Il ritiro di San Raffaele a Materdei

Un’opera sociale del settecento napoletano.

 

IL RITIRO DI SAN RAFFAELE E DI SANTA MARGHERITA DA CORTONA

 

Sorse sul colle di Materdei, nella seconda metà del ‘700, pr accogliere le prostitute pentite, e risultò una delle maggiori istituzioni napoletane a carattere sociale.

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Nel 1734 alcuni missionari predicarono una “Santa Missione” fra gli abitanti della vallata della Sanità e della collina di Materdei, usando, come centro della loro opera di apostolato, la chiesa di Santa Maria della Verità, sul colle di Materdei, più nota come la chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi.

Alcune prostitute della zona vennero prese da sincero pentimento per la loro vita peccaminosa e manifestarono ai padri missionari il desiderio di ridursi a vivere insieme, in una casa di preghiera, per espiare i loro peccati.

I padri misionari riuscirono a raccogliere una somma di danaro che utilizzarono per l’acquisto di una casa sulla strada detta “infrascata”, l’attuale via Salvator Rosa, che posta sotto la protezione di Santa Margherita da Cortona, anch’essa peccatrice pentita, ospitò, per circa un ventennio, quelle donne.

A quel primo gruppo se ne unirono delle altre, tanto che nel 1754, l’Artcivescovo di Napoli, il Cardinale Sersale, notando che la casa era troppo angusta per contenere tante persone, offrì una somma di danaro che insieme alle offerte raccolte fra la nobiltà napoletana, servì per l’acquisto di un terreno sul colle di Materdei, dove venne costruito un complesso monastico con la chiesa esterna, per le “Oblate di San Raffaele”, e i locali per una congregazione laica, con il compito di questuare offerte per il mantenimento delle “pentite”.

 

Il complesso monastico di San Raffaele e di Santa Margerita da Cortona, venne su a partire dal 1754; presso la casa per le “pentite” , quasi contemporaneamente, si incominciò a costruire una chiesa esterna, consacrata dall’Arcivescovo di Potenza, per delega del Cardinale Sersale, il 4 novembre 1770, e, in alcuni locali al piano terra della casa, si realizzò un oratorio con ambienti, come sede di una fraternità laica con il titolo di San Raffaele e Santa Margherita da Cortona, costituita con Regio Decreto il 16 ottobre 1798.

L’intero complesso, poi, venne eretto in Ente Morale, con  due Decreti Regi di Ferdinando I, datati 5 agosto 1786 e 21 luglio 1792: entrambi stabilirono  che il complesso doveva servire unicamente per la riabilitazione morale delle “pentite”.

I Canonici Michele Lignola e Marco Celentano, il Presidente della Reale Camera Pietro Lignola, fratello del primo, devolsero a beneficio dell’Ente, gran parte del loro patrimonio ed istituirono una scuola per la istruzione delle fanciulle pericolanti ed un asilo per i bambini del popolo.

Furono queste fanciulle che una volta adulte chiesero di poter vestire l’abito monacale; esse furono il primo nucleo delle “Oblate” di San Raffaele che si dedicarono alla istruzione morale e scolastica delle “pentite” e delle fanciulle ospiti del “ritiro”.

Esse nel 1799 erano già in numero di 35 e nel 1861 la comunità contava 63 “oblate” e 61 “educande”.

La congrgazione di San Raffaele a Materdei, nacque con lo scopo di incrementare il patrimonio dell’Ente e a tal fine inviava a questuare numerosi confratelli che raccoglievano elemosine per i bisogni del “ritiro” che insieme ai proventi derivanti dalla vendita dei lavori di cucito e ricamo eseguiti dalle “pentite” sotto la guida delle “Oblate”, permettevano alla comunità di vivere agiatamente.

Fin dalla sua fondazione la guida spirituale e amministraiva del “Ritiro” fu affidata alla cura di un “Rettore” scelto, a partire dalla seconda metà dell’800, di concerto fra la Curia Arcivescovile di Napoli e la presidenza del “Quarto Gruppo Opere Pie” alla cui amministrazione, insieme ad altri Enti simili, il complesso faceva capo a partire dal 1861.

Fra essi degni di essere ricordati sono il Canonico Michele Lignola ed il fratello Pietro, fondatori del “Ritiro”, il Canonico Marco Celentano, il Sacerdote Ferdinando Giannone, il cui corpo fu ritrovato imcorrotto nella sepoltura, dopo il periodo della inumazione,  e i sacerdoti Martuscello e Gennaro Perrella.

Il Barnabita San Francesco Saverio Maria Bianchi, durante i lunghi anni di apostolato svolto nella città di Napoli, veniva spesso a confessare e a predicare conferenze spirituali alle “pentite di San Rafafele”.

Il complesso monastico, da molti anni, abbandonato e fatiscente (fino a alla metà degli anni ’60 del passato secolo, le “pentite” eseguivano ancora lavori a maglia con i macchinari del laboratorio del complesso), aspetta che la mano pietosa del tempo in una sola volta cancelli definitivamente il suo ricordo.

La chiesa, invece, sempre aperta al culto, dopo l’ultimo conflitto mondiale, restaurata e consolidata, dal 1961 è passata in proprietà alla Curia Arcivescovile di Napoli, per donazione del “Quarto Gruppo Opere Pie”.

La chiesa di San Raffaele e di Santa Margherita da Cortona venne realizzata, a partire dal 1756, su disegno dell’architetto Giuseppe Astarita.

“…L’interno, del tempio – scrive A. Venditti – richiama quello di Sant’Anna a Capuana, dello stesso architetto, nello svolgimento di binati di lisce paraste composite lungo la pianta pseudo-centrale; ma qui la cupola priva di tamburo, si lega in maniera più diretta al semplicissimo invaso a croce greca…L’alta lanterna sembra richiamare, all’interno, la soluzione del lanternino sull’Altare della chiesetta di San Michele Arcangelo al Mercatello (piazza Dante) eseguita dallo stesso Astarita e da Domenico Antonio Vaccaro, circa un trentennio prima…All’esterno, la facciata di San Raffaele si inserisce tra le nude pareti dell’organismo conventuale, legandosi ad esse mediante la concavità della quinta muraria…L’Astarita, pur aderendo al consueto schema napoletano della facciata a due ordini sovrapposti, coronati dal timpano e raccordati fra loro da volute suggellate da cuspidi terminali, compie un notevole passo avanti rispetto alle altre opere fino allora realizzate, perchè piega decisamente tutta la facciata, anzicchè adottare un semplice raccordo alle pareti laterali, limitato l’angolo tra muri ortogonali, come può invece vedersi nella chiesa dei Santi Giovanni e Teresa all’Arco Mirelli, ma di ignoto autore…”

Gli archietti napoletani barocchi e tardobarocchi si muovevano  nell’ambito della architettura religiosa, ottenedo i migliori risultati: a dominare la scena artistica napoletana nella prima metà del XVIII secolo era Domenico Antonio Vaccario (1678-1745).

Alla sua architettura si ispirò Giuseppe Astarita: anch’egli, come il suo maestro, il Vaccaro, realizzò ambienti luminosi, sovente dipinti di bianco, con uno sviluppo planimetrico semplice; gli interni decorati a stucco, con uno svolgimenbto fluido, raggiungendo il maggiore effetto grazie alla presenza di altari marmorei che piegano le campate laterali in avanti, formando delle curve concave, pur mantenedo tutti gli elementi diritti e, da artista rococò, fece uso di putti svolazzanti, dondolanti fra le volute, alle estremità degli altari stessi.

Delle opere d’arte conservate nel tempio non rimane quasi più nulla, alcune furono distrutte durantre la guerra, moltisse rubate a più riprese.

E’ attribuito al Bonito il grande quadro di San Raffaele posto un  tempo sull’Altare maggiore, e dopo un  restauro durato decenni, restituito alla chiesa dal laboratorio di restauro della Sovrintendenza alle Gallerie della Campania, ed alla scuola del Bonito sono attribuiti i due dipinti laterali, rappresentanti Santa Margherita da Cortona con altri Santi e Santa Margherirta da Cortona nell’atto di Adorare Cristo.

E’ auspicabile che ,un giorno, il grande quadro di San Raffaele torni al suo posto, sullaltare maggiore, ridando all’interno del tempio quall’armonia rotta dal grande vuoto in fondo al presbiterio.

Giuseppe Bonito, pur monopolizabndo in vario modo la cultura artistica napoletana del secondo settecento, denuncia la sua complessa, discontinua e contradittoria personalità artistica, dovuta alla condizione di disponibilità dell’ambiente artistico napoletano verso le grandi figurazioni libere e anticoinvenzionali, alla scelta dei contenuti e alla resa pittorica.

 

Nel 1797 l’Arcangelo Raffaele venne proclamato patrono minore dell’Archidiocesi napoletana.

In quel periodo venne realizzaata, su disegno del Sammartino, una statua d’argento raffigurante San Raffaele, Tobiolo, il pesce e il cane.

Tale stauta è attualmente conservata nella Sacrestia della Cappella del Tesoro di San Gennaro nel Duomo di Napoli; nella chiesa è conservata e molto venerata una copia  lignea della statua del Sammartino, a cui  è attribuita la coppia di angeli svolazzanti che reggono la grande corona, nel catino dell’abside e la coppia degli angeli tedofori di legno dorato.

Presso la statua di San Raffaele, ancora oggi si raccolgono  a pregare e a far voto, nel giorno della festa popolare del Santo, numerose fanciulle desiderose di maritarsi e, a giudicare dagli ex voto, molte i esse non lo hanno invocato invano.

 

L’ultimo Rettore del Tempio, il Sac Giovanni Pinto, ” ‘O Re ‘e Materdei”, dedicò per oltre quarant’anni la sua infaticabile opera di apostolato fra la gente del rione.

Dopo gli eventi bellici curò il consolidamento e il restauro delle strutture chiesastiche e, a più riprese, riportà il tempio di San Raffaele alle sue linee originali.

Per alcuni anni, funzionò, nei ocali della casa canonica, il “Centro Sociale San Raffaele” che accoglieva in una scuola materna i bambini del popolo.

Oggi la chiesa funziona come cappella succursale della vicina Parrocchia di Materdei.

 

 

Pubblicato Su: “Campania Serafica” , Anno XIII, n: 1, gennaio 1981

 

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