La cappella dedicata allo Spirito Santo, ex patronato della famiglia Galluccio di Teora, dal 1891 reliquiario del duomo di Napoli, “Vestibolo del Paradiso”.

 

di Tino d’Amico

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Napoli – Duomo – Basilica cattedrale detta di Santa Restituta – Scenografico drappeggio di stucco di Antonio Disegna realizzato sull’arco trionfale paleocristiano, sul quale Nicola Vaccaro (1640-1709) ha dipinto una apocalittica scena  dell”Eterno Padre in gloria . 

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Alla moltitudine immensa,

che nessuno può contare,

di ogni nazione, razza, popolo, lingua

che sta in piedi

davanti al trono e davanti all’Agnello,

avvolti in vesti candide,

e portano palme nelle mani.

E gridano a gran voce:

“La salvezza appartiene

al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”.

(Cfr. Apocalisse 7,9)

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Le  sacre reliquie venerate nel duomo di Napoli, circa  cinquemila differenti reperti di Ia, IIa, IIIa, IVa classe, solo in parte classificati, catalogati, inventariati dallo scrivente e sistemati nelle tre grandi lipsanoteche, sui dorsali dei grandi mobili, nelle antiche urne, nella cornice del quadro che rappresenta la Pentecoste, rappresentazione iconografica del titolo dedicatorio della cappella di patronato e sulle pareti, accanto alle lapidi celebrative della estinta famiglia Galluccio di Teora, furono raccolte, prima della trasformazione della cappella in reliquiario del duomo nel 1891, in un mobile nel retro sagrestia, la cappella funebre dell’Arcivescovo di Napoli Annibale di Capua (1578-1595), dedicata alla Madonna “del pozzo”.

Napoli – Duomo – La antica cappella reale angioina, trasformata in sagrestia.

In esso furono sistemate inizialmente solo le reliquie che costituivano il corredo liturgico del duomo, dopo il 1581, quando l’Arcivescovo Annibale di Capua trasformò la cappella reale angioina, dedicata a San Ludovico d’Angiò (1274-1297), diroccata dal terremoto del 1456, in sagrestia maggiore, e le reliquie provenienti dal tesoro vecchio,  ivi trasferite dopo la inaugurazione della nuova cappella del tesoro nel 1646, e la nuova destinazione degli ambienti dell’antico tesoro e, successivamente quelle provenienti dalle cappelle di patronato, erette nel corso dei secoli, in ogni spazio disponibile nell’edificio angioino, a mano a mano che queste venivano diroccate, durante i vari interventi di restauro e riassetto dell’apparato liturgico interno del duomo, promosso da alcuni Arcivescovi, i Cardinali Alfonso Gesualdo (1596-1603), Francesco Boncompagni (1626-1641), Ascanio Filomarino (1641-1666), Innico Carcciolo (1667-1685), Antonio Pignatelli (1681-1686) eletto Papa Innocenzo XII nel 1691, Francesco Pignatelli (1703-1734), Giuseppe Spinelli (1734-1754). 

Numerose altre reliquie furono depositate nello stipo ricavato nel muro, nel vano della finestra bifora della antica cappella reale, eliminata e trasformata nell’ampio attuale finestrone.

Lo stipo sull’Altare della sagrestia, durante i lavori di trasformazione del diroccato ambiente, fu  chiuso da una tavola dipinta da Giovanni Balducci (1560-1631) chiamato a Napoli ad affrescare l’abside del  duomo dall’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603): dipinta nel 1600, rappresenta  una Madonna col Bambino tra San Gennaro e Sant’Agnello, con sullo sfondo una veduta del Golfo di Napoli, verso Posillipo e Pozzuoli.

Riporto due polizze del Banco del Popolo: la prima riguarda il pagamento per lavori di falegnameria intorno al quadro, nella sagrestia del duomo, la seconda, emessa per  il completamento del pagamento al pittore Balducci per il suo lavoro: entrambe autenticano il quadro:

Banco del Popolo – A 20 luglio 1600 D. Rotilio Gallicino paga D.ti 3 a Gio. Antonio Guerra per ultimo e final pagamento di un ornamento di legno tanto per intagliatura et squadratura di esso, come per il legname et per uno telaro fatto per il Quatro della Sacrestia, atteso che ne hava avuti altri D.ti 14, che in tutto sono D.ti 17. (Ar. S.P.N., xxxix p.865).

Banco del Popolo – A 5 settembre 1600 D. Rotilio Gallicini paga D.ti 5 a Giovanni Balducci pittore per lo quadro della Madonna con S.to Gennaro et Anello che gli have dipinto per ordine suo sopra l’altare della sacrestia del arcivescovato di Napoli et sono per final pagamento delli D.ti 30 che se li dovevano, et per la pittura D.ti 40 et per l’oltremarino posto di suo. (Ar. S.P.N. , Xliv, p. 380). 

Napoli – Duomo – Sagrestia – Tavola di Giovanni Balducci (1560-1631): La Madonna col Bambino tra San Gennaro e Sant’Agnello.

L’Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sforza, (1845-1877), dispose la temporanea sistemazione, nella lipsanoteca del retro sagrestia e nello stipo, anche di alcuni reliquiari e capselle consegnate alla Curia Arcivescovile, durante il decennio francese (1805-1816), mentre era prigioniero dei francesi, prima a Roma, poi a Gaeta e Parigi, da dove rientrò nel 1815, il suo predecessore, l’Arcivescovo Cardinale Luigi Ruffo Scilla (1802-1845), recuperati dalle chiese e dalle case religiose abolite, dopo le imposte dimissioni dell’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Maria Capece-Zurlo (1782-1801) ed il suo esilio e, successivamente le reliquie  pervenute dai monasteri, case religiose e chiese soppresse in esecuzione delle leggi eversive sabaude, emanate immediatamente dopo l’unità d’Italia e consegnate all’Arcivescovo Riario Sforza che era in uno stato di semilibertà nelle stanzette a scavalco del Vicolo Cluso nella cittadella vescovile, concessegli in uso dopo la requisizione del palazzo arcivescovile. 

Per disposizione poi, dell’Arcivescovo Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897), furono ricoverate negli stessi ambienti che aveva trasformato in cappella reliquiario anche le reliquie recuperate dalle chiese abbattute pel risanamento di Napoli, dopo la grave epidemia di colera che colpì Napoli nel 1884.

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Le sacre reliquie che costituivano il corredo storico del duomo e quelle di proprietà delle famiglie nobili che esercitavano il diritto di patronato sulle cappelle, cappellette e Altarini, eretti in ogni spazio disponibile (circa un centinaio), venivano offerte alla venerazione dei fedeli in giorni e tempi che rispondevano più ad una tradizione familiare, che non ad un codificato calendario liturgico e molte di esse di indubbia provenienza, risultavano appartenere a santi mai canonizzati, per cui l’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702) redasse una elenco delle reliquie venerabili, fatto poi riportare su una tabella fatta scolpire  nel marmo nel 1703, dal canonico Luigi Capece Galeota, suo esecutore testamentario, che la fece murare sulla parete accanto all’ingresso della sagrestia, al di sopra di quello che restava del monumento funebre di Andrea d’Ungheria.

Questa tabella stabilisce alcune norme e disciplina lo svolgimento delle funzioni relative al culto del Santo Patrono San Gennaro, ponendo ordine nei rapporti spesso burrascosi fra il Reverendissimo Capitolo Cattedrale,  il Collegio degli Ebdomadari e la Deputazione del Tesoro di San Gennaro e stabilisce anche tempi, luoghi e modi per la esposizione e venerazione in duomo di tutte reliquie, ritenute autentiche e riporta anche la loro collocazione nell’edificio angioino, all’epoca della sua redazione, nonché notizie della presenza e della esposizione di alcune reliquie in altre chiese napoletane.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore, cappella della Madonna “del pozzo” – La tabella che riporta l’elenco delle reliquie conservate nel duomo, redatto dall’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart. nel 1702.

La lapide poi, fu trasferita e murata sulla parete in cornu Evangeli nella cappella della Madonna “del pozzo”, dove è ancora consultabile, quando per la realizzazione del cenotafio, dell’ Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sforza, Venerabile  nella Chiesa di Napoli (1845-1877), e sepolto nella vicina basilica dedicata ai Santi Apostoli, nella cappella di patronato della famiglia,  si rese necessaria una diversa collocazione del sepolcro di Papa Innocenzo IV (1243-1254), già oggetto di vari precedenti traslochi all’interno del duomo,  il trasferimento del sarcofago bisomo di Enrico Loffredo detto “Spata” (+1431) al servizio di re Ladislao di Durazzo dal 1310 e di suo figlio Francesco (+1468), Primo Canonico Diacono Capitolare di Santa Restituta e il definitivo trasferimento dello smembrato sepolcro di Andrea d’Ungheria  (1327-1345) accanto all’ingresso della antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta (cfr: L. Loreto, Guida per la sola Chiesa Metropolitana Cattedrale di Napoli, Napoli, 1849).

Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Ciò che resta del sepolcro di Andrea d’Ungheria e, nel cortile della Curia, la lapide apposta sul monumento funebre ricomposto sulla parte del transetto dopo il 1580, all’esterno della antica cappella reale angioina, al tempo della sua trasformazione in sagrestia maggiore del duomo.

La tabella però, offre un elenco incompleto delle reliquie, perché risultano citate in documenti e testi antichi anche alcune di esse non riportate nell’elenco e presenta una particolarità: la omissione dal calendario delle reliquie conservate nella sagrestia che non venivano offerte alla venerazione  nel mese di aprile, mese destinato alla liturgia quaresimale, nel cui tempo liturgico  non si celebravano e non si celebrano feste e solennità dei Santi.

La Tabella, per molte reliquie ritrovate all’interno della cappella reliquiario, costituisce una sorta di mappatura per ricostruire la loro origine e collocazione storica , insieme ai pochi documenti cartacei esistenti, recuperati dalle chiese e dagli edifici conventuali e ritiri superstiti, dopo le due soppressioni, francese e savoiarda, e gli elenchi, spesso incompleti e fantasiosi, corollario dei vari testi su Napoli, pubblicati a partire del 1560. Per molti di esse costituisce anche  l’unico documento autenticativo precedente a quello dell’Arcivescovo Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897), inciso su una lapide nello stesso ambiente, perché le lettere credenziali e ogni altro documento probante a loro riferite,  nei vari trasferimenti dei corredi liturgici dagli antichi luoghi, sono andate perdute, salvo poi a ritrovare ancora qualche relata autenticativa nei fondi archivistici, oppure notizie probanti,  consultando magari le relazioni delle Sante Visite iniziate a Napoli dall’Arcivescovo cardinale Francesco Carafa (1530-1544), conservate nell’Archivio Storico Diocesano di Napoli.

Alcune pubblicazioni sulla storia delle chiesa napoletane forniscono, già dalla seconda metà del ‘500, elenchi di reliquie conservate al loro interno, elementi utili per risalire alla origine di alcune di quelle rinvenute nella cappella reliquiario e forniscono notizia certa di reperti  andati smarriti, trafugati, distrutti perché contenuti in preziosi reliquiari fusi sia durante il decennio francese che in esecuzione delle leggi eversive sabaude.

Ma speso forniscono notizie di personaggi fantasiosi e di reperti impossibili.

IL TESTO DELLA TABELLA REDATTA DALL’ARCIVESCOVO CANTELMO STUART

IACOBI CARDINALI CANTELMO ARCHIEPISCOPO NEAPOLITANO — LITERIS PIETATE ET OBITIS PRO SANCTA SEDE MUNERIBUS ECCLESIAE TOTIUS LUMINI — UT ILLUM VIVENTEM OBSEQUI MORTUUM OFFICIIS PROSECUTUS — IMORTALEM POSTERIS MONUMENTII COMENDET — ALOYSIUS CAPYCIUS GALEOTA CANONICUS CARDINALIS CIMELIARCHA ET THESAURARIUS — AB EODEM DEPUTATUS — CONFECTUM EIUS IUSSU SANCTORUM LIPSANON INDICULUM D.D. 

TABELLA

SACRARUM RELIQUIARUM  QUAE IN HAC METROPOLITANA ASSERVANTUR — ET DIERUM QUIBUS PUBBLICAE VENERAZIONI EXPONENTUR

SUB ARA MAXIMA CORPORA SS. AGRIPPINI EP. PATR.NEAP. EUTYCHETIS ET ACUTII SOCIOR S. JAN. QUIESCUNT — IN SACRO HIPOGAEO SUB ARA MAXIMA DE JUREPATRON. — FAMILIAE CARAFAE CORPUS S. JAN. PRINCIPIS CIVIT. AC REGNI –NEAP. ET HISP. MONARCHIAE TUTELARIS ADEXTRIS SUB ALTA-  — RI CORPUS  MAXIMI LEVITAE CUMANI AC MART. ET CORPUS — PUERI TRIMESTRIS QUI OB INSIGNE EJUSDEM S. MAXIMI — GLORIAE TESIMONIUM AB HOSTiBUS FEDEI NECATUS FUIT — IN ALTARIBUS QUAE HINC INDE MAXIMO ADJACENT IN EO — QUOD A DEXTRIS JURIS PATRON. FAMILIAE CAPYCIAE — GALEOTA SUB TIT. SALVAT. CORPUS SS. ATHANAS. EP. ET — P.N. IULIANI LAURENT. AC STEPH. EP. N. IN EO QUOD A — SINISTRA IUR. PATR. FAMIL. TOCCO CORP. S. ASPRENI P. ET — PRIMI EP. N. IN ARA MAX CATHEDR. PER OCTAVAM S. IAN — XIII KAL. OCT. ET DIUE EIUS PATROCINY XVII  KAL. IAN. OB  —  SERVATA AB INCENDIO VESUVII CIVIT. ANN. MDCXXXI  EX-  — PONENTUR RELIQUIAE THESAURI USQUE DU EODE PROCES –  — SIO REDIERET ET POPULIS A S. SANGUINE BENEDICTIONE — RECEPERIT PER MANUS EM. ARCH. VEL UNIUS PER TURNU  —  EX VII CANON. PRESB. PRAEB. QUI EO IMPEDITO EIUS VECES  —  SUPPLENT. SICUT ETIAM IN FESTO TRANSLATIONBIS S. IAN. — IN PRIMA DOM, MAIJ ET SABBATO PRAECEDENTI — HIS DIEB. ET EXTRA CAPPELLA THESAURI MUìNUS THESAURA — RYSPECTAT AD UNU EX DD. CANON. NON RATIONE SUI CA-  .- NONICATUS AUT DIGNITATI CUM NULLUS EX XXX — CANON. SIT DIGNITAS SED DIGNITAS EST PENES CAPI-  – TULUM AT UNUS QUILIBET ELIGITUR AD EM. ARCH. — AD NUTUM QUI S. SANGUINE OSCULANDUM TRADIT. ET — INTUS AC EXTRA XATHEDR. CUM RELIQUIAE GESTANTUR — DIGNOREM LOCUM OBTINET ET OMNIB. ADNEXIS HUIC — MUNERI GAUDET ET PRAESERTIM CUN QUIS SANMCTOR. — FIT PATREONUS STOLA SUPER VESTE CANON. INDUTUS — THUS STATAE ADHIBET ET COLLECTA RECITAT. — INTUS CAPPELLA THESAURI TUM EXCERTET MUNUS THE- — SAURARY UNUS EX  DD. CAPPELLANIS QUI FUERIT — PRO TEMP. THESAURARIUS BULLATUS — OMNES STATUAE IN ARA MAX CATHEDR. EXPONENTUR — IN PASCH. RESUR. PENT. ASSUMPT. B.M.V. ET NAT. D.N.I.C. — SED INTUS CAPPELLA THESAURI IN CIRCUCIS D.N.I. EPIPH. — ET IN FESTO SS. OMNIUM ET FESTIS SEQQ. NATV. D. — ET UTRUQUE PASCHA — SANGUIS S. IAN. IN DUABUS AMPULLIS VITREIS


CUM CAPITE EIUSDEM IN STATUA ARGENTEA DE- — AURATA ET RELIQUYS SS. PATRONOR. IN STATUIS AR- — GENTEIS EXPONITUR INTUS CAPPELLAM EANDEM — TANTUM VII DIEBUS SEQUENTIBUS PRAEDICATAM DO- — MINICAM PRIMAM LAIJQUAE RELIQUIAE SERVANTUR — IN DICTA CAPPELLA SUB DAUBUS CLAVIBUS — PENES EM. ARCH. UNA PENES DEPUTATU CIVITATIS — ALTERA

MENSE IANUARIO  —  DIE XIX IN STATUAS S. TH. AQUIN P. OS. BRACHY EXPONITUR  —  IN CAPPELLA THESAURI — DIE XVII IN STATUA S. ANTONII AB P. COSTA EXPON IN EIUS ECL.

MENSE FEBRUARIO  —  DIE III OS S. BLAS. M. ET P. IN EIUS ECCL. IN VIA BIBLIOT.

MENSE MARTIO  —  DIE VII STATUA S. TH. AQ. IN ECCL. S. DOMIN. MAIOR.  — DIE XIX PARS PALLY S. IOSEPH P. IN SUA ECCL. MAIOR.

MENSE APRILI  —  DIE II CERVIX S. FRANC. DE PAULA P. IN ECCL. S. ALOYS  — DIE III COSTA S. MARIA AEGY. P. ALTERNAT. IN EIUS ECCL.  —  DIE V CAPUT S. ATHANAS. P. IN CAPPL. TEHESAURI  — DIE XXIX DIGITUS S. PETRI M. P. IN SUA ECCLES.  —  DIE XXX CAPUT S. SEVERI EP. ET PATRO. IN ECCL. S. GREGOR-  — RII MAJOR UBI EST CORPUS

MENS MAIO  —  DIE XXIII CAPUT S. EUPHEB. EP. N. ET P. IN CAPPEL. TEHESAU.  -DIE XXV DENS MOLARIS S. M. MAGD. DE PAZZIS P. ALTER-  –NATIVE IN ECCL. S.M. DE CARMEL. MAIOR ET S. M. DE VITA  –  DIE XXVI PRAE CORD. S. PHILIP. NER. P.N. ET CL. IN SUA ECCL.

MENSE IUNIO  —  DIE XIII INDEX S. ANT. PATAU. P. IN ECCL. S. LAUR.

MENSE IULIO  –  DIE XV STATUA S. ATHAN. IN CAPPEL. ADEXTR. ARAE  — MAX CATH.

MENSE AUGUSTO  —  DIE III CAPUT S. ASPREN. EP. N. ET P. IN ALIA CAPP. LATER   —  DIE IV OS BRACHII S. DOMIN. P.N. IN EIUS ECCL. MAIORI  —  DIE VII EPIUSTOLA A S. CAIETANO P. EXARATA ET PARS  —  PLUVIALIOS QUO UTEBATUR IN ECCL. S. PAULI  —  DIE XII CAPILLI ET PARS VELI S. CLARAE P. IN EIUS ECCL.  —  DIE XXVI  OS BRACHII S. PATRITIAE P. IN EIUS ECCL.


DIE XXIX COSTAS S. IO BAPT. P. IN ECCL. S.M.  —  DOMINAE ROMITAE

MENSE SEPTEMBRI  —  DIE IV VERTEBRA OSSIS S. CANDIDAE BRANCACIAE P. IN ECC-  —  CL. S. ANG. AD NIDUM  —  DIE XXIX STATUA S. MICH. ARCHANG. P. IN ECCL. S. IAN. AD ULMU

MENSE OCTOBRI  —  DIE I OSSA S. GREGOR. ARMEN. P. IN EIUS ECCL.  —  DIE IV PARS PANNI S. FRAN. ASSIS P. EIUS SANGUINE  –  CRUENTATI IN ECCL. S. LAURENT.  —  DIE X OS BRACHY S. FRAN. BORG. P. IN ECCL. S. FR. XAVER  — DIE XV, FRUSTU CARNIS S. THERES P. IN ECCL. MATR. DEI.

MENSE NOVEMBRI  —  DIE IX CAPUT S. AGRIPPINI EP. N. ET P. IN SUA ECCL.  —  DIE X OS CUBITI B. ANDREA AVELLINI P. IN ECCLES S. PAULI  —  DIE XXVIII COSTULA B. IACOBI P. IN ECCL. S. M. NOVAE.

MENSE DECEMBRI  —  DIE III OS BRACH. S. FRAN. XAV. P. IN DOMO PROFESSA S. J.  —  DIE VI PARS LOCULI LIGNEI UBI FUIT CORPUS S. NICOLAI  —  EP. MYR. ET P. IN EIUIS ECCL. MAIOR  —  DIE VIII IN CAPP. THESAURI STATUA B. M. SINE LABE  —  CONCEPTAE IN PARTONA ADSCITAE OBSERVATA CIVI ALVE  —  DIE XIV MAXILLA S. AGNELLI P. IN ARA MAX CATH.  —  IN CAPPELL. CARACCIOLOR. A SINISTR. CAPP. THESAURI IN  —  DORSO S. CRUCIFIXI CUSPIDE SPINAR CORONAE D.N.  —  I.C. ET PARS S. CRUCIS IN ARGENTEA CRUCE CUM INSCRIP.

IN SACELLO SACRISTIAE MAIORIS

IN LOCULOARGENTEO CU SIGNO CARD. CARBONIS RE-  —  LIQUIAE SS. ANFREA AP. LUCAE CLEMENTIS GREGOR.  —  ET BONF. SUMMOR P. BLASII EP. ET M. SABINI PRES. ET  –  M. PRAXED ET SUSANAE VV. ET MM. AXPONUNTUR  — IN ARA MAX IN EOR. FESTIS

MENSE IANUARIO  —  DIE XXV COSTULA S. PAULI AP. IN THECA ARGENT CU  —  NOM. MARII  CARAF. ARCH. N. QUAE PONIT IN STATUA 

MENSE FEBRUARIO  —  DIE III RELIQUIAS S. BLAS. PATR.  —  DIE IX DENS MOLARIS S. APOLLONIAE V. ET. M. IN LOCULO  —  ARGENTEO CU CRYSTALLO


MENSE MARTIO  —  DIE XII RELIQUIAS S. GREGOR. PAPAE  —  DIE XIII RELIQUIAS S. SABINI.

MENSE APRILI  –  Omesso: tempo liturgico della Quaresima e della Passione ?

MENSE MAIO  —  DIE III LIGNU S. CRUCIS IN LOCULO SRG. DEAURA-  —  TO CUM SIGNO ARCH. CARAF ET FERIIS UMARTII  —  SED FER. VI MAIOR HEBD, IN CAPPEL. S. M. MAGD. —  ET IN PROCESSIONIB. FERTUR A CANONICIS PRAESB. PER TURNU

MENSE IUNIO  —  DIE V RELIQUIA S. BONIFACY  —  DIE XXIV FRUSTU CARNIS FACIEI S. IO. B.P. IN LOCULO  —  ARGENT. CUM SIGNO CARD. CARBONIS  —  DIE XXIX OS COSATULAE S. PAULI ET OS S. PETRI IN STA-  —  TUIS ARGET. ET BACULUS LIGNEUS A S. PETRO TRA-  –  DITUS S. CANDIDAE PRIMAE CRISTIANAE NEAP.

MENSE IULIO  —  DIE XXI RELIQUIA S. PRAXEDIS  — DIE XXIII ET XXIV IN CAPPEL. S. LIBORII EIUS OS. IN  –  LOCULO ACATHINO CU ORBE ARGENT. DEAURATO

MENSE AUGUSTO  —  DIE III IDE BACULUS S. PETRI IN CAPPEL. S. ASPRENI  — DIE XI RELIQUIA S. SUSANNAE  —  DIE XXIX RELIQUIAE S. IO. B. P.

MENSE SEPTEMBRI  —  DIE IV RELIQUIA S. CANDIDA SEN. IN STATUA ARGET.  —  DIE XIV PARS CRUCIS

MENSE OCTOBRI  —  DIE XVIII RELIQUIA S. LUCIAE DIE XXI RELIQ. S. URSULAE DIE XXVIII BRACH. S. IUDAE AP IN LOCULO ARGET DEAURA.  — DIE XXX CAPUT S. MAX IN STATUA ARGENT.

MENSE NOVEMBRI  —  DIE IV PARS CORDIS S. CAROLI IN SPHAERA ARGENT. CU  — STEM. ARCH. CARAF. ET PARS VELI ET DALMAT  — QUIB UTEBATUR  — DIE IX COSTULA S. AGRIPPINI IN LOCULO ARGENT.  —  CUM NOM IO. IAC. EP. BISSINIANI  —  DIE XIII RELIQUIA S. CLEMENTIS  —  DIE XXX RELIQUIA S. ANDREAE APOS  

MENSE DECEMBRI  –  DIE XIII DIGITUS S. LUCIAE IN LOCULO ARGENTATUS

ANNO DOMINI MDCCII

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L’Arcivescovo di Napoli Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702).

Precedentemente, durante lo svolgimento del Sinodo Diocesano del 1619, indetto dall’Arcivescovo Cardinale  Decio Carafa (1613-1626)  un editto del 3 settembre 1619, stabilì quali feste potevano celebrarsi nella diocesi napoletana, secondo un calendario che dal nome dell’Arcivescovo Carafa fu detto calendario deciano con   un catalogo completo dei Santi napoletani le cui feste potevano celebrarsi nella Chiesa di Napoli, con notizie relative ai luoghi ove le loro reliquie erano conservate, e Cesare d’Engenio Caracciolo pubblicò nel 1624, Napoli Sacra, un testo che descrive gli edifici di culto cittadini e che, anche se incompleto, fornisce un elenco delle reliquie dei Santi e dei Beati in essi conservate ed è forse il testo più organico e completo tra quelli precedentemente e successivamente dati alle stampe.

Molte delle reliquie citate nei testi pubblicati, sono presenti nelle lipsanoteche della cappella reliquiario del duomo, insieme a quelle appartenenti a Santi venerati nella Napoli bizantina, il cui elenco con le date delle loro feste liturgiche è ricavabile dal Calendario marmoreo della Chiesa di Napoli scolpito nel IX secolo per la chiesa di San Giovanni Maggiore ed occasionalmente lì ritrovato nel 1742.

L’ Arcivescovo di Napoli  Cardinale Giuseppe Spinelli(1734-1754) dopo il terremoto del 1731-32, promosse dal 1744, un progetto di riassetto generale del duomo, che prevedeva l’eliminazione di superstiti Altari, Altarini e cappellette realizzate nel corso dei secoli e addossate ai pilastri e dovunque ci fosse uno spazio libero, a completamento di una attività iniziata almeno cento anni prima, dall’Arcivescovo  Cardinale  Decio Carafa (1613-1626), che intendeva continuare l’opera iniziata dal suo predecessore l’Arcivescovo Cardinale Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) per il riordino definitivo dell’interno del duomo e che aveva trovato notevoli difficoltà nella realizzazione, scontrandosi con gli interessi delle famiglie nobili che esrcitavano il diritto di patronato su di esse.

L’Arcivescovo di Napoli Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754)

L’Arcivescovo  Spinelli intendeva così abolire il frammentarismo delle devozioni private in continuo conflitto tra loro, a vantaggio della solenne ed unica liturgia da celebrarsi esclusivamente allo scenografico Altare maggiore e secondo la nuova riforma liturgica.

Prima di dare inizio alla Santa Visita in duomo, chiese ad un Canonico Capitolare il cui nome non ci è consegnato dalla storia, di relazionare sullo stato dei luoghi.

La Relazione dello stato della chiesa metropolitana formata a tenore degli ordinamenti di S.E. il Sig. Cardinale Spinelli Arcivescovo nell’istruzione per la Visita, a 20 settembre 1741,  fotografa la reale situazione dell’interno dell’edificio, elencando le cappelle di patronato e gli Altari, Altarini e cappellette che ancora esistevano e ci permette anche di risalire al numero e ai titoli dedicatori di quelle che furono poi eliminate e confluirono allora nel contenitore del retro sacrestia anche le reliquie recuperate dalle quelle cappellette ed Altari votivi.

Molte però, per la preziosità dei reliquiari che le contenevano o per la devozione privata tradizionalmente legata alla famiglia proprietaria, andarono perdute, alienate o trasferite negli oratori delle case gentilizie.

Un quadro ammalorato, recuperato ed esposto dallo scrivente nella cappella di San Lorenzo, detta di San Paolo de Humbertii o “degli Illustrissimi Preti di propaganda” che ritrae la sessione plenaria inaugurale del Primo Congresso Eucaristico Nazionale, celebrato a Napoli, nel duomo, dal 19 al 22 novembre 1891, fotografa l’interno dell’edificio in quell’anno.

Napoli – Duomo – Cappella dedicata a  San Lorenzo, detta anche di San Paolo de Humbertii, o degli “illustrissimi Preti di Propaganda” – Ignoto fine ‘800, Assemblea Plenaria del Primo Congresso Eucaristico  Nazionale Italiano, celebrato a Napoli, in duomo dal 19 al 22 novembre 1891.

L’inaugurazione della nuova cappella reliquiario (16 novembre 1891), aperta nella navatella di sant’Aspreno, costituì uno dei momenti mediatici che precedettero l’inaugurazione del Congresso Eucaristico.

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Il culto delle reliquieNorme canoniche che regolano la loro venerazione.

Reliquia, dal latino reliquiae, indica la salma, o una parte di essa, di una persona venerata come santa o beata, ma anche di un personaggio della storia, della cultura; Reliquia è anche un qualsiasi oggetto che abbia avuto con un santo, un beato, un personaggio famoso, più o meno diretta connessione, sia quando era ancora in vita che con il suo cadavere, come vestiti, strumenti del martirio, il sudario, il sarcofago o la cassa che ha contenne il suo corpo.

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Napoli – Duomo – Cappella di Sant’Aspreno – L’urna contenente le reliquie del corpo del primo Vescovo di Napoli, posta all’interno dell’Altare settecentesco, disegnato da Giuseppe Astarita (1707-1775) – (foto Sangez).

I corpi dei santi sono generalmente conservati nei sarcofagi, in particolari preziosi contenitori anche antropomorfi, in urne di cristallo che ne consentono la visione.

In passato era largamente diffusa la pratica di suddividere in più parti i corpi dei santi, anche in piccole dimensioni che venivano custodite separatamente e in  luoghi diversi, in reliquiari di materiale più o meno prezioso, più o meno artistici, in ostensori a lanterna, a sfera, a tabella, in semplici capselle più o meno preziose, in lipsanoteche, a partire dal V secolo.

Oggi non si usa più suddividere i corpi dei santi e l’uso di distribuire le loro reliquie, è di molto diminuito.

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Napoli – Duomo – Cappella Carafa o cripta di San Gennaro – Antica olla di terracotta contenente i resti del corpo del Megalomartire S. Gennaro, Compatrono principale di Napoli,  della diocesi, dell’Italia Meridionale, del Regno di Napoli e patrono della Monarchia spagnola – Ai lati di essa le due cassette plumbee rinvenute nell’Altare maggiore del duomo in occasione dei restauri all’edificio angioino (1969-72) con i resti dei corpi dei Santi Eutiche ed Acuzio, Compagni Martiri di San Gennaro, recentemente trasferite e riposte nel nuovo Altare Mensa sull’abside del duomo, insieme alle reliquie del corpo di S. Agrippino.

Molti ritengono che attraverso la venerazione delle reliquie, ottengono più facilmente la intercessione del santo, del beato, del servo di Dio, del venerabile a cui esse sono riferite, e visitando il luogo dove sono conservate, il luogo dove è vissuto, magari toccandole, baciandole, rendono alle reliquie, ma anche alle immagini dei santi, un onore ed un culto privato, personale, che è dovuto solo a Dio.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – La reliquia del “bastone di Sant’Aspreno”, che ho ritrovata nel fondo di una lipsanoteca. Il bastone è contenuto in una custodia di argento filigranata che reca lo stemma dell’Arcivescovo Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella; il bastone era privo del manico, anche esso poi ritrovato – Ho provveduto alla ricomposizione del reperto ed alla ricollocazione dello stesso nella lipsanoteca – Il reperto è catalogato e inventariato. 

Il culto è un atto che tende ad attestare la eccellenza e la sovranità di Dio e la nostra dipendenza da Lui; nelle sue manifestazioni esterne o interne, liturgiche, pubbliche o private, esso deve essere riferito sempre e solo  a Dio.

Ai santi, ai beati, ai servi di Dio, ai venerabili esso, nella forma diretta, è riferito a Dio in se stesso; nella forma indiretta Dio è onorato attraverso le creature a Lui più vicine.

Il culto è assoluto, quando è indirizzato direttamente a Dio o alla Santissima Vergine, o alle varie categorie di santi; è relativo, quando è indirizzato ad una cosa, ad una immagine, ad una statua, ad una reliquia.

Il culto diretto a Dio è detto latria o adorazione; quello alla Santissima Vergine, iperdulia; quello a San Giuseppe, protodulia; quello alle varie categorie di santi, dulia (Cfr. Catechismo di San Pio X).

L’ADORAZIONE E’ UN ATTO CHE E’ DOVUTO SOLO A DIO, UNO E TRINO, PADRE FIGLIO SPIRITO SANTO.

Noi veneriamo attraverso le reliquie,  il corpo dei santi, dei beati, dei servi di Dio, dei venerabili, perché esso servì loro ad esercitare virtù eroiche, fu Tempio dello Spirito Santo,  e risorgerà glorioso alla vita eterna, come il nostro corpo.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Preziosi reliquiari di argento, realizzati per disposizione dell’ Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sforza, contenenti reliquie dei Santi Compatroni, e facente parte del “parato delle solennità liturgiche” del maggiore Altare ed un prezioso Crocefisso eburneo ottocentesco.

Noi non li adoriamo, come adoriamo Dio Uno e Trino, ma li veneriamo, cioè riconosciamo e onoriamo la dignità, la potenza, la loro superiorità spirituale, ma non riconosciamo ad essi dominio e potestà suprema e assoluta su tutte le creature.

Quando veneriamo ed onoriamo Maria Santissima, gli angeli, i santi, l’onore diretto a loro va a Dio Uno e Trino e Lo glorifica come datore di ogni bene.

Se veneriamo i santi, i beati, i venerabili, i servi di Dio, è giusto che siano venerate anche le parti che restano di essi, siano reliquie insigni, (il corpo intero, una parte di esso, come il capo, un braccio, un osso, il cuore, la lingua, il sangue) siano notabili (un dito, una parte considerevole di un osso), o minime (un dente, una scheggia ossea, una ciocca di capelli) oppure un oggetto ad essi appartenuto, uno scritto, qualche cosa che hanno usato, toccato quando erano in vita o che è stato a contatto con il loro corpo quando fu nel sepolcro.

Il culto è riservato esclusivamente alle reliquie di santi o beati ufficialmente riconosciuti come tali dalla Chiesa e le reliquie, per essere offerte alla venerazione dei fedeli, devono essere autenticate.

La facoltà di autenticarle o di corredarle di lettere credenziali, è competenza esclusiva dei Cardinali, degli Ordinari, degli Ecclesiastici cui è conferita da uno speciale indulto Apostolico.

Il Codice di Diritto Canonico, al canone 1190, vieta severamente la vendita e il trafugamento delle reliquie dei santi e dei beati.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Il Chirosalterio, manoscritto inedito di Sant’Andrea Avellino – Ritrovato in una lipsanoteca. (Cfr. Tino d’Amico, Ritrovato nel reliquiario del duomo di Napoli il CHIROSALTERIO, manoscritto inedito di Sant’Andrea Avellino, in tinodamico.wordpress.com).

Di molte reliquie è messa in discussione la autenticità perché in passato era largamente diffusa la pratica di suddividerle perché molti, conservandole in più posti diversi, venerassero uno stesso santo; molte poi,  erano da contatto, cioè venivano poste sulle reliquie autentiche di un santo, oggetti, pezzi di stoffa, altre cose che poi venivano offerte alla venerazione dei fedeli come reliquie stesse del santo.

La XXV sessione del Concilio di Trento (dicembre 1562) ribadiva la validità cultuale delle immagini sacre, e promuoveva il culto delle reliquie connesse e comunque legate con quelle delle immagini dei santi, dei quali i resti comprovavano la loro esistenza.

Le reliquie di alcuni santi sono tenute in  particolare considerazione perché il loro corpo non ha subito la naturale decomposizione nel sepolcro.

Il metodo usato per la classificazione delle reliquie, le suddivide in reliquie di prima, seconda, terza e quarta classe.

Le reliquie di prima classe, sono gli oggetti direttamente associati alla vita di Gesù, o  resti di santi, di beati, di venerabili, di servi di Dio, considerando però che le reliquie dei martiri sono poste in maggiore venerazione, rispetto alle altre, perché essi hanno dato la vita per testimoniare la fede.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – La preziosa reliquia della CORONA DI SPINE di N.S.G.C., donata a Carlo I d’Angiò dal fratello San Luigi, re di Francia, e portata a Napoli, insieme ad altre reliquie della SACRA CORONA, rinvenuta nella seconda metà dell’800 in un pozzetto ricavato sulla schiena del grande Crocefisso ligneo romanico franco-iberico ed incapsulata in un “reliquiario ad ostensorio” che reca lo stemma del Cardinale Arcivescovo Guglielmo Sanfelice.

Esse sono suddivise a seconda della tipologia in: ex ossibus; ex carne; ex corpore; ex praecordis; ex pilis; ex cineribus; ex tela imbuta sanguine; ex tela imbuta cineribus; ex lignum crucis.

Le reliquie di seconda classe sono gli oggetti che hanno comunque avuto a che fare con un santo, un beato, un venerabile, un servo di Dio e sono suddivise in ex pallio; ex velo; ex habitu; ex indumentis; ex arca sepulcralis; ex veste; ex fune; ex cilicio.

Le reliquie di terza classe sono costituite da oggetti che sono venuti a contatto con reliquie di prima classe e sono generalmente pezzi di stoffa venuti a contatto con i corpi di santi.

Quelle di quarta classe, comprendono qualsiasi cosa venuta a contatto con un santo (Cfr. Catechismo di San Pio X ; Codice di Diritto Canonico ; Wikipedia).

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Il Tesoro Vecchio e la Cappella della Madonna “del pozzo”, primi reliquiari del Duomo.

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Il tesoro vecchio.

Carlo II d’Angiò detto “lo zoppo” (1248-1309), re di Napoli dal 1285, destinò la torre scalare sinistra della facciata del nuovo duomo, per una degna  sistemazione delle reliquie dei Santi Compatroni di Napoli e di quelle di altri Santi Vescovi napoletani trasferite  in tempi diversi  e  in vario modo dal Vescovo San Giovanni IV detto la Scriba (842-849) e dal suo successore Sant’Atanasio I (850-872) dalla catacomba,  nella basilica detta Stefanìa, basilica gemina della cattedrale detta di Santa Restituta, che allora si andava diroccando per far posto al costruendo nuovo edificio angioino.

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Napoli – Duomo – Planimetria generale del complesso episcopale – E’ evidenziato il luogo del “tesoro vecchio” e il sito della ottocentesca cappella delle reliquie.

Realizzato un oratorio dedicato a San Gennaro, al primo livello della torre, raggiungibile attraverso una scala a lumaca di legno, vi fece trasferire con un suo decreto, e porre in apposite scarabattole, i reliquiari antichi, la suppellettile sacra preziosa, e in otto nicchie ricavate nel muro, il busto reliquiario di San Gennaro e il reliquiario del Sangue e i busti reliquiari lignei degli altri Compatroni.

Il terremoto del 1456 che provocò moltissimi danni al duomo angioino, fece crollare la facciata dell’edificio e la torre del tesoro e le ampolle che contenevano il sangue preziosissimo di San Gennaro, caddero in terra e furono ritrovate miracolosamente intatte, come racconta San Giacomo della Marca, Notar Giacomo  e Angelo di Costanzo :

“…1456, 4 dicembre – Successe  poi l’anno 1456, nel quale fu per tutto il regno un terremoto più orrendo che fosse stato mai per molti secoli, perché caddero molte cittadi…e molte castella per diverse provincie del regno, e cadde in Napoli l’arcivescovato…” (cfr. Angelo di Costanzo, p.341; Ar. S.P.N. X,pp.350, 358).

“…la torre dello Episcopio dove era el sangue del glorioso sancto Iennaro et miraculose fore trovati dui travi sopra le carrafelle dove non patero lesione alcuna…”  (Cfr. Cronaca di Napoli, di Notar Giacomo).

“…In Archiepiscopatu Neapoli sanguis S. Januari episcopi in sua ampullecta vitrea in turrione magno cum multis reliquiis, et cecedit omnis murus, et confregit omnia, et ampullecta vitrea in qua erat sanguis, sub lapidibus in terra inventa est …”  (Cfr. San Giacomo della Marca (1394-1476), Sermone De Antichristo).

“…et tuirrionem sacristia Archiepiscopatus ecclesie Neapoli, ubi sunt omnes munitiones et sacra, in uno vase antico est de sanguine S. Januarii episcopi, duro sicut lapide…ex terremotu cecedit turrionem et confregit cruces, calices etc…” Cfr. San Giacomo della Marca,  Sermone De advento Turcorum). (ndr. I due Sermoni di San Giacomo della Marca sono nel codice 46 bis dell’Archivio Municipale di Montreprandone)

Napoli – Duomo –  Sagrestia dell’ex Oratorio del Tesoro vecchio, Sede della Compagnia della morte – Ignoto napoletano del ‘500: ritratto del vicerè don Ferdinando di Toledo duca d’Alba e di Maria di Toledo duchessa d’Alba.

Alla ricostruzione del duomo contribui lo stesso re aragonse: ” Il re pigliò a riedificarne una parte  e tanti signori grandissimi, Orsini, del Balzo e d’altre case illustrissime pigliaro a rifarne un pilastro per uno collocandoci l’insegne proprie, che hoggi si vedono…” (Cfr. M. A. Terminio, Apologia di tre seggi illustri di Napoli, in Venezia 1581)

Il Tesoro vecchio ricostruito, fu restaurato e abbellito, poi, per onorare il voto fatto a San Gennaro, dalla viceregina di Napoli Maria di Toledo, duchessa d’Alba nel 1557, che durante l’assedio francese alla Cittadella del Tronto difesa dall’esercito spagnolo comandato dal vicerè don Ferdinando di Toledo duca d’Alba, temeva per la vita del consorte, come informa una lapide murata nel 1557, sulla parete destra dell’oratorio:

D.O.M.  —  DUM FERDINANDUS TOLETUS ALBAE DUX  —  ITALIAE PROREGE PRAESIDET  —  TRUENTOQUE INVICTA VIRTUTE HOSTES  —  REGNI NEAPOLITANI FINIBUS ARCET MARIA TOLETA EIUS UXOR  —  DIVO IANUARIO AEDICULAM HANC EX SUO DICAT  —  ET VOTI COMPOS ORNAT  —  AN. SALUTIS MDLVII.

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Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – L’oratorio di San Gennaro nel “tesoro vecchio”, oggi sede della Compagnia della morte o di Santa Restituta de’ neri.

Nel 1595, il 3 novembre, a completamento dei lavori di abbellimento del Tesoro vecchio, furono applicati a chiusura delle nicchie che contenevano i busti dei santi Compatroni e i reliquiari del cranio di San Gennaro e del Suo sangue, 8 portelli lignei intagliati da Pietro Provedi, o Provechi, (1562-1623).

Di essi ne rimangono solo 4, riutilizzati per chiudere alcune scarabattole della cappella reliquiario, gli altri 4, sono andati smarriti, o forse distrutti dall’incendio che agli inizi del ‘700 distrusse un mobile-contenitore di reliquie all’interno della sagrestia del duomo.

Riporto la relativa polizza di pagamento del Banco del Popolo: da essa ricaviamo la data di introduzoine dei manufatti nel duomo, e il nome dello scultore:

Banco del Popolo – A 3 novembre 1595 la Congregatione del l’Oratorio di Napoli per polizza del Padre Antonio Talpa paga D.ti 38,45 a Pietro Provechi a campimento di D,ti 80 per lo prezzo di otto portelle che have intagliate per lo Tesoro del Arcivescovato di Napoli, et detta Congregatione li paga perchè tenea in cofidenza li detti denari della quondam Sig.ra D.a Costanza del Carretto che li havea lasciati per questo effetto. (Ar. S.P.N.. XLII, p. 22).

Donna Costanza del Carretto Doria, secondogenita di Vittoria Piccolomini e di Marcantonio del Carretto Doria, figlio di Andrea Doria, genovese di nascita, sposò il principe Carlo de Lannoy, e divenne principessa di Sulmona.

Trasferitasi a Napoli, alla corte vicereale (Sulmona era nel territorio del Regno di Napoli) al tempo di don Pedro di Toledo (1532-1553) raffinata e colta, utilizzò molto del suo patrimonio la assistenza dei poveri di Napoli.

Tra i suoi lasciti testamentari, morì nel 1591, ci fu  anche la commissione delle portelle per il tesoro vecchio del duomo, commessa affidata a Pietro Provedi nel 1593,  e i denari necessari per pagare l’artista.

Pietro Provedi, o Provechi, nato a Siena nel 1563, a Napoli nell’ultimo decennio del ‘500, fu laico nella Congregazione dell’Oratorio, entrando poi nella Compagnia di Gesù a Roma, dopo la sua ordinazione sacerdotale, nel 1604, trasferendosi poi a Napoli nel 1613, con l’incarico di archietto delle fabbriche della Compagnia.

Morì il 26 dicembre 1623.

La commessa per la realizzazione delle 8 portelle fu del 1593, quando il Provedi era ancora laico oratoriano e fu affidata alla direzione dell’archietto Dionisio di Bartolomeo (1559-1638), che impegnato nella costruzione della chiesa napoletana dei Gerolamini, affidò l’esecuzione del lavoro d’intaglio al Provedi.

I reliquiari e la preziosa suppellettile liturgica rimasero nel Tesoro Vecchio fin quando nel 1646 fu inaugurata la nuova cappella del Tesoro di San Gennaro costruita con il solo contributo popolare per onorare il voto solennemente sottoscritto dagli Eletti del Popolo davanti all’Altare maggiore del duomo, rogato per notar Vincenzo de Rossis il 13 gennaio 1527, di costruire  una sontuosa nuova cappella per accogliere le reliquie di San Gennaro se questi avesse liberato Napoli dalla peste, dalla guerra e dalla carestia.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Gli sportelli superstiti del “tesoro vecchio”, scolpiti da Pietro Provedi, e riutilizzati nella seconda metà dell’800 per decorare le lipsanoteche. Rappresentano sulla faccia a vista, e sul retro, nell’ordine: Sant’Atanasio I e il trasporto del suo corpo da Montecassino alla catacomba napoletana; Sant’Agnello e il Santo che mette in fuga gli assedianti di Napoli, apparendo sulle mura cittadine dalla parte del Carmine; Sant’Efebo e il Santo che, già da tempo morto, appare nella cappella cimiteriale e celebra la Santa Messa; San Severo e il Santo che per difendere da accuse infamanti un defunto, lo richiama in vita perché si scagionasse e salvasse la famiglia insolvente nel debito, dalla carcerazione. (Cfr. Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro del tesoro vecchio…, in: tinodamico.wordpress.com)

I busti-reliquiari dei Compatroni, dopo l’inaugurazione della nuova cappella del Tesoro di San Gennaro, (13-12-1646) furono ivi sistemati, insieme al Busto contenente il Cranio di San Gennaro e il prezioso reliquiario con le ampolle del Suo Sangue, gli altri, insieme alla suppellettile liturgica preziosa e agli sportelli lignei del Provedi, furono trasferiti nella nuova sagrestia del duomo, realizzata nella ex cappella reale angioina e l’oratorio del Tesoro Vecchio fu assegnato dall’Arcivescovo Cardinale Ascanio Filomarino, (1642-1666), alla Compagnia della Morte, allocata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, dal 5 ottobre 1567, come si apprende da un’altra lapide murata nell’oratorio:

DUDUM AMPLIORE AUGUSTIOREQUE SEDE DIVO IANUARIO CONTITUTA  — AEDICULAM IAM VACUAM  —  COLLEGIUM DIVAE RESTITUTAE VIRG.  ET MART. SIBI RECEPIT  —  QUO STATO QUOD. DIE CORPORATI  —  VELUT ABDITO IN RECESSU PIE SANCTEQ. DEUM COLANT  —  ACTUM AUTORITATE ASCANII PHILAMARINI  —  S.R.E. CARD. ARCHIEP. NEAP.  —  ASSENTIENTE CAPITULO DIE III NONAS IUN. AN. MDCXLVII.

Essa fu confermata con bolla Apostolica del 30 gennaio 1572, di Papa Gregorio XIII (1572-1585), con lo scopo di seppellire i poveri che morivano senza elezione di sepoltura e fin dal 1577 iniziarono a realizzare un ipogeo sotto l’antica vasca del battistero, utilizzando per tale scopo una cisterna già esistente, la cui bocca è chiusa dalla lapide   sul pavimento, a nord della vasca stessa.

Napoli – Duomo – Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte – La vasca battesimale e la bocca dell’antico ipogeo della Confraternita della Morte e, nel retrostante consignatorium la scala verso il palazzo arcivescovile.

L’Arcivescovo Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666) dopo la Santa Visita del 1643 iniziò l’ampliamento del palazzo arcivescovile (1643-50) e per poter raggiungere la basilica cattedrale detta di Santa Restituta direttamente dai propri appartamenti, fece aprire la porta e costruire la scala, nell’antico consignatorium, sulla parete a nord del battistero di San Giovanni in Fonte da dove fu sfrattata la Compagnia della Morte,e trasferita nell’ormai inutilizzato oratorio del tesoro vecchio con la inaugurazione della nuova cappella del tesoro di San Gennaro, nel 1646, come informa la lapide precedentemente riportata.

Intorno alle pareti dell’aula battesimale, Giuseppe Torre nel 1598 aveva costruito un coro ligneo per i confratelli della Compagnia della Morte che assistevano alle funzioni liturgiche (cfr. A.S.N., Notai del cinquecento, Marco Antonio de Vivo di Napoli, scheda 265, protocollo 23 ff.36v – 37r) che fu trasferito e adattato lungo le pareti del nuovo oratorio assegnato alla Confraternita., nascondendo con gli schienali degli stalli le nicchie ormai vuote, che avevano contenute i busti reliquiari lignei dei compatroni, private delle 8 portelle del Provedi, trasferite nella Sagrestia maggiore.

All’uscita della cappella, si legge a sinistra un’altra lapide che fu posta al termine dei lavori di abbellimento del luogo per l’ex voto della vicerigina duchessa d’Alba che riporto perché riassume le vicende del tesoro vecchio .

D.O.M.  —  HAS AEDES  —  A MARIA TOLETA DUCIS ALVAE CONSORTE  —  DIVO IANUARIO DICATAS EIUSDEM ALIORUMQUE REGNI PATRONORUM  —  RELIQUIIS OLIM INSIGNES  —  DEIDE  —  DIVAE   RESTITUTAE SODALIBUS CONCESSAM  —  LONGA VETUSTATE IAM LABORANTYES  —  IN VETUSTIOREM HANC FORMAM  —  REDIGI CURARUNT  — EIUSDEM SODALITII FRATRES  —  A.D. MDCXCVI.

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La cappella della Madonna  “del pozzo”.

Era opinione comune che Carlo II d’Angiò avesse innalzata la cappella dedicata a San Ludovico d’Angiò come pantheon della famiglia reale, perché in essa furono sistemate in sepolture provvisorie, in attesa della realizzazione dei sontuosi monumenti funebri, le salme di Carlo I (1226-1285), re di Napoli dal 1266, di Carlo Martello d’Angiò (1277-1295), figlio primogenito di Carlo II, erede del trono di Napoli, morto prematuramente forse di peste, e di Clemenza d’Asburgo (1267-1293, o 1295), moglie di Carlo Martello dal 1281, morta forse di peste insieme al marito, o comunque qualche anno prima, pare di parto, e che Dante incontra nel Paradiso insieme al marito, tra gli spiriti amanti (Canto VIII), e di Andrea d’Ungheria, trasferite poi altrove, dopo il terremoto del 1456 che le danneggiò gravemente, le prime tre nell’abside del duomo e poi nella cappella esterna di san Marciano,  e sistemate poi sulla contro facciata nel 1599, per volontà del vicerè di Napoli Conte di Olivares che fece costruire da Domenico Fontana i nuovi sepolcri con le nuove statue dei tre angioini, certamente quella di Carlo I di Michelangelo Nacherino (1550-1622), probabile autore anche della altre due e la tomba di Andrea d’Ungheria all’esterno della cappella, sul transetto, e poi presso la porta della basilica detta di Santa Restituta..

Napoli – Duomo – Le tombe angioine sulla contro facciata.

Ipotesi quella del pantheon reale, che non trova conferma e che la moderna storiografia ritiene poco attendibile, considerando la cappella di San Ludovico (1274-1297) solo come monumento celebrativo del Santo, canonizzato nel 1317 e non come cenotafio reale.

Un pantheon non più realizzato forse anche per i gravi problemi statici che si verificarono all’intera fabbrica angioina, mentre erano ancora in corso i lavori di costruzione, con crolli e cedimenti strutturali dovuti alla inadeguatezza delle fondazioni e all’utilizzo di materiali scadenti, tanto che l’Arcivescovo Giovanni Orsini (1327-1358) dovette chiedere aiuti economici al pontefice Clemente VI (1342-1352) che risiedeva ad Avignone, per un grave cedimento strutturale verificatosi il giorno 1 aprile 1343, dissesto poi ulteriormente accentuato e aggravato dal terremoto del 10 settembre 1349 (cfr, Mario Gaglione, Crolli e ricostruzioni della Cattedrale di Napoli nel ‘300, Napoli 2008).

Napoli – Pinacoteca nazionale di Capodimonte – Simone Martini: Ludovico d’Angiò, secondogenito di Carlo II, erede del trono di Napoli, cede ogni diritto al trono al fratello Roberto.

La costruzione della cappella reale  risale al 1320, quando già era morto re Carlo II (1309) ed il suo corpo, sepolto provvisoriamente a Napoli, era già stato trasferito in Francia per essere inumato ad Aix en Provence

Le pareti e le volte ogivali della cappella reale erano ricoperte da affreschi di scuola giottesca, raffiguranti storie della vita di San Ludovico d’Angiò e dei miracoli ottenuti per sua intercessione.

Tracce di questi affreschi sono emersi al disopra della incannucciata della volta settecentesca che attualmente ricopre la sagrestia, durante gli ultimi lavori di restauro (1969-1972): non furono oggetto di intervento conservativo,  furono  fotografati parzialmente e alcune fotografie risultano pubblicate  (Cfr. Roberto di Stefano, La cattedrale di Napoli, storia, restauri, scoperte, ritrovamenti, Napoli 1974).

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Lacerticoli di affreschi di scuola giottesca al disopra della incannucciata settecentesca.

Il terremoto del 4/5 dicembre del 1456, danneggiò anche la cappella reale e fece cadere i monumenti sepolcrali in essa contenuti, per cui si rese necessario ricoverare i resti mortali degli angioini in ricomposti e frammentari sepolcri nell’abside, comunque danneggiata dal sisma e che allora non conteneva il coro che era sistemato nello spazio compreso tra il secondo e terzo intercolumnio destro, trasferito poi e interamente rifatto dall’Arcivescovo Cardinale Decio Carafa (1613- 1626) al centro della navata grande tra lo spazio adiacente l’ingresso alla basilica detta di Santa Restituta,  il dossello vescovile e il maggiore Altare, che era al centro del transetto.
Frammenti superstiti del monumento sepolcrale di Carlo Martello, di Tino di Camaino (1285-1337), sono le due statue che rappresentano le virtù della mansuetudine e della fortezza, poste sul sarcofago di Cobello Caracciolo (+1320) e il personaggio togato attribuito allo stesso Tino, posto supino sul sarcofago di Matteo Caracciolo (+1314), nella cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Psquizy, la seconda sulla navatella di Sant’Aspreno.

Napoli – Duomo – Cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy – Tino di Camaino, “la fortezza” dal monumento funebre di Carlo Martello d’Angiò

Dopo il terremoto del 4/5 dicembre 1456, la cappella dedicata a San Lorenzo, detta di San Paolo de’ Humbertii, oppure degli Illustrissimi Preti di Propaganda, fu utilizzata come sagrestia del duomo, almeno fino alla fine del ‘500 (cfr. Tino d’Amico, L’Albero di Jesse del duomo di Napoli: affresco di Lello de Urbe (da Orvieto?) ecc…, in tinodamico.wordpress.com)..

I terremoto diroccò buona parte dell’ala destra dell’edificio angioino, facendo danni gravissimi alla struttura.

La antica sagrestia del duomo, ritengo, era collocata nell’ambiente sottostante l’antico oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio.

Questo ambiente poi, chiuso sulla navatella, accedibile pare dalla adiacente cappella di patronato della famiglia Teodoro, fu ceduto in patronato alla famiglia Filomarino, in sostituzione della cappella di patronato aperta sulla navatella di Sant’Aspreno, che fu diroccata insieme alle cappelle di patronato delle famiglie Zurolo e  Cavaselice nei primi anni del ‘600 per far posto alla costruenda nuova cappella del tesoro.

Nello spazio ricavato nella ex sagrestia del duomo i Filomarino realizzarono la cappella dedicata a Santa Maria Maddalena (oggi dedicata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C,) e raccolsero al suo interno i resti mortali e i monumenti funebri degli ascendenti.

La cappella dedicata a San Ludovico d’Angiò, fu trasformata in sagrestia del duomo dall’Arcivescovo Annibale di Capua  dal 1581,  per stabilire definitivamente un degno luogo per conservare gli arredi liturgici e costituire lo spazio sacro, dove i Sacerdoti potevano pararsi prima di andare a celebrare Messa, recuperando anche la struttura abbandonata e semi diroccata.

Napoli – Duomo – Ex cappella reale di San Ludovico d’Angiò – Esterno – Antico ingreso.

Ad essa che era indipendente dal duomo, si accedeva da quello che è oggi il cortile di collegamento con il palazzo arcivescovile, nella parte terminale del Vicus cluso.

Lattuale ingresso dal transetto fu aperto nel 1581, quando fu definitivamente chiuso quello antico e fu realizzato il grande stipo di castagno con lo stemma dell’Arcivescovo di Capua sulla cimasa.

L’Arcivescovo Annibale di Capua fece costruire anche la cappellina  del retro-sagrestia, per porvi il suo monumento funebre, preceduta da uno spazio con il lavamano per i Sacerdoti che si preparano per andare a celebrare Messa.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore, il prezioso lavamano.

Egli però non fu sepolto nell’elegante monumento che si era preparato in vita, ma in una fossa terragna in cornu evangeli, ai piedi dell’altarino della cappella, ma i suoi resti mortali furono trasferiti altrove, forse quando nella seconda metà dell’800, la cappella divenne reliquiario del duomo: una semplice iscrizione terragna ne indicava il luogo e potrebbero essere contenuti in una delle cassetta anonime conservate nell’ipogeo dei Vescovi.

La lapide sepolcrale chiarifica la funzione per cui fu costruita la cappelletta.

ANNIBAL DE CAPUA ARCHIEPISCOPUS  —  NEAPOLITANUS  —  SARCTO TEMPLO SACROQUE VESTIARIO CONSTITUTO  —  SACELLUM HOC  —  IN SACERDOTUM SE AD SACRA PARANTIUM USUM  —  EREXIT  —  UBI ET SEPULCRUM SIBI PARARI VOLUIT  —  UT IN HUIUS BENEFICII GRATIUM  —  QUORUM STUDUIT COMMODIS  —  EORUM TUM VIVENS TUM MORTUUS  —  PIIS  PRECIBUS ADIUVENTUR  —  ANNO SALUTIS MDXXCIIX MENSE DECEMBR.  — OBIIT  —  ANNO DOM. MDCXCV IN SABBATO  IIII NON. SEPTEMBRIS  —  HIC DOMINICA DIE SEQUENTI DEPOSITUS.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – La Madonna col Bambino attribuita a Domenico Gagini, posta sul monumento funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua.

Sul monumento funebre è stata posta una preziosa Madonna col Bambino, di alabastro, attribuita a Domenico Gagini (1420-1492) attivo a Napoli al cantiere dell’arco di trionfo di Alfonso d’Aragona, dal 1457 al 1458 e da altri a Diego de Siloe (1495-1563) attivo a Napoli e nel cantiere della Cappella Carafa dal 1514 al 1528, ma essa non fu realizzata per il monumento del di Capua, perché la data della realizzazione e la presenza a Napoli dei due artisti non collimano con quella della realizzazione del sepolcro.

L’Arcivescovo Annibale di Capua, dedicò la cappella del retro sagrestia alla Madonna “del pozzo”, titolo che era di una antica cappella “…posta in lo tenimento di Capuana, et proprio quando  si cammina da “puzzo bianco”…per andare a Sant’Apostoli a man destra…”  (Cfr. P. di Stefano, Descrizione de’ luoghi sacri della città di Napoli, Napoli 1560;  Cfr. anche C. Celano, Notizie del bello, dell’antico, del curioso ecc., Napoli III edizione 1758), immagine sacra della quale era particolarmente devoto.

Lo spazio antistante l’antico palazzo arcivescovile era chiamato “pozzo bianco” perchè c’era un pozzo pubblico ornato di marmi bianchi (la zona è ricca di acque sorgive).

Il vicolo incidente sul piccolo largo e indicato come Vico de’ Loffredi era intersecato da un altro vicolo detto Vico de’ Filomarino  perché lungo di esso questa famiglia possedeva case, un giardino e una cappelletta di patronato dedicata alla Madonna  “del pozzo”, perchè nei pressi del pozzo bianco, proprietà che i Filomarino vendettero nel 1531 alla famiglia di Capua, che a sua volta rivendette nel 1554 alla famiglia Galluccio.

La chiesetta fu diroccata per far posto alla ristrutturanda chiesa dedicata ai Santi Apostoli, affidata ai Padri teatini nel 1530, che dal 1581 vi costruirono accanto un convento dell’Ordine.

Dopo questa data il titolo e i  benefici dotali della cappellina furono trasferiti alla cappella del retro sagrestia del duomo dall’Arcivescovo Annibale di Capua, perché sia l’uno che gli altri non andassero perduti.

Sull’Altare della cappella fu posto un quadro di Sivestro Buono (? – 1480), forse l’antica immagine venerata nella dirccata cappella della Madonna “del pozzo”, andata comunque perduta.

Nel 1688 si verificò un fortissimo terremoto (stimato intorno all’XI° grado della scala Mercalli) che interessò il Sannio, dove fece migliaia di vittime e provocò anche danni a Napoli, al duomo, alla antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta e alla sagrestia.

Era allora Arcivescovo il Cardinale Antonio Pignatelli (1686-1691), eletto poi Papa Innocenzo XII (1691-1700) che intraprese i restauri del duomo continuati poi dall’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702) e dall’Arcivescovo Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734), nominato dopo un anno di amministrazione apostolica della diocesi.

Francesco Pignatelli continuò l’opera iniziata dallo zio Pontefice: restaurò anche la sagrestia, fece realizzare un nuovo Altarino al suo interno incorniciando con marmi pregiati la tavola di Giovanni Balducci, posta a chiusura dello stipo delle reliquie, fin dal tempo dei lavori del di Capua e che dovette essere rifilata, quando fu poi inserita nella nuova cornice marmorea.

Il Pignatelli fece costruire sopra la sagrestia alcune stanze per ripoorre gli arredi sacri, accedibile dal portichetto bisomo sul fianco sinistro del lavamano e raggiungibile per mezzo di una scala a chiocciola, ambienti poi eliminati durante i lavori di restauro del duomo (1969-72).

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La cappella della Madonna “del pozzo” è una successione di tre piccoli ambienti accedibili dalla sagrestia e, oggi, anche da un ingresso gemino aperto verso l’esterno, ma che al tempo dell’Arcivescovo Annibale di Capua non esisteva e che  fu realizzato dal’Arcivescovo Cardinale  Francesco Pignatelli per consentire l’accesso agli ambienti superiori.

Il primo ambiente della cappella, separato dagli altri due in successione, è il luogo del lavabo, costruito per comodità dei sacerdoti che si preparano per le sacre funzioni, gli altri due, intercomunicanti, costituiscono, il primo, il luogo del monumento sepolcrale dell’Arcivescovo Annibale di Capua e il secondo, coperto da una elegante cupoletta, aveva sull’Altarino la tavola di Silvestro Buono rappresentante la Madonna “del pozzo” e di cui se ne è persa traccia.

Una lapide del 1883, ricorda la destinazione della cappella sepolcrale dell’Arcivescovo Annibale di Capua in reliquiario del duomo, dall’Arcivescovo Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella:

GULIEL. SAMFELICE EX DUCIS AQUAEVELLAE  —  ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS  —  SINGULARI IAM A TENERA AETATE PRAESTITIT IN SANCTORUM RELIQUIAS AMORE ET RELIGIOINE  —  QUUM  IN COENOBIO CAVENSI DEGERET BEATORUM COENOBITARUM CORPORA  —  NAVUS ET INDUSTRIUS MAIORI AUXIT CULTU HOC STUDIUM ET ARDOR NUNQUAM DEFLAGRAVIT  —  SACELLUM HOC IN ELEGANTEM ABSOLOTAMQUE FORMAM REDEGIT ERECTUM ALTARE  —  IPSE DICAVIT HOSTIAMQUE LITAVIT  —  ET UNDIQUE COLLECTAS NON SINE INGENTI SUMPTU ET LABORE RELIQUIAS SANCTORUM  —  CIRCUMPOSUIT ORDINE QUASQUE SUO  —  SUISQUE CAETANI ARGENTI ET AURI THECHIS EO POTISSIMUM CONSILIO UT CIVES ADVENAE  —  UNO VELUTI INTUITU  —  TOT INSIGNES RELIQUIAS SPECTARENT DEBITOQUE PROSEQUERENTUR HONORE QUOD  —  UNUM TEMPLO MAXIMO DEERAT  —  COLLECTI CINERES SALVETE ATQUE OSSA BEATA  —  CULTORI VESTRO PROSPERA QUAEQUE DATE  —  AN. REP. SAL. MDCCCLXXXIII.

Questa lapide la si può considerare come un riferimento certo, autenticativo, unico, delle reliquie conservate e venerate nel duomo di Napoli, ed è anche una promessa di benedizioni per chi ne avrebbe avuto cura, in ogni tempo.

Sulla parete a sinistra dell’Altarino fu murata la già citata lapide che riporta la  TABELLA delle reliquie venerate nel duomo e in altre chiese napoletane, con il calendario della loro offerta alla venerazione.

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Le “leggi eversive” all’indomani della annessione unilaterale del Regno di Napoli al regno sabaudo.

All’indomani della annessione del Regno di Napoli al regno sabaudo (21 ottobre 1860), il Dicastero degli Affari Ecclesiastici, del nuovo Governo Luogotenenziale, con decretali del 17 febbario 1861, annullò gli atti costituenti l’antico diritto pubblico ecclesiastico in vigore nel Regno di Napoli, dichiarò cessata l’efficacia del Concordato con la Santa Sede del 16 febbario 1818 e abrogò la Convenzione del 18 aprile 1836 e con una serie di provvedimenti limitò l’autonomia della Chiesa ed estese alle Province del Regno di Napoli la legge sabauda di soppresione degli Ordini Religiosi decretando la creazione di una Cassa Ecclesiastica per l’amministrazione dei beni degli Ordini Religiosi aboliti.

Le leggi  eversive facevano parte di una politica apertamente anticlericale, portata avanti già precedentemente nel regno sabaudo, e avevano lo scopo di porre legalmente le mani sui grandi patrimoni della Chiesa e controllare tutte le sue attività.

Il concordato stipulato nel 1821 tra la Santa Sede e il regno sabaudo, venne unilaterlmente violato da quest’ultimo, con la promulgazione di leggi e decreti per giungere alla separazione tra stato e Chiesa e che incominciò ad attuarsi con le leggi Saccardi del 9 aprile 1850 n. 1013 e del giugno 1850 n. 1037 che non furono certamente l’ultimo atto di una politica neo-giurisdizionalista, appoggiata da Cavour e dalla sinistra anticlericale, iniziata con la legge 21 luglio 1848 di soppressione della Compagnia di Gesù nel regno e con la espulsione dal Piemonte dei Gesuiti non piemontesi e delle Dame del Sacro Cuore, ma anche con il progetto di istituzione del matrimonio civile e la concessione di libertà di culto alla Comunità Valdese con la legge Sineo di non discriminazione in base al culto professato.

La successiva legge Rattazzi  n. 878 del 29 maggio 1855 e il relativo decreto attuativo 879, stabili l’abolizione nel regno sabaudo degli Ordini religiosi privi di utilità sociale, l’abolizione dei Capitoli delle Collegiate e di tutti i benefici di patronato laico e misto, facendo confluire in una unica cassa ecclesiastica tutti i beni degli Enti soppressi.

 

Gli Agostiniani, i Benedettini, i Carmelitani, i Certosini, i Cistercensi, i Cappuccini, i Domenicani, i Francescani e gli altri Ordini Religiosi che non svolgevano attività di predicazione, educativa, assistenziale anche e soprattutto agli infermi, furono sciolti e soppressi.

Con l’unità d’Italia, il governo sabaudo anche per rimpinguire le finanze dello stato e risolvere le difficoltà di bilancio derivanti dalle fallimentari seconda e terza guerra di indipendenza, estero anche all’occupato Regno di Napoli la stessa politica anticlericale massonica di soppressione e incameramento dei beni degli Ordini Religiosi e degli Enti ecclesiastici con la legge 3036 del 7 luglio 1866, negando il riconoscimento e di conseguenza la capacità patrimoniale agli Ordini Religiosi, alle Congregazioni Religiose Regolari, ai Conservatori e Ritiri che comportavano vita comune ed avevano carattere ecclesiastico, incamerando tutti i beni che confluirono nel demanio statale.

La successiva legge 3848 del 15 agosto 1867 soppresse tutti gli Enti secolari ritenuti superflui dalla stato per la vita religiosa del Paese e restarono esclusi da tale provvedimento i Seminari, le Cattedrali, le Parrocchie, i Canonicati, le Fabbricerie ed Ordinariati.

Per effetto della legge 19 giugno 1873, proposta dal Presidente del Consiglio Giovanni Lanza, poi, furono espropriati tutti i beni ecclesiastici romani, i territori dello Stato Pontificio e Roma fu proclamata capitale.

Per lo stato sabaudo furono la palese risposta alla grave crisi finanziaria causata dalla sconfitta della terza guerra di indipendenza.

Questo valse l’acuirsi del già profondo dissidio con la Santa Sede che sarà ricomposto solo con la firma dei Patti Lateranensi, nel 1929.

I fabbricati ecclesiastici appartenenti agli Ordini Religiosi soppressi furono incamerati dallo Stato unitario che li riutilizzò per scuole, laboratori, ospedali, uffici amministrativi, caserme e, a partire dal 1862 furono immessi sul mercato a prezzi stracciati e venduti alla vecchia nobiltà e alla borghesia i terreni, gli appartamenti, i complessi monastici non riutilizzati o comunque sottratti alla gestione della Cassa Ecclesiastica da funzionari statali senza scrupoli, con modalità che sono state criticate dagli storici e dai giuristi.

Tutto finì nella mani di pochi privilegiati e niente di tanta ricchezza contribuì a risollevare le sorti delle classi sociali più povere del Meridione d’Italia, come del resto già avevano fatto i francesi, durante i dieci anni di permanenza nel Regno di Napoli agli inizi dell’800, sopprimendo gli Ordini Religiosi e incamerando, ma praticamente rubando, quanto più si poteva.

Così come già avvenuto durante il decennio francese, anche le nuove leggi eversive non prevedevano particolari forme  di tutela dei beni artistici delle chiese e dei monasteri, anche se demandavano ai direttori del demanio incaricati della loro alienazione la possibilità, qualora lo ritenessero necessario, con particolari norme di conservare monumenti, opere d’arte oggetti di culto e simili cose.

Incominciò così la dispersione di opere d’arte, di cui fu spesso distrutto il contenuto storico cultuale originario.

Solo i più importanti beni artistici furono posti sotto sigillo e finirono nei musei…quando finirono nei musei.

Alcuni preziosi reliquiari, spesso solo i loro venerabili contenuti, perché i preziosi ostensori furono trafugati, alienati, fusi, furono consegnati al duomo di Napoli, e l’Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sforza, che non era nella disponibilità del Palazzo Arcivescovile, posto sotto sequestro in esecuzione delle leggi eversive sabaude, costretto a vivere in una stanzetta ricavata nel passetto soprastante l’accesso agli uffici di Curia dal vicus cluso, l’attuale vicolo interno della cittadella vescovile, dispose la loro temporanea sistemazione nella cappella della Madonna “del pozzo”, il retro sagrestia, già utilizzata come luogo di deposito delle reliquie, utilizzando per riporli, le antiche lipsanoteche realizzate dopo la trasformazione della cappella reale, al tempo dell’Arcivescovo Annibale di Capua, che utilizzò come sportelli di alcuni stipi, i citati preziosi pannelli lignei del Provedi, otto inizialmente e solo quattro riutilizzati alla fine dell’800, nella nuova cappella reliquiario.

La sacrestia fu depredata di alcuni vasi sacri e arredi, durante i citati lavori disposti dal’Arcivescovo Cardinale Pignatelli e uno stipo reliquiario andò distrutto da un incendio, nella prima metà del ‘700, forse al tempo del terremoto del 1732: probabilmente andarono così perduti i mancanti  quattro pannelli del Provedi.

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Il Colera del 1884.

Una grave epidemia di colera colpì Napoli nella estate del 1884, facendo nella sola città settemila morti, e almeno altri ottomila nella Provincia.

L’epidemia scoppiò nei quarteri della città bassa, i più vecchi e degradati: Vicaria, Porto, Pendino, Mercato, dove nei fondaci meleodoranti, nei vicoli stretti, negli edifici fatiscenti, vivevano ammassate come formiche migliaia di persone.

Il Cardinale Guglielmo Sanfelice, a capo del suo Clero, si prodigò senza risparmiarsi per soccorrere materialmente e spiritualmente il suo popolo, come già aveva fatto il suo predecessore, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1845-1877), qualche decennio prima.

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Napoli – Duomo – Federico Maldarelli (1826-1893), Il Cardinale Arcivescovo Sisto Riario Sforza fra i colerosi di Napoli.

E non mancarono episodi di eroismo da parte di sconosciuti Sacerdoti colpiti dal morbo per soccorrere e curare i moribondi e portando loro il conforto della fede ed episodi di pietà eucaristica, da parte di Preti che raccolsero e consumarono, perché non andasse profanata la Santissima Eucarestia, le Sacre Specie appena vomitate da colerosi moribondi, morendo poi contagiati dallo stesso morbo.

L’Arcivescovo di Napoli Guiglielmo Sanfelice d’Acquavella con il suo clero, visita i colerosi dell’ospedale “della Conocchia”.

Re Umberto I, accorse fra i colerosi napoletani e rimase sorpreso e ammirato per la dedizione dell’Arcivescovo di Napoli e dei suoi Sacerdoti per il suo popolo: mentre l’Arcivescovo di Napoli amministrava ai colerosi il Sacramento della Confermazione, lo stesso Re d’Italia poneva spesso la sua mano sulla spalla dei moribondi, assumendo il ruolo di padrino.

Il re d’Italia Umberto I e il principe Amedeo, visita i colerosi dell’ospedale “della Conocchia”.

L’episodio era riportato su un pannello bronzeo scolpito da Raffaele Belliazzi (1835-1917) nel monumento celebrativo di Re Umberto I, all’emiciclo di Capodimonte, a Napoli,  rubato qualche decennio fa.

Rappresentava Umberto I fra i colerosi di Napoli e riferiva la celebre frase pronunziata dal sovrano: “…A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore: vado a Napoli”.

L’Arcivescovo di Napoli Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897).

Re Umberto I donò al Cardinale Sanfelice, in riconoscenza per quanto aveva fatto per il suo popolo e perché per la prima volta aveva visto un Pastore arrischiare la propria vita per il suo gregge, un bastone pastorale, perché fosse usato dagli Eminentissimi Arcivescovi di Napoli quando celebrano i sacri riti in duomo e probabilmente l’azione pastorale del Sanfelice che suscitò la sorpresa del sovrano, fu l’inizio di un cammino di pacificazione dei rapporti tra lo stato italiano e la Chiesa che si concluderà con i Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929.

Roma – I firmatari dei “patti lateranensi”.

L’epidemia di colera cessò improvvisamente allorquando Suor Maria Landi, oggi Venerabile, ascoltò un “buon consiglio” del Cardinale Sanfelice e collocò una immagine della Santissima Vergine, proprietà della famiglia e venerata nella loro casa di piazza San Carlo all’Arena, in una edicola votiva, accanto all’ingresso della  casa.

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Questa miracolosa immagine della Santissima Vergine è L’ Incoronata Madre del Buon Consiglio, venerata nella Basilica di Capodimonte.

Cessata l’epidemia colerica, nel gennaio 1885 fu emanata con urgenza una legge che,  prevedendo l’utilizzo di fondi pubblici, si provvedesse al risanamento della città di Napoli, per spianare e ricostruire con criteri moderni la parte bassa della città, dove era scoppiata l’epidemia.

Il risanamento di Napoli si protrasse fino al 1891 e comportò l’abbattimento di interi quartieri e anche delle chiese e cappelline che sorgevano nei luoghi interessati dallo sventramento.

Molte reliquie di Santi e Beati venerate nelle chiese e nei monasteri abbattuti, furono portate in duomo e l’Arcivescovo Cardinale Sanfelice, anche egli non ancora nella disponibilità totale del palazzo arcivescovile, dispose la loro temporanea sistemazione nella cappella della Madonna “del pozzo”, per conservarle degnamente ed esporle alla venerazione dei fedeli, in attesa della realizzazione di una sola cappella per contenere tutte le reliquie venerate nel complesso episcopale, utilizzando e trasformando per tale scopo la cappella dedicata allo Spirito Santo, di diritto di patronato della  famiglia Galluccio, ormai estinta.

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La cappella delle reliquie venerate nel duomo di Napoli.

I terremoti che hanno nel tempo gravemente danneggiato le strutture del duomo, hanno determinato modifiche degli spazi interni e ricostruzioni e ristrutturazioni di ambienti e le nuove esigenze cultuali poi, ma anche i passaggi di proprietà delle cappelle, la revoca di antichi diritti patronali e le nuove concessioni, hanno modificato l’assetto interno di alcune di esse.

Lo spazio oggi occupato dalla cappella delle reliquie, fu diritto di patronato, ma non dall’inizio della costruzione del duomo, di una antica famiglia patrizia napoletana iscritta al Seggio di Portanova, i Galluccio, di origine longobarda, feudataria di Teano e Teora fin dal XII secolo, che emigrò in Francia e fu reintegrata nel patriziato napoletano quando, nel 1744, Francesco Galluccio de l’Hopital, marchese di Chateauneuf (1697-1776) ritornò a Napoli, come ambasciatore del re di Francia (1740-1750) e restaurò la cappella di patronato.

Nel 1750, Vincenzo Galluccio, ultimo duca di Teora, sposò Rosa Guevara e dal loro matrimonio nacquero 5 figlie femmine: il ramo si estinse con Anna Galluccio, che si monacò e nel 1810 si estinse definitivamente con la morte di Nicola Galluccio, del ramo de’ l’Hopital.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Interno – L’Altare antico che reca ancora le insegne dei Galluccio, fu riutilizzato alla fine dell’800, per la nuova cappella. 

L’esame delle planimetrie antiche e recenti del duomo, ci consente di ricostruire la storia dei luoghi nel corso dei secoli e come lo spazio, diventato poi la cappella di patronato della famiglia Galluccio, duchi di Teora, risulti incuneato nella struttura dell’antico campanile del quale  emerge la poderosa mole, che crollò con il terremoto del 10 settembre 1349, quando i lavori di costruzione dell’edificio erano da poco ultimati ed era stato ricostruito.

Dopo il terremoto del 1456 che atterrò la preesistente struttura, il campanile fu ricostruito in forme ridotte per motivi di sicurezza, ampliando e rinforzando la base con torrette poligonali angolari.

Napoli – Duomo – La tozza torre campanaria ricostruita dopo il terremoto del 1456. intorno alla struttura, al primo livello gli ambienti della Confraternita de’ Bianchi del Santissimo Sacramento e sotto di essi, l’antico sbocco del sottopasso.

L’accesso all’area chiusa della antica cittadella vescovile, avveniva in epoca paleocristiana, attraverso un Vicus obliquo che dalla Somma Piazza (piazza Donnaregina), andava ad immettersi nel Cardine Major indicato da sempre come Vicus Radii Solis, nello spazio di pertinenza degli ambienti del Collegio Capitolare di Santa Restituta.

Con la pianificazione dell’intera area nel VII-VIII secolo, e la realizzazione degli edifici episcopali, l’accesso alla cittadella vescovile venne a trovarsi naturalmente spostato sul Largo di Capuana, in posizione leggermente elevata, tenendo conto del declinare naturale del luogo, attraverso una preesistente torre di difesa, che era a scavalco del cardine che separava dalla antica basilica costantiniana detta di Santa Restituta, la bizantina basilica gemina detta Stefanìa, ed indicato come Vicus San Laurentii ad Fontes.

Napoli – Duomo – Torre campanaria – Piante dei vari livelli.

 

Napoli – Duomo – Torre campanaria – Sezioni della struttura – Disegni tratti da Roberto Di Stefano.

L’antico campanile del duomo, a scavalco di questo tratto terminale del Vicus, fu costruito su i resti della torre di difesa della cittadella vescovile, già esistente al tempo della guerre gotiche (535-553).

In essa era custodito dal corpo di guardia, anche il tesoro del duomo e su assaltata e depredata dai saraceni di Agropoli, durante l’episcopato di Sant’Atanasio I (850-872), alleati con il nipote dello stesso Vescovo, il duca bizantino Sergio, ariano e filosaraceno.

I vari terremoti che atterrarono la torre campanario risparmiarono il basamento attraversato nel senso Nord-Sud dal corridoio, tratto terminale del vicus, decorato nell’archivolto ad arco leggermente acuto, con quadroni sfalsati, contornati da cornici leggermente aggettanti (cfr. Tino d’amico, L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus San Laurentii ad Fontes, in tinodamico.wordpress.com).

Napoli – Duomo – Il sottopasso del campanile, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad Fontes – Si notano alla base, le nicchiette che contenevano altrettanti scolatoi per i cadaveri.

Il sottopasso, dopo la costruzione del duomo angioino e la concessione del diritto di patronato della adiacente cappella dedicata ai Santi Tiburzio e Susanna, alla famiglia Carbone, da parte dell’Arcivescovo Bernardo di Rodes (1368-1378) , chiuso nel lato terminale, divenne accedibile attraverso una porta aperta sulla parete di destra della cappella  ed utilizzato come sagrestia della cappella stessa, dove fu poi sistemato il monumento funebre del  potente Cardinale Francesco Carbone (sec.XIV-1405), nato a Napoli e morto a Roma.

Smise di essere sagrestia della cappella Carbone, forse dopo il terremoto del 1456, divenendo accedibile da una porta aperta, oggi murata, sull’angolo sinistro della parete di fondo di un vano ricavato, che poi divenne la cappella di patronato della famiglia Galluccio.

Dopo la fondazione della Confraternita de’ Bianchi del Santissimo Sacramento, nel 1549, da parte dell’Arcivescovo Cardinale Gian Pietro Carafa (1549-1555) eletto Papa Paolo IV (1555-1559), che assegnò ad essa gli ambienti ed una cappella realizzata nel primo livello del campanile, ricostruito dall’Arcivescovo Cardinale Rainaldo Piscicello (1451-1457)  trasferendo la confraternita temporaneamente allocata nella cappella di San Lorenzo ,dall’Arcivescovo Cardinale Rainaldo Piscicello (1451-1457), il corrdoio murato negli accessi fu utilizzato come scolatoio dei cadaveri dei confratelli della confraternita.

Napoli – Duomo – Torre campanaria – L’Oratorio della Confraternita al primo livello della torre.

Ad esso si accedeva per i caritatevoli uffici di sepoltura, attraverso una botola aperta sul pavimento della cappella stessa, ma già precedentemente, il corridoio fu utilizzato come scolatoio per i cadaveri dei membri della famiglia Galluccio, che vi accedeva dalla citata porta, aperta sulla parete di fondo della cappella.

Il corridoio scolatoio fu ritrovato occasionalmente, durante gli ultimi lavori di restauro al complesso cattedrale (1969-72) con ancora alcuni cadaveri seduti sulle cantarelle.

Per raggiungere i vari livelli della torre campanaria fu realizzato un nuovo accesso, attraverso la porticina a sinistra dell’ingresso della cappella di patronato della famiglia Galluccio, realizzando nella muratura una scala che, aggirando il corridoio consentiva di raggiungere la cappella della Confraternita al primo livello e al secondo livello della torre l’appartamento per il vicario curato del duomo, fatto realizzare dall’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1590-1603).

Il terremoto del 1456 danneggiò gravemente il duomo che fu ricostruito con il contribiuto reale aragonese, dei nobili e del popolo napoletano: alcuni pilastri del duomo recano sulla sommità ancora lo stemma delle famiglie che si fecero carico del loro consolidamento.

Ho citato i restauri ai pilastri del duomo, perché su di essi non compare lo stemma dei Galluccio: questo vuol dire che nella seconda metà del ‘400 non godevano ancora del diritto di patronato sulla cappella che probabilmente acquistarono nella prima  metà del ‘500 quando si provvide alla sistemazione degli ambienti intorno al campanile e lo spazio ricavato destinato a cappella fu dato in uso alla famiglia che nel 1554 acquistò proprietà nella zona.

L’ingresso al corridoio dalla parte della cappella di patronato dei Galluccio fu definitivamente murato e abbandonato in occasione dei vari lavori di restauro, che avvennero in tempi diversi.

Alla fine del ‘500; nei primi anni del ‘600, certamente nella metà del ‘600 con la decorazione dell’ambiente con un primo ciclo di affreschi di G.B. Ferrari e di S. Auriemma; un successivo restauro del quadro che rappresenta la discesa dello Spirito Santo sulla Santa Vergine e sugli Apostoli, di Andrea Malinconico  (1635-1698), una prima volta nel 1678 ed un successivo ritocco nel 1682; urgenti riparazioni al tetto della cappella, nel 1682; completamento e ritocco degli affreschi ad opera di Giacinto Falcone.

Le lipsanoteche sistemate sulle tre pareti dell’ambiente, non consentono di accertare la presenza o meno di superstiti lacerticoli di affreschi e decorazioni.

L’Altare dedicato allo Spirito Santo dei Galluccio, risulta citrato nella Sante Visite, da quella dell’Arcivescovo Cardinale Decio Carafa (1615) e dei vari Arcivescovi successori e riportano i benefici dotali applicati ad esso.

Il restauro della cappella di patronato,  il ripristino del culto al suo interno, e personaggi illustri della famiglia Galluccio sono ricordati da alcune lapidi, conservate in sito, dopo la trasformazione in reliquiario del duomo, dello spazio.

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Sotto il busto marmoreo di Vincenzo Galluccio:

IN ANTIQUISSIMO HOC GALLUCIORUM FAMILIAE SACELLO   —  E NILENSIS REGIONIS ORDINE PATRICIORUM  —  A LONGOBARDORUM VIRIS PRINCIPIBUS ORTAE  —  MULTORUM GENTIUM AC URBIUM  — TORAE LONGANI VILLAE FLORAE VALDEFLUMENTIUM  — CAPSOLORUM TEANI SUESSE ALIARUMQUE DOMINAE  —  IN GALLIARUM REGNUM PROPAGATAE  —  INQUE DUCES VITRYENSES  —  ET MARCHIONES SANCTOMENIOS AC HOSPITALIOS DISTINCTAE  —  SPLENDIDISSIMIS IBI TITULIS AC DIGNITATIBUS ADHUC DECOROS  —  DEQUE NEAPOLITANA ORIGINE IURE GESTIENTES  —  TESTE  MONUMENTO E REGIONE ADPOSITO —  VINCENTIUM GALLUCIUM  —  EIUS FLORENTISSIMAE PROSAPIAE EXTREMUM GERMEN  —  CLAVI AUREA REGII CUBUCULI CONDECORATUM  —  OB SUAVITATEM MORUM AC RELIGIONEM PIETATIS  —  POSTERITATI COMMENDANDUM  —  INQUE VIROS ECCLESIASTICOS LIBERALITATE SAT PRONUM  —  DE AMICIS SUBTISQUE POPULIS BENEMERENTISSIMUM  —  MARIA ROSA GUEVARA CONIUX  —  CUI CARISSIMUS SEMPER VIXIT  —  POST HONESTISSIMAM EXEQUIARIUM APPARITIONEM  —  MOESTISSIMA COMPOSUIT  — DECESSIT ANNOS NATUS LXXI MENS. VI DIES XIIII  —  MDCCLXVIIII PRID. ID. MAIAS.

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Napoli – Duomo – Cappella reliquiario, una lipsanoteca stracolma di reliquie.

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Sotto la precedente lapide:

SACELLUM CUM SEPULCRO GALLUCIORUM GENTIS  —  E NILENSIS REGIONE PATRITIAE  —  LONGOMARDORUM ORIGINATIONE  —  DUCUM TITULO HONESTISSIMA  —  MULTARUMQUE URBIUM DOMINAE  —  DIGNITATIBUS AC PUBLICIS MUNERIBUS SPLENDIDISSIMAE  —  IN GALLIAE REGNUM TRANSLATAE  —  IN TERNAS VIRORUM PRINCIPUM PROSAPIAS  —  ADHUC VIGENTES PROPAGATAE  —  MARIA ROSA GUEVARA  —  VINCENTII GALLUCII DUCIS UXOR  — PECUNIA SUA  —  INSTAURANDUM ORNANDUMQUE CUURAVIT  —  ANNO MDCCLXX.

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E’ andata smarrita una terza lapide posta nel 1742 da  Paolo Francesco Gallucci de l’Hopital, marchese di Chateaneuf (1697-1776) ambasciatore di Francia nel Regno di Napoli (1740-50) dedicata alla madre Elisabetta di Challet, ma essa potrebbe essere  nascosta dietro la lipsanoteca di sinistra.

Sul finire dell’800 il Cardinale Guglielmo Sanfelice dispose il diverso utilizzo della cappella dedicata allo Spirito Santo, revocando ogni eventuale diritto di patronato superstite, trasformandola in cappella delle Reliquie dei Santi e dei Beati venerate nel duomo di Napoli, senza alterarne minimamente l’architettura, modificandone solo l’aspetto esterno e realizzando al suo interno le lipsanoteche di legno sulle tre pareti disponibili, lasciando in loco l’antico quadro che rappresenta la discesa dello Spirito Santo, di Andrea Malinconico e l’antico Altare, rivestito di nuovi marmi e utilizzando sapientemente i citati quattro antichi sportelli superstiti intagliati da Pietro Provedi,

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Le iscrizioni apposte sul prospetto della cappella ci forniscono più che la storia della sua destinazione a reliquiario, le motivazioni che indussero il Cardinale Guglielmo Sanfelice a riunire in un solo luogo tutte le reliquie da tempo presenti  e venerate in Duomo e quelle provenienti dai monasteri soppressi durante il decennio francese e in esecuzioni delle leggi eversive sabaude e dalle chiese abbattute “pel risanamento”, dopo il colera del 1884.

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Sul prospetto della cappella:

GULIELMUS CARD. SANFELICIUS ARCHIEP. NEAP. MIRO IN SANCTORUM RELIQUIAS  —  CONFLAGRANS AMORE AB ADOLESCENTIA QUAS UNDIQUE CONQUISITAS  –IN INTERIORI SACELLO SAXCRARII TEMPLI HUJUS MAXIMI SPLENDIDE ASSERVAVERAT  —  HUC AMPLIORE CULTU HOC SACELLO EXORNATO ADSENTIENTE PATRONO TRANSFERANDAS CURAVIT  — UT CIVIBUS ET ADVENI INNOTESCERENT DEBITOQUE AFFICERANTUR HONORE  —  UTQUE COMMISSO QUOQUE GRECI PRAESIDIO AC TUTELAE FORENT AN D. MDCCCXCI.

Sui pilastri poi, furono poste altre due iscrizioni: la prima ricorda che per la carità dei fedeli arde perennemente davanti alle sacre Reliquie una lampada votiva, l’altra la disposizione a celebrare Sante Messe votive per i Santi e Beati le cui Reliquie sono in essa conservate.

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CHARITAS FIDELIUM  —  LAMPADAM  — POST EUCARISTICUM CONVENTUM  — CHRISTI MARTYRIBUS  —  HIC PERENNITER ALIT  —  ANN. D. MDCCCXCII.

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GULIELMO CARD. SANFELICE ARCHIEP.  —  SANCTORUM CULTUI VEL IN POSTERUM  —  CONSULUIT PROVIDENDO  –  UT FEIC MISSAE SACRIFICIUM  — FESTIS DIEBUS DUPLICIS PRAECEPTI  —  CELEBRARETUR  —   A. D. MDCCCXCV.

Un’altra iscrizione fu sistemata dietro l’Altarino che reca ancora le insegne dei Galluccio a ricordo della sua dedicazione da parte del Cardinale Guglielmo Sanfelice, il 15 novembre 1891, pochi giorni prima della inaugurazione del Primo Congresso Eucaristico Nazionale, celebrato a Napoli dal 19 al 22 novembre 1891, che ebbe come tema: La difesa dell’Eucaristia e del suo culto.

Essa attualmente risulta non cementata al postergale dell’Altarino, ma è integra, forse fu rimossa in occasione di una ricognizione nell’Altarino che risulta essere invece un monolite, realizzato con tufelli.

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GULIELMUS CARDINALIS ARCHIEPISCOPUS  —  SANCTORUM RELIQUIAS DIVERSAS COLLEGIT  —  RELIGIOSEQUE SUJB. HOC ALTARE COMPOSUIT  — QUOD SOLEMNITER DICAVIT DIE XV NOVEMBRIS  —  ANNO SALUTIS MDCCCXCI

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Le altre iscrizioni latine superstiti all’interno della cappella, ricordano personaggi della famiglia Galluccio e riporto questa lapide del 1702 che riferisce di un beneficio dotale attribuito all’Altare.

QUODNAM STIPENDIUM QUIBUSQUE CONDITIONIBUS  —  VINCENTIUS GALLUCIUS EQUES HIEROSOLIMYTANUS  —  ET MELITENSIS COMMANDATUR HUIC  —  SACELLO PRO EUCARISTICO SACRIFICIO ADDIXERIT  —  LEGERE EST IN MEMBRANIS A TABULARIO  —  ANTONIO CYRILLO  NEAPOLITANO ANNO MDCCII  —  SCRIPTIS SUBSIGNATISQUE.

Napoli – Duomo – Lapide commemorativa del Primo Congresso Eucaristico Nazionale, celebrato a Napoli (1891).

Leggiamo nei Diari dei Cerimonieri del duomo che il 14 novembre 1891, con l’intervento del Capitolo Cattedrale e dei numerosi Vescovi, Abati e Prelati presenti per l’apertura del Congresso Eucaristico, i cui nomi sono elencati in una lapide che ricorda l’evento, posta accanto all’ingresso della sagrestia, le reliquie dei Santi e dei Beati furono trasferite processionalmente dalla cappella della Madonna “del pozzo” e dallo stipo della sagrestia maggiore, nella nuova cappella delle reliquie.

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Napoli – Duomo – La lipsanoteca di sinistra riordinata, con le reliquie restaurate, classificate, catalogate ed inventariate dallo scrivente.

Il giorno dopo, il Cardinale Gugliemo Sanfelice, riconsacrava l’ Altare antico della cappella Galluccio, ricoperto da nuovi marmi (sul retro, i due capialtare conservano ancora lo stemma della famiglia Galluccio).

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N.B.  –  Il presente articolo non riporta l’inventario delle migliaia di reliquie di Santi e Beati, classificate, catalogate, restaurate e inventariate, perché  ritenuto documento riservato alla Autorità Ecclesiastica.

Il testo del presente saggio è parte integrante del documento-inventario redatto dallo scrivente e consegnato in copia all’Eminentissimo Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo Metropolita di Napoli, perché fosse depositato nell’Archivio Diocesano.

L’elenco delle reliquie e dei reliquari è riferito ai soli reperti presenti nella cappella delle reliquie del duomo e non può ritenersi chiuso perché la attività di studio e ricerca è ancora in corso

Sono stati ispezionati alcune migliaia di contenitori di varia forma, epoca, provenienza e sono stati individuati reperti di I, II, III, IV classe e numerosissimi altri reperti non identificabili perché posti in contenitori occasionali, o rotti, o non ispezionabili, o abbandonati negli anni,  privi di ogni involucro protettivo.

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Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Un prezioso reperto ritrovato: La ciotola angioina nella quale furono riposte le reliquie del corpo di San Massimo (cfr. Tino d’Amico, La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli….in:tinodamico.wordpress.com).

La attività si concluderà dopo i lavori di restauro in corso al duomo napoletano e interesserà anche i reliquiari posti sopra le lipsanoteche, la cornice al quadro del Malinconico, contenitore di numerose reliquie e il recupero di alcuni reliquiari a tabella sistemati lungo le pareti in alto, lavoro che comporterà l’utilizzo di un castelletto.

E’ andata smarrita una cassa di zinco di circa un metro per lato, trasferita alcuni anni or sono dal postergale dell’Altare della cappella che conteneva antiche reliquie e reliquiari, da me riposti negli anni ’70 del passato secolo.

La attività continuerà con l’inventario, catalogazione e classificazione di altre reliquie sparse all’interno dell’edificio angioino e con il progetto di recupero da una cripta sottostante il transetto sinistro, delle reliquie dei Santi Martiri africani, di San Quodvultdeus e probabilmente di Sant’Atanasio I e poi, su proposta di Mons. Salvatore Esposito, Presidente del Capitolo Cattedrale e Vicario episcopale, con l’inventario, catalogazione e classificazione dei reperti presenti nel reliquiario della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Sono stati altresi catalogati e inventariati molti manoscritti autografi di cui se ne è incominciata la lettura e lo studio critico e la presentazione dei quattro superstiti sportelli cinquecenteschi di Pietro Provedi.

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DOCUMENTI.

Verbale della prima accessione e ricognizione nella cappella delle reliquie

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Chiesa Cattedrale di Napoli – Cappella dello Spirito Santo, o “delle reliquie”, ex patronato Galluccio.

Ricognizione, ricomposizione, classificazione, inventario delle Sacre Reliquie dei Santi e dei Beati, contenute nelle lipsanoteche: Verbale della accessione e ricognizione.

nell’anno 2011 dalla Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo, sesto del Pontificato di S.S. Papa Benedetto XVI, quinto del felice invio del Cardinale Crescenzio Sepe a governare il popolo di Dio che è a Napoli, come Arcivescovo Metropolita, alla presenza del Reverendissimo Parroco della Parrocchia di Maria Santissima Assunta in Duomo, Sac. Vincenzo Papa, dell’Accolito Permanente Tino d’Amico, del Ministro Straordinario della Santissima Eucaristia Ugo Orazio Mamone, della Signora Giuseppina Giorgio, sposa dell’Accolito Permanente e dell’Addetto al Culto della Chiesa Cattedrale, Signor Francesco Villani, in un giorno di settembre di questo anno 2011, nell’ora vespertina, con la dovuta venerazione e riverenza, viene compiuta la prima accessione-ricognizione nella cappella delle reliquie dei Santi e dei Beati ed apertura delle lipsanoteche contenenti le loro reliquie, peer verificare lo stato del luogo, onde provvedere in tempi successivi alla ricognizione, classificazione, inventario delle Sacre Reliquie in esse contenute.

Viene rilevato lo stato di totale abbandono del sito e delle venerabili reliquie ricoverate disordinatamente negli armadi; alcune sovrapposte l’una sull’altra, alcune prive di capsella, altre depositate in terra nel postergale dell’Altare e ricoperte da uno spesso strato di polvere, non catalogate, con i cartigli e le credenziali ricoverate in altro luogo.

Come primo intervento l’Accolito Permanente e il Ministro Straordinario della SS. Eucaristia, dopo averle debitamente venerate, provvedono a raccogliere dal postergale dell’Altare , dove era rovinosamente caduto, il reliquiario ligneo ad ostensorio contenente in una capsella, ossa dei Santi Marcellino e Pietro, rispettivamente Presbitero ed Esorcista della Chiesa romana, martiri nel 304.

La teca si presentava integra nbei sigilli, ma con il vetro rotto e mancante parzialmente.

La capsella contenete le sacre reliquie, viene posta in onore provvisoriamente, con il suo contenuto sull’Altare, in attesa della applicazione di un vetro protettivo, e delle necessarie riparazioni all’ostensorio ligneo.

Il Reverendo Parroco, decide di dare incarico all’Accolito Permanente  e al Ministro Straordinario della SS. Eucaristia, di provvedere ad esaminare con la massima cura e diligenza e con la dovuta riverenza e venerazione le Sacre Reliquie, a ricomporle nei singoli stipi con i rispettivi cartigli e le eventuali credenziali e redigere un dettagliato inventario, corredato di ogni notizia identificativa del reperto stesso, onde facilmente reperirle ad ogni richiesta di venerazione.

Da incarico all’Accolito Permanente di ricercare nell’Archivio Storico Diocesano documenti relativi alla fondazione della cappella delle reliquie, e reperire eventuali elenchi o inventari relativi alla Sacre Reliquie ivi riposte.

Per la maggior gloria di Dio e per rendere al dovuta venerazione alle Reliquie dei Santi e dei Beati, conservate nella cappella l’Accolito permanente si dichiara disponibile ad effettuare quanto deciso, senza nulla pretendere, e chiedendo la benedizione di Dio e l’aiuto certo di tutti i Santi, propone di stabile la data per la successiva accessione: 21 ottobre 2011.

Del che è verbale.

Letto e sottoscritto:  Sac. Vincenzo Papa

Accolito permanente Tino d’Amico

Ministro straordinario dell’Eucaristia Ugo Orazio Mamone

Addetto al Culto della Cattedrale Francesco Villani.

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Verbale del primo intervento.

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Arcidiocesi di Napoli

Chiesa Cattedrale.

Nel primo accesso in questa venerabile cappella che conserva le reliquie dei Santi e dei Beati, venerate nel duomo di Napoli, il Signor Orazio Mamone ed io Tino d’Amico, abbiamo reperito in uno stipo due crani umani privi di ogni riferimento identificativo.

Al termine di questo anno giubilare straordinario per la città, indetto dall’Eminentissimo Signor Cardinale Crescenzio Sepe, Arivescovo di Napoli, che ha avuto per tema “L’esercizio delle opere di misericordia”, con il dovuto rispetto per i resti mortali di chi ci ha preceduto, con la dovuta venerazione delle reliquie corporee di chi , pur anonimo, gode della visione beatifica di Dio, poniamo entrambi i crani in due distinti contenitori di plastica trasparente.

Chiediamo alle anime beate di entrambi di intercedere presso Dio, per le nostre famiglie, per noi perché al termine del nostro cammino terreno, sia pur indegnamente, possiamo un giorno godere della visione beatifica di Dio.

Insieme preghiamo Dio Padre Onnipotente di concedere alle anime di tutti i defunti i cui corpi sono stati sepolti nel corso dei secoli in questo complesso episcopale e per la anime di tutti coloro che ci hanno preceduto nel tempo, il riposo eterno, e che splenda verso di essi il Volto di Dio.

Amen.

Napoli,6 marzo 2012.

Accolito Tino d’Amico

Ministro Starordinario della SS. Eucaristia Ugo Orazio Mamone.

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Lettera informativa 14 settembre 2012, al Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo Metropolita di Napoli, sull’inizio della attività di restauro, riordino, classificazione, catalogazione delle reliquie dei Santi e dei Beati, venerate nella cappella reliquiario del Duomo di Napoli.

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Accolito prof. Tino d’amico

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Eminenza Reverendissima,

due anni fa chiesi a don Vincenzo Papa, Parroco del Duomo, di poter effettuare ricerche all’interno della cappella delle reliquie dei Santi e Beati venerati nella chiesa Cattedrale di Napoli, per completare la stesura di uno studio da tempo incominciato.

Cercavo una reliquia che fu oggetto di studio da parte di Mons. Giovanni Battista Alfano, negli anni ’30 del passato secolo: una Spina della Corona di N.S.G.C.. che sapevo conservata nel Duomo.

Padre Enzo, visto il mio particolare interesse per la ricerca, la serietà nel lavoro, la cura e il rispetto per le cose sacre, mi propose di porre ordine nella cappella reliquiario, abbandonata e polverosa.

Accettai la proposta e senza nulla pretendere in termini compensativi, gratuitamente, aiutato dal signor Ugo Orazio Mamone, cominciammo lo scorso anno la spolveratura e catalogazione di tutte le reliquie, alcune migliaia, conservate nella cappella, utilizzando una scheda appositamente elaborata, sulla quale riportiamo ogni notizia relativa al reperto in esame.

Durante la nostra attività ricognitiva ci imbattemmo nell’astuccio che Le è stato offerto da Don Enzo Papa il 13 settembre u.s. contenente, insieme ad altre una reliquia di San Crescenzio.

La ricerca effettuata al mi ha fornito le notizie che allego: San Crescenzio e San Crescenzo forse sono lo stesso soggetto?

Entrambi fanciulli furono martirizzati nello stesso periodo durante la persecuzione di Diocleziano (contemporanei di San Gennaro !) e le reliquie si venerano a Siena e a Bonito (Av), anche se esiste una “passio” relativamente a San Crescenzio di Roma, venerato a Siena (14 settembre) e relativamente a San Crescenzio di Bonito, esiste un verbale di ricognizione redatto agli inizi del 1800…ma poi…quale è la verità ?….dopo tanti anni.

Non sono però da confondere con il Crescente citato da San Paolo nella seconda lettera a Timoteo (2,10), martirizzato nel primo secolo in Turchia.

Il sigillo che chiude l’astuccio sembrerebbe dell’Arcivescovo Suo predecessore Serafino Filangieri, che fu Abate del monastero benedettino di San Severino e Sossio, prima di essere Vescovo di Acerenza, poi di Palermo e quindi di Napoli (1776-1781)…ma anche questo è da verificare.

Certamente è pervenuta in Cattedrale insieme a tante altre reliquie venerate nelle chiese conventuali che furono oggetto delle “leggi eversive sabaude” o della prima soppressione degli ordini religiosi, durante il decennio francese…ma molte altre provengono dalle chiese abbattute “pel risanamento di Napoli” dopo il colera, alla fine dell’800.

Il Suo predecessore Cardinale Guglielmo Sanfelice in occasione del Primo Congresso Eucaristico Nazionale del 19-22 novembre 1891 pensò di raccogliere nella cappella della famiglia Galluccio, estinta, trasformata in un grande reliquiario, tutte le reliquie esistenti nella Cattedrale ed elencate nella lapide del Cardinale Cantelmo, trasferita nel retro sacrestia, e tutte quelle che comunque erano state a lui consegnate in ottemperanza delle “leggi eversive” e conseguentemente agli abbattimenti “pel risanamento”.

La mia attività non si esaurisce con il solo catalogo delle reliquie ma dovrebbe continuare negli archivi, Storico Diocesano, e di Stato per reperire ogni notizia che le riguarda…se ne avrò tempo considerando che contemporaneamente sto lavorando alla stesura  di tre testi: uno sull’Insula episcopale di Napoli, un altro sulla Sacra Spina della Corona di N.S.G.C. ed un  altro appunto sulla cappella delle reliquie del Duomo di Napoli.

L’occasione è per porgerLe i miei ossequi e chiederLe di benedire la mia famiglia.

14 settembre 2012

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Accolito prof. Tino d’Amico

Eminenza Reverendissima,

appena ieri sera incontrandomi occasionalmente nel cortile del Suo palazzo, mi permisi fornirLe  alcune informazioni sulla mia attività di catalogazione, classificazione ed inventario delle oltre duemila reliquie di Santi e Beati venerate nella cappella reliquiario del duomo.

Poiché non è solo questo il mio interesse  di studio del duomo, ma anche il servizio liturgico che scaturisce dal Ministero Istituito che indegnamente gioiosamente esercito, ed un supporto alla attività pastorali poste in essere dal Reverendo Parroco del duomo don Vincenzo Papa, mi permetto presentarle due dei miei ultimi lavori pubblicati su una rivista ONLINE.

Il primo è lo studio del frontale dell’Altare della cappella della Gens Capece Minutolo nel duomo, il secondo è lo studio di un antichissimo reperto incastrato in una colonna del pilastro maggiore del duomo.

Tra qualche giorno uscirà, pubblicato sulla rivista storica dei Padri cappuccini della Provincia di Napoli un altro mio studio su un prezioso CARTIBULUM romano del I sec. d.C. utilizzato come Mensa dell’Altare innalzato sulla sepoltura del Suo predecessore San Massimo Confessore (348-357) e ritrovato alla fine del 1800, nascosto nell’Altare barocco di quella che fu fin dal 1570 la cappella del Santissimo Sacramento.

Nei due anni trascorsi son riuscito a catalogare, inventariare, classificare appena la ottava parte dei reperti/reliquie conservati nelle lipsanoteche, contandone circa 800 di Ia, IIa, IIIa classe e mi permetterò di fornirLe la parte testuale, storica relativa alla cappella e, ad esempio, pagine dall’inventario.

L’ocacsione è per porgerLe i miei ossequi.

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Accolito prof. Tino d’Amico

Eminenza Reverendissima,

La mia famiglia ed io la preghiamo di gradire sinceri ed affettuosi auguri per la prossima solennità della Pasqua.

La risurrezione del Cristo, punto fermo della nostra fede,  sia di sprone per una vita sempre più protesa al raggiungimento della meta oggetto della nostra fede e della nostra speranza:; l’incontro con Dio.

Mi permetto anche informarla circa il raggiungimento del primo obiettivo nel personale gratuito impegno di restauro, catalogazione, classificazione ed inventario delle numerosissime reliquie conservate nella cappella reliquiario del duomo.

Ho completato il riordino della prima grande lipsanotreca di sinistra, della cappella reliquiario ed ho cominciato i preliminari adempimenti per il riordino di quella posta sul fondo dell’abside della cappella stessa.

Ho spezionato 706 reliquiari, capselle e contenitori vari sistemando, catalogando e classificando circa 1800 reperti di Ia, IIa, IIIa, IVa classe riferiti a più di 1000 Santi e Beati diversi.

Ho inoltre inventariato 26 manoscritti autografi di Santi e Beati.

Nel porgerLe i miei ossequi, le chiedo di benedire la mia famigklia.

30 marzo 2014.

 

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