L’ unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: il passus ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.

di Tino d’Amico

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L’autore e la moglie Pina sullo scalone d’onore del castello angioino.

A mio nipote  Mattia Pio

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NAPOLI  – DUOMO

Il pilastro maggiore dalla parte della navatella del Salvatore con il passus incastrato nella colonna d’angolo. (Foto di Luca D’Amore).

Il listello che fu il campione della unità di misura lineare giustinianea ed a cui nei vari periodi della nostra storia, in ogni contratto commerciale in cui si rendeva necessaria la misura canonica di riferimento, i contraenti dovevano rapportarsi e citare a garanzia da ogni frode, definito nei rogiti come Passus ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam è incastrato da sempre in una colonna del pilastro maggiore sinistro, dalla parte della navatella del Salvatore del duomo di Napoli, accanto al dossello dell’antico trono vescovile.

Il reperto, a parer nostro, è di epoca bizantina (VI secolo d.C.) e fu posto nella basilica gemina (1), sussidiaria della Cattedrale napoletana detta di Santa Restitura, nella basilica detta Stefanìa, in esecuzione di uno dei capitolati della Pragmatica Sanctio pro petitione Virgilii, emanata dall’imperatore Giustiniano I, il 14 agosto 554 per “…. portare rimedio ai mali che la tyrannorum bellica confusio e la gothica ferocitas….” avevano portato all’Italia durante la guerra gotica, e con lo scopo di riaffermare i diritti dei proprietari da ogni usurpazione, alleggerire la pressione tributaria, riordinare il sistema dei pesi e delle misure, più equamente amministrare la giustizia, riordinare l’annona, disciplinare il corso della moneta.

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NAPOLI – DUOMO

Planimetria generale del complesso Cattedrale – E’ evidenziato il luogo del pilastro maggiore che sopporta, dalla parte della navatella del Salvatore, la colonna con incastrato il PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM.

Con la emanazione della  Pragmatica Sanctio, Giustiniano promulgava in tutti i territori dell’impero il suo Corpus juris civilis del 524, che nella Novella CCXXVIII, Cap. XIII, V, stabiliva un nuovo sistema dei pesi e delle misure, abolendo il precedente confusionario sistema dei re goti che diversamente e arbitrariamente applicato nei territori dell’impero, favoriva nel commercio e nella raccolta dei censi da parte dei feudatari e degli appaltatori dei beni ecclesiastici, la frode nei confronti del popolo minuto.

Il Corpus Juris stabiliva anche che all’interno delle principali chiese di ogni città dell’impero, dovevano essere conservati i campioni delle unità di misura affinchè ognuno potesse rapportarsi ad essi in ogni controversia, rescritto confermato dalla Pragmatica Sanctio.

Uso questo conservato anche in epoche successive dai longobardi e dai  governi succedutisi in Italia, fino alla definitiva applicazione del sistema decimale francese, adottato progressivamente in Europa e poi in tutto il mondo,  fino al recepimento  del sistema internazionale unico delle misure del 1960.

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Gennaro Aspreno Galante(2) riferisce una notizia ripresa da Francesco Geva Grimaldi (3): per il entrambi il Cardinale Giuseppe Spinelli, Arcivescovo di Napoli dal 1734 al 1754, durante i lavori di abbellimento del duomo angioino dopo il disastroso  terremoto del 1732, lavori iniziati dal suo predecessore il Cardinale Francesco Pignatelli, (1703-1734), avrebbe fatto trasferire dalla cappella della famiglia Caracciolo-Pisquizy, la seconda della navata  destra del duomo, e incastrare nel pilastro maggiore di sinistra  la colonna scanalata  che sopportava da tempo immemorabile il passus.

Del passus, però, scrive il Summonte (4), che, nel pilastro maggiore sinistro, “….verso la porta si scorge un pezzo di ferro affisso in alto che per antica tradizione si ritiene essere la vera misura del passo napoletano, questo passo viene nominato in molti antichi strumenti e in particolare in uno del 1260 stipulato sotto re Manfredi…è di sette palmi e un terzo. Non mancano documenti anteriori che attestano l’uso di questo passo in Napoli e dintorni come regolo campione anche prima dei re svevi e normanni: Uso questo non esclusivo della Chiesa di Napoli….”.

La notizia riportata dal Galante e prima ancora dal Ceva Grimaldi, appare inesatta, se confrontata con quanto affermato dal Summonte e dal de Lellis (5), che muore a Napoli nel 1688, nel suo celebre manoscritto redatto intorno al 1654, che riferisce della presenza del passus già incastrato nella colonna di rinforzo del pilastro maggiore sinistro della crociera, di fronte alla porta di accesso al cortile di collegamento con il palazzo arcivescovile e l’antico seminario, “…nello stesso piliero, dalla parte di dietro e che riguarda l’ala della chiesa, vedesi affisso  il passo di ferro alla misura del quale misurar si deve da’ napoletani cittadini, nella loro città e distretto, e da tutti gli altri contraenti che a tal misura si sottopongono , dicendo il Chioccarello, trattando dell’arcivescovo Umberto di Montauro (nda. 1308-1320), nella fine, che tal passo da’ tempi antichissimi fu dato a conservare alla maggior chiesa di Napoli….”, reperto non menzionato nella descrizione del duomo, del d’Engenio (6), del 1624, menzionato invece dal Chioccarello (7) e dal Celano nel 1629 (8) e da altri autori.

E’ noto attraverso la letteratura che colonne provenienti dalla distrutta basilica detta Stefanìa e dalla ridimensionata e ruotata nel suo assetto planimetrico basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, a loro volta provenienti da un tempio sacro ad Apollo (9), o comunque da edifici termali di epoca greco-romana esistenti nell’area che poi verrà occupata dal complesso episcopale napoletano (10), furono utilizzate fin dall’inizio dei lavori di costruzione del duomo angioino per rinforzare i pilastri che il terremoto del 10 settembre 1349, che provocò il crollo parziale della facciata dell’edificio, aveva dissestato, aggravando una situazione pregressa dovuta anche all’utilizzo di materiali e malte scadenti (11).

Il posizionamento della colonna scanalata con il passus incastrato in essa a rinforzare il pilastro maggiore di sinistra, dalla parte della navatella del Salvatore, secondo alcuni autori, corrisponderebbe a questa generale attività di consolidamento e non risponderebbe ad attività di restayling attuata in epoche diverse, non riscontrabili, come qualcuno ritiene.

Questi autori non considerano invece la più probabile esigenza di conservare il listello campione della unità di misura lineare bizantino, ancora in uso in epoca angioina, dove fu posto in antico, presso l’abside della basilica detta  Stefanìa, posizionandolo nel nuovo edificio accanto ad un simbolo del potere, il trono vescovile, che ne garantisse  con la sacralità, la regolarità dell’uso, considerando piuttosto il supporto storico, la colonna, come rinforzo del pilastro maggiore sinistro.

Il passus, afferma Ceva Grimaldi e con lui il Galante, era già da tempo incastrato in una colonna scanalata, presso la cappella della famiglia Caracciolo-Pisquizy, da li trasferita e murata nel pilastro maggiore sinistro del duomo.

Notizia fantasiosa questa: entrambi riportano quanto altri hanno affermato nel tempo, ipotizzando immotivati trasferimenti del reperto, che certamente non avevano  mai visto nei pressi della cappella dei Caracciolo-Pisquizy, e  che invece non hanno volontariamente voluto osservare accanto all’antico dossello del trono vescovile.

Hanno invece preso posizione chiara, entrambi gli studiosi, nella polemica che contrapponeva il potente Capitolo Cattedrale al più umile Collegio degli Ebdomadari, e nell’acceso dibattito sulla esistenza o meno della sede storica di quest’ultimi, la basilica detta Stefania, negando la sua esistenza e negando così la loro istituzione atanasiana.

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NAPOLI – COMPLESSO EPISCOPALE – AREA PALEOCRISTIANA

Il CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA NAPOLETANA – Dettaglio.

Oggetto ancora di dissertazioni, l’esistenza della basilica detta Stefanìa è confermata dalla data della memoria liturgica della sua dedicazione, fissata sul Calendario marmoreo della Chiesa di Napoli, scolpito nel IX secolo, negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV  detto Lo Scriba, che fu Vescovo di Napoli dall’842 all’849 o negli anni dell’episcopato  di Sant’Atanasio I che fu Vescovo di Napoli  dall’850 all’872, ed assegnata al giorno 1 dicembre: “…DEDIC(azione) (della) BASILI(ca) STEFAN(ia), (ovvero: di STEFAN(o Vescovo)…” (12).

La citazione  della memoria liturgica della Dedicazione della basilica gemina detta Stefania, piuttosto che quella della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, o comunque della memoria della Dedicazione di entrambe, fa supporre che al tempo della redazione del Calendario marmoreo (sec IX) la basilica del Salvatore, detta Stefania, ricoprisse un ruolo preminente rispetto all’altra basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Nel 661 i poteri civili e militari vennero accentrati in un dux nominato dall’imperatore d’oriente e sottoposto all’esarca di Ravenna e, con la fine dell’esarcato, allo stratega di Sicilia.

Nello stesso periodo il ducato napoletano cominciò a costituirsi come stato indipendente: nel 763 Stefano II riuscì a rendere indipendente da Bisanzio il ducato napoletano e il dux aveva anche l’autorità vescovile sulla diocesi.

A Napoli si riscontrava già da tempo una contrapposizione fra clero bizantino e clero romano, anche se apparentemente una tacita convivenza sembrava esistere fra le due componenti.

Anche nella basilica detta Stefanìa fu posta la Cattedra Vescovile e il governo della città era nelle mani di un Vescovo-Duca, o Duca-Vescovo, o Vescovo e Duca, comunque bizantino, e questo fa supporre un ruolo preminente della basilica, non solo amministrativo, ma anche come sede del governo liturgico-pastorale della diocesi.

Il passus fu incastrato in epoca bizantina nella prima colonna a sinistra guardando l’Altare della basilica detta Stefanìa o, forse, incastrato nella stessa colonna, posta accanto all’ingresso principale della basilica stessa.

Il Ceva-Grimaldi riferendo il posizionamento della colonna che sopporta il passus  in altro luogo, lo fa per affermare anche l’origine della autorità amministrativa pubblica del Collegio Canonicale che aveva ed ha sede nella antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituta che non riconosceva al Collegio degli Ebdomari la fondazione giuridica atanasiana, negando l’esistenza della Cattedrale, detta Stefanìa, che solo una accurata indagine archeologica può confermare o meno.

Il Calendario Marmoreo, riferimento certo, fu scoperto occasionalmente nel 1734, rimuovendo delle lastre di marmo murate nella basilica di San Giovanni Maggiore e solo nei primi anni del passato secolo fu oggetto di approfonditi studi storici e filologici: gli autori citati non conoscevano certamente il Calendario.

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Planimetria del complesso cattedrale di Napoli, elaborata da Alessio Simmaco Mazzocchi e disegnata dal cartografo Sersale.

L’ipotesi della modifica planimetrica della basilica Cattedrale costantiniana (13), ipotesi proposta  nella metà del ‘700 dal Canonico Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e pubblicata insieme ad alcune planimetrie del cartografo Sersale da A. Franchini nella seconda metà del ‘700 (14), è forse anche all’origine della tesi della presenza del passus presso la cappella dei Caracciolo-Pisquizy, già oggetto di dissertazioni dai primi anni del ‘700 e che comunque i citati autori non videro mai in quel posto, perché come affermato da altri autori, esso  è da sempre murato con la colonna che lo sopporta, scanalata e poi lisciata nell’800,  nel pilastro maggiore sinistro  del duomo angioino.

Per il Ceva Grimaldi e per il Galante il passus fu posto nei pressi della antica abside della basilica detta di Santa Restituta che secondo anche il Mazzocchi, si sviluppava circa nell’area occupata poi dalla costruzione angioina.

Ma costoro, raccogliendo notizie sparse, anche orali, non riconoscendo l’esistenza della basilica detta Stefania, confondevano le absidi antiche della Cattedrale costantiniana detta di Santa Restituta, con le abside della basilica gemina della Cattedrale, detta Stefania, dove il passus probabilmente fu posto in epoca giustinianea e da dove fu rimosso con il suo supporto e riposizionato, nella stessa area, nel pilastro maggiore sinistro dell’edificio angioino.

Il reperto, sostenevano, si sarebbe trovato dopo la ricostruzione della Cattedrale detta di Santa Restituta in un luogo esterno ad essa.

Ipotesi assurda perchè al tempo della modifica dell’assetto planimetrico della Santa Restituta e della sua ricostruzione o ristrutturazione, il passus costituiva ancora il listello di raffronto canonico delle misure lineari, e Napoli era  Ducato bizantino al tempo del rescritto giustinianeo, lo era ancora nell’VIII-IX secolo e la basilica detta Stefanìa, svolgeva un ruolo preminente, come sede vescovile del Duca-Vescovo bizantino, in contrapposizione al clero romano.

Una diversa collocazione del listello, equivaleva a stravolgere il rescritto giustinianeo e la sua collocazione nel duomo è giustificata dal suo utilizzo, anche in epoca angioina, come unità lineare di raffronto giuridico, nelle compravendite.

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Ricostruzone, in un disegno di A. Formisano, dell’assetto del Duomo angioino prima del terremoto del 1456

Il 5 dicembre 1456 un forte terremoto danneggiò il duomo e molti edifici cittadini (15).

Crollò parzialmente la parete della navatella del Salvatore, la torre angolare accedibile dalla stessa navatella, detta tesoro vecchio, molte sezioni delle pareti e delle volte della navatella del Salvatore e della navatella di Sant’Aspreno e i pilastri risultarono gravemente lesionati.

Si verificarono danni anche alla cappella reale di San Ludovico d’Angiò, la attuale sacrestia e all’abside e al suo catino.

Nei documenti che raccontano del terremoto non c’è riferimento di danni ai due pilastri maggiori e al grande arco trionfale che chiude la navata centrale, risultato ancora integro al tempo degli ultimi lavori di consolidamento e restauro all’edificio (1969-72).

Furono disposti tempestivamente i piani di ricostruzione dell’edificio che si protrassero fino al 1471, dall’allora Arcivescovo, Cardinale Rinaldo Piscicello (1451-1457) e continuati dagli Arcivescovi  Cardinale Giacomo Tebaldi (1458-1458) e Oliviero Carafa (1458-1484), con il contributo di Ferrante d’Aragona, del Pontefice del tempo, Paolo II (1464-1471) del Cardinale  Carafa, del popolo e di alcune famiglie nobili napoletane, che apposero sui pilastri ricostruiti con il loro contributo il proprio stemma (16) mentre quelli dell’aragonese, del Pontefice e del Carafa furono apposti sulla facciata dell’edificio, da dove poi sono stati rimossi nell’800, quando è stata costruita la attuale, e recentemente sistemati, insieme ad altri stemmi, nel cortile delle pietre.

Accanto al dossello del trono vescovile, il settimo pilastro, non reca stemma, perché ricostruito a spese del popolo napoletano.

Il successivo pilastro maggiore,  non subì danni e non dovette essere ricostruito: il passus era già incastrato nella colonna scanalata posta  a sostegno del pilastro stesso,  e non fu mai rimosso.

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Alcuni ritengono che il listello oggetto di questo studio non risalga al periodo ducale bizantino di Napoli e che invece potrebbe essere stato posto in quel luogo in epoca angioina, oppure in esecuzione dell’Editto aragonese di perequazione deì pesi e delle misure nel Regno di Napoli che stabiliva la collocazione di un regolo, misura lineare canonica, nelle principali chiese del Regno, nelle sedi dei Tribunali e nelle Camere Baronali, con le unità di misura canoniche per i pesi e per i liquidi, così come già  in antico.

Nel primo caso gli angioini ereditarono il precedente sistema di misura già in uso nei territori del Regno di Napoli, quello giustinianeo, anche se con alcune modifiche, nel secondo caso il listello, esaminato nella prima metà dell’800,  risultò essere anteriore all’epoca aragonese, come affermato dal Visconti.

Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo (1364-1458), re di Napoli dal 1432, aveva provveduto alla perequazione dei pesi e delle misure nel Regno: il suo successore Ferdinando I (Ferrante d’Aragona, 1424-1494), che regnò dal 1458, con un Editto del 1480, emanato per contrastare gli abusi commessi degli Ufficiali delle Camere Baronali nei confronti dei vassalli e dei contadini, nella riscossione dei censi e nella raccolta delle granaglie, ordinò nuovamente la perequazione dei pesi e delle misure in tutto il Regno, uniformandole a quelle già in uso a Napoli e dispose la collocazione in Castel Capuano, sede anche della Vicaria, delle misure canoniche di riferimento per i pesi, i liquidi e lineari, incastrate e incavate in un supporto di pietra ancora visibile nella prima metà del ‘700 quando in una supplica del 1778 sulla uniformità dei pesi e delle misure,  diretta a Ferdinando  I di Borbone (1751-1825) Re delle Due Sicilie con il nome di Ferdinando IV dal 1759, veniva citata la iscrizione che, incisa sulla pietra, ne autenticava i campioni incastratri e incavati su di essa:

FERDINANDUS. REX. IN. UTILITAT-

EM. RE. P. HAS. MENSURAS, PER. MAGIST-

ROS. RATIONALES. FIERI. MANDAVIT.

Ferdinando Visconti (17), riporta una descrizione dettagliata del passus, rimosso temporaneamente dal suo antico supporto e riposizionato qualche decennio dopo, nella prima metà dell’800.

“…..Entrando nel duomo di Napoli, si vede nella faccia posteriore dell’ultimo pilastro, a sinistra un’asta di ferro infissa nel pilastro medesimo, la quale per antica tradizione si crede da tutti che sia la misura del passo agrario di Napoli che è di palmi sette e mezzo: Tale sorta di campione è infisso molto in  alto, e disposto in situazione verticale, talechè incomodissima cosa sarebbe il misurarlo con quella scrupolosa esattezza che al caso nostro si converrebbe senza staccarlo dal pilastro suaccennato. Una tale circostanza fu forse cagione perchè la Commissione del 1811 non fece conto alcuno di cotesto campione del duomo: Intanto nel mese di maggio 1837 si volle restaurare l’interno del duomo, ed in tale occasione il suddetto campione fu distaccato dal suo pilastro, e deposto nella sagrestia ove fu conservato. Si ebbe allora tutto l’agio di osservarlo e di misurarlo ciocchè fu da noi praticato. Le estremità di quell’asta di ferro sono ricurve quasi ad angolo retto, ma senza formare un angolo preciso, giacchè i vertici sono ritondati, e ciascuno presenta presso a poco il quadrante di un circoletto che avesse circa un’oncia di raggio. Ad una estremità si distingue un vestigio d’impiombatura da potersi col suo mezzo fissare con una certa precisione il punto della superfice esteriore dell’asta di ferro ove questa s’internava nel pilastro. L’altra estremità si osserva monca, perchè la parte ch’era nel pilastro vi era rimasta infissa, e parea che quella rottura fosse stata recente. Tutta l’asta suddetta, sebbene apparisse molto antica, pure non sembra che la sua antichità possa giungere oltre i 500 anni, siccome alcuni credono: mentre essendo stata esposta per un  tanto decorso di tempo….Attualmente però quel campione del duomo è stato reso del tutto inutile al suo oggetto, poichè avendolo di nuovo infisso nel pilastro dal quale era stato distaccato, ve lo hanno tanto internato che la sua esteriore superfice appena risalta su quella del pilastro, e quindi la sua lunghezza non è più quella che aveva prima che fosse distaccata…” (18)

La testimonianza del Visconti conferma ulteriormente la nostra tesi circa la autenticità e la antichità del reperto e contraddice  quanto affermato dal Ceva Grimaldi e dal Galante (19) confermando la presenza del passus infisso nella colonna incastrata nel pilastro maggiore di sinistra, fin dal tempo della costruzione dell’edificio angioino.

Il Cardinale Giuseppe Spinelli Arcivescovo di Napoli dal 1734 al 1754, promosse un’azione di restauro del duomo, continuando l’opera già iniziata dai suoi predecessori, urgente per i gravi dissesti provocati da due terremoti, nel 1732 e nel 1733.

Il restauro dell’edificio, sospeso e poi continuato dai suoi successori, fu nuovamente interrotto per le vicende politiche del 1799 e la successiva occupazione francese;  fu ripreso poi dal Cardinale Filippo Giudice-Caracciolo, Arcivescovo di Napoli dal 1833 al 1844, che promosse l’abbellimento interno del duomo, citato dal Visconti.

In quella occasione fu rimosso l’intonaco dai muri e dalle colonne, alle quali fu dato il lucido e molte di esse private della scanalatura antica e  furono coperti di marmo anonimo i pilastri.

Fu un vero disastro per il duomo perché molti preziosi marmi, opere d’arte, cimeli ed epigrafe andarono perduti.

Il passus, come racconta il Visconti, fu rimosso dal supporto antico e riposizionato al suo posto al termine dei lavori, completati non dal Cardinale Arcivescovo Giudice-Caracciolo, ma dal suo successore il Cardinale Sisto Riario Sforza, Arcivescovo di Napoli dal 1845 al 1877 e fu una scelta oculata, quella di rimuovere temporaneamente il reperto dal suo supporto: durante gli ultimi interventi di restauro al complesso angiono (1969-72), qualcuno non conoscendone il valore storico, ritenne opportuno rimuovere “…un inutile pezzo di ferro che deturpava una antica colonna…”.

Il passus fu salvato dalla distruzione, dal Canonico Cimiliarca del Collegio canonicale di Santa Restituta, Mons. Giuseppe Muller, che per puro caso si trovò nei pressi del pilastro maggiore con i tecnici del  cantiere, mentre un operaio si accingeva a rimuovere “il pezzo di ferro”.

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Gli antichi conservavano in un luogo sacro i campioni delle unità di misura, per rapportarsi ad esse perché, uso comune, in ogni epoca della storia si frodava nelle compravendite.

Nel biblico Libro dei Proverbi, (Pr. 20,10) redatto intorno al 700 a.C. e che raccoglie anche detti attribuiti a Salomone (X secolo a.C.) troviamo  uno stico che stigmatizza questo comportamento comune allora, come oggi:

 Doppio peso e doppia misura

sono due cose in abominio al Signore

A Roma le unità di misura canoniche per i liquidi e i solidi, erano conservate nel tempio di Giove Tarpeio e le varie contrattazioni di commercio avvenivano invocando la divinità come testimone della genuinità del prodotto e garanzia delle misure.

Il de Lellis (20), riporta a tal proposito una frase che trae da Quinto Remmio Palemone (21):

quam ne violare liceret

sacravere Jovi Tarpeio in monte Quirites

Il campione della unità di misura lineare di base, il piede, simile nella lunghezza a quello greco, era conservato invece nel tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio (22)..

A Pompei, nel muro perimetrale del tempio di Apollo fu realizzato un ambiente che costituiva l’ufficio pubblico per il controllo delle misure di capacità, la mensa ponderaria del mercato.

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POMPEI SCAVI

La mensa ponderaria presso il tempio sacro ad Apollo.

Queste misure alla fine del II secolo a.C., quando essa fu realizzata, erano ancora calibrate sul sistema di misura locale, osco, e al tempo di Augusto, quando la città divenne colonia romana, furono ragguagliate alle unità di misura del sistema romano, come risulta dalla iscrizione apposta:

A(ulus) CLODIUS A(uli) F(ilius) FLACCUS N(umerius) ARCAEUS N(umeri) F(ilius) ARELLIAN(us) CALEDUS D(uo) V(iri) I(ure) D(icundo) MENSURAS EXOEQUANDOS EX DEC(urionum) DECR(eto). Il cui significato è il seguente: “Aulus Clodius Flaccus, figlio di Auluis, Numerius Arcaeus Artellianus Caledus figlio di Num,erius, duoviri con potere giurisdizionale (attesero) per deliberazione decujrionale a ragguagliare le mìsure metriche”.

Ma in essa non è stata rinvenuta traccia della presenza di un listello per verificare le misure lineari.

Probabilmente anche nel FORO di Neapolis esisteva una mensa ponderaria nei pressi dell’aerarium, individuato da Mario Napoli (23) nell’area sottostante il transetto della basilica di San Lorenzo Maggiore.

Oppure presso il tempio di Giove, sulla cui area fu costruita la basilica di San Paolo Maggiore, non certamente presso il tempio di Apollo, decentrato rispetto al FORO, nei pressi di quella che sarà poi la cittadella vescovile di Napoli, perché pesi e misure non fossero falsati e violati.

Neapolis, città di origine greca, divenne prima città foederata di Roma, per circa due secoli (326-90 a.C.) e poi municipio romano, nel 90 a.C.con la lex Julia.

La città conservò la sua grecità dopo l’aspra reazione che seguì la trasformazione da città foederata, in municipio: Roma dovette autorizzare il permanere, nella ufficialità, della lingua greca e di usi e costumi greci.

Anche il sistema ponderale già in uso nella città dovette rimanere nelle attività mercatali.

L’unità di misura lineare fondamentale nel mondo greco fu il piede nei suoi differenti valori, dorico, attico-calcidico, ionico.

Ma le scarse indagini archeologiche condotte nell’erea del FORO di Neapolis non hanno consentito il rinvenimento di una mensa ponderale ne elementi tali da poter comprendere l’uso nella attività mercatale napoletana del sistema di misura romano certamente perequato, oppure se, conservando la città la sua grecità, il sistema metrico rimase quello greco.

Nell’84 a.C, Napoli patteggiò nella prima guerra civile per Mario contro Silla.

Con la vittoria di quest’ultimo entrò a  far parte definitivamente della romanità, pur conservando le sue tradizioni greche, per lo scarso interesse di Roma nei confronti della città, abbandonata al suo declino politico ed economico: la città principale della Campania Felix, era Capua sede della guarnigione militare e anche del Tribunale.

La città fu vittima delle invasioni barbariche; dal VI secolo d. C. divenne bizantina, con Belisario nel 536, e nel 542 fu occupata da Totila.

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Il de Lellis (24) riferisce quanto legge in Chioccarello (25), il quale discorrendo della attività politica e pastorale dell’Arcìvescovo di Napoli Umberto d’Ormont (1307-1320), riferendo della presenza del reperto, incastrato nel pilastro maggiore sinistro del duomo di Napoli dice che : “…tal passo dà tempi antichissimi fu dato a conservare alla maggior Chiesa di Napoli…e che anticamente fusse stato costume di conservarsi (nei luoghi sacri n.d.a.) i pesi e le misure acciocchè dagli huomini perversi e tristi, atterriti dalla religione de’ luochi ne’ quali si conservavano, non fussero violate, e così, i sudditi da pesi e misure ingiuste  non venissero gravati…Anzi ciò fu poi con particolar legge dell’imperador Giustiniano stabilito, cioè che tutti i pesi e le misure si dovessero conservare in ciascheduna città…”.

Il riferimento è alla citata Pragmatica sanctio pro petitione Virgilii che costituì la base della giuirisdizione imperiale in Italia per tutto il periodo della dominazione bizantina.

La Pragmatica sanctio non fu emanata dietro esplicita richiesta di Papa Virgilio (26) come comunemente si ritiene ma il suo nome fu usato per sfruttare la sua riconosciuta autorità morale  e religiosa e per giustificare il potere bizantino in  Italia (27).

Emanata da Giustiniano I (482-565) imperratore bizantino dal 527 (28) riconferma la disposizione giustinianea che imponeva la presenza nelle principali chiese di Costantinopoli e delle città dell’impero, di listelli, misure canoniche di lunghezza, a cui rapportarsi nella attività di compravendita di terreni, provvedimento non nuovo.

Listelli canonici di raffronto per le misure lineari furono inviati anche a Roma, consegnati al Senato, come deposito degno della sua attenzione, perchè disponesse la consegna degli stessi per la loro esposizione nelle chiese principali di tutte le province d’Italia sottoposte a Costantinopoli, perchè dopo le invasioni barbariche, con l’istituzione dei censi si verificavano frodi nella raccolta delle granaglie e nei contratti di compravendita di terreni.

Già Teodosio I (347-395), imperatore romano dal 378, per porre rimedio all’uso frequente di pesi falsati e misure lineari contraffatte, emise analogo provvedimento.

Il suo successore Onorio (384-423), imperatore romano d’occidente dal 395, ordinò ai governanti delle province di stabilire unità di misura lineari canoniche a cui rapportarsi nelle attività mercatali e nei contratti di compravendita di terreni, e unità di misura per i liquidi e per i solidi da utilizzarsi nella riscossione dei tributi e spedì a Roma modelli-prototipi di misure lineari e di capacità, perchè non venissero falsate e dispose che nei contratti venisse posta la clausola …acceptus, ab imperatore mensuras, vel papa, vel sanatus servabunt…” (29).

Il sopruso, allora come oggi, era diffusisssimo, documentato fin dal VI secolo d.C. al tempo di Papa Gregorio Magno (590-604), quando gli appaltatori dei beni ecclesiastici imponevano pesanti gabelle ai coloni in luogo di quelle stabilite, come del resto facevano i feudatari, attraverso l’operato degli ufficiali, e poi faranno i baroni che raccoglieranno, tramite gli stessi ufficiali delle camere baronali, le granaglie e i tributi versati dai vassalli e dai contadini, utilizzando il tomolo signorile più voluminoso rispetto a quelo stabilito e utilizzato per la compravendita delle stesse granaglie agli stessi contadini, oppure utilizzavano nei contratti di passaggio di proprietà dei terreni, misure lineari falsate per frodare o l’uno o l’altro dei contraenti.

Liutprando (circa 690-744), re longobardo d’Italia dal 712, secondo Paolo Diacono (30), intelligente ed energico, amato e temuto dal suo popolo che in lui ammirava la saggezza e l’efficienza nel governo, modificò ampiamente il vecchio Codice promulgato da Rotari (606-652) re longobardo dal 636, è promulgò nuove leggi, divenendo dopo quest’ultimo il più grande dei legislatori longobardi.

Il suo Corpus legislativo mirava ad affermare il diritto realizzando la giustizia, adempiendo alla volontà di Dio.

….il cuore del re è nelle mani di Dio….così recita il prologo della Liutprandi leges.

Con esso tentò di modificare e perequare il sistema dei pesi e delle misure giustinianee, in vigore nei territori occupati, con quello longobardo.

Liutprando impose una nuova misura lineare fondamentale: il piede, da lui detto PES LIUTPRANDI, per arginare le frequenti liti che nascevano per le frodi nel misurare i terreni.

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FIRENZE – BATTISTERO –

Il Pes Liutprandi riprodotto in una antica colonna.

Secondo una leggenda, dotato di un piede molto grande, pensò di adottarlo come unità di misura fondamentale e lo appoggiò su una pietra, dove l’impronta si impresse miracolosamente e decretò che quella doveva essere la misura canonica di lunghezza a cui rapportarsi nelle compravendite di terreni e stabilì anche nuove misure canoniche di raffronto per i solidi e i liquidi.

L’impronta del piede di Liutprando, è impressa su una pietra incastrata in un  pilastro del Battistero di Firenze, fin dal 770: usata come campione di raffronto per le misure lineari di superfice e questa unità di misura fu utilizzata nell’Italia settentrinale fino al XIX secolo, quando  entrò in uso il nuovo sistema metrico francese.

Il pes Liutprandi, come unità di misura non fu utilizzato nell’area di influenza romana e biìzantina, dove rimase in uso il sistema di misura giustinianeo, pur nelle leggere variazioni locali, ma sostanzialmente perequate al listello canonico di ragguaglio, il cui campione del duomo di Napoli costituisce l’unico esemplare superstite.

Entrambe le misure furono perequate e sostituite dal braccio, intorno al 1200, anche se continuarono ad essere utilizzate insieme.

Il braccio, unità di misura introdotta dai mercanti pisani, o secondo alcuni dai crociati di ritorno dalla Terra Santa, fu calcolata rapportandola al braccio di Cristo, la cui misura originaria fu forse ricavata dalla immagine sindonica e per questo accettata e stabilita con decreto pontificio.

Il riferimento al braccio di Cristo, nelle misure lineari medioevali, in alcune realtà locali dell’Italia settentrionale è frequente: il braccio torinese e fiorentino, per esempio, corrispondeva ad un terzo dell’Uomo della Sindone  (31).

Questo studio, limitato alla sola esposizione del reperto considerato di epoca giustinianea, conservato nel duomo di Napoli, notizia dell’uso nel tempo di altre misure lineari e di misure per solidi e liquidi, introdotte nei vari periodi della storia, non fornendo notizie di reperti di raffronto, perché non esistono campioni di misure canoniche che permettano di verificare i sistemi introdotti, tranne qualche raro campione di misura per solidi o liquidi, realizzato secondo l’arbitrio del ceto nobiliare e utilizzato nelle diverse realtà locali.

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La suddivisione politica e amministrativa dell’Italia Meridionale portò, nel corso dei secoli, nelle diverse realtà locali, all’uso di diversi sistemi di misura.

La stessa misura lineare che secondo il progetto giustinianeo doveva essere comune in tutte le Province dell’Impero, risultò essere diversa anche negli stessi territori dell’Italia Meridionale, sottoposti alla autorità bizantina per lungo tempo.

Ne è di esempio la pergamena aversana (32), un rogito notarile per la compravendita di un terreno, stipulato nel 1143, che riporta la misura dell’appezzamento di terra, nel territorio della città di Aversa, calcolato in base alla misura ufficale aversana in vigore in quel tempo: il passus ecclesiae Sanctae Crucis de Aversa.

Il listello di raffronto di questa misura lineare aversana, era già conservato allora, nella Chiesa della Santa Croce di Aversa che fu scelta come sua sede fin dal 1106, perché considerata la più antica chiesa parrocchiale del territorio, e sorgeva nei pressi dell’area mercatale, all’interno della murazione.

La chiesa è citata in documenti del periodo come edificio di culto per l’amministrazione dei Sacramenti agli abitanti della case, dei casali, delle ville del territorio e risultò inglobata insieme ad altri edifici all’interno delle difese realizzate dai normanni intorno al palazzo-castello adiacente ad un altro edificio di culto aversano, la chiesetta votiva di San Paolo che poi costituirà il primo nucleo della cattedrale aversana.

Il palazzo divenne il castrum del primo Conte di Aversa, quando il Duca di Napoli Sergio IV offrì l’agglomerato di case che costituivano il villaggio di Aversa, al nobile normanno Rainulfo Drengot ( ? – 1045), nel 1027 creandolo Conte di Aversa, in cambio del servizio militare mercenario dei normanni contro i longobardi di Capua.

Il possesso del territorio di Aversa da parte del ducato di Napoli fa supporre l’uso da parte dei normanni del passus ferreus S. Eccles. Neap. di antica introduzione bizantina a Napoli, nei primi anni della investitura della contea e almeno fino al 1092, per poi decadere nell’uso, quando la alleanza normanna con i longobardi contro i bizantini di Napoli, portò alla guerra bizantino-normanna (1050-1185).

Nel 1092 il passo napoletano, fu sostituito nelle contrattazioni aversane dal longobardo passus Laudanis Senioris Castaldei, a sua volta sostituito dalla misura detta Liberiana, anche essa di introduzione longobarda: il passus presbiteri Laudanis de Forignano Maiore, che rimase in uso ancora dopo il 1126, quando fu depositato il regolo di raffronto della nuova misura lineare aversana nella chiesa della Santa Croce.

Il Ducato di Napoli, dalla sua fondazione al tempo della guerra gotica (535-553) condotta dal comandante bizantino Belisario (500 – 565) rimase bizantino per altri cinquecento anni, alternando la sua dipendenza da Costantinopoli attraverso l’esarcato di Ravenna prima e poi attraverso l’autorità dello Statega di Sicilia, a peridi più o meno lunghi di autonomia politica, amministrativa, religiosa.

La città era dotata di una struttura militare e di una struttura amministrativa civile e con il tempo andò aumentando l’importanza del clero con il conferimento al Vescovo di ampi poteri giurisdizionali civili.

Sotto il nome di periodo vescovile si indica l’arco di tempo compreso fra il 578 e il 670 che vide l’affermarsi in città della carica vescovile come status di primaria importanza sia religiosa che civile dotata di potere temporale vero e proprio, oltre che spirituale.

Queste notizie, anche se sintetiche e non esaustive del periodo storico, che fu caratterizzato dalla presenza bizantina a Napoli, risultano utili per meglio inquadrare il contesto politico-amministrativo e religioso che recepì la nuove disposizioni di legge, il Corpus Juris Civilis giustinianeo e applicò le disposizioni scaturenti dalla Pragmatica Sanctio pro petitione Virgilii, per cui Napoli e le città del territorio del ducato bizantino si dotarono della misura lineare canonica di raffronto, il passus ferreus S. Eccles. Neap.

Il Ducato bizantino di Napoli, nel VII secolo, comprendeva anche i territori di Amalfi, Gaeta, l’Area Vesuviana, la Penisola Sorrentina, l’Area Flegrea, il Territorio di Afragola, Pomigliano d’Arco, Caivano, Sant’Antimo, il Giuglianese, il Nolano, l’Aversano, le Isole di Ischia e Procida e nel IX secolo anche Salerno.

Fin dalla costituzione al tempo della guerra gotica, fu un susseguirsi di  tentativi di eliminazione del potente Ducato bizantino, da parte dei vicini longobardi di Benevento, Salerno, Capua e tentativi di invasione da parte dei corsari saraceni di Agropoli, ma anche da parte dei bizantini che volevano riaffermare la loro supremazia sul Ducato contro i  tentativi di autonomia dei duchi.

Napoli dovette anche difendere la sua indipendenza dai Pontefici che ritenevano usurpato ogni loro diritto sull’Italia Meridionale da parte dei bizantini (33) e da parte dei normanni che con la creazione del Regno di Sicilia incominciavano l’occupazione della Penisola.

I Duchi di Napoli cercarono alleanze con i saraceni contro i longobardi di Benevento nell’836 e poi cercarono aiuto ai bizantini di Costantinopoli e agli amalfitani, contro i corsari saraceni agropolesi, nell’846 e nell’849 ; poi con i normanni contro i longobardi di Capua e contro i normanni che costrinsero alla capitolazione il Duca Sergio VII di Napoli nel 1137, decretando la fine del Ducato autonomo di Napoli.

Al tempo della guerra gotica, il complesso degli edifici vescovili napoletani, aveva già assunto una configurazione ben definita di cittadella, difesa da una torre, con ingresso dal largo di Capuana, l’attuale piazzetta Cardinale Sisto Riario Sforza (34).

Le attività episcopali si concentravano intorno all’antico oratorio che fu la casa di Sant’Aspreno (35), inglobato nella costantiniana basilica intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, Cathedrae Matricis, sede del potente collegio capitolare  (36) e della Cattedra del Vescovo, dove esercitava la sua funzione pastorale, il suo ruolo di liturgo, il suo ufficio di catecheta e dispensatore dei Sacramenti, con accanto il Battistero di San Giovanni in Fonte, il più antico dell’occidente cristiano, circondata da edifici sorti in epoca paleocristiana, di servizio al Vescovo, al clero e ai diaconi.

La basilica detta di Santa Restituta, era affiancata da una basilica gemina detta Stefanìa, separata da quest’ultima dal vicus Santcate Laurentii ad Fontes e destinata alla amministrazione diocesana, di ruolo inferiore, come edificio di culto destinato al servizio.

La Stefanìa, al tempo della costituzione del Ducato di Napoli, era già funzionante, fondata dal Vescovo Stefano I (496-513) e con l’arrivo dei bizantini vide attribuirsi gradatamente un ruolo amministrativo preminente, specialmente durante il periodo detto vescovile, intorno al 763, che sancì una indipendenza formale da Costantinopoli, con la presenza anche di un clero greco, accanto ad un clero romano.

Nella Stefanìa probabilmente, si officiava in rito greco ed entrambe le basiliche avevano una Cattedra episcopale, ma il Vescovo era uno solo e svolgeva la sua funzione alternandosi in Santa Restituta e nella Stefanìa.

La attività amministrativa dei Vescovi-Duchi, o dei Duchi-Vescovi, o dei Vescovi e Duchi, era concentrata principalmente nella Stefanìa.

Il Ducato di Napoli, bizantino, sottoposto alla autorità dell’Esarcato di Ravenna prima, e poi allo Stratega di Sicilia, prima di rendersi autonomo da Costantinopoli, recepì e attuò i rescritti del Corpus Juris Civilis e della successiva Pragmatica Sanctio pro petitione Virgilii, non solo nel campo prettamente giuridico ma anche relativamente alle norme riguardanti le attività mercatali.

Recepì ed applicò quanto stabiliva la Pragmatica Sanctio circa la collocazione del listello di raffronto delle misure lineari nella principale chiesa cittadina.

Esso fu posto all’interno della basilica detta Stefania, per il suo ruolo espressamente amministrativo, in posizione orizzontale, perché potesse essere facilmente raffrontato, presumiamo nei pressi dell’ingresso, dopo l’ultima ricostruzione della basilica al tempo del Duca-Vescovo Stefano II (755-800) e probabilmente esso era già in uso quando l’edificio fu distrutto dall’incendio e da un terremoto in quegli anni, e il suo utilizzo continuò anche dopo che Stefano II inaugurò la formale indipendenza da Bisanzio.

La misura canonica di raffronto napoletana è citata prima dell’anno 1000, sostituita nelle varie realtà locali nei territori ducali da misure di importazione, longobarde e poi, come risulta dalla citata pergamena aversana, nel territorio normanno di Aversa, da una misura canonica di raffronto aversana.

Quando fu diroccata la Stefanìa per far posto al nuovo duomo angioino, il regolo di ferro, ancora in uso nella realtà napoletana, rimase incastrato in una colonna scanalata posta a rinforzare il pilastro maggiore sinistro dell’edificio, accanto al trono vescovile, al tempo dei primi dissesti alla struttura (37).

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NAPOLI – PIAZZETTA CARD: SISTO RIARIO SFORZA

Ingresso secondario al duomo. Si nota la torre campanaria costruita sulla torre di difesa della cittadella episcopale, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad Fontes.

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Il reperto oggetto di questo studio è l’unico esemplare superstite, dei tanti listelli di ferro posti nelle chiese principali delle città sottoposte alla autorità bizantina, e non solo, sostituiti nel tempo con altri, con il mutare dei governi, e l’imposizione di nuovi pesi e misure, anch’essi andati perduti.

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NOTE  E  DISCUSSIONI

1 –  Cfr. Treccani, Il mondo dell’archeologia . Le basiliche gemine erano diffusissime nei complessi episcopali paleocristini. Le due aule destinate al culto, affiancate, spesso avevano in comune il battistero, come a Napoli, anche se poi si riscontra in alcuni casi una diversa disposizione. Pare che le basiliche gemine, facessero parte di un progetto unitario, anche se realizzate in epoche diverse non lontane nel tempo e la loro funzione risultasse essere complementare nelle due aule, sul piano liturgico. Comunque non è certa una risposta unica sul loro uso che appare diversamente organizzato nel tempo. Probabilmente una delle due aule era destinata al Culto Eucaristico e l’altra alla amministrazione dei Sacramenti. Ma certamente una delle due svolgeva un ruolo principale di Cathedrae matricis, distinta dall’altra basilica di ruolo inferiore. Ruolo principale che gli derivava dalla presenza della Cattedra del Vescovo e utilizzata per questo motivo come luogo della pastorale diocesana e quindi non soltanto dall’essere ekklesia della cittadella vescovile. Questo ancor più ci fa ritenere giusta, salva poi diversa interpretazione da parte dei liturgisti e degli studiosi di archeologia cristiana, la nostra tesi sulla distinzione fra la Cattedrale napoletana dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta d’Africa, sede della Cattedra del Vescovo, con il titolo comunemente e impropriamente attribuito al duomo angioino, di Cattedrale di Napoli, che è da ritenersi come ekklesia vescovlie, dove il Vescovo, vertice di una ben definita struttura gerarchica e referente della comunità civile di cui è l’espressione autorevole, esercita la sua funzione di liturgo, anche se nella complementarietà i due edifici napoletani si completano.

Cfr. anche L. Crema, Manuale di storia dell’architettura antica, Milano 1967. Le due basiliche gemine, secondo il Crema, erano dette una hiemalis (invernale) e dedicata alla Santa Vergine e l’altra aestivalis, termini non giustificati da semplice necessità stagionale, il loro essere, quanto piuttosto allo svolgimento di un tema caro all’arte cristiana dei primi secoli: l’accostamento del Kyrios e della sua Sposa Ekklesia. Nelle basiliche gemine è espressa la condizione della Chiesa sulla terra: il già e il non ancora; il nascondimento e al tempo stesso la rivelazione del Regno di Dio. Ciò che in Cristo era visibile (Dio incarnato) passa nel mistero. Quando venne la pienezza dei tempi, il Kyrios, lo Sposo, Cristo, era fisico-sensibile, ora nel presente, nel mistero rivelato, si accosta alla sua Sposa, l’Ekklesia, fisico-misterica. .Accostamento che avviene attraverso il rinnovare, il ripresentare l’azione salvifica da parte della Sposa, l’Ekklesia: sono le nozze mistiche dell’Agnello di Dio ad essere celebrate nel mistero, in cui la Sposa custodisce lo Sposo, adornandolo nella liturgia e restituendogli l’amore. Così il vecchio Adamo, diventa il nuovo Adamo in Cristo (cfr. Odo Casel, Il mistero del culto cristiano, Wikipedia).E’ attraverso il culto misterico svolto nelle due basiliche complementari che il Dio rivelato, il Cristo, il Kyrios diventa nuovamente realtà sensibile e sorgente di vita, di salvezza, nella liturgia celebrata dal Vescovo nella sua funzione di catecheta e liturgo, e si attua attraverso le nozze mistiche il Regno di Dio. Il duomo angioino è dedicato all’Assunta: questo non ha nulla a che vedere con quanto precedentemente affermato circa la Dedicazione della attuale Cattedrale napoletana alla Santa Vergine, quanto piuttosto ad altre motivazioni di carattere storico.

2 –  Cfr. Gennaro Aspreno Galante, Guida Sacra della città di Napoli, Napoli 1872.

3 –  Cfr. Francesco Ceva Grimaldi, Memorie storiche della città di Napoli, Napoli 1857.

4 –  Cfr. Giovanni Antonio Summonte (sec.metà ‘500-1602), Historia della città di Napoli e del Regno di Napoli, Napoli MDCCLXIII.

5 –  Cfr. Carlo de Lellis, Aggiunta alla Napoli Sacra del D’Engenio.

6 –  Cfr. Cesare D’Engenio Caracciolo, Napoli sacra, Napoli, MDCXXIV.

7 –  Cfr. B. Chioccarello, Antistitum praeclariissimae naepolitanae ecclesiae catalogus, Napoli 1843.

8 –  Cfr. Carlo Celano, Delle notizie del bello, dell’antico, e del curioso della città di Napoli per i signori forestieri, giornata prima, Napoli 1962.

9 –  Cfr. Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli, 1959 e Cfr. Bartolommeo Capasso, Napoli greco.romana, Napoli 1905.

10 –  Il complesso degli edifici episcopali, in epoca tardo antica e alto medioevale, andò ad occupare uno spazio decentrato rispetto al Foro, spazio che si trasformò ben presto nell’insula quadrupla che si estende per circa 30.000 metri quadrati, compresa fra il cardine oggi via Duomo), da Nord a Sud e il cardine ad Plateam Capuana (vico Sedil Capuano), similmente orientato, e da Est ad Ovest, fra il decumano superiore, nel tratto di Somma Piazza (largo Donnaregina) e il decumano medio (via Tribunali) nello spazio della platea capuana (largo Sisto Riario Sforza). L’area risultante, già interessata da un primitivo insediamento cristiano, fin dal costituirsi in epoca tardo antica, andò a fagocitare le adiacenti insule minori, inglobando tratti di tre cardini più un vicus obliquo, che da somma piazza si immette ancora, anche se non più percorribile perchè corte interna degli edifici capitolari, nel cardine di via duomo, configurandosi già nel VII-VIII secolo così come appare oggi. Il vicus obliquo, costituiva l’accesso al primitivo insediamento cristiano e al successivo complesso costantiniano della basilica detta di Santa Restituta. Nell’insula compresa tra il vicus obliquo e il tratto superiore del cardine scoperto negli anni ’70 del passato secolo, nell’erea occupata oggi dal palazzo arcivescovile, dall’ex Istituto Calasantio e dagli ambienti in uso dal Capitolo Cattedrale di Napoli, accanto ad edifici preesistenti forse termali ed un tempio, furono costruiti i primi edifici di culto e poi in epoca costantiniana una basilica dedicata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta d’Africa, non l’attuale, non orientata come attualmente appare, ma con ingresso a Nord, dallo stesso vicus obliquo, il battistero e gli altri edifici tardo antichi recentemente individuati, e successivamente la sua basilica gemina, dedicata anch’essa al Salvatore e detta Stefanìa.

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Napoli – Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Il Battistero più antico dell’occidente cristiano: l’aula battesimale e la  vasca.

11 –  Cfr. Mario Gaglione, Crolli e ricostruzioni della Cattedrale di Napoli nel trecento. Estratto  da: Archivio storico per le province napoletane CXXVI dell’intera collezione. Notizie relative ad un improvviso crollo di parti considerevoli del Duomo angioino e di  un generale collassamento della struttura, il giorno 1 aprile 1343, indipendentemente da eventi sismici, dovuto all’utilizzo di malte e materiali scadenti nella costruzione, sono in una supplica dell’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327-1358), al Papa Clemente VI (1342-1352), conservata nel Registri delle suppliche dell’Archivio Segreto Vaticano.

12 –  Cfr. Luigi Fatiga, Il Calendario marmoreo di Napoli, Napoli 1997.

13 –  La basilica gemina della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, la Stefanìa, costruita da Stefano I (496-?) fu distrutta da un incendio, ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca e Vescovo Stefano II (756-789). Nel 512 ci fu un violento terremoto di origine vulcanica che sconquassò Napoli; e poi la guerra gotica, l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edifici della cittadella vescovile, alla basilica detta Stefanìa e certamente anche alla parallela adiacente basilica detta di Santa Restituta, che dovette anche essa essere restaurata, se non addirittura parzialmente ricostruita fra l’VIII e il IX secolo, subendo nell’impianto planimetrico la totale modifica con la rotazione del suo asse di 180 gradi, e certamente fu dotata di una facciata monumentale verso Sud realizzata al posto della antica abside, e di uno spazio esterno porticato.

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A VOLO D’UCCELLO: ricostruzione grafica settecentesca della cittadella vescovile nel secolo VIII-IX, al tempo del Ducato napoletano. Emerge la struttura della antica basilica Cattedrale  detta di Santa Restituta e la sua basilica gemina detta Stefanìa, separate dal vicus S. Laurentii ad Fontes  Minores, recentemente (anni ’70 del passato secolo, venuto alla luce.

14 –  Cfr. A. Franchini, Memorie intorno al sito della Chiesa Cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una, pubblicata a Napoli fra il 1750 e il 1754.

15 –  Cfr. Matteo Villani, Historie;  Cfr. B. Chioccarello, op. cit.;  Cfr. San Giacomo della Marca (1393-1476), Sermone “de Anticristo” – Sermone “de adventu turcorum”. Nella torre angolare sinistra della facciata del duomo, detta Tesoro vecchio, in una cappella realizzata al suo interno al tempo di Carlo II d’Angiò, nel 1283, raggiungibile attraverso una scala a lumaca, erano conservate le reliquie dei Santi venerati nel duomo, preziosi arredi, le ampolle con il preziosissimo Sangue di San Gennaro e il suoi cranio nei due reliquiari d’argento fatti realizzare dallo stresso Carlo II nel 1303. Le preziose ampolle caddero in terra e furono ritrovate sotto le macerie della torre miracolosamente intatte, protette da una grossa trave. Il Sangue di San Gennaro, testimonia San Giacomo della Marca, fu ritrovato duro come un sasso.

16 –  Su i sette pilastri della navatella di Sant’Aspreno, cominciando dal transetto, si notano ancora gli stemmi delle famiglie Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo-Pisquizy. Il pilastro maggiore  destro non reca stemma. Su i pilastri della navatella del Salvatore, cominciando dall’ingresso: Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini e sul pilasatro accanto al dossello del trono vescovile, nessuno stemma, a ricordo del contributo popolare, il più prezioso…Il pilastro maggiore di sinistra, quello che sopporta la colonna con incastrato il passus, non reca stemma.

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NAPOLI – DUOMO, INTERNO – NAVATELLA DETTA DEL SALVATORE .

Il quinto pilastro. E’ visibile alla sommità lo stemma della famiglia Orsini, che ne curò la ricostruzione dopo il terremoto del 1456. (foto di Luca D’amore).

17 –  Cfr. Ferdinando Visconti, Del sistema metrico della città di Napoli e della uniformità col sistema de’ pesi e delle misure, Napoli 1838.

18 –  Nel 1811 si costituì una Commissione ed una successiva nel 1832, che presentò un progetto di sistema metrico uniforme per il Regno di Napoli: Raccolse anche il parere favorevole del Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni, ma il progetto fallì incontrando la opposizione del ceto nobiliare e mercantile che ancora in quegli anni imponeva pesi e misure falsate.

19 –  Cfr. Op. cit.

20 –  Cfr. Op. cit.

21 –  Quinto Remmio Palemone (5 – 65 d.C.) grammatico romano. La frase è tratta da: Chorus poetarum, folio 2863.

22 –  Questo tempio fu fatto costruire, secondo la tradizione, da Lucio Furio Camillo, dopo la sua vittoria sugli aurunci (345 a.C.). E’ ricordato perché in uno spazio recintanto accanto ad esso erano allevate le oche sacre alla divinità, che starnazzarono dando l’allarme quando nel 396 a.C. i galli di Brenno posero l’assedio a Roma. L’epiteto moneta, ossia ammonire, le deriva dal verbo latino monere, riferito dall’avviso  dell’assedio dato dalle oche capitoline. Nel 269 a.C. nei pressi del tempio venne costruita la zecca posta sotto la protezione della dea Moneta (uno degli attributi di Giunone) e all’interno del tempio era conservato il campione di riferimento del piede romano che per questo motivo era detto anche pes monetalis.

23 –  Cfr. Op.cit.

24 –  Cfr. Op.cit.

25 –  Cfr. Op. cit.

26 –  Vigilio, diacono romano, nato certamente negli ultimi anni del V secolo, fu Ordinato Vescovo nel 531 e con l’appoggio di Belisario, Papa nel 537, dopo che questi depose Papa Silverio (536-537) costringendolo alla abdicazione e all’esilio sull’isola di Palmaria (Isola di Ponza) dove morì lo stesso anno. Non è il luogo questo per esprimere giudizi sulla figura e l’operato di questo Pontefice il cui nome è legato alla posizione esitante assunta nella condanna dell’eresia monofisita (548) e la posizione assunta nel giudizio su i tre capitoli, scritti favorevoli al nestorianesimo, al suo rifiuto delle decretali del Concilio convocato da Giustiniano I a Costantinopoli nel 553, e alla lotta contro l’ingerenza imperiale negli affari interni della Chiesa, dichiarando apertamente il suo riconoscimento delle sole decretali del Concilio di Calcedonia (451). Questo provocò uno scisma che separò da Roma per circa 150 anni le Chiese d’Africa, della Gallia, dell’Italia settentrionale, dell’Illiria e della Dalmazia. Il suo nome è legato alla Pragmatica Sanctio che per opinione comune si ritiene emanata da Giustiniano I per espressa richiesta di Papa Vigilio, ma si protende per ritenere che il nome del Pontefice fu usato per sfruttare comunque la sua autorità morale e per giustificare il potere bizantino in Italia. Vigilio, malvisto dai romani per il suo carattere avido e violento nello stesso tempo, fu accusato di incerta ortodossia. (cfr. Enciclopedia Treccani). Nel 555 terminò la sua prigionia a Costantinopoli e ritornando a Roma, morì a Siracusa.

27 –  Cfr. Treccani, Enciclopedia italiana. Pragmatica Sanctio è definita una Costituzione imperiale, emanata con lo scopo di regolare in maniera definitiva ed uguale per tutti i sudditi un particolare tipo di relazioni giuridiche e i rescritti e per stabilire provvedimenti di carattere amministrativo, stabilire privilegi per alcune categorie di persone, disporre l’organizzazione amministrativa di una provincia. Veniva emanata su richiesta degli interessati: Giuridicamente ad essa è riconosciuto un valore intermedio fra gli editti e le leggi e nelle controversie, prevalevano le ultime.

28 –  Giustiniano tentò di realizzare l’unità religiosa, politica e amministrativa dell’impero, scontrandosi per questo, anche in maniera burrascosa con i Pontefici del tempo, Agapito (535-536), Silverio (536-537) costretto a dimettersi ed esiliato, Vigilio (vedi nota 26) e Pelagio I (556-561) a motivo delle scelte di costoro nella polemica contro le eresie, particolarmente quella monofisita, e delle scelte imperiali verso quest’ultima. La pace religiosa non fu mai conseguita, come risultò effimera la restaurazione imperiale e l’unità politica e amministrativa e a nulla valse ogni tentativo di applicazione delle leggi del suo Corpus Juris Civilis  per abbattere il sopruso, per un giusto rapporto fra ceto  nobiliare e popolo, ma a  Giustiniano si deve il merito di avere influito notevolmente sullo sviluppo della civiltà, imponendo una legislazione nuova scaturente dalla legislazione romana e di avere dato grande impulso alla cultura, dopo il periodo buio delle invasioni barbariche. Non diversamente farà Carlo Magno, verso l’anno 800.

29 –  Negli anni 378-395 d.C. quando era imperatore Teodosio, era Vescovo di Napoli San Severo (357-400) e la basilica Cattedrale napoletana, intitolata ai Santi Apostoli, già esisteva. A Teodosio successe Onorio (395-423) mentre era Vescovo di Napoli ancora San Severo, a cui successe il nipote Orso fino al 402. Giustiniano emanò il suo Corpus Juris Civilis nel 529 e la Pragmatica Sanctio nel 554. La basilica gemina della Cattedrale napoletana, la Stefanìa fu fondata da Stefano I, Vescovo di Napoli dal 496, che governò la diocesi presumibilmente fino al 513, quando l’Italia settentrionale era già stata invasa dagli ostrogoti, ostacolati dal bizantino Belisario e la città di Napoli stava per entrare nell’orbita di Costantinopoli (guerre gotiche 535-553) e nasceva il Ducato di Napoli con il leggendario Conone, posto a capo del Ducato da Belisario stesso.

30 –  Paolo Diacono (720-799), monaco cassinese, storico, poeta e scrittore longobardo ma di formazione latina, è autore di una Historia longobardorum, che si interrompe al tempo di Liutprando.

31 –  Cfr. Guzzelli, le misure lineari medioevali e l’Effige di Cristo, Firenze 1899.

32 –  Cfr. Giuseppe Guadagno, La pergamena aversana del 1143 dell’Archivio di Stato di Caserta – Significato storico, in Rivista di Terra di Lavoro – Bollettino on-line dell’Archivio di Stato di Caserta – Anno I – Gennaio 2008.

33 –  La così detta Donazione di Costantino, è un documento su cui per secolo la Chiesa di Roma aveva fondato la legittimazione del suo potere temporale in occidente, sui grandi patriarcati ecclesiastici e il potere temporale di Roma, sull’Italia Meridionale e su tutte le Province e gli Stati d’occidente. Si attribuiva a Costantino questa  donazione a Papa Silvestro I ( 314-335), basandola sulla leggendaria conversione al cristianesimo dell’imperatore e al suo Battesimo perché miracolosamente guarito dalla lebbra. Il documento, contraffazione dell’VIII-IX secolo, fini per essere considerato autentico perfino dagli avversari al papato, e ne venne dimostrata la falsità solo nel XVI secolo.

34 –  L’accesso alla cittadella vescovile avveniva attraverso una rampa che metteva in comunicazione la piazza di Capuana con il vicus S.Laurentii ad Fontes, che separava le due basiliche, passando sotto la torre-campanile a sinistra della facciata della Stefanìa, costruita su i resti di una torre di difesa del VII-VIII secolo. Il passetto sottostante il campanile a scavalco del tratto di strada, presenta, nella volta ogivale, una decorazione arabo-normanna simile a quella della volta del coevo passetto del campanile del Duomo di Caserta Vecchia. Il Campanile napoletano fu costruito almeno cinquant’anni prima della costruzione angioina, realizzato sui resti di un altro più antico campanile ugualmente a scavalco del tratto di strada, dall’Arcivescovo di Napoli Pietro di Sorrento (1216-1247), come riferito in: Memorie in difesa delle prerogative dell’insegne collegio de’ sacri ministri della cattedrale di Napoli chiamati Ebdomadarj, Napoli MDCCXXII, “…Pietro di Sorrento Arcivescovo di Napoli nell’anno 1233 edificò un campanile presso lo spedale di S.Attanasio, ed all’altro della Stefanìa…”. Questa torre campanaria crollò con il terremoto del 1349, quando i lavori di costruzione dell’edificio angioino erano già ultimati e non fu ricostruito: di esso rimane il poderoso ristrutturato basamento. La torre di difesa, del VII-VIII secolo conteneva il tesoro della Cattedrale e fu assaltata dal nipote del Vescovo di Napoli Atanasio I (849-872), il Duca di Napoli Sergio, ariano e filosaraceno che, imprigionato lo zio Vescovo, rapinò gli oggetti sacri preziosi in esso custoditi.

passetto

NAPOLI – DUOMO – INTERNO

Il passetto a scavalco del vicus S.Laurentii ad Fontes  minore, sottostante la torre di difesa allaccesso alla cittadella vescovile e poi sottostante il campanile costruito sulle preesistenti strutture. La figura piccola ritrae l’arco a scavalco della strada sottostante il  campanile della Cattedrale di Caserta Vecchia: entrambi i passetti presentano simile decorazione a quadroni aggettanti.

35 –  Trasformato poi nella Cappella di Santa Maria del Principio, nella navata destra della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

s-maria

NAPOLI – DUOMO – BASILICA CATTEDRALE DETTA DI SANTA RESTITUTA

Il prezioso mosaico attribuito a Lello de Urbe (detto da Orvieto) del 13014 – La Santa Vergine in trono con ai lati San Gennaro e Santa Restituta – Catino absidale della cappella di Santa Maria del Principio, primo oratorio cristiano di Napoli.

36 –  I Canonici Capitolari venivano così chiamati perché, collaboratori diretti del Vescovo, clero ufficialmente riconosciuto perché sacerdoti effettivamente ordinati dal Vescovo, i loro nomi erano riportati su una tabella affissa nella basilica Cattedrale e detta appunto Capitulum.

37 –  Cfr. Op. cit. Mario Gaglione.

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