Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli: un funerale da Montecassino; un morto che risuscita; una veduta di Napoli nel ‘500 dalla parte del Carmine; Sant’Eufebio morto che appare e celebra una liturgia nell’oratorio della catacomba.

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di Tino d’Amico

 

 

 L’autore e la consorte Pina, durante una lezione nell’area archeologica del duomo.

 

 

 

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Alla Santissima Vergine Maria Assunta in cielo,

Patrona Principale della città di Napoli,

Titolare del duomo di Napoli.

Al Megalomartire San Gennaro,

Compatrono Principale di Napoli.

Al Santi Compatroni di Napoli.

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Gaetano Filangieri di Satriano (1) riferisce che il 3 novembre 1595, furono sistemati nell’Oratorio di San Gennaro, l’antico Tesoro del Duomo, 8 sportelli lignei intagliati dal senese Pietro Provedi, con le immagini dei Compatroni di Napoli.

Oggetto di questo lavoro che ha solo carattere documentario,  sono le quattro portelle lignee superstiti, intagliate dal Provedi, che ho avuto occasione di osservare durante la mia attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di Reliquie di Santi e Beati, venerate nel Reliquiario del duomo di Napoli, abbandonati alla polvere e ai tarli.

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Carlo II d’Angiò destinò, la torre scalare della navatella del Salvatore (2) per riporre le reliquie dei Compatroni di Napoli e quelle di alcuni Santi, e dispose la diversa collocazione in altri luoghi, anche fuori della Cittadella Episcopale, delle reliquie di altri Santi, fino ad allora collocate in vario modo nella Basilica del Salvatore detta Stefanìa, che si andava diroccando per far posto al costruendo nuovo duomo (3).

Realizzato un Oratorio intitolato a San Gennaro, al primo livello della torre, raggiungibile attraverso una scala di legno a lumaca, vi furono in esso riposti, probabilmente in apposite scarabattole, i reliquiari antichi, gli antichi fonticoli con le reliquie, la suppellettile liturgica preziosa (4) e, in sei nicchie ricavate nel muro, i busti reliquiari dei Santi Compatroni,  e in due nicchie ai lati dell’Altare dell’oratorio, a sinistra il busto/reliquiario antico di San Gennaro e a destra il reliquiario contenente le ampolle con il Sangue.

Entrambi i reliquiari di San Gennaro, furono poi sostituiti con quelli di argento dorato, offerti dallo stesso Carlo II nel 1303, che fece realizzare anche un armadio di argento, perché fossero più degnamente conservati nelle due nicchie, il reliquiario del Cranio e quello del Sangue, che venivano mostrati attraverso la finestra ricavata nella parete destra dell’oratorio,  recentemente riaperta sulla navata del duomo, al popolo radunato al suo interno, orante e impetrante “il Segno del Sangue” (5), sicura protezione del Megalomartire per i suoi fedeli.

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Napoli – Duomo – Cappella del tesoro – Maestri orafi francesi, Etienne Godefroy, Milet d’Auxierre, Guillaume de Verdelay – Busto/reliquiario di San Gennaro, il Megalomartire, dono di Carlo II d’Angio

Le antiche nicchie ricavate lungo le pareti dell’oratorio,  sono ancora individuabili dietro gli stalli del coro seicentesco realizzato dall’intagliatore napoletano Giuseppe Torre, per la antica sede della Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ neri, nel Battistero di San Giovanni in Fonte il 31 maggio 1598 (6).

Esso fu  poi trasferito ed adattato alle pareti dell’oratorio, nuova sede della Compagnia  dal 1657.16255996738_dd227b24b2_b

Napoli – Duomo – Sede della Compagnia della  morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ neri – L’oratorio interno nella torre scalare della navatella del Salvatore – L’Altare.

Nelle nicchie, furono sistemati i busti reliquiari lignei dei Santi Compatroni, Sant’Agnello Abate, Sant’ Agrippino, Sant’ Aspreno, Sant’ Atanasio I, Sant’ Eufebio, San Severo

(7) e vi rimasero fino a quando i reliquiari, sostituiti con gli attuali busti d’argento, furono trasferiti ed esposti nella nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro, a partire dalla seconda metà del ‘600.

Nel corso dei secoli si verificarono diversi eventi sismici disastrosi che danneggiarono gravemente la costruzione angioina: nel 1293, nel 1310, nel 1456, nel 1688 e poi ancora nel 1693, nel 1697, nel 1702, nel 1731, nel 1732, nel 1733, nel 1751, nel 1760, nel 1805 ed almeno altre due scosse telluriche più o meno disastrose, nel corso dell’800 e quelle verificatesi durante il passato secolo.img071

Ricostruzione dell’interno del duomo di Napoli in una sezione Est-Ovest disegnata da Amedeo Formisano.

Il terremoto del 5 dicembre 1456 fu uno dei più disastrosi e danneggiò particolarmente l’ala destra del duomo, facendo parzialmente crollare il torrione del Tesoro,  tratti della parete destra dell’edificio e la Cappella Reale Angioina e fu un miracolo che le preziose ampolle contenenti il Sangue di San Gennaro non si ruppero (8).

I lavori di ricostruzione di interi tratti murari dell’edificio e di rinforzo e parziale ricostruzione dei pilastri della navata, furono eseguiti con rapidità fra il 1464 e il 1471, con il contributo del Sovrano aragonese, del Pontefice del tempo, Papa Paolo II (1464-1471),  del Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo di Napoli (1458-1484), e con quello raccolto fra la nobiltà e il popolo napoletano (9), tanto che si poterono solennemente celebrare nel riaperto edificio le nozze di Ferrante d’Aragona (1423-1494) con Giovanna d’Aragona (1455-1517), come raccontato nella  Cronica di notar Giacomo, il 4 settembre 1477 (10).

Il voto di Maria di Toledo, Duchessa d’Alba del 1557.

Nel 1557, nel corso della guerra per il possesso del Regno di Napoli, fu posto l’assedio da parte del francese Duca di Guisa, a capo dell’esercito di Enrico III di Francia, alleato con il Papa Paolo IV (1555-1559), il napoletano Giovanni Pietro Carafa, contro Filippo II di Spagna, alla Cittadella fortificata di Tronto, posta in posizione strategica rispetto al vecchio confine settentrionale del Viceregno Spagnolo di Napoli con lo Stato Pontificio.

Gli spagnoli, comandati da Don Fernando Alvarez de Toledo, Duca d’Alba, Vicerè di Napoli dal 1556 al 1558, difesero strenuamente la fortezza contro il più forte esercito francese, tanto che questi ultimi, non riuscendo ad espugnarla, nel mese di aprile dello stesso anno 1557, abbandonarono l’impresa, togliendo improvvisamente l’assedio e riparando nella città di Ancona, nel territorio dello Stato Pontificio.

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Don Fernando Alvarez de Toledo, duca d’Alba e Donna Maria de Toledo, duchessa d’Alba, ritratti in un quadro esposto nella Compagnia della Morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri.

Durante l’assedio alla Cittadella,  Maria di Toledo, Duchessa d’Alba, moglie di Don Fernando, il Vicerè, temendo la morte del marito, fece voto a San Gennaro, di abbellire a sue spese l’Oratorio del Tesoro del duomo.

L’improvviso abbandono dell’assedio della Cittadella da parte dei francesi, fu ritenuto un miracolo e per onorare il voto fatto, Vicerè e Viceregina disposero gli abbellimenti promessi al Tesoro del duomo, dove erano conservate le reliquie dei Santi Compatroni, abbellimenti che certamente non videro mai conclusi e forse nemmeno avviati, perché il Vicerè Duca d’Alba, nel 1558, al termine del suo mandato a Napoli, ricevette alti incarichi che lo portarono per le Corti d’Europa.

Con la somma di danaro destinata dalla Duchessa d’Alba, fu costruita la attuale scala a lumaca in muratura, per accedere più agevolmente all’oratorio nella torre, al posto di quella di legno, angioina, riattata dopo il terremoto del 1456, perché in quello stesso anno, il 13 dicembre 1577, Memoria Liturgica della traslazione delle reliquie  di San Gennaro da Montevergine a Napoli, il tesoriere capitolare Marino Catalano, cadde per le scale, recando le ampolle del Sangue in duomo e fu un miracolo che non si ruppero.

Nel tempo, poi, fu posto sull’Altare dell’oratorio un quadro rappresentante “La Natività di Gesù”, di Fabrizio Santafede (1560-1634); furono affrescate le volte e le pareti da Giovanni Bernardo Lama (1508-1579), affreschi poi ritoccati e parzialmente rifatti da Belisario Corenzio (1558-1640) e gli affreschi di Paolo de Maio (1703-1784), che rappresentano “San Gennaro”, San Francesco”, Santa Restituta”: questi abbellimenti però furono realizzati molto tempo dopo, quando  gli ambienti furono assegnati alla Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri che, nella sacrestia, conservarono esposto il ritratto del Vicerè e della Viceregina, di autore ignoto e posero un quadro di “San Giuseppe”, attribuito alla scuola di Luca Giordano.

Per completare gli abbellimenti del Tesoro del Duomo con il lascito vicereale, nel 1595,  le nicchie contenenti i busti reliquiari dei Santi Compatroni, furono chiuse con otto portelle lignee intagliate da Pietro Provedi.

Di esse, quelle che chiudevano le nicchie con il busto di San Gennaro  e il reliquiario del Sangue e  quelle poste a chiudere le nicchie con i busti di Sant’Aspreno e Sant’Agrippino sono andate perdute.

Quelle che chiudevano le nicchie dei reliquiari di Sant’Atanasio I, Sant’Agnello Abate, Sant’Eufebio e San Severo, dopo vari utilizzi nella cappella sepolcrale dell’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595), realizzata accanto alla nuova sacrestia del duomo, ex cappella Reale angioina, e utilizzata anche, a partire dalla seconda metà del ‘600,  come cappella delle reliquie, furono poste poi a chiudere quattro scarabattole delle lipsanoteche nella nuova cappella reliquiario del duomo di Napoli, realizzata dal Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, Arcivescovo di Napoli (1878-1897), nel 1891.

Sulle pareti dell’oratorio, furono murate alcune epigrafi: la più antica ricorda il voto a San Gennaro della Viceregina e l’inizio dei lavori di abbellimento eseguiti a sue spese per onorare il voto:

D.O.M. /  DUM FERDINANDUS TOLETUS ALBAE DUX / ITALIAE PROREGE PRAESIDET / TRUENTOQUE INVICTA VIRTUTE HOSTES / REGNI NEAPOLITANI FINIBUS ARCET MARIA TOLETA EIUS UXOR  /  DIVO IANUARIO AEDICULAM HANC EX SUO DICAT  /  ET VOTI COMPOS ORNAT  /  AN. SALUTIS MDLVII.

La seconda ricorda la concessione dell’oratorio dopo la inaugurazione della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro (11) da parte del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ascanio Filomarino (1642-1666), alla Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri.

DUDUM AMPLIORE AUGUSTIOREQUE SEDE DIVO IANUARIO CONSTITUTA / AEDICULAM IAM VACUAM  / COLLEGIUM DIVAE RESTITUTAE VIRG. ET MART. SIBI RECEPIT  /  QUO STATO QUOD. DIE CORPORATI  /  VELUT ABDITO, IN RECESSU PIE SANCTEQ. DEUM COLANT  / ACTUM AUCTORITATE ASCANII PHILAMARINI / S.R.E. CARD. ARCHIEP. NEAP. / ASSENTIENTE CAPITULO DIE III NONAS IUN. AN MDCXLVIII.

Una terza epigrafe fu murata all’esterno dell’oratorio a ricordo di un necessario restauro dopo anni di abbandono dopo  il trasferimento delle reliquie di San Gennaro e dei Santi Compatroni nella nuova cappella del tesoro e delle reliquie degli altri Santi e della suppellettile sacra preziosa nella nuova sacrestia del duomo, realizzata dall’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595).

D. O. M.  / HAS AEDES. / A MARIA TOLETA DUCIS ALVAE CONSORTE / DIVO IANUARIO DICATAS  / EIUSDEM ALIORUMQUE REGNI PATRONORUM / RELIQUIIS OLIM INSIGNES   DEINDE   DIVAE RESTITUTAE SODALIBUS CONCESSAS  /  LONGA VETUSTATE IAM LABORANTES / IN VENUSTIOREM HANC FORMAM / REDIGI CURARUNT  /  EIUSDEM SODALITII FRATRES  /  A. D. MDCXCVI.

La Compagnia della morte o Confraternita di Santa Restituta de’ Neri, fu fondata dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Mario Carafa (1565-1576).

img067Pianta del duomo di Napoli – A: il sito della torre scalare della navatella del Salvatore, sede dell’antica cappella del tesoro del duomo, realizzata da Carlo II d’Angiò – B: il sito della cappella delle reliquie del duomo, realizzata dall’Arcivescovo Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, nel 1891.

I confratelli vestivano “il sacco nero” ed intervenivano per carità, alle esequie degli indigenti che, morendo  senza avere stabilito  un luogo dove essere seppelliti, venivano portati nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, e calati nella  sepoltura ricavata nella grande cisterna romana sotto il Battistero di San Giovanni in Fonte, che fu dato in uso alla Compagnia della morte il 5 ottobre 1567, e che stabilì in esso la sede, l’oratorio e nel pavimento aprì la fossa sepolcrale nel 1577.

Il Cardinale Arcivescovo di Napoli Ascanio Filomarino (1642-1666) concesse gli ambienti del tesoro vecchio ormai non più in uso dalla inaugurazione della nuova cappella del tesoro di San Gennaro e il trasferimento in delle reliquie dei Compatroni in essa e nella nuova sacrestia del duomo (12), alla Compagnia della morte quando, nella prima metà del ‘600, incominciò la ricostruzione del Palazzo Arcivescovile e per comodità di accesso nella Basilica detta di Santa Restituta, sede della sua Cattedra Episcopale, fece realizzare la scala di collegamento fra lo scalone d’onore del nuovo Palazzo e gli ambienti dell’antico Battistero, ridotti così a locali di transito e deposito di suppellettili.

Le portelle del Provedi nella nuova cappella delle Reliquie del duomo.

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Napoli – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca sinistra.

Le Sacre Reliquie venerate nel duomo di Napoli, oltre cinquemila reperti di I, II, III, IV classe, furono raccolte nella seconda metà del ‘600, in due lipsanoteche sistemate nel retro della sacrestia, nella cappella funebre dell’Arcivescovo Annibale Di Capua, intitolata alla “Madonna del pozzo” utilizzando per chiudere le scarabattole almeno 6 degli otto sportelli lignei intagliati dal Provedi, e in uno stipo ricavato nel muro, sull’Altarino della sacrestia, chiuso da una pala di Giovanni Balducci (1560-1631) rappresentante la “Madonna col Bambino ed i Santi Gennaro e Agnello Abate”.

Delle due lipsanoteche, una certamente andò distrutta nell’incendio durante il terremoto del 1731, mentre erano in corso i rifacimenti disposti dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Francesco Pignatelli (1703-1734) all’interno della sacrestia, o durante un furto di arredi sacri preziosi negli stessi anni, e con essa andarono perduti i portelli scolpiti dal Provedi con le immagini di Sant’Aspreno e Sant’Agrippino, mentre quelli posti a chiudere le nicchie con il reliquiario del Cranio di San Gennaro e le Ampolle del Sangue, andarono dispersi al tempo della inaugurazione della nuova cappella del tesoro di San Gennaro ed il successivo  trasferimento nella nuova sacrestia maggiore di ogni cosa presente nell’oratorio del tesoro vecchio.

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Napoli  – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca destra.

Per disposizione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza (1845-1877), furono sistemate temporaneamente nella cappella intitolata alla “Madonna del pozzo” anche alcuni reliquari pervenuti in duomo al tempo della soppressione degli Ordini Religiosi durante il decennio francese (1806-1816) e successivamente quelli provenienti dai monasteri, conventi e chiese soppresse in esecuzione delle leggi eversive emanate dal governo sabaudo, immediatamente dopo l’unità d’Italia e, per disposizione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897), anche quelli recuperati dalle chiese abbattute per i “lavori pel risanamento di Napoli” dopo la grave epidemia di colera che colpì la città nel 1884.

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Napoli – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca di fondo e l’Altarino.

Il Cardinale Sanfelice d’Acquavella,  dispose la loro temporanea sistemazione nella “Cappella della Madonna del pozzo”, per conservarle degnamente ed esporle alla venerazione dei fedeli, in attesa della realizzazione di una sola cappella per contenere tutte le reliquie venerate nell’area della cittadella episcopale, utilizzando e trasformando per tale scopo la “cappella dello Spirito Santo”, di diritto di patronato della famiglia Galluccio, ormai estinta da tempo,  senza alterarne l’architettura interna, modificando solo l’aspetto esterno e realizzando al suo interno le lipsanoteche di legno sulle tre pareti disponibili, lasciando in loco l’antico Altare con ancora sul retro le armi dei Galluccio, ricoprendolo nella faccia a vista con nuovi marmi,  e conservando il quadro che rappresenta “la Pentecoste”, di Andrea Malinconico e le lapidi celebrative dei Galluccio utilizzando sapientemente le quattro superstiti portelle lignee del Provedi (13) per chiudere quattro scarabattole.

Le portelle superstiti di Pietro Provedi.

Gli sportelli superstiti di Pietro Provedi, utilizzati per chiudere le quattro scarabattole delle lipsanoteche della cappella delle Reliquie del duomo di Napoli, ritraggono sulle facce a vista i tre Santi Vescovi Compatroni di Napoli, Atanasio I, Eufebio, Severo e Sant’Agnello Abate, in posizione frontale a mezzo busto,  e con le insegne espiscopali, i primi tre, mentre Sant’Agnello è ritratto con l’abito eremitico e nella mano sinistra la caratteristica Croce con la bandierina crociata; i pannelli sul retro rappresentano, quello di Sant’Atanasio, la traslazione dei suoi resti mortali da  Montecassino verso Napoli, mentre gli altri illustrano interventi miracolosi attribuiti ai tre Compatroni, mentre erano ancora in vita, oppure già defunti.

Sant’Atanasio I .

Le notizie agiografiche su Sant’Atanasio I, le ricavo da Lorenzo Loreto (14).

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Quando Atanasio I fu eletto Vescovo di Napoli, dal popolo e dal clero cittadino, nell’849 circa, aveva 18 anni ed era Diacono, discepolo del Vescovo San Giovanni IV detto “lo scriba” (839-circa 849), suo predecessore nella carica episcopale; fu consacrato a Roma il 15 marzo da Papa San Leone IV (847-855).

Figlio del Duca bizantino di Napoli, Sergio (840-860), ottenne dal padre beni dotali per rifornire i due edifici, la Basilica cattedrale detta di Santa Restituta e la sua Basilica gemina detta Stafanìa, retti dal clero latino e greco e che costituivano l’unico complesso Cattedrale napoletano,  di libri liturgici e nuovi arredi sacri perché il precedente corredo liturgico era stato rubato o distrutto dai saraceni ed ottenne anche nuove rendite per il clero e per il collegio clericale degli Ebdomadari da lui istituito sul modello di quello romano per la celebrazione liturgica quotidiana.

Ma si preoccupò anche di edificare un luogo di ricovero per i pellegrini, i poveri e gli infermi nei pressi dell’atrio di accesso della Basilica detta Stefanìa, dotandolo cospiquamente.

Per la sua cultura e spiritualità fu invitato a partecipare al Sinodo Romano convocato da Papa Nicola I (855-858 circa), contro il Vescovo Giovanni di Ravenna che tentava di rendere la sua diocesi autocefala sul modello di quelle bizantine, e per questo vessava e imponeva forti tributi alle Chiese suffraganee della sede episcopale ravennate.

Nell’anno 846 fu distrutta dai saraceni Misenum e Atanasio I ottenne dal padre l’unione amministrativa delle due diocesi e l’assegnazione a quella napoletana di tutti i beni immobili della Chiesa di Misenum.

Dispose anche il trasferimento a Napoli del corpo di San Sosso, compagno nel martirio, di San Gennaro, trasferimento che avvenne poi, dopo il ritrovamento delle sue reliquie, al tempo del Vescovo Stefano III (898-907 circa).

Alla morte del padre Sergio, successe nel governo della città il nipote di Atanasio I, Sergio II che, filosaraceno, lo cacciò dalla cittadella episcopale napoletana e dopo un periodo di carcerazione, lo relegò nel cenobio benedettino del Castrum Lucullianum, (Castel dell’Ovo) dopo l’intervento del popolo e del clero latino e greco, in rivolta contro Sergio II a favore del Vescovo.

Il nipote Duca Sergio II, con l’aiuto dei saraceni di Agropoli, depredò il tesoro e tentò di far assassinare lo zio che intanto aveva chiesto aiuto all’imperatore Ludovico che allora era in Benevento.

Questi inviò in suo aiuto il Prefetto di Amalfi per liberarlo e condurlo  presso il fratello, il Vescovo di Sorrento Stefano, per poi raggiungere Roma, dove ci fu un tentativo di avvelenamento da parte di un congiunto di Sergio II.

Papa Adriano II (867-872) invitò l’imperatore Ludovico a rimettere il Vescovo legittimo alla guida della diocesi napoletana, ma colto da malore Atanasio I, durante il viaggio verso Napoli, scortato dall’imperatore, a Veroli il 15 luglio 872, morì e fu sepolto nell’oratorio di San Quirico, da dove il suo corpo fu traslato in Montecassino. per essere poi trasferito a Napoli dal Vescovo Duca Atanasio II (877-903) ed inumato nell’oratorio di San Gennaro Extra Moenia, accanto al corpo del Vescovo San Giovanni detto “lo scriba”.

Il corpo fu poi trasferito nel duomo di Napoli in un imprecisato giorno del XV secolo e sepolto nella cappella del Salvatore Vetere (16) e le varie ricerche condotte nel corso dei due ultimi secoli per ritrovare i suoi resti mortali, non hanno dato esito positivo.

Probabilmente il trasferimento del corpo di Sant’Atanasio I dall’oratorio di San Gennaro Extra Moenia, nella cappella del Salvatore Vetere nel duomo di Napoli, avvenne quando l’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1412-1435), nel 1414, concesse privilegi e rendite e confermò il luogo come sede del Collegio clericale degli Ebdomadari. (17)

Il Loreto riporta il testo della lapide che, a suo dire, doveva coprire il suo sepolcro nella cappella del Salvatore Vetere, ma non dice da dove l’abbia ricavato: HIC JACET CORPUS S. ATHANASII CONFESSOR ET EPISCOPI NEAPOLITANORUM. CAPUT VERO IN THESAURI SACELLO HORIFICE CONDITUR ARGENTEA ATQUE AUREA THECA RECLUSUM.

Testo epigrafico che non è riportato in Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis inscriptionum thesaurus, di Franco Strazzullo, pubblicato nel 2000.

La  vicenda terrena di Sant’Atanasio I risulta riassunta nel Martirologio Romano, al 15 luglio: “Neapoli in Campania S. Athanasii ejusdem Civiatis Episcopi, qui ad impio nepote Sergio multa passus ac sede pulsus Verulis confectus aeruminis in provit in coelum tempore caroli calvus”.

Dopo molti secoli, nel 1628, Sant’Atanasio I, già venerato come Compatrono di Napoli, fu annoverato fra i Santi protettori del Regno di Napoli, perchè aveva sofferto, pregato ed operato perchè le terre del sud d’Italia non venisero islamizzate, come l’Africa di San Cipriano e di Sant’Agostino.

La portella ritrae, sulla faccia a vista, Sant’Atanasio I a mezzobusto, nella posizione frontale comune a tre dei quattro pannelli superstiti,  rivestito con i paramenti episcopali.

Il restrostante pannello documenta la traslazione del corpo di Sant’Atanasio I, dalla Abbazia di Montecassino a Napoli, per essere inumato il 13 luglio forse dell’anno 877 nell’atrio della Basilica di San Gennaro Extra Moenia, nell’oratorio del Vescovo Lorenzo (primo quarto dell’VIII secolo circa), accanto al sarcofago del Vescovo San Giovanni IV detto “lo scriba” (838-849 circa) per esser poi trasferito definitivamente in Duomo, nel XIII secolo, come riferisce G. M. Fusconi (18).

1800159_452348898229314_1227640763_oIl Provedi ha rappresentato il trasporto a spalla del feretro, scortato dagli Ebdomadari in cotta, con il particolare copricapo ed il libro nella mano, sussidio per la celebrazione della liturgia delle ore, e pone alla testa del corteo la Croce processionale propria del Collegio Clericale degli Ebdomadari, privilegio concesso anche ad essi, come già al più antico Capitolo Cattedrale e motivo di secolari contese sul diritto di precedenza, durante le solenni processioni

Dalla porta di ingresso all’Abbazia di Montecassino, dove i monaci assistono mesti alla partenza del corteo funebre, consolati e trattenuti dall’Abate sull’uscio, per eviatre che alcuni di essi più facinorosi impedissero la partenza del feretro, a motivo dei numerosi miracoli avvenuti presso la sepoltura del Santo Vescovo, si snoda la processione lungo un sentiero in discesa tagliato fra le rocce, circondato da una folta vegetazione e da piante di olivo e querce e dalle loro cime si affaccia Sant’Atanasio I rivestito delle insegne episcopali, che mostra la strada verso Napoli e il suo gradimento per il ritorno a casa, finalmente, dopo tante peripezie.

L’olivo è simbolo di pace, castità, giustizia, sapienza, rigenerazione; la quercia, di dignità, maestà, forza, tutti tratti caratteristici della vita e dell’episcopato di Sant’Atatasio I.

San Severo.

La successiva portella, quello che chiude la scarabattola d’angolo della lipsanoteca sinistra, ritrae sulla faccia a vista, San Severo, che fu Vescovo di Napoli, secondo la comune cronotassi dal 363 circa al 409 circa, secondo Domenico Ambrasi dal 364 al 410, (19): il Gesta Epsicoporum Neapolitanorum redatto fra il VI e il IX secolo, cita Severo presente a Napoli circa nell’anno 393.1781856_452349468229257_1671504962_o

Sono scarse le notizie certe su San Severo e quello che di lui si narra, è la trasposizione nel tempo di verie leggende fiorite sulla sua vita.

Cercherò di rendere quanto certo o comunque documentabile (20).

Considerando il particolare  periodo storico durante il quale esercitò a Napoli il suo ministero episcopale, immediatamente successivo alla concessione di ogni libertà religiosa ai cristiani , dovette certamente impegnarsi nella predicazione e nella formazione del suo popolo che avvertiva l’ostilità dei non credenti ed era insidiato nella fede dalle eresie, specialmente quella ariana che ben presto da arianesimo teoligico, degenerò in arianesimo politico, causando molte persecuzioni anche in Occidente, facendo vittime illustri e fra queste il Vescovo di Napoli San Massimo,   esiliato in Oriente fra il 355 e il 356, dove morì, poco prima che il nuovo imperatore Giuliano l’Apostata decidesse, nel febbraio del 56, il rientro in patria di tutti i Vescovi esiliati.

All’inizio del suo ministero pastorale Severo viaggiò in Oriente e riportò a Napoli i resti mortali del suo predecessore Massimo.

Il viaggio in Oriente fu occasione per condurre a Napoli anche maestranze di formazione e cultura orientale alle quali Severo affidò le sue costruzioni: la Basilica  extramurana, detta di San Severo, nell’area cimiteriale presso la catacomba di San Gaudioso, dove inumò i corpi di San Fortunato e San Massimo; la Basilica urbana con l’abiside “mirabile”, nella zona di Forcella e il Battistero di San Giovanni in  Fonte, riconosciuto come il più antico d’Occidente, costruito secondo una prassi sacramentaria che riprende schemi in uso in Oriente, derivati dalle Catechesi Battesimali e Mistagogiche di San Cirillo di Gerusalemme probabilmente da lui introdotte in Occidente ed utilizzate come testi catechetici

Amico di Sant’Ambrogio incontrato a Capua durante il Concilio Plenario campano del 392, che fu uno dei Concili più importanti per l’Occidende, fatto riunire proprio da San’Ambrogio, a Capua, sede del Consolare della Regione, per risolvere la questione sulla successione delle Sede Episcopale di Antichia  e ribadire la piena comunione con tutti quelli che in Oriente professavano la vera fede, secondo il Simbolo Niceneo-Costantinopolitano, condannando e sconfessando così definitivamente l’arianesimo.

Severo fu anche , amico di San Paolino di Nola, ma anche del pagano Quinto Aurelio Simmaco, con il quale nel rispetto delle proprie libertà religiose intratteneva ottimi rapporti epistolari e amico  dei Vescovi campani, con i quali era in perfetta comunione..

Il Calendario Marmoreo di Napoli alla data del XXVIIII aprile riporta: D (e) P (osizione di S (an) SEVERO V (esco) VO N (ost) RO.

DSC03001bIl retrostante pannello, coglie l’attimo conclusivo della leggendaria resurrezione di un morto,  per scagionarsi da una accusa infamante e salvare la sua famiglia dalla schiavtù per onorare un debito non contratto.

Il Martirologio Romano, al 30 aprile, scrive di San Severo: A Napoli in Campania S. Severi Episcopi, qui inter alia admiranda, mortuum de sepulcro excitavit ad tempus, mendacem creditorem viduae, et pupillorum falsitatis argueret”, episodio leggendario, narrato in una “Vita di San Severo” dell’XI secolo.

Questa la leggenda: Si rivolse al Vescovo Severo, per ottenere giustizia, accompagnata dai figli piccoli, una donna, vedova da qualche tempo, minacciata di essere ridotta in schiavitù insieme alla prole, secondo la legge vigente, fino a quando non avesse interamente onorato un debito contratto dal marito che già in vita aveva  protestato di non essere debitore nei confronti dell’individuo, anch’esso presente dinanzi al Vescovo, che invece si dichiarava   creditore.

Severo, secondo la leggenda, accompagnato dal suo clero e dal popolo, condusse la donna con i piccoli e il presunto creditore, presso la sepoltura dell’uomo e, richiamatolo in vita, lo invitò a sbugiardare quell’individuo, perchè a lui non doveva niente.

Il Provedi tesse il racconto ambientandolo presso una archiettura antica, disegnata in perfetta prospettiva centrale: quello che rimaneva ancora dell’edificio termale della “Regio Furcillensis”, al Carminello ai Mannesi, per intenderci, oppure la scena è ambientata in quello che rimaneva della Basilica Severiana Extra Moenia?

Al centro della scena,  è ritratto da un lato  il Vescovo Severo circondato dal suo clero e dall’altro lato il defunto risuscitato, fuori dal sepolcro, che indica il creditore mendace che atterrito tenta la fuga, trattenuto da un energumeno, che fra la folla assiste all’evento miracoloso.

Sant’Agnello Abate.

DSC02996bIl successivo pannello, quello dell’angolo opposto destro, ritrae Sant’Agnello Abate: dei quattro ritratti questo è forse il più realistico, a figura quasi intera, rivestito dell’abito eremitico, con la caratteristica bandierina crociata.

La fonte più antica che racconti di Agnello, è un Libellus Miraculorum del X secolo, attribuito ad un suddiacono della Chiesa napoletana, un tal Pietro.

Sulla collina di Caponapoli, dove c’erano ancora i resti dell’agorà greca, il Vescovo di Abitina d’Africa, Settimio Celio Gaudioso (+ circa 453), in fuga dal suo paese per l’invasione vandalica, fondò un monastero basiliano che prese il suo nome (il monastero era detto popolarmente “del settimo cielo” o sulla strada “al settimo cielo” per deformazione popolare del nome del suo fandatore, ritratto sull’arcobaleno in una formella marmorea posta sull’ingresso laterale della chiesa…rubata).

Di questo monastero divenne Abate, Agnello, che forse morì fra il 590 e i primi anni del secolo successivo .

Fu annoverato fra i Compatroni di Napoli nel XV secolo: lo si ritrae, come su questo pannello, con la bandierina crociata nella mano destra, ossia con il Vessillo della Croce.

Fra i tanti miracoli operati da Dio per sua intercessione, a favore del popolo bisognoso e nel pericolo, è menzionato il suo intervento in difesa di Napoli durante l’assedio dei Longobardi, nel 581.

In quell’anno, Agnello era certamente ancora in vita, ma pare vivesse nascosto in un eremo fuori Città perchè la fama della sua santità affollava la cella, impedendogli la preghiera.

I longobardi già dalla fine del IV secolo, avevano tentato la espansione territoriale da Benevento verso il mare.

Nel 581 posero l’assedio alla Città ma trovarono notevoli difficoltà nell’espugnarla per le possenti opere murarie costruite in tutta fretta dai bizantini, dopo che la precedente antica murazione era stata distrutta dall’ostrogoto Teia, nel 552 o 553.

Secondo la leggenda, Agnello contribuì in prima persona a fugare i longobardi, apparendo in contemporanea in più punti diversi sulla murazione cittadina, dove più cruenta era la battaglia, ad incitare i napoletani alla difesa.

DSC02997Per la storia: i longobardi non riuscirono ad entrare in Città nemmeno nel successivo tentativo di Arechi di Salerno e Ariulfo di Spoleto, nel 592, grazie all’aiuto nella organizzazione della difesa cittadina del tribuno Costanzo inviato da Papa Gregorio Magno (590 – 604) che tentava di sottrarre alla autorità bizantina la Città: i napoletrani rifiutarono ogni possibile protezione pontificia, optando per la autonomia.

Sulla faccia retrastante della portella, il Provedi ha rappresentato un momento dell’assedio longobardo della Città, ambientando la scena dalla parte della fortezza  presso la chiesa del Carnine, detta “lo sperone”, non esistente ancora al tempo dell’episodio narrato perchè costruita sul mare alla fine del XIV secolo.

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Napoli – La murazione angioino-aragonese dalla parte della porta del Carmine così come appariva nel ‘500, quando Pietro Provedi realizzò le portelle.

Essa fu  demolita definitivamente nei primi anni del ‘900 e il pannello, confrontato con le immagini superstiti del luogo, fotografa la murazione cittadina come appariva alla fine del ‘500.

Ponendo sapientemente in primo piano i longobardi, atterriti dalla apparizione improvvisa su una nube di Sant’Agnello con il Vessilo della Croce,  accompagnato da Angeli in armi, pone nei secondi piani  scene degradanti di battaglia con sullo sfondo, tratti della murazionela cupola della chiesa del Carmine e parte del suo campanile, ma non quello di Fra’ Nuvolo e più oltre fra le case si intravvede la cupola della chiesa di San Pietro Martire.

Fa da collegamento fra  cielo e terra l’asta di una bandiera che dalle mura cittadine sembra volere penetrare la nube per confermare la tempestività e la concretezza dell’intervento divino  nella battaglia, raccordando il trascendente con il concreto.

Sant’Eufebio.

1920510_452348604896010_1446542622_nSulla faccia a vista della quarta portella è rappresentato Sant’Eufebio nella posizione comune per i Santi Vescovi ritratti nella altre due precedenti, mentre la parte retrostante del pannello l’apparizione miracola di Sant’Eufebio, morto da tempo, che celebra Messa nel suo Oratorio catacombale.

Il Calendario Marmoreo di Napoli, compilato nel IX secolo, riporta: M(ese) MAGGIO – G(iorni) XXXI…….al XXIII DEP(osizione) di S(ant’) EFEBO V(esco)VO.

Il Chronicon Episcoporum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, di Giovanni Diacono (il Codice latino Vaticano 5007), dice di Sant’Eufebio: “Ephebus Epiuscopus pulcher corpore, pulcherior mente, plebi Dei sanctissimus praefuit, et fideliter ministravit”. (21)

Il Vescovo Eufebio è citato anche nel Catalogo detto Bianchiniano del X secolo e il secondo volume dei Prolegomeni alle vite dei Sommi Pontefici, di Anastasio Bibliotecario (815 – 878), antipapa nell’855, perdonato e riammesso come bibliotecario vaticano nell’877, di lui fornisce il tempo del governo episcopale ma, la cronotassi vescovile napoletana, relativamente ai primi secoli del cristianesimo a Napoli è imprecisa e molti nomi di Vescovi appaiono leggendari, come il tempo del loro servizio episcopale: “Euphebi sedit annos VIII. Fuit temporibus Cornelii, Licii, Stephani Papae; et Decii, et Galli, et Velusiani, et Emiliani, etr Valeriani, et Galleni Imp.”, assegnandoli come tempo del servizio episcopale, quello compreso fra il 251 e il 257.

Dal citato Chronicon apprendiamo anche che per le invasioni barbariche, il suo corpo, dalla primitiva sepoltura presso la catacomba che da lui porta il nome,  fu traslato nella Basilica detta Stefanìa.

La cronotassi vescovile napoletana, per i primi secoli è imprecisa e molti nomi di Vescovi appaiono imprecisi e attribuiti a personaggi anche leggendari, come il tempo del loro servizio episcopale, certo è che intorno alla primitiva sepoltura di Eufebio presso la catacomba si sviluppò un culto che riprese dopo la traslazione dei suoi resti dalla Stefanìa, pare nel IX secolo, culto che continuò nel tempo e rifiorì con l’arrivo dei Cappuccini nella prima metà del ‘500, che costruirono sulla catacomba il loro primo convento napoletano.

I documenti citati, sono unanimamente riconosciuti come probanti della reale esistenza di Eufebio, o Efebo, o Efremo, deformazione popolare del suo nome.

Quel poco che ci permette di ricostruire la sua esperienza terrena è sempre derivato dalle leggende fiorite nel tempo.

Nel IV secolo, furono sepolti nella catacomba anche i corpi dei Vescovi Fortunato (menzionato nel 342/344), Massimo (menzionato nel 355) e nel secolo successivo anche quello di Orso (circa 393 circa 431), i primi due immediatamente successori di Eufebio sulla Cattedra Episcopale di Napoli, secondo la comune cronotassi.

Anche i corpi di Fortunato e Massimo furono traslati nella Stefanìa e ritornarono nella catacomba dopo il 1283, in esecuzione di un decreto di Carlo II d’Angiò che stabiliva una diversa collocazione di tutti i defunti, Vescovi o no, inumati nella Basilica Stefanìa, dovendosi diroccare l’edificio per fare posto al nuovo duomo.

Quando nel 1589 furono ritrovati i corpi di Eufebio, Fortunato, Massimo ed Orso dal Provinciale dei Cappuccini napoletani Evangelista da Lecce, i corpi dei primi tre furono rinvenuti in due distinti contenitori nell’Altare dell’oratorio sulla catacomba: in una cassa furono trovati i resti mortali di due individui che una lamella plumbea autenticava come i corpi di Fortunato ed Massimo.

Nell’altra invece fu rinvenuto solo il corpo di Efebo, mentre quello di Orso era in una sepoltura discosta dall’Altare.

I Cappuccini volevano trasferire le reliquie del corpo di uno dei tre Santi  nella chiesa del loro nuovo convento della Concezione (Sant’Eframo Nuovo), nella zona detta “della Salute” , e chiesero al Nunzio Apostolico di Napoli Alessandro Gloriero di presentare la loro istanza al Papa Sisto V (1585-1590) per le necessarie autorizzazioni.

Una notte, però, il Pontefice sognò i Santi Vescovi Fortunato e Massimo che lo invitavano a non adoperarsi perché i loro corpi fossero separati, giacendo insieme da 800 anni nell’unica sepoltura.

Fu così che rimasero nella stessa cassetta i resti mortali di San Fortunato e San Massimo e in un’altra quelli di sant’Efebo e riposte entrambe nel nuovo Altare della chiesetta conventuale presso la catacomba

Chi riporta la storia parla di 800 anni di comune sepoltura in uno stesso contenitore dei corpi di Fortunato ed Eufebio, ma certamente non conosceva la vicenda della traslazione delle reliquie nella Stefania nel IX secolo, reliquie deposte in due differenti luoghi (22) e il ritorno delle reliquie  dopo il 1283 nella catacomba: forse fu allora che i resti mortali di Fortunato e Massimo furono posti insieme in un unico contenitore, provvisoriamente, per la traslazione, e non potendo più procedere ad una separazione e  certa attribuzione dei resti, essi rimasero inumati insieme.

Il Cappuccino Padre Fiorenzo Mastroianni, ha composto, qualche anno fa (7 gennaio 2011), un sonetto per giustificare l’eterno abbraccio dei due Santi i cui corpi sono contenuti nello stesso fonticolo (23).

Il Libellus Miraculorum Sancti Euphebi, atribuita dal Mazzocchi ad un autore del XIII secolo  riporta la storia del miracolo rappresentato sulla faccia interna della portella dedicata a Sant’Eufebio: il Provedi rappresenta il Santo che morto secoli addietro, appare per celebrare il Divino Sacrificio mentre un gruppo di Angeli Musicanti, si affaccia da una nuvola, ed altri Angeli torciferi sono in adorazione, e  partecipano alla Celebrazione Eucaristica ed altri Angeli lo assistono mentre, celebra in paramenti episcopali.

Questa la storia: un sacerdote andava quotidianamente all’oratorio di Sant’Eufebio presso la catacomba, per celebrare Messa.

Il chierico che lo assisteva nella celebrazione, un giorno si recò per tempo  all’oratorio per preparare l’occorrente per la Santa Messa, e  notò che da uno spiraglio del portone e dalla fenestrella laterale dell’edificio, fuoriusciva copioso fumo di incenso.

DSC02994Essendo la porta ancora chiusa con l’unica chiave in possesso del sacerdote e a lui affidata per accedere nella cappella e preparare per la Santa Messa, prima di aprire la porta, spiò  attraverso la toppa della serratura, e vide la chiesetta inondata di luce ed un Sacerdote in paramenti episcopali che pontificava circondato da Angeli.

L’episodio riportato nel Libellus, illustrato dal Provedi sulla portella di sant’Eufebio.  è narrato anche il un raro opuscolo del 1525 intitolato: Officium Santi Januarii Episcopi una cum officio Santi Athanasii, Anelli, Aspreni, Agrippini, Eufebi et Severi nec non cum officio Sanctae Restitura et Candida unuquam ante impressum: Et cautum est privilegio ac excommunicationis late sententia ne quis per decennium imprimere audeat…Explicit officium sanctorum – ac protectorum civitatis parthenope. Jmpressum Neapoli Anno Domini. M.CCCCC.XXV  Die XV. mensis decembris. Laus Deo…

L’opuscolo del 1525, riferisce l’archeologo Sac. A. Bellucci, al foglio 61, incomincia l’ufficio In festa Sancti Euphebi Episcopi et confessori e la lezione quarta e quinta racconta della apparizione di Sant’Eufebio moltissimi anni dopo la sua morte nell’oratorio della catacomba per celebrarvi Messa.

Lo stesso episodio è riportato da Mons. Paolo Regio, Vescovo di Vico Equense, che racconta di Sant’Eufebio nella sua opera Le vite de Sette Santi Protettori della Citta di Napoli descritte dal Regio – Napoli, Giuseppe Cacchi, 1573, ristanpato nel 1579.

Pietro Provedi.

Ritengo che il citato Officium costituisca la traccia offerta al Provedi dalla commitenza, il Capitolo Cattedrale di Napoli, per la realizzazione dei Pannelli dei compatroni: il Tesoro Vecchio, prima della fondazione della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro, nella seconda metà del ‘600 era governato dal Capitolo Cattedrale napoletano.

Pietro Provedi nacque a Siena nel 1562 e morì a Napoli nel 1623.

Quasi nulla si conosce sulla sua formazione artistica: fu incisore di metalli e poi intagliatore di legnami, attività che certamente apprese presso qualche bottega senese o fiorentina, dove il manierismo, svincolandosi da ogni riferimento ai grandi artisti del rinascimento, riconosceva alle nuove emergenze, la abilità artistica, supportata da una cultura eclettica, da una formazione universale anche profondamente religiosa e da un comportamento etico-sociale che consentiva loro di rapportarsi con la nuova committenza, non solo ecclesiastica.

A Napoli entrò in contatto con una delle tante botteghe di intagliatori, impegnate tra cinquecento e seicento, nella produzione di manufatti che ancora oggi appare difficile attribuire certamente ad una o all’altra di esse e tracciare collegamenti tra nomi ed opere: Le numerose botteghe dedite all’intaglio, erano dotate di un capo bottega a cui venivano intestati i contratti e di numerosi collaboratori che eseguivano il lavoro, aiutati da altri maestri spesso dello stesso nucleo familiare, per cui risulta impossibile assegnare la paternità di un manufatto ad uno piuttosto che ad un altro artigiano, pur assegnando certamente ad una bottega la paternità di un progetto.

Spesso solo procedendo per analogia, è possibile  individuare la bottega di appartenenza dei gruppi di artigiani impegnati nello stesso luogo nella realizzazione di uno stesso progetto, anche quando i singoli elementi sono recuperati  avulsi dal contesto originario.

Delle quattro portelle lignee superstiti è certa la paternità per la presenza di polizze di pagamento intestate al Provedi, ma niente ci consente di individuare la bottega di formazione dell’intagliatore, nè se operasse in autonomia o legato ad un gruppo di artigiani.

Procedendo per analogia, confrontando la stesura delle varie opere certamente attribuite, è possibile in qualche modo legare la sua attività al Tortelli.

La bottega di Benvenuto Tortelli, menzionata attiva fra il 1558 e il 1591,  fu una delle più fiorenti; in essa si formarono Giovanni Battista Vigilante, intagliatore di cui si hanno notizie fra il 1579 e il 1598 e Nunzio Ferrario che fu attivo a Napoli fra il XVI e il XVII secolo, ed era impegnata nella realizzazione in luoghi diversi, di molti progetti che richiedevano la collaborazione di esperti disegnatori e abili intagliatori che gravitavano nella bottega stessa, creando una fitta rete di collaborazioni, risolta con artigiani legati anche da stretti rapporti di parentela, amicizie, discepolato, concorrenze, associazionismo, che trovarono poi nei cantieri napoletani della controriforma sostenuti dagli ordini religiosi,  importanti commesse, non solo a Napoli.

Non è da escludere la probabile collaborazione del Provedi, nei primi anni della sua presenza a Napoli,  anche nella  bottega dei Mollica, considerando il successivo sodalizio artistico proprio con i Mollica durante la costruzione e decorazione della chiesa del Gesù Nuovo, durante il primo quarto del ‘600 e la particolare richiesta proprio ai Mollica, inizialmente,  e poi ad altre botteghe, di manufatti realizzati sotto la sua direzione e supervisione, anche per la provincia gesuitica sarda,  intagliati, colorati, indorati, sgraffiati e decorati anche ad estofado, sviluppando e favorendo un proficuo commercio fra Napoli, e  i vari centri del Mediterraneo.

L’ambiente artistico napoletano del primo ‘500 era dominato da due personalità: Girolamo Santacroce (fine del 400 – 1537) allievo e collaboratore dell’Ordonez (1490 circa -1520 circa) e Giovanni da Nola (1478 -1559).

Quest’ultimo iniziò la sua attività di intagliatore del legno, nella bottega di Pietro Belverte (prima metà del ‘500) per poi entrare in contatto con i Malvito, impegnati ancora nella realizzazione della cappella del Succorpo del duomo napoletano.

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Napoli – Basilica della Santissima  Annunziata – La sacrestia.

Gli anni compresi fra il 1540 e il 1570 furono monopolizzati nel campo della scultura dalla bottega di Giovanni da Nola e  di  Annibale Caccavello dove Salvatore Caccavello, figlio o omonimo collaboratore, nel 1571 era impegnato con  Girolamo D’auria (1577-1620) e Nunzio Ferrario, nella Sacrestia della Basilica della Santissima Annunziata.

Ma a Napoli era già presente il Vasari intorno al 1544 e Pietro Bernini, attivo a Napoli, nel duomo, nella Cappella Brancaccio, che proponeva i canoni del manierismo, come reazione all’armonia, all’ordine e alla perfezione del XV secolo.

Il manierismo si caratterizzò con una pragmatica ricerca di virtuosismo stilistico ed eleganza formale, abbandonando l’equilibrio rinascimentale, privilegiando piuttosto la complessità, la drammaticità, il movimento, elementi già presenti nelle opere dei maestri del rinascimento.

Girolamo D’Auria (1566 – 1621), che fra il 1586 e il 1590, esegue nel duomo di Napoli il sepolcro di Giovan Battista Capece – Minutolo, ed intaglia fra il 1577 e il 1579 nella sacrestia della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore di Napoli, gli armadi con bassorilievi rappresentanti scene del Vecchio e del Nuovo Testamento con profeti e santi, lavoro poi continuato servendosi della collaborazione di altri artigiani e scolari della bottega di Giovanni da Nola (1478 – 1559).

Di alcuni di essi conosciamo i nomi, Salvatore Caccavello  e Nunzio Ferrario (1578-1604), artisti già gravitanti nell’orbita della bottega del Tortelli.

Colpisce l’analogia dell’intaglio, della composizione, del discorso narrativo, del disegno delle architetture del Provedi, nei suoi pannelli per il tesoro del duomo di Napoli, con alcuni intagli della Sacrestia della Santissima Annunziata.

Anche se non è possibile ricostruire il percorso artistico del Provedi e la storia della commessa delle portelle per il tesoro vecchio del duomo napoletano, emerge la possibile traccia di un cammino che lo conduce all’interno del duomo di Napoli, attraverso  una sua  probabile collaborazione con il D’Auria nella realizzazione del monumento Capece-Minutolo,  e poi nella Sacrestia della Santissima Annunziata.

Nel 1604 il Provedi entrò a far parte dell’Ordine dei Gesuiti, ma certamente fin dal 1601, dimorava come novizio nella primitiva Residenza dell’Ordine, infatti in quegli anni risulta già collaboratore con il Valeriano nella  costruzione del  Gesù Nuovo.

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Napoli – Chiesa del Gesù nuovo – Interno

Nel 1613 fu scelto come architetto della Compagnia di Gesù nella Provincia napoletana e progettò chiese e Residenze per l’Ordine nell’Italia Meridionale: la chiesa napoletana del Gesù Vecchio, suo capolavoro,  che per tutto il ‘600 fu modello per i primi edifici barocchi di Napoli; la chiesa del Santissimo Rosario, a Paola; la chiesa di Gesù e Maria a Castellammare di Stabia; il complesso del Carminello al mercato di Napoli e collaborò negli ampliamenti e ricostruzione di altri edifici della Provincia, ma il suo maggiore impegno, fino alla morte avvenuta nel 1623, fu la chiesa del Gesù Nuovo.

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Napoli – Basilica del Gesù vecchio – Interno.

Scultore pressochè ignorato dalla storiografia a proposito della sua indiscutibile maestria nell’intagliare il legno, che emerge dalle portelle oggetto di questa analisi il Provedi, apprezzato invece come architetto gesuita, ebbe il merito di aprire già in pieno manierismo verso l’esplosione del barocco napoletano.

Se le portelle sono le uniche opere superstiti della sua produzione dell’intaglio, emerge da esse la sua tendenza verso una maniera tenera, verso una forma elegante e mossa, fresca, , visionaria  e fantasiosa che conferisce alla superficie trattata un palpabile impatto emozionale.

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DOCUMENTI – NOTE – DISCUSSIONI

1 –  Cfr. Gaetano Filangieri di Satriano, Documenti per la storia, le arti, le industrie delle Province Napoletane, Vol. V, Napoli, 1891.

2 –  Definisco navata destra, la navatella di San’Aspreno, e navata sinistra, quella del Salvatore.

3 –  La basilica gemina della Cattedrale napoletana intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e a partire dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta, la Stefania, anch’essa intitolata al Salvatore, costruita da Stefano I, Vescovo di Napoli (496 -?); fu distrutta da un incendio e ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca e Vescovo di Napoli Stefano II (756-789). Essa occupava l’area compresa fra il Vicus S. Laurentii ad Fontes (un tratto è stato riportato alla luce negli anni ’70 del passato secolo) che correva sul fianco destro della antica basilica detta di Santa Restituta (la basilica intorno all’VIII secolo fu interamente ruotata di 180 gradi sul suo asse e la nuova abside ricostruita dove risulta attualmente. I resti di questo Vicus corrono oggi sul fianco sinistro della attuale ruotata Basilica, ponendo le spalle al maggiore Altare della Basilica stessa) che costituiva la strada di accesso alla cittadella episcopale napoletana, con ingresso da una “torre di difesa” di epoca romana su i cui resti fu poi costruita e ricostruita l’attuale “torre campanaria”, ed andava ad occupare quasi interamente l’area dell’attuale transetto del Duomo angioino.

4 –  Cfr.  Franco Strazzullo, Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis inscriptionum thesaurus, Napoli 2000, che riporta il testo del rogito notarile, reperibile in: A.S.N. Notai del Cinquecento, Marco Antonio de Vivo di Napoli, scheda 265, prot. 23. ff. 36 v. – 37 v.

5  –  Cfr. Corrado Card. Ursi, Omelie.

6 –  La presenza nell’Oratorio della suppellettile sacra preziosa, e dei paramenti liturgici preziosi, ha indotto qualcuno a considerare la possibilità che il luogo fosse anche la sacrestia del  duomo angioino. Ipotesi che non trova fondamento, perché l’oratorio è posto al primo livello della torre non facilmente accedibile e oltremodo scomodo per consentire lo snodarsi di una lunga “processione di ingresso” in Chiesa, discendendo attraverso una precaria scala a lumaca, e composta per la maggior parte da preti anziani. Essendo la Basilica detta di Santa Restituta sede del Capitolo Cattedrale ed essa stessa sede della Cattedra del Vescovo, ignorano forse costoro, quanto prescrive il rituale che prevede che il Vescovo venga rivestito dei paramenti liturgici e munito delle sue insegne, sedendo alla sua Cattedra, dando inizio cosi, da liturgo, dalla sua sede episcopale, alle  solenni funzioni e disponendo l’inizio dell’ingresso processionale del clero, dei preti mansionari e dei canonici capitolari verso il maggiore Altare, che nel  nuovo Duomo napoletano, in antico era, al centro del transetto. II Vescovo attraversava per intero lo spazio del coro che allora si sviluppava al centro della navata e  dopo avere baciato e incensato l’Altare immagine di Cristo, che è Sacerdote, Vittima e Altare, raggiungeva il suo trono posto alla destra di esso, sotto il prezioso dossello trecentesco. La antica sacrestia dove si paravano i sacerdoti, per le funzioni non presiedute dal Vescovo, a mio avviso, era  quell’ambiente poi trasformato in “cappella sepolcrale” dei Filomarino e fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 nella attuale cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe. L’ambiente forse, fu utilizzato per sacrestia prima del disastroso terremoto del 1456, quando crollarono con la torre scalare anche considerevoli tratti delle pareti dell’edificio per poi divenire Cappella sepolcrale dei Filomarino, quando costoro cedettero la loro antica cappella gentilizia aperta sulla navatella di Sant’Aspreno, per fare posto alla costruenda nuova cappella del tesoro, quando già era in funzione la nuova sacrestia realizzata nella ex Cappella Reale angioina dall’Arcivescovo Annibale Di Capua, e al tempo dei lavori di ricostruzione del palazzo arcivescovile, iniziati dal Cardinale Ascanio Filomarino. Sappiamo per certo che, dopo il terremoto del 1456 e fino alla trasformazione della cappella reale di San Ludovico nella  nuova sacrestia fu utilizzata per questo ufficio la adiacente cappella di San Paolo de’ Humbertis detta poi degli Illustrissimi Preti di Propaganda.

7 –  Patrona Principale della città di Napoli, è la Santissima Vergine Maria Assunta, che appare sempre effiggiata al centro nelle immagini dei Santi Compatroni. Compatrono Principale è il Megalomartire San Gennaro, al quale furono affiancati sei Compatroni minori: I Santi Vescovi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Sant’Agnello Abate. Mons. Franco Strazzullo in: San Gennaro “Defensor Civitatis” e il voto del 1577, Napoli, 1987, citando il Calendario Lotteriano del XIII secolo, fa notare che prima del XV secolo, i Compatroni di Napoli erano di numero inferiore, e l’Officium Sanctorum ac Protectorum Civitatis Partenopae, redatto fra il 1512 e il 1525, riporta i nomi di solo quattro di essi: Aspreno, Agrippino, Gennaro, Atanasio I, che sono chiamati Defensor apud Deum e non sono nominati come tali Eufebio, Severo e Agnello. Nel Calendario Lotteriano  redatto fra il 1294 e il 1310, Strazzullo nota che sono menzionati come Patroni di Napoli solo San Gennaro e sant’Agrippino. Ma già nel 1500, fa notare come nel soffitto della cappella Carafa nel Duomo di Napoli, le formelle marmoree che rappresentano i Compatroni, ritraggono con San Gennaro, anche i Santi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Agnello ed evidenzia che gli stessi Santi sono stati tutti e sette effigiati negli sportelli dell’antico organo del Duomo, dipinti dal Vasari (1511-1574). E lo stesso artista poi, nel suo Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, del 1550, parlando del lavoro eseguito, dichiara di avere dipinto per il Duomo di Napoli, solo quattro compatroni. Probabilmente in antico, i Compatroni principali di Napoli erano soltanto due, San Gennaro e sant’Agrippino, come risulta dal Liber Pontificalis Ecclesiae Neapolitanae, redatto nel IX secolo e come risulta da un documento del 1183 del Vescovo Sergio IV (1168-1192), ad essi si affiancarono altri Santi protettori della città, ma non come Compatroni. Gli sportelli scolpiti da Pietro Provedi e sistemati all’interno dell’oratorio di San Gennaro, nel 1586, oggetto di questo studio, riportano, i quattro  sportelli superstiti riutilizzati per chiudere quattro scarabattole della cappella delle reliquie del Duomo di Npoli nel 1891,  le immagini di Sant’Atanasio I, Sant’Eufebio, Sant’Agnello Abate e San Severo, e sul retro episodi agiografici degli stessi; due certamente riportavano le immagini di sant’Aspreno e Sant’Agrippino, andati distrutti, forse durante l’incendio all’interno della sacrestia maggiore, durante un furto di arredi sacri preziosi nel corso di uno dei tanti restauri dell’ambiente al tempo dell’Arcivescovo Francesco Pignatelli, degli altri due non conosciamo chi fossero i Santi ritratti probabilmente rappresentavano uno San Gennaro e l’altro il reliquiario del Sangue. Il mobile d’argento che conteneva il busto e il reliquiario, realizzato da Carlo II d’Angiò, andò perduto probabilmente durante il disastroso terremoto del 1456. Agli antichi compatroni furono affiancati, a partire dalla seconda metà del ‘600, da altri Santi Compatroni minori: San Tommaso d’Aquino, Sant’Andrea Avellino, Santa Patrizia, San Francesco di Paola, San Domenico, San Giacomo della Marca, San Francesco Saverio, Santa Teresa d’Avila, Sant’Antonio di Padova, San Filippo Neri, San Gaetano, San Severo, già venerato come Compatrono, ma non ancora inserito nell’elenco ufficiale, San Nicola, San Gregorio Armeno, Santa Chiara, San Biagio, San Pietro Martire, San Giuseppe, San Michele Arcangelo, San Francesco d’Assisi, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, san Giovanni Battista, San Francesco Borgia, Santa Candida Minore, Santa Maria Egiziaca. Nel ‘700 se ne aggiunsero altri: Sant’Antonio Abate, Sant’Ignazio de Loyola, Santa Maria Maddalena Penitente, Sant’Irene, Sant’Emidio, San Raffaele Arcangelo. Altri ancora nell’800: Sant’Anna, San Luigi Gonzaga, Sant’Agostino, San Vincenzo Ferrer, Sant’Alfonso Maria de’ Liguoiri, San Francesco Caracciolo, San Francesco de Geronimo, San Giovanni Giuseppe della Croce, San Pasquale Baylon, San Rocco, San Gioacchino. E finalmente nel ‘900: Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, Santa Lucia, Santa Gertrude, Santa Rita.

8  –  San Giacomo della Marca (1394-1476) nel “Sernone de Antihristo” descrive il terremoto del 1456, raccontando che diroccò quasi interamente il torrione e caddero a terra le reliquie dei Santi conservate nell’oratorio e le ampolle con il sangue di San Gennaro, trovato duro come pietra, furono miracolosamente recuperate intatte. E nel “Sermone de adventu turcorum” parla delle distruzioni operate nel Regno di Napoli dal terremoto e ancora del crollo del torrione del Duomo, che conteneva la reliquie dei Santi e la suppellettile sacra (cfr. codice 46bis, Archivio Municipale di Monteprandone).

9  –  I pilastri della navata furono restaurati e parzialmente ricostruiti con il contributo delle famiglie nobili dei Sedili di Napoli che apposero in cima ad ognuno di essi il proprio stemma: i pilastri del lato sinistro della navata, recano gli stemmi delle famiglie Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo Pisquizy; quelli del lato destro della navata, recano gli stemmi delle famiglie Dura, del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini. Il settimo pilastro, quello accanto al dossello del trono vescovile, non porta insegna nobiliare, perchè restaurato con il contributo popolare.

Gli stemmi del Pontefice, dell’Aragonese e del Carafa furono posti sulla ricostruita facciata del Duomo: furono rimossi al tempo della realizzazione della attuale ottecentesca facciata ed attualmente sono esposti fra i marmi recuperati, nel cortile interno della Cittadella Vescovile.

10  –  La Tavola Strozzi, dipinta forse da Francesco Rosselli, così chiamata perchè rinvenuta a Firenze in palazzo Strozzi nel 1901, rappresenta secondo alcuni critici, il trionfo di Ferrante d’Aragona dopo la battaglia al largo di Ischia, contro Giovanni d’Angiò, pretendente al trono di Napoli, del 7 luglio 1465, secondo altri rappresenta un trionfo navale organizzato per omaggiare Lorezo de’ Medici giunto a Napoli nel 1479 per stipulare un trattato di pace con Ferrante d’Aragona, grazie alla mediazione di Filippo Strozzi detto il Vecchio. Era in origine la spalliera di un letto, disegnato probabilmente da Benedetto da Maiano e datato 1472-1473. Fa da sfondo una veduta della città di Napoli dal mare, a volo d’uccello, e mostra molti edifici ricostruiti dopo il terremoto del 1456, e fra questi il ricostruito Duomo. La citata Cronica di Notar Giacomo, manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli, narra fatti avvenuti a Napoli e nel Regno di Napoli dal tempo dei romani al 1511. La sua redazione è compresa fra il XV e il XVI secolo e ne è probabile autore un tal Notar Giacomo della Morte, ancora vivo certamente nel 1524.

11  –  La Cappella del Tesoro di San Gennaro, è il particolare risultato di un voto fatto dai napoletani  in un particolare momento storico ricco di eventi tragigi. Nel 1527 la guerra, la peste e la carestia mietevano vittime a migliaia: il 13 gennaio di quell’anno, anniversario della traslazione delle reliquie di San Gennaro  in Città da Montevergine (13 gennaio 1497) i napoletani fecero voto di costruire al Santo Patrono Gennaro una nuova e più bella cappella per contenere le sue reliquie ed invocarono per suo tramite la Divina Misericordia perchè la Città e il Regno fessero liberati dalla peste, dalla guerra e dalla carestia. Il voto fu solennemente sottoscritto dagli Eletti della Città, con pubblico strumento rogato per Notar Vinvenzo de’ Rossis, davanti all’Altare maggiore del Duomo. Riporto il testo integrale del rogito: “Die XIII Januarii 1527, Neapoli. In maiori Ecclesia Neapolitana coram nobis constitutis magnificis dominis Elettis Civitatis Neapolitanae quiu, moti fervore devotionis, promettono et fanno voto donare dell denari pubblici di questa Città ducati undecimillia, videlicet mille d’oro per lo Tabernacolo della Ven. Eucharistia et Sacramento et dieci millia altri per lo Sacello da riponere lo reliquiario del Beato Januario Protettore di questa Città acciò che interceda avanti lo cospetto de Dio per la liberatione dalla pestre di questa Citta.” . Seguono le firme dei rappresentanti dei cinque Sedili Nobili ( Capuano, Nido, Montagna, Portanova e Porto), più il rappresentante del Sedile del Popolo. Raccolta una ingente somma di danaro, l’8 giugno 1608 fu posta la prima pietra per l’erezione della nuova Cappella del Tesoro con una Bolla di fondazione di Papa Paolo V (1605-1621) e un breve di Papa Urbano VIII (1623-1644) che confermò il patrocinio laico della cappella stessa. Si raccolsero 500.000 scudi, contro i previsti 10.000 e i lavori furono ultimati nel 1646.

12  –  La Cappella Reale, fu fondata da Carlo II d’Angiò (1248-1309), re di Napoli dal 1285, mentre erano ancora in corso i lavori per la costruzione del Duomo e destinata ad accogliere le salme degli angioini di Napoli, che in attesa di una definitiva sistemazione, giacevano ancora in sepolture provvisorie. Adiacente al Duomo, assolutamente indipendente da esso, accedibile solo dall’esterno, fu intitolata a San Ludovico d’Angiò, nato a Nocera (Sa) nel 1274, frate francescano, consacrato Vescovo di Tolosa da Papa  Bonifacio VIII, a 22 anni, morto a Chateau de Brignoles nel 1297, sepolto a Marsiglia, canonizzato da Papa Giovanni XXII nel 1317, secondogenito del re Carlo II (il primogenito Carlo Martello, morì nel 1295 di peste; per successione la corona del Regno spettava a Ludovico, ma questi, prendendo l’abito francescano, rinunciò ad ogni diritto di successione in favore del fratello Roberto). Il terremoto del 1456 danneggiò gravenemente la Cappella Reale, affrescata da Giotto, che rimase impraticabile per circa un secolo. L’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595), fece trasformare la diroccata Cappella Reale in sacrestia del Duomo, aprendo l’attuale ingresso sul braccio destro del transetto e murando l’antico ingresso dalla corte interna del complesso degli edifici episcopali, nel 1581, ponendo interamente, davanti ad esso il grande stipo di castagno, per contenere i paramenti sacri, ancora in uso, e fece costruire, adiacente ad essa la Cappella di Santa Maria del pozzo, il retro sacrestia, dove si costruì anche l’elegante sepolcro. La lapide sepolcrale chiarisce la destinazione d’uso per cui fu realizzata la cappellina: come luogo per la sua sepoltura e luogo per pararsi da parte dei Vescovi, dei Canonici, dei Sacerdoti, prima di andare a celebrare Messa. La attuale sacrestia è frutto di un successivo lavoro di restauro promosso dal Cardinale Francesco Pignatrelli Arcivescovo di Napoli (1703-1734), conseguente ad un disastroso terremoto che provocò numerosi dissesti e crolli alle absidi del Duomo e al transetto, verificatosi il 29 novembre 1732. La Cappellina della Madonna del Pozzo è un susseguirsi di tre ambienti: il luogo del lavabo e altri due ambienti intercomunicanti, il primo come luogo per il monumento sepolcrale dell’Arcivescovo Di Capua ed il secondo coperto da una elegante cupoletta, aveva sull’Altare una tavola dipinta da Silvestro Buono, attivo fra il XV e il XVI secolo, rappresentante la Madonna del pozzo (quale delle Madonne del Pozzo?) di cui se ne è persa traccia.ed alla quale il Di Capua era particolarmente devoto.

13  –  Per la storia della “Cappella delle reliquie del Duomo di Napoli”: cfr. Tino d’Amico, La Cappella delle Reliquie del Duomo di Napoli “Vestibolo del Paradiso” – Il blog di Tino: tinodamico.wordpress.com/2014/06/24

14  –  Cfr. Lorenzo Loreto, Memorie storiche de’ Vescovi ed arcivescovi della Santa Chiesa Napolitana, Napoli 1839.

15  –  Cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum ed il sarcofago strigilato nella Cappella Capece-Galeota nel Duomo di Napoli, Napoli 2015 il blog di tino tinodamico.wordpress.com, pubblicato anche sotto il titolo, Efebo, folrtunato e Massimo nel Duomo di Napoli, in: Rivista storica dei cappuccini di Napoli, anno VIII (2013), pagg.343-352.

16  –  Cfr. Tino d’Amico, Op. Cit. – Vedi anche Ennio Moscarella, S. Atanasio Vescovo di Napoli, in: Il Rievocatore, n.11-12 1972

17  –  Secondo G. M. Fusconi (Cfr. G.M. Fusconi, Sant’Atanasio Vescovo in Santi, Beati e Testimoni) nel secolo XIII le reliquie del corpo di Sant’Atanasio furono traslate nella Cattedrale e poste sotto l’Altare della Cappella del Santissimo Salvatore. Motizia imprecisa: nel secolo XIII il Duomo di Napoli e la Cappella del Santissimo Salvatore non esistevano ancora; la costruzione dell’edificio angioino iniziò dopo il 1283 e fu inaugurato nella prima metà del 1300, nel secolo XIV quindi, dopo crolli interni dovuti al collassamento delle strutture per l’utilizzo di materiali scadenti ed un terremoto. La realizzazione della Cappella intitolata fin dal tempo della fondazione dell’edificio al Salvatore Vetere (Cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum.. op.cit.) è di questo periodo, anche se risulta la più antica, con quella opposta lateralmente all’abside, di Sant’Aspreno, escludendo la presistente più antica Cappella dei Capece-Minutolo di Canosa (Cfr. Tino d’Amico, L’antependium (frontale) dell’Altare della Cappella dei Capece-Minutolo nel Duomo di Napoli, in: il blog di Tino – htpp//tinodamico.wordpress.com). La traslazione delle reliquie del Corpo di Sant’Atanasio I in Duomo, a mio avviso, sarebbe avvenuta quando, l’Arcivescovo Niccolò de Diano (1412-1435) nel 1414 concesse privilegi, rendite e fornì di una sede stabile nella Cappella del Salvatore Vetere, da allora detta nche di Sant’Atanasio I, il Collegio Clericale degli Ebdomadari, fondato da Sant’Atanasio I per la celebrazione liturgica quotidiana nei due edifici che costituivano la Catedrale napoletana, la Basilica detta di Santa Restituta e la Basilica detta Stefanìa e concesse loro una sepoltrura nello spazio antistante la Cappella stessa (cfr. Tino d’Amico, op.cit.)

18  –  Cfr. Domenico Ambrasi, S. Severo, un Vescovo di Napoli nell’imminente medio evo, (364-410) – Storia – Arte – Culto – Lewggenda,  Napoli 1974.

19  –  Cfr. Domenco Ambrasi, op. cit.

20  –  Cfr. Sergio Mattironi, Sant’Agnello di Napoli, Abate, in Santi Beati e Testimoni.

21 – “Eufebio Vescovo, bello di corpo, ma bello assai più nell’anima, presiedette santissimamente al popolo di Dio, fedelmente governandolo”.

22  –  Cfr. Tino d’Amico, un cartibulum ecc…,Op. Cit.

23  –  Cfr. Antonio Bellucci, La Catacomba di Sant’Eufebio presso il Convento Cappuccini di Napoli, edizione a cura di Fiorenzo Mastroianni in: Quiaderni Storici dei Cappuccini di Napoli, Napoli, 2001.

24  – 

EFEBO, FORTUNATO E MASSIMO 

(Sonetto di Fiorenzo Ferdinando Mastroianni o.f.m.capp.)


 
Scendeva Efèbo nella selva bruna

ove nel tufo dei sacrati scavi

stavan gli avelli degli antichi avi,

al sole ascosi e al chiar di luna.

Ove orava Efebo volle la cuna,

lungi da l’orbe e dai pagani pravi,

spargendo odori di virtù soavi,

e ancor qui i suoi fedeli aduna.

Venne prima a Lui San Fortunato,

perlato di sudor de la battaglia

che il divin Cristo contro Ario vinse.

E venne Massimo, e pure a Lui si strinse,

sì che trino fulgor ciascun abbaglia

chi a lor s’appressa ed al sacel sacrato!

Convento cappuccino di S. Eframo vecchio, 7.gennaio 2011

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