La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “Vestibolo del Paradiso”.

di Tino d’Amico

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Napoli – Duomo – Reale cappella del Tesoro di San Gennaro -Giovanni Lanfranco, cupola del Paradiso.

 

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Alla moltitudine immensa,

che nessuno può contare,

di ogni nazione, razza, popolo, lingua

che sta in piedi

davanti al trono e davanti all’Agnello,

avvolti in vesti candide,

e portano palme nelle mani.

E gridano a gran voce:

“La salvezza appartiene

al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”.

(Cfr. Apocalisse 7,9)

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Le  Sacre reliquie venerate nel Duomo di Napoli, oltre cinquemila differenti reperti di I, II, III, IV classe,  furono raccolte nella seconda metà del ‘600, in una lipsanoteca sistemata nel retro della sacrestia, nella cappella funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), intitolata alla “Madonna del pozzo” e in uno stipo ricavato nel muro, sull’Altare della sacrestia stessa, chiuso da una pala di Giovanni Balducci-Cosci (1560-1631), rappresentante la Madonna col Bambino ed i Santi Gennaro e Agnello Abate.

Per disposizione del Cardinale Sisto Riario Sforza, Arcivescovo di Napoli (1845-1877), furono sistemate temporaneamente nella lipsanoteca della cappella anche alcuni reliquiari pervenuti in duomo al tempo della soppressione degli ordini religiosi durante il decennio francese (1806-1816) e successivamente quelli provenienti dai monasteri, conventi e chiese soppresse in esecuzione delle leggi eversive sabaude emanate immediatamente dopo l’unità d’Italia e, per disposizione del Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, Arcivescovo di Napoli dal 1878 al 1897, anche quelli recuperati dalle chiese abbattute per i “lavori pel risanamento di Napoli”, dopo la grave epidemia di colera che colpì la città nel 1884.

Non solo in questo luogo, erano conservate le Sacre Reliquie, ma anche alcune cappelle, sulle quali esercitavano da sempre il diritto di patronato alcune nobili famiglie del Regno e Altari, Altarini e cappellette, costruite in ogni angolo disponibile del duomo, fra la seconda metà del ‘400 e la prima metà del ‘700, sulle quali altre famiglie nobili esercitavano il diritto di patronato, possedevano un proprio corredo di reliquie che veniva esposto alla venerazione dei fedeli in giorni e tempi che rispondevano più ad una tradizione familiare che non ad un codificato calendario liturgico, per cui il Cardinale Giacomo Cantelmo, Arcivescovo di Napoli (1691-1702) redasse una TABELLA, fatta scolpire poi nel marmo nel 1703, dal canonico Luigi Capece Galeota, suo esecutore testamentario, che fece murare accanto all’ingresso della sacrestia, sul lato destro.

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Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore, cappella funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595) – La “TABELLA” delle reliquie da venerarsi nel duomo di Napoli, fatta redigere ed approvata dal Cardinale Arcivescovo Giacomo Cantelmo (1691-1702).

Questa TABELLA stabilisce alcune norme e disciplina lo svolgimento delle funzioni relative al culto del Santo Patrono San Gennaro, ponendo ordine nei rapporti spesso burrascosi fra il Reverendissimo Capitolo Cattedrale,  il Collegio degli Ebdomadari e la Deputazione del Tesoro di San Gennaro e stabilisce anche tempi e modi per la esposizione e venerazione in duomo di tutte reliquie conservate nella Cittadella Vescovile e riporta anche la loro collocazione all’epoca della redazione dell’elenco, nonché notizie relative alla presenza di alcune di esse in altre chiese napoletane.

La lapide poi, fu trasferita e murata nella cappella della Madonna del pozzo, sulla parete sinistra, dove è ancora consultabile, quando per la realizzazione del monumento celebrativo del Cardinale Sisto Riario Sforza Arcivescovo di Napoli (1845-1877), si rese necessaria una diversa collocazione del sepolcro di Papa Innocenzo IV (1243-1254), il trasferimento del sarcofago bisomo di Enrico Loffredo (+1421) e di suo figlio Francesco (+1468), Canonico Capitolare di Santa Restituta e della sepoltura di Andrea d’Ungheria (1327-1345).

Essa però offre un elenco incompleto, non riportando le reliquie venerate in alcune cappelle di diritto di patronato e citate in altri documenti e presenta una particolarità: la omissione dal calendario dell’elenco delle reliquie esposte alla venerazione in duomo oppure in altri siti, nel mese di aprile.

La TABELLA, che viene riportata per la lunghezza del testo alla fine del saggio, nello spazio dedicato alle NOTE E DISCUSSIONI, per molte reliquie ritrovate all’interno della cappella reliquiario, costituisce una sorta di mappatura per la loro origine e di molte di esse costituisce anche l’unico documento autenticativo perché lettere credenziali probatorie e autenticative, nel trasferimento dagli antichi luoghi di venerazione in duomo e dagli antichi, originari luoghi di deposito, sono andati perduti, salvo poi a ritrovare qualche documento giacente all’interno dei vari “fondi” archivistici.

Antiche pubblicazioni cinquecentesche forniscono elenchi di reliquie di Santi, venerate nelle chiese napoletane, elementi utili per risalire alla origine di alcune di esse, quando non forniscono notizie di reperti fantasiosi o  impossibili.

Precedentemente, durante lo svolgimento del Sinodo Diocesano del 1618, con un editto del 3 settembre, il Cardinale Decio Carafa, Arcivescovo di Napoli (1613-1626) pubblicò un catalogo dei Santi le cui feste potevano celebrarsi nella Chiesa di Napoli, con notizie relative ai luoghi ove le loro reliquie erano conservate e Cesare d’Engenio Caracciolo pubblicò nel 1624, Napoli Sacra, un testo che descrive gli edifici di culto cittadini e che, anche se incompleto, fornisce un elenco delle reliquie dei Santi e dei Beati in essi conservate.

Il Cardinale Giuseppe Spinelli, Arcivescovo di Napoli (1734-1754) promosse un progetto di riassetto generale del duomo, a partire dal 1744, che prevedeva l’eliminazione di Altari, Altarini e cappellette realizzate nel corso dei secoli e addossate ai pilastri e dovunque ci fosse uno spazio libero, a completamento di una attività iniziata fin dal tempo del Cardinale Decio Carafa Arcivescovo di Napoli (1613-1626), che intendeva continuare l’opera iniziata dal Cardinale Alfonso Gesualdo, Arcivescovo di Napoli (1596-1603) per il riordino definitivo dell’interno del duomo e che aveva trovato notevoli difficoltà nella realizzazione, scontrandosi con gli interessi delle famiglie nobili proprietarie delle cappelle.

Lo Spinelli intendeva così abolire il frammentarismo delle devozioni private in continuo conflitto fra loro, a vantaggio della solenne ed unica liturgia da celebrarsi esclusivamente allo scenografico Altare maggiore e secondo la nuova riforma liturgica.

Confluirono allora nel contenitore del retro sacrestia anche le reliquie venerate nelle cappelle di patronato, e quelle conservate nelle cappellette e Altarini privati che furono diroccati.

Molte altre di esse, però, per la preziosità del reliquiario o per la devozione privata tradizionalmente legata alla famiglia proprietaria, andarono perdute, alienate o trasferite negli oratori delle case gentilizie.

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Il culto delle reliquie – Norme canoniche che regolano la loro venerazione.

Reliquia, dal latino reliquiae, indica la salma, o una parte di essa, di una persona venerata come santa o beata, ma anche di un personaggio della storia, della cultura; Reliquia è anche un qualsiasi oggetto che abbia avuto con un santo, un beato, un personaggio famoso, più o meno diretta connessione, sia quando era ancora in vita che con il suo cadavere, come vestiti, strumenti del martirio, il sudario, il sarcofago o la cassa che ha contenuto il suo corpo.

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Napoli – Duomo – Cappella di Sant’Aspreno – L’urna contenente le reliquie del suo corpo posta all’interno dell’Altare settesentesco – (foto Sangez).

I corpi dei santi sono generalmente conservati nei sarcofagi, in particolari preziosi contenitori anche antropomorfi, in urne di cristallo che ne consentono la visione.

In passato era largamente diffusa la pratica di suddividere in più parti i corpi dei santi, anche in piccole dimensioni che venivano custodite separatamente e in  luoghi diversi, in reliquiari di materiale più o meno prezioso, più o meno artistici, in ostensori a lanterna, a sfera, a tabella, in semplici capselle più o meno preziose, in lipsanoteche, a partire dal V secolo.

Oggi non si usa più suddividere i corpi dei santi e l’uso di distribuire le loro reliquie, è di molto diminuito.

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Napoli – Duomo – Cappella Carafa o cripta di San Gennaro – Antica olla di terracotta contenente i resti del corpo del Megalomartire S. Gennaro, Compatrono principale di Napoli,  della Diocesi, dell’Italia Meridionale e del Regno di Napoli – Ai lati:  due cassette plumbee rinvenute nell’Altare maggiore del duomo con i resti dei corpi dei Santi Eutiche ed Acuzio, Compagni Martiri di San Gennaro, recentemente trasferite e riposte nel nuovo Altare Mensa sull’abside del duomo, insieme alle reliquie del corpo di S. Agrippino.

Molti ritengono che attraverso la venerazione delle reliquie, ottengono più facilmente la intercessione del santo, del beato, del servo di Dio, del venerabile a cui esse sono riferite, visitando il luogo dove sono conservate, il luogo dove è vissuto, magari toccandole, baciandole, spesso rendendo alle reliquie, ma anche alle immagini dei santi, un onore ed un culto privato, personale, che è dovuto solo a Dio.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – La reliquia del “bastone di Sant’Aspreno”, che ho ritrovata nel fondo di una lipsanoteca. Il bastone è contenuto in una custodia di argento filigranata che reca lo stemma del Cardinale Arcivescovo Guglielmo Sanfelice; il bastone era privo del manico, anche esso poi ritrovato – Ho provveduto alla ricomposizione del reperto ed alla ricollocazione dello stesso nella lipsanoteca – Il reperto è catalogato e inventariato. Accanto al puntale: il fonticolo delle reliquie di Sant’Agrippino, da me ritrovato nei depositi del duomo.

Il culto è un atto che tende ad attestare la eccellenza e la sovranità di Dio e la nostra dipendenza da Lui; nelle sue manifestazioni esterne o interne, liturgiche, pubbliche o private, esso deve essere riferito sempre e solo a Dio.

Ai santi, ai beati, ai servi di Dio, ai venerabili esso, nella forma diretta, è riferito a Dio in se stesso; nella forma indiretta Dio è onorato attraverso le creature a Lui più vicine.

Il culto è assoluto, quando è indirizzato direttamente a Dio o alla Santissima Vergine, o alle varie categorie di santi; è relativo, quando è indirizzato ad una cosa, ad una immagine, ad una statua, ad una reliquia.

Il culto diretto a Dio è detto latria o adorazione; quello alla Santissima Vergine, iperdulia; quello a San Giuseppe, protodulia; quello alle varie categorie di santi, dulia (Cfr. Catechismo di San Pio X).

L’ADORAZIONE E’ UN ATTO CHE E’ DOVUTO SOLO A DIO, UNO E TRINO, PADRE  FIGLIO SPIRITO SANTO.

Noi veneriamo attraverso le reliquie,  il corpo dei santi, dei beati, dei servi di Dio, dei venerabili, perché esso servì loro ad esercitare virtù eroiche, fu Tempio dello Spirito Santo,  e risorgerà glorioso alla vita eterna, come il nostro corpo.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – preziosi reliquiari di argento, realizzati per disposizione del Cardinale Arcivescovo Sisto Riario Sforza, contenenti reliquie dei Santi Compatroni, e facente parte del “parato delle solennità liturgiche” del maggiore Altare ed un prezioso Crocefisso eburneo.

Noi non li adoriamo, come adoriamo Dio Uno e Trino, ma li veneriamo, cioè riconosciamo e onoriamo la dignità, la potenza, la loro superiorità spirituale, ma non riconosciamo ad essi dominio e potestà suprema e assoluta su tutte le creature.

Quando veneriamo ed onoriamo Maria Santissima, gli angeli, i santi, l’onore diretto a loro va a Dio Uno e Trino e Lo glorifica come datore di ogni bene.

Se veneriamo i santi, i beati, i venerabili, i servi di Dio, è giusto che siano venerate anche le parti che restano di essi, siano reliquie insigni, (il corpo intero, una parte di esso, come il capo, un braccio, un osso, il cuore, la lingua, il sangue) siano notabili (un dito, una parte considerevole di un osso), o minime (un dente, una scheggia ossea, una ciocca di capelli) oppure un oggetto ad essi appartenuto, uno scritto, qualche cosa che hanno usato, toccato quando erano in vita o che è stato a contatto con il loro corpo quando fu nel sepolcro.

Il culto è riservato esclusivamente alle reliquie di santi o beati ufficialmente riconosciuti come tali dalla Chiesa e le reliquie, per essere offerte alla venerazione dei fedeli, devono essere autenticate.

La facoltà di autenticarle o di corredarle di lettere credenziali, è competenza esclusiva dei Cardinali, degli Ordinari, degli ecclesiastici cui è conferita da uno speciale indulto apostolico.

Il Codice di Diritto Canonico, al canone 1190, vieta severamente la vendita e il trafugamento delle reliquie dei santi e dei beati.

Di molte reliquie è messa in discussione la autenticità perché in passato era largamente diffusa la pratica di suddividerle perché molti, conservandole in più posti diversi, venerassero uno stesso santo; molte poi,  erano da contatto, cioè venivano poste sulle reliquie autentiche di un santo, oggetti, pezzi di stoffa, altre cose che poi venivano offerte alla venerazione dei fedeli come reliquie stesse del santo.

La XXV sessione del Concilio di Trento (dicembre 1562) ribadiva la validità cultuale delle immagini sacre, e promuoveva il culto delle reliquie connesse e comunque legate con quelle delle immagini dei santi, dei quali i resti comprovavano la loro esistenza.

Le reliquie di alcuni santi sono particolarmente considerate perchè il corpo non ha subito la naturale decomposizione nel sepolcro.

Il metodo usato per la classificazione delle reliquie, le suddivide in reliquie di prima, seconda, terza e quarta classe.

Le reliquie di prima classe, sono gli oggetti direttamente associati alla vita di Gesù, o  resti di santi, di beati, di venerabili, di servi di Dio, considerando però che le reliquie dei martiri sono poste in maggiore venerazione, rispetto alle altre, perché essi hanno dato la vita per testimoniare la fede.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – La preziosa reliquia della CORONA DI SPINE di N.S.G.C., donata a Carlo I d’Angiò dal fratello San Luigi, re di Francia, e portata a Napoli, insieme ad altre reliquie della SACRA CORONA, rinvenuta nella seconda metà dell’800 in un pozzetto ricavato sulla schiena del grande Crocefisso ligneo romanico franco-iberico ed incapsulata in un “reliquiario ad ostensorio” che reca lo stemma del Cardinale Arcivescovo Guglielmo Sanfelice.

Esse sono suddivise a seconda della tipologia in: ex ossibus; ex carne; ex corpore; ex praecordis; ex pilis; ex cineribus; ex tela imbuta sanguine; ex tela imbuta cineribus; ex lignum crucis.

Le reliquie di seconda classe sono gli oggetti che hanno comunque avuto a che fare con un santo, un beato, un venerabile, un servo di Dio e sono suddivise in ex pallio; ex velo; ex habitu; ex indumentis; ex arca sepulcralis; ex veste; ex fune; ex cilicio.

Le reliquie di terza classe sono costituite da oggetti che sono venuti a contatto con reliquie di prima classe e sono generalmente pezzi di stoffa venuti a contatto con i corpi di santi.

Quelle di quarta classe, comprendono qualsiasi cosa venuta a contatto con un santo (1).

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Il Tesoro Vecchio e la Cappella della Madonna del pozzo, primi reliquiari del Duomo.

Carlo II d’Angiò detto “lo zoppo” (1248-1309), re di Napoli dal 1285, destinò la torre scalare sinistra della facciata del nuovo duomo, per una degna  sistemazione delle reliquie dei Santi Compatroni di Napoli e di quelle di altri Santi, trasferite in epoche diverse e riposte in vario modo nella basilica detta Stefanìa, basilica gemina della Cattedrale detta di Santa Restituta, che allora si andava diroccando per far posto al costruendo nuovo edificio angioino.

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Napoli – Duomo – Planimetria generale del complesso episcopale – E’ evidenziato il luogo del “tesoro vecchio” e il sito della ottocentesca cappella delle reliquie.

Realizzato un oratorio intitolato a San Gennaro, al primo livello della torre sinistra della facciata dell’edificio, raggiungibile attraverso una scala a lumaca in legno, vi fece trasferire e porre in apposite scarabattole, i reliquiari antichi, la suppellettile preziosa, e in otto nicchie ricavate nel muro, il busto reliquiario di San Gennaro e il reliquiario del Sangue e i busti reliquiari lignei degli altri Compatroni.

Il Tesoro vecchio fu restaurato e abbellito, poi, per onorare il voto fatto a San Gennaro, dalla vicerigina di Napoli Maria di Toledo, duchessa d’Alba nel 1557, che durante l’assedio francese alla cittadella del Tronto difesa dall’esercito spagnolo comandato dal vicerè don Ferdinando di Toledo duca d’Alba, temeva per la vita del consorte, come informa una lapide murata nel 1657, sulla parete destra dell’oratorio (2).

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Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – L’oratorio di San Gennaro nel “tesoro vecchio”, oggi sede della Compagnia della morte o di Santa Restituta de’ neri.

Nel 1595, il 3 novembre, a completamento dei lavori abbellimento del Tesoro vecchio, furono applicati a chiusura delle nicchie che contenevano i busti dei santi Compatroni e i reliquiari del cranio di San Gennaro e del Suo sangue, 8 portelli lignei intagliati da Pietro Provedi (1562-1623)

Di essi ne rimangono solo 4, riutilizzati per chiudere alcune scarabattole della cappella reliquiario, gli altri 4, sono andati smarriti, o forse distrutti dall’incendio che agli inizi del ‘700 distrusse un mobile-contenitore di reliquie all’interno della sagrestiadel duomo.

I reliquiari e la preziosa suppellettile liturgica rimasero nel Tesoro Vecchio fin quando nel 1646 fu inaugurata la nuova cappella del Tesoro di San Gennaro costruita con il solo contributo popolare per onorare il voto solennemente sottoscritto dagli Eletti del Popolo davanti all’Altare maggiore del duomo, rogato per notar Vincenzo de Rossis il 13 gennaio 1527, di costruire  una sontuosa nuova cappella per accogliere le reliquie di San Gennaro se questi avesse liberato Napoli dalla peste, dalla guerra e dalla carestia.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Gli sportelli superstiti del “tesoro vecchio”, scolpiti da Pietro Provedi, e riutilizzati nella seconda metà dell’800 per decorare le lipsanoteche. Rappresentano sulla faccia a vista, e sul retro, nell’ordine: Sant’Atanasio I e il trasporto del suo corpo da Montecassino alla catacomba napoletana; Sant’Agnello e il Santo che mette in fuga gli assedianti di Napoli, apparendo sulle mura cittadine dalla parte del Carmine; Sant’Efebo e il Santo che, già da tempo morto, appare nella cappella cimiteriale e celebra la Santa Messa; San Severo e il Santo che per difendere da accuse infamanti un defunto, lo richiama in vita perché si scagionasse e salvasse la famiglia insolvente nel debito, dalla carcerazione. (Cfr. Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro del tesoro vecchio…, in: tinodamico.wordpress.com)

I busti-reliquiari dei Compatroni, dopo l’inaugurazione della nuova cappella del Tesoro di San Gennaro, (13-12-1646) furono ivi sistemati, insieme al Busto contenente il Cranio di San Gennaro e il prezioso reliquiario con le ampolle del Suo Sangue, gli altri, insieme alla suppellettile liturgica preziosa e agli sportelli lignei del Provedi, furono trasferiti nella nuova sacrestia del duomo, realizzata nella ex cappella reale angioina e l’oratorio del Tesoro Vecchio fu assegnato dal Cardinale Ascanio Filomarino, Arcivescovo di Napoli dal 1642 al 1666, alla Compagnia della Morte, fino ad allora allocata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, come si apprende da un’altra lapide murata nell’oratorio (3).

All’uscita della cappella, si legge a sinistra un’altra lapide che fu posta al termine dei lavori di abbellimento del luogo per l’ex voto della vicerigina duchessa d’Alba che riporto perché riassume le vicende del tesoro vecchio (4).

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La cappella di Santa Maria del pozzo.

Mentre erano ancora in corso i lavori per la costruzione del nuovo duomo (1294-1316) Carlo II d’Angiò dispose anche la fondazione di una cappella destinata ad accogliere le salme degli Angioini di Napoli, che in attesa di una definitiva sistemazione, giacevano ancora in sepolture provvisorie.

Il progetto del sovrano angioino,  prevedeva che la  cappella reale doveva essere adiacente al costruendo duomo, ma accessibile solo dall’esterno e indipendente da esso e doveva essere intitolata a San Ludovico d’Angiò, suo secondogenito, erede del trono di Napoli, nato a Nocera (Sa) nel 1274 che, consacrato Vescovo di Tolosa a Roma da Papa Bonifacio VIII nel 1296 a ventidue anni, aveva rinunciato al trono di Napoli in favore del fratello Roberto detto “il saggio”, per vestire il saio francescano.

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Napoli – Duomo – La cappella reale di San Ludovico, trasformata nel ‘500 in sagrestia del duomo – Esterno.

Di indiscussa santità di vita, morto a Chateau de Brignoles nel 1297 e sepolto per suo volere a Marsiglia, fu canonizzato da Papa Giovanni XXII in Avignone nel 1317.

La costruzione della cappella reale in esecuzione della volontà sovrana risale al 1320, quando già era morto re Carlo II (1309) ed il suo corpo, sepolto provvisoriamente a Napoli, era già stato trasferito in Francia per essere inumato ad Aix en Provence.

In essa furono inumati i corpi di Carlo I d’Angiò, morto nel 1285, di Clemenza d’Asburgo, nata nel 1267, moglie di Carlo Martello d’Angiò, nato nel 1271, figlio primogenito di Carlo II d’Angiò ed erede del trono di Napoli e dello stesso Carlo Martello d’Angiò.

Carlo e Clemenza, sposi nel 1281, morirono entrambi di peste nel castello angioino di Napoli, nel 1295, come riferisce Michelangelo Schipa, riportando una nota di un annalista austriaco, mentre secondo Camillo Minieri Riccio, Clemenza sarebbe morta di parto un anno prima: Dante  incontra entrambi fra gli spiriti amanti nell’VIII e nel IX Canto del Paradiso (5).

All’interno di una lipsanoteca ho ritrovato uno strano piccolo anello con una pietra, appuntato ad un foglietto di carta con un timbro a secco del duomo, la sua fattura sembrerebbe duecentesca: potrebbe essere stato recuperato dal sepolcro di Clemenza d’Asburgo, quando il Canonico Loreto, Sacrista del duomo, nella prima metà dell’800 dovette sistemare i suoi resti mortali dopo il restauro del sarcofago che minacciava di cadere dalla controfacciata dell’edificio (Cfr. L.Loreto, Guida per la sola chiesa cattedrale metropolitana….1849).

Il reperto risulta da me catalogato ed inventariato.

Nel 1345 fu seppellito in essa anche Andrea d’Ungheria, lo sfortunato marito della regina Giovanna I d’Angiò, strangolato ad Aversa nello stesso anno 1345 (6).

Le pareti e le volte ogivali della cappella reale erano ricoperte da affreschi di scuola giottesca, raffiguranti storie della vita di San Ludovico d’Angiò e dei miracoli ottenuti per sua intercessione.

Tracce di questi affreschi sono emersi al disopra della “incannucciata” della volta settecentesca che attualmente ricopre la sagrestia, durante gli ultimi lavori di restauro (1969-1972): non furono oggetto di intervento conservativo,  furono  fotografati parzialmente e alcune fotografie risultano pubblicate (7).

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Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – lacerticoli di affreschi di scuola giottesca al di sopra della incannucciata settecentesca.

Il terremoto del 4 dicembre del 1456 che danneggiò gravemente le strutture murarie del duomo e fece crollare il muro perimetrale della navata sinistra, danneggiò anche la cappella reale e fece cadere i monumenti sepolcrali in essa contenuti, per cui si rese necessario ricoverare i resti mortali degli angioini in ricomposti e frammentari sepolcri nell’abside, comunque danneggiata dal sisma e che allora non conteneva il coro e il maggiore Altare, che era l’uno nella navata centrale, dal dossello del trono vescovile alla metà di essa, l’altro posto al centro del transetto (8),
Dalla provvisoria sistemazione nell’abside del duomo, le salme degli angioini dopo varie peregrinazioni all’interno dell’edificio, furono definitivamente sistemate nel grande monumento sepolcrale della controfacciata.

Frammenti superstiti del monumento sepolcrale di Carlo Martello, di Tino di Camaino (1285-1337), sono le due statue che rappresentano le virtù della mansuetudine e della fortezza, poste sul sarcofago di Cobello Caracciolo (+1320) e il personaggio togato attribuito allo stesso Tino, posto supino sul sarcofago di Matteo Caracciolo (+1314), nella cappella patronato della famiglia Caracciolo-Psquizy, la seconda sulla navatella di Sant’Aspreno.

L’ingresso alla cappella reale avveniva attraverso una porta aperta sul cardine detto strada clusa, oggi il viale interno della cittadella vescovile.

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Napoli – Duomo – L’assetto della sagrestia maggiore, nei primi anni ’20 del passato secolo, con quadri ora esposti nel Museo Diocesano e le due statue reliquiario di argento di San Pietro e San Paolo, ora nello stesso Museo diocesano, entrambe di Gian Domenico Vinaccia (secolo XVii).

Questa porta fu fatta murare intorno al 1581 dall’Arcivescovo di Napoli Annibale di Capua (1578-1595) che fece trasformare la diroccata cappella reale di San Ludovico nella attuale sagrestia, realizzare l’attuale ingresso dal transetto del duomo e fece costruire come luogo per la sua sepoltura la cappella della Madonna del pozzo, il retro sagrestia, dove fu sepolto nell’elegante monumento sepolcrale che si era preparato in vita, il 4 settembre 1595: la lapide sepolcrale chiarifica la funzione per cui fu costruita la cappellina (9).

La cappella della Madonna del pozzo è una successione di tre piccoli ambienti accedibili dalla sagrestia e, oggi, anche da un ingresso gemino aperto verso l’esterno, ma che al tempo del di Capua non esisteva: fu realizzato dal Cardinale Francesco Pignatelli, Arcivescovo di Napoli (1703-1734) come accesso dalla sacrestia ad alcuni locali di servizio fatti da lui realizzare durante i lavori di restauro del duomo conseguenti al disastroso terremoto del 29 novembre 1732, continuati poi dall’Arcivescovo Spinelli.

Sul capitello della colonnina che separa i due ingressi arcuati, c’è lo stemma cardinalizio del Pignatelli e, sulla parte esterna della stessa, quello del Cardinale Corrado Ursi, Arcivescovo di Napoli dal 1960 al 1987, che reggeva la Diocesi negli anni degli ultimi interventi di restauro al duomo (1969-1972).

Questi locali furono abbattuti durante gli ultimi restauri del complesso e fu ritrovato in quella occasione l’antico ingresso alla cappella reale, fatto murare dall’Arcivescovo di Capua, alle spalle del quale egli aveva fatto costruire il grande stipo di castagno, per i paramenti sacri, ancora esistente e che porta sulla cimasa il suo stemma vescovile.

Il primo ambiente della cappella, separato dagli altri due in successione, è il luogo del lavabo, costruito per comodità dei sacerdoti che si preparano per le sacre funzioni, gli altri due, intercomunicanti, costituiscono, il primo, il luogo del monumento sepolcrale dell’Arcivescovo Annibale di Capua e il secondo, coperto da una elegante cupoletta, aveva sull’Altarino una tavola di Silvestro Buono rappresentante la Madonna del pozzo e di cui se ne è persa traccia.

Una lapide del 1883, ricorda la destinazione della cappella sepolcrale del di Capua in reliquiario del duomo, dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (10).

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Napoli – Duomo – Retrosagrestia – l’ingresso alla cappella di Santa Maria del pozzo e la lapide fatta apporre dal Cardinale Arcivescovo Sanfelice.

Questa lapide la si può considerare come un riferimento certo, autenticativo, unico, delle reliquie conservate e venerate nel duomo di Napoli, ed è anche una promessa di benedizioni per chi ne avrebbe avuto cura, in ogni tempo.

Sulla parete a sinistra dell’Altarino fu murata la già citata lapide che riporta la  TABELLA delle reliquie venerate nel duomo e in altre chiese napoletane, con il calendario della loro offerta alla venerazione.

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Le “leggi eversive” all’indomani della annessione unilaterale del Regno di Napoli al regno sabaudo.

All’indomani della annessione del Regno di Napoli al regno sabaudo (21 ottobre 1860), il Dicastero degli Affari Ecclesiastici, del nuovo Governo Luogotenenziale, con decretali del 17 febbario 1861, annullò gli atti costituenti l’antico diritto pubblico ecclesiastico in vigore nel Regno di Napoli, dichiarò cessata l’efficacia del Concordato con la Santa Sede del 16 febbario 1818 e abrogò la Convenzione del 18 aprile 1836 e con una serie di provvedimenti limitò l’autonomia della Chiesa ed estese alle Province del Regno di Napoli la legge sabauda di soppresione degli Ordini Religiosi decretando la creazione di una Cassa Ecclesiastica per l’amministrazione dei beni degli Ordini Religiosi aboliti.

Le leggi  eversive facevano parte di una politica apertamente anticlericale, portata avanti già precedentemente nel regno sabaudo, e avevano lo scopo di porre legalmente le mani sui grandi patrimoni della Chiesa e controllare tutte le sue attività (11).

Per lo stato sabaudo furono la palese risposta alla grave crisi finanziaria causata dalla sconfitta della terza guerra di indipendenza.

Questo valse l’acuirsi del già profondo dissidio con la Santa Sede che sarà ricomposto solo con la firma dei Patti Lateranensi, nel 1929.

I fabbricati ecclesiastici appartenenti agli Ordini Religiosi soppressi furono incamerati dallo Stato unitario che li riutilizzò per scuole, laboratori, ospedali, uffici amministravi, caserme e, a partire dal 1862 furono immessi sul mercato a prezzi stracciati e venduti alla vecchia nobiltà e alla borghesia i terreni, gli appartamenti, i complessi monastici non riutilizzarti o comunque sottratti alla gestione della Cassa Ecclesiastica da funzionari statali senza scrupoli, con modalità che sono state criticate dagli storici e dai giuristi.

Tutto finì nella mani di pochi privilegiati e niente di tanta ricchezza contribuì a risollevare le sorti delle classi sociali più povere del Meridione d’Italia, come del resto già avevano fatto i francesi, durante i dieci anni di permanenza nel Regno di Napoli agli inizi dell’800, sopprimendo gli Ordini Religiosi e incamerando, ma praticamente rubando, quanto più si poteva.

Così come già avvenuto durante il decennio francese, anche le nuove leggi eversive non prevedevano particolari forme  di tutela dei beni artistici delle chiese e dei monasteri, anche se demandavano ai direttori del demanio incaricati della loro alienazione la possibilità, qualora lo ritenessero necessario, con particolari norme di conservare monumenti, opere d’arte oggetti di culto e simili cose.

Incominciò così la dispersione di opere d’arte, di cui fu spesso distrutto il contenuto storico cultuale originario.

Solo i più importanti beni artistici furono posti sotto sigillo e finirono nei musei…quando finirono nei musei.

Alcuni preziosi reliquiari, spesso solo i loro venerabili contenuti, perchè i preziosi ostensori furono trafugati, alienati, fusi, furono consegnati al duomo di Napoli, e il Cardinale Sisto Riario Sforza, che non era nella disponibilità del Palazzo Arcivescovile, posto sotto sequestro in esecuzione delle leggi eversive sabaude, costretto a vivere in una stanzetta ricavata nel passetto soprastante l’accesso agli uffici di Curia dal vicus cluso, l’attuale vicolo interno della cittadella vescovile, dispose la loro temporanea sistemazione nella cappella della Madonna del pozzo, il retro sagrestia, già utilizzata come luogo di deposito delle reliquie, utilizzando per riporli, le antiche lipsanoteche realizzate dopo la trasformazione della cappella reale, al tempo dell’Arcivescovo di Capua, che utilizzò come sportelli di alcuni stipi, i citati preziosi pannelli lignei del Provedi, otto inizialmente e solo quattro riutilizzati alla fine dell’800, nella nuova cappella reliquiario.

La sacrestia fu depredata di alcuni vasi sacri e arredi, durante i citati lavori disposti dal Cardinale Pignatelli e uno stipo reliquiario andò distrutto da un incendio, nella prima metà del ‘700, forse al tempo del terremoto del 1732: probabilmente andarono così perduti i mancanti  quattro pannelli del Provedi.

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Il Colera del 1884.

Una grave epidemia di colera colpì Napoli nella estate del 1884, facendo nella sola città settemila morti, e almeno altri ottomila nella Provincia.

L’epidemia scoppiò nei quarteri della città bassa, i più vecchi e degradati: Vicaria, Porto, Pendino, Mercato, dove nei fondaci meleodoranti, nei vicoli stretti, negli edifici fatiscenti, vivevano ammassate come formiche migliaia di persone.

Il Cardinale Guglielmo Sanfelice, a capo del suo Clero, si prodigò senza risparmiarsi per soccorrere materialmente e spiritualmente il suo popolo, come già aveva fatto il suo predecessore, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1845-1877), qualche decennio prima.

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Napoli – Duomo – Federico Maldarelli (1826-1893), Il Cardinale Arcivescovo Sisto Riario Sforza fra i colerosi di Napoli.

E non mancarono episodi di eroismo da parte di sconosciuti Sacerdoti colpiti dal morbo per soccorrere e curare i moribondi e portando loro il conforto della fede ed episodi di pietà eucaristica, da parte di Preti che raccolsero e consumarono, perché non andasse profanata la Santissima Eucarestia, le Sacre Specie appena vomitate da colerosi moribondi, morendo poi contagiati dallo stesso morbo.

Re Umberto I, accorse fra i colerosi napoletani e rimase sorpreso e ammirato per la dedizione dell’Arcivescovo di Napoli e dei suoi Sacerdoti per il suo popolo: mentre l’Arcivescovo di Napoli amministrava ai colerosi il Sacramento della Confermazione, lo stesso Re d’Italia poneva spesso la sua mano sulla spalla dei moribondi, assumendo il ruolo di padrino.

L’episodio era riportato su un pannello bronzeo scolpito da Raffaele Belliazzi (1835-1917) nel monumento celebrativo di Re Umberto I, all’emiciclo di Capodimonte, a Napoli, e rubato qualche decennio .

Rappresentava Umberto I fra i colerosi di Napoli e riferiva la celebre frase pronunziata dal sovrano: “…A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore: vado a Napoli”.

Re Umberto I donò al Cardinale Sanfelice, in riconoscenza per quanto aveva fatto per il suo popolo e perché per la prima volta aveva visto un Pastore arrischiare la propria vita per il suo gregge, un bastone pastorale, perché fosse usato dagli Eminentissimi Arcivescovi di Napoli quando celebrano i sacri riti in duomo.

L’epidemia di colera cessò improvvisamente allorquando Suor Maria Landi, oggi Venerabile, ascoltò un “buon consiglio” del Cardinale Sanfelice e collocò una immagine della Santissima Vergine, proprietà della famiglia e venerata nella loro casa di piazza San Carlo all’Arena, in una edicola votiva, accanto all’ingresso della  casa.

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Questa miracolosa immagine della Santissima Vergine è L’ Incoronata Madre del Buon Consiglio, venerata nella Basilica di Capodimonte.

Cessata l’epidemia colerica, nel gennaio 1885 fu emanata con urgenza una legge che,  prevedendo l’utilizzo di fondi pubblici, si provvedesse al risanamento della cit di Napoli, per spianare e ricostruire con criteri moderni la parte bassa della città, dove era scoppiata l’epidemia.

Il risanamento di Napoli si protrasse fino al 1891 e comportò l’abbattimento di interi quartieri e anche delle chiese e cappelline che sorgevano nei luoghi interessati dallo sventramento.

Molte reliquie di Santi e Beati venerate nelle chiese e nei monasteri abbattuti, furono portate in duomo e il Cardinale Sanfelice, anche egli non ancora nella disponibilità totale del palazzo arcivescovile, dispose la loro temporanea sistemazione nella cappella della Madonna del pozzo, per conservarle degnamente ed esporle alla venerazione dei fedeli, in attesa della realizzazione di una sola cappella per contenere tutte le reliquie venerate nel complesso episcopale, utilizzando e trasformando per tale scopo la cappella dello Spirito Santo, di diritto di patronato della  famiglia Galluccio, ormai estinta.

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La cappella delle reliquie venerate nel duomo di Napoli.

I terremoti che hanno nel tempo gravemente danneggiato le strutture del Duomo, hanno determinato modifiche degli spazi interni e ricostruzioni e ristrutturazioni di ambienti e le nuove esigenze cultuali poi, ma anche i passaggi di proprietà delle cappelle, la revoca di antichi diritti patronali e le nuove concessioni, hanno modificato l’assetto interno di alcune di esse.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – La fotografia, scattata nei primi anni ’20 del passato secolo, mostra la disposizione dei reliquiari al suo interno. Nella scarabattola centrale della lipsanoteca di fondo era esposta la “Stauroteca di San Leonzio” ora nel Museo Diocesano di Napoli, ma anche cassette e reliquiarii oggi non più presenti nelle tre  lipsanoteche.

Lo spazio oggi occupato dalla cappella delle Reliquie, fu patronato, ma non dall’inizio della costruzione del duomo, di una antica famiglia patrizia napoletana iscritta al Seggio di Portanova, i Galluccio, di origine longobarda, feudataria di Teano e Teora fin dal XII secolo, che emigrò in Francia e fu reintegrata nel patriziato napoletano quando, nel 1744, Francesco Galluccio de l’Hopital, marchese di Chateauneuf (1697-1776) ritornò a Napoli, come ambasciatore del re di Francia (1740-1750) e restaurò la cappella dei suoi avi. (12).

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Interno – L’Altare antico che reca ancora le insegne dei Galluccio, fu riutilizzato alla fine dell’800, per la nuova cappella. 

Al tempo però della realizzazione della cappella delle Reliquie (1891) la famiglia, almeno il ramo napoletano rientrato in Francia, era ormai estinta e in ottemperanza delle norme che regolavano i diritti di patronato, esso fu revocato, per poter trasformare la cappella dello Spirito Santo in cappella delle reliquie venerate nel duomo.

L’esame delle planimetrie antiche e recenti, ci consente di ricostruire lo stato dei luoghi nel corso dei secoli.

Emerge la poderosa mole del campanile angioino del duomo, che crollò con il terremoto del 10 settembre 1349, quando i lavori di costruzione dell’edificio erano da poco ultimati.

Esso fu costruito utilizzando preesistenti strutture della basilica gemina della costantiniana Cattedrale del Salvatore detta Santa Restituta, la Stefania (13).

Il terremoto del 1456 danneggiò gravemente l’intero edificio angioino che fu restaurato con il contributo reale, dei nobili e del popolo napoletano: alcuni pilastri del duomo recano alla sommità ancora lo stemma delle famiglie napoletane che si fecero carico del loro consolidamento; gli ultimi due della navata sinistra, quelli accanto al dossello del trono vescovile, non hanno stemma perché restaurati con il contributo del popolo napoletano.

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Ho citato i restauri ai pilastri del duomo, perché su di essi non compare lo stemma dei Galluccio: questo vuol dire che nella seconda metà del ‘400 non godevano ancora di diritto di patronato sulla cappella che probabilmente acquistarono nella seconda metà del ‘500 quando, fondata la Congrega, si provvide alla trasformazione e sistemazione degli ambienti intono alla torre campanaria e lo spazio ricavato, destinato  a cappella, fu dato in uso ai Galluccio che da allora vantarono il diritto di patronato.dsc02992b

Sul finire dell’800 il Cardinale Guglielmo Sanfelice dispose il diverso utilizzo della cappella dello Spirito Santo, revocando ogni eventuale diritto di patronato superstite, trasformandola in cappella delle Reliquie dei Santi e dei Beati venerate nel duomo di Napoli, senza alterarne minimamente l’architettura, modificandone solo l’aspetto esterno e realizzando al suo interno le lipsanoteche di legno sulle tre pareti disponibili, lasciando in loco anche l’antico quadro che rappresenta la discesa dello Spirito Santo, di Andrea Malinconico e utilizzando sapientemente i citati quattro antichi sportelli superstiti intagliati da Pietro Provedi, un intagliatore del legno della fine del ‘500, che poi, gesuita, divenne l’architetto della Congregazione nella provincia napoletana.

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Le iscrizioni apposte sul prospetto della cappella ci forniscono più che la storia della sua destinazione a reliquiario, le motivazioni che indussero il Cardinale Guglielmo Sanfelice a riunire in un solo luogo tutte le reliquie da tempo presenti  e venerate in Duomo e quelle provenienti dai monasteri soppressi durante il decennio francese e in esecuzioni delle leggi eversive sabaude e dalle chiese abbattute “pel risanamento”, dopo il colera del 1884 (14).

Sui pilastri poi, furono poste altre due iscrizioni: la prima ricorda che per la carità dei fedeli arde perennemente davanti alle sacre Reliquie una lampada votiva, l’altra la disposizione a celebrare Sante Messe votive per i Santi e Beati le cui Reliquie sono in essa conservate.

Un’altra iscrizione fu sistemata dietro l’Altarino che reca ancora le insegne dei Galluccio a ricordo della sua consacrazione da parte del Cardinale Guglielmo Sanfelice, il 15 novembre 1891, pochi giorni prima della inaugurazione del Primo Congresso Eucaristico Nazionale, celebrato a Napoli dal 19 al 22 novembre 1891, che ebbe come tema “la difesa dell’Eucaristia e del suo culto”, la cui solenne assemblea plenaria è ritratta in una tela  malandata conservata nella cappella di San Lorenzo, detta degli Illustrissimi Preti di Propaganda, nell’angolo sinistro del transetto del duomo.

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Napoli – Duomo – Lapide commemorativa del Primo Congresso Eucaristico Nazionale, celebrato a Napoli (1891).

Le altre iscrizioni latine superstiti all’interno della cappella, ricordano personaggi della famiglia Galluccio.

Leggiamo nei Diari dei Cerimonieri che il 14 novembre 1891, con l’intervento del Capitolo Cattedrale e dei numerosi Vescovi, Abati e Prelati presenti per l’apertura del Congresso Eucaristico, i cui nomi sono elencati in una lapide che ricorda l’evento, posta accanto all’ingresso della sagrestia, le reliquie dei Santi e dei Beati furono trasferite processionalmente dalla cappella della Madonna del pozzo, nella nuova cappella delle reliquie.

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Il giorno dopo, il Cardinale Gugliemo Sanfelice, riconsacrava l’ Altare antico della cappella Galluccio, ricoperto da nuovi marmi (sul retro, i due capialtare conservano ancora lo stemma della famiglia Galluccio).

N.B.  –  Il presente articolo non riporta l’inventario delle migliaia di reliquie di Santi e Beati, classificate, catalogate, restaurate e inventariate, perché  ritenuto documento riservato alla Autorità Ecclesiastica.

Il testo del presente saggio è parte integrante del documento-inventario redatto dallo scrivente e consegnato in copia all’Eminentissimo Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo Metropolita di Napoli, perché fosse depositato nell’Archivio Diocesano.

L’elenco delle reliquie e dei reliquari è riferito ai soli reperti presenti nella cappella delle reliquie del duomo e non può ritenersi chiuso perché la attività di studio e ricerca è ancora in corso

Sono stati ispezionati alcune migliaia di contenitori di varia forma, epoca, provenienza e sono stati individuati reperti di I, II, III, IV classe e numerosissimi altri reperti non identificabili perché posti in contenitori occasionali, o rotti, o non ispezionabili, o abbandonati negli anni,  privi di ogni involucro protettivo.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Un prezioso reperto ritrovato: La ciotola angioina nella quale furono riposte le reliquie del corpo di San Massimo (cfr. Tino d’Amico, La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli….in:tinodamico.wordpress.com).

La attività si concluderà dopo i lavori di restauro in corso al duomo napoletano e interesserà anche i reliquiari posti sopra le lipsanoteche, la cornice al quadro del Malinconico, contenitore di numerose reliquie e il recupero di alcuni reliquiari a tabella sistemati lungo le pareti in alto, lavoro che comporterà l’utilizzo di un castelletto.

E’ andata smarrita una cassa di zinco di circa un metro per lato, trasferita alcuni anni or sono dal postergale dell’Altare della cappella che conteneva antiche reliquie e reliquiari, da me riposti negli anni ’70 del passato secolo.

La attività continuerà con l’inventario, catalogazione e classificazione di altre reliquie sparse all’interno dell’edificio angioino e con il progetto di recupero da una cripta sottostante il transetto sinistro, delle reliquie dei Santi Martiri africani, di San Quodvultdeus e probabilmente di Santì’Atanasio I e poi, su proposta di Mons. Salvatore Esposito, Presidente del Capitolo Cattedrale e Vicario episcopale, con l’inventario, catalogazione e classificazione dei reperti presenti nel reliquiario della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Il fonticolo delle reliquie di Sant’Agrippino, da me ritrovato nei deposito del duomo (cfr. Tino d’Amico, Il fonticolo delle reliquie di Sant’Agrippino….in: tinodamico.wordpress.com)

Sono stati altresi catalogati e inventariati molti manoscritti autografi di cui se ne è incominciata la lettura e lo studio critico e la presentazione dei quattro superstiti sportelli cinquecenteschi di Pietro Provedi.

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DOCUMENTI.

Lettera informativa 14 settembre 2012, al Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo Metropolita di Napoli, sull’inzio della attività di restauro, riordino, classificazione, catalogazione delle reliquie dei Santi e dei Beati, venerate nella cappella reliquiario del Duomo di Napoli.

Eminenza Reverendissima,

due anni fa chiesi a don Vincenzo Papa, Parroco del Duomo, di poter effettuare ricerche all’interno della cappella delle reliquie dei Santi e Beati venerati nella chiesa Cattedrale di Napoli, per completare la stesura di uno studio da tempo incominciato.

Cercavo una reliquia che fu oggetto di studio da parte di Mons. Giovanni Battista Alfano, negli anni ’30 del passato secolo: una Spina della Corona di N.S.G.C.. che sapevo conservata nel Duomo.

Padre Enzo, visto il mio particolare interesse per la ricerca, la serietà nel lavoro, la cura e il rispetto per le cose sacre, mi propose di porre ordine nella cappella reliquiario, abbandonata e polverosa.

Accettai la proposta e senza nulla pretendere in termini compensativi, gratuitamente, aiutato dal signor Ugo Orazio Mamone, cominciammo lo scorso anno la spolveratura e catalogazione di tutte le reliquie, alcune migliaia, conservate nella cappella, utilizzando una scheda appositamente elaborata, sulla quale riportiamo ogni notizia relativa al reperto in esame.

Durante la nostra attività ricognitiva ci imbattemmo nell’astuccio che Le è stato offerto da Don Enzo Papa il 13 settembre u.s. contenente, insieme ad altre una reliquia di San Crescenzio.

La ricerca effettuata al compiuter mi ha fornito le notizie che allego: San Crescenzio e San Crescenzo forse sono lo stesso soggetto?

Entrambi fanciulli furono martirizzati nello stesso periodo durante la persecuzione di Diocleziano (contemporanei di San Gennaro !) e le reliquie si venerano a Siena e a Bonito (Av), anche se esiste una “passio” relativamente a San Crescenzio di Roma, venerato a Siena (14 settembre) e relativamente a San Crescenzio di Bonito, esiste un verbale di ricognizione redatto agli inizi del 1800…ma poi…quale è la verità ?….dopo tanti anni.

Non sono però da confondere con il Crescente citato da San Paolo nella seconda lettera a Timoteo (2,10), martirizzato nel primo secolo in Turchia.

Il sigillo che chiude l’astuccio sembrerebbe dell’Arcivescovo Suo predecessore Serafino Filangieri, che fu Abate del monastero benedettino di San Severino e Sossio, prima di essere Vescovo di Acerenza, poi di Palermo e quindi di Napoli (1776-1781)…ma anche questo è da verificare.

Certamente è pervenuta in Cattedrale insieme a tante altre reliquie venerate nelle chiese conventuali che furono oggetto delle “leggi eversive sabaude” o della prima soppressione degli ordini religiosi, durante il decennio francese…ma molte altre provengono dalle chiese abbattute “pel risanamento di Napoli” dopo il colera, alla fine dell’800.

Il Suo predecessore Cardinale Guglielmo Sanfelice in occasione del Primo Congresso Eucaristico Nazionale del 19-22 novembre 1891 pensò di raccogliere nella cappella della famiglia Galluccio, estinta, trasformata in un grande reliquiario, tutte le reliquie esistenti nella Cattedrale ed elencate nella lapide del Cardinale Cantelmo, trasferita nel retro sacrestia, e tutte quelle che comunque erano state a lui consegnate in ottemperanza delle “leggi eversive” e conseguentemente agli abbattimenti “pel risanamento”.

La mia attività non si easurisce con il solo catalogo delle reliquie ma dovrebbe continuare negli archivi, Storico Diocesano, e di Stato per reperire ogni notizia che le riguarda…se ne avrò tempo considerando che contemporaneamente sto lavorando alla stesura  di tre testi: uno sull’Insula episcopale di Napoli, un altro sulla Sacra Spina della Corona di N.S.G.C. ed un  altro appunto sulla cappella delle reliquie del Duomo di Napoli.

L’occasione è per porgerLe i miei ossequi e chiederLe di benedire la mia famiglia.

14 settembre 2012

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 Verbale della prima accessione e ricognizione nella cappella delle reliquie.

Chiesa Cattedrale di Napoli.

Cappella dello Spirito Santo, o “delle reliquie”, ex patronato Galluccio.

Ricognizione, ricomposizione, classificazione, inventario delle Sacre Reliquie dei Santi e Beati, contenute nelle lipsanoteche: verbali delle accessioni e ricognizioni.

Nell’anno 2011 dalla Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo, sesto del Pontificato di S.S. Papa Benedetto XVI, quinto del felice invio del Cardinale Crecenzio Sepe a governare il popolo di Dio che è a Napoli, come Arcivescovo Metropolita, alla presenza del Reverendissimo Parroco della Parrocchia di Maria Santissima Assunta in Duomo, Sac. Vincenzo Papa, dell’Accolito Permanente Tino d’Amico, del Ministro Straordinario della Santissima Eucaristia Orazio Mamone, della Signora Giuseppina Giorgio, sposa dell’Accolito Permanente e dell’Addetto al Culto della chiesa Cattedrale, Signor Francesco Villani, in un giorno di settembre di questo anno 2011, nell’ora vespertina, con la dovuta venerazione e riverenza, viene compiuta la prima accessione-ricognizione nella Cappella delle Reliquie dei Santi e dei beati ed apertura delle lipsanoteche contenenti le loro reliquie, per verificare lo stato del luogo, onde provvedere in tempi successivi alla ricognizione, classificazione, inventario delle Sacre Reliquie in esse contenute.

Viene rilevato lo stato di totale abbandono del sito e delle venerabili Reliquie, ricoverate disordinatamente negli armadi; alcune sovrapposte l’una sull’altra, alcune prive di capsella, altre depositate in terra nel postergale dell’Altare e ricoperte da uno spesso strato di polvere, non catalogate, con i cartigli e le credenziali ricoverate in altro luogo.

Come primo intervento l’Accolito Permanente e il Ministro Straordinario della SS. Eucaristia, dopo averle  debitamente venerate, provvedono a raccogliere dal postergale dell’Altare, dove era rovinosamente caduto, il reliquiario ligneo ad ostensorio contenete in una capsella, ossa dei Santi Marcellino e Pietro, rispettivamente Presbitero ed Esorcista della Chiesa romana, martiri nel 304.

La teca si presentava integra nei sigilli, ma con il vetro rotto e mancante parzialmente.

La capsella contenente le sacre Reliquie, viene posta in onore provvisoriamente, con il suo contenuto sull’Altare, in attesa della applicazione di un vetro protettivo e delle necessarie riparazioni all’ostensorio ligneo.

Il Reverendo Parroco, decide di dare incarico all’Accolito Permanente e al Ministro Straordinario della SS. Eucaristia, di provvedere ad esaminare con la massima cura e diligenza e con la dovuta riverenza e venerazione le Sacre Reliquie, a ricomporle nei singoli stipi con i rispettivi cartigli e le eventuali credenziali e redigere un dettagliato inventario, corredato di ogni notizia identificativa del reperto stesso, onde facilmente reperirle ad ogni richiesta di venerazione.

Da incarico all’Accolito permanente di ricercare nell’Archivio Storico Diocesano documenti relativi alla fondazione della cappella delle reliquie e reperire eventuali elenchi o inventari relativi alle sacre Reliquie ivi riposte.

Per la maggior gloria di Dio e per rendere la dovuta venerazione alle Reliquie dei Santi e dei Beati, conservate nella cappella, l’Accolito permanente si dichiara disponibile ad effettuare quanto deciso, senza nulla pretendere, e chiedendo la benedizione di Dio e l’aiuto certo di tutti i Santi, propone di stabilire la data per la successiva accessione: 21 ottobre 2011.

Del che è verbale.

Letto e sottoscritto          Sac. Vincenzo Papa, Parroco.

                                        Tino d’Amico, Accolito Permanente

                                        Orazio Mamone, Ministro Straordinario dell’Eucaristia. 

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Verbale primo intervento.

Arcidiocesi di Napoli

Chiesa Cattedrale.

Nel primo accesso in questa venerabile cappella che conserva le reliquie dei Santi e dei Beati, venerate nel Duomo di Napoli, il Signor Mamone Orazio ed io d’Amico Tino, abbiamo reperito in uno stipo due crani umani privi di ogni riferimento identificativo.

Al termine di questo anno giubilare straordinario per la città, indetto dall’Eminentissimo Signor Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, che ha avuto per tema “L’esercizio delle opere di misericordia”, con il dovuto rispetto per i resti mortali di chi ci ha preceduto, con la dovuta venerazione delle reliquie corporee di chi, pur anonimo, gode della visione beatifica di Dio, poniamo entrambi i crani in due distinti contenitori di plastica trasparente.

Chiediamo alle anime beate di entrambi di intercede presso Dio, per le nostre famiglie, per noi perché al termine del nostro cammino terreno, sia pur indegnamente, possiamo un giorno godere della visione beatifica di Dio.

Insieme preghiamo Dio Padre Onnipotente di concedere alle anime di tutti i defunti i cui corpi sono stati sepolti nel corso dei secoli in questo complesso episcopale e per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduto nel tempo, il riposo eterno e che splenda verso di essi il Volto di Dio.

Amen.

Napoli, 6 marzo 2012

Tino d’Amico, Accolito

Orazio Mamone, Ministro Straordinario della SS. Eucaristia.

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Carteggio con il Reverendissimo Signor Cardinale Arcivescovo Metropolita di Napoli, Mons. Crescenzio Sepe, sulla attività da me svolta relativamente all’oggetto del saggio: 

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NOTE E DISCUSSIONI.

1 –  Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica – Cfr. Catechismo di San Pio X – Cfr. Codice di Diritto Canonico – Cfr. Wikipedia.

2 – D.O.M. / DUM FERDINANDUS TOLETUS ALBAE DUX / ITALIAE PROREGE PRAESIDET  TRUENTOQUE INVICTA VIRTUTE HOSTES  REGNI NEAPOLITANI FINIBUS ARCET MARIA TOLETA EIUS UXOR  DIVO IANUARIO AEDICULAM HANC EX SUO DICAT  ET VOTI COMPOS ORNAT  AN.SALUTIS MDLVII.

3 –  DUDUM AMPLIORE AUGUSTIOREQUE SEDE DIVO IANUARIO CONSTITUTA  AEDICULAM IAM VACUAM  COLLEGIUM DIVAE RSTITUTAE VIRG. ET MART. SIBI RECEPIT  QUO STATO QUOD. DIE CORPORATI  VELUT ABDITO IN RECESSU PIE SANCTEQ. DEUM COLANT  ACTUM AUCTORITATE ASCANII PHILAMARINI  S.R.E. CARD. ARCHIEP. NEAP.  ASSENTIENTE CAPITULO DIE III NONAS IUN. AN. MDCXLVII.

4 –  D.O.M.  HAS AEDES  A MARIA TOLETA DUCIS ALVAE CONSORTE  DIVO IANUARIO DICATAS  EIUSDEM  ALIORUMQUE REGNI PATRONORUM  RELIQUIIS OLIM INSIGNES  DEINDE  DIVAE RESTITUTAE SODALIBUS CONCESSAS  LONGA VETUSTATE IAM LABORANTES  IN VETUSTIOREM HANC FORMAM  REDIGI CURARUNT  EIUSDEM SODALITII FRATRES  A.D. MDCXCVI.

5 –   Carlo Martello d’Angiò e Clemenza d’Asburgo, morirono entrambi forse di peste nel 1295, a Napoli, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, nelle loro stanze nel Maschio Angioino, dove si rinchiusero per morire romanticamente insieme secondo quanto riferisce Michelangelo Schipa, riportando una notizia tratta dal testo di un annalista austriaco. Secondo Camillo Minieri Riccio, invece, Clemenza sarebbe morta di parto circa un anno primo. Dante incontra Carlo Martello (nel canto VIII della cantica del Paradiso, versi 48-57) e poi Clemenza (nel canto IX della Cantica del Paradiso, versi 1-3). Secondo E. Bignami, le parole dette da Carlo Martello a Dante, sono piene di malinconico rimpianto, non tanto per la vita stroncata nel fiore degli anni, ma per il mal governo che avrebbe potuto evitare, riguardo agli errori commessi dal fratello Roberto nel governare e per l’affetto di cui non potè dare sicura prova: affetto per l’amico Dante, che pare incontrò a Napoli? per la sua sposa Clemenza cosi presto privata del suo amore? I versi riferiti a Carlo Martello nell’VIII canto del Paradiso, sono i più belli dell’intero poema dantesco.

6 –   Roberto d’Angiò, re di Napoli, per tentare di dare continuità al suo ramo dinastico che andava a confluire nella nipote Giovanna (1327-1382), figlia terzogenita di suo fratello Carlo di Calabria, essendo morto prematuramente il suo primogenito Carlo di Calabria nel 1328, la diede in sposa nel 1333 ad Andrea d’Ungheria (1327-1345), suo cugino, discendente diretto di suo fratello Carlo Martello d’Angiò. Andrea, sposando la cugina Giovanna che sarebbe diventata regina di Napoli, per diritto sarebbe diventato re di Napoli, continuando il ramo dinastico. Morto re Roberto nel 1343, Giovanna divenne regina di Napoli ma non volle associare al trono il marito Andrea che nominò duca di Calabria. Andrea per vedere riconosciuto il suo diritto a regnare accanto alla consorte, ricorse al Papa che allora risiedeva con la sua corte in Avignone (il Regno di Napoli era feudo della Chiesa) e mentre Clemente VI tentava una soluzione alla vicenda Andrea fu strangolato, pare da Bertrando, figlio di Carlo d’Artois,  nel castello di Aversa il 18 settembre 1345, invitato con l’inganno dai congiurati a lasciare per urgenti questioni di governo la camera nuziale. Il suo corpo fu gettato da una finestra del castello nel sottostante giardino, dove rimase per alcuni giorni, fino a quando i Celestini di Aversa, per pietà, lo recuperarono e il Canonico Capitolare di Santa Restituta, Ursillo Minutolo, fece trasferire il suo corpo a Napoli e lo fece inumare nella cappella reale. Giovanna I fu accusata dell’assassinio del marito ma fu scagionata, pare offrendo la città di Avignone, suo feudo alla corte papale o forse perché nel processo emerse la trama della congiura, ordita da Caterina di Valois per aprire ai figli la strada del regno di Napoli. Sulla sua tomba che, nel corso dei secoli, è andata peregrinando nel duomo napoletano fu posta la seguente lapide:

ANDREAE CAROLI UBERTI PANNONIE REGIS F.  NEAPOLITANORUM REGIS  IOANNAE UXORIS DOLO ET LAQUEO NECATO  URSI MINUTULI PIETATE HIC RECONDITO  NE REGIS CORPUS INSEPULTUM SEPULTUMQUE FACINUS  POSTERIS REMANERET  FRANCISCUS BERARDI F. CAPYCIUS  SEPULCHRUM TITULUM NOMENQ.  P.  MORTUO ANNOR. XIX  MCCCXLV  XIV KAL. OCTOB.

7 –  Cfr. Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974. Alcune fotografie di lacerticoli di affreschi giotteschi della cappella reale di San Ludovico, risultano pubblicate nel citato volume con i numeri 152, 153, 154.

8 –  L’antico Altare maggiore del Duomo, intitolato all’Arcangelo Michele e a San Gennaro, era al centro del transetto dell’edificio angioino. Fu consacrato dall’Arcivescovo Nicolò de Diano (1411-1435) l’8 maggio del 1412, pochi anni dopo la clamorosa liquefazione pubblica del Sangue di San Gennaro, avvenuta nell’anno 1396 e riportata nel Chronicon Siculum incerti authoris ab anno 340 ad anno 1396.

9 –  Lapide sepolcrale sul monumento dell’Arcivescovo Annibale di Capua:

ANNIBAL DE CAPUA AECHIEPISCOPUS  NEAPOLITANUS  SARCTO (sic) TEMPLO SACROQUE VESTIARIO CONSTITUTO  SACELLUM HOC  IN SACERDOTUM SE AD  SACRA PARANTIUM USUM EREXIT  UBI ET SEPULCRUM SIBI PARARI VOLUIT  UT IN HUIUS BENEFICII GRATIUAM  QUORUM STUDUIT COMMODIS  EORUM TUM VIVENS TUM MORTUUS  PIIS PRECIBUS ADIUVETUR  ANNO SALUTIS MDXXCIIX MENSE DECEMBR.  OBIIT  ANNO DOM. MDCXCV IN SABBATO IIII NON. SEPTEMBRIS  HIC DOMINICA DIE  SEQUENTI DEPOSITUS.

10 –  Questa lapide posta nel 1883 nella cappella di S. Maria del Pozzo, ricorda la cura del Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella per le reliquie dei santi:

GULIEL. SAMFELICE EX DUCIS AQUAEVELLAE  ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS  SINGULARI IAM A TENERA AETATE PRAESTITIT IN SANCTORUM RELIQUIAS AMORE ETR RELIGIOINE  QUUM IN COENOBIO CAVENSI DEGERET BEATORUM COENOBITARUM CORPORA  NAVUS ET INDUSTRIUS MAIORI AUXIT CULTU HOC STUDIUM ET ARDOR NUNQUAM DEFLAGRAVIT SACELLUM HOC IN ELEGANTEM ABSOLUTAMQUE FORMAM REDEGIT ERECTUM ALTARE  IPSE DICAVIT HOSTIAMQUE LITAVIT  ET UNDIQUE COLLECTAS NON SINE INGENTI SUMPTU ET LABORE RELIQUIAS SANCTORUM  CIRCUMPOSUIT ORDINE QUASQUE  SUO  SUISQUE CAELATI ARGENTI ET AURI THECIS EO POTISSIMUM CONSILIO UT CIVES ADVENAE  UNO VELUTI INTUITU  /   TOT INSIGNES RELIQUIAS SPECTARENT DEBITOQUE PROSEQUERENTUR HONORE QUOD  UNUM TEMPLO MAXIMO DEERAT  COLLECTI CINERES SALVETE ATQUE OSSA BEATA  CULTORI VESTRO PROSPERA QUAEQUE DATE  AN. REP. SAL. MDCCCLXXXIII.

11 –  Cfr. Wikipedia, Leggi Saccardi. Il concordato stipulato nel 1821 fra la Santa Sede e il regno sabaudo, venne unilateralmente violato da quest’ultimo, con la promulgazione di leggi e decreti per giungere alla separazione fra stato e Chiesa e che incominciò ad attuarsi con le leggi Saccardi del 9 aprile 1850 n.1013 e del 5 giugno 1850 n.1037 che non furono certamente l’ultimo atto di una politica neo-giurisdizionalista, appoggiata da Cavour e dalla sinistra anticlericale, iniziata con la legge 21 luglio 1848 di soppressione della Compagnia di Gesù nel regno e con la espulsione dal Piemonte dei Gesuiti non piemontesi e delle Dame del Sacro Cuore, ma anche con il progetto di istituzione del matrimonio civile e la concessione di libertà di culto alla Comunità Valdese con la legge Sineo di non discriminazione in base al culto professato. La successiva legge Rattazzi n. 878 del 29 maggio 1855 e il  relativo decreto attuativo 879, stabilì l’abolizione nel regno sabaudo degli Ordini Religiosi privi di utilità sociale, l’abolizione dei Capitoli delle Collegiate e di tutti i benefici di patronato laico e misto, facendo confluire in una unica cassa ecclesiastica tutti i beni degli Enti soppressi. Gli Agostiniani, i Benedettini, i Carmelitani, i Certosini, i Cistercensi, i Cappuccini, i Domenicani, i Francescani e gli altri Ordini Religiosi che non svolgevano attività di predicazione, educativa, assistenziale anche e soprattutto agli infermi, furono sciolti e soppressi. Con l’Unità d’Italia, il governo sabaudo anche per rimpinguare le finanze dello stato e risolvere le difficoltà di bilancio derivanti dalle fallimentari seconda e terza guerra di indipendenza, estesero anche all’annesso Regno di Napoli la stessa politica anticlericale di soppressione e incameramento dei beni degli Ordini Religiosi e degli Enti ecclesiastici con la legge 3036 del 7 luglio 1866, negando il riconoscimento e di conseguenza la capacità patrimoniale agli Ordini Religiosi, alle Congregazioni Religiose Regolari, ai Conservatori e Ritiri che comportavano vita comune ed avevano carattere ecclesiastico, incamerando tutti i beni che confluirono nel demanio statale. La successiva legge 3848 del 15 agosto 1867 soppresse tutti gli Enti secolari ritenuti superflui dallo stato per la vita religiosa del Paese e restarono esclusi da tale provvedimento i Seminari, le Cattedrali, le Parrocchie, i Canonicati, le Fabbricerie ed Ordinariati. Per effetto della legge 19 giugno 1873, proposta dal Presidente del Consiglio Giovanni Lanza, poi, furono espropriati tutti i beni ecclesiastici romani, i territori dello Stato Pontificio e Roma fu proclamata capitale. L’effetto negativo prodotto da questi leggi si concretizzo con l’incremento vertiginoso delle laicizzazioni: da oltre 30.000 unità, la popolazione religiosa scese in poco più di un decennio a circa 9.000 unità.

12 –  Il restauro della cappella dei Galluccio e il ripristino del culto al suo interno, è ricordato da alcune lapidi, conservate in sito, dopo la trasformazione in reliquiario del duomo, dell’ambiente.

Sotto il busto marmoreo di Vincenzo Gallucci:

IN ANTIQUISSIMOI HOC GALLUCIORUM FAMILIAE SACELLO  E NILENSIS REGIONIS ORDINE PATRICIORUM  A LONGOBARDORUM VIRIS PRINCIPIBUS ORTAE  MULTORUM GENTIUM AC URBIUM  TORAE LONGANI VILLAE VALDEFLUMENTIUM CAPSOLORUM TEANI SUESSE ALIARUMQUE DOMINAE  IN GALLIARUM REGNUM PROPAGATAE  INQUE DUCES VITRYENSES  ET MARCHIONES SANCTOMENIOS  AC HOSPITALIOS DISTINCTAE  SPLENDIDISSIMIS IBI TITULIS AC DIGNITATIBUS ADHUC DECOROS  DEQUE NEAPOLITANA ORIGINE IURE GESTIENTES  TESTE MONOMUENTO E REGIONE ADPOSITO  /  VINCENTIUM GALLUCIUM  /  EIUS FLORENTISSIMAE PROSAPIAE EXTREMUM GERMEN  /  CLAVI AUREA REGII CUBICULI CONDECORATUM  /  OB SUAVITATEM MORUM AC RELIGIONEM PIETATIS / POSTERITATI COMMENDANDUM  /  INQUE VIROS ECCLESIASTICOS LIBERALITATE SAT PRONUM  /  DE AMICIS SUBTITISQUE POPULIS BENEMERENTISSIMUM  /  MARIA ROSA GUEVARA CONIUX  /  CUI CARISSIMUS SEMPER VIXIT  /  POST HONESTISSIMAM EXEQUIARUM APPARITIONEM  /  MOESTISSIMA COMPOSUIT  /  DECESSIT ANNOS NATUS LXXI MENS. VI DIES XIIII  /   MDCCLXVIIII PRID. ID. MAIS.

Un’altra lapide ricorda il restauro della cappella:

SACELLUM CUM SEPULCRO GALLUCIORUM GENTIS  E NILENSI REGIONE PATRITIAE  LONGOBARDORUM ORIGINATIONE  DUCUM TITULO HONESTISSIMAE  MULTARUMQUE URBIUM DOMINAE  DIGNITATIBUS AC PUBLICIS MUNERIBUS SPLENDISISSIMAE  IN GALLIAE REGNUM TRANSLATAE  IN TERNAS VIRORUM PRINCIPUM PROSAPIAS  ADHUC VIGENTES PROPAGATAE  MARIA ROSA GUEVARA  VINCENTII GALLUCII DUCIS UXOR  PECUNIA SUA  INSTAURANDUM ORNANDUMQUE CUURAVIT  ANNO MDCCLXX.

13 –  A sinistra del prospetto della cappella delle reliquie, un anonimo usciuolo aperto sulla parete della navatella di Sant’Aspreno, introduce in alcuni ambienti che oggi consentono di raggiungere i vari livelli della torre campanaria. Il primo e più ampio di essi è un corridoio coperto da una volta ad arco leggermente acuto, il cui vertice appare notevolmente ribassato rispetto al piano di calpestio attuale, decorato nell’intradosso da lacunari sfalsati, contornati da cornici aggettanti in pietra di tufo, costituiti da elementi preventivamente lavorati fuori opera. Non esistono altri simili esempi di decorazione, a parte la notevole analogia che si riscontra con la decorazione del passaggio sottostante il campanile della Cattedrale di Caserta Vecchia. Decorazione unica nel suo genere desunta dal mondo islamico, coacervo di stilemi a loro volta  desunti dalle diverse culture che andava introitando nella fase della espansione nel mondo medio orientale e dell’Africa sahariana, che già nel VII secolo influenzano l’arte bizantina, che da essa trae motivi di ispirazione, che poi trasmigreranno nella cultura artistica normanna, dal 1071, come sincretizzazione di elementi bizantini, arabi, romanici che troveremo per tutto il XII secolo e nella cultura federiciana. Lungo le pareti,  sotto l’imposta dell’ogiva sono ricavate una serie di nicchiette appena accennate nella concavità: costituiscono gli schienali degli scolatoi dei cadaveri. Sconosciuto fino ai primi anni ’70 del passato secolo, il corridoio, fu occasionalmente ritrovato con il suo macabro contenuto. La volta ogivale è la copertura del passaggio sottostante l’antico campanile del duomo, a scavalco del Vicus S.Laurentii ad fontes costruito sulla antica torre di difesa della cittadella vescovile, del VI -VII secolo. intrad

Napoli – Duomo – Il passaggio a scavalco dell’antico campanile e, in piccolo, la simile decorazione del passaggio sottostante il campanile di Caserta Vecchia (foto da R. Di Stefano, La cattedrale di Napoli).

LA torre custodiva l’antico tesoro del Duomo, assaltata al tempo del Vescovo di Napoli Sant’Atanasio I  (849-872), dalle truppe del nipote di quest’ultimo, il duca di Napoli Sergio, ariano e filosaraceno. Questo passetto fu utilizzato originariamente come sacrestia della adiacente cappella Carbone e poi, dimesso da questa funzione, fu reso accedibile attraverso un vano oggi murato e che si apriva verso l’esterno nell’angolo sinistro del muro di fondo dello spazio che divenne poi la cappella dei Galluccio. Esso fu utilizzato poi, dopo la fondazione della Congrega del Santissimo Sacramento, come scolatoio dei cadaveri dei confratelli e, forse precedentemente, anche per i cadaveri degli appartenenti alla stessa famiglia Galluccio e fu murato e dimenticato, probabilmente in occasione dei lavori di restauro alla cappella che avvennero in tempi diversi. Alla fine del ‘500; nei primi anni del ‘600; certamente nella metà del ‘600 con la decorazione dell’ambiente con un primo ciclo di affreschi di G.B. Ferrari e di S. Auriemma; un necessario restauro del quadro di Andrea Malinconico, che rappresenta la discesa dello Spirito Santo, una prima volta nel 1678 ed un successivo ritocco nel 1682; urgenti riparazioni al tetto della cappella, nel 1683; Completamento e ritocco agli affreschi ad opera di Giacinto Falcone. duomo-di-casertavecchia-facciata

Caserta Vecchia – La Cattedrale e il campanile con il passaggio a scavalco dell’accesso al sagrato.

Le lipsanoteche sovrapposte alle tre pareti dell’ambiente, non consentono di accertare la presenza o meno di superstiti lacerticoli di affreschi e decorazioni. Il passetto fu riscoperto con alcuni  cadaveri ancora seduti sugli scolatoi, durante gli ultimi lavori di restauro al complesso episcopale (1969.72) ed alcune delle cantarelle recuparate sono utilizzate come vasi parta-piante nel cortile del palazzo arcivescovile (cfr. Tino d’Amico, L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli a scavalco del Vicus S.Laurentii ad fontes, in: tinodamico.wordpress.com).

14 –  Sul prospetto della cappella:

GULIELMUS CARD. SANFELICIUS ARCHIEP. NEAP. MIRO IN SANCTORUM  RELIQUIAS  CONFLAGRANS AMORE AB AOLESCENTIA QUAS UNDIQUE CONQUISITAS  IN INTERIORI SACELLO SACRARII TEMPLI HUJUS MAXIMI SPLENDIDE ASSERVAVERAT  HUC AMPLIORE CULTU HOC SACELLO EXORNATO ADSENSIENTE PATRONO TRANSFERANDAS CURAVIT  UT CIVIBVUS ET ADVENI INNOTESCERENT DEBITOQUE AFFICERENTUR HONORE  UTQUE COMMISSO QUOQUE GRECI PRAESIDIO AC TUTELAE FORENT AN. D. MDCCCXCI.

Sui pilastri esterni:

CHARITAS FIDELIUM  LAMPADAM  POST EUCHARISTICUM CONVENTUM  CHRISTI MARTYRIBUS  HIC PERENNITER ALIT  ANN. D. MDCCCXCII.

**********

GULIELMUS CARD. SANFELICE ARCHIEP.  SANCTORUM CULTUI VEL IN POSTERUM  CONSULUIT PèROVIDENDO  UT HEIC MISSAE SACRIFICIUM  FESTIS DIEBUS DUPLICIS PRAECEPTI  CELEBRARETUR  /  A. D. MDCCCXCV.

**********

QUODNAM STIPENDIUM QUIBUSQUE CONDITIONIBUS  VINCENTIUS GALLUCIUS EQUES HIEROSOLIMYTANUS  ET MELITENSIS COMMANDATOR  HUIC  SACELLO PRO EUCARISTICO SACRIFICIO ADDIXERIT LEGERE EST IN MEMBRANIS A TABULARIO  ANTONIO CYRILLO NEAPOLITANO ANNO MDCCII  SCRIPTIS SUBSIGNATISQUE.

Dietro il piccolo Altare della cappella una lapide murata, attualmente caduta ma integra, rimossa forse per una ricognizione, ricorda la consacrazione dello stesso Altare:

GULIELMUS CARDINALIS ARCHIEPISCOPUS  / SANCTORUM RELIQUIAS DIVERSAS COLLEGIT  RELIGIOSEQUE SUJB HOC ALTARE COMPOSUIT QUOD SOLEMNITER DICAVIT DIE XV NOVEMBRIS  ANNO SALUTIS MDCCCXCI

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L’autore e la consorte, durante una lezione nell’area del archeologica del duomo.

*  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *

TABELLA REDATTA DAL CARDINALE CANTELMO, E SCOLPITA NEL 1703.

IACOBO CARDINALI CANTELMO ARCHIEPISCOPO NEAPOLITANO  LITERIS, PIETATE, ET OBITIS PRO SANCTA SEDE MUNERIBUS, ECCLESIAE TOTIUS LUMINI:  UT ILLUM, VIVENTEM OBSEQUI, MORTUUM OFFICIIS PROSECUTUS,  IMORTALEM POSTERIS MONUMENTII COMENDET,  ALOYSIUS CAPYCIUS GALEOTA CANONICUS CARDINALIS CIMENIARCA, ET THESAURARIUS  AB EODEM DEPUTATUS,  CONFECTUM EIUS IUSSU SANCTORUM LIPSANON INDICULUM D.D. /

T  A  B  E  L  L  A

SACRARUM RELIQUIARIUM, QUAE IN HAC METROPOLITANA ASSERVANTUR,  ET DIERUM, QUIBUS PUBBLICAE VENERATIONI EXPONUNTUR.

SUB ARA MAXIMA CORPORA SS.AGRIPPINI EP. ET PATR.  NEAP. EUTYCHETIS, ET ACUTII SOCIOR. S. IAN. QUIESCUNT.  IN SACRO HIPOGAEO, SUB ARA MAXIMA, DE JUREPATRON.  FAMILIAE CARAFAE, CORPUS S. IAN. PRINCIPIS CIVIT., AC REGNI  /  NEAP. ET HISP. MONARCHIAE TUTELARIS. ADEXTRIS SUB ALTA-  / RI CORPUS S. MAXIMI LEVITAE CUMANI, AC MART. ET CORPUS PUERI TRIMESTRIS, QUI OB INSIGNE EJUSDEM S. MAXIMI  /  GLORIAE TESTIMONIUM AB HOSTIBUS FIDEI NECATUS FUIT.  /  IN ALTARIBUS, QUAE HINC INDE MAXIMO ADJACENT, IN EO  /
QUOD A DEXTRIS JURIS PATRON. FAMILIAE CAPYCIAE  GALEOTA SUB. TIT. SALVAT. CORP. SS. ATHANAS. EP. ET  P.N. IULIANI, LAURENT, AC STEPH. EP. N. IN EO QUOD A  SINISTRA IUR. PATR. FAMIL. TOCCO, CORP S. ASPRENI P. ET  PRIMI EP. N. IN ARA MAX. CATHEDR. PER OCTAVAM S. IAN.  XIII. KAL. OCT. ET DIE EIUS PATROCINY XVII. KAL. IAN. OB  SERVATA AB INCENDIO VESUVII. CIVIT. ANN. MDCXXXI EX-  PONENTUR RELIQUIAE THESAURI USQUE DU EODE PROCES- / SIO REDIERIT, ET POPULUS A S. SANGUINE BENEDICTIONE  RECEPERIT PER MANUS EM. ARCH. VEL UNIUS, PER TURNU,  EX VII CANON. PRESB. PRAEB. QUI EO IMPEDITO. EIUS VECES  SUPPLENT. SICUT ETIAM IN FESTO TRANSLATIONIS S. IAN.  IN PRIMA DOM. MAIJ ET SABBATO PRAECEDENTI.  HIS DIEB. ET EXTRA CAPPELLA THESAURI, MUNUS THESAURA  RY SPECTAT AD UNU EX DD. CANON. NON RATIONE SUI CA-  NONICATUS AUT DIGNITATIS CUM NULLUS EX XXX.  CANON. SIT DIGNITAS, SED DIGNITAS EST PENES CAPI-  TULUM. AT UNUS QUILIBET ELIGITUR AB EM. ARCH.  AD NUTUM, QUI S. SANGUINE OSCULANDUM TRADIT. ET  INTUS AC EXTRA CATHDR. CUM RELIQUIAE GESTANTUR,  DIGNOREM LOCUM OBTINET, ET OMNIB. ADNEXIS HUIC  MUNERI GAUDET ET PRAESERTIM CUM QUIS SANCTOR.  FIT PATRONUS, STOLA SUPER VESTES CANON. INDUTUS  THUS STATUAE ADHIBET, ET COLLECTA RECITAT.  INTUS CAPPELLA THESAURI TM EXERCET MUNUS THE-  SAURARY UNUS EX DD. CAPPELLANIS, QUI FUERIT  PRO TEMP. THESAURARIUS. BULLATUS.  OMNES STATUAE IN ARA MAX CATHEDR. EXPONENTUR  IN PASCH. RESUR. PENT. ASSUMPT. B.M.V. ET NAT. D. N. I. C. SED INTUS CAPPELLA THESAURI IN CIRCUCIS. D.N.I. EPIPH.  ET IN FESTO SS. OMNIUM. ET FESTIS SEQQ. NATV. D.  ET UTRUQUE PASCHA  SANGUIS, S. IAN. IN DUABUS AMPULLIS VITREIS  /

——————————————————————————————————————–

CUM CAPITE EIUSDEM IN STATUA ARGENTEA DE-  AURATA, ET RELIQUYS SS. PATRONOR. IN STATUIS AR-  GENTEIS, EXPONITUR INTUS CAPPELLAM EANDEM  / TANTUM VII DIEBUS SEQUENTIBUS PRAEDICATAM DO-  /  MINICAM PRIMAM LAJI QUAE RELIQUIAE SERVANTUR  /  IN DICTA CAPPELLA SUB DUAUS CLAVIBUS,  /  PENES EM. ARCH. UNA., PENES DEPUTATU CIVITATIS  /  ALTERA.

MENSE IANUARIO.

DIE XIX, IN STATUAS S. TH. AQUIN. P. OS. BRACHY EXPONITUR  IN CAPPELLA THESAURI  DIE XVII IN SATUA S. ANTONII AB. P. COSTA EXPON. IN EIUS ECL.

MENSE FEBRUARIO.

DIE III OS. S. BLAS. M. ET P. IN EIUS ECCL. IN VIA BIBLIOT.

MENSE MARTIO.

DIE VII, STATUA S. TH. AQ. IN ECCL. S. DOMIN. MAIOR. DIE XIX PARS PALLY S. IOSEPH P. IN SUA ECCL. MAIOR.

MENSE APRILI.

DIE II, CERVIX S. FRANC. DE PAULA P. IN ECCL. S. ALOYS.  DIE III. COSTA S. MARIA AEGY. P. ALTERNAT. IN EIUS ECCL.  DIE V, CAPUT S. ATHANAS. P. IN CAPPEL. TEHESAURI.  DIE XXIX, DIGITUS S. PETRI M. P. IN SUA ECCLES.  DIE XXX, CAPUT S. SEVERI EP. ET. PATRO. IN ECCL. S. GREGOR-  RII MAIOR, UBI EST CORPUS

MENSE MAIO.

DIE XXIII, CAPUT S. EUPHEB. EP. N. ET P. IN CAPPEL. TEHESAU.  DIE XXV, DENS MOLARIS S. M. MAGD. DE PAZZIS P. ALTER-  NATIVE IN ECCL. S. M. DE CARMEL. MAIOR ET S. M. DE VITA  DIE XXVI, PRAE CORD S. PHILIP. NER. P. N. ET CL. IN SUA ECCL.

MENSE IUNIO.

DIE XIII, INDEX S. ANT. PATAU. P. IN ECCL. S. LAUR.

MENSE IULIO.

DIE XV, STATUA S. ATHAN. IN CAPPEL. ADEXTR. ARAE  MAX CATH.

MENSE AUGUSTO.

DIE III, CAPUT S. ASPREN. EP. N. ET P. IN ALIA CAPP. LATER.  DIE IV, OS BRACHII S. DOMIN. P. N. IN EIUS ECCL. MAIORI.  DIE VII, EPISTOLA A S. CAIETANO P. EXARATA ET PARS  PLUVIALIS. QUO UTEBATUR, IN ECCL. S. PAULI.  DIE XII CAPILLI, ET PARS VELI S. CLARAE P. IN EIUS ECCL.  DIE XXVI , OS BRACHII S. PATRITIAE P. IN EIUS ECCL.

——————————————————————————————————————–

DIE XXIX COSTAS S. IO BAPT. P. IN ECCL. S.M. DOMNAE ROMITAE.

MENSE SEPTEMBRI.

DIE IV, VERTEBRA OSSIS S. CANDIDAE BRANCACIAE P. IN ECC-  CL. S. ANG. AD NIDUM  DIE XXIX, STATUA S. MICH. ARCHAG. P. IN ECCL. S. IAN. AD ULMU.

MENSE OCTOBRI.

DIE I, OSSA S. GREGOR. ARMEN. P. IN EIUS ECCL.  DIE IV, PARS PANNI S. FRAN. ASSIS P. EIUS SANGUINE.  CRUENTATI IN ECCL. S. LAURENT.DIE X, OS BRACHY S. FRAN. BORG. P. IN ECCL. S.FR. XAVER  DIE XV, FRUSTU CARNIS S. THERES P. IN ECCL. MATR. DEI.

MENSE NOVEMBRI.

DIE IX, CAPUT S. AGRIPPINI EP. N. ET P. IN SUA ECCL.  /  DIE X, OS CUBITI B. ANDREA AVELLINI P. IN ECCLES. S. PAULI  DIE XXVIII, COSTULA B. IACOBI P. IN ECCL. S.M.NOVAE.

MENSE DECEMBRI.

DIE III, OS BRACH. S. FRAN. XAV. P. IN DOMO PROFESSA S.I.  DIE VI, PARS LOCULI LIGNEI, UBI FUIT CORPUS S. NICOLAI  EP. MYR. ET P. IN EIUS ECCL. MAIOR.  DIE VIII, IN CAPP THESAURI STATUA B.M. SINE LABE  CONCEPTAE IN PARONA ADSCITAE OBSERVATA CIVI. ALVE  DIE XIC, MAXILLA S. AGNELLI P. IN ARA MAX CATH.  IN CAPPELL. CARACCIOLOR. A SINISTR. CAPP. THESAURI, IN  DORSO S. CRUCIFIXI CUSPIDE SPINAR. CORONAE D.N.  I.C. ET PARS S. CRUCIS IN ARGENTEA CRUCE, CUM INSCRP.

IN SACELLO SACRISTIAE MAIORIS

IN LOCULO ARGENTEO CU SIGNO. CARD. CARBONIS, RE-  LIQUIAE SS ANDREA AP. LUCAE, CLEMENTIS, GREGOR..ET BONF. SUMMOR. P. BLASII EP. ET. M. SABINI PRES. ET  M. PRAXED. ET SASANAE VV. ET MM. AXPONUNTUR  IN ARA MAX. IN EOR. FESTIS.

MENSE IANUARIO.

DIE XXV, COSTULA S. PAULI AP. IN THECA ARGENT CU  NOM. MARII. CARAF. ARCH. N. QUAE PONIT IN STATUA.

MENSE FEBRUARIO

DIE III RELIQUIAS S. BLAS. PATR.  DIE IX, DENS MOLARIS S. APOLLONIAE V. ET M. IN LOCULO  ARGENTEO CU, CRYSTALLO.

——————————————————————————————————————–MENSE MARTIO.

DIE XII, RELIQUIAS S. GREGOR. PAPAE  DIE XIII, RELIQUIAS S. SABINI

MENSE APRILI:  OMESSO

MENSE MAIO.

DIE III, LIGNU S. CRUCIS IN LOCULO ARG. DEAURA.  TO, CU SIGNO ARCH. CARAF. ET FERIIS UMARTII,  SED FER. VI MAIOR HEBD. IN CAPPEL. S. M. MAGD.  /   ET IN PROCESSIONIB. FERTUR A CANONICIS PRESB.  PRAEB. PER TURNU.

MENSE IUNIO

DIE V, RELIQUIA S. BONIFACY   DIE XXIV, FRUSTU CARNIS FACIEI S. IO. B.P. IN LOCULO  ARGET. CU SIGNO CARD. CARBONIS.  DIE XXIX, OS COSTULAE S. PAULI, ET OS S. PETRI IN STA-  ARGET. ET BACULUS LIGNEUS, A S. PETRO TRA-  / DITUS S. CANDIDAE PRIMAE CHRISTIANAE NEAP. 

MENSE IULIO.

DIE XXI, RELIQUIA S. PRAXEDIS.  DIE XXIII, ET XXIV, IN CAPPEL. S. LIBORII EIUS OS, IN  LOCULO ACATHINO, CU ORBE ARGET. DEAURATO

MENSE AUGUSTO

DIE III, IDE BACULUS S. PETRI IN CAPPEL. S. ASPRENI  DIE XI, RELIQUIA S. SUSANNAE  DIE XXIX, RELIQUIA S. IO B.P.

MENSE SEPTEMBRI.

DIE IV, RELIQUIA S. CANDIDA SEN. IN STATUA ARGET.  DIE XIV, PARS S. CRUCIS

MENSE OCTOBRI.

DIE XVIII, RELIQUIA S. LUCIAE, DIE XXI, RELIQ. S. URSULAE  DIE XXVIII BRACH. S. IUDAE AP. IN. LOCULO ARGET. DEAURA.  DIE XXX, CAPUT S. MAX IN STATUA ARGENT.

MENSE NOVEMBRI.

DIE IV PARS CORDIS S. CAROLI IN SPHAERA ARGENT. CU  STEM. ARCH. CARAF. ET PARS VELI ET DALMAT.  QUIB. UTEBATUR.  DIE IX COSTULA S. AGRIPPINI, IN LOCULO ARGENT.  CU NOM IO IAC. EP. BISSINIANI  DIE XIII RELIQUIA S. CLEMENTIS.  DIE XXX, RELIQUIA S. ANDREAE APOS.

MENSE DECEMBRI.

DIE XIII, DIGITUS S. LUCIAE, IN LOCULO ARGET DEAUR.

ANNO  DOMINI  MDCCIII

 

 

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