Il paliotto dell’Altare della cappella Capece-Minutolo del duomo di Napoli, inedito e singolare reperto bizantino proveniente dalla distrutta basilica detta Stefanìa.

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Tino d’Amico

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Nella cappella di patronato della famiglia Capece-Minutolo, nell’angolo del transetto a destra della cappella di Sant’Aspreno, è conservato un prezioso reperto proveniente dalla distrutta basilica gemina della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, dedicata al Salvatore e detta  Stefanìa (1), utilizzato come antependium dell’Altare del sacello.

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Napoli – Duomo – Planimetria del complesso degli edifici – Il sito della cappella di patronato della famiglia Capece-Minutolo.

Alla base della fenestrella aperta sul paliotto (l’antependium) dell’Altare, fu incisa la seguente iscrizione a caratteri gotici, dalla quale apprendiamo che esso  fu fatto collocare in quel luogo dal Cardinale Filippo Minutolo (? – 1301) che fu Arcivescovo di Napoli dal 1283 al 1301 (2):

+ PHILIPPUS ARCHIEPISCOPUS

FILIUS DOMINI LANDOLFI CAPICE DICTI MINUTULI

ME POSUIT.

Il piccolo Altare fu riposizionato sotto il monumento funebre da un altro Minutolo, Arrigo (? – 1412), Cardinale del Titolo romano di Sant’Anastàsia, Arcivescovo di Napoli dal 1389 al 1400, che fece ampliare la cappella costruendo la tribuna, per contenere il suo maestoso sepolcro e fece porre come dorsale, sul bordo della Mensa, un presepio, che sembra fuori luogo: fin dal IV secolo, già ai tempi di Papa Gregorio Magno, al 25 dicembre si celebravano nella basilica romana di Sant’Anastàsia al Palatino, antichissimo e prestigioso Titolo cardinalizio, le tre Messe natalizie, della notte, dell’aurora e del giorno e la seconda era dedicata alla Santa e la celebrazione era di diritto pontificio (3).

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Napoli – Duomo – Cappella Capece-Minutolo – interno – Il monumento funebre di Arrigo Mitutolo; sul dorsale dell’Altare, si osserva il presepio.

Il Collegio Capitolare di Santa Restituta, per omaggiare Arrigo Minutolo nel suo Titolo Cardinalizio cominciò, dal tempo della sua promozione alla sede metropolita napoletana (1389), a celebrare all’Altare della cappella dei Capece Minutolo, la Messa dell’aurora del 25 dicembre, come avveniva nella basilica romana sul colle Palatino.

L’Altare non fu mai Dedicato ai Santi Pietro e Anastàsia, ma la cappella fu intitolata dallo stesso Arrigo ai due Santi, a San Pietro antico titolare della cappella, fin dall’VIII secolo e Sant’Anastàsia in ricordo della sua incardinazione romana.

Questo ha fatto confondere le figure di Aronne e Zaccaria riprodotte sulla lastra marmorea bizantina utilizzata come frontale del piccolo Altare, con San Pietro e Sant’Anastàsia.

Il Duca e Vescovo di Napoli Stefano II (756-789) dispose la ricostruzione della basilica intitolata al Salvatore e detta Stefanìa, perché la più antica era stata distrutta da un incendio, e dispose anche la ricostruzione della cappella di San Pietro, posta sotto il campanile di sinistra della basilica.

In epoca imprecisata, molto tempo prima della costruzione del duomo angioino, la cappella fu concessa in patronato alla potente famiglia  Capece-Minutolo.

Il patronato si estendeva anche allo spazio antistante la cappella delimitato ancora sul pavimento del transetto dell’edificio con la seguente iscrizione:

ANTIQUA  SACELLI  DOMINORUM  MINUTULORUM  ARCA  IN  FRONTE  PALMI  XXIII  IN AGRO  PALMI  XXIX  EORUNDEM  MARMORIBUS  STRATA  KAL.  MARTII  ANNO  MDCCLVI.

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Napoli – Duomo – Cappella Capece-Minutolo – Sepolcro di Arrigo Minutolo: il presepio.

Il cantiere del duomo fu impiantato nel 1281 e i lavori, che iniziarono nel 1283, come risulta dai registri angioini, anche se la effettiva fondazione del duomo la si assegna al 1294, incominciarono con lo spianamento della basilica detta Stefanìa, dall’area Sud-Est, distruggendo la cappella di San Pietro dei Capece-Minutolo.

La cronotassi dei Vescovi di Napoli, dal 1281 al 1285, registra una vacanza di sede, alla quale fu poi promosso nel 1285 Filippo Minutolo che curò la ricostruzione della distrutta cappella di famiglia recuperando, probabilmente, il manufatto oggetto di questo studio, fra i marmi di risulta della diroccata basilica detta Stefanìa  per utilizzarlo come frontale per l’Altare del sacello.

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Il manufatto utilizzato come antependium (frontale, paliotto) dell’Altare, è una lastra marmorea di metri 1 di altezza, per metri 1,10 di base, determinata ai lati da due pilastrini di base quadrangolare di cm.10 di lato, che recano sulla normale una decorazione litomorfa che sale da due vasi alla base, e sul fianco appaiono diversamente comunemente decorati.

La Mensa, più grande, è sorretta agli spigoli anteriori da due colonnine tortili, aggiunte in epoca medioevale, al tempo del riposizionamento del piccolo Altare  sotto il sepolcro di Arrigo Minutolo che, Cardinale del Titolo romano  di Santa Anastàsia, intitolò anche alla Santa la Cappella di famiglia, che da allora sarà la cappella dei Santi Pietro e Anastàsia dei Capece-Minutolo.

Al centro, alla base del frontale, si apre la fenestrella confessionis , di cm.30 di altezza per cm.27, che mette in comunicazione con l’interno della cassa che costituisce la base della Mensa dell’Altare, chiusa per gli altri lati da lastre prive di decorazione, realizzate con marmi diversi: non è possibile ispezionare internamente la cassa, per la presenza nel vano della fenestrella, di un contenitore di legno dorato medernamente e anonimamente incorniciato, posto dalla parte proprietaria della cappella, con all’interno un vaso di cristallo contenente una capsella reliquiario.

Una ispezione interna risulterebbe utile per verificare l’esistenza o meno di tracce di decorazioni sia sul retro del frontale  che sulle altre lastre marmoree che chiudono  la cassa.

Al disotto della fenestrella, su due righi, fu incisa la citata scritta a caratteri gotici che ricorda la data della collocazione dell’Altare all’interno della cappella.

La fenestrella è sormontata da una grossa Croce potenziata (4), affiancata da due colombelle di pasta vitrea svolazzanti, ed è inquadrata da due colonne tortili con capitelli corinzi, sulle quali poggia un archetto trionfale, sovrastante la Croce; l’estradosso dell’archetto trionfale sopporta la cima fiorita dell’Albero della Croce.

Ai lati della fenestrella sono graffite a tutto campo le immagini di Aronne e Zaccaria, padre di Giovanni il Battista, il primo e l’ultimo sacerdote dell’Antico Testamento, che in abiti sacerdotali incensano verso di essa.

Antichi Tabernacoli e antichi Altari.

In età apostolica, i fedeli si comunicavano durante la celebrazione della Santa Messa e le porzioni di Pane Eucaristico che avanzavano erano conservate per gli infermi e i moribondi e ad essi venivano inviate per mezzo dei diaconi (5).

Il Pane Eucaristico veniva conservato nei primi secoli del cristianesimo, sia nella case dei fedeli che nelle Domus Ecclesiae.

Come e dove fossero conservate le Specie Eucaristiche nella case private, non abbiamo informazioni, sappiamo però, da alcune fonti, che Esse erano devotamente ravvolte in un telo di lino bianco riposto in una apposita cassetta o contenitore, certamente conservata in un luogo in onore, nella casa, forse in edicole a muro come gli antichi larari della Domus.

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Pompei scavi – Un antico larario a tempietto.

Le Costituzioni Apostoliche, disposizioni canonico-liturgiche del 375-380 circa, al capitolo VIII n:13 indicavano i diaconi come  custodi della Santissima Eucaristia che La riponevano in un ambiente adiacente l’abside della basilica chiamato in oriente Pastoforio e in occidente Secretarium o Sacrarium, all’interno di una apposita credenza incassata nel muro o in una cassetta chiamata conditorium.

Ma non si ha notizia della conservazione delle Specie Eucaristiche all’interno delle fenestrelle degli stipiti degli Altari.

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Limoges – Francia – Colomba Eucaristica.

E’ a partire dal IX secolo che l’Eucaristia viene conservata solo nelle chiese e non più nelle case perché si temono profanazioni legate anche alle varie dispute sulla presenza reale di Cristo: Essa veniva riposta in un Propitiatorium, contenitore a cassetta posto sull’Altare, o nella sagrestia in una apposita cassetta o credenza, incassata nel muro, oppure nella Colomba Eucaristica, pendente dal ciborio o posta su un tavolino accanto all’Altare, la cui forma è chiaramente allusiva allo Spirito Santo, manifestatosi anche come Colomba.

Dal XIII secolo in Italia e in Germania, compare il più comune, sicuro e pratico Tabernacolo incassato nel muro accanto ad altre soluzioni, come la Torre Sacramentaria, in uso fino al XVII secolo, specie nel nord dell’Europa, posta accanto all’Altare, che lasciava scorgere in un contenitore di vetro un’Ostia consacrata, perché i fedeli in adorazione potessero vederLa.

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Germania – Norimberga – Lorenzkirke – La torre sacramentaria.

Dal Concilio di Trento in poi, è storia ben nota, con le più alte espressioni d’arte applicata alle Custodie Eucaristiche (6).

Gli Altari in epoca apostolica,  erano semplici tavole che venivano poste al centro dell’Assemblea e subito rimosse, perché si dava più importanza alla narrazione dei fatti della vita di Gesù e alla catechesi e la Celebrazione Eucaristica avveniva se era presente un presbitero.

A partire dalla seconda metà del IV secolo in oriente, cominciarono ad essere utilizzati Altari fissi, di limitate dimensioni che ritroveremo in occidente nel VI secolo (7) con la Mensa sostenuta da un blocco stipite o ceppo, monolitico, a base quadrangolare, abbastanza massiccio e presentavano il reconditorio delle reliquie nella superficie inferiore, in una piccola nicchia ricavata nella faccia anteriore del blocco.

L’apertura della nicchia veniva detta fenestrella confessionis perchè i sepolcri dei martiri erano designati quali confessionis: i martiri erano stati messi a morte per avere confessato di credere in Cristo, confessione permanente ricordata dallo loro tomba.

La fronte di questi Altari monoliti, presenta delle decorazioni intorno alla fenestrella, decorazione che non  sempre era presente sulle altre facce del blocco di pietra.

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Ravenna – Battistero Neoniano – Altare del V secolo.

E’ il caso degli Altari peleocristiani superstiti di Parenzo, di Sant’Apollinare Nuovo e di sant’Apollinare in Classe, a Ravenna; dell’Altare del Battistero Neoniano di Ravenna; dell’Altare di Bagnocavallo: di quello del sacello napoletano di Sant’Aspreno; di Santa Maria del Priorato a Roma; della catacomba di Panfilio che presentano il repositorio delle reliquie al centro o alla base del manufatto e sono variamente decorati con motivi iconografici cristologici, come le colombelle o i fiori che simboleggiano la risurrezione di Gesù, la Croce gemmata potenziata, con le lettere apocalittiche                .reliquiari25

Croazia – Parec – Fronte di altare del VI secolo 

Altri Altari si configuravano, in epoca paleocristiana e altomedioevale, con la Mensa poggiata su un supporto che assumeva la forma di cassa costituita da lastroni di marmo incastrati talvolta in quattro pilastrini d’angolo che non avevano funzione di sostegno, ma solo decorativa.Questi Altari presentavano decorazioni sulle quattro facce laterali e la fenestrella a volte veniva aperta nella faccia posteriore ed erano destinati a contenere il deposito di numerose reliquie.

La Mensa dell’Altare della cappella di patronato della famiglia Capece Minutolo nel duomo di Napoli, poggia su due colonnine tortili aggiunte in epoca medioevale, poste agli angoli anteriori di essa e su una cassa marmorea che presenta nella fronte decorata la fenestrella confessionis.

Considerando la sua configurazione, il frontale è stato da sempre ritenuto residuo decorativo di un Altare tardo antico, testimonianza artistica bizantina del tempo della Napoli ducale, tesi che non trova riscontro.

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Napoli – Sacello di Sant’Aspreno al porto.

Ho evidenziato l’uso di conservare il Pane Eucaristico in apposite nicchie ricavate nel muro delle absidi o nella sagrestia: esse venivano chiamate aedicula, repositorium, armarium, conditorium, sanctorum, che riproducevano il tipo comune di edicola pagana, a tempietto con colonne e timpano e decorazioni sulla facciata, come i larari delle domus romane, all’interno delle quali il Pane Eucaristico veniva conservato in appositi contenitori, le pissidi (8).

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Roma – Catacomba di Panfilio – Altare in un sacello privato del VI secolo.

Confrontando le dimensioni degli Altari paleocristiani ed altomedioevali superstiti, da me precedentemente citati, notiamo che esse sono nettamente inferiori alla lastra di marmo utilizzata come antependium dell’Altare a cassa, nella cappella dei Capece Minutolo: l’altezza dei monoliti è pressochè comune anche con la cassa dell’Altare della cappella; non sempre su di essi veniva posta una Mensa utilizzando invece come piano Mensa la faccia superiore del blocco di pietra, frequentemente variamente decorata con una Croce al centro ed una bordura presente sui lati.

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Pozzuoli  (Napoli) – Santuario di San Gennaro alla Solfatara – Monolite dell’Altare della antica cappella, che la tradizione orale ha da sempre ritenuto essere il cippo su cui fu decapitato il Megalomartire San Gennaro – Accanto: ricostruzione grafica dell’antico Altare, di G. Gaeta. (da: E. Moscarella, La “Pietra di S. Gennaro alla Solfatara” di Pozzuoli, Edit. Dehoniane, 1975).

La larghezza e la profondità dei monoliti è nettamente inferiore, oscillante fra i 70/80 centimetri di larghezza per una profondità di 50/60 centimetri.

Questa particolarità contribuisce a considerare la lastra marmorea utilizzata come antependium dell’Altare della cappella dei Capece Minutolo non realizzata come frontale di un Altare sia pur antico, quanto piuttosto come fronte di una aedicula, repositorium di Specie Eucaristiche, proveniente dal pastoforio della diroccata basilica detta Stefanìa e per la iconografia che presenta, non consente di ipotizzare la sua origine in una aedicula contenente una preziosa reliquia della Santa Croce, ipotesi da noi pur accennata e proposta.

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La decorazione presente sul frontale sviluppa un tema cristologico: la superiorità del Sacerdozio di Cristo su quello dell’Antico Testamento, per la unicità del Suo sacrificio, rispetto alla inutile ripetizione degli antichi (9).  

Ermeneutica delle immagini graffite dell’antependium.

Considerato quanto esposto circa la custodia per il Pane Eucaristico, in epoca paleocristiana e altomedioevale, appare probabile la originaria funzione del reperto, come fronte della aedicula, custodia per le Specie Eucaristiche della basilica Stefanìa, la sua provenienza, l’ipotesi del suo recupero dai marmi di risulta mentre si provvedeva a diroccare l’edificio per far posto al costruendo duomo angioino, ed il suo reimpiego nella ricostruita cappella di San Pietro dei Minutolo ad opera dell’Arcivescovo Filippo Minutolo, alla fine del ‘200.

Il tema iconografico svolto sul frontale, esplica la dottrina della presenza reale di Cristo nella Santissima Eucaristia conservata  nella antica aedicula della Stefanìa.

cap12

Nella tradizione ebraica il Tabernacolo era la dimora di JHWH, il Dio Vivente, portatile, usato dagli israeliti come Santuario durante la loro peregrinazione nel deserto.

Esso fu realizzato da Mosè seguendo le indicazioni ricevute direttamente da JHWH (Es.26-27).

Simile ad una tenda nascondeva al suo interno il Santo dei Santi, che conteneva l’Arca dell’Alleanza, il Candelabro, la tavola della presentazione dei pani e l’altare dell’incenso.

Quando il popolo di Israele. da nomade divenne stanziale, Salomone intorno al 950 a.C. costruì sulla spianata della collina settentrionale di Gerusalemme, il monte Moria, il Tempio, seguendo le istruzioni date da JHWH a Mosè in Esodo 26-27.

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Il Tempio di Salomone – Ricostruzione ideale.

Il vero architetto del Tempio fu considerato JHWH stesso, per cui ai suoi elementi furono da sempre attribuiti significati simbolici, presi a modello.

All’interno del Santo dei Santi era custodita l’Arca dell’Alleanza che conteneva la “Tavole della Legge”, la Torah.

Il Sommo Sacerdote, una volta l’anno, nel giorno del Kippur entrava nel vestibolo del Tempio, il Santo, oltre il quale c’era il Santo dei Santi.

Davanti al vestibolo del Tempio si innalzavano due colonne di bronzo, tortili secondo la tradizione, chiamate  Boaz, che simboleggiava il concetto della forza e l’altra, quella di sinistra, chiamata Jachin, che simboleggiava il concetto della stabilità.

Il Tempio di Salomone fu distrutto da Nabucodonosor nel 586 a.C. e ricostruito in epoca persiana, al tempo di Ciro e completato nel 515.

Fu però ricostruito interamente da Erode il Grande a partire dal 55 a.C. e definitivamente distrutto dai romani nel 70 d.C.

La vicenda storica non ci consente di avere una descrizione dettagliata dell’edificio.

Secondo alcuni le due colonne poste ai lati dell’ingresso del vestibolo del Tempio, sopportavano, al disopra dei capitelli, due grossi bacili che contenevano uno il fuoco e quello di destra l’acqua.

Il fuoco voleva simboleggiare il globo celeste e per traslato l’uomo celeste, l’acqua l’uomo terreno.

Entrambi esprimevano il concetto della attività e passività dell’Energia Divina: il sole e la luna, il bene e il male, la luce e le tenebre.

In mezzo ad esse passava, sostandovi, il sommo sacerdote nel giorno del Kippur, prima di accedere nel Santo dei Santi e raggiungere l’Arca dell’Alleanza, la presenza immanente di JHWH in mezzo al suo popolo.

Nella misteriosa speculazione esoterica ebraica, la sefirot, che tenta di spiegare la relazione dell’uomo con JHWH trascendente e inaccessibile, le due colonne vorrebbero anche significare la misericordia, Jachin, e la giustizia, Boaz.

Poste all’ingresso del santuario volevano significare che JHWH giusto e misericordioso con la Sua presenza immanente nel Santo dei Santi, rende stabile la Sua dimora in mezzo agli uomini, in eterno.

Il sommo sacerdote, sostando fra le due colonne diveniva il testimone muto della virtù dell’equilibrio, personificando così la caratteristica dell’Atteso, del Messia, Sommo ed Eterno Sacerdote, il Sacerdote Misericordioso  Fedele, cioè accreditato presso JHWH, che con il Suo Sacrificio, rende l’uomo giustificato per la fede e in pace con JHWH (Rm.5,1).

La lastra di marmo utilizzata come frontale dell’Altare della cappella, presenta la fenestrella inquadrata da due colonne tortili sormontate da due capitelli corinzi, sui quali poggia un archetto trionfale sovrastante una Croce potenziata con ai lati due colombelle di pasta vitrea, chiara rappresentazione grafica dell’ingresso del Tabernacolo del Tempio di Gerusalemme, davanti al quale si alzavano la due colonne Jachin e Boaz.

Al vertice dell’estradosso dell’archetto trionfale, emerge la cima fiorita dell’Albero della Croce.albero-vita

L’Albero della Croce-Albero della vita, nel mosaico absidale di una basilica paleocristiana.

Secondo una leggenda (10) il legname utilizzato per la costruzione della Croce, fu ricavato da un albero nato da uno dei tre semi, di cedro, di cipresso, di pino, chiaro riferimento trinitario, posti nella bocca di Adamo quando fu sepolto; secondo un’altra versione della stessa leggenda, nella bocca di Adamo, quando fu sepolto, fu posto un ramoscello dell’Albero della Vita, uno dei due alberi del giardino di Eden, menzionati nel racconto bibblico della creazione (Genesi 2,39) e chi si cibava di esso, avrebbe goduto della vita eterna.

La versione più complessa della storia è un’altra e la ritroviamo nella Leggenda aurea: Set, figlio di Adamo, ritrovata la via per l’Eden, vede sui rami dell’Albero della Vita un neonato, visione profetica della salvezza del genere umano.

Riceve in dono dall’angelo guardiano alcuni semi con l’incarico di sepperli insieme al corpo del Progenitore quando questi sarà morto.

Dai semi e cioè dal corpo di Adamo, nascono tre alberi  che innestati e trapiantati più volte dai Patriarchi si fondono in uno solo: sarà questo, secolo dopo secolo, a fornire il legno per la Croce di Cristo che verrà innalzata sul luogo stesso in cui Adamo fu sepolto (11).

Un ramo dell’Albero della Vita fu donato, secondo un’altra versione della stessa  leggenda, a Set, terzo figlio di Adamo, dall’Arcangelo Michele:  il ramo crebbe e divenne albero  e fornì il legname per la Croce (12).

L’Albero della Vita, sull’antependium  bizantino è radicato nel Santo dei Santi, luogo della presenza immanente di JHWH in mezzo al suo popolo; ad esso fu appeso Cristo che con il Suo Sacrificio, Sacerdote, Vittima e Altare, Figlio Unigenito del Dio Vivente, generato ab aeterno, è il nuovo Adamo: è attraverso la Sua passione, morte e risurrezione che si realizza la riconciliazione dell’umanità con Dio, la Nuova ed Eterna Alleanza.

Ma la fede in Israele era in un Dio terribile, che tuonava dal Tabernacolo: in esso ora risiede l’Amore nascosto che aspetta che noi andiamo a cercarlo, ponendo i nostri passi nei suoi passi, facendo della nostra vita una imitazione della sua vita.

Amore che aspetta, fin dal tempo di Adamo, appeso ad una Croce; Amore che raccoglie tutto il peccato dell’uomo di ieri, di oggi, di domani, e che costituisce il termine della nostra ricerca dell’assoluto; direttrice dell’inizio del nostro cammino catartico, perchè è il Suo sacrificio che ci purifica e ci conduce finalmente al Padre, Egli è il solo che Dio ha destinato a  ricapitolare il libro della storia dell’uomo e dell’universo.

Come : camminando verso il Dio vivente percorrendo la via della saggezza e della conoscenza, raggiungendo l’equilibrio che toglie il velo, quello stesso velario che nascondeva l’Arca agli occhi del sacerdote, nel Tempio, squarciato da cima a fondo, come raccontato nei Vangeli (Mt.27,51; Mc.15,38; Lc.23,45) nel momento stesso in cui Cristo con la sua morte in Croce è entrato nel nuovo Santuario e lì ha posto la Sua dimora eterna.

L’Albero della vita, immagine teologica di JHWH, di Colui che è la Norma, era per Israele radicato in Eden, qui immagine teologica di Dio Uno e Trino, è radicato nel Tabernacolo, luogo della presenza reale del Cristo, l’Emmanu-El, Dio fra gli uomini, (Ap.21,3) la Norma.

Giovanni nel Prologo al suo Vangelo dice …il Verbo si fece carne e dimorò fra noi…”.

Il Tabernacolo, quindi, dimora di JHWH in mezzo al Suo popolo nella antica Gerusalemme, ora è la dimora del VERBO, l’abitazione dell’Emmanu-El, del Dio fra gli uomini (Ap.21,3).

Scrive Settimio Cipriani, commentando la Lettera agli Ebrei (13), che Cristo è stato costituito da Dio Sommo Sacerdote…e il Suo Sacerdozio è superiore a quello levitico rappresentato dalle due figure di Aronne: il primo sacerdote del Vecchio Testamento e Zaccaria,  padre di Giovanni il Battista, il primo sacerdote che compare nel Nuovo Testamento, perché può salvare per sempre quelli che per suo mezzo si avvicinano a Dio, intercedendo in loro favore; Zaccaria, l’ultimo dei sacerdoti dell’Antico Testamento.

Il culto di Aronne e Zaccaria che incensano verso il Santo dei Santi era ombra delle cose celesti…Con il nuovo culto, tutto spirituale, Cristo inaugura la Nuova Alleanza, predetta dai profeti.

La superiorità del culto si basa soprattutto sulla superiorità dell’unico Sacrificio di Cristo, su quelli dell’Antico Testamento, tutti materiali e carnali e perciò incapaci di purificare secondo coscienza.

Cristo invece, offrendo il Suo stesso Sangue ha espiato i peccati di tutti e con la sua morte è diventato mediatore di una migliore Alleanza che costituisce anche il vero Nuovo Testamento dell’Amore.

La superiorità del sacrificio di Cristo, risulta soprattutto dalla sua unicità in confronto alle inutili ripetizioni degli antichi sacrifici.

Quì il riferimento alla Lettera paolina ai Romani (5,11-12) è chiaro: attraverso l‘Albero della Croce fiorito, …la giustificazione – scrive Cipriani – è anche una meravigliosa restaurazione della rovina compiuta da Adamo…Cristo è il nuovo capo spirituale dell’umanità: in questa Sua funzione ricapitolativa ed egemonica Egli è meravigliosamente prefigurato dal primo Adamo, figura di colui che doveva venire (1Cor.10,6). Ciò che il primo Adamo ha distrutto, il secondo Adamo restaura…Adamo aveva introdotto nel mondo il peccato, e come inevitabile conseguenza la morte…Cristo, invece, farà di nuovo regnare la Grazia, mediante la giustizia che ci introduce già nella vita eterna…(14).

Il Pane Eucaristico conservato nel Tabernacolo, testimonianza del Risorto, è il solo vero cibo capace di garantire ai fedeli (le colombelle sono raffigurazioni della Risurrezione mediante la sequela della Croce) che di esso si cibano, il passaggio dalla morte alla vita, grazie proprio alla Croce, che da strumento di morte, diventa strumento di vita eterna.

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La brevità dello spazio non consente di approfondire ancor più il valore del manufatto bizantino, utilizzato come antependium del piccolo Altare della cappella dei Capece-Minutolo; consente invece di non tacere sulla singolarità della decorazione graffita che svolge un tema iconografico cristologico, ermeneutico, al tempo del dibattito sulla necessità o meno della iconoclastia e la affermazione della ortodossia.

Emerge da esso la ricchezza delle tradizioni culturali e religiose che lo hanno prodotto, generato da un crogiulo ricco di filoni di culture cristiane provenienti dal bacino mediterraneo.

Non è tanto da considerare la più varia possibile provenienza del manufatto, quanto piuttosto la comunione di fede sostanziale, integra, fra le comunità cristiane napoletane, quella latina e quella greca, integrate in un tempo di profonde lacerazioni e tensioni storico-teologiche coeve ben note.

Ben poche sono le testimonianze artistiche superstiti del periodo ducale napoiletano, per le distruzioni operate dalle calamità naturali e dalle mano dell’uomo.

Della considerevole produzione plastica e decorativa napoletana, del periodo bizantino, restano pochi frammenti e non utili per un raffronto con la decorazione presente sul frontale dell’Altare, frammenti, per altro, solo ipoteticamente assegnabili ad un arredo liturgico, assegnabili a diverse botteghe artigiane operanti a Napoli in età bizantina e altomedioevale che produssero manufatti con contenuti iconogarfici di chiara derivazione orientale.

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NOTE  E  DISCUSSIONI.

1 – Il complesso degli edifici episcopali, in epoca tardo antica e alto medioevale, andò ad occupare uno spazio decentrato rispetto al FORO, spazio che si trasformò ben presto nell’insula quadrupla che si estende per circa 30.000 metri quadrati, compresa fra il cardine radii solis (oggi via Duomo), da Nord a Sud e il cardine ad plateam capuana (vico Sedil Capuano), similmente orientato, e da Est a Ovest, fra il decumano superiore nel tratto di Somma Piazza (largo Donnargina) e il decumano medio (via Tribunali) nello spazio della platea capuana (largo Sisto Riario Sforza).  L’area risultante, già interessata da un primitivo insediamento cristiano, fin dal costituirsi in epoca tardo antica, andò a fagocitare le adiacenti insule minori, inglobando tratti di tre cardini più un vicus obliquo, che da somma piazza si immette ancora, anche se non più percorribile perchè corte interna degli edifici capitolari, nel cardine radii solis, configurandosi già nel VII-VIII secolo così come appare oggi. Il vicus obliquo, costituiva l’accesso al primitivo insediamento cristiano e al successivo complesso costantiniano della basilica detta di Santa Restituta. Nell’insula compresa tra il vicus obliquo e il tratto superiore del cardine scoperto negli anni ’70 del passato secolo, nell’erea occupata oggi dal palazzo arcivescovile, dall’ex istituto scolastico Calasantio e dagli ambienti in uso dl Capitolo Cattedrale di Napoli, accanto ad edifici preesistenti forse termnali ed un tempio sacro ad Apollo, furono costruiti i primi edifici di culto e poi in epoca costantiniana una basilica dedicata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta d’Africa, non l’attuale, non orientata come attualmente appare, ma con ingresso a Nord, dallo stesso vicus obliquo,  il Battistero e gli altri edifici tardoantichi recentemente individuatri e successivamente la sua basilica gemina, dedicata anch’essa al Salvatore detta Stefanìa.

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Elaborazione grafica del Sersale (1700) della sovrapposizione del duomo angioino sulle preesistenti basiliche gemine: la bsilica Cattedrale detta di Santa Restituta, ridotta nella sua lunghezza, e la Basilica del Salvatore detta Stefania diroccata. La seconda immagine riproduce con un ideale “volo d’uccello” la configurazione planimetrica delle due basiliche, così come le ha immaginate l’archeologo Alessio Simmaco Mazzocchi nel 1700.

La Stefanìa costruita dal Vescovo di Napoli Stefano I (496-?) fu distrutta da un incendio, ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca e Vescovo Stefano II (756-789). Nel 512 ci fu un violento terremoto di ogine vulcanica che sconquassò Napoli; e poi la guerra gotica, l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edfici della cittadella vescovile, alla basilia Stefania e certamente anche alla parallela adiacente basilica detta di Santa Restiututa, che dovette essere anche essa restaurata, se non addirittura parzialmente ricostruita fra l’VIII e il IX secolo, subendo nell’impianto planimetrico la totale modifica con la rotazione del suo asse di 180 gradi, e certamente fu dotata di una facciata monumentale verso sud realizzata al posto della antica abside, e di uno spazio esterno porticato. La basilica detta Stefanìa, pare avesse anche essa una facciata monumentale  verso Sud, con due campanili: quello di sinistra a scavalco del tratto di strada di accesso alla cittadella vescovile, realizzato su una torre di difesa del VI-VII secolo che poi costitui la struttura di base sulla quale fu realizzato il campanile medioevale, crollato per l terremoto del 1349 e mai più ricostruito, e quello di destra che alla base conteneva già un antico oratorio individuato come l’oratorio di San Pietro dei Minutolo.

2 – Giovanni Boccaccio ambienta la conclusione della seconda novella della quinta giornata del Decamerone, nella Cappella dei Capece-Minutolo. Il sepolcro di Filippo Minutolo, citato nel Decamerone, attribuito ad Arnolfo di Cambio, è quello a destra dell’Altare del sacello, come informa la fascia dedicatoria:

MAGNANIMUS CONSTANS PRUDENS FAMAQ. SEREN. PHIPILLUS PRESUL MORUM DULCEDINE PLENUS PATRIAE DECUS ET FLOS ALTA PROPAGO HIC SILETTEGITUR IACET HIC PROBITATIS YMAGO.

In esso rimasero le spoglie mortali del Arcivescovo Filippo fino al 1721, quando in esecuzione di un decreto della Sacra Congregazione dei Riti, che vietava la presenza di cadaveri in sepolcri elevati da terra, furono esumate e, trovate intatte e flessibili, sistemate nude in una cassa di legno nella cripta della cappella e offerte alla curiosità dei turisti. Il Cardinale Alfonso Castaldo, Arcivescovo di Napoli (1958-1966), nel 1965 decretò la definitiva inumazione delle sue spoglie mortali, nell’antico sarcofago. Nel 1721, sulla fascia laterale del sarcofago fu apposta la seguente iscrizione:

Cineres tam Enrici Minutoli s.r.e.c. / et archiepiscopus neapolitani / quam Ursi archiepiscopi salernitani / in hoc sacello repèerta non sunt sed tantum / corpus d. Philippi Minutoli eiusdem ecclesiae / presul quod anno d.ni 1721 die vero / decima mensis octobris sub presulato Francisci Pignatelli s.r.e.c. opera patri d. Francisci Capicy / Minutoli c.r. deputati totius familiae minutolorum subtus sacrarium eiusdem / sacelli decentiuus reposuit ut decretis s.c. ritum pareret.

Al disotto della iscrizione settecentesca fu apposta la iscrizione che ricorda la definitiva inumazione della salma di Filippo Minutolo nel sarcofago antico:

A.D. MCMLXV / cineres d. Philippi Minutoli arch.neap. / desiderio totius familiae minutolorum / ex sacrario huius sacelli hoc in monumento / reconditi sunt /  annuente Alfonso Castaldo/ s.r.card. et arch.neap.

3 – (Cfr. AA.VV. a cura di D.Sartore e A.M. Triacca, Nuovo dizionario di liturgia, Edizioni Paoline). Anàstasis (= risurrezione): con tale nome Eteria definisce la zona Ovest della chiesa del S. Sepolcro di Gerusalemme, in cui si trova il sepolcro di Cristo. In quel luogo, durante l’ottava pasquale, il vescovo teneva le mistagogie ai neofiti. Per estensione, il nome fu applicato anche ad altrre basiliche dell’antichità. La antichissima basilica romana intitolata a S. Anastàsia, martire della persecuzione neroniana, in antico era forse utilizzata come sede per le catechesi ai neofiti romani.

4 – (Cfr: Wikipedia). La Croce potenziata, è una Croce greca con tutti i bracci uguali che terminano con una Croce in Tau, da ciò il suo nome. La Croce potenziata è da sempre simbolo cosmico attraverso il numero quattro che rimanda ai quattro punti cardinali, all’infinito e ai quattro elementi primordiali e sta a significare la presenza cosmica della potenza divina. La presenza della Croce greca sulla lastra utilizzata come antependium del piccolo Altare, recuperata, probabilmente, fra i marmi di risulta del cantiere del Duomo angioino, dall’Arcivescovo Filippo Minutolo, è una ulteriore conferma della sua provenienza dalla basilica detta Stefanìa, che basilica gemina della basilica Cattedrale napoletana, detta di Santa Restituta, al tempo della costituzione del Ducato di Napoli, era già funzionante, fondata dal Vescovo Stefano I (496-513) e con l’arrivo dei bizantini vide attribuirsi gradatamente un ruolo amministrativo preminente, specialmente durante il periodo detta vescovile, intorno al 763, con la presenza di un clero greco, accanto ad un clero romano. Nella Stefanìa, probabilmente, si officiava in rito greco ed in essa era concentrata la attività pastorale-amministrativa e politica del Vescovo-Duca, e fu il Vescovo-Duca Stefano II (756-799), bizantino, che ricostruì l’edificio distrutto da un incendio. La presenza sul manufatto della Croce potenziata, poi, contribuisce a datarlo fra il VII e l’VIII secolo e collocarlo nell’ambito della Chiesa bizantina, in un tempo in cui anche a Napoli si celebrava la vittoria dell’imperatore Eraclio, nel 628, sui persiani di Crosoe II, che avevano occupato Gerusalemme nel 614 e avevano trafugato tutti i tesori e le reliquie e fra queste la Vera Croce che fu riportata a Gerusalemme nel 630, con la Memoria liturgica della Esaltazione della Croce, come commemorazione del ritorno trionfale della Vera Croce a Gerusalemme. Il Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli, redatto e scolpito nel IX secolo, negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV detto lo Scriba, che fu Vescovo di Napoli dall’842 all’849, o negli anni dell’episcopato di Sant’Atanasio I che fu Vescovo di Napoli dall’850 all’872, assegna al 3 maggio la Memoria Liturgica del RITROVAMENTO (della) S(anta) CROCE da parte di Sant’Elena nel 320 e al 14 settembre la  Memoria Liturgica della PAS(sione di) S(an) CIPR(iano) ED ESAL(tazione) della S(an)TA CROCE. San Cipriano di Cartagine denunciò con i suoi scritti la necessità dell’unione dei cristiani con i rispettivi vescovi e con questi con il Vescovo di Roma, successore di Pietro sulla Cattedra romana da lui fondata, unità attraverso Cristo, morto sulla Croce per la salvezza di tutti, e perché si costituisse un solo gregge con un solo Pastore. Il Calendario, fu redatto per gli usi liturgici delle due componenti confessionali, romana e bizantina che a Napoli convivevano autonomamente e in pace nei due riti, anche se in alcuni periodi di forte influenza bizantina nel governo della Città che cercava l’autonomia da Costantinopoli, attraverso Vescovi-Duchi o Duchi-Vescovi, o Vescovi e Duchi e viceversa, nominati dall’Esarca di Ravenna prima e poi dallo Stratega di Sicilia, il rito greco ebbe una maggiore ascendenza popolare.  

5 – Entrambe le materie comuni del pane e del vino, utilizzate ieri come oggi e in futuro, come materia per il Sacrificio Eucaristico, transustanziate per la potenza di Dio, diventano oggi, come ieri e come avverrà sempre, vero Corpo e vero Sangue di Gesù Cristo. La Celebrazione Eucaristica era articolata diversamente, perchè allora veniva data maggiore importanza alla narrazione dei fatti della vita di Gesù e alla catechesi, ma non era diversa nella sostanza, dalle attuali Celebrazioni. La Messa era ed è e sarà sempre il memoriale della passione del Signore, che non significa solo ricordo, commemorazione di ciò che avvenne allora, ma per la la potenza di Dio, ciò che avvenne allora è reso presente, attuale, durante ogni Messa, in ogni luogo, in ogni tempo, ieri come oggi e come lo sarà fino alla fine dei tempi, cioè la presenza reale, viva, operante nella Assemblea Liturgica di Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità: presenza che si protrae nel tempo attraverso le Specie Eucaristiche consacrate e conservate nei tabernacoli, in ogni luogo e in ognì tempo. Le parti fondamentali della Messa sono due, strettamente correlate; La Liturgia della Parola, durante la quale è Dio stesso, che attraverso la proclamazione, la lettura pubblica dei Sacri Testi, parla ai fedeli riuniti nel Suo nome e la Liturgia Eucaristica che celebra il memoriale della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo.  I fedeli convocati, riuniti dai riti di introduzione, formano una comunità orante in cammino verso la meta escatologica; si dispongono ad ascoltare la Parola e la catechesi; celebrano insieme l’Eucaristia e processionalmente continuano il loro andare verso Cristo  presente e vivo in mezzo a loro, Pane vivo disceso dal cielo, (Gv.6,33); ricevono il Pane Eucaristico, il Corpo di Cristo nel cavo della mano destra e dopo si accostano al calice per ricevere il Suo Sangue, come avveniva in epoca apostolica (cfr. San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimale XXIII) e, come avviene oggi in attuazione della riforma liturgica conciliare. Al termine della Messa ricevono il mandato che scioglie l’Assemblea: ANDATE. La locuzione latina ITE MISSA EST, è diventata oggi la formula comune di congedo, al termine della Celebrazione Eucaristica: tradotta letteralmente significa: ANDATE (l’offerta) E’ STATA MESSA. L’offerta è la materia del Sacrificio, il Pane Eucaristico transustanziato in vero Corpo di Cristo che il presbitero poneva negli appositi contenitori, perché fosse portato dai diaconi agli ammalati, agli assenti, perché anche essi,  fossero  parte della comunità orante, godendo degli stessi benefici scaturenti dalla partecipazione alla  Eucaristia, che significa rendimento di grazie a Dio per il dono ineffabile del Figlio Suo Unigenito, morto e risorto per la salvezza di tutti e i pezzi di Pane Eucaristico che avanzavano venivano conservati come viatico per i moribondi, non come termine di culto.

6 – Cfr. dom Cassian Folson OSB, Breve storia della custodia dell’Eucaristia.

7 – (Cfr. Nuovo Dizionario di Liturgia, a cura di D. Sartore e A.M. Triacca, Ed. Paoline. …L’Altare, Mensa del Signore, tavola del cenacolo e della locanda di Emmaus è anche l’immagine teologica di Cristo stesso, la roccia vivente di cui parla San Paolo (1Cor. 10,4). Per i cristiani non vi è che un solo Altare, come non vi è che un solo Tempio, il Cristo, allo stesso tempo, Vittima, Sacerdote e Altare del suo sacrificio. E’ quel Cristo mediesimo che sembra doversi ravvisare nello “Altare d’Oro posto davanti al Trono” evocato dall’Apocalisse (8,3). Simbolo del Cristo, l’Altare antico non tarda ad accogliere, al momento della sua dedicazione, le reliquie dei Martiri, associando al sacrificio di Cristo quello dei suoi testimoni. Perciò esso attinge il suo significato dall’Apocalise (6,9), dove il Veggente evoca l’Altare sotto il quale vede …le vittime di coloro che furono immolati a causa della Parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa….

8 – (Cfr. Cathopedia). Fin dai primi secoli del cristianesimo, il Pane Eucaristico veniva conservato, non come termine di culto, ma per essere utilizzato come conforto per gli ammalati e viatico per i moribondi, in appositi contenitori che avevano forma comune, come il cestino (canistrum, cista), così come appaiono in alcuni cicli mosaicati e in quelli ravennati. E’ a partire dal IX secolo, che  con le Decretali di Leone I (847-855), si specifica la forma delle pissidi, come vaso sacro destinato a contenere l’Eucaristia, ed il luogo dove contenerle, la Custodia Eucaristica, meglio stabilita con specifiche indicazioni nel X secolo, relativamente al posto dove doveva essere collocata e la sua difesa da ogni possibile profanazione. Variamente collocata in epoca altomedioevale: sospesa anche al ciborio (pisside pensile), e dal XIII secolo conservata in Tabernacoli sugli Altari, o vicini ad essi, la sua forma andava mutando nel tempo, passando dal piccolo contenitore a torre, a forma di colomba o di pellicano, con un  piede sottostante, per sostenerla, divenne custodia anche come termine di culto, per l’Adorazione Eucaristica stabilita dal Concilio di Trento (1545-1563).

9 – Cfr. Lettrera agli Ebrei.

10 – Cfr.  Jacopo da Varagine, (sec. XIII), La leggenda della Vera Croce.

11 – Cfr. Jacopo Manna, L’Albero di Jesse nel medioevo italiano un prfoblema di iconografia, 2001

12 –  (Cfr. G. Giraudo, In unum Corpus. Trattato mistagogico sull’Eucaristia, San Paolo, 2001). Nello spazio esuberante di grazia, in Eden (Gen.3), Dio e Adamo si incontrano e si muovono nel mutuo rispetto di ciò che è proprio del Creatore e di ciò che è proprio della sua creatura: il proprio di Adamo è nell’essere stato plasmato dalla terra e nell’avere ricevuto da Dio il soffio della vita; il proprio di Dio è descritto attraverso l’immagine di due Alberi: quello della Vita che designa Dio in quanto origine fondale del soffio della vita e perciò il solo Essere immortale; l’altro, è l’Albero della conoscenza del Bene e del Male, che designa Dio il solo a cui compete dare alla sua creatura la Norma, la regola di vita che da Lui solo procede. Alberi che appaiono come unico attributo divino, e stendere la mano contro l’Albero della scienza del Bene e del Male, equivale stendere la mano contro la Norma, la Legge, ossia ribellarsi a Colui al quale compete la Norma stessa, attendando contro l’origine fondale della vita. Gesù Cristo, è veramente uomo e veramente Dio, nella unità delle due persone di Figlio eterno del Padre. Ed è proprio questo essere veramente Dio e veramente uomo che attua l’unione tra Dio e l’umanità: L’iniziativa è di Dio Padre che ha progettato ab aeterno, di unire a se, in Cristo, l’umanità: Il Sommo Sacerdote, uomo, entra nel Santo dei Santi e ne riesce uomo come prima, Cristo Gesù, vero Dio e vero uomo, è entrato una volta sola nel Santuario ed è presente nel Santo dei Santi in eterno, Egli è l’Emmanu-EL, Dio con noi, il solo in grado di riconciliare, Sacerdote, Vittima e Altare, l’umanità con Dio.

13 – Cfr. Settimio Cipriani, Le Lettere di San Paolo, Ed. Cittadella, Assisi 1965.

14  – Cfr. Settimio Cipriani, op.cit.

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