La Madonna col Bambino in gloria di Diego de Siloe nella cappella Tocco del duomo di Napoli.

di Tino d’Amico

La ripulitura, dopo decenni di abbandono, del bassorilievo della MADONNA COL BAMBINO IN GLORIA di Diego De Siloe, della cappella Tocco nel Duomo di Napoli, con un intervento disposto dalla Sopraintendenza nel corso dei lavori di consolidamento e restauro del complesso Cattedrale, fornisce l’occasione per la citazione di questo prezioso manufatto poco conosciuto, nel contesto di una più generale presentazione del patrimonio storico, artistico e architettonico giacente nel Duomo napoletano che non appare sufficientemente inserito nei circuti culturali ed è fugace meta di un grand tour centrato esclusivamente sul grande contenitore che è la Cappella del Tesoro di San Gennaro.

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Napoli – Duomo – Cappella di Sant’Aspreno, patronato della famiglia Tocco di Montemiletto – Diego de Siloe – La Madonna col Bambino in gloria – Bassorilievo.

Il bassorilievo che rappresenta la MADONNA COL BAMBINO IN GLORIA, fu posto nella prima metà del ‘700 nell’abside della cappella di diritto patronale della famiglia Tocco, intitolata fin dalla fondazione del Duomo angioino (1283) a Sant’Aspreno, da Leonardo Tocco, al termine del restauro del sacello dopo il terremoto del 1732 e la replica del 1733, come informa la lapide posta nella stessa parete absidale, restauri rientranti nel più vasto piano di consolidamento dell’edificio angioino (1) disposti dall’allora Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1754), che interessarono la parte absidale , maggiormente danneggiata ed in particolare la parete frontale del transetto, intervenendo sulle imposte degli archi gotici di accesso alle due cappelle laterali, rinforzandola, raddoppiandone la struttura muraria (2).

LEONARDUS TOCCUS

ACHAIAE MONTISQ. MILITUM PRINCEPS

HUIUS NOMINI V

DUX POPULI ET PRIMAE CLASSIS HISPANIARUM MAGNAS

MAIORUM IMITATUS PIETATEM

ET EXIMIUM IN S. ASPRENUM CULTUM

SACROS EIUS CINERES ET OSSA

EX VETERI MARMOREA RUDI CAPSA ERUTA

ET IN CYPRIA PYXIDE DECENTER CONDITA

IN ALTARI AB SE ELECTIS LAPIDIBUS EXTRUCTO

CONFLUENDI PIO POPULO PATERE DEDIT

PAVIMENTO SEPTO CANCELLIS

SUMPTUOSO  EX AURICALCO ORNATU MUNITIS

PICTURIS NOVO LUMINE ADSPERSIS

REFECTISQ. VITREIS FENESTRIS

ANTIQUUM GENTILITY SACELLI SPLENDOREM

RECENTIORUM OPERUM ELEGANTIA MUNIFICENTIAQ. AUXIT

ANNO D. MDCCL

I Tocco, di origine longobarda, derivavano il loro nome dalla Signoria di Tocco, un paese del beneventano dove erano presenti già nell’anno 1000.

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Planimetria del duomo di Napoli che indica il sito della cappella Tocco, intitolata a Sant’Aspreno, primo Vescovo di Napoli.

La famiglia si divise in due rami: i Tocco delle Bande e i Tocco delle Onde.

Questi ultimi furono influenti nobili dei seggi di Capuana e Nilo ed esponenti di primo piano alla corte angioina, inviati a conquistare la Romania e l’Epiro e a governare autonomamente, per conto dei sovrani angioini (3)e aragonesi, quelle terre e l’Acaia, governo che esercitarono come despoti, e furono Grandi di Spagna.

La loro potenza aumentò con il matrimonio di Maddalena Tocco con l’imperatore bizantino Costantino XI Paleologo (4)

Il ramo delle Bande si estinse molto presto, quello delle Onde si estinse a metà dell’800 e beni e titoli passarono ai Capece Galeota duchi della Regina per il matrimonio di Maria Maddalena Tocco-.Cantelmo-Stuart con Francesco Capece Galeota della Regina.

Il diritto patronale sulla cappella fu concesso dall’Arcivescovo Bernard de Rodez III (1368-1378) a Pietro Tocco, conte di Martina, con istrumento rogato per notar Pietro Zerola, come riferisce il Parscandolo.

Napoli – Duomo – Prospetto della cappella di Sant’Aspreno, patronato della famiglia Tocco di Montemiletto.

Fondatore della famiglia fu Guglielmo da Tocco ( ? – 1335) i cui resti mortali dovrebbero essere  ancora nel sarcofago di destra (5), nello spazio retrostante l’Altare settecentesco, che dovrebbe contenere anche quelli del figlio, l’Abbate Nicola, menzionato sulla fascia dedicatoria come venerabile:

+ HIC IACET CORPORA MAGNIFICI MILITIS DOMINI GULLELMI DE TOCCO MAGISTRI CABELLANI CLARAE MEMORIAE DOMINI PRINCIPIS TARENTI QUI ANNO DOMINI MCCCXXXV DIE XXII SEPTEMBRIS OBIIT. ET VENERABILIS ABBATIS  NICOLAI DE TOCCO FILII EIUS QUI ANNO DOMINI MCCCXLVII DIE XVIII APRILIS OBIIT QUORUM IN PACE ANIMAE REQUIESCANT. AMEN.

L’altro sarcofago dovrebbe contenere i resti mortali di Ludovico Tocco:

+ HIC IACT CORPUS MAGNIFICI MILITIS DOMINI LUDOVICI DE TOCCO IUNIORIS SENESCALI HOSPICII CLARAE MEMORIAE DOMINI ROBERTI IMPERATORIS COSTANTINOPOLITANI ACHAYE ET TARENTI PRINCIPIS QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCLX DIE XI MENSIS DECEMBRIS CUIUS ANIMA IN PACE REQUIESCAT. AMEN.

Il monumento funebre di Giovanni Jacopo De Tocco a destra nel presbiterio della cappella è un’opera di straordinaria bellezza: attribuito a Giovan Tommaso Malvito è da molti assegnato a Diego De Siloe, almeno il tondo della Vergine col Bambino e i due angioletti reggi torce.

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Napoli – Duomo – Il monumento funebre di Giovanni Giacomo Tocco nella cappella di Sant’Aspreno, patronato della famiglia Tocco

L’attribuzione del tondo al De Siloe, non dovrebbe costituire una deriva della critica, se si considera che l’artista era a Napoli, impegnato già in varie commesse legate al cantiere Carafa aperto in Duomo dai Malvito, e Giovan Tommaso Malvito è autore anche del pannello posto sul monumento funebre di Papa Innocenzo IV : entrambe le opere denunciano un sodalizio fra i due artisti.

I Malvito, padre e figlio, furono fra i maggiori esponenti della corrente lonbarda, presente a Napoli dalla metà del ‘400 e il primo decennio del ‘500, autori di pregevoli opere di gusto rinascimentale e Giovan Tommaso, figlio di Tommaso Malvito, con un trattamento più morbido della materia e un disegno più accurato dei panneggi si discosta alquanto dalla corrente lombarda, secca e scarna, aprendosi verso il classicismo romano, mostrando di accoglie ed apprezzare le istanze introdotte nei primi anni del ‘500 dal De Siloe e dall’Ordonez.

I Malvito, produssero ancora nei primi anni del ‘500, opere caratterizzate da purissimo stile rinascimentale: Giovan Tommaso, è l’autore della più alta espressione plastica del rinascimento napoletano, la statua di Olivievo Carafa in atteggiamento orante che è già fuori dalla corrente della pastica rinascimentale lombarda.

IOANNIACOBO DE TOCCHO PROTONOTARIO APOST.

IN ROMANA CURIA AUCTIS HONORIB. ATQ.

FORTUNIS HONORIFICE VERSATO

AIGIASIUS DE TOCCHO

FRATI BENEMERENTI

VIXIT ANN. XXXXVIII OBIIT VII OCT. MDXX.

A sinistra, di fronte al monumento di Giovanni Jacopo, c’è una nicchia vuota incorniciata da elementi araldici della famiglia, la cui lapide sottostante riassume al vicenda umana e comunica le ragioni della trasmisione dei titoli e dei beni del ramo dei Tocco delle Onde da parte dell’ultimo dei principi, al nipote, non avendo eredi diretti: la nichia vuota è l’immagine eloquente di un passato che si conclude e di un  futuro che si apre verso l’ignoto.

IOANNES BAPTISTA DE TOCCO MONTIS MILITUM

PRINCEPS

NULLIS AB UXORE PORTIA CARACCIOLA A AVELLINI PRINCIPIS FILIA

SUSCEPTIS LIBERIS CAROLU ET LEONARDUM SUMMAE SPEI

ADOLESCENTULOS AB INSUBRIBUS ACCIVIT EDUCATOSQ. HEREDES EX ASSE INSTITUIT

QUOD E TOCCIS SUIS ROMANIAE EPIREQUE DESPOTIS

ACHAIAE AETOLIAE ET ACARNANIAE PRINCIPIBUS

ORIRENTUR

AC LEONARDUM PRIMUM LEUCADIS DUCEM CEPHALENTIAE ZACYNTHIQ.

ET PETRUM MARTINAE COMITE GUGLIELMI TOCCORUM

 REGULI FILIOS COMMUNES AVOS

REFERRENT

VIVENS ET HIC IN AVITO SACELLO MONUMENTUM POSUIT ET QUA PROVIDENTIA

FAMILIAE ORBITATI PROSPEXIT EADEM MEMORIAE

CONSULUIT

ANNO A PARTU VIRGINIS MDCXVII.

Al termine dei lavori di restauro, il 2 agosto 1748, in occasione della intitolazione a Sant’Aspreno del nuovo Altare, il Cardinale Arcivescovo di Napoli Giuseppe Spinelli, riportò processionalmente le reliquie di Santo Vescovo di Napoli, nella ripristinata cappella, con l’intervento di tre Vescovi, dei Parroci della città, dei seminaristi dei due Seminari cittadini, della Collegiata di San Giovanni Maggiore (l’Istituto clericale degli Ebdomadari) e del Capitolo Cattedrale (6), ponendo l’antica urna marmorea, repositorium di ciò che restava del corpo del Santo, con la scritta dedicatoria antica

CORPUS S. ASPRENI PRIMI NEAPOLIT.  EPISCOPI

all’interno della aediculae , ispezionabile dalla fenestrella confessionis aperta nel postergale, celebrando il giorno successivo la Memoria Liturgica di Sant’Aspreno (7). 

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Napoli – Duomo – Cappella di Sant’Aspreno, patronato Tocco di Miontemiletto – Il fonticolo delle reliquie del corpo di Sant’Aspreno.

Il nuovo Altare fu disegnato da Giuseppe Astarita, attivo a Napoli fra il 1745 e il 1774, e i pezzi  dell’antico furono utilizzati per comporre altri Altari nel Duomo:  forse due figure a mezzotondo che rappresentano due degli Evangelisti, e buona parte dei pezzi dell’Altare  realizzato  nella cappella di San Lorenzo, detta di San Paolo de Humbertis, sede della Congregazione degli illustrissimi Preti di propaganda, provengono dallo smembrato Altare e altre due figure che rappresentano altri due Evangelisti, compaiono murate nella parete accanto all’ingresso al Battistero di San Giovanni in Fonte, nella basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Il bassorilievo della Madonna col Bambino in gloria forse costituiva la cona dell’Altare cinquecentesco e se la nostra ipotesi dovesse trovar riscontro, i citati frammenti dell’antico Altare della cappella Tocco possono senza dubbio esere attribuiti al De Siloe, se non a Giovan Tommaso Malvito che negli stessi anni  lavorava al cenotafio di Giovanni Jacopo Tocco.

L’antico Altare fu realizzato nella prima metà del ‘500 quando la cappella fu oggetto di un radicale intervento di restauro al tempo del Cardinale Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603) perché si temeva il crollo dell’abside del Duomo indebolita  per la realizzazione del succorpo di San Gennaro e le cui strutture portanti e le pareti presentavano gravi lesioni.

La muratura esterna dell’abside venne consolidata con contrafforti e per garantire una maggiore stabilità furono tompagnate due delle altissime bifore e parzialmente le altre tre, trasformate in monofore, lavori che determinarono certamente  interventi alle opere murarie della cappella Tocco il cui lato sinistro poggia sulle strutture portanti dell’abside, e comportarono la necessaria sistemazione dell’ambiente interno della cappella e la  copertura  dei primitivi affreschi del Cavallini  che fu attivo a Napoli fra la fine del ‘200 e il primo decennio del 1300, affreschi, questi, affini a quelli della cappella Brancaccio in San Domenico Maggiore: di essi restano figure dei Santi Aspreno e Gennaro, barbuto, di  Apostoli e Angeli entro complesse architetture e decorazioni  dipinte con riquadri a finto mosaico, che sembrano derivare direttamente dalla decorazione di Santa Cecilia a Trastevere.

Gli affreschi del Cavallini furono ricoperti dall’attuale restaurato ciclo   di Agostino Tesauro (1501-1546), con storie della vita di Sant’Aspreno a sua volta rinfrescato e integrato anche con motivi decorativi di scarso valore da Filippo Andreoli (circa 1700-1734) un allievo del Solimena.

Un progetto di qualche decennio fa prevedeva lo strappo degli affreschi del Tesauro per il recupero del ciclo pittorico del Cavallini.

Durante la rimozione degli affreschi dell’Andreoli e il restauro  del ciclo pittorico del Tesauro, è stata rinvenuta la nicchia monofora della parete destra, superstite delle monofore che si aprivano intorno alle pareti della cappella ed è stato ritrovato anche l’ingresso alla torre scalare che fu riempita  al tempo dei lavori di consolidamento dell’abside disposti dal Gesualdo.

Non è improbabile che essa costituiva anche l’ingresso al sottostante ipogeo della famiglia.

Gli affreschi del Tesauro narrano episodi della vita di Sant’Aspreno.

Cominciado da sinistra, in alto:

L’incontro di San Pietro con Santa Candida.

Santa Candida che porta il bastone di San Pietro a Sant’Aspreno.

Santa Candida e Sant’Aspreno guarito dalle infermità, si recano da San Pietro.

Il Battesimo di Sant’Aspreno.

Sant’Aspreno che guarisce un cieco.

Sant’Aspreno che guarisce uno storpio.

Sant’Aspreno che guarisce un  paralitico.

– Sant’Aspreno consacrato Vescovo da San Pietro.

Sant’Aspreno che predica.

La morte di Sant’Aspreno.

Una coppia di sposi ottiene al nascita di un figlio per intercessione di Sant’Aspreno.

La costruzione della chiesa dedicata a Sant’Asreno, ex voto  dei genitori del neonato.

I genitori del neonato che ringraziano Sant’Aspreno.

– La guarigione di un artritico.

La guarigione di un nefritico.

La guarigione di un malato polmonare.

La guarigione di un  malato grave.

La TABELLA della esposizione delle reliquie venerate nel Duomo di Napoli, redatta al tempo del Cardinale Arcivescovo Giacomo Cantelmo (1691-1702), murata nel retro sacrestia, al 3 agosto, solennità liturgica di Sant’Aspreno (8), autorizzava la esposizione e venerazione della reliquia del suo cranio chiuso nel busto d’argento conservato nella cappella del Tesoro di San Gennaro e del bastone di Sant’Aspreno, che dovrebbe essere quello a lui donato da San Pietro, nella cappella a lui intitolata, la cappella Tocco.

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Napoli – duomo – Cappella delle reliquie – La reliquia del bastone di San Pietro.

——

La reliquia del  bastone di San Pietro, incapsulata in un reliquiario  di argento filigranato con le insegne del Cardinale Arcivescovo di Napoli Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897) stata recentemente da noi ritrovata nella cappella delle reliquie del duono di Napoli, dove è conservata.

Completo le notizie sulla cappella, riportando la lapide posta davanti al suo ingresso, a chiudere la bocca del sottostante sepolcro della famigla:

D.  O.  M.

ANTIQUAE TOCCORUM FAMILIAE SACELLUM

IN SANCTI ASPRENI EPISCOPI MEMORIAM DICATUM  

PER TEMPORIS LONGAEVITATEM INFORME

LEONARDUS DE TOCCO EIUS NOMINIS QUINTUS

ACHAJAE AC MONTISMILITUM PRINCEPS

INTER HISPANOS PRIMI ORDINIS MAGNATES

IAMPRIDEM CAROLI VI IMP. INTIMUS ACTUALIS STATUS CONSILIARIUS

ATQUE AMPLISSIMO VENETORUM PATRICIATUI RESTITUTUS  

AB SERENISSIMO CAROLO BORBONIO UTRIUSQUE SICILIAE REGE

IN IPSO REGNI INGRESSU ULTERIORIS PRINCIPATUS VICARIUS GENERALIS

MOX INTIMUS EIUSDEM CUBICULARIUS CREATUS

INQUE CELSI ORDINIS EQUITUM S. IANUARII CUM PRIMIS ELECTUS

INSTAURARI ATQUE ELEGANTIUM EXORNARI CURAVIT

UNAQUE MORTALITATIS MEMOR IN SPEM RESURRECTIONIS

GENTILITIUM HOCCE CONDITORIUM POSTERIS P.

AERAE CHRISTIANORUM A. MDCCXXXXV.

La lampada eucaristica pendente dal vertice della ogiva dell’arco di accesso alla cappella è stata recentemente trasferita dalla cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, di diritto patronale della famiglia Capece Galeota, dalla seconda metà del ‘500 luogo per la conservazione e l’adorazione delle Specie Eucaristiche, e posta a pendere davanti alla cappella di Sant’Aspreno, oggi luogo della custodia Eucaristica e della celebrazione quotidiana della liturgia delle ore e della santa Messa, per la inagibilità del sacello per le copiose infiltrazioni d’acqua dai tetti.

Essa ricorda il primo Congresso Eucaristico Nazionale celebrato a Napoli, nel Duomo, dal 19 al 22 novembre 1891, incentrato sulla Eucaristia ed è auspicabile il ritorno del prezioso reperto al suo posto originario.

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Nel 1503 Napoli diventa la capitale del viceregno spagnolo.

La sperata nuova svolta politica, economica e culturale non si verificò perchè tutte le attività passarono sotto il controllo del governo centrale spagnolo.

Nemmeno nel campo delle arti si registrò una produzione di valenza tale, i cui contenuti, declinando verso le nuove tendenze stilistiche, potevano confrontarsi con le correnti europee e italiane, aperte già verso le nuove istanze riformiste, sganciate ormai dalla cultura rinascimentale, dopo la sorpresa dei grandi: Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Donatello… e la successiva produzione manierista.

Emersero episodi significativi, ma isolati, prodotti da artisti per lo più di importazione spagnola e fra questi, due che saranno  capiscuola: Bartolomeo Ordonez (1480-1520) e Diego De Siloe (1496-1563), che pur manifestando ancora la loro appartenenza alla cultura iberica intrisa di goticismo,  stemperato nel rinascimento italiano, denunzieranno una marcata e profonda italianizzazione, perché arriveranno a Napoli passando attraverso le capitali europee, ed assorbendo le nuove istanze culturali.

L’ambiente artistico napoletano, fino al ‘400, prima metà del ‘500 era dominato dalla presenza dei Malvito, padre e figlio, impegnati nel cantiere del Succorpo di San Gennaro, nel Duomo.

Entrambi lombardi di nascita e formazione , indirizzavano la schiera di artisti e collaboratori provenienti dalla Lombardia, dalla Toscana e da Roma, chiamati dalla committenza Carafa, verso istanze stilistiche rinascimentali, ma pur sempre lombarde: secche e scarne.

Ciò nonostante Giovan Tommaso  Malvito, si mostrò aperto  verso il classicismo romano e assecondando la sua formazione lombarda  mostrò di apprezzare le novità introdotte dal De Siloe.

I due spagnoli,  sono riconosciuti capiscuola, ma loro presenza a Napoli fu breve per lasciare una feconda eredità stilistica aperta verso le nuove tendenze controriformiste e scarsa fu la loro produzione che spesso oggi difetta nelle attribuzioni certe ad uno o all’altro o sfocia in attribuzioni senza fondamento che spesso invece dovrebbero essere maggiormente incanalate nella produzione di artisti come, per esempio, Giovanni Merliani da Nola e viceversa.

Nell’opera dell’Ordonez ed in quella del De Siloe, è presente l’influenza michelangiolesca , ma anche la particolare suggestione dello “stiacciato” donatelliano.

In questa  bassorilievo di particolare bellezza, il De Siloe  dimostra di  restare ancorato alle istanze pittoriche rinascimentali e di aderire al classicismo di Raffaello, nella stesura dei volumi e nell’accurato disporre dei panneggi, non rifiutando posture michelangiolesche su uno snodarsi della storia nello stiacciato donatelliano.

Napoli – Duomo – Sagrestia Maggiore  – Cappella di Santa Maria “del pozzo” (retro-sagrestia) – Monumento funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595) – Madonna col Bambino, attribuita a Diego de Siloe, utilizzata per decorare il monumento in epoca successiva.


Il lavoro non ha finalità critiche, ma piuttosto è nostra intenzione documentare un prezioso manufatto poco conosciuto, ma che per meriterebbe una maggiore attenzione, realizzando anche una sua diversa illuminazione che consenta una maggiore lettura dell’opera e contribuisca a far risaltare tutta la sua bellezza per la fruizione gioiosa di un bene da parte dei visitatori della struttura che ignari passano fra le pietre del Duomo di Napoli.

Diceva Franco Strazzullo, a ragione, che ogni pietra del Duomo di Napoli è un pezzo di storia, un capolavoro del genio umano.

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NOTE  E  DISCUSSIONI

1 –  Furono gravemente danneggiate e parzialmente rovinarono le pareti dell’abside, le volte delle navate laterali, i muri del transetto. Cadde l’Altare maggiore e i muri verso la sacrestia che dovette essere ricostruita perdendo la sua impronta gotica.

2 –  Gli interventi urgenti disposti dal Cardinale Arcivescovo Francesco Pignatelli, interessarono il consolidamento di tutte le strutture dell’edificio, la ricostruzione delle volte laterali e della sacrestia e l’inizio del consolidamento murario della parete frontale del transetto, lavori poi continuati dal Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli che comportarono anche la definitiva trasformazione decorativa interna dell’edificio più consona alle nuove esigenze liturgiche.

3 –  Carlo I d’Angiò fu anche principe di Taranto, Principe dell’Acaia, Re di Gerusalemme e attraverso vari martrimini contratti dopo vedovanze, raccolse titoli regali relativamente alla Romania, all’Ungheria e dell’Epiro.

4 – Teodora (Maddalena) Tocco ( ? -1429) sposò nel 1427 Costantino XI Paleologo, despota, di Morea che fu imperatore bizantino dal 1449 al 1453.

5 –  Nel 1721 un Decreto della sacra Congregazione dei Riti, vietò la presenza di cadaveri in sepolcri elevati da terra e, probabilmente, come avvenne con i resti di altri defunti inumati in Duomo, si provvide ad aprire i due sepolcri e depositare le spoglie dei titolari nella fosse comune sottostante la cappella. Nessun documento noto, però registra la apertura dei sarcofagi dei Tocco: bisognerebbe ricercare ulteriori notizie nel “registro delle inumazioni”  depositato nell’Archivio del Duomo se ancora esistente, e fra le carte del prezioso “Archivio dei Tocco di Montemiletto”, che raccoglie carte di famiglia dal 1250 al 1805, depositato nell’Archivio di Stato di Napoli. Ma la storia della famiglia non è oggetto di questa analisi.

6 –  Cfr. F. Strazzullo, I diari dei cerimonieri della Cattedrale di Napoli, una fonte per la storia napoletana, Napoli 1961.

7 –  Cfr. Luigi Fatica, Il calendartio marmoreo di Napoli, Napoli 1997. Il Calendario marmoreo di Napoli, scolpito nel IX secolo, negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV detto lo Scriba, che fu Vescovo di Napoli dall’842 all’849, o negli anni dell’episcopato di Sant’Atanasio I che fu Vescovo di Napoli dall’850 all’872, assegna al 3 agosto la Memoria Liturgica della DEP(osizione) di ASPREN(o) V(esco)VO.

8 –  Cfr. Atti degli Apostoli (28,13-14) “…e di qui (da Malta, n.d.a.) costeggiammo, giungendo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma…”  E’ accertata storicamente la esistenza di Aspreno, al tempo di Traiano e di Adriano, attribuendo al suo episcopato la durata di 23 anni. Non morì martire perchè Napoli, città di origine greca, federata di Roma, conservò usi e costumi greci e anche libertà rerligiose, che la resero esente dalle varie persecuzioni che coinvolsero invece il territorio circostante. Secondo la leggenda, San Pietro nel suo viaggio verso Roma, risalendo la penisola dalla Sicilia, sostò a Napoli. A Napoli incontrò una anziana donna inferma, Santa Candida Seniora che, guarita,si fese battezzare. La donna informò Pietro della lunga infermità di Aspreno al quale l’Apostolo inviò il suo bastone da viaggio, per tramite della donna, perchè appoggiandosi ad esso, nel nome di Cristo Signore, si presentasse a lui. Così avvenne e dopo averlo guarito definitivamente con l’imposizione dello stesso bastone, lo catechizzò, lo battezzò e ordinò Vescovo della comunità cristiana che già era fiorente a Napoli. Il cristianesimo probabilmente giunse a Napoli con i mercanti ebrei che possedevano vari fondaci in città. Il bastone che San Pietro, donò a Sant’Aspreno, è conservato nel reliquiario del Duomo di Napoli. Recentemente è stato da noi ritrovato, restaurato, classificato, catalogato ed inventariato. Aspreno fu sepolto nell’oratorio di Santa Maria del Principio o, secondo studi recenti supportati da nuove scoperte,  prima nella catacomba napoletana, da dove poi il suo corpo fu traslato nella Stefania al tempo del Vescovo di Napoli San Giovanni IV lo Scriba, redattore del citato Calendario Marmoreo, e con la costruzione del nuovo Duomo angioino, le sue reliquie furono definitivamente deposte nell’Altare della cappella a lui intitolata, la prima a destra dell’abside maggiore, già di diritto patronale della potente famiglia Tocco.

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