IL cartibulum ed il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli.

 

di Tino d’Amico

——————————————————————————————————————–

1662189_434646573332880_1373986935_n

L’autore con la moglie Pina durante una lezione nell’area archeologica del duomo di Napoli. 

Il saggio documenta il ritrovamento  del cartibulum e del sarcofago strigilato, nel duomo di Napoli, nella cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, antico patronato della famiglia Gapece-Galeota, nascosti per duecento anni all’interno del prezioso Altare barocco, scoperti durante una ricognizione canonica, nel 1882 al suo interno che, interamente smontato per il recupero dei reperti  nella prima metà del ‘900, è stato ricomposto nei primi anni ’90 del passato secolo sulla parete di fondo del sacello.

Apre verso nuove indagini volte alla conoscenza del sito archeologico del duomo di Napoli,  allo studio storico dei reperti, alla ricerca delle reliquie di Sant’Atanasio I Vescovo di Napoli, mai ritrovate.

Ripropone l’irrisolto quesito agiografico, sollevato dalla scoperta nel 1882, all’interno del sarcofago sottostante l’antico Altare, di reliquie attribuibili al corpo di San Massimo Vescovo di Napoli, per la fascia dedicatoria incisa sul bordo  della Mensa, reliquie che la tradizione ritiene invece inumate  insieme a quelle dei Santi Fortunato ed Efebo (Efremo) nel corpo dell’Altare della basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli, dove furono ritrovate nel 1589.

——————————

Mons .Franco Strazzullo, nel 1991, pubblicò un suo studio sul cartibulum e sul sarcofago strigilato, scoperti nel 1882 e recuperati nel 1957: l’occasione fu la ricomposizione del prezioso altare barocco, all’interno della cappella dei Capece-Galeota, intitolata, fin dal tempo della costruzione del duomo angioino al Salvatore Vetere e successivamente anche a Sant’Atanasio I Vescovo di Napoli, alla conclusione dei restauri del ciclo di affreschi che la adornano , ma non fornisce risposta sulla provenienza dei reperti di epoca imperiale, e non motiva  l’occultamento dei reperti al suo interno (cfr. F.Strazzullo, Un Altare barocco e un sarcofago romano nel duomo di Napoli, in: “Rendiconti” della Accademia  di archeologia, lettere, belle arti, Napoli, vol.LXIII (1991-1992).

Era opinione comune che l’Altare della cappella del Salvatore Vetere, antico patronato della famiglia Capece-Galeota contenesse al suo interno consistenti reliquie di Sant’Atanasio I che fu Vescovo di Napoli dall’850 circa  all’872.

Figlio del duca di Napoli Sergio I, che dichiarando la sua investitura ducale ereditaria, rese la Città autonoma dal controllo bizantino, nacque forse nell’832 e fu destinato alla carriera ecclesiastica dal padre, in alternativa al fratello Gregorio, destinato alla carriera politica e che gli successe come Gregorio III duca di Napoli.

Formatosi alla scuola di Giovanni IV detto lo Scriba Vescovo di Napoli   che posto  a capo della Chiesa napoletana dal duca Bono, resse la Diocesi fino all’849 in sostituzione del deposto Vescovo Tiberio (821-839), Atanasio a diciassette anni fu ordinato diacono dallo stesso Giovanni IV e l’anno dopo, a diciotto anni, gli successe nella carica episcopale, come si disse “ab universo clero e omniquae plebe”, ma probabilmente fu eletto alla sede vescovile direttamente dal padre Sergio I (allora la carica episcopale era soggetta alla nomina ducale), che così riusciva a concentrare nelle sue mani il potere civile ed ecclesiastico.

L’anno successivo, comunque, la elezione episcopale di Atanasio I, fu confermata da Papa Leone IV.

Il governo episcopale di Atanasio I fu caratterizzato da un intenso impegno apostolico: diede nuovo impulso alla vita spirituale diocesana; riorganizzò il clero; istituì scuole per i chierici e per i futuri sacerdoti; fondò  e riorganizzò  moralmente i monasteri (quello di San Gennaro foris sito, San Gennaro extra moenia, dove poi fu sepolto, al quale assegnò un Abate e un clero stabile, fu da lui riformato); istituì un Collegio di sacerdoti mansionari, gli Ebdomadari, addetti al servizio liturgico quotidiano nella basilica gemina della Cattedrale e per la collaborazione ai membri del Collegio Capitolare Vescovile; fondò uno xnodochion, cioè un ospizio per i poveri e i pellegrini presso l’ingresso della basilica detta Stefanìa, la basilica gemina della Cattedrale detta Santa Restituta;  si prodigò nella riforma della liturgia diocesana.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Pietro Provedi (sec. XVI), portella lignea che ritrae Sant’Atanasio I Vescovo di Napoli. (cfr. Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli lignei per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli in: tinodamico.wordopress.com)

Alla morte del fratello, il duca Gregorio III, succeduto al padre Sergio I, l’Italia meridionale e il ducato napoletano in particolare, già soggetto ad invasioni da parte dei bizantini, dei longobardi, dei franchi si alleò con i saraceni di Agropoli, favoriti questi ultimi dal nuovo duca di Napoli, Sergio II, figlio di Gregorio III, filo saraceno ed ariano.

Intorno all’870  si riaccese il conflitto tra l’autorità politica, rappresentata da Sergio II e quella vescovile che, nella difesa della ortodossia romana, tentava la autonomia dal potere politico.

Atanasio fu arrestato ed imprigionato con parte del suo clero, ma contro il duca Sergio II insorse in sua difesa sia il clero latino che il clero greco e, liberato, fu costretto a fuggire dalla Città, riparando temporaneamente nel piccolo cenobio di Castel dell’Ovo da lui stesso riorganizzato, dopo avere sigillato il tesoro della Chiesa di Napoli e comminata la scomunica nei confronti di chiunque lo avesse violato e depredato.

Sergio II che mirava alla sua rapina, aiutato dai saraceni di Agropoli, assaltò la torre di difesa della cittadella vescovile, dove era custodito il tesoro (cfr. L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad Fontes in: tinodamico.wordpress.com) e se ne impossessò.

Atanasio riuscì a fuggire da Napoli per raggiungere Ludovico II re dei Franchi che alleato con al Chiesa romana era in lotta con i bizantini,  e tentava di rompere l’alleanza del duca di Napoli con i Saraceni.

Papa Adriano II (867-872), confermò la scomunica alla Città, ma Atanasio ritenendosi responsabile di essa nei confronti del suo popolo, tentò di raggiungere Roma, dopo un breve soggiorno a Sorrento presso il nipote Stefano, Vescovo della Diocesi, passando per Benevento dove era accampato l’esercito di re Ludovico.

Ottenuta la cancellazione della scomunica, con l’appoggio del Pontefice, riprese il cammino verso Napoli, scortato dal re dei franchi che aveva ricevuto dal Papa l’ordine di ridare al quarantenne Vescovo la autorità che gli era stata usurpata ma, durante il viaggio, si ammalò gravemente nel monastero benedettino cassinese di San Quirico, presso Veroli, dove morì il 15 luglio dell’872.

Fu sepolto nella vicina Abbazia di Montecassino, da dove poi nell’877 il suo corpo fu trasferito a Napoli dal suo successore Atanasio II (877-898) eletto Vescovo della Città dopo un lungo periodo di vacanza di sede, ed inumato nell’oratorio cimiteriale costruito da San Lorenzo Vescovo di Napoli (701-716), presso il portico che congiungeva la catacomba di San Gaudioso con quella di San Gennaro (Cfr. D. Ambrasi, San Severo, un Vescovo di Napoli nell’immediato medioevo, Napoli,1974). 

E. Moscarella (cfr. Sant’Atanasio Vescovo di Napoli, in: Il Rievocatore, n.11/12 – 1978) riferisce che: “…la tomba di S. Atanasio Vescovo di Napoli, fu venerata per circa quattro secoli nell’atrio, o oratorio, o cripta cimiteriale di San Lorenzo Vescovo di Napoli, dove si venerava anche la tomba di San Giovanni IV Lo Scriba, Vescovo di Napoli”.

Questa cripta si trovava nel “portico di San Gennaro” ,che sembra andasse dai pressi della catacomba detta di San Gaudioso a quella detta di San Gennaro,  (cfr vita di Sant’Atanasio, Cod. Corsiniano, della prima metà del sec. XII, proveniente dal monastero napoletano dei Santi Severino e Sossio, e riportato dal Parascandolo in  Memorie storiche-critiche-diplomatiche della Chiesa di Napoli, Napoli, 1847-51)..

E, a proposito della traslazione delle reliquie di S.Atanasio I in duomo, Moscarella  cita D.Mallardo, (cfr. Calendario inedito della Chiesa napoletana, in Rivista di scienze e lettere, Napoli 1932).

Questo calendario è della fine del XIII secolo, e per primo riporta al 5 aprile una celebrazione della traslazione di Sant’Atanasio Vescovo di Napoli; poiché la traslazione da Montecassino a Napoli avvenne il giorno 1 agosto dell’877, se ne dedurrebbe, secondo il Mallardo, che la celebrazione del 5 aprile, dipenda dalla traslazione delle reliquie del Santo dalla zona catacombale al duomo, traslazione avvenuta nel secolo XIII, perché nel Calendario tertulliano, del secolo XII, non è menzionata una traslazione di Sant’Atanasio I.

Le reliquie di S. Atanasio I secondo la tradizione, furono inumate definitivamente, nella cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, di diritto patronale  della famiglia Capece-Galeota, a sinistra del maggiore Altare.

1800159_452348898229314_1227640763_o

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – Pietro Provedi (Sec. XVI), portella lignea che riproduce la traslazione delle reliquie del corpo di sant’Atanasio I dalla Abbazia di Montecassino alla catacomba napoletana.

Molti secoli dopo, nel 1675, Sant’Atanasio I fu annoverato fra i Santi Compatroni di Napoli e del Regno, perché aveva sofferto, pregato ed operato perché le terre del sud d’Italia non venissero islamizzate, come l’Africa di  San Cipriano e di Sant’Agostino.

——————————

Non è solo la vicenda storica e la testimonianza di fede legata alle reliquie di Sant’Atanasio I, né la storia della cappella, strettamente legata,  alla presunta presenza delle reliquie del Santo inumate in essa, l’oggetto di questo saggio, quanto piuttosto  il sarcofago strigilato e il cartibulum sovrastante utilizzato come Altare, che porta incisa sul bordo della Mensa la scritta dedicatoria ad un altro Santo Vescovo napoletano, San Massimo (356-362), inseriti e dimenticati, nella poderosa struttura dell’Altare barocco della cappella realizzato su disegno di Cosimo Fanzago (1591-1678), dopo il 1668 e la probabile risposta al quesito agiografico posto dalle reliquie rinvenute all’interno del sarcofago.

Il cantiere del duomo angioino, si sviluppò incominciando dal settore orientale: la parte più antica dell’edificio risulterebbe essere l’abside con le due cappelle laterali, quella di destra, patronato della potente famiglia Tocco dal 7 febbraio 1370, per concessione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Bernardo III di Rodez (1368-1378) e quella di sinistra, patronato dei Capece-Galeota, nobili del Sedile di Capuana, di cui si hanno notizie fin dal 1170 .

La sepoltura più antica presente all’interno della cappella, è quella di Rubino Galeota, che fu maresciallo del Regno delle due Sicilie, morto l’8 maggio 1412.

15095499_706006519566306_4960896699173512252_nNapoli – Duomo – La cappella del Salvatore Vetere e di sant’Atanasio I.

Il Titolo Dedicatorio del Salvatore Vetere, fu attribuito alla cappella per conservare all’interno della cittadella vescovile, quello che fu il titolo dedicatorio anche della costantiniana basilica Cattedrale napoletana, del IV secolo, intitolata al Salvatore, successivamente ai Santi Apostoli e detta di Santa Restituta dalla metà  del IX secolo, al tempo della inumazione delle reliquie del corpo della Santa africana al suo interno, Titolo Dedicatorio comune anche alla basilica gemina  della Cattedrale, detta Stefanìa e alla intera cittadella vescovile.

Con la costruzione dell’edificio angioino, la Stefanìa fu diroccata e la basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, fu di molto ridotta nella lunghezza delle navate e il Titolo Dedicatorio, comune ai due edifici di culto, anche perché canonicamente costituenti un unico complesso Cattedrale, sarebbe andato definitivamente perduto.

——————————

Una querelle che attraversa un millennio di storia della Chiesa napoletana, contrappose i due Istituti di preti addetti al servizio dell’episcopio.

Nella cittadella vescovile napoletana conviveva un clero gerarchicamente strutturato in un Istituto Capitolare vescovile, i cui membri erano i collaboratori diretti del Vescovo e, clero ufficialmente riconosciuto, i loro nomi erano riportati su una TABELLA affissa nella basilica Cattedrale e detta CAPITULUM e, fino a qualche decennio fa, un clero mansionario, organizzato in un Collegio variamente denominato e detto degli Ebdomadari che a partire dal XVI secolo si fecero chiamare Confratelli del Salvatore, anche se già nel 1213, un documento attesta l’esistenza di una Congregatio Salvatoris fondata o comunque organizzata dal Vescovo di Napoli Sant’Atanasio I, destinata a curare la solenne celebrazione della liturgia quotidiana, ad imitazione di quanto già si faceva a Roma, nella basilica lateranense e di occuparsi di ogni altra attività di ministero in appoggio ai membri dell’Istituto Capitolare di Santa Restituta, in un tempo in cui era in atto una riforma della Chiesa napoletana, oscillante fra Roma e Costantinopoli, avviata già al tempo del Vescovo Stefano II (756-799), per allentare la tensione  fra il clero latino e quello greco: Napoli infatti, Ducato Bizantino, era governata da un Duca eletto dall’Esarca di Ravenna e successivamente dallo Stratega di Sicilia, che spesso esercitava anche il potere vescovile (Cfr. F. Li Pira, La cattedrale di Napoli ed il capitolo dei canonici dalle origini al secolo XV, Università degli Studi Federico II, Dottorato di ricerca in storia – XXI ciclo).

Gli Ebdomadari tennero la loro sede per molto tempo nella cappella del Salvatore, realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, che a partire dal IX-X secolo era andato in disuso, per la modifica della liturgia battesimale e la loro presenza all’interno della basilica di Santa Restituta fu una delle cause che contribuì ad acuire il contrasto fra le due componenti clericali, in lotta per attribuzioni di potere, pompe, rendite e assistenze spirituali.

Per tentare di concludere una vicenda che si trascinava ormai da troppo tempo, alcuni Arcivescovi emanarono disposizioni per disciplinare le attività delle due componenti clericali, riassunte poi nelle Costituzioni Sinodali promulgate dall’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327-1358), nel 1334, confermate dai suoi successori, e parzialmente modificate nel tempo da particolari concessioni e privilegi anche pontifici, all’Istituto Capitolare Vescovile , per accrescerne il potere (Cfr. F. Li Pira, Op.Cit.),  come fece Pietro Tomacelli, Canonico Primicerio del Capitolo Cattedrale napoletano, quando poi divenne  Papa Bonifacio IX (1389-1404).

La definiva intitolazione della cappella dei Capece-Galeota, già dedicata al Salvatore fin dalla fondazione del Duomo angioino, anche a Sant’Atanasio I, avvenne quando l’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1412-1435), nel 1414, concesse privilegi e rendite agli Ebdomadari che probabilmente già “si appoggiavano” in essa e continueranno a farlo, nella convinzione che il sarcofago posto sotto l’antico Altare, conteneva le reliquie del corpo del Santo Vescovo loro fondatore.

A confermare la sede della Congregazione del Salvatore nella cappella dei Capece-Galeota, contribuiscono atti e documenti probanti.

Bartolomeo Chioccareli, nel 1643 (cfr. Antistitum praeclarissimae Neapolitanae Ecclesiae catalogus ab Apostolorum temporibus ad hanc usque nostra aetatem, et ad annum MDCXLIII), scrive: “…Hoc autem Collegium adhuc in Neapolitana ecclesia perdurat, vocaturque Congregatio Hebdomadariorum, quae priscis temporibus Congregatio Hebdamadariorum Sancti Salvatoris veteris nuncupatur, et Sanctum Athanasium eorum fundatorem appellant, ac praedicant, et in eius rei memoriam ab antiquissimis temporibus ea Congregatio hoc sigillo usa est, atque adhuc utitur, ex altera parte est Salvatoris imago, ex altera vero Sancti Athanasii eorum instituitoris, ante illam Hebdomadarij genuflexi cernuntur…”, .e conferma la presenza  di un cimeliarca a capo della Congregazione.

Ma non è la polemica tra i Capitolari e gli ebdomadari che interessa in questa storia, quanto piuttosto, attraverso scritti e documenti, ritrovare elementi probanti o presunti tali, utili a fornire la conferma della tradizione della presunta presenza del corpo di Sant’Atanasio I inumato nell’Altare della cappella, che poi è la origine della intitolazione della stessa anche al Santo Vescovo: corrisponderebbe a questo periodo la collocazione, sulla parete di fondo della cappella, della antica preziosa Icona del Salvatore che cavalca il sole, ai lati della quale furono aggiunte nel ‘400 le due portelle con San Gennaro e Sant’Atanasio I in abiti pontificali (cfr. Tino d’Amico, Il Cristo della parusia che cavalca il globo solare, della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, nel duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com), la cui presenza ab antico è confermata negli Atti della Santa Visita del Cardinale Mario Carafa “…dittam Cappellam fuit inventum inventum habere conam ligneam depittam cun Immagine Salvatoris in medio e a latere cum Imagine S.ti Januarij et a dextro cum immagine S.ti Attanasij…”

15037216_706006489566309_2406488999484896984_nNapoli – Duomo – La cappella del Salvatore vetere e di Sant’Atanasio I dei Capece-Galeota.

In un atto notarile del 5 dicembre 1384 poi, riportato da F. Strazzullo che lo ricava da B. Cantera, documento andato distrutto il 30 settembre 1943 e che era custodito nel Supplemento delle pergamene dei monasteri soppressi, è rogota la donazione da parte dell’Arcivescovo Nicola Zanasio (1384-1389), di uno spazio tra la cappella di San Lorenzo (detta di San Paolo de Humbertiis e successivamente degli Illustrissimi) e la cappella “..B. Athenasii iuxta ymaginem sive figuram Salvatoriis..” ad Enrico e Filippello Loffredo, per fabbricarvi la propria cappella di patronato.

A confermare la notizia della presenza delle reliquie di Sant’Atanasio inumate nella cappella concorre anche la presenza, sulla facciata del duomo, sull’ingresso secondario a sinistra entrando, di una statua di Sant’Atanasio di Antonio  Baboccio da Piperno (1351-1421 c.) e l’attribuzione alla navatella del titolo  identificativo di Sant’Atanasio, come l’altra, la navatella di destra intitolata a Sant’Aspreno, per la presenza del suo corpo inumato nella cappella detta di Sant’Aspreno, patronato dei  Tocco, segnalata con la presenza della statua del Santo Vescovo, dello stesso autore, sulla porta laterale destra.

Agli Ebdomadari fu assegnata nel tempo, anche la cura della antica Basilica di San Giovanni Maggiore e smisero l’utilizzo della cappella quando fu loro concesso, da parte del Cardinale Arcivescovo Francesco Buoncompagni (1621-1641) l’uso di alcune stanze costruite a ridosso della cappella della famiglia Seripando, sul fianco sinistro dell’edificio angioino, accedibili dal Cortile della Curia, poi eliminate durante gli ultimi lavori di restauro al complesso (1968-72).

Napoli – Duomo – Le stanze degli ebdomadari a ridosso della cappella dei Seripando, prima che fossero definitivamente abbattute nel corso dei restauri al complesso, negli anni ’69-’72 del passato secolo.

Già da tempo essi utilizzavano un sepolcro che con decreto del 10 ottobre 1414 dell’Arcivescovo Niccolò de Diano, divenne la loro sepoltura, al centro del coro, che  allora si sviluppava nella navata centrale, dal dossello del trono vescovile, fino alla campata di accesso alla basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

La lapide antica posta sulla sepoltura, che porta sulla fascia dedicatoria la data del decreto del de Diano, è quella murata attualmente alla parete sinistra dell’androne di accesso al Duomo dal Cortile della Curia: fu posta alla bocca della sepoltura al tempo dello stesso Arcivescovo in concomitanza con alcuni lavori e con la dedicazione del nuovo Altare al centro del transetto all’Arcangelo Michele e a San Gennaro, l’8 maggio del 1412 e che era ancora al suo posto al tempo della Santa Visita del 1574, del Cardinale Arcivescovo Mario Carafa (1565-1576).

Napoli – Duomo – Cortile della Curia – La antica lapide sepolcrale degli ebdomadari.

La lapide antica fu sostituita con la attuale, posta al tempo dei rifacimenti all’interno del duomo, disposti dal Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1754) conseguente il disastroso terremoto del 1732 e della sua replica del 1733.

Nella parte descrittiva del duomo di Napoli, gli Atti della Santa Visita del Cardinale Carafa, (1574) citano il sarcofago strigilato ed il cartibulum posto al centro del piccolo presbiterio, ancora utilizzato come Altare della cappella di patronato: “…accessit ad visitandam cappellam sub vocabulo S.ti Salvatoris Veteris, que construtta est inter dictum Altare de domo Loffredo et sepulcrum Ill.mi Cardinalis Buczuti nuncupati. In medio huius cappelle inventum fuit altare cum tabula marmorea desuper sita supra quatuor arpias marmoreas, et a tergo ditti Altaris est quedam cancella ferrea, et perquisitus dittus sacrista quid sibi velit illa cancella ferrea in altari posita, dixit adesse tumulatum in ditto Altari Corpus S.ti Attanasij olim Episcopi neap. et patroni ditte Civitatis, et quod de hoc sit publica vox et fama…” (Cfr. Curia Arciv. di Napoli, Archivio di Santa Visita, Atti dell’Arc. Mario Carafa, vol. II fol.121 t°).

Domenico Confuorto (Cfr. Giornali di Napoli dal 1679 al 1699, a cura di Nicola Nicolini, Napoli 1930), relaziona sulla Visita Pastorale fatta al duomo il 13 aprile1692, dal Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702):

L’Arcivescovo, dopo avere visitato il tabernacolo che, dal 1597, il Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) aveva tolto dall’Altare maggiore del duomo che era al centro del transetto quando realizzò il nuovo Altare nell’abside, e che era una cassetta di legno posta ai lati dell’Altare, e che aveva posto  sull’ Altare Mensa della cappella Gapece-Galeota che da allora era diventata la cappella per la custodia e l’adorazione del Santissimo Sacramento secondo le nuove disposizioni liturgiche del Concilio di Trento (1545-1567), osservò la pietra sacra dell’Altare e “…poi vi andò da dietro e riconobbe il luogo dove stava sepolto il corpo di Sant’Attanasio…” .

L’Altare barocco che racchiudeva al suo interno il cartibulum ed il sarcofago romano, fu realizzato certamente dopo la Santa Visita del Cardinale Arcivescovo Giacomo Cantelmo Stuart, quando i due preziosi reperti erano ancora al centro della cappella, al loro posto  nel 1692, perché li vide il Cardinale Cantelmo.

L’Istituto dei Preti Mansionari, i Confratelli del Salvatore, successivamente detti Quarantisti, fu ristrutturato nel 1957, con Decreto del Cardinale Arcivescovo Marcello Mimmi (1952-1958) e poi definitivamente recentemente soppresso.

La cappella ha alle pareti un ciclo di affreschi quasi illeggibili del 1677, molto rovinato dalle infiltrazioni d’acqua piovana dai tetti, eseguiti da Andrea di Lione (1610-1685), come risulta dalle polizze di pagamento del Banco di Pietà (Cfr. Giornale copia-polizze mtr. 728/24.8.1672), che rappresentano episodi della vita di Sant’Atanasio I.

Completo le necessarie notizie sul sito, ricordando che la lampada eucaristica oggi pendente dal vertice dell’ogiva di ingresso alla cappella patronato della famiglia Tocco, la prima a destra del maggiore Altare e intitolata a Sant’Aspreno, primo Vescovo di Napoli, le cui reliquie sono venerabili attraverso una fenestrella confessionis aperta sul postergale dell’Altare settecentesco, oggi luogo per la custodia e l’adorazione delle Specie Eucaristiche, per la inagibilità della cappella Capece-Galeota,  fu posta davanti all’Altare del Santissimo Sacramento, per ricordare il Primo Congresso Eucaristico Nazionale, celebrato a Napoli nel 1891, incentrato sulla Eucaristia ed il suo culto ed è auspicabile il ritorno del prezioso manufatto al suo posto originario.

Napoli – Duomo – Cappella Tocco o di Sant’Aspreno – L’urna settecentesca contenete le reliquie del corpo del primo Vescovo di Napoli .

L’edicola posta sulla destra, chiusa da una grata, fu realizzata nel 1888, per contenere la preziosa reliquia del piede di sant’Anna  (tre piedi !) ed altre reliquie provenienti dalla cappella del palazzo Tocco di Montemiletto pervenuto in proprietà insieme al trasferimento dei titoli alla famiglia Capece-Galeota, a seguito di matrimonio contratto nel 1806 da Francesco con Maria Maddalena Tocco Cantelmo Stuart, titoli e proprietà riconosciuti nel 1888 e 1889.

——————–

Ricorrendo il primo millennio della morte del Vescovo di Napoli Sant’ Atanasio I (circa 849-circa 872), si costituì una Commissione presieduta da Mons. Gennaro Aspreno Galante (1842-1923), sacerdote, storico e archeologo di fama internazionale, Canonico del Capitolo Cattedrale, per la ricerca di ciò che restava del suo corpo, perché reliquie del suo cranio già dal 1620, erano custodite in un busto reliquiario d’argento di Tommaso Montani, allievo del Naccherino (1550-1622) e dei fratelli vicentini Cristoforo e Giandomenico Monterossi, attivi a Napoli certamente dal 1588, nella cappella del Tesoro di San Gennaro, realizzato in sostituzione di un più antico reliquiario ligneo, conservato fino ad allora nel tesoro vecchio del duomo,  in cima alla torre scalare sinistra della facciata.

Trascorsero diversi anni prima che la Commissione di studiosi ed archeologi potesse incominciare le ricerche delle reliquie del corpo del Santo Vescovo, dove la tradizione le poneva e venerava, nella cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I,  per un susseguirsi di vicende storiche sfavorevoli, non ultima la morte dell’Arcivescovo del tempo, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1846-1877).

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, nei primi anni del passato secolo, con l’Altare barocco, ricomposto dopo la ricognizione canonica del 1882, delle reliquie conservate al suo interno.

Finalmente il 26 e 27 giugno 1882, alla presenza del nuovo Arcivescovo, il Cardinale Guglielmo Sanfelice (1878-1897) si procedette alla ricognizione delle reliquie dei Santi Vescovi Stefano I, Lorenzo e Giuliano, custoditi nell’Altare fanzaghiano, e si diede inizio alla ricerca di ciò che restava del corpo di Sant’Atanasio I che la tradizione collocava al suo interno.

Niente e nessun documento lasciava supporre la sorpresa, per quanto contenuto all’interno  del prezioso Altare, e che spiazzò i membri della Commissione di archeologi costituita per la ricognizione canonica e presieduta dall’Arcivescovo Sanfelice.

Napoli – Duomo – La antica fenestrella confessionis restrostante l’Altare fanzaghiano, rimossa e abbandonata nel cortile della Curia.

La sera del 26 giugno ci fu una prima semplice esplorazione del sito e dell’Altare fanzaghiano e attraverso la fenestrella confessionis del retroaltare si tentò di osservare l’interno della cassa.

Fu aperto il solo lato sinistro dell’Altare barocco e si intravide parte di un antico Altare.

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I – Fasi del recupero dell’antico Altare nel 1957.

Il giorno seguente, 27 giugno, a tarda ora, si continuò l’esplorazione dell’Altare: fu rimosso il paliotto e si notarono prima i trapezofori e poi l’antica Mensa che sostenevano, che presentava sulla fascia anteriore una iscrizione latina seguita da una Croce monogrammatica,  che strabiliò la Commissione di esperti.

Il sarcofago risultò contenuto fra due lastre di marmo, aperte in  alto con un tondo protetto da una grata di ferro: una lastra superstite, giace nel cortile della Curia.

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio – Fasi della ricognizione canonica e del recupero dei resti dell’antico Altare, nel 1957,  contenuti nell’Altare barocco. Si nota la fenestrella confessionis.

Rimossa la parte anteriore, apparve nella sua interezza il sarcofago romano e il sovrastante cartibulum, utilizzato come Altare.

Eseguita la ricognizione canonica delle reliquie il sarcofago fu nuovamente chiuso e sigillato e il giorno successivo 28 giugno, fu interamente ricomposto l’Altare barocco nascondendo al suo interno nuovamente i preziosi reperti.

Mons. Gennaro Aspreno  Galante redasse un accurato verbale della ricognizione-indagine archeologica che portò alla scoperta, all’interno dell’Altare barocco, del  sarcofago del III secolo, posto fra una coppia di trapezofori del I secolo, che reggevano una Mensa marmorea che da un lato, sul bordo, recava la scritta, ascrivibile alla seconda metà  IV-V secolo: MAXIMUS EPISCOPUS QUI CONFESSOR, seguita da una CROCE MONOGRAMMATICA.sdc11907

Napoli – Duomo – Il cartibulum ed il sarcofago strigilato cosi come appare oggi, al centro del presbiterio e, sulla parete di fondo della absidiola, il ricostruito Altare barocco.

“27 giugno 1882: “Hodie occidente dei solus petivi aedem cathedralem…..(segue elenco partecipanti alla ricognizione)…ad S. Athanasii sacellum accessit sub horam noctis primam. Adhibitis  aliis quoque tribus fabris,…coram Antistite nobisque omnibus,…antica pars altaris everti cepit; avulsa primum tabula marmorea, deinde lapidea congerie, vetus altare spectatur, magnam praeseferens vetustatem. Scilicet duo griphi alati, qui classicam, non mediaevi, aetatem reddebant, marmoream mensam sustinebant, cuius labrum hac epigraphe inscriptum erat: MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR (segue incisa una Croce monogrammatica). …Inter trapezophoros et supermixam mensam marmorea tabula obducta erat instar transennae haud tamen perforatae, fenestrella aderat, non tamen orbicularis in medio, sed arcuata ad imam transennae partem, ferreis clathris ferreoque reticulo obserata. Transenna amoveri non potuit quin prius frangeretur, qua tandem amota apparuit sarcophagus, veteri Romanorum more, ut ajunt, constructus, qui quidem ethnico primum usui destinatus postea abrasis imagungulis, titulo aliisque ornamentis, christiano tumulo inservit….Nullus sarcophago inscriptus erat titulus. Tum maceriem inter et pulverem Dominus meus mensam subiit, et sarchophago adhaerens aperiri iussit: amodo caute aperculo, me proprius accedente, apparuit ossium ac pulveris congeries linteo albo obtecta, quod imas oras acu pictas et fimbriis exornatas habebat; duae poitissimum tibiae dignoscebantur, vasculum etiam ligneum et patera fictilis minoribus ossibus plenas erant, lignei in super loculi fragmenta, et soleae frustula….Observatus iterum sarcophagus plumbo obsignatus est….anceps haerebam utrum Athanasii solius an ipsius cum caeteris tribus, Stephano, Juliano et Laurentio, lipsana, an revera Maximi ossa reperto sarcophago tegentur. Sagrista altaris structuram eadem ipsa nocte iterum componere studebat, quae tamen in crastinum amandari debuit.”. (cfr. Bellucci A. Onoranze alla venerata memoria di Mons. G.A. Galante, Napoli, 1925). e la memoria della ricognizione è in una pergamena conservata presso la Curia Arc. di Napoli, Archivio della Santa Visita, fondo pergamenaceo n.70.

Sorrento – Basilica di Sant’Antonio – tela del 1778 di Carlo Amalfi: Sant’Atanasio I.

La Commissione, non avendo trovato documenti probanti delle reliquie di Sant’Atanasio I, e non essendo nemmeno certa di chi fossero i frammenti ossei ritrovati, composti in nella ciotola di terracotta di epoca angioina, e quelli frammisti a terriccio, parzialmente raccolti dall’interno del sarcofago, ritenne opportuno, anche per  non disorientare i fedeli, ricomporre l’Altare barocco, nascondendo nuovamente al suo interno cartibulum e sarcofago,

sdc11908Napoli – Duomo – Uno dei due trapezofori che reggono la Mensa del cartibulum.

L’Arcivescovo Sanfelice demandò  al Vescovo di Nocera, Mons. Luigi del Forno (1885-1912), presente a Napoli per la sua consacrazione episcopale,  la riconsacrazione del violato Altare, il 12 ottobre 1885, ridedicandolo al Santissimo Salvatore e a Sant’Atanasio I, ponendo al suo interno alcuni frammenti ossei dei corpi di San Massimo, San Gaudioso, Santa Lucia, San Gregorio Magno, in una capsella plumbea recentemente da me ritrovata  all’interno della lipsanoteca sinistra della cappella delle Reliquie del Duomo di Napoli, dove fu riposta nel 1957, quando l’altare barocco fu definitivamente smontato per il recupero dei reperti archeologici che conteneva.

I reperti ossei rinvenuti all’interno della lenos, certamente ricoverati nella cappella reliquiario del duomo, insieme alla ciotola  angioina, non sono stati da me reperiti, all’interno delle lipsanoteche.

Durante la attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di reliquie dei Santi e Beati, depositate nella cappella reliquiario del duomo, ho ritrovato la ciotola che fu rinvenuta all’interno del sarcofago nel 1882 e che conteneva frammenti ossei attribuiti dalla tradizione al corpo di Santr’Atanasio I (almeno dal 1300) e anche da Mons. G.A.Galante, oppure al corpo di  San Massimo, come proposto dall’Arcivescovo Sanfelice a motivo della fascia dedicatoria scolpita sul bordo anteriore della Mensa, che per confermare la sua tesi, prelevò alcuni di essi che incapsulò in una teca autenticandoli come reliquie di San Massimo.

Prevalse il parere dell’Arcivescovo su quello dello storico e archeologo, che in ossequio alla volontà del suo Vescovo fece apporre sul bordo interno della ciotola, la scritta identificativa del suo presunto contenuto al momento del suo ritrovamento nella lenos: VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882, senza alcuna certezza scientifica o storica.

Il Galante, infatti, nel suo verbale della ricognizione canonica del 1882, precisa che lui stesso cercò all’interno del sarcofago qualche elemento identificativo che consentisse comunque una  qualunque attribuzione.

sdc11979Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La ciotola angioina rinvenuta nel sarcofago strigilato. (Cfr. Tino d’Amico – La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli e le reliquie di San Massimo in Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli in: tinodamico.wordpress.com).

Circa ottant’anni dopo, l’archeologo napoletano, il Sacerdote Domenico Mallardo (1887-1958), ottenne dal Cardinale Marcello Mimmi, Arcivescovo di Napoli (1952-1958) di riprendere la ricerca archeologica nella cappella, anche per recuperare il prezioso cartibulum ed il sarcofago, rimasti nascosti nell’Altare barocco, demandando ad una Commissione scientifica, lo studio dei reperti ossei. 

Il 14 maggio 1957 l’Altare fanzaghiano fu interamente smontato e fu riportato alla luce il cartibulum e il sarcofago strigilato che fu interamente svuotato dei residui di terriccio contenente ancora sospesi frammenti ossei anonimi che, raccolto, imbustato e conservato altrove, e recentemente da me  collocato nella lipsanoteca sinistra della cappella delle reliquie del duomo di Napoli, dove già da tempo era stata depositata anche la ciotola angioina, fortunatamente integra e da me recentemente ritrovata, e i reperti ossei raccolti dal suo interno nel 1882, che non ho ritrovato (Cfr. Tino d’amico, La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “vestibolo del paradiso” in, tinodamico.wordpress.com)

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo o di San Paolo degli Humbertiis detta anche “degli Illustrissimi Preti di Propaganda”: i pezzi dell’antico Altare barocco in deposito al suo interno, prima della ricomposizione nel 1990-91.

Cartibulum e sarcofago rimasero al loro posto originario, almeno dalla seconda metà del 1300, al centro della cappella dei Capece-Galeota e fu recuperata anche una parte dell’antico pavimento della cappella di riggiole napoletane del ‘500.

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio – Lacerticoli dell’antico pavimento quattrocentesco.

L’Altare barocco, invece, fu temporaneamente depositato nella vicina cappella di San Lorenzo detta degli Illustrissimi Preti di Propaganda, per essere poi recentemente ricomposto sulla parete di fondo della cappella che lo conteneva dopo un intervento di restauro al ciclo di affreschi e al luogo, disposti dall’Arcivescovo di Napoli il Cardinale Michele Giordano (1987 – 2000).

Resta comunque aperta ogni ipotesi  circa la attribuzione delle reliquie rinvenute all’interno del sarcofago: se appartengono al corpo di Sant’Atanasio o al corpo di San Massimo.

Qualora esse venissero ritrovate, potrebbero essere sottoposte ad accertamenti utilizzando i moderni metodi di datazione e comparazione, e determinare se esse appartengono al corpo di un anziano, vissuto nel IV secolo, San Massimo il cui corpo à venerato in Sant’Efremo vecchio dei cappuccini di Napoli, dove fu trasferito al tempo della costruzione del duomo angioino, oppure, ipotesi da non escludere, i reperti ossei recuperati all’atto della ricognizione canonica, appartengono al corpo di un uomo della apparente età di quarant’anni,  vissuto nel IX secolo, a Sant’Atanasio I , considerando che la tradizione attribuisce la presenza del corpo di Sant’Atanasio I nel duomo di Napoli nella cappella a lui intitolata fin dal tempo della costruzione dell’edificio angioino.

A tal proposito ritengo utile riportare la relazione che fra Evangelista da Lecce inviò al Vescovo di Sorrento Mons. Paolo Regio, dopo la scoperta dei presunti resti dei Santi Efebo, Fortunato e Massimo nel corpo dell’Altare della chiesa catacombale di Sant’Efremo  Vecchio dei Cappuccini di Napoli, nel 1589.

Ecco quanto scrisse in data 16 dicembre 1589 a Mons. Paolo Regio il P. Evangelista da Lecce: “… una sera delli XX del mese passato di Novembre a’ due hore di notte, essendo andato nel predetto luogo di Sant’Eufebio a questo effetto:…..si cominciò a rompere un poco detta fabrica, o cascia,… si cominciarono à scoprire certi pezzi di marmo a guisa di mattoni  sottili un dito, o più o meno; chi più lungo d’un palmo, chi meno. Tra i quali vi fu uno di più grossezza circa tre dita, con certe lettere concave, che dicono: HIC REQUI…Ma non si può leggere si seguita scit o scunt; perchè è rotto. Appresso cominciarono a scoprirsi le benedette ossa in tanta quantità, che bastano à fabricare un corpo humano integro; fuor che la testa che si pretende esser quella, che stà nel Thesoro dell’Arcivescovado di Napoli. Havemo di ben ritrovata una parte di mascella, con uno o due denti molari:….Il seguente giorno fecimo intendere questo successo a Monsignore Reverendissimo Alessandro Gloriero,Chierico di Camera, Nuncio di Sua Santità…et in sua presentià si sfabricò tutto il detto altare grande perpendicolare; et ivi si ritrovò un altro corpo senza testa, qual pur si dice, che sta nel medesimo Thesoro dell’Arcivescovado di Napoli….et ivi stette tanto, finchè s’è trovato il terzo, che fu (come tenemo) San Fortunato, con la testa et con lo corpo integro…”.

Il Nunzio Gloriero, relazionò all’allora Pontefice, Papa Sisto Vi, il quale approvò il ritrovamento ed ordinò che i tre corpi con ogni debita riverenza fossero ben custoditi finchè ad essi si potesse dare una più onorevole sepoltura.

Il padre cappuccino F. Mastroianni, a commento di quanto riportato dal Bellucci nel testo citato, circa il ritrovamento dei tre corpi all’interno dell’Altare della chiesetta catacombale conventuale riferisce che con essi non fu trovato elemento identificativo per autenticare le reliquie e riferisce anche di un documento conservcato nell’Archivio Segreto Vaticano, Registro CCCCXIV Nicolai V, de Curia, lib. IX, tom. XXX, del 1450, che parla  della esistenza della chiesa catacombale, ma non della esistenza dei tre corpi inumati in essa.

Nel 1591, fu costruito nella chiesa di Sant’Efremo Vecchio un nuovo Altare maggiore di marmo, e sotto la Mensa vennero collocate le reliquie in due distinte casse di piombo: in una si posero leossa ed i frammenti di Sant’Efebo, nell’altra quanto era rimasto di quelle di San Fortunato e di San Massimo. (cfr. A. Bellucci, La catacomba di sant’Eufebio presso il convento cappuccino di Napoli, Edizione a cura di Fiorenzo Mastroianni, napoli 2001).

Cesare d’Engenio Caracciolo in Napoli sacra, opera pubblicata nel 1624, per garantire l’autenticità dei tre corpi, inventa il ritrovamento con essi di una piastra di piombo identificativa, sconosciuta agli stessi padri cappuccini e agli autorevoli testimoni presenti allo scoprimento dei tre corpi.

——————————

Devo necessariamente riferire che nel mese di febbraio 2015, il Cardinale Arcivescovo di Napoli, Mons. Crescenzio Sepe, dispose il restauro dell’ipogeo che custodisce le salme imbalsamate di alcuni Vescovi di Napoli ed altri deceduti in  città.

Provvidi su proposta capitolare, a redigere un elenco ordinato secondo il cronologico delle varie date di deposito, corredato di necessarie notizie biografiche delle salme chiuse nei sarcofagi, come prescrive il Codice di Diritto Canonico e le norme igieniche relative alle sepolture.

Furono sistemati nell’ipogeo restaurato, anche un cofano funebre contenente ossame, raccolto da antiche sepolture del duomo,due cassette di zinco sigillate, contenenti altro ossame anonimo e tre altre cassette di legno, anonime, contenenti resti mortali di tre individui e alcuni canopi contenenti parti molli umane, residui di imbalsamazioni, ormai disseccate.

La raccolta di questi resti umani anonimi, è dovuta forse al Decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721, che vietava la presenza di corpi di defunti in sepolcri rialzati da terra, oppure essi furono variamente recuperati durante lavori ottocenteschi all’interno del duomo.

Con i cofani funebri e le casse contenenti ossame, temporaneamente riposte nella cappella funebre del Cardinale Alfonso Castaldo nello spazio della cripta di San Gennaro, fu riposta e da me osservata anche una cassetta-contenitore del tipo di quelle utilizzate nei laboratori scientifici per contenere reperti da esaminare, chiusa, mancante di chiave, con toppa ottonata.

Potrebbe contenere i reperti ossei raccolti dal sarcofago e composti al suo interno per l’esame della Commissione scientifica costituita nel 1957, il cui esito  non è stato mai comunicato.

——————————

Franco Strazzullo (cfr. Saggi storici sul duomo di Napoli.  Napoli 1959) dedica un ampio capitolo alla “questione agiografica” relativamente alla presenza di presunte reliquie del corpo di San Massimo nella chiesetta  catacombale di Sant’Efremo vecchio dei cappuccini di Napoli  e nell’Altare della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I.

Dopo un lungo escursus storico sul peregrinare delle reliquie sia di San Fortunato I e di San Massimo dalla basilica estramurara nella valle della Sanità, riferendosi agli studi di Domenico Mallardo, che afferma il trasferimento nella basilica Stefanìa al tempo del Vescovo di Napoli San Giovanni IV detto lo Scriba, che ripose i corpi di San Massimo e di San Fortunato nell’oratorio esterno al corpo della Stefania, accedibile comunque dall’interno della basilica. ponendoli simmetricamente, quello di Fortunato I “parti dextrae introeuntibus, sursum, ubi est oratorium”; quello di San Massimo “in partis levae introeuntibus , si pone una domanda che appare legittima: perché i corpi dei tre Santi furono poi più volte trasferiti per ritornare, almeno quello di Sant’Efebo, alla sua iniziale sepoltura: la sua catacomba, atteso che San Giovanni IV trasferì nella Stefania anche i corpi dei Santi Vescovi Aspreno, Epitimito, Marone, Agrippino, Efebo, Fortunato I, Giovanni I e Sotero?.

Napoli – Duomo – Il cartibulum e il sarcofago strigilato.

E quali documenti o elementi probanti garantirebbero la  attribuzione ai tre Santi Efebo, Fortunato I e Massimo, le  reliquie recuperate nel 1589 dall’Altare della chiesetta catacombale intitolata a Sant’Efebo: non pare sufficiente la incompleta relazione del Cappuccino Evangelista da Leccio al Vescovo Paolo Regio, nella quale parla del ritrovamento di corpi e non di possibili elementi identificativi, considerando anche la non convinzione di F. Strazzullo del trasferimento delle reliquie (almeno di San Massimo) in concomitanza con la costruzione dell’edificio angioino, mancando copia del decreto, da più parti citato, della disposizione di Carlo II al trasferimento dei corpi dei Santi Vescovi  dalla diroccanda Stefania, altrove, decreto andato distrutto nell’incendio appiccato dai nazisti in fuga nel settembre del 1943 ai documenti della cancelleria angioina, conservati nell’Archivio di Stato.

C’è da dire inoltre che spesso è citata la presenza del cranio di San Massimo in duomo, ma  esso è confuso con quello di San Massimo Cumano, che era conservato nello stipo delle reliquie sull’Altare della Sacrestia Maggiore, in una teca di argento, che poi fu fusa durante il decennio francese (1806-1815) e la reliquia andata smarrita nella cappella reliquiario, e nessun elemento identificativo mi consente di attribuire a San Massimo Cumano  o San Massimo Vescovo di Napoli e Confessore uno dei due crani da me ritrovati all’interno di una lipsanatoca, perché l’altro cranio, presenta caratteristiche anatomiche che contribuiscono ad assegnarlo al corpo di una donna.

Nello stesso errore di persona incorre il redattore della TABELLA riportata successivamente.

Reliquie di Sant’Atanasio I, forse del suo capo, sono nella Cappella del Tesoro di San Gennaro, dove sono anche reliquie di sant’Efebo, ma non di San Massimo.

A tal proposito cito dalla TABELLA SACRARUM RELIQUIARIUM QUAE IN HAC METROPOLITANA OSSERVANTUR ET DIERUM QUIBUS PUBBLICAE VENERATIONI EXPONENTUR, redatta dal Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart, Arcivescovo di Napoli (1691-1702), fatta murare all’ingresso della Sagrestia maggiore del duomo e che,  dopo varie peregrinazioni è attualmente posta sulla parete sinistra della cappella funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), retro sagrestia del duomo:

Mense aprile: die V, caput S. Athanas P. in capp. tehesauri.

Mense maio: die XXIII, caput S. Eupheb. Ep. N. et P. in capp. tehesauri.

In sacello sacristiae maioris – mense octobri – Die XXX, caput S. Max. in statua argent.

——————————

Mons. Domenico Ambrasi (op. cit.) descrivendo le fondazioni del Vescovo di Napoli San Severo (364-410), riportate nel Chronicon Episcoporum neapolitanorum, di Giovanni Diacono, dice che esse furono quattro basiliche, di cui due certamente individuate: quella  urbana della regione di Forcella, detta di San Giorgio Maggiore e quella dell’area cimiteriale, la piccola basilica di San Severo, eretta come luogo per la sua sepoltura, poco distante dalla basilica di San Fortunato, di fronte a quella di San Gaudioso, citando successivamente la fondazione del complesso degli edifici battesimali adiacenti la costantiniana basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, il cui battistero risulta essere il più antico d’occidente.

L’indicazione precisa dei luoghi permise al Mallardo di individuare nella antiche strutture murarie visibili in alcuni locali terranei del vicolo dei Lammatari, a Napoli, nei pressi della basilica di Santa Maria della Sanità, ciò che restava della basilica severiana e, dice, ancora Ambrasi, che in essa furono inumati i corpi dei  Santi Vescovi napoletani Fortunato  e Massimo.

San Massimo, Vescovo di Napoli, menzionato in alcuni documenti del 355, svolse probabilmente il suo servizio episcopale tra il 347 3 il 359.

Difese i decreti del Concilio di Nicea, del 325, opponendosi all’arianesimo, la cui eresia raccoglieva adesioni fra il clero, le autorità civili e la gente comune della sua Napoli, che era indotta ad aderirvi.

Per la sua strenua difesa della ortodossia nicenea, tra il 355 e 356, fu esiliato in  oriente, insieme ad altri Vescovi che come lui combattevano l’arianesimo e sostituito dall’ariano Zosimo fra il 355 e il 363.

E’ considerato per questo martire e confessore della fede e il suo culto è legato all’episcopato di San Severo (364-410) che riportò dall’Africa a Napoli le sue spoglie mortali.

Venerato come Santo dalla Chiesa napoletana, il Calendario marmoreo del IX secolo ne fissa la memoria liturgica al 21 di aprile: N(a)T(ale) di S(an) MASSIMO V(esco)VO CON(fessore).

Il suo culto fu definitivamente confermato il 12 settembre 1840 dalla Sacra Congregazione dei Riti.

La scritta posta sulla fascia anteriore della Mensa del Cartibulum, ascrivibile al IV-V secolo, potrebbe in realtà essere di epoca successiva, quando i resti mortali di San Severo, San Fortunato e San Massimo, dalla basilica sepolcrale di San Severo furono trasferiti nella basilica del Salvatore detta Stefania, la basilica gemina della Cattedrale napoletana detta di Santa Restituta,  al tempo del Vescovo di Napoli San Giovanni IV detto lo Scriba (842-872)

Secondo Giovanni Diacono il corpo di San Fortunato fu deposto in un oratorio esterno al corpo di fabbrica della ecclesiae Stefaniae partis dectere introeuntibus sursum e quello di San Massimo in oratorio ecclesiae Stefaniae parte laevas introeuntibus, ma non dice da chi e quando, probabilmente, come ritiene D. Mallardo dal Vescovo San Giovanni IV lo Scriba (842-849)  , che trasferì nella basilica anche i corpi dei Santi Vescovi Aspreno, Epitimito, Marone, Agrippino, Efebo, Giovanni I e Sotero.

Forse il sarcofago con il corpo di San Massimo fu posto nello stesso oratorio e su di esso fu posto, come Altare, il cartibulum: dall’oratorio adiacente la Stefanìa il sarcofago, vuoto delle reliquie di San Massimo, e il sovrastante Altare, fu trasferito altrove alla fine del 1200, quando insieme alla basilica Stefania furono diroccate anche le costruzioni adiacenti, per far posto al duomo angioino.

Napoli – Chiesa di Sant’Efremo dei cappuccini di Napoli – Fenestrella confessionis del Maggiore Altare che consente di venerare le reliquie dei Santi Vescovi Efebo, Fortunato I e Massimo.

Ciò che restava del corpo di San Massimo, tranne il suo cranio, fu poi trasferito ed inumato dove poi fu ritrovato, nella catacomba costruita da Sant’Efebo che fu Vescovo di Napoli circa nel 250.

Stessa sorte toccò alle reliquie di San Fortunato I ad eccezione del suo cranio

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Pietro Provedi, (sec. XVI), portella lignea che ritrae sant’Efebo.

Sant’Efebo fu Vescovo di Napoli tra la fine del III e gli inizi del IV secolo: poco o nulla si conosce di lui.

Il nome gli attribuisce un bell’aspetto; fu taumaturgo e si dice di lui che difese strenuamente la comunità cristiana a lui affidata.

Fu sepolto nella catacomba a lui intitolata, da dove il suo corpo, forse nel IX secolo fu trasferito nella Stefania al tempo del Vescovo Giovanni IV lo Scriba, da dove poi fu riportato nuovamente nella sua catacomba.

Il calendario marmoreo lo ricorda al 23 maggio: DEP(osizione) di S(ant’)EFEBO V(esco)VO.

Sulla catacomba di sant’Efebo, fu costruito al posto di una più antica cappella, nel 1530, il convento dei Cappucini e la chiesa di Sant’Efremo, corruzione popolare di Sant’Efebo, nel cui Altare maggiore, o comunque nelle sue immediate adiacenze, furono poste accanto a quelle di Sant’Efebo e di Orso I, Vescovo di Napoli, nipote e successore di San Severo,  le reliquie dei corpi dei Santi Fortunato e Massimo, ritrovate poi nel 1589, prive del cranio.

——————————

Rimasero probabilmente tra i materiali di risulta, accantonati nel cantiere del costruendo duomo, il cartibulum e il sarcofago  che una volta terminati i lavori per la costruzione dell’edificio, furono utilizzati per fornire di un prezioso Altare la cappella dei Capece-Galeota e all’interno del sarcofago furono, forse, poste le reliquie del corpo di Sant’Atanasio I.

La cappella dei Capece-Galeota, fu intitolata fin dalla fondazione del duomo angioino, al Salvatore Vetere  e successivamente fu intitolata anche a Sant’Atanasio I, mai a San Massimo;  la successiva intitolazione anche a Sant’Atanasio e la tradizionale venerazione delle sue reliquie nella cappella,  fa supporre la loro presenza, inumate nel sarcofago sottostante l’Altare.

Mons. G. A. Galante era  convinto che le reliquie rinvenute nel sarcofago appartenevano al corpo di Sant’Atanasio I, come la tradizione garantiva e la venerazione portata ad esse durante le documentate Sante visite degli Arcivescovi, nel corso degli ultimi secoli, anche perché le reliquie del corpo di San Massimo erano in Sant’Eframo Vecchio dei cappuccini ed erano oggetto di venerazione in quel luogo, dove erano state ritrovate e riconosciute tali.

Il cartibulum  poi, chiaramente frutto di assemblaggio di reperti antichi ed il sarcofago, recuperati dal cantiere del duomo angioino, e utilizzati per fornire di un Altare  di pregio la cappella del Salvatore Vetere dei Capece-Galeota e forse per contenere i resti mortali di Sant’Atanasio I, trasferiti dall’oratorio adiacente la basilica di San Gennaro extra moenia, dagli Ebodomadari che in quella cappella erano stati stabiliti come sede,fin dal tempo della inaugurazione dell’edificio.

Per l’archeologo Galante, il titolo sepolcrale identificativo di san Massimo inciso sull’orlo anteriore della Mensa, non era stato scalpellato e sostituito, magari con quello di Atanasio I.

Come sul finire del ‘600, la secolare polemica tra i Capitolari e gli Ebdomadari aveva assunto toni accesi,per cui i preziosi reperti e il sarcofago che la tradizione riteneva contenitore delle reliquie del corpo di Sant’Atanasio insieme al cartibulum fu nascosto all’interno del nuovo Altare barocco, e si decise anche di limitare il culto delle reliquie del Santo Vescovo nel giorno della sua memoria liturgica nella sola cappella del tesoro di San Gennaro, e quelle di san Massimo nella sagrestia maggiore, secondo il dettato della TABELLA SACRARUM RELIQUIARIUM, compilata dall’Arcivescovo Cantelmo Stuart, così per l’Arcivescovo Sanfelice che per non alimentare nuovamente la polemica tra le due componenti clericali, finalmente placata, prevalse la scelta di far tempestivamente ricomporre l’Altare barocco nascondendo i preziosi reperti al suo interno: la prudenza prevalse  su qualunque altro interesse culturale e cultuale: a conferma de quo, autenticò anche frammenti ossei  che incapsulò in un reliquiario sposto nella cappella delle reliquie del duomo, identificandoli come reliquie di San Massimo e similmente dispose  perché sul bordo interno della preziosa ciotola angioina rinvenuta all’interno del sarcofago, fosse riportata la nota identificativa del contenuto al momento del suo ritrovamento cioè i presunti “frammenti del corpo di San Massimo”.

1932442_452348318229372_226707352_n

Napoli – Duomo – Cappella reliquie.

Intitolò però, il Sanfelice, la cappella dei Capece-Galeota nuovamente al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I.

——————————

Il cartibulum era il tavolo generalmente rettangolare, solitamente costituito da un piano di marmo sorretto da trapezofori, che nella domus, era posto nellatrio, davanti all’ impluvio, la vasca per la raccolta delle acque piovane, dal lato del tablinio, la sala fra l’atrio e il peristilio, il porticato del giardino interno, usata come luogo di ricevimento.

images

Modello di trapezoforo romano.

Esso era utilizzato per porre in mostra la ricchezza della casa, l’argenteria e la suppellettile preziosa, oppure era utilizzato fuori dal contesto della domus, per altri scopi, anche come banco da bottega, oppure nei templi, per riporre oggetti necessari al culto.

Generalmente era rettangolare, ma esistevano cartibuli di forme diverse, come la delfica, tavolo circolare a tre piedi, utilizzato nel triclinio, il monopodium, sorretto da una figura umana o animale, a tutto tondo e l’abacus, di forma quadrata, utilizzato come supporto di preziosi elementi di arredo.

I trapezofori erano i supporti su cui poggiava la mensa, particolarmente decorati con protomi, assemblate ad elementi animali, generalmente felini, che separatamente la reggevano agli angoli.

La loro origine era nell’antico Egitto e nell’area mediorientale e ellenistica e il loro uso perdurerà per tutta l’età imperiale.

Accanto al trapezoforo comune, costituito da elementi semplici, isolati agli angoli della mensa, sono stati rinvenuti altri costituiti da elementi zoofori contrapposti, come protomi antropomorfe o animali, solitamente alati, i grifoni, e scolpiti in un’unica lastra di marmo.

hi-phone-1316

Disegno di grifone.

Essi sviluppano alla base una particolare ricca decorazione floreale e vegetale che a volte vale a qualificarli per l’uso, per la datazione e l’area di provenienza.

Il sarcofago il cui uso è noto, è legato, a partire dal II secolo d.C. all’abbandono del sistema della cremazione del cadavere per l’inumazione.

Il loro diffondersi fu favorito da un periodo di serenità per la comunità cristiana, sottoposta a persecuzioni, durante tutta la seconda metà dello stesso II secolo d.C., ma anche dalla aumentata richiesta da parte di cristiani che progressivamente andavano ad occupare posti di rilievo nella amministrazione dello Stato.

La tipologia dei sarcofagi pagani e cristiani è sostanzialmente la stessa: la lenos, la vasca che conteneva il cadavere, variava per forma, grandezza, decorazione, ma aveva una origine comune nella vasca utilizzata per la fermentazione del vino.

Molti sarcofagi utilizzati per sepolture, dopo il secondo secolo appaiono essere riutilizzati per contenere altri cadaveri, dopo avere sfrattato il precedente inquilino.

Il sarcofago strigilato oggetto di questa nostra analisi, dalla tipica decorazione a bande verticali ricurve che richiamano lo strumento metallico utilizzato dagli atleti, dopo le gare, per detergersi dalla crosta di sudore e polvere, chiamato strigile, databile fra la fine del II secolo e gli inizi del III, fu certamente recuperato nell’area cimiteriale cittadina, l’attuale quartiere dei Vergini e della Sanità e riutilizzato per contenere i resti mortali del Vescovo Massimo, dopo avere sfrattato il precedente inquilino, di età non adulta, e deposto nella piccola basilica costruita da San Severo, nei pressi della catacomba.

Confermerebbe l’ipotesi del suo riutilizzo la imago clipeata scalpellata e la tabella anch’essa scalpellata, posta sul coperchio.

Esso di m.1,18 di base esterna e di m 1 di base interna, per una altezza della vasca di m.0,34 e 0,46 con coperchio e tabella è assegnabile al III secolo perché il  labbro superiore presenta una decorazione ed ovoli e freccette e viticci sull’orlo inferiore.

La decorazione del coperchio a tetto, è di derivazione ellenistico-romana e denuncia nel suo insieme l’origine, nella produzione di una bottega pagana anche per la presenza di antefisse ai lati della imago clipeata.

Su lati curvi  è ripetuta la scena del leone che azzanna e divora una bestia e sullo sfondo della stessa è abbozzata la figura del bestiario con la ferula, avvolto in un pallio, scena tipica dei sarcofagi del III secolo.

La figura scolpita  sulla tabella, parzialmente scalpellata, è di non facile interpretazione : rappresenterebbe un orante o forse qualcuno che compie il gesto dell’adlocutio, per la disposizione asimmetrica delle braccia

La scena forse vuole veicolare attraverso il gesto del catecheta la certezza della immortalità : il simbolismo della morte è rappresentata infatti dai leoni azzannanti.

Dalla basilica cimiteriale, dove era stato trasferito dalla catacomba, per essere riutilizzato dopo avere scalpellato ogni elemento che tradisse la sua origine pagana, il sarcofago fu trasferito con il suo contenuto, in epoca imprecisata, nella Stefania, certamente dopo che l’edificio fu gravemente danneggiato da un incendio tra il 538 e 555 e la prima successiva ricostruzione disposta dal Vescovo Giovanni II (circa 540- ?).

L’edificio fu distrutto da un altro incendio nel secolo VIII e ricostruito dal Duca-Vescovo Stefano II (756-789).

Il Chronicon , riferisce del trasferimento di molte reliquie di Santi Vescovi napoletani dalla catacomba alla basilica Stefania, da parte del Vescovo San Giovanni IV lo Scriba, e riferisce anche che il suo sarcofago fu posto in un oratorio dedicato a Santo Stefano, accedibile dall’interno dell’edificio, il cui ingresso era sul tratto del decumano medio, sul largo di Capuana, (piazza Cardinale Sisto Riario Sforza).

Accanto ad esso già esisteva l’ospedale atanasiano che andava ad occupare lo spazio compreso fa l’attuale campanile, costruito sulla torre di difesa e di accesso alla cittadella vescovile, e parzialmente l’area utilizzata poi per costruire la cappella del Tesoro di San Gennaro.

Sul sarcofago fu assemblato, come Altare mensa il cartibulum, secondo un uso liturgico già adottato fin dal II secolo, di celebrare la Santissima Eucaristia su un Altare costruito sopra o presso la tomba di un martire.

La citata scritta dedicatoria a San Massimo, fu apposta sul bordo anteriore del piano mensa, già decorato con ovoli e glifi, fra la fine del IV secolo e gli inizi del V, o forse poco dopo e fa supporre la sua origine come primitivo Altare di San Massimo nella basilica di San Fortunato.

Il sarcofago, vuotato delle reliquie di San Massimo, trasferite nella catacomba di Sant’Efremo, quando si cominciò a diroccare la basilica Stefania per far posto al costruendo duomo angioino e l’assemblato cartibulum già utilizzato come Altare Mensa, accantonati nel cantiere, furono poi utilizzati nella cappella dei Capece-Galeota.

La presenza di un tempio romano dedicato ad Apollo,  è confermata dai ritrovamenti archeologici ma la sua collocazione sullo scacchiere dell’area della cittadella vescovile non è stata ancora risolta: da esso provengono le colonne utilizzate già in epoca costantiniana per la costruzione della prima basilica Cattedrale detta poi di Santa Restituta e la grande vasca di basalto nero, utilizzata come fonte battesimale, prima nella basilica Cattedrale e poi in Duomo.

Sulla stessa area esistevano anche fabbriche di epoca imperiale i cui elementi strutturali sono stati ritrovati durante l’ultima indagine archeologica (1969-72), e forse ambienti termali, per la presenza di molte acque sorgive.

E’ da queste fabbriche di epoca imperiale che provengono i tropezofori,  probabilmente non il piano mensa, assemblata con essi per realizzare il cartibulum

La spessa lastra di marmo rettangolare (m. 2,08 x 1,40 x 0,08)  presenta sulla fascia, nei quattro lati, una decorazione di ovoli e glifi, e negli angoli un motivo a volute e su quella anteriore reca la scritta apocrifa dedicatoria a San Massimo, in carattere capitale romano.

Essa poggia su una coppia di trapezofori (di m.0,81 di altezza) che rappresentano due coppie di grifoni alati contrapposti, con zampa leonina, separati alla base da un motivo di foglie d’acanto, i cui caulicoli sviluppano un elegante intreccio che sale verso l’alto.

Le foglie di acanto spinoso li fanno derivare, come area di realizzazione, più greca che romana, dove è tipica la pianta di acanto spinoso.

L’immagine del grifone, animale mitologico associato ad Apollo che lo cavalcava trainando il carro del sole, fu ampiamente utilizzata  dalla cristianità medioevale perché generata dalla unione di un animale terrestre e di un animale del cielo, come simbolo quindi della doppia natura , terrestre e divina di Cristo.

L’Altare è simbolo del Cristo ed esprime nel suo simbolismo anche i concetti teologici a Lui legati, in sintonia con quanto insegna a confessare il Concilio di Calcedonia (451): “un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità; vero Dio e vero uomo, composto di anima razionale e di corpo; consustanziale al Padre per la divinità, consustanziale a noi per l’umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato (Eb.4,15); generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità e, in questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza, nato da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l’umanità”.

L’utilizzo del cartibulum come Altare, la cui mensa è retta dalla coppia di trapezofori che rappresentano grifoni alati, assume un chiaro significato liturgico-cristologico: Cristo nella unità delle due nature umana e divina è allo stesso tempo Altare, Vittima e Sacerdote, ed è lo stesso Cristo che sembra doversi ravvisare nell’Altare d’oro posto davanti al Trono dell’Altissimo, evocato dall’Apocalisse (Ap.8,3)

L’utilizzo del cartibulum pagano, come Altare, non è anacronistico.

L’acanto, poi, con i suoi caulicoli, in epoca augustea assunse un forte significato simbolico: il Nuovo Impero individuava nell’Età Augustea il ritorno dell’Età dell’Oro attraverso il culto di Apollo di cui l’imperatore stesso si dichiarava discendente.

Nella simbologia cristiana l’acanto è immagine della risurrezione e della immortalità, perché pianta che cresce spontanea in terreni non coltivati, ed era in antico utilizzata  per simboleggiare il cammino spirituale, disseminato di spine, come le foglie spinose presenti su questi trapezofori.

Resta comunque irrisolta la questione agiografica: a chi appartengono i frammenti ossei recuperati dall’interno del sarcofago, a San Massimo, per il titolo funebre identificativo o a Sant’Atanasio I, secondo una avallata tradizione?

—————————————

Advertisements

One thought on “IL cartibulum ed il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...