorum bellica confusio e la gothica ferocitas…” avevano portato all’Italia durante la guerra gotica (535-553), e con lo scopo di riaffermare i diritti dei proprietari da ogni usurpazione; alleggerire la pressione tributaria; riordinare il sistema dei pesi e delle misure; più equamente amministrare la giustizia; riordinare l’annona; disciplinare il corso della moneta.

Presunto ritratto dell’imperatore Giustiniano (482-565) – Ravenna –  Mosaici della basilica di San Vitale.

Con la emanazione della Pragmatica Sanctio, Giustiniano promulgava in tutti i territori dell’Impero il suo Corpus Juris Civilis, del 524, che nella Novella CCXXVIII, Capo XIII, V, stabiliva il nuovo sistema dei pesi e delle misure, abolendo il precedente confusionario sistema dei re goti che diversamente e arbitrariamente applicato nei loro territori  e quindi anche in Italia , favoriva nel commercio e nella raccolta dei censi da parte dei feudatari e degli appaltatori dei beni ecclesiastici, la frode nei confronti del popolo minuto.

Il Corpus Juris stabiliva anche che all’interno delle principali chiese di ogni città dell’impero, doveva essere conservato un listello canonico della unità di misura lineare, affinché ognuno potesse rapportarsi ad esso in ogni controversia, rescritto confermato dalla Pragmatica Sanctio, uso questo conservato anche in epoche successive, dai longobardi e negli Stati italiani, fino alla definitiva applicazione del sistema decimale francese, adottato progressivamente in Europa, in età napoleonica e poi universalmente accettato per la sua praticità, abolito con il recepimento del sistema internazionale unico della misure, del 1960.

I territori dell’Impero bizantino alla morte di Giustiano I (565).

Il listello, oggetto di questo studio, è l’unico esemplare superstite di tanti listelli canonici della unità di misura lineare, posti nelle chiese principali delle città dell’Impero bizantino, sottoposte, in Italia, alla autorità dell’esarcato di Ravenna o dello stratega di Sicilia, sostituiti poi nel tempo, con nuovi diversi campioni, posti in luoghi istituzionali cittadini, anch’essi andati perduti, con la modifica dei sistemi di misura.

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Tra la fine del V e gli inizi del VI secolo dopo la conquista da parte di Belisario (500 ? – 555) agli ostrogoti, Napoli divenne un ducato bizantino e rimase tale dal 536 al 1139.

Presunto ritratto di Flavio Belisario (500? – 565) – Ravenna – Mosaici della basilica di San Vitale.

A questo periodo corrisponde anche la costruzione della basilica dedicata al Salvatore e detta Stefanìa , la cui esistenza ancora oggi è controversa: per alcuni essa è la stessa basilica costantiniana dedicata ai Santi Apostoli, che venne ridedicata al Salvatore, e poi detta di Santa Restituta, per altri è la sua basilica gemina.

Secondo il Chronicon Episcoporum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, redatto da Giovanni, diacono della chiesa napoletana di San Gennaro (all’Olmo) (fine IX-inizi X secolo), il Vescovo di Napoli Santo Stefano I (prima del 499-dopo il 501) “…fecit basilicam ad nomen Salvatoris, copulatam cum episcopio…” eretta, quindi, accanto alla più antica basilica cattedrale costantiniana, costruita tra il 324 e il 335, dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore dal V secolo e detta di Santa Restituta, dopo l’VIII secolo, perché nell’antico Oratorio di Santa Maria del Principio, del II secolo, inserito nell’edificio costantiniano, e realizzato in quella che la leggenda riteneva essere la casa del Vescovo Sant’Aspreno (metà del II secolo), fu inumata una parte considerevole delle reliquie del corpo della Santa africana, trasferite da Ischia e poste inizialmente nella catacomba napoletana, per poi essere deposte nella basilica cattedrale, nell’845 da San Giovanni IV detto lo Scriba, Vescovo di Napoli dall’842 all’849, che trasferì dalla catacomba i corpi dei Santi Vescovi napoletani ponendoli in onore nella ricostruita basilica detta Stefanìa.

Napoli – Duomo – Basilica cattedrale costantiniana detta di Santa Restituta – L’interno così come appare oggi dopo le trasformazioni di età angioina e settecentesche.

La basilica Stefanìa fu distrutta da un incendio e ricostruita dal Duca-Vescovo  di Napoli Stefano II (767-800) “…ac deide totius populi forti roboratus adjutoris, eadem renovavit Ecclesiam…”. Cfr. (Chronicon…, op.cit).

Il complesso degli edifici napoletani in epoca tardo antica e alto medioevale, andò ad occupare uno spazio decentrato rispetto al foro, spazio che si trasformò ben presto nell’insula quadrupla che si estende per circa 30,000 metri quadrati, compresa tra il cardine Nord-Sud, oggi via duomo, e il cardine ad plateam capuana (Via sedil capuano), similmente orientato e da Est ad Ovest, tra il decumano superiore, nel tratto di somma piazza (largo Donnaregina) e il decumano medio (via tribunali) nello spazio della platea capuana (largo Cardinale Sisto Riario Sforza).

L’area risultante, già interessata da un primitivo insediamento cristiano, fin dal costituirsi in epoca tardo antica, andò a fagocitare le adiacenti insule minore, inglobando tratti di tre cardini più un vicus obliquo, che da somma piazza si immette ancora, anche se non più percorribile perché corte interna degli edifici capitolari, nel cardine denominato via duomo, configurandosi già nel VII-VIII secolo così come appare oggi.

Elaborazione grafica dell’area archeologica del duomo di Napoli dell’archeologo Tarallo, del 1931 – E’ evidenziato il “vicus obliquo” da “somma piazza” verso via duomo, le due basiliche affiancate e “l’atrio paleocristiano”, sotto il palazzo arcivescovile, oggi in fase di recupero e studio.

Il vicus obliquo, costituiva l’accesso al primitivo insediamento cristiano e al successivo complesso costantiniano della basilica detta di Santa Restituta.

Nell’insula compresa tra il vicus obliquo  e il tratto superiore del cardine scoperto negli anni ’70 del passato secolo, nell’area occupata oggi dal palazzo arcivescovile, dall’ex Istituto Calasantio e dagli ambienti in uso dal Capitolo Cattedrale di Napoli, accanto agli edifici preesistenti, forse termali, ed un tempio, furono costruiti i primi edifici di culto e poi in epoca costantiniana la basilica dedicata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta, con ingresso dallo stesso vicus obliquo, il battistero e gli altri edifici tardo antichi recentemente individuati, e successivamente la sua basilica gemina, dedicata anch’essa al Salvatore e detta Stefanìa, separate dal citato cardine scoperto negli anni ’70 e che costituirà poi l’accesso alla cittadella vescovile (Cfr. Tino d’Amico, L’indradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, in: il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com).

Solona – Le basiliche gemine – Da: L. Crema, Manuale di storia dell’architettura antica, Milano,1967.

Le basiliche gemine erano diffuse nei complessi episcopali paleocristiani: le due aule destinate al culto, affiancate, spesso avevano in comune il battistero, come a Napoli, anche se poi si riscontra in alcuni casi una diversa disposizione.

Pare che le basiliche gemine facessero parte di un progetto unitario, anche se realizzate in epoche diverse non lontane nel tempo e la loro funzione risultasse essere complementare alle due aule, sul piano liturgico.

Comunque non è certa una risposta unica sul loro uso che appare diversamente organizzato nel tempo e nei luoghi: probabilmente, a Napoli, una delle due aule era destinata al culto Eucaristico e l’altra alla amministrazione dei Sacramenti.

Ma certamente una delle due svolgeva un ruolo principale di Cathedrae matricis, distinta dall’altra di ruolo inferiore, ruolo principale che gli derivava dalla presenza della Cattedra del Vescovo e utilizzata per questo motivo come luogo della pastorale diocesana e quindi non soltanto dall’essere Ekklesia della cittadella vescovile.

Il Calendario marmoreo della Chiesa napoletana, scolpito nel IX secolo (847-877), per la basilica di San Giovanni Maggiore, fu redatto negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV o, forse, del suo successore Sant’Atanasio I (850-872), in un periodo storico caratterizzato dal progressivo allontanamento del ducato napoletano da Bisanzio, iniziato dal Duca-Vescovo Stefano II, che abdicò dal governo civile della Città a favore del figlio Gregorio, ed il progressivo avvicinamento a Roma, assegna al giorno 1 dicembre la memoria della DEDIC(azione) (della) BASILI(ca) STEFAN(ia), ovvero di STEFAN(o Vescovo), (Cfr. L.Fatiga, Il Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli, Napoli 1997).

Napoli – Duomo – Area archeologica – Il Calendario Marmoreo – Particolare.

La citazione della memoria liturgica della dedicazione della basilica detta Stefanìa, piuttosto di quella della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, fa supporre che al tempo della redazione del Calendario Marmoreo (IX secolo) la basilica dedicata al Salvatore, detta Stefania, ricoprisse un ruolo preminente rispetto alla basilica cattedrale detta di Santa Restituta.

Ruolo preminente che gli derivava dalla presenza nella Città ducale bizantina di un clero greco e di un  Vescovo-Duca bizantino, pur in presenza di un progressivo allontanamento del governo cittadino da Bisanzio.

E questa dovette essere la ragione per cui il Passus Ferreus fu posto nella basilica detta Stefanìa, di rito greco, piuttosto che nella basilica detta di Santa Restituta, di rito latino.

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Mons. Gennaro Aspreno Galante (1843-1923), docente, storico archeologo, nel volume Guida Sacra della città di Napoli, Napoli 1872, riferisce una notizia ripresa da Francesco Ceva Grimaldi (Cfr. Memorie storiche della città di Napoli, Napoli 1857): l’Arcivescovo di Napoli, cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754), durante i lavori di abbellimento del duomo angioino dopo il disastroso terremoto del 1731/32,  lavori iniziati dal suo predecessore l’Arcivescovo Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734), avrebbe fatto traferire dalla cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy, la seconda della navatella di Sant’Aspreno, e incastrare nel pilastro maggiore di sinistra, di sostegno all’arco trionfale, la colonna scanalata che sopportava da tempo immemorabile il Passus Ferreus.

Napoli – Duomo – Il PASSUS ancora incastrato nella colonna d’angolo del pilastro maggiore, al termine della navatella del Salvatore, accanto al dossello del trono vescovile.

Del Passus, però, scrive il Summonte (Cfr. Historia della città di Napoli e del Regno di Napoli, Napoli MDCCLXIII) che, nel pilastro maggiore sinistro “…verso la porta si scorge un pezzo di ferro affisso in alto che per antica tradizione si ritiene essere la vera  misura del Passo Napoletano, questo passo viene nominato in molti antichi strumenti e in particolare in uno del 1260 stipulato sotto re Manfredi… è di sette palmi e un terzo. Non mancano documenti anteriori che attestano l’uso di questo passo in Napoli e dintorni come regolo campione anche prima dei re svevi e normanni. Uso questo non esclusivo della Chiesa di Napoli…”..

La notizia riportata dal Galante e prima ancora dal Ceva Grimaldi, appare inesatta, se confrontata con quanto affermato dal Summonte e dal de Lellis, che muore a Napoli nel 1688, (Cfr. Aggiunta alla Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo) e che nel suo manoscritto redatto intorno al 1654, riferisce della presenza del Passus già incastrato nella colonna scanalata di rinforzo al pilastro maggiore sinistro della crociera, di fronte alla porta di accesso al cortile di collegamento con il palazzo arcivescovile e l’antico seminario, “…nello stesso piliero, dalla parte di dietro e che riguarda l’ala della chiesa, vedesi affisso il il passo di ferro alla misura del quale misurar si deve da’ napoletani cittadini, nella loro città e distretto,e da tutti gli altri contraenti che a tal misura si sottopongono, dicendo il Chioccarello, trattando dell’arcivescovo Umberto di Montauro (1308-1320,nda), nella fine, che tal passo da’ tempi antichissimi fu dato a conservare alla maggior chiesa di Napoli…”, reperto non menzionato nella descrizione del duomo del d’Engenio Caracciolo, menzionato invece da Bartolomeo Chioccarello (1575-1647), (Cfr. Antistatum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae catalogus ab apostolorum temporibus ad hanc usque nostram aetatem, et ad annum 1643) e da Carlo Celano (1625-1693), (Cfr. Notizie del bello, dell’antico e del curioso della citta di Napoli per i signori forastieri…, Napoli 1692), e da altri autori.

E’ noto attraverso la letteratura che colonne provenienti dalla distrutta basilica detta Stefanìa e dalla ridimensionata basilica cattedrale detta di Santa Restituta, a loro volta provenienti da un tempio sacro ad Apollo (Cfr. Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1950 – Cfr anche: Bartolommeo Capasso, Napoli greco-romana, Napoli 1905), o comunque da edifici termali di epoca greca e romana esistenti nell’area che poi verrà occupata dal complesso episcopale napoletano ricca, di acque sorgive, furono utilizzate fin dall’inizio dei lavori di costruzione del duomo angioino per rinforzare i pilastri che i terremoto del 10 settembre 1349, che provocò il crollo parziale della facciata dell’edificio, aveva dissestato, aggravando una situazione pregressa dovuta anche all’utilizzo di materiali e malte scadenti, come riferisce Mario Gaglione in: Crolli e ricostruzioni della Cattedrale nel trecento; Estratto da: Archivio storico per le province napoletane CXXVI dell’intera collezione, che trae le notizie relative ad un improvviso crollo di parti considerevoli del duomo angioino e di un generale collassamento della struttura, il giorno 1 aprile 1343, indipendentemente da eventi sismici, dovuto all’utilizzo di malte e materiali scadenti nella costruzione, sono in una supplica dell’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327-1358), al Papa Clemente VI (1342-1352), conservata nel faldone dei Registri delle suppliche, dell’Archivio Segreto Vaticano.

Il posizionamento della colonna, in origine scanalata con il Passus incastrato in essa a rinforzo del pilastro maggiore sinistro, dalla parte della navatella del Salvatore, secondo alcuni autori, corrisponderebbe a questa generale attività  di consolidamento e non risponderebbe ad attività di restayling attuate in epoche diverse, non riscontrabili, come qualcuno invece ritiene.

Questi autori non considerano invece la più probabile esigenza di conservare il listello canonico della unità di misura lineare bizantina, ancora in uso in età angioina, dove fu posto in antico, presso l’abside della basilica detta Stefanìa, posizionandolo nel nuovo edificio nello spazio sacro, accanto ad un simbolo del potere, il trono vescovile, che ne garantisse con la sacralità, la regolarità dell’uso, considerando piuttosto il supporto storico, la colonna, anche come utile rinforzo del pilastro maggiore.

Il Passus, afferma Ceva Grimaldi (cfr. Op.cit:) e con lui il Galante (Cfr. Op.cit:) era già da tempo incastrato in una colonna scanalata, presso la cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy, da lì trasferita e murata nel pilastro maggiore sinistro del duomo.

Notizia fantasiosa questa: entrambi riportano quanto altri hanno affermato nel tempo, ipotizzando immotivati trasferimenti del reperto, che certamente non avevano mai visto nei pressi della cappella dei Caracciolo-Pisquizy, e che invece non  hanno voluto volontariamente osservare accanto all’antico dossello del trono vescovile.

Il Passus fu incastrato in età ducale nella prima colonna a sinistra guardando l’Altare della basilica detta Stefanìa, nella stessa colonna, nell’area sacra dell’edificio, che ne garantiva la autenticità.

Pianta del duomo di Napoli, elaborata dall’archeologo Mons. Alessio Simmaco Mazzocchi, disegnata dal Sersale.

Il Ceva Grimaldi (Cfr. Op.cit) riferendo il posizionamento della colonna che sopporta il Passus in altro luogo, lo fa per affermare anche l’origine della autorità amministrativa pubblica del Collegio Canonicale di Santa Restituta, che non riconosceva al Collegio degli Ebdomadari, la fondazione giuridica atanasiana (sec. IX) negando anche l’esistenza della basilica gemina della cattedrale detta di Santa Restituta, la basilica detta Stefania, che secondo gli archeologi del passato, avrebbe avuto l’ingresso dal decumano superiore e che invece recenti scoperte nell’era archeologica della cittadella vescovile, fanno pensare ad  un altro ben diverso orientamento.

Il Liber Pontificalis (cfr. Op. cit) riferisce che il Vescovo Sant’Atanasio I ordinò tredici arazzi con scene evangeliche da sistemare negli intercolumni e nell’arco trionfale: “…Eodem enim opere (acu pictili) in ecclesia Stephania tredecim pannos fecit, evangelicam in eis depingens historiam; quos iussit de columnarum capitibus ad ornamentum pendere..”. 

Non è questo certamente il luogo per esprimere e confutare teorie sul dibattito circa l’esistenza o meno della basilica detta Stefanìa, ma da documenti antichi emergono probandi argomentazioni.

La basilica gemina della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, la Stefanìa, costruita da Stefano I (496-?) fu distrutta da un incendio, ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal duca e Vescovo Stefano II (756-789).

Nel 512 ci fu un violento terremoto di origine vulcanica che sconquassò Napoli; e poi la guerra gotica, l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edifici della cittadella vescovile, alla basilica detta Stefania e certamente anche alla parallela adiacente basilica detta di Santa Restituta, che dovette anche essa essere restaurata, se non addirittura parzialmente ricostruita fra l’VIII e il IX secolo, subendo forse nell’impianto planimetrico la totale modifica con la rotazione del suo asse di 180 gradi, e certamente fu dotata di una facciata monumentale verso Sud realizzata al posto della antica abside, e di uno spazio esterno porticato.

Immagine a “volo d’uccello” della ideale collocazione delle due basiliche napoletane, la cattedrale detta di Santa Restituta e la gemina detta Stefania.

Ipotesi proposta nella metà del ‘700 dal Canonico Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e pubblicata insieme ad alcune planimetrie del cartografo Sersale da A. Franchini nella seconda metà del ‘700 (Cfr. A. Franchini, Memorie intorno al sito della Chiesa Cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una, pubblicata a Napoli tra il 1750 e il 1754), è forse anche all’origine della tesi della presenza del Passus presso la cappella di patronato dei Caracciolo-Pisquizy, già oggetto di dissertazioni dai primi anni del ‘700 e che comunque citati autori non viderro mai in quel posto, perchè come affermato da altri autori, essa è da sempre murato con la colonna che lo sopporta, scanalata e poi lisciata nell’800, nel pilastro maggiore sinistro del duomo angioino.

Per il Ceva Grimaldi e per il Galante il Passus fu posto nei pressi della antica abside della basilica detta di Santa Restituta che secondo anche il Mazzocchi, si sviluppava circa nell’area occupata poi dalla costruzione angioina.

Ma costoro, raccogliendo notizie sparse, anche tradizioni orali, non riconoscendo l’esistenza della basilica detta Stefanìa, confondono le absidi antiche della cattedrale costantiniana, con le absidi della basilica sua basilica gemina, dove il Passus probabilmente fu posto in età giustinianea e da dove fu rimossa con il suo supporto e riposizionato, nella stressa area, nel pilastro maggiore sinistro dell’edificio angioino.

il reperto, sostenevano, si sarebbe trovato dopo la ricostruzione della basilica costantiniana in un luogo esterno ad essa.

Ipotsi assurda perchè al tempo della probabile modifica dell’assetto planimetrico della Santa Restituta  o della sua ricostruzione o ristrutturazione, il Passus costituiva ancora il listello canonico di raffronto della misura lineare, e Napoli era ducato bizantino al tempo del rescritto giustinianeo, lo era ancora nell’VIII- IX secolo e la basilica Stefanìa. svolgeva un ruolo preminente come sede vescovile del duca-Vescovo bizantino, in contrapposizione al clero romano.

Una diversa collocazione del Passus equivaleva a stravolgere il rescritto giustinianeo e la sua collocazione nel duomo angioino è giustificata dal suo utilizzo, anche in età angioina, come unità lineare di raffronto giuridica, nelle compravendite.

Planimetria generale del duomo di Napoli – Si evidenzia, in pianta, il luogo dove è murato il Passus.

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Il 5 dicembre 1456 un forte terremoto danneggiò il duomo e molti edifici cittadini (cfr. Matteo Villani, Historie; Cfr. B. Chioccarello, (op.cit); Cfr. San Giacomo della Marca (1393-1476), Sermone “de Anticristo” – Sermone “de adventu turcorum”), 

Nella torre angolare sinistra della facciata del duomo, detta tesoro vecchio, in una cappella realizzata al suo interno al tempo di Carlo II d’Angiò, nel 1283, raggiungibile attraverso una scala a lumaca, erano conservate le reliquie dei Santi venerati nel duomo, preziosi arredi, le ampolle con il Sangue di San Gennaro e il Suo cranio nei due reliquiari d’argento dorato fatti realizzare dallo stesso Carlo II nel 1303.

Le preziosissime ampolle caddero in terra e furono ritrovate sotto le macerie della torre miracolosamente intatte, protette da una grossa trave.

Il Sangue di San Gennaro, testimonia San Giacomo della Marca, fu ritrovato duro come un sasso.

Nei documenti che raccontano del terremoto non c’è riferimento ai danni ai due pilastri maggiori e al grande arco trionfale che chiude la navata centrale, risultato ancora integro al tempo degli ultimi lavori di restauro e consolidamento dell’edificio (1969-72)

Napoli – Duomo – Interno: il grande arco trionfale che chiude la navata centrale fotografato da una postazione insolita: dal centro dell’abside.

Furono disposti tempestivamente i piani di ricostruzione dell’edificio che si protrassero fino al 1471, dall’allora Arcivescovo, il Cardinale Rinaldo Piscicello (1451-1457) e continuati dagli Arcivescovi Cardinale Giacomo  Tebaldi (1458-1458) e Oliviero Carafa (1458-1484), con il contributo di Ferrante d’Aragona, del pontefice del tempo, Paolo II (1464-1484), del Cardinale Carafa, del popolo e di alcune famiglie nobili napoletane, che apposero sui pilastri ricostruiti con il loro contributo il proprio stemma, mentre quelli dell’aragonese, del Pontefice e del Carafa furono apposti sulla facciata dell’edificio, da dove poi sono stati rimossi nell’800, quando è stata costruita l’attuale facciata del duomo e sistemati sulla porta secondaria su piazza Cardinale Sisto Riario Sforza.

Napoli – Duomo – Interno: un pilastro della navatella del Salvatore, con ancora incastrato, in cima, lo stemma della famiglia Orsini che ne curò la ricostruzione. (Le famiglie che contribuirono alla ricostruzione dei pilastri della navata, furono nell’ordine: per la  navatella di Sant’Aspreno, Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo-Pisquizy, il pilastro maggiore destro non reca stemma. Sui pilastri della navatella del Salvatore, cominciando dall’ingresso: Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini, Popolo napoletano.

Accanto al dossello del trono vescovile, il settimo pilastro, non reca stemma, perchè restaurato a spese del popolo napoletano.

Il successivo pilastro maggiore, non subì danni e non dovette essere ricostruito: il passus era già incastrato nella colonna scanalata posta a rinforzo del pilastro stesso.

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Alcuni ritengono che il listello oggetto di questo studio non risalga all’età ducale bizantina di Napoli e che invece potrebbe essere stato posto in quel luogo in età angioina, oppure in esecuzione dell’editto aragonese di perequazione dei pesi e delle misure nel Regno di Napoli che stabiliva la collocazione di un regolo, misura lineare canonica, nelle principali chiese del Regno, nelle sedi dei Tribunali e nella Camere Baronali, con le unità di misura canoniche per i pesi e per i liquidi, così come già praticato in antico.

Napoli – Castel Capuano – Cortile interno, dove erano conservate le misure canoniche napoletane, lineari e per i pesi e i liquidi, per ordine di re Ferdinando I d’Aragona.

Nel primo caso gli angioini ereditarono il precedente sistema di misura già in uso nei territori del Regno di Napoli, quello giustinianeo, anche se con alcune modifiche, nel secondo caso, il listello, esaminato nella prima metà dell’800, risulto essere anteriore all’epoca aragonese, come affermato dal Visconti (Cfr. Ferdinando Visconti, Del sistema metrico della città di Napoli e  della uniformità col sistema de’ pesi e delle misure, Napoli, 1838).

Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo, (1364-1458), re di Napoli dal 1432, aveva provveduto alla perequazione dei pesi e delle misure nel Regno; il suo successore Ferdinando I (Ferrante d’Aragona (1424-1494), che regnò dal 1458, con un editto del 1480, emanato per contrastare gli abusi commessi dagli Ufficiali della Camere Baronali nei confronti dei vassalli e dei contadini, nella riscossione dei censi e nella raccolta delle granaglie, ordinò nuovamente la perequazione dei pesi e delle misure in tutto il Regno, uniformandoli a quelle già in uso a Napoli e dispose la collocazione in Castel Capuano, sede anche della Vicaria, delle misure canoniche di riferimento per i pesi, i liquidi e lineari, incastrate e incavate in in supporto di pietra ancora visibile nella prima metà del ‘700, quando in una supplica del 1778 sulla uniformità dei pesi e delle misure, diretta a Ferdinando I di Borbone (1751-1825), re del Regno delle due Sicilie con il nome di Ferdinando IV dal 1759, veniva citata la iscrizione che, incisa sulla pietra, ne autenticava i campioni incastrati e incavati in essa:

FERDINANDUS. REX. IN. UTILITAT  /  EM. RE. P. HAS. MENSURAS, PER. MAGIST  / ROS. RATIONALES. FIERI. MANDAVIT.

Ritratto di Ferdinando  I d’Aragona (Ferrante d’Aragona, 1424-1494) re di Napoli dal 1458.

Ferdinando Visconti (Cfr. Op.cit) riporta una descrizione dettagliata del Passus, rimosso temporaneamente dal suo antico supporto e riposizionato qualche decennio dopo, nella prima metà dell’800: “…Entrando nel duomo di Napoli, si vede nella faccia posteriore dell’ultimo pilastro a sinistra, un’asta di ferro nel pilastro medesimo, la quale per antica tradizione si crede da tutti che sia la misura del passo agrario di Napoli che è di palmi sette e mezzo: Tale sorta di campione è infisso molto in alto, e disposto in situazione verticale, talechè incomodissima cosa sarebbe il misurarlo con quella scrupolosa esattezza che al caso nostro si converrebbe senza staccarlo dal pilastro suaccennato. Una tale circostanza fu forse cagione perché la Commissione del 1811 non fece alcun conto alcuno di cotesto campione del duomo: Intanto nel mese di maggio 1837 si volle restaurare l’interno del duomo, ed in tale occasione il suddetto campione fu distaccato dal suo pilastro, e deposto nella sagrestia ove fu conservato. Si ebbe allora tutto l’agio di osservarlo e di misurarlo ciocche fu da noi praticato. Le estremità di quest’asta di ferro sono ricurve quasi ad angolo retto, ma senza formare un angolo preciso, giacchè i vertici sono ritondanti, e ciascuno presenta presso a poco il quadrante di un circoletto che avesse circa un’oncia di raggio. Ad una estremità si distingue un vestigio d’impiombatura da potersi col suo mezzo fissare con una certo precisione il punto della superfice esteriore dell’asta di ferro ove questa s’internava nel pilastro. L’altra estremità si osserva monca, perché la parte ch’era nel pilastro vi era rimasta infissa, e parea che quella rottura fosse stata recente. Tutta l’asta suddetta, sebbene apparisse molto antica, pure non sembra che la sua antichità possa giungere oltre i 500 anni, siccome alcuni credono: mentre essendo stata esposta per un tanto decorso di tempo… Attualmente però quel campione del duomo è stato reso del tutto inutile al suo oggetto, poichè avendolo di nuovo infisso nel pilastro dal quale era stato distaccato, ve lo hanno tanto internato che la sua esteriore superfice appena risalta su quella del pilastro, e quindi la sua lunghezza non è più quella che aveva prima che fosse distaccata…”.

Nel 1811 si costituì una commissione ed una successiva nel 1832, che presentò un progetto di sistema metrico uniforme nel Regno di Napoli.

Raccolse anche il parere favorevole del Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni, ma il progetto falli incontrando la opposizione del ceto nobiliare e mercantile che ancora in quegli anni imponeva pesi e misure falsate.

La testimonianza del Visconti conferma ulteriormente la nostra tesi circa la autenticità e la antichità del reperto e contraddice quanto affermato dal Ceva Grimaldi e dal Galante (Cfr. Op.cit.) confermando al presenza del passus infisso nella colonna incastrata nel pilastro maggiore di sinistra, fin dal tempo della costruzione dell’edificio angioino.

L’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Giuseppe Spinelli dal 1734 al 1754, promosse un’azione di restauro del duomo, continuando l’opera già iniziata dai suoi predecessori, urgente per i gravi dissesti provocati da due terremoti, nel 1731 e nel 1732.

Ritratto dell’Arcivescovo di Napoli Giuseppe Spinelli (1734-1753), Amministratore Apostolico dal 1753 al 1754, creato Cardinale nel 1753.

Il restauro dell’edificio, sospeso e poi continuato dai suoi successori, fu nuovamente interrotto per le vicende politiche del 1799 e la successiva occupazione francese; fu ripreso poi dall’Arcivescovo Cardinale Filippo Giudice Caracciolo (1833-1844), che promosse l’abbellimento interno del duomo, citato dal Visconti.

In quella occasione fu rimosso l’intonaco dai muri e dalle colonne, alle quali fu dato il lucido e molte di esse private della scanalatura antica, e furono coperti di marmi anonimi i pilastri.

Fu un vero disastro per il duomo, perchè molti preziosi marmi, opere d’arte, cimeli ed epigrafi andarono perduti.

Il passus come racconta il Visconti, fu rimosso dal supporto antico e riposizionato dopo avere tolta la scanalatura alla colonna, al termine dei lavori di abbellimento interno del duomo, completati non dall’Arcivescovo Giudice-Caracciolo, ma dal suo successore l’Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sorza (1845-1877) e fu scelta oculata, quella di rimuovere temporaneamente il reperto dal suo supporto: durante l’ultimo intervento di consolidamento e restauro del complesso vescovile (1969-72), qualcuno non conoscendone il valore storico, ritenne opportuno rimuovere “…un inutile pezzo di ferro che deturpava una antica colonna…”.

Il passus fu salvato dalla distruzione, dal Canonico Cimeliarca del Collegio Capitolare di Santa Restituta, Mons. Giuseppe Muller (1911-1998), che per puro caso si trovò a passare nei pressi del pilastro maggiore con i tecnici del cantiere, mentre un operaio si accingeva a rimuovere “il pezzo di ferro..”.

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Gli antichi conservavano in un luogo sacro i campioni delle unità di misura, per rapportarsi ad essi perchè, uso comune,  in ogni epoca della storia si frodava nella compravendite.

Nel biblico Libro dei Proverbi (Pr. 20,10) redatto intorno al 700 a. C. e che raccoglie anche detti attribuiti a Salomone (X sec. a.C.) troviamo uno stico che stigmatizza questo comportamento comune allora, come oggi:

Doppio peso e doppia misura  /  sono due cose in abominio al Signore”.

Rotolo della Torah.

A Roma le unità di misura canoniche per i liquidi e per i solidi, erano conservati nel tempio di Giove Tarpeio e le varie contrattazioni di commercio avvenivano invocando la divinità come testimone della genuinità del prodotto e garanzia delle misure.

Il de Lellis (Cfr. Op. cit), riporta una frase che trae da Quinto Remnio Palemone (5 – 65 d.C.), grammatico romano, tratta dalla sua opera Chorus poetarum, (folio 2863):

QUAM NE VIOLARE LICERET  /  SACRAVERE JOVI TARPEIO IN MONTE QUIRITES

Il campione della unità di misura lineare di base, il piede, simile nella lunghezza a quello greco, era conservato invece nel tempio di Giunone Moneta, sul Campidoglio, fatto costruire, secondo la tradizione da Lucio Furio Camillo, dopo la sua vittoria sugli aurunci (345 a.C.).

 Roma – Ricostruzione plastica del tempio di Giunona Moneta, sul Campidoglio.

E’ ricordato perchè in uno spazio recintato accanto ad esso erano allevate le oche sacre alla divinità, che starnazzarono dando l’allarme quando nel 396 a.C. i galli di Brenno posero l’assedio a Roma.

L’epiteto moneta, ossia ammonire, le deriva dal verbo latino monere, riferito all’avviso dell’assedio dato dalle oche capitoline. 

Nel 269 a.C. nei pressi del tempio venne costruita la zecca posta sotto la protezione della dea Moneta (uno degli attributi di Giunone) e all’interno del tempio era conservato il campione di riferimento del piede romano che per questo motivo era detto anche pes monetalis. 

A Pompei, nel muro perimetrale del tempio di Apollo, fu realizzato un ambiente che costituiva l’Ufficio pubblico per il controllo delle misure di capacità, la mensa ponderaria del mercato, come quella conservata nel museo romano della civiltà.

Le misure alla fine del II secolo a.C., quando essa fu realizzata, erano ancora calibrate sul sistema di misura locale, osco, e al tempo di Augusto, quando la Città divenne colonia romana, furono ragguagliate alle unità di misura del sistema romano, come risulta dalla iscrizione apposta: A(ulus) CLODIUS A(uli) F(ilius) FLACCUS N(umerius) ARCAES N(umeri) F(ilius) ARELLIAN(us) CALEDUS D(uo V(iri) I(ure) D(iucundo) MENSURAS EXOEQUANDOS EX DEC(urionum) DECR(eto).

 Il cui significato è il seguente: AULUS CLODIUS FLACCUS, FIGLIO DI AULUS, NUMERIUS ARCAEUS ARTELLIANUS CALEDUS FIGLIO DI NUMERIUS,DUOVIRI CON POTERE GIURISDIZIONALE  (attesero) PER DELIBERAZIONE A RAGGUAGLIARE LE MISURE METRICHE.

 

 

 

Pompei scavi – La mensa ponderaria.

Probabilmente anche nel foro di Neapolis esisteva una mensa ponderaria nei pressi dell’erarium, individuato da Mario Napoli (Cfr. Op. cit.), nell’area sottostante il transetto della basilica di San Lorenzo Maggiore.

Oppure presso il tempio di Giove, sulla cui area fu costruita la basilica di San Paolo Maggiore, non certamente presso il tempio di Apollo, decentrato rispetto al foro nell’area che sarà poi  occupata dalla cittadella vescovile di Napoli, perchè pesi e misure non fossero falsati e violati.

Napoli – Basilica di San Paolo Maggiore, costruita sui resti del tempio di Giove al foro.

Neapolis, città di origine greca, divenne prima città foederata di Roma, pere circa due secoli (326-90 c:C.) e poi municipio romano, nel 90 a.C. con la lex Julia.

La Città conservò la sua grecità dopo l’aspra reazione che seguì la trasformazione da città foederata, in municipio: Roma dovette autorizzare il permanere, nella ufficialità, della lingua greca e degli usi e costumi greci.

Anche il sistema ponderale in uso nella Città, dovette rimanere nelle attività mercatali.

L’unità di misura lineare fondamentale nel mondo greco fu il piede nei suoi differenti valori. dorico, attico-calcidico, ionico.

“Il rilievo di Salamina” – Il cippo rinvenuto a Salamina, metteva a confronto il piede dorico, il piede attico e il cubito egizio.

Ma le scarse indagini archeologiche condotte nell’area del foro di Neapolis non hanno consentito il ritrovamento di strutture amministrative connesse con l’attività mercatale e strumenti relativi al sistema di misura dei solidi, dei liquidi e lineari romani, certamente perequati con la realtà locale, oppure se la Città, conservando la sua grecità, conservò anche il sistema metrico e dei pesi e delle misure greco.

Nell’84 a.C., Napoli patteggiò nella prima guerra civile per Mario contro Silla.

Con la vittoria di quest’ultimo entrò a far parte definitivamente della romanità, pur conservando le sue tradizioni greche. per lo scarso interesse di Roma nei confronti della Città, abbandonata al suo declini politico ed economico: la città principale della Campania Felix, era Capua, sede della guarnigione militare e del Tribunale.

La città fu vittima delle invasioni barbariche: dal VI secolo d.C. divenne bizantina, con Belisario nel 536, e nel 542 fu occupata da Totila e riconquistata dai bizantini di Belisario.

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Il de Lellis (Cfr. Op.cit.) riferisce quanto legge in Chioccarello (Cfr. Op.cit.), il quale discorrendo della attività politica e pastorale dell’Arcivescovo di Napoli Umberto d’Ormont (1308-1320), riferendo della presenza del reperto, incastrato nel pilastro maggiore sinistro del duomo angioino, dice che: “…tal passo dà tempi  antichissimi fu dato a conservare alla maggior Chiesa di Napoli ..e che anticamente fusse stato costume di conservarsi (nei luoghi sacri ndr.) i pesi e le misure acciocchè dagli huomini perversi e tristi, atterriti dalla religione de’ luochi ne’ quali si conservavano, non fussero violate, e così, i sudditi da pesi e misure ingiuste non venissero gravati…Anzi ciò fu poi con particolar legge dell’imperador Giustiniano stabilito, cioè che tutti i pesi e le misure si dovessero conservare in ciascheduna città…”.

Il riferimento è alla già citata Pragmatica Sanctio Pro Petitione Virgilii che costituì la base della giurisdizione imperiale in Italia per tutto il periodo della dominazione bizantina.

E’ necessario tracciare un profilo di Papa Vigilio e definire significato e valore giuridico di una pragmatica sanctio.

Vigilio, diacono romano, nato certamente negli ultimi anni del V secolo, fu ordinato Vescovo nel 531 e con l’appoggio di Belisario, Papa nel 537, dopo che questi depose Papa Silverio (536-537), costringendolo alla abdicazione e all’esilio sull’isola di Palmaria (isola di Ponza), dove morì lo stesso anno.

Probabile ritratto di Papa Vigilio.

Non è questo il luogo per esprimere giudizi sulla figura e l’operato di questo Pontefice il cui nome è legato alla posizione esitante assunta nella condanna dell’eresia monofisita (548) e la posizione assunta nel giudizio su i tre capitoli, scritti favorevoli al nestorianesimo; al suo rifiuto delle decretali del Concilio convocato da Giustiniano I a Costantinopoli nel 553; alla lotta contro l’ingerenza imperiale negli affari interni della Chiesa, dichiarando apertamente il suo riconoscimento delle sole decretali del Concilio di Calcedonia (451).

Questo provocò uno scisma che separò da Roma per circa 150 anni le Chiese d’Africa, della Gallia, dell’Italia settentrionale, dell’Illiria e della Dalmazia.

Il suo nome è legato alla Pragmatica Sanctio che per opinione comune si ritiene emanata da Giustiniano I per espressa richiesta i Papa Vigilio, ma si protende per ritenere che il nome del Pontefice fu usato per sfruttare comunque la sua autorità morale e per giustificare il potere bizantino in Italia.

Vigilio, malvisto dai romani per il suo carattere avido e violento nello stesso tempo, fu accusato di incerta ortodossia; nel 555 terminò la sua prigionia a Costantinopoli e ritornando a Roma, morì a Siracusa.

Pragmatica Sanctio  è definita una costituzione imperiale emanata con lo scopo di regolare in maniera definitiva ed uguale per tutti i sudditi un particolare tipo di relazioni giuridiche e i rescritti e per stabilire provvedimenti di carattere amministrativo, stabilire privilegi  per alcune categorie di persone, disporre l’organizzazione amministrativa di una provincia.

Veniva emanata su richiesta degli interessati: giuridicamente ad essa è riconosciuto un valore intermedio tra gli editti e le leggi e nelle controversie, prevalevano le ultime.

La Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, riconfermava tra le altre cose, la disposizione giustinianea che imponeva la presenza nelle principali chiese di Costantinopoli e delle città dell’impero, di listelli, misure canoniche di lunghezza, a cui rapportarsi nelle attività di compravendita di terreni, provvedimento non nuovo.

Giustiniano tentò di realizzare l’unità religiosa, politica ed amministrativa dell’impero, scontrandosi per questo, con i pontefici del tempo, Agapito (535-536), Silverio (536-537), costretto a dimettersi ed esiliato, Vigilio, e Pelagio I (556-561) a motivo delle scelte di costoro nella polemica contro le eresie, particolarmente quella monofisita, e delle scelte imperiali verso quest’ultima.

La pace religiosa non fu mai conseguita, come risultò effimera la restaurazione imperiale e l’unità politica e amministrativa e a nulla valse ogni tentativo di applicazione delle leggi del suo Corpus Julis Civilis per abbattere il sopruso, per un  giusto rapporto fra ceto nobiliare e popolo, e una giusta considerazione della donna nell’ambito della società bizantina; a lui si deve il merito di avere influito notevolmente sullo sviluppo della civiltà, imponendo una legislazione nuova scaturente dalla legislazione romana e di avere dato grande impulso alla cultura, dopo il periodo buio delle invasioni barbariche, consigliato e sostenuto nelle varie riforme da Teodora (497-548) imperatrice di Costantinopoli dal 527, che lo coadiuvava nella gestione del potere.

L’imperatrice di Costantinopoli Teodora (497-548) – Mosaico della basilica di San Vitale a Ravenna –  Dettaglio.

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Listelli canonici di raffronto per le misure lineari furono inviati anche a Roma, consegnati al Senato, come deposito degno della sua attenzione, perché disponesse la consegna degli stessi per la loro esposizione nelle chiese principali di tutte le province d’Italia sottoposte a Costantinopoli, perché dopo le invasioni barbariche, con l’istituzione dei censi si verificavano frodi nella raccolta delle granaglie e nei contratti di compravendita di terreni.

Costantinopoli – Ippodromo romano – Base dell’obelisco di Teodosio I (347-395) imperatore dal 379 – 

Già Teodiosio I (347-395), imperatore romano dal 378, per porre rimedio all’uso frequente di pesi falsati e misure lineari contraffatte, emise analogo provvedimento.

Il suo successore Onorio (384-423) imperatore romano d’occidente dal 395, ordinò ai governanti delle province si stabilire unità di misura lineari canoniche a cui rapportarsi nelle attività mercatali e nei contratti di compravendita di terreni, e unità di misura per i liquidi e per i solidi da utilizzarsi nelle riscossioni dei tributi e spedi a Roma listelli canonici, prototipi di misure lineari e di capacità, perché non venissero falsate e dispose che nei contratti venisse posta la seguente clausola: “…acceptus, ab imperatore mensuras, vel papa, vel senatus servabunt…”

L’imperatore romano Onorio (384-423), raffigurato nel “dittico di Probo” nel 406).

Il sopruso , allora come oggi, era diffusissimo, documentato fin dal IV secolo d.C. al tempo di Papa Gregorio Magno (590-604), quando gli appaltatori dei beni ecclesiastici imponevano pesanti gabelle ai coloni in luogo di quelle stabilite, come del resto facevano i feudatari, attraverso l’operato degli ufficiali, e poi faranno i baroni che raccoglieranno, tramite gli stessi ufficiali delle camere baronali, le gabelle e i tributi versati dai vassalli e dai contadini, utilizzando il tomolo signorile più voluminoso rispetto a quello stabilito e utilizzato per la compravendita delle stesse granaglie agli stessi contadini che le avevano raccolte, oppure utilizzavano nei contratti di passaggio di proprietà dei terreni, misure lineari falsate per frodare o l’uno o l’altro dei contraenti.

Liutprando,(circa 670-744), re longobardo d’Italia dal 712, narra Paolo Diacono (720-799), un monaco cassinese, storico, poeta e scrittore longobardo ma di formazione latina, nella sua Historia longobardorum, che fu un sovrano intelligente ed energico, amato e temuto dal suo popolo che in lui ammirava la saggezza e l’efficienza di governo.

Egli modificò ampiamente il vecchio codice promulgato da Rotari (606-652) re  dal 636, promulgando nuove leggi, divenendo dopo quest’ultimo il più grande dei legislatori longobardi.

Pagine dal Codice di Rotari.

Il suo corpus legislativo mirava ad affermare il diritto realizzando la giustizia, adempiendo alla volontà di Dio e il prologo della Liutprandi Legis, inizia con queste parole: “…Il cuore del re è nelle mani di Dio…” .

Con esso tentò di modificare e perequare il sistema dei pesi e delle misure giustinianee, in vigore nei territori occupati, con quello longobardo.

Liutprando impose una nuova misura lineare fondamentale: il piede, da lui detto pes liutprandi, per arginare le frequenti liti che nascevano per le frodi nel misurare i terreni

Il “pes liutprandi” impresso nella pietra incastrata nell’arcotrave del battistero di Firenze.

Secondo una leggenda, dotato di un piede molto grande, pensò di adottarlo come unità di misura fondamentale e lo appoggiò su una pietra dove l’impronta si impresse miracolasamente e decretò che quella doveva essere la misura canonica di lunghezza a cui rapportarsi nelle compravendite di terreni e stabilì anche nuove misure canoniche di raffronto per i solidi e per i liquidi.

L’impronta del piede di Liutprando è impressa su una pietra incastrata nel battistero di Firenze, fin dal 770: usata come campione di raffronto per le misure lineari di superficie, questa unità di misura fu utilizzata nell’Italia settentrionale fino a quando fu imposto il sistema metrico francese.

Pavia – Basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro – La tomba di Liutprando.

pes liutprandi, come unità di misura, non fu utilizzato nell’area di influenza romana e bizantina. dove rimase in uso il sistema  di misura giustinianeo, pur nelle leggere variazioni locali, ma sostanzialmente perequate al listello canonico di ragguaglio, il cui campione del duomo di Napoli costituisce l’unico esemplare superstite.

Entrambe le misure furono perequate e sostituite dal braccio, nel 1200, anche se continuarono ad essere utilizzate insieme.

Il braccio, unità di misura introdotta dai mercanti pisani, o secondo alcuni dai crociati di ritorno dalla Terra Santa, fu  calcolata rapportandola al Braccio di Cristo, la cui misura originaria fu forse ricavata dalla Immagine Sindonica e per questo accetta e stabilita con decreto pontificio.

Il riferimento al Braccio di Cristo nelle misure lineari medioevali, in alcune realtà locali dell’Italia settentrionale è frequente: il braccio torinese e il braccio fiorentino, per esempio, corrispondevano ad un terzo dell’Uomo della Sindone, (Cfr. Guzzelli, Le misure lineari medioevali e l’Effige di Cristo, Firenze 1899).

Questo studio, limitato alla sola esposizione del reperto considerato di epoca giustinianea, conservato nel duomo di Napoli, notizia anche dell’uso nel tempo di altre misure lineari e di misure per solidi e liquidi, introdotte nei vari periodi della storia, non fornendo di esse che poche immagini  di altri reperti di raffronto, perché non  esistono altri campioni di misura  canonici antichi come quello napoletano.

Si riproducono immagini di altri regoli, di altre realtà locali, risalenti al XVI – XVII secolo:

Bari – Facciata della basilica di San Nicola – Antico regolo di raffronto della unità di misura lineare.

Bologna – Palazzo Comunale – Nella scarpa dell’edificio è murato dal 1547, il regolo campione delle unità di misura lineare medioevale. 

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La suddivisione politica e amministrativa dell’Italia Meridionale portò, nel corso dei secoli, nelle diverse realtà locali, all’uso di diversi sistemi di misura.

La stessa misura lineare che secondo il progetto giustinianeo doveva essere comune in tutte le province dell’impero, risultò essere diversa anche negli stessi territori dell’Italia Meridionale, sottoposti alla autorità bizantina per lungo tempo.

Ne è un esempio la così detta pergamena aversana (Cfr. Giuseppe Guadagno, La pergamena aversana del 1143 dell’Archivio di Stato di Caserta – Significato storico, In: Rivista di terra di lavoro – Bollettino on-line dell’Archivio di Stato di Caserta – Anno I – Gennaio 2008), un rogito notarile per la compravendita di un terreno, stipulato nel 1143, che riporta la misura dell’appezzamento di terra, nel territorio della città di Aversa, calcolato in base alla misura ufficiale aversana, in vigore in quel tempo: il passus ecclesiae Sanctae Crucis de Aversa.

Il listello di raffronto di questa misura lineare aversana, era già conservato allora, nella chiesa della Santa Croce di Aversa che fu scelta come sua sede fin dal 1106, perché considerata la più antica chiesa parrocchiale del territorio, e sorgeva nei pressi dell’area mercatale, all’interno della murazione.

La chiesa è citata nei documenti del periodo, come edificio di culto per l’amministrazione dei Sacramenti agli abitanti della case, dei casali, delle ville del territorio e risultò inglobata insieme ad altri edifici all’interno delle difese realizzate dai normanni intorno al palazzo-castello adiacente ad un  altro edificio di culto aversano, la chiesetta votiva di San Paolo che poi costituirà il primo nucleo della cattedrale aversana.

Il palazzo divenne il castrum del primo conte di Aversa, quando il duca di Napoli Sergio IV offrì l’agglomerato di case che costituivano il villaggio di Aversa, al nobile normanno Rainulfo Drengot ( ? – 1045), nel 1027, creandolo conte di Aversa, in cambio del servizio militare mercenario dei normanni contro i longobardi di Capua.

Aversa – Lapide e busto di Rainulfo Drengot, primo conte di Aversa.

Il possesso del territorio di Aversa da parte del ducato di Napoli fa supporre l’uso da parte dei normanni del passus ferreus Sanctam ecclesiam neapolitanam di antica introduzione bizantina a Napoli, nei primi anni della investitura della contea e almeno fino al 1092, per poi decadere nell’uso, quando la alleanza normanna con i longobardi contro i bizantini di Napoli, portò alla guerra bizantino normanna (1050-1185).

Nel 1092, il passo napoletano, fu sostituito nelle contrattazioni aversane dal longobardo passus Laudanis Senioris Castaldei, a sua volta sostituito dalla misura detta Liberiana, anche essa di introduzione longobarda: il passus presbiteri Laudanis de Forignano Maiore, però. rimase  in uso ancora dopo il 1126, quando fu depositato il regolo di raffronto della nuova misura lineare aversana nella chiesa della Santa Croce.

Il ducato di Napoli, dalla sua fondazione al tempo della guerra gotica (535-553) condotta dal comandante bizantino Belisario, rimase bizantino per altri cinquecento anni, alternando la sua dipendenza da Costantinopoli attraverso l’esarcato di Ravenna prima, e poi attraverso l’autorità dello stratega di Sicilia, a periodi più o meno lunghi di autonomia politica, amministrativa e religiosa.

La Città era dotata di una struttura militare e di una struttura amministrativa civile e con il tempo andò aumentando l’importanza del clero con il conferimento al Vescovo anche di ampi poteri giurisdizionali civili.

Sotto il nome di periodo vescovile si indica l’arco di tempo compreso tra il 578 e il 670 che vide l’affermarsi in Città della carica vescovile come status di primaria importanza sia religiosa che civile dotata di potere temporale vero e proprio, oltre che spirituale.

Queste notizie anche se sintetiche e non esaustive del periodo storico, che fu caratterizzato dalla presenza bizantina a Napoli, risultano utili per meglio inquadrare il contesto politico-amministrativo e religioso che recepì le nuove disposizioni di legge, il Corpus Juris Civilis giustinianeo e applicò le disposizioni scaturenti dalla Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, per cui Napoli e le città del territorio del ducato bizantino, si dotarono della misura lineare canonica di raffronto, il Passus Ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.

Il ducato bizantino di Napoli, nel VI secolo, comprendeva anche i territori di Amalfi, Gaeta, l’area vesuviana, la penisola sorrentina, l’area flegrea, il territorio di Afragola, Pomigliano d’Arco, Caivano, Sant’Antimo, il giuglianese, il nolano, l’aversano, le isole di Ischia, Procida e nel IX secolo anche Salerno.

Fin  dalla costituzione al tempo della guerra gotica, fu un susseguirsi di tentativi di eliminazione del potente ducato bizantino, da parte dei longobardi di Benevento, Salerno, Capua e tentativi di invasione da parte dei corsari saraceni di Agropoli, ma anche da parte dei bizantini stessi che volevano riaffermare la loro supremazia sul ducato contro i tentativi di autonomia dei duchi.

Napoli dovette difendere anche la sua indipendenza dai pontefici che ritenevano usurpato ogni loro diritto sull’Italia Meridionale  da parte dei bizantini e da parte dei normanni che con la creazione del regno di Sicilia incominciavano l’occupazione della Penisola.

 

Costantino che dona il potere temporale dell’occidente al Papa Silvestro I (314-335).

La così detta Donazione di Costantino, è un documento su cui per secoli la Chiesa di Roma ha fondato la legittimazione del suo potere temporale in occidente, sui grandi patriarcati ecclesiastici e il potere temporale di Roma sull’Italia Meridionale e su tutte le province e gli stati dell’Occidente.

Si attribuiva a Costantino questa donazione a Papa Silvestro I (314-335), basandola sulla leggendaria conversione al cristianesimo dell’imperatore e al suo Battesimo perché miracolasamente guarito dalla lebbra.

Il documento, contraffazione dell’VIII-IX secolo, finì per essere considerato autentico perfino dagli avversari al papato, e ne venne dimostrata la falsità solo nel secolo XVI.

I duchi di Napoli cercarono alleanze con i saraceni contro i longobardi di Benevento nell’836 e poi cercarono l’aiuto ai bizantini di Costantinopoli e agli amalfitani, contro i corsari saraceni agropolesi, nell’846 e nell’849; poi con i normanni contro i longobatdi di Capua e contro i normanni che costrinsero alla capitolazione il duca Sergio VII  nel 1137, decretando la fine del ducato autonomo di Napoli.

Al tempo della guerra gotica il complesso degli edifici vescovili napoletani, aveva già assunto una configurazione bel definita di cittadella, difesa da una torre, con ingresso dal largo di capuana, l’attuale piazzetta Cardinale Sisto Riario Sforza (Cfr. Tino d’Amico, L’intradosso ogivale del corrdoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, in: il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com)

Le attività episcopali si concentravano intorno all’antico oratorio che fu, secondo la leggenda, la casa di Sant’Aspreno, inglobato nella basilica costantiniana , intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di santa Restituta, Cathedrae Matricis, sede del potente collegio capitolare e della Cattedra del Vescovo, dove esercitava la sua funzione pastorale, il suo ruolo di liturgo, il suo ufficio di cathecheta e dispensatore dei sacramenti, con accanto il battistero di San Giovanni in Fonte, il più antico dell’occidente cristiano, circondata da edifici sorti in epoca paleocristiana, di servizio al Vescovo, al clero, ai diaconi.

Napoli – Duomo – L’intradosso ogivale del passetto sottostante l’antico campanile a scavalco del vicus S. Laurentii ad Fontes – Il campanile fu costruito sulla antica torre di difesa alla cittadella vescovile napoletana.

La basilica detta di Santa Restituta, era affiancata da una basilica gemina, detta Stefanìa, separata da quest’ultima dal vicus Santae Laurentii ad fontes e destinata alla amministrazione diocesana, inizialmente di ruolo inferiore, come edificio di culto destinato al servizio.

La basilica detta Stefania al tempo della costituzione del ducato di Napoli, era già funzionante, fondata dal Vescovo Stefano I (496-513) e con l’arrivo dei bizantini vide attribuirsi gradatamente un ruolo amministrativo preminente, specialmente durante il periodo detto vescovile, intorno al 763 d. C., che sancì una indipendenza formale  da Costantinopoli con la presenza anche di un clero greco , accanto a quello latino.

Nella basilica detta Stefania probabilmente si officiava in rito greco e entrambe le basiliche avevano una cattedra episcopale, ma il Vescovo era uno solo e svolgeva la sua funzione alternandosi nella Santa Restituita e nella Stefania.

La attività amministrativa dei vescovi-duchi, o dei duchi-vescovi. o dei Vescovi e Duchi, era concentrata principalmente nella Stefania.

Il ducato di Napoli, prima di rendersi autonomo da Costantinopoli, recepì e attuò i rescritti del Corpus Juris Civilis e della  Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, non solo nel campo prettamente giuridico, ma anche relativamente alle norme riguardanti le attività mercatali.

Recepì ed applicò quanto stabiliva la Pragmatica Sanctio circa la collocazione del listello di raffronto della misura lineare nella principale chiesa cittadina.

Esso fu posto all’interno della basilica detta Stefanìa per il suo ruolo espressamente amministrativo, in posizione orizzontale, perché potesse essere facilmente utilizzato nel raffronto delle misure lineari, presumo nei pressi dell’ingresso della basilica, dopo l’ultima ricostruzione dell’edificio al tempo del duca-vescovo Stefano II (755-800) e probabilmente esso era già in uso quando l’edificio fu distrutto dall’incendio e il suo utilizzo continuò anche dopo che Stefano II inaugurò la formale indipendenza da Costantinopoli.

La misura canonica di raffronto napoletana è citata prima dell’anno 1000, sostituita nella varie realtà locali nei territori ducali da misure di importazione longobarde, e poi, come risulta dalla citata pergamena aversana, nel territorio normanno di Aversa, da un misura canonica di raffronto detta aversana.

Quando fu diroccata la basilica detta  Stefania per far ricavare l’area per costruire la parte terminale e il transetto del nuovo edificio angioino, il regolo di ferro ancora in uso nella realtà napoletana, rimasto incastrato nella colonna scanalata che lo sopportava, posta a rinforzare il pilastro maggiore sinistro del nuoco edificio, accanto al trono vecovile.

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FONTI:

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Ceva Grimaldi Francesco – Memorie istoriche della città di Napoli – Napoli,1857.

Chioccarelli Bartolomeo – Antistitum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae                   catalogus – Napoli, 1643.

Capasso Bartolommeo – Napoli greco-romana – Napoli 1905.

Celano Carlo – Motizie del bello, dell’antico, e del curioso della citta di Napoli per i signori forestieri – Napoli

d’Engenio Caracciolo Cesare – Napoli sacra, Napoli, 1624.

d’Amico Tino – tinodamico.wordpress.com

Liber Pontificalis – Edizione XVII sec.

Di Stefano Roberto – La cattedrale di Napoli – storia, restauri, scoperte, ritrovamenti –  Napoli 1975.

Fatiga Luigi – Il calendario marmoreo di Napoli – Napoli 1997.

Franchini A. – Memorie intorno al sito della chiesa cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una – Napoli, 1750-54.

Galante Gennaro Aspreno – Guida sacra della citta di Napoli – Napoli 1872.

Gaglione Mario – Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel trecento – Estratto da: Archivio storico per le province napoletane  – CXXVI dell’intera collezione.

Giovanni Diacono – Gesta episcoporum neapolitanorum (Chronicon) .

Guzzelli G. – Le misure linearimedioevali e l’Effige di Cristo – Firenze 1899.

Guadagno G. – La pergamena aversaana del 1143 dell’archivo di Stato di Caserta…. – in Bollettino on.line dell’Archivio di Stato di Caserta – Gennaio 2008.

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Notar Giacomo – Cronica di Napoli – Edizione 1845.

Quinto Remno Palemone – Chorus Poetorum

Summonte  Giovanni Antonio – Historie della città di Napoli e del Regno di Napoli – Napoli 1643.

San Giacomo della Marca – Sermones.

Strazzullo Francesco – opera omnia.

Treccani –

Villani Matteo – Historie.

Wikipedia.

Visconti Ferdinando – Del sistema metrico della città di Napoli e della uniformità del sistema de pesi e delle misure – Napoli 1838

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RIFERIMENTI FOTOGRAFICI:

Istagram

Wikipedia

Luca d’amore

d’Amico Tino

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Il “Ritiro delle Oblate di San Raffaele” sulla collina di Materdei di Napoli.

 

di  Tino d’Amico

Il Ritiro delle Oblate di San Raffaele sulla collina di Fonseca (Materdei) di Napoli, fu fondato nella seconda metà del ‘700, per raccogliere le prostitute pentite e risultò una delle maggiori istituzioni napoletane a carattere sociale.

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Nel 1734 alcuni missionari predicarono una Santa Missione tra gli abitanti della vallata della Sanità e della collina di Fonseca, detta di Materdei, per la presenza della chiesa dedicata a S.Maria Materdei, usando come centro per la loro opera di apostolato, la chiesa dedicata a S. Maria della Verità, detta di Sant’Agostino degli Scalzi costruita nella platea di Fonseca agli inizi del ‘600 dall’architetto napoletano Giovan Giacomo Di Conforto (1569-1630) al posto della antica chiesetta di S.Maria dell’Olivo, con accanto un piccolo convento che dopo il terremoto del 1693 subì trasformazioni e ampliamenti, e fu definitivamente ristrutturato e ampliato dall’architetto Giuseppe Astarita (1707-1775) che aveva bottega nella stessa platea di Fonseca, nelle case dell’antico monastero agostiniano.

Alcune prostitute che esercitavano la loro attività nella zona, furono prese da sincero pentimento per la loro vita peccaminosa e manifestarono ai padri missionari il desiderio di ridursi a vivere insieme, in una casa di preghiera, dove espiare i loro peccati.

I padri missionari riuscirono a raccogliere una somma di danaro che utilizzarono per l’acquisto di una casa sulla strada detta Salita della infrascata, nome che le derivava forse dalla presenza di proprietà della famiglia romana de’ Infrascato o, forse, perché aperta nel 1556, si inerpicava tra i campi ed era fiancheggiata di alberi: l’attuale via Salvator Rosa.

Napoli – Duomo –  Giuseppe Sammartino (1720-1793), monumento funebre dell’Arcivescovo di Napoli Cardinale Antonino Sersale (1754-1775), promotore e primo protettore del Ritiro delle Oblate.

La Casa fu posta sotto la protezione di Santa Margherita da Cortona (1247-1297), canonizzata qualche anno prima, nel 1728 che, di umili origini, rimasta orfana della madre, sottoposta a continue vessazioni  da parte della matrigna, giovanissima fuggì con un nobile del luogo e divenne la sua amante; nonostante la nascita di un figlio non si sposarono, vivendo per anni nel concubìnato, per l’opposizione della famiglia del giovane.

Il suo convivente però venne ucciso e il suo cane la guidò a scoprire il suo cadavere.

Rifiutata dalla famiglia del suo compagno e dalla stessa sua famiglia, si pose alla ricerca di un altro amante per procurasi di che vivere.

Per ispirazione divina incominciò un cammino di conversione e penitenza sotto la guida dei Frati Minori di Cortona, ricevendo rivelazioni divine durante le sue estasi.

Contemplando la Passione di Cristo, sperimentò sul suo corpo, alla presenza di numerosi testimoni, gli stessi patimenti, come viatico di conversione per la salvezza individuale.

Nella Casa sulla salita della Infrascata, le donne vissero in penitenza per circa un ventennio ed il loro numero aumentò tanto che l’Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Antonino Sersale (1754-1775) , durante la Santa Visita del 1754, notando che il luogo era troppo angusto per contenere tante persone, offrì una somma di danaro che insieme ad altre offerte raccolte tra la nobiltà napoletana, servì per l’acquisto di un ampio edificio che occupava una buona parte di un’insula della platea di Fonseca, con accanto un ampio giardino, sul quale venne edificata la chiesa esterna, dal 1759, su progetto di Giuseppe Astarita.

Napoli – Rione Materdei – Planimetria generale del RITIRO DELLE OBLATE DI SAN RAFFAELE – Piano terreno, chiesa, cortili e laboratorio.

Il complesso di edifici religiosi, Ritiro e chiesa esterna, dedicata all’Arcangelo Raffaele “…uno dei sette angeli che sono pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore…” (Tb.12,15), inviato da Dio “…nel medesimo tempo per guarire…” (Tb. 12,14) Tobia diventato cieco e Sara, la sposa del figlio Tobi “…invasata dal demonio e da uno spirito cattivo…” (Tb.6,8), bruciando nel braciere il cuore e il fegato del pesce ucciso da Tobi presso la riva del fiume  (Tb. 6,7-9),e a Santa Caterina da Cortona,  per le ragioni già esposte entrambi preposti alla guarigione dello spirito e del corpo, e la Congregazione delle Oblate fu aggregata alla Congregazione dei Servi di Maria che aveva sede nella  chiesa e nell’ annesso convento che un religioso dell’Ordine,  Agostino de Juliis aveva fondato nel 1585, dedicandola a S. Maria Materdei, chiesa che dava il nome popolare di Materdei alla platea di Fonseca.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – Il simulacro ligneo dell’Arcangelo Raffaele che riproduce la statua d’argento dell’Arcangelo, compatrono di Napoli dal 1797, venerata nel Tesoro di San Gennaro.

La chiesa esterna, costruita a partire dal 1759 (l’Arcangelo Raffaele diventerà compatrono di Napoli nel 1797), fu consacrata dall’Arcivescovo di Potenza  Mons.Carlo Gagliardi (1767-1778), il 4 novembre 1770, come si legge sulla lapide murata a sinistra entrando verso la sagrestia:

TEMPLUM  /  IN ARCANGELUM RAPHAELEM  /  DIVAMQUE MARGARITAM CORTONENSEM  /  QUO MAGIS OBSEQUII FIDES AUGEATUR  /  AC MULIERES MAIORI RELIGIONE PIETATIS  /  PRECES IN EO POSTULENT  /  QUAE IN ADIACENTIBUS SERVANTUR AEDIBUS  /  A PECCANDI LIBERTATE ABDUCTAE  /  IDQUE GENUS SOLUMMODO  /  SECUNDUM PIORUM HOMINUM VOLUNTATEM  /  LIBERALITATEMQUE IN EAS ADMITTENDAE  /  MORE MAIORUM SANTISQUE CEREMONIS  /  AB POTENTIAE URBIS EPISCOPO  /  PRIDIE NONAS NOVEMBRES ANNO MDCCLXX  /  NEAPOLITANAM  ECCLESIAM  /  EMINENTISSIMO  ANTONINO SERSALI  /  REGENTE  /  ATQUE MICHAELIS LIGNOLAE  /  CANONICI METROPOLITANI  /  CURA AC PROVIDENTIA CONSECRATUM..

La lapide murata sul timpano della facciata della chiesa, informa sulla finalità dell’opera, sulla dedicazione all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona e la data di fondazione:

TEMPLUM AUGUSTUM  /  OB RELIGIONIS OBSEQUIUM  /  IN ARCHANGELUM RAPHAELEM  /  DIVAMQ. MARGARITAM CORTONENSEM  /  QUO MULIERES A PECCANDI DEFORMITATE  /  AD POENITENDAM  /  VITAEQ. HONESTATEM  AMPLECTENDAM  PRONAS  /  AMBORUM PATROCINIO  /  EXCITENT ATQ: TUTENTUR  /  VIRORUM QUORUMDAM PIENTISSIMI  /  SUB TUTELA  AC OPERE SERSALI PONTIF. NEAP.  /  CONSTRUENDUM CURAVERUNT ANNO MDCCLXXIX.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – Facciata.

In alcuni locali al piano terra poi, aperti sulla strada detta Porteria San Raffaele, poco discosto dall’ingresso al Ritiro  venne realizzato un oratorio esterno con ambienti, sede di un Confraternita laica sotto il Titolo di San Raffaele, costituita con Regio Decreto  di Ferdinando I, il 16 ottobre 1798; fu la sede dei questuanti offerte per il mantenimento dell’opera, fino al luglio 1857, quando la Confraternita laica smise di questuare con l’accordo delle Oblate, obbligandosi a versare, per il mantenimento dell’opera otto ducati annui, tratti dal monte degli introiti dotali del Ritiro stesso.

Napoli – Ritiro delle Oblate di San Raffaele – L’ingresso della chiesetta esterna della “Confraternita dei questuanti” – Sotto l’ingresso al “Ritiro”.

Costoro utilizzavano una apposita cassetta di legno che aveva sulla mostra una placca di argento sbalzato che riproduceva l’episodio narrato nel biblico Libro di Tobia (Tb. 6,3-6): Tobi, accompagnato dal suo cane e dall’Arcangelo Raffaele, a lui non rivelatosi come tale, si ferma presso un fiume, afferra su comando dell’angelo un grosso pesce che tentava di assalirlo e su sua indicazione estrae dall’animale il fiele, il fegato e il cuore, per guarire dalla cecità il padre e liberare la sposa Sara dalla infestazione diabolica.

Una delle  cassettina, superstite, era ancora conservata tra i cimeli dall’ultimo Rettore della chiesa, il Sac. Giovanni Pinto, alla fine degli anni ’70 del passato secolo.

Napoli – Ritiro delle Oblate di San Raffaele – Barbacane di sostegno alle mura dell’antico palazzo sede delle “Pentite”, realizzato dall’Astarita prima della ristrutturazione.

Napoli – Ritiro delle Oblate di San Raffaele – Singolare balaustra alla base del barbacane realizzato dall’Astarita.

L’intero complesso poi, venne eretto in Ente Morale, con due Decreti Regi di Ferdinando I, datati 5 agosto 1786 e 21 luglio 1792: entrambi stabilirono che il Ritiro doveva servire unicamente per la riabilitazione morale delle pentite.

I canonici capitolari Michele Lignola, Rettore del Seminario Urbano di Napoli e Marco Celentano, canonico teologo e Rettore dello stesso Seminario (cfr: S. Sparano,  Memorie storiche per illustrare gli Atti della S. Napoletana Chiesa e gli Atti della Congregazione delle Apostoliche Missioni, Napoli MDCCLVIII) entrambi membri della prestigiosa Congregazione. detta anche degli Illustrissimi Preti, e il Presidente della Regia Camera della Sommaria, Pietro Lignola, fratello del primo, devolsero a beneficio dell’Ente gran parte del loro patrimonio ed istituirono una scuola per la istruzione delle fanciulle pericolanti ed un asilo per i bambini del popolo e furono sepolti nell’ipogeo della chiesa stessa.

In una relazione del 4 maggio 1780 (A.S.D. Ritiro di S. Raffaele e di S. Margherita da Cortona ) del Rettore della chiesa e del Ritiro, Sac. Gennaro Piccolo, è riportato l’impegno del Canonico Lignola per la costruzione della chiesa: “…Fo fede che io sottoscritto Rettore della Chiesa del ritiro sotto il titolo di San Raffaele Arcangelo e Margherita da Cortona sito sopra Materdei di questa città,costami de causa scientia aver sempre assistito in detto ritiro e alle fabbriche del medesimo, e delle sue case accosto a quello, qualmente in esso ritiro non vi è chiesa pubblica, ma questa fu fatta, e terminata nel 1769 essendosi aperta a 14 agosto del medesimo anno, l’edificazione di essa chiesa fu assolutamente fatta per opera dell’I.mo sig, Can, Michele Lignola protettore della medesima……”

Le fanciulle che una volta adulte chiesero di poter vestire l’abito monacale, costituirono il primo nucleo delle Oblate di San Raffaele, alla fine del ‘700, dedicandosi alla istruzione morale e scolastica delle Pentite e delle fanciulle ospiti del Ritiro.

Esse nel 1799, al tempo della Rivoluzione partenopea, e della successiva prima soppressione degli ordini religiosi durante il decennio francese, erano già in numero di 35 e nel 1861, la Comunità contava 63 Oblate e 61 educande, quando fu definitivamente soppressa in esecuzione delle leggi eversive sabaude.

Le Oblate di San Raffaele, rimaste a vivere nel Ritiro anche dopo l’incameramento dei beni, dopo il decennio francese e la soppressione sabauda, contribuirono ad incrementare i proventi della questua dei Confratelli di San Raffaele a Materdei, con la vendita dei lavori di cucito e ricamo eseguiti dalle pentite, vendite che consentirono alla Comunità di vivere agiatamente.

Nella chiesa vi sono alcune sepolture, deposito canonico di alcune Oblate, e altre lapidi attualmente non riproducibili  perché, alcune corrose e altre per la non facile frequentazione del tempio, visitabile solo in rare occasioni.

Dopo la soppressione sabauda le Oblate, rimasero ancora nel Ritiro  i cui beni incamerati dal nuovo Stato Unitario , confluirono nel IV gruppo Opere Pie, continuando la loro opera di sostegno morale e materiale alle pentite fino alla definitiva soppressione dell’Ente, considerato inutile con legge regionale, nei primi anni ’90 del passato secolo.

La Curia Arcivescovile Napoletana, considerando l’incidenza spirituale della chiesa sul territorio, chiese all’Amministrazione dl IV Gruppo Opere Pie, la cessione dell’immobile. ricordata con una lapide murata nel tempio:

QUESTO TEMPIO  /  DEDICATO ALL’ARCANGELO RAFFAELE  /  FIN DAL SECOLO DICIOTTESIMO  /  SACRO ALLA FEDE E ALLA CARITA’  /  DESTINATO DALLA SOLLECITUDINE PASTORALE  /  DELL’EMINENTISSIMO PRESULE  /  CARDINALE ALFONSO CASTALDO  /  ARCIVESCOVO DI NAPOLI  / ALLA MAGGIORE CURA E SANTIFICAZIONE DELLE ANIME  /  VENNE ALLO SCOPO CEDUTO  /  DALLE PIE CASE DI PRESIDIO E RIABILITAZIONE FEMMINILE  /  ESSENDO PRESIDENTE  /  IL CONTE FRANCESCO GARZILLI  /  E CONSIGLIERI L’ILL.  MONS. GIUSEPPE MULLER  /  DON MARCO ROCCO DI TORREPADULA  GR. UFF. FRANCESCO CALVOSA  /  L’ANNO MCMLXI.

San Francesco Saverio Maria Bianchi (1743-1815).

Fin dalla sua fondazione, la guida spirituale del Ritiro, fu affidata ad un Rettore nominato dall’Arcivescovo di Napoli e, dalla seconda metà dell’800 proposto e scelto di concerto tra la Curia Arcivescovile e la amministrazione del IV Gruppo Opere Pie, tra essi si ricordano il Canonici Capitolari Michele Lignola ed il fratello Pietro, che pur non essendo Sacerdote egualmente fondatore del Ritiro si adoperò a favore delle ospiti del sodalizio; Il Canonico Teologo Capitolare Marco Celentano; il Sac. Ferdinando Giannone, il cui corpo fu ritrovato incorrotto nella sepoltura, dopo il periodo di inumazione, e ricordato da una lapide terragna, nel comunichino a destra dell’Altare:

HIC IACET FERDINANDUS GIANNONE  /  HUIUS ECCLESIAE DIVO RAPHAELI ARCANGELO DICATAE  /  SEDULUS MODERATOR  /  SACRSQ. FIDELIUM HUC UNDIQUE CONFLUENTIUM  /  CONFESSIONIBUS EXCIPIENDIS  /  PERPETUO  ADDUCTUS  /  MORUM PURITATE ATQUE INTEGRITATE VITAEQ. INNOCENTIA  /  AC SIMPLICITATE  /  NULLI SECUNDUS  /  HIDROPISIAE MORBO LABORANS INOPINA MORTE PRAEREPTUS  /  SUMMO OMNIUM ORDINUM MOERORE  /  OBDORMIVIT IN D.NO XV KAL. DEC. ANN. MDCCCXXXII  /  EIUS CORPUS POSTRIDIE TUMULATUM ET TREDECIM  /  MENSIBUS EXPLETIS  /  PENE INCORRUPTUM REPERTUM  /  CUMUNI OBLATARUM MULIERUMQUE HEIC DEGENTUR CURA  /  UT AB ALIIS SEPARERETUR CADAVERIBUS  /  ET IN HAC PECULIARI ARCA DE INDUSTRIA REPOSITUM  /  CUTUM FUIT  /  STUDIO FRATRIS AC NEPOTIS EIUS MEMORIAE ADEMUM  /  VIXIT AN. LXX M. VI D. XVII.

Si ricordano ancora, per il loro zelo, i Sacerdoti Martusciello e Gennaro Perrella.

Il Barnabita San Francesco Saverio Maria Bianchi (1743-1815) canonizzato nel 1951, durante gli anni di apostolato a Napoli, si fermava spesso a confessare e predicare conferenze spirituali alle Oblate e alle donne ospiti del Ritiro.

Il suo pulpito, gelosamente conservato nella chiesa fino alla metà degli anni ’60 del passato secolo dall’allora Rettore Giovanni Pinto, fu consegnato alla Curia Arcivescovile, perché ne disponesse degnamente…e invece finì bruciato, durante i lavori di restauro al complesso episcopale napoletano (’69 – ’72).

Il complesso monastico da molti anni abbandonato e pericolante per il terremoto del 1980, oggetto di molti progetti di recupero sociale da parte della Amministrazione Comunale, nel cui patrimonio è confluito, aspetta che la mano impietosa del tempo lo cancelli definitivamente.

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Giuseppe Astarita (1707-1775), ma i dati anagrafici non sono certi, viveva in un edificio sulla Salita San Raffaele, proprietà degli Agostiniani Scalzi, per i quali era impegnato nella ristrutturazione del monastero e della chiesa, dopo il terremoto del 1693, nella stessa platea di Fonseca, quindi a pochi passi dalla chiesa dedicata a S. Maria della Verità (Sant’Agostino degli Scalzi), che stava ristrutturando e a pochi passi dal Ritiro della Immacolata Concezione, la cui chiesa esterna progettata dal suo maestro, Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745), era in costruzione dal 1743.

Napoli – Chiesa dedicata a S. Maria delle Verità (Sant’Agostino degli Scalzi) – Interno.

Nel Ritiro lascerà traccia del suo passaggio nel modello in scala, in pietra di piperno, del suo obelisco dell’Immacolata, presentato al concorso reale indetto da Carlo III di Borbone (1716-1788), re di Napoli dal 1731 al 1759.

Il  modello realizzato per documentare il suo progetto, scartato per il più spettacolare obelisco realizzato su disegno del suo maestro, nel 2003, per interessamento dello scrivente, e per l’impegno di altri, fu trasferito e posto nella vicina piazzetta Ugo Falcando a Materdei. (cfr. Tino d’Amico, Napoli: l’obelisco della piazza del Gesù – Ruolo e significato di un arredo urbano, in: tinodamico.wordpress.com).

Napoli – Piazza Ugo Falcando  a Materdei – Il modello in scala dell’obelisco dell’Immacolata, disegnato da Giuseppe Astarita.

La statua della Santa Vergine che fu posta sulla sommità è risultata essere una preziosa opera scultorea di Domenico Gagini (1420-1492), del 1470, capitata chissà poi come, nel costruendo Ritiro, proveniente forse dal palazzo Sanseverino, trasformato nella chiesa del Gesù, o forse da una cappelletta diroccata eretta nei primi anni del ‘600 e dedicata a Santa Maria sotto il titolo Regina del Paradiso, nei pressi dell’antico convento francescano di Santa Maria della Salute (oggi sede di una parrocchia dello steso titolo).

Napoli – Piazza del Gesù – Lo scenografico spettacolare obelisco dell’Immacolata, disegnato da Domenico Antonio Vaccaro.

Se così fosse, le altre sculture quattro-cinquecentesche presenti ancora nella chiesa parrocchiale da alcuni attribuite al Malvito, potrebbero essere invece attribuibili al Gagini (la chiesa attuale di Santa Maria della Salute fu costruita infatti nella seconda metà del ‘500, su una precedente chiesetta).

L’Astarita si pose sulla scena artistica napoletana di metà ‘700, come una delle figure più interessanti nel graduale passaggio dal gusto rococò alle più organiche strutturazioni spaziali di tipo pre-classicheggianti, che caratterizzarono l’architettura del periodo, fuori ormai dal dinamico virtuosismo teatrale e delle brillanti invenzioni della scuola del Solimena (1657-1747) (cfr. O. Ferrari).

Sull’ insula nella platea di Fonseca ,occupata dal palazzo acquisto e trasformato in Ritiro, progettò per le Oblate di San Raffaele la chiesa esterna deldedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona e disegnò una facciata ostinatamente concava che si ispirava ai modelli tradizionali, di gusto tardo barocco, le cui tematiche erano ampiamente diffuse nella architettura napoletana di metà ‘700.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – La faccita – Emerge il sapiente gioco chiaroscurale e la scenografica concavità rotta dalle torrette convesse.

Il prospetto concavo proposto dall’Astarita, che si inserisce  ortogonalmente nel muro anonimo dell’antico edificio trasformato in Ritiro per le pentite, creando un emiciclo, un piccolo slargo per tentare di rendere più leggibile la facciata stessa, e più fruibile lo spazio antistante, compresso nello stretto vicolo che la trasformazione urbanistica residenziale del Nuovo Rione Materdei , del primo ventennio del ‘900. allargherà notevolmente, favorendo con la maggiore fruizione dello spazio, anche una più comoda lettura del prospetto della chiesa, crea un sapiente gioco chiaroscurale ottenuto sovrapponendo due piani, scanditi da un doppio ordine di lesene raccordate ai muri dell’edificio, dalle volute ed accentuato dalla trabeazione concava che separa i due piani che con il gioco delle due torrette convesse ai lati del finestrone, soluzione non nuova per l’artista che tenta di conferire allo spazio profondità scenografica, rompendo la monotonia spaziale, con un virtuosismo teatrale, e tenta di articolare diversamente lo spazio, dandole una virtuale ampiezza articolando il prospetto nell’angusto umile spazio disponibile.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona –  Interno – L’ Altare maggiore disegnato dall’Astarita e gli angeli reggicorana del Sammartino.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Interno – La cantoria.

L’interno della chiesa, ripete temi architettonici del repertorio dell’Astarita che propone una semplice pianta a croce greca che va a configurare lo spazio limitato in maniera originale , ottenendo soluzioni già note come nella chiesa dedicata all’Arcangelo Michele, a Piazza Dante di Napoli, del Vaccaro.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Interno – Accesso dal maggiore Altare alla sagrestia.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Sezione assonometrica (M.Avena – G. Barbati – G. Scialdone)

L’elemento più notevole, forse, è l’originale cupola a calotta, priva di tamburo, di ridotto sviluppo verticale, che si lega in maniera diretta al semplicissimo invaso a croce greca, come in Sant’Anna a Capuana, dello stesso Astarita, e si raccordata sapientemente alle pareti attraverso un gioco di semplici riquadrature di stucco e lesene classiche che muovono il gioco chiaroscurale accentuato dalla luce che penetra dallo slanciato lanternino, che separa idealmente lo spazio sacro a cui conferisce la dovuta emergenza nella luce, dagli ambienti attigui in ombra che richiama la soluzione adottata dal Vaccaro in San Michele a Piazza Dante.

Quì la rigorosa unità chiaroscurale è rotta dagli Altari di marmi policromi ed era impreziosita  dal motivo di gioco delle gelosie dei coretti, affacciati sugli Altari, ormai scomparse e dalla coppia di angeli svolazzanti che reggono il baldacchino dell’Altare maggiore, sotto forma di corona.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Interno – La cupola.

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Dell’Astarita è anche il portale di piperno e stucco, di accesso al Ritiro su via Porteria San Raffaele, che nel riquadro conteneva una lapide, e anche l’ingresso alla chiesetta esterna dalla Confraternita dei questuanti di San Raffaele primitiva chiesetta esterna delle Oblate.

L’Astarita disegnò anche gli Altari laterali e il maggiore: su i due laterali sono ancora esposte due tele della scuola di Giuseppe Bonito (1707-1789), pittore  napoletano, di scene di carattere popolaresco. stimato il migliore nel genere, nell’Italia Meridionale del ‘700, allievo di Francesco Solimena, pittore tardo barocco dal quale apprese il sapiente uso dei chiaroscuri che applicò nei suoi quadri a carattere sacro.

Le tele rappresentano la Santissima Vergine Addolorata con Santa Maria Maddalena e S. Margherita da Cortona cui appare Gesù.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Scuola del Bonito – L’Arcangelo Raffaele che brucia incenso davanti al Trono dell’Altissimo circondato dalle Oblate e dalle donne loro affidate – Particolare.

Sul maggiore Altare era esposto fino al 1950 un altro quadro della stessa scuola che rappresenta l’Arcangelo Raffaele che brucia incenso davanti al trono dell’Altissimo, circondato da Oblate in orazione.

Dopo un necessario e lunghissimo restauro fu riconsegnato alla chiesa dalla Sovraintendenza nel 1990 e posto nel grande salone adiacente ad essa, che originariamente era un oratorio delle Oblate che raccolte in esso partecipavano alla S. Messa e raggiungevano i comunichini ai lati dell’Altare.

Al suo interno fu sistemato un altare di legno, disegnato dall’Astarita, oggi utilizzato nella sagrestia come mobile per sistemare i paramenti sacri necessari per le funzioni liturgiche.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – L’antico campanile a vela (  fotografata accanto alle campane,  la mia sposa )

La chiesa esterna delle Oblate, aveva un campanile a vela con alcune campane della seconda metà del ‘700 in lega d’argento.

Il campanile fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1980 e dovette essere abbattuto.

Le campane ricoverate sul terrazzo furono rubate nel 1983 e non fu il solo furto: nel, 1977, nel 1978, nel 1981, nel 1985 e nel 1987.

Furono rubati preziosi oggetti liturgici della oreficeria napoletana del ‘700, preziosi reliquiari e reliquie, e quadri e arredi sacri, donati dalla pietà popolare e dalla generosità di tanti che manifestavano la loro devozione verso l’Arcangelo Raffaele “medicina di Dio” per guarigioni, ma anche ex voto per matrimoni felici.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – Ignoto napoletano del sec. XVIII – Madonna col Bambino e San Giovannino – Tela rubata

L’Arcangelo Raffaele infatti, è patrono delle coppie di nubendi e guida per coloro che cercano la sposa o lo sposo per la vita, per sempre.

Nel 1981 fu rubata anche la statua lignea di Tobi, che reggeva un grosso pesce e fu rubato anche il cagnolino, compagno di viaggio, come narrato nel biblico Libro di Tobia

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Ho raccontato la storia della fondazione del Ritiro delle Oblate di San Raffaele, e ho criticamente descritto l’edificio; occorre necessariamente narrare l’incidenza socio-religiosa di alcuni dei Sacerdoti Rettori che nel corso del passato secolo si sono succeduti a reggere la Rettoria di San Raffaele a Materdei: i reverendissimi Sacerdoti Gennaro Perrella, dal 1895 al 1943, che con il suo zelo, durante la costruzione del Nuovo Rione Materdei rese la chiesa delle Oblate punto di riferimento religioso e morale per le nuove famiglie che venivano ad abitare nella zona.

Dopo la morte del Sacerdote Perrella la chiesa fu chiusa per gli eventi bellici e dal 1946, fu affidata al Sacerdote Gennaro Lombardo, poi Parroco della Parrocchia intitolata a Santa Maria della Grazie alle due Porte all’Arenella.

A lui successe il Sacerdote Aldo Caserta che nel 1950 si dimise dall’incarico e gli successe il Sacerdote Giovanni Pinto, l’ultimo Rettore, che intraprese lavori di restauro alla chiesa e agli ambienti adiacenti, con l’intervento della Amministrazione del IV Gruppo Opere Pie, ma fu sensibile anche il contributo dei fedeli della zona.

L’ottimo Sacerdote, Rettore di San Raffaele,  ”  ‘0 rre ‘e Materdei “, come scherzosamente si definiva, ritratto durante una delle nostre passeggiate, sul lago d’Averno, nel 1968. 

Don Giovanni Pinto riservò le sue cure anche al sottostante ipogeo dove furono seppellite dal 1759 al 1823 le Oblate e le donne ospiti del Ritiro e non solo, come nell’altro cimitero sottostante il cortile dell’antico edificio.

I resti mortali, recuperati dalle sepolture terragne o dai depositi laterali aperti, come si usava, furono pietosamente raccolti dalla signorina Maria Stellato e calati nell’ ossario comune, profondo oltre quaranta metri, costituito dal cunicolo di areazione di un corridoio di collegamento delle ampie caverne sottostanti buona parte della platea e che vanno a collegarsi con le grotte dei tufari scavate dal vicino palazzo degli Ajerbo d’Aragona principi di Cassano, della prima metà del XVIII secolo alla salita S.Raffaele,  progettato da Ferdinando Sanfelice (1675-1748)  e continuato alla sua morte dall’Astrarita,  ed il vicino monastero cappuccino di Sant’Eframo Nuovo, sorto nel 1572 e che fu il primo degli insediamenti religiosi della platea di Fonseca.

L’ipogeo, grande come la soprastante chiesa ha un Altare in muratura sul quale è dipinto ad affresco una immagine della Santa Vergine col Bambino, l’altro cimitero, aperto nel cortile del Ritiro, pur conoscendone la collocazione non fu mai visitato, dallo scrivente come il sottostante ipogeo della cappelletta esterna dei Confratelli questuanti di San Raffaele.

Durante i lavori del 1958, si rese necessario un intervento massiccio alle sottofondazioni e necessari lavori di consolidamento e restauro ai muri portanti dell’edificio con scuci-cuci delle lesioni, lavori che garantirono la staticità della fabbrica durante il terremoto del 1980, limitando gli interventi successivi all’evento sismico alla realizzazione di un arcone di mattoni e qualche tompagnatura di consolidamento.

Nell’uno e nell’altro caso intervennero per i restauri i competenti Organi dello Stato.

Alla  prima fase dei lavori corrisponde anche la ristrutturazione degli ambienti, con la realizzazione della ampia casa canonica, la creazione della sagrestia, negli ambienti retrostanti il maggiore Altare, la creazione dell’ufficio del Rettore negli spazi occupati dalla antica sagrestia, a sinistra dell’ampio pronao interno, la nuova sistemazione del simulacro ligneo dell’Arcangelo Raffaele, che era su un piedistallo di pietra a sinistra del presbiterio, nello spazio a destra del pronao di ingresso al tempio.

Ultimo consistente intervento fa la realizzazione dell’ Altare Mensa, secondo le nuove norme liturgiche post-conciliari, consacrato dall’Arcivescovo Metropolita di Napoli, il Cardinale Corrado Ursi (1966-1987), di venerata memoria,  l’8 maggio 1969 e l’offerta di una nuova campana , benedetta dal Vicario Generale dell’Arcidiocesi napoletana, mons. Antonio Zama (1917-1988), vescovo Titolare di Blanda, poi Arcivescovo di Sorrento e Castellammare, per ricordare i 30 anni di servizio pastorale del Rettore, il Sacerdote Giovanni Pinto, e ne fu madrina la signorina Maria Stellato.

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Durante gli oltre quarant’anni di servizio sacerdotale il Rettore di San Raffaele, don Giovanni Pinto incrementò notevolmente la vita religiosa degli abitanti del Nuovo Rione Matedei, con attività apostoliche e caritative; creò scuole di catechismo per la preparazione annuale alle Prime Comunioni e alle Cresime dei fanciulli e delle fanciulle del quartiere, ma anche gruppi di Comunità di vita consacrata con riunioni settimanali di studio e preghiera per la formazione religiosa e morale dei giovani e delle ragazze.

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Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Un affollato turno di Prime comunione nel ’68 – Fanciulli e fanciulle accompagnate al primo incontro con Gesù Eucaristia, in processione, dalla mia sposa Pina, apprezzta catechista.

I gruppi giovanili erano impegnati anche nella distribuzione di sussidi e generi di prima necessità ai poveri, e il Rettore provvide anche ad aiutare economicamente giovani volenterosi, a proseguire negli studi.

Si costituì anche una piccola comunità di giovani donne consacrate che emettevano voti privati sotto forma di promessa, rinnovabile annualmente per condurre insieme una vita serena, moralmente sicura e di preparazione al futuro disegno che la Provvidenza Divina elaborava per ognuna di loro.

Tra esse ricordo Maria Stellato, Antonietta Rubini, e Pina che cinquant’anni fa scelsi come mia sposa per sempre, e sono convinto che l’Arcangelo Raffaele pose in essere il disegno di Dio elaborato su entrambi.

il complesso chiesastico dispone di ampi e luminosi spazi che negli anni ’70 del passato secolo accolsero una affollata scuola materna che rimase attiva fino alla morte della respansabile, Maria Stellato, nel 1983.

E’ giusto ricordare i Sacerdoti che collaborarono con il Rettore: Monsignor  Erberto D’Agnese (1904-1986), Canonico Capitolare teologo morale, che fu Vicario Generale dell’Arcidiocesi, il Canonico Salvatore Ancona, Monsignor Vincenzo  Ianniello, i Sacerdoti Luigi Labonia, Antonio Formisano, Vittorio Arcopinto,  Mons. Antonio Locci, Canonico Ebdomadario del duomo e il Canonico Branca, Cappellano militare durante la seconda guerra mondiale, reduce dall’assedio di Tobruc ed il Domenicano Girolamo Ducci, che fu Cappellano del vicino Istituto G.B. de la Salle ormai chiuso da anni.

Agli inizi degli anni ’90 dopo avere celebrato i cinquant’anni di sacerdozio, Padre Giovanni Pinto, per l’eta avanzata, era nato nel 1914, e gli acciacchi, fu costretto a dimettersi dall’incarico di Rettore.

La chiesa, chiusa per alcuni anni, è oggi affidata alla cura pastorale del Parroco della vicina chiesa dedicata a Santa Maria Materdei che dalla prima metà del ‘500 fu sede di una comunità di frati della Congregazione dei Servi di Maria alla quale fu aggregata la Congregazione delle Oblate di San Raffaele nella seconda metà del ‘700.

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Bibliografia.

A.S.D. Napoli – Sante Visite  —   Achivio IV Gruppo Opere Pie, Napoli  –  C.Celano,  Notizie del bello ecc., Napoli, ristampa 1860  –  G. A. Galante, Guida Sacra della Città di Napoli. Napoli 1872  –  G. Sigismondi, Descrizione della città di Napoli, Napoli, 1789  –  C. Conte, Gli Istituti di beneficenza a Napoli, Napoli 1884. –  A. Venditti, L’architetto Giuseppe Astarita, Napoli 1962.