Il Cristo della parusia che cavalca il globo solare, della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I nel duomo di Napoli.

di Tino d’Amico

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L’autore con la moglie Pina, durante una lezione nell’area archeologica del duomo .

Sul dorsale dell’Altare barocco  della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, patronato  della famiglia Capece-Galeota, la prima a sinistra dell’abside del duomo, è stato recentemente riposizionato un trittico la cui pala centrale, antichissima, risalirebbe al IX – X secolo e le portelle laterali, aggiunte in epoca successiva, sono attribuite ad Agnolo Franco (Napoli ? – 1455) dal De Dominici (cfr. Dizionario Biografico Universale, vol.V, Firenze 1859), e  a Tommaso de’ Stefani (Prima metà del ‘200 – 1310 c.), dal Galante (Guida Sacra della Città di Napoli, Napoli,1872), scarsamente leggibile per la infelice collocazione e per un infelice restauro dopo un banale incidente nei primi anni ’70 del passato secolo, di cui fui occasionale testimone.

La pala centrale, rappresenta il Cristo della Parusia che cavalca il globo solare e si propone luce del mondo, via, verità e vita,  con la mano parlante, cioè con la destra alzata, mentre compie il gesto dell’adlocutio (1) e la sinistra che regge il libro aperto al capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, versetto 6: “EGO SUM LUX MUNDI VIA, VERITAS ET VITA”.

L’icona, secondo Lorenzo Loreto (2) sarebbe copia della immagine mosaicata del Pantocràtore che era nel catino dell’abside della Basilica del Salvatore detta Stefania.

Napoli – Duomo – Planimetria – indica: orientamento del sito; il sito del battistero di San Giovanni in Fonte, antico luogo di aggregazione dei Preti Mansionari del Salvatore; la cappella del Salvatore Vetere e di S.Atanasio I, Vescovo di Napoli, dove è posto il trittico del Cristo della Parusia.

Tra il IX e il XII secolo, come riferisce anche Li Pira ( La Cattedrale di Napoli ed il Capitolo dei Canonici dalle origini al secolo XIV, Università degli Studi di Napoli – Dottorato di ricerca in storia – XXI ciclo),  si instaurò un clima di pacifica convivenza fra le due componenti clericali accreditate nel Complesso Cattedrale napoletano, organizzate nei due Istituti dei Preti Capitolari di Santa Restituta e dei Preti Mansionari, ai quali fu concessa, come luogo di aggregazione, la cappella del Salvatore realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, andato ormai in disuso dal IX-X secolo per la modifica della liturgia battesimale.

La pacifica antica convivenza fra le due componenti clericali mi porta a considerare due probabili origini della pala centrale del trittico, oggetto di questa studio: essa fu fatta dipingere appositamente dai Preti Mansionari della Cattedrale, fra il IX-X secolo oppure, icona bizantina del Cristo della parusia, fu recuperata da altro luogo, e sistemata sulla parete ad oriente (3) nella Cappella del Salvatore, dove già esisteva sulla stessa parete una immagine simile, ma con un diverso messaggio.

La icona  poi, fu trasferita dalla antica cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, per essere posta sulla parete ad oriente, nella cappella concessa alla famiglia Capece-Galeota fin dal tempo della inaugurazione del duomo angioino.

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Napoli – Duomo – La cappella  del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli, patronato della famiglia Capece-Galeota. (foto di Luca D’Amore).

Quando si incominciò a diroccare la Stefanìa per fare posto al costruendo nuovo duomo, furono recuperati, e poi successivamente riutilizzati all’interno del nuovo edificio, oppure altrove, numerosi reperti, come l’antependium, anche esso di epoca bizantina, del piccolo Altare della cappella dei Capece-Minutolo (cfr. Tino d’Amico, Il paliotto dell’Altare della cappella Capece-Minutolo nel duomo di Napoli, inedito e singolare reperto bizantino proveniente dalla distrutta basilica detta Stefania, in:tinodamico.wordpress.com); non sorprende quindi, il trasferimento e riutilizzo dell’antica icona,   all’interno del nuovo duomo angioino.

Certamente fu ritoccata nel sec. XIII dal de’ Stefani, successivamente, come riferisce Alessio Simmaco Mazzocchi (1684 – 1771), fu restaurata nel 1484, probabilmente da Agnolo Franco, autore del primitivo ciclo di affreschi della cappella, del 1414, con  le storie della vita di Sant’Atanasio I, che avrebbe aggiunto alla pala le due portelle laterali.

Gli affreschi della cappella poi, furono restaurati o rifatti, da Andrea de’ Lione (1610-1685) nel 1677. (cfr. Polizza di pagamento del Banco di Pietà di Napoli nel Giornale copia-polizze del Banco di Napoli mtr. 728 / 24.8.1672)

Andrea de’ Lione, allievo di Belisario Corenzio (1558-1646?), fu autore di scene movimentate di battaglie, ma anche di bucoliche pitture, subì l’influsso di Aniello Falcone (1600-1665)  e fu autore anche di affreschi in molte chiese napoletane.

Gli affreschi mostrano tutto il degrado risultante dalle copiose infiltrazioni d’acqua piovana per non mai risolti problemi di impermeabilizzazione della copertura del cupolino ad ombrello.

Il Galante riferisce anche di un restauro del dipinto, eseguito da Aniello d’Aloisio (1775 – 1855), durante il quale sarebbe sparita la fascia inferiore del trittico che riportava un riferimento ad Agnolo Franco, notizia presa dal Mazzocchi e dal Loreto, che però piuttosto che citare il probabile autore delle portelle, citava invece la committenza in un ebdomadario  (prete mansionario).

Napoli – Duomo – Cappella Capece-Galeota – Il trittico fu fotografato negli anni 1920-1930 dai FRATELLI ALINARI. La scheda di riferimento, cod. ACAF-033736-0000, lo classifica come “dipinto murale”.

La lastra fotografica conservata nell’ARCHIVIO FRATELLI ALINARI, probabilmente è l’unica fotografia del reperto, che ci rende l’immagine nella sua interezza, prima del citato incidente occorsogli e dell’ultimo infelice restauro conservativo che ha eliminato il gruppo di Angeli che emergeva alla sinistra del Salvatore, seduto su un trono poggiato sul globo solare, anche esso ormai quasi sparito, che si propone nel fulgore della Sua Rivelazione, attraverso un fascio di raggi dorati, anch’essi spariti, che gli facevano da sfondo, icona della parusia, cioè del dogma di fede del ritorno di Cristo, nel giorno del Giudizio Universale, come leggiamo nel testo di Luca, capitolo 1, versetti 78-79: “….il nostro Dio è bontà e misericordia: ci verrà incontro come luce che sorge, splenderà nelle tenebre per chi vive nell’ombra della morte e guiderà i nostri passi sulla via della pace….”

Il trittico, prima di essere riposizionato nella cappella dei Capece-Galeota, per un breve periodo fu esposto in una cappella nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

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All’epoca di Carlo II d’Angiò (1254 – 1309), re di Napoli dal 1285, Napoli, divenuta capitale del regno che unificava l’Italia Meridionale, fu dotata di una nuova Cattedrale, e le costruzioni che costituivano il vecchio complesso episcopale, alcune del IV – V secolo ed altre dell’VIII, furono trasformate o demolite (4).

La fondazione del nuovo duomo angioino, corrisponde alla elezione al pontificato di Papa Celestino V (1294 – 1294), che stabilì, suo malgrado, la sede temporanea del papato a  Napoli, ritenendo “opportuna” la protezione di Carlo II d’Angiò (cfr. Tino d’Amico, L’Albero di Jesse del duomo di Napoli….in: tinodamico.wordpress.com).

Il cantiere del duomo, che rispondeva più ad un disegno politico degli angioini, poi fallito con “il gran rifiuto” di Papa Celestino, che non alla  reale esigenza di dare al popolo un nuovo e più ampio luogo di culto, o assecondare le richieste vescovili e  stabilire così buoni rapporti con la Chiesa, si sviluppò incominciando dal settore orientale dell’ampia area creatasi con lo spianamento totale di tutte le costruzioni esistenti: la parte più antica dell’edificio risulterebbe essere l’abside con le Cappelle laterali, quella di destra di diritto patronale della potente famiglia Tocco dal 5 febbraio 1370, per concessione dell’Arcivescovo di Napoli Bernard III de Rodez (1368 – 1372) e quella di sinistra, patronato della famiglia Capece-Galeota, nobili del Sedile di Capuana, di cui si hanno notizie fin dal 1170, concessa probabilmente nello stesso periodo dallo stesso Arcivescovo Berrnard.

Dallo spianamento dell’area si salvò la antica cappella intitolata a  San Pietro,  patronato dei Capece-Minutolo fin dal tempo della Napoli ducale, che divenne l’ambiente ipogeo della nuova cappella di patronato della famiglia.

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Amedeo Formisano – Elaborazione grafica dell’edificio nei primi anni del 1300.

La cappella dei Capece-Galeota nel Dizionario Biografico Unversale (0p. Cit.) che cita il trittico posizionato dietro l’Altare fanzaghiano, è identificata anche come cappella Tocco, distinguendola dall’altra cappella Tocco, perché nella prima metà dell’800, l’ultimo discendente riconosciuto della famiglia Capece-Galeota, contraendo matrimonio, dalla consorte, ultima discendente della famiglia Tocco,  ricevette per successione con i beni dotali, anche i titoli dei Tocco di Montemiletto, famiglia ormai estinta, aggiungendo al proprio cognome anche quello dei Tocco.

La cappella dal 1597 fu destinata a luogo per la custodia e l’adorazione della Santissima Eucaristia (5) (cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum e il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli, in tinodamico.wordpress.com)

Il nuovo monumentale Altare costruito nella cappella per le esigenze del culto eucaristico, nascose al suo interno un cartibulum  utilizzato come Altare Mensa, eretto su un sarcofago romano che, era opinione comune,  conteneva al suo interno le reliquie del corpo di Sant’Atanasio I e di altri Vescovi napoletani, limitando con la sua mole la visione del trittico, la cui pala centrale, fin dal tempo della inaugurazione del nuovo duomo, e prima ancora della concessione della cappella da parte dell’Arcivescovo Bernard III de Rodez ai Capece-Galeota era già posizionata sulla parete dell’absidiola a fare da sfondo al prezioso cartibulum, fino ad allora utilizzato altrove come Altare Mensa e li trasferito con le stesse funzioni insieme al sarcofago.

Il cartibulum e il sarcofago  poi, furono occasionalmente ritrovati all’interno dell’Altare fanzaghiano, nella seconda metà dell’800 (cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum…op.cit).

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Napoli – Duomo – Cappella Capece-Galeota – Interno – (foto di Luca D’Amore). 

Il Titolo Dedicatorio del Salvatore Vetere fu attribuito alla cappella, per conservare all’interno dell’area del Complesso Episcopale, quello che fu il Titolo Dedicatorio della costantiniana Basilica Cattedrale napoletana, del sec. IV-V, intitolata ai Santi Apostoli, successivamente al Salvatore e detta di Santa Restituta, dalla metà del IX secolo (6), al tempo della inumazione delle reliquie del corpo della Santa Africana (7) al suo interno (8).

Con la costruzione dell’edificio angioino, la Basilica intitolata al Salvatore e detta Stefanìa, basilica gemina della Basilica Cattedrale intitolata anch’essa al Salvatore e detta di Santa Restituta, già modificata da tempo nel suo impianto planimetrico (9), fu di molto ridotta nella lunghezza delle navate, e il Titolo Dedicatorio del Salvatore, comune ai due edifici perché costituenti un unico complesso Cattedrale e a tutta l’area della Cittadella Vescovile, sarebbe andato perduto.

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Nella Cittadella Vescovile napoletana operavano, come già accennato, due Congregazioni Clericali, quella dei Canonici Capitolari di Santa Restituta, che venivano così chiamati perché, diretti collaboratori del Vescovo, clero ufficialmente  riconosciuto, i loro nomi erano riportati su una tabella  detta CAPITULUM esposta all’interno della basilica Cattedrale, e quella  dei Preti Mansionari della Stefania, la cui origine è controversa e non è questo il luogo per dare credito ad una o all’altra teoria.

Appare ancora incerto il luogo, la configurazione e il ruolo della Basilica intitolata al Salvatore, detta Stefania, in relazione alla Basilica  Cattedrale, intitolata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, e la storia del  Collegio Clericale dei Preti Mansionari, legata a doppio filo alla Basilica gemina della Cattedrale, detta Stefanìa, e quella dei Canonici Capitolari di Santa Restituta, ci aiuta ad ipotizzare un percorso da una originaria possibile antica collacazione della icona del Cristo della parusia e alla sua sistemazione nella cappella dei Capece-Galeota.

Gli studi più recenti concordano su una iniziale pacifica convivenza fra le due Congregazioni Clericali, di supporto l’una all’altra, nell’ambito dei due edifici che costituivano il Complesso Cattedrale napoletano (cfr. Li Pira op.Cit.).

Intorno all’VIII-IX secolo, forse ad opera di Atanasio I Vescovo di Napoli (849-872) si dovette procedere ad una riforma amministrativa della Chiesa napoletana già precedentemente incominciata al tempo di Stefano II, Vescovo di Napoli (756-799), per la presenza di un clero greco, accanto a quello romano, che proiettò la Congregazione Clericale di Santa Restituta in una posizione di maggiore peso, rispetto alla più umile Congregazione Clericale del Salvatore, anche perché ai primi, collaboratori diretti del Vescovo, furono concesse  prebende individuali, rendite e vitalizi, rispetto ai secondi, costretti a vivere di quanto traevano dall’esercizio del loro ministero.

I Confratelli del Salvatore, il Clero Mansionario della Basilica intitolata al Salvatore e detta Stefanìa, chiamati poi Ebdomadari, termine mutuato dal latino (hebdomadarius=settimanale, che si fa o ritorna ogni settimanaper indicare i Sacerdoti addetti al servizio liturgico per tutta una settimana o per un giorno stabilito nella settimana, che tennero, e questo è certo, per loro sede e per molto tempo la cappella intitolata al Salvatore, realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, che fin dal secolo IX-X era andato in disuso per la modifica della liturgia battesimale.

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Elaborazione grafica del complesso degli edifici della cittadella vescovile napoletana, di A. S. Mazzocchi, disegnata dal Cartografo A. Sersale.

Fra il IX e il XII secolo la pacifica convivenza fra le due componenti clericali, instauratasi nel corso degli anni, si incrinò per l’insorgere di contrasti sulle pompe, sulle spartizioni degli utili provenienti dai lasciti e dai legati, concessi anche alla Congregatio Salvatoris, ma anche per le interferenze dei componenti delle due Congregazioni, nelle assistenze spirituali e per i frutti derivanti dai funerali.

Il Clero Mansionario, privato dell’antico spazio di aggregazione nella cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, perché definitivamente espulsi dalla Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta (cfr. Li Pira, op.cit.; V. Lucherini, Ebdomadari versus canonici: il potere ecclesiale e la topografia medioevale del complesso episcopale napoletano in. Anuario de studios medioevales 36/2, Jiulio-dicembre del 2006),  sede storica del più potente Istituto Capitolare, ottenne, nella metà del ‘300, dall’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327 – 1358), a lavori quasi ultimati della costruzione del nuovo duomo angioino, come luogo di riferimento, l’utilizzo della cappella che già dalla fondazione dell’edificio risultava intitolata al Salvatore Vetere e concessa in patronato alla potente famiglia Capece-Galeota, diritto di patronato  poi confermato dall’Arcivescovo di Napoli Bernard III de Rodez (1368 – 1372), probabilmente il 5 febbraio 1370.

Per la presenza all’interno di essa del Clero Mansionario che riconosceva in Sant’Atanasio il fondatore della Congregazione e per la presunta presenza delle reliquie del suo corpo all’interno dell’antico sarcofago posto sotto l’Altare Mensa, la cappella fu detta anche di Sant’Atanasio; successivamente con decreto dell’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1412-1435)  al Titolo Dedicatorio del Salvatore Vetere fu aggiunto definitivamente anche quello di Sant’Atanasio

In essa i Confratelli del Salvatore trasferirono probabilmente, con  le loro cose, anche la antica icona del Cristo della parusia, loro simbolo aggregativo e aggiunsero ai lati della immagine le due portelle di San Gennaro e Sant’Atanasio I che ritenevano loro fondatore i cui resti mortali, era opinione comune, dovevano essere contenuti nel sarcofago posto sotto l’antico Altare Mensa (cfr. tino d’amico, il cartibulum…, op.cit).

La antichità del Titolo dedicatorio della cappella e la presenza in essa della icona del Salvatore, fin dal tempo della inaugurazione dell’edificio angioino (1314), è confermata da un’Istrumento rogato il 5 dicembre 1384, dal quale si apprende che l’Arcivescovo Nicola Zanasi (1384-1389) donava ad Enrico e Filippello Loffredo “…locum in Maiori Ecclesia Neapolitana videlicet locum in pilerio iuxta Cappella B. Athanasii iuxaymaginem sive figuram Salvatoris iuxa cippum positum ante Cappellam quondam bone memorie domini Humberti Archiepiscopi Neapolitani…”

Il documento faceva parte del supplemento delle pergamene dei monasteri soppressi, vol.342 n.108, ed era tra quelli dell’Archivio di Stato di Napoli fortunatamente ricopiati da Biagio Cantera, ricoverati nella Villa Montesano in San Paolo Belsito di Nola e bruciati dai nazisti in ritirata il 30 settembre del 1943 (866 casse, 31606 fasci e volumi, 54372 pergamene).

La presenza dell’icona nella cappella è confermata anche da documenti risalenti fino al 1450 e riferiti da Alessio Simmaco Mazzocchi (1686-1771)  nella secolare polemica dei Canonici Capitolari di Santa Restituta contro gli Hebdomadari, confutando il Chioccarelli (1575-1647) che scrive: “…hoc autem Collegium adhuc in Metropolitana  ecclesia perdurat, vocaturque Congregatio Hebdomadariorum Sancti Salvatoris veteris nuncupabatur, et Sanctum Athanasium erorum fondatorem appellant, et in eius rei mmeoriem ab antiquissimis temporibus ea Congregatio hoc sigillo usa est, atque adhuc utitur, ex altera parte est Salvatoris imago, et altera vero Sancti Athanasii eoruminstitrutoris et illam Hebdomadarij genuflexi cernuntur…”

Ma anche gli Atti della Santa Visita dell’Arcivescovo Mario Carafa (1565-1576), del 1574 che descrivono l’Altare (cfr. il cartibulum …….op.cit.) e accennano alla antica icona: “…dittam Cappellam fuit inventum habere conama ligneam depittam cum Immagine Salvatoris in medio et a latere sinistro cum Immagine S.ti Januarij e a dextro cum Immagine S.ti Attanasij et supra predittam conam adest alia cona parvula cum Immagine Beata Maria Virginis, ante quam extat lampas accensa…” ( si rifersisce alla immagine della Madonna delle Grazie, detta del Beato Rubino Galeota, poi sistemata a lato del trittico, sul sepolcro dello stesso Rubino Galeota, beato perché irrorato dalla Grazia, attraverso il latte che la Santa Vergine fa cadere su di lui, in preghiera).

E’ importante aggiungere a questa descrizione , quanto è riferito da un documento di Fabio e Ludovico Capece-Galeota , del 5 febbraio 1598, conservato nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Napoli: “…item come in piedi della Cona grande, et antiqua che sta in detta Cappella e proprio sotto i piedi dell’Immagine del SS.Salvatore che sta depinta in detta cona ci sta decritto di pittura l’infrascritto Epitafio videbicet: Cappellae domus Galiota cumvoluntate dictor. patronor. hoc opus fieri fecit Dominus Marchus Chionus Hebdomadarius Eccl. Neap. et Cappellanus predicti alteris ann.1484…”

La data secondo il Mazzocchi si riferisce alle sole tavole dei due Santi laterali e non alla immagine del Salvatore della quale riconosce l’antichità, datandola al 1379, anno della intitolazione della cappella al Salvatore Vetere e a Sant’Atansio I vescovo di Napoli.

Una fascia dedicataria nella cimasa, che riportava il nome del pittore Agnolo Franco (Napoli ? – 1455 c.) e del committente, scomparsa durante un restauro, ha generato l’equivoco sulla attribuzione anche della pala centrale allo stesso autore.

La attribuzione delle due portelle ad Agnolo Franco è confermata anche da G. B.Gennaro Rossi (Le belle arti – vol. II, Napoli, MDCCCXX). ma anche dalla data del decreto dell’Arcivescovo Niccolò De Diano (1411 – 1435) che dispose la definitiva assegnazione della cappella al Clero Mansionario, fatti salvi i diritti di patronato precedentemente concessi:  il pittore era attivo  a Napoli, nella prima metà del ‘400, impegnato in varie commesse anche all’interno del duomo..

Perché San Gennaro è rappresentato insieme a Sant’Atanasio I.

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Sorrento – Basilica di Sant’Antonio – Tela del 1778, di Carlo Amalfi: Sant’Atanasio I.

Sant’Atanasio I, secondo Giovanni Diacono  continuò il trasferimento dei corpi e delle reliquie dei Santi Vescovi di Napoli dalla catacomba, all’area della Cittadella Vescovile e fece restaurare un antico Oratorio esterno alla Basilica detta Stefanìa per riporvi il reliquiario che conteneva il cranio e le ampolle con il sangue di San Gennaro, reliquiario che si ritiene, era già conservato e offerto alla venerazione dei fedeli nella stessa Basilica Stefanìa (cfr. E.Moscarella, Considerazioni circa la più antica notizia conosciuta relativa alla Reliquia Ianuariana del Sangue, in: Januarius 8/9.1974.

Qualche anno prima del trasferimento della pala, dalla cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, nella cappella dei Capece-Galeota, e prima della definitiva assegnazione del luogo ai Preti Mansionari (1414), al tempo dell’Arcivescovo di Napoli Arrigo Minutolo (1389-1400), nel 1389, fu per la prima volta pubblicamente notato il miracolo della liquefazione del Sangue di San Gennaro.

La rappresentazione dei due Santi è legata forse a questo evento: la storia attribuisce  a Sant’Atanasio I (849 – 872) il trasferimento delle reliquie di San Gennaro, Cranio e Sangue, nell’area della Cittadella Vescovile dalla catacomba, o quanto meno, all’incremento del suo culto a Napoli, dopo il trafugamento delle reliquie del suo corpo da parte di Sicone (morto nell’832) e la loro inumazione  a Benevento.

La reliquia del Cranio e del Sangue chiuse in un unico reliquiario, rimasero a Napoli grazie ai buoni auspici del Vescovo di Benevento Urso, che portarono alla stipula di un trattato di pace tra Sicone e i napoletani, oppure tali reliquie si trovavano già a Napoli in un antico oratorio nella Cittadella Vescovile probabilmente fin dal V secolo.

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L’ipotesi che vado a formulare, suppone l’icona del Cristo della parusia venerata nella cappella del Salvatore, posizionata nel Battistero di San Giovanni in Fonte, luogo di aggregazione dei Preti Mansionari, fin dal IX secolo.

Ipotesi che non trova conferma e non trova conferma neanche l’altra, proposta da Lorenzo Loreto (op.cit) che vorrebbe l’immagine, in antico, esposta alla venerazione nella Basilica detta Stefanìa, copia della immagine del Pantocratore del catino dell’abside…perché poi?….e dove?.

Ritengo invece più attendibile la prima delle ipotesi: l’icona in un tempo imprecisato, fu posta nel Battistero di San Giovanni in Fonte, sulla parete ad oriente, dove già esisteva una immagine simile, ma con un contenuto diverso: la traditio legis.

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Napoli – Duomo – Battistero di San Giovanni in Fonte, il più antico dell’occidente cristiano –  LA TRADITIO LEGIS –  Mosaico del IV secolo.

In uno spicchio trapezoidale del cupolino ottagono, nel lato verso oriente, si osserva un lacerticolo di mosaico che rappresenta la scena della traditio legis: Cristo, in posizione eretta sul globo celeste, l’universo, barbuto e nimbato, porge a Pietro un rotolo parzialmente avvolto, sul quale si   legge: Dominus legem dat.

Traditio Legis = Consegna della Legge, chiaro riferimento al testo giovanneo (21, 15-20), brano conclusivo del suo Vangelo, considerato fondamento del Primato Petrino,  promessa di una vicinanza continua a sostegno dei credenti e di un ritorno glorioso alla fine dei tempi.

I mosaici del Battistero napoletano, il più antico dell’occidente cristiano, rappresentano i temi della iniziazione cristiana elaborati e proposti da Cirillo di Gerusalemme (313 – 387)  e introdotti a Napoli al tempo del Vescovo Severo (menzionato nel 393 circa) fondatore del Battistero

La Traditio Legis è l’epilogo di una storia, il discorso di addio di Gesù prima del ritorno al Padre, che lo glorificherà; è la promessa della glorificazione ai suoi discepoli che riconosceranno in Lui l’adempimento di ciò che aveva detto.

E’ la conferma di Pietro alla guida della Sua Chiesa e alla predicazione missionaria, mandato che si estenderà poi ai successori, nel tempo e nella storia, fino al Suo ritorno, nella parusia (Ap.22,17).

L’icona del Cristo della parusia, posta sulla stessa parete ad oriente, nella cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, rappresentava  l’attuarsi della promessa  di Gesù, rappresentava la parusia (Ap. 1,7), il momento del Suo ritorno, il momento in cui Egli porterà con se i suoi seguaci per i quali ha preparato un posto nei Cieli perché, scrive Giovanni nel suo Vangelo, (14,6) Egli è la luce del mondo, che illumina il cammino , è verità che conduce al Padre, e per la potenza della fede in Lui i suoi seguaci ottengono la vita.

Le due icone, quella mosaicata della Traditio Legis   e quella del Cristo della parusia, per i contenuti su esposti, appaiono come parte di un unico progetto, iniziato nel ciclo mosaicato del Battistero di San Giovanni in Fonte, che nel discorso catechetico illustra la via per raggiungere il Padre, propone la verità, attraverso scene tratte dalla vita di Gesù, continua con la conferma del primato petrino e la ascensione al cielo, e si conclude con la promessa del suo definitivo ritorno, la parusia.

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Nei primi anni ’70, come già raccontato, un banale incidente di cui fui testimone, rovinò il dipinto: l’improvvisa caduta di una considerevole massa d’acqua piovana, accumulatasi durante un forte temporale notturno nel terrazzino sottostante la grande bifora della cappella, per il canale di scolo ostruito.

La pressione prodotta dalla massa d’acqua frantumò le lastre alabastrine alla base del finestrone gotico e precipitando nell’interno della cappella, bagnò il trittico che, impregnatosi d’acqua, cominciò quasi subito a perdere consistenti frammenti di pittura.

L’opera non fu oggetto di un tempestivo intervento conservativo con l’applicazione di carta indiana per tenere ferma la pellicola di colore che cadeva e il restauro, a diversi anni di distanza, per i copiosi distacchi di pittura, ha reso quasi illegibile l’opera.

L’immagine centrale rappresenta il Cristo nello splendore della Sua rivelazione, che si propone via, verità e vita e la postura della figura e  il contenuto iconografco contribuiscono a  datare l’icona alla fine del medioevo, legandola alla commistione di elementi longobardi e bizantini che i vari restauri e ritocchi intervenuti nel corso dei secoli rendono difficile la netta distinzione e l’area  geografica di provenienza.

Gli accennati restauri e ritocchi hanno contribuito a rendere l’immagine un coacervo di indefinibili stili.

Le icone bizantine,  rappresentano ciò che la Scrittura insegna con la Parola: qui la figura è una immagine deI Cristo, Sovrano su tutte le cose, l’Onnipotente,  Maestoso e Sereno, seduto su un trono sorretto dagli Angeli, che emana un fascio di luce e compie il gesto dell’adlocutio, piuttosto che il gesto benedicente delle simili icone bizantine, per richiamare l’attenzione sulle parole del Libro aperto nella mano sinistra: E’  Cristo che nello splendore della Sua Rivelazione, si propone luce del mondo, via, verità e vita (Gv. 14,6).

Nel nimbo appaiono ancora accennate le tre lettere del nome di Dio, rivelato a Mosè sul Sinai, ancora ben leggibili invece, sulla lastra fotografica dei “FRATELLI ALINARI”.

E’ possibile ancora ipotizzare il colore degli abiti: probabilmente il rosso per il chiton, la tunica e il bleu per l’imation, il mantello, espressione, il primo, di potenza e dignità regale, il secondo della trascendenza.

Il trono, è poggiato sul globo solare: è il Cristo del ritorno, il Cristo della parusia (Ap. !,7 ; 22,20), momento in cui Egli, Giudice severo ma giusto e misericordioso, giudicherà il mondo e porterà con se i seguaci, ai quali ha preparato un posto nei Cieli perchè, scrive Giovanni nel suo Vangelo (14,6), Egli è la luce del mondo, che illumina il cammino ,  è la verità che conduce al padre, e per la potenza della fede in lui i suoi seguaci ottengo la virta.

E’ il Cristo Sole di giustizia che viene a visitarci, dall’alto, da oriente, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, come leggiamo nel Vangelo di Luca (1, 78-79), ma anche in Malachia (3,30), in Zaccaria (3,8), in Isaia (9,1; 42,7), in Giovanni (8,12).

L’invito alla sequela che caratterizza l’inizio del primo incontro dei discepoli con Cristo, caratterizza anche l’ultimo contatto con Pietro: l’immagine della Traditio Legis, ci propone Gesù che fino ad allora era stato il Pastore, ora nel tempo e nella Chiesa questo ufficio è affidato da Gesù stesso a Pietro e ai suoi successori.

Ortensio da Spinetoli, commentando il Cantico di Zaccaria (Lc. 1,67-80), così spiega il versetto 78-79: “… tutta la storia del Popolo di Istraele è un susseguirsi di azioni di Grazia (Verità) ma rimane ancora la manifestazione più importante che si attuerà con un intervento dall’alto…la visita di Dio è come un sole che si leva (dall’alto) e illumina il cammino del suo popolo….E’ per questo una visita di grazia… l’azione illuminante di Dio è una epifania (manifestazione) per tutti i figli del nuovo Israele peregrinante e sofferente. In vista di questa manifestazione/illuminazione, gli oppressi possono imboccare la via della pace che accorderà loro l’accesso ad una nuova esistenza serene e tranquilla, vivendo in santità ed attendendo alla giustizia (cfr. Ortensio da Spinetoli, Luca, il Vangelo dei poveri, Cittadella Editrice, Assisi 1982).

Il ritorno di Cristo alla fine dei tempi, il suo farsi presente alla fine della storia, non è un evento di cui saremo spettatori, ma è il definitivo dispiegarsi della risurrezione in noi, nell’umanità e nell’intero universo (cfr. M. Serent’ha, Gesù Cristo, ieri, oggi, sempre, Elledici Editrice).

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L’ipotesi che vado a proporre, considera l’icona recuperata dai Preti Mansionari chissà da dove, dalla antica Basilica Stefanìa  fin dal tempo della organizzazione del loro Collegio Clericale, probabilmente solo per la bellezza del manufatto e perchè rappresentava il Salvatore, titolo identificativo della loro Congregazione e, sistemata nella Cappella loro concessa all’interno dell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, divenne il loro simbolo aggregativo, così come i Canonici Capitolari di Santa Restituta riconoscevano e riconoscono come loro simbolo aggregativo la immagine della Santissima Vergine nell’oratorio di Santa Maria del Princpio, immagine che celebra l’antichità del culto mariano a Napoli (Capua, la principale città della Campania, sede consolare romana, nel 391 ospitò un Concilio Plenario dei Vescovi orientali e occidentali, presieduto dal promotore, Ambrogio, nel quale fu definita la dottrina riguardo alla Verginità perpetua di Maria, contestata dal Vescovo eretico Bonoso di Sardica).

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Napoli – Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Cappella di Santa Maria del Principio – La Santa Vergine tra san Gennaro e Santa Restituta . 

L’oratorio di Santa Maria del Principio è di poco posteriore e il Capitolo Cattedrale napoletano, secondo studi recenti, già esisteva.

Quando ai Preti Mansionari fu assegnata una nuova sede nel nuovo duomo angioino, nella cappella dei Capece-Galeota, trasferirono in essa anche la loro antica icona che il caso volle fosse posta sulla sola parete disponibile, ad oriente, da dove Cristo ritornerà, “verrà a visitarci dall’alto, come sole che sorge”, grazie alla bontà misericordiosa di Dio, “per rischiarare il cammino  a quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc. 1,78-79); ipotizzo ancora, la occasionale antica collocazione della icona nel Battistero di San Giovanni sulla unica parete disponile, ad oriente, ma non ritengo probabile un discorso teologico dei Preti Mansionari nel sistemare l’icona del Cristo della Parusia, sotto alla icona mosaicata del Cristo dell’addio.

battistero

Napoli – Basilica Cattedrale di Santa Restituta – L’aula Battesimale.

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Nel 1983 fu pubblicato, a cura di Domenico Ambrasi e Ugo Dovere, una raccolta di Studi Januariani, in occasione del VI centenario della prima notizia storica della liquefazione del Sangue di San Gennaro (cfr. Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione San Tommaso d’Aquino, Studi Januariani, Campania Sacra, Rivista di storia sociale e religiosa del mezzogiorno, Napoli 1989.)

Nella raccolta è inserito uno studio di Vincenzo Pacelli sulla iconografia di San Gennaro dalle origini al settecento e fra le 73 immagini fuori testo, è riprodotta la portella di sinistra del trittico oggetto di questo studio.

La didascalia alla fotografia – a mio avviso – è errata: l’immagine dipinta sulla portella sinistra del trittico, non è San Gennaro, ma è Sant’Atanasio I e l’altra figura, quella a destra, che l’autore nella didascalia definisce “Sant’Aniello”, rappresenta San Gennaro e entrambe le portelle non sono poste ai lati di una “immagine dell’Eterno Padre”, ma ai lati di una icona bizantina che rappresenta  Il Cristo della parusia, speldore di Rivelazione via, verità e vita.

San Gennaro Compatrono Principale di Napoli (10) è idealmente posto alla destra di Cristo di cui è “…gran campione di Gesù Cristo, Santone nuosto, primmo cavaliere de la santa Chiesa, santo e ricco de li done della SS.Trinità e de l’Immacolata Concezione…S. Gennaro, miettece sotto lu manto de la Madonna e sotto lu mantiello tuoie , e accussì aiutace, defiennece, reparace da ogni disgrazia…..Oh! Guappone de la nostra Santa Fede, fa ‘a faccia tosta cu’ la SS. Trinità, presentela  li toie martirii e fance grazie….” come recita una delle preghiere in lingua napoletana seicentesca delle “parenti di San Gennaro”

A San Gennaro è affidato il ruolo di difensore di Napoli, a Lui spetta stare a destra di Cristo Giudice, per placare la sua ira, conseguenza dei peccati di Napoli e del suo popolo.

Ma non è questa polemica insulsa su un eventuale probabile o meno errore di una didascalia, è la attribuzione della figura ad un ignoto artista del XV secolo – inizi del XVI secolo che invece va  sottolineata.

Nella stesura di questo contributo, ho citato due probabili autori delle portelle l’uno della metà del ‘200 – inizi del ‘300, l’altro a cavallo fra il XV e il XVI secolo: le due portelle  furono aggiunte certamente nella seconda metà del secolo XV e gli inizi del XVI,  ai lati della antica icona del Cristo della parusia, che ipotizzo, senza elementi probanti , di origine bizantina, proveniente dalla antica Basilica detta Stefanìa e sistemata nella Cappella del Salvatore realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte.

Il Pacelli però, non tiene conto della fascia dedicatoria citata da Alessio Simmaco Mazzocchi e che Gennaro Aspreno Galante riferisce ancora presente nella seconda metà dell’800 che citava come autore delle portelle Agnolo Franco e riferiva anche il nome del committente: un ebdomadario.

La fascia dedicatoria, probabilmente è sparita durante il restauro ottocentesco del d’Aloisio, quando si rese necessario centinare i supportti lignei delle pitture.

Di Agnolo Fraco si conosce poco e le notizie biografiche le ricaviamo da Giorgio Vasari (vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, Firenze, 1550)  e dal De Dominici (op.cit) e da altri autori ottocenteschi che si rimandano notizie apprese dai due precenti.

La critica ha mostrato scarso interesse per la sua produzione artistica perchè Agnolo Franco opera in una fase di transizione che corrisponde al declino del regno angioino, alla conseguente caduta delle commesse  reali e nobiliari/nercantili ed ecclesistiche e all’arrivo a Napoli di artisti provenienti dal nord d’Italia e dal nord Europa insieme ai durazzeschi e poi agli aragonesi.

Operò in una fase di cambiamenti politici ed economici che influenzarono anche la già decadente cultura napoletana a cavallo fra il XV e il XVI secolo, ma fu anche testimone dei profondi cambiamenti della vita religiosa cittadina.

Le notizie biografiche che di lui si conoscono sono spesso fantasiose e nulla aggiungono o tolgono a qualche raro giudizio critico espresso sulla sua arte e non offrono nemmeno date certe della sua vita, attesa la attribuzione di suoi lavori all’interno del chiostro e della chiesa francescana napoletana di Santa Maria la Nova, attribuzioni di lavori che spostano il tempo in cui visse di oltre cinquant’anni rispetto alle incerte date, che concordano comunque nel considerare Agnolo Franco certamente attivo a Napoli nel 1455 per la presenza di documenti probanti.

Le due figure dipinte sulle portelle sono speculari, hanno simili paramenti pontificali e, mentre il San Gennaro regge il bastone pastorale con la giusta mano, la sinistra, il Sant’Atanasio lo regge con la destra.

Sono dettagli di poco conto giustificati da esigenze speculari nella costruzione delle due immagini, ma entrambi i due Santi rivolgono il loro sguardo al Cristo della Parusia ed hanno nella mano destra, il San Gennaro e nella mano sinistra, il Sant’Atanasio, il Libro sacro dei Vangeli.

Napoli – Duomo – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C., ex cappella Filomarino – Sarcofago del Canonico Capitolare Matteo Filomarino (+1400) – Immagine di San Gennaro.

Entrambi portano sul capo una mitra di molto più corta della mitra sul capo del San Gennaro di Santa Maria del Principio o del San Gennaro del perduto affresco di Montano d’Arezzo (cfr. V. Lucherini, Un nuovo affresco di Montano d’Arezzo nella cattedrale di Napoli e la committenza dell’Arcivesco Giacomo da Viterbo 1303-1308), come quelle delle altre immagini vescovili dello stesso periodo, presenti in duomo.

Il sacro Libro dei Vangeli dimostra il martirio sofferto da entrambi per l’annunzio della Parola di Dio con coraggio e dottrina: San Gennaro per questo fu martire e Sant’Atanasio I lo fu ma non con l’effusione del sangue, vivendo e lottando fra angherie e soprusi per la difesa della ortodossia contro l’arianesimo, e per non permettere l’islamizzazione del meridione d’Italia, morendo giovane ed esule mentre ritornava a Napoli per riprendere il governo pastorale della sua città ed allontanare un Vescovo usurpatore.

Il bastone pastorale è il segno del Ministero di Pastore del gregge nel quale lo Spirito Santo pone il Vescovo a reggere la Chiesa.

La mitra è simbolo di un fulgore di Santità che deve splendere nella attesa della parusia.

Se le antiche immagini di San Gennaro obbediscono ad uno schema codificato, a mezzo busto, sovente con la barba bianca, vestito con dignità vescovile, con volto altero e gesto benedicente, così come appare nelle immagini dipinte nelle catacombe e alto medioevali, così come lo dipinse anche Pietro Cavallini (1240 – 1330 c.) nella cappella Tocco del duomo di Napoli, dopo il Concilio di Trento (1545 -1563) esse mostrano e trasmettono l’idea di un Santo intercessore davanti all’Eterno Padre e alla Santissima Vergine Maria, Patrona Principale di Napoli.

L’immagine ricorrente dopo il Concilio tridentino è quella di un individuo più proteso verso la maturità che non quella di un giovane.

Gennaro infatti aveva circa trent’anni quando fu martirizzato, e giovane appare dipinto  nella portella destra del trittico, come nelle pitture catacombali ed altomedioevali; rara è l’immagine di San Gennaro barbuto.

Nella Cittadella Vescovile, quando furono dipinte le portelle, già esistevano immagini di San Gennaro ed il culto era ben radicato, legato alla prima documentata liquefazione del suo Sangue, registrata in una CRONACA al 17 agosto 1389 e alle successive documentate liquefazioni.

Il San Gennaro di Lello da Orvieto (Sec. XIV, attivo a Napoli nel 1322) del mosaico di Santa Maria del Principio, nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, quella del perduto affresco di Montano d’Arezzo (XIII – XIV sec.) , commissionato all’artista nel primo decennio del 1300 dall’Arcivescovo di Napoli Giacomo da Viterbo (1303 – 1308)  a noi noto attraverso una incisione pubblicata da Alessio Simmaco Mazzocchi (1684 -1771), il San Gennaro del battente destro del trittico della cappella dei Capece-Minutolo, opera certa di Tommaso de’ Stefani, (prima metà del ‘200 – 1310 circa) introdotto in duomo dopo la morte del Cardinale Arrigo Minutolo (1412), presentano come altre immagini del Santo Patrono  immediatamente successive (il sarcofago di Matteo Filomarino, Canonico Capitolare napoletano, morto nel 1400, nella Cappella intitolata a San Gennaro, ex Cappella Filomarino, dai primi anni del ‘900 intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, in duomo) presentano analoga postura, simili paramenti pontificali e accanto al Megalomartire, non compaiono ancora le ampolle con il suo Sangue che invece cominciano  a fare parte della iconografia Januariana tradizionale dopo il XVI secolo.

Nessuna immagine di San Gennaro di epoca anteriore presenta raffigurate le ampolle del Sangue.

Questi elementi contribuiscono a datare le due portelle alla fine del XV – inizi del XVI secolo e azzardare la attribuzione certa ad Agnolo Franco.

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La ricostruzione ipotetica delle vicende del trittico oggetto di questo studio, relativamente alla  antica collocazione della pala centrale  del Cristo della parusia e della successiva collocazione nella cappella dei Capece Galeota e della aggiunta delle due portelle, mi sembra armonizzarsi con fatti storici certi,  acquisterebbe più solidi fondamenti con una analisi approfondita ed una indagine che auspico anche per un maggiore studio critico del presunto autore Agnolo Franco, per una collocazione storica della sua attività, cominciando anche da una diversa sistemazione del trittico che ne consenta una maggiore e più agevole lettura e con un nuovo organico restauro considerando lo stato di degrado in cui attualmente è ridotto.

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DOCUMENTI – NOTE – DISCUSSIONI

1  –  Il gesto dell’adlocutio veniva fatto dagli oratori che stavano per prendere la parola e volevano richiamare l’attenzione. Consisteva nel tenere la destra alzata, con pollice, indice e medio ben aperti, chiudendo l’anulare e il mignolo. Il gesto poi passò nella iconografia cristiana. Nella prime immagini di Cristo, elaborate a mosaico e ad affresco nelle chiese paleocristiane, il Salvatore appare rappresentato nello stesso atteggiamento con nella mano sinistra il Libro aperto: il gesto vuole dare voce alla Parola scritta. Cristo intima l’ascolto di  quello che è riportato nel testo. Il gesto poi è passato a rappresentare nella pittura medioevale, Cristo giudice del quale è posto in evidenza il carattere autoritario. In epoca più tardi poi, il gesto riprodotto nelle immagini di Cristo povero e sofferente, ha assunto un carattere benedicente: è il gesto con il quale, nelle liturgie, il Pontefice e i Vescovi, invitano i fedeli a disporsi a ricevere la benedizione impartita ex Cathedra, cioè con l’autorità propria del loro carattere episcopale.

2 –  Cfr. Lorenzo Loreto, Guida per la sola Chiesa Metropolitana Cattedrale  Napoletana, Napoli, 1849. “…dietro l’Altare si vede l’antichissimo quadro di legno esprimente il nostro divino Salvatore, che tiene in mano un libro aperto, e nel mezzo si legge EGO SUM LUX MUNDI, VIA, VERITAS ET VITA; e sotto i piedi il sole. Questo dipinto si stima opera bizantina del duodecimo secolo, o pure del decimoterzo, tratto dall’immagine dell’antica Srefanìa, o pure conservato, quando fu diroccata da Carlo I (II) d’Angiò, per erigere la nuova attuale Cattedrale, dedicandola all’Assuntione di Maria Vergine, non volendo perciò abolire l’antico titolo, ch’era il Salvatore; ed intando si vede il Salvatore che calca il sole coi piedi, perché in questo luogo, era il tempio dedicato ad Apollo. Posteriormente vi furono aggiunte due intere figure di San Gennaro e S. Attanasio vestiti pontificalmente alla greca e si giudicano di Tommaso degli Stefani, che fiorì nel decimoterzo secolo. Le dette due figure, furono fatte fare da un Eddomadario della cattedrale di Napoli per sua divozione, perché fino allo scorso secolo vi si leggeva sotto le anzidette figure. Colla ristrutturazione della Cappella, il quadro del Salvatore è stato accomodato dalla parte di dietro dal mastrodascia con mettervi rinforzi, e fasce di legname; davanti poi D. Aniello d’Aloisio l’a in buona parte ripulito e restaurato…”. N.b. sbaglia il Loreto nell’asserire la esistenza del tempio di Apollo nell’area del duomo.

3  –  Papa Silvestro II (999-1003) con la bolla “Versus solem orienti” raccomandò l’orientamento delle chiese verso EST. Le chiese medioevali hanno l’abside verso EST e la facciata ad OVEST perché Cristo, Sole di giustizia, vincitore sulla morte, nella Parusia, ritornerà da oriente, il luogo astronomico verso cui è stato assunto in cielo (Mc. 16,19; Lc. 20,24-50). Sulla volta mosaicata del Battistero di San Giovanni in Fonte, su uno spicchio trapezoidale, posto ad oriente, è rappresentato l’episodio della ascensione: Cristo, in piedi sul globo celeste, è assunto in cielo (scena della traditio legis) e dallo stesso luogo astronomico, da oriente “…il sole di giustizia…” (Ml. 3,30) “…verrà a visitarci dall’alto come un sole che sorge…” (Lc. 1,78); vedi  anche “…L’Angelo che sale da oriente con il sigillo del Dio vivente…” (Ap.7,2); Mt. 24,27-30. Come nelle sinagoghe i Rotoli della TORAH, conservati nell’aron, erano e sono ancora collocati in modo da indicare la direzione della preghiera, verso il Tempio di Gerusalemme, nelle chiese la direzione è data dalla Croce simbolo della vittoria di Cristo sulla morte. La libertà di scelta dell’orientamento della Croce corrisponde alla attuazione dei decreti del Concilio di Trento (1445-1536). I primi cristiani, vedevano nel sorgere del sole il simbolo della risurrezione, annuncio della seconda venuta di Cristo (Parusia). Fin dal II secolo, nel mondo cristiano, la preghiera era rivolta verso oriente. La scelta del sito di fondazione di un nuovo luogo sacro, veniva generalmente celebrato solennemente all’alba del giorno  di Pasqua. In quel giorno il punto di levata del sole sull’orizzonte naturale locale, definiva solennemente la direzione verso cui l’asse della chiesa doveva essere diretto e verso cui l’abside doveva essere costruita (A.Gaspani). Il cantiere del duomo angioino fu inaugurato intorno al 1293, anche se i documenti della Cancelleria Angioina superstiti dall’incendio appiccato dai nazisti alle casse che li contenevano il 30 settembre 1943, riferiscono di deliberazioni reali necessarie per la realizzazione dell’edificio, dal 1294. La Pasqua a Napoli fu celebrata nel 1293 il 20 marzo, nel 1294 il 18 aprile, nel 1295 il 3 aprile. Nell’alba di una di queste Pasque si dovette stabilire solennemente l’orientamento del duomo angioino , ma i ripetuti eventi sismici hanno contribuito ad uno spostamento dell’asse terrestre, per cui appare oggi difficile ritrovare l’esatto punto di levata del sole all’alba di una delle tre citate date, che ha definito orientamento del duomo alla sua fondazione.

4  – La Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, fu notevolmente ridotta nella lunghezza, abbattendo tratti delle navate, gli intercolumni furono trasformati in archi ogivali e probalmente furono aperte numerose altre finestra per illuminare la navata e le cappelle laterali. Questo contribuì notevolmente a compromettere la staticità dell’edificio, che fu gravemente danneggiato durante il terremoto del 1456. La sua Basilica gemina, detta Stefania, fu interamente demolita per la costruzione del nuovo Duomo angioino.

5  –  Al tempo della sistemazione dell’abside, promossa dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo (1596 – 1602), per il consolidamento delle strutture portanti, compromesse per lo scavo della sottostante cripta di San Gennaro, la Santissima Eucaristia era conservata ancora in una cassetta posta sull’antico Altare  collocato al centro del transetto e consacrato dall’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1411 – 1435) e dedicato all’Arcangelo Michele e a San Gennaro, l’8 maggio 1412. Il Gesualdo fece realizzare un nuovo Altare al centro dell’abside e destinò la cappella dei Capece-Galeota, a cappella per la custodia e l’adorazione della Santissima Eucaristia, in applicazione della Decretale del Concilio di Trento, XIII sessione, Cap. VI – 11 ottobre 1551, sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia.

6  –  La Cattedrale napoletana, sarebbe stata fondata insieme a quella di Capua, nel IV-V secolo (Capua, definita l’altra Roma, la Caput Campaniae, era una delle più importanti città romane ed era Sede Consolare della Campania; Napoli, città foederata di Roma , aveva conservata la sua autonomia e con essa la sua grecità e per questo aveva un ruolo minore rispetto alla più importante Capua), probabilmente poco tempo dopo, e intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore, e detta di Santa Restituta dal VII-VIII secolo (date comunque approssimative) quando furono inumate al suo interno le reliquie del corpo della Santa Africana, trasferite a Napoli nel 429 dagli esuli della persecuzione vandalica di Genserico (la notizia non collima con il leggendario approdo del suo corpo ad Ischia). Le sue reliquie, inizialmente inumate nella catacomba napoletana (forse una parte di esse), furono traslate ed inumate nella Cittadella Vescovile, prima che fossero trasferite nella Basilica detta Stefanìa, i corpi dei Santi Vescovi napoletani, al tempo del Vescovo Giovanni IV detto lo scriba (842-849) e del suo successore Atanasio I (849-872) che pare abbia trasferito all’interno del complesso Cattedrale napoletano anche il Cranio e le Ampolle con il Sangue di San Gennaro, che depose in una cappella già esistente in episcopio e da lui fatta appositamente rinnovare, come riferisce Giovanni Diacono nel Liber Pontificalis. Il Calendario marmoreo di Napoli, scolpito non oltre l’episcopato di Atanasio I, discepolo e successore di Giovanni IV, al quale è attribuita la redazione, suggella al 16 maggio la Memoria Liturgica del N(a)T(ale) S(anta) RESTITUTA. ma non riporta la Memoria Liturgica della dedicazione della Basilica Cattedrale, già Intitolata al Salvatore, alla Santa Africana, o fa Memoria di altre intitolazioni; Non riporta nemmeno la Memoria della Traslazione della sue reliquie, e questo fa supporre che al tempo di Giovanni IV esse non erano state ancora deposte nella Basilica Cattedrale, spostando di almeno 100 anni il tempo della denominazione comune della Basilica Cattedrale, intitolata al Salvatore, alla Santa Africana e, altresì fa supporre che il Titolo Dedicatorio antico del Salvatore, non sia mai stato modificato nemmeno quando esso fu condiviso con quello della Basilica gemina costruita dal Vescovo Stefano I (496-?) parallela alla Basilica detta di Santa Restituta, separata da questa dal Vicus S. Laurentii ad Fontes Minores, e detta Stefanìa, dal nome del suo fondatore. Il Calendario Marmoreo infatti, riporta al 6 agosto la

Napoli – Cittadella Vescovile – Area archeologica – Il calendario marmoreo della Chiesa di Napoli, sec. IX – Particolare. (Sono disponibili poche immagini fotografiche: il sito è attualmente interessato da indagine archeologica).)

Memoria Liturgica della TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE N(ost)RO GE(sù) CR(isto), Titolo comune alle due Basiiche e riporta la Memoria Liturgica della DEDIC(azione) della BASIL(ca) STEFAN(ia), (ovv.: di STEFAN(o) Vescovo), al primo di dicembre; al 29 giugno quello del N(a)T(ale) S(an) PIETRO AP(osto)LO e al 30 giugno, N(a)T(ale) S(an) PAO(lo) AP(osto)LO. Ai Santi Apostoli, come già riferito, era Intitolata la più antica Basilica Cattedrale napoletana. La Basilica detta Stefanìa fu distrutta da un incendio tra il 538 e il 555 e ricostruita dal Vescovo-Duca di Napoli Stefano II (756 – 789). Il Calendario Deciano, così detto perché elaborato al tempo del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ottavio Acquaviva d’Aragona (1605 – 1612) e promulgato per tutta la Diocesi durante il Sinodo Diocesano iniziato dall’Acquaviva e concluso dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Decio Carafa (1613 – 1626), fissa all’8 gennaio la Memoria Liturgica della DEDICATIO S. M. DE PRINCIPIO, da celebrarsi il tutta la Diocesi napoletana (cfr.: G. Sparano, Memorie storiche per illustrare gli atti della Napoletana Chiesa e gli atti della Congregazione della Apostoliche Missioni, Napoli MDCCLXVIII). La Memoria Liturgica celebra l’antichità dell’oratorio di Santa Maria del Principio, luogo della antica sede della Cattedra Episcopale napoletana, luogo dell’inizio dell’insediamento del cristianesimo a Napoli e l’antichità del culto mariano (Capua nel 391, fu sede di un Concilio Plenario dei Vescovi orientali e occidentali, presieduto dal suo promotore, Ambrogio di Milano (333 – 397), nel quale fu definita la dottrina riguardo alla Perpetua Verginità di Maria, contestata dal Vescovo eretico Bonoso di Sardica. Al Concilio fu presente anche il Vescovo di Napoli Severo (364 – 410), ma non celebra una Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica Cattedrale a Santa Restituta d’Africa. La presenza sul Calendario Marmoreo della Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica detta Stefanìa, piuttosto che della Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica Cattedrale detta di Santa Restrituta, fa supporre che la prima, in quel tempo avesse un ruolo principale rispetto alla antica Cattedrale. Il periodo storico

Napoli – Cittadella Vescovile – Area archeologica – Il calendario marmoreo della Chiesa di Napoli- Particolare.

della elaborazione del Calendario Marmoreo, è caratterizzato dalla autonomia del Ducato di Napoli da Bisanzio, mentre in Diocesi si contrapponevano un clero bizantino e un clero romano, anche se apparentemente una tacita convivenza sembrava esistesse fra le due componenti. Ma il complesso della antica Cattedrale sede del potente Istituto Capitolare, era ed è sempre stato di rito latino. La Stefanìa invece. ricostruita più volte al tempo dei Duchi-Vescovi o dei Vescovi-Duchi e dei Duchi e Vescovi e viceversa, che governarono il Ducato napoletano, era retta da un clero bizantino. Anche nella Stefanìa c’era una Cattedra Episcopale e si ritiene che essendo la Basilica più prossima all’adiacente antico palazzo vescovile, avesse un ruolo preminente come chiesa episcopale, con un ruolo essenzialmente amministrativo e non catechetico-liturgico, ruolo proprio della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, per la presenza in essa della antica Cattedra Episcopale. Ho citato la notizia della traslazione del Cranio e del Sangue di san Gennaro dalla Basilica Catacombale di San Gennaro Extra Moenia . nella Basilica detta Stefanìa  al tempo del Vescovo Atanasio I. La presenza delle Reliquie del Cranio e del Sangue di San Gennaro nella Stefanìa. o comunque in una cappella adiacente, all’interno della Cittadella Vescovile, può trovare conferma dal loro trasferimento successivo nell’Oratorio intitolato a San Gennaro nel Tesoro Vecchio, al tempo di Carlo II d’Angiò, prima di procedere alla demolizione della Stefanìa per far posto al nuovo duomo angioino (cfr. Tino d’Amico, Gli sportelli superstiti del gesuita pietro Provedi per l’Oratorio di San Gennaro nel Tesoro vecchio del Duomo di Napoli ecc…, in: il blog di tino – https://tinodamico.wordpress.com, 2015), oratorio che non va confuso con un altro intitolato a San Gennaro, accanto all’ingresso del Tesoro Vecchio, diroccato dal terretomoto del 1456, poi trasformato in cappella di patronato dei Filomarino e nei primi anni del ‘900, in cappella intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, dopo avere subito nel ‘700 altra trasformazione. Ritengo che l’oratorio in antico servisse per cerimonie liturgiche legate alla venerazione delle Sacre Ampolle, conservate nel Tesoro Vecchio, prima della costruzione della nuova grande  cappella del Tesoro, e non do ragione a chi ritiene questo spazio utilizzato come sacrestia antica del duomo (cfr. Tino d’Amico, L’albero di Jesse del duomo di napoli…op.cit).  Ma questo mi porta ancora a considerare che il bassorilievo attribuito al Fanzago o al Vaccaro, posto recentemente nel postergale del nuovo Altare Mensa del duomo di Napoli, non rappresenti San Gennaro, ma piuttosto il Santo defunto in paramenti episcopali sia Atanasio I. Ma questo è argomento di un altro studio ancora in elaborazione. Per le notizie relative al Calendario Marmoreo di Napoli, cfr. Luigi Fatica, Il Calendario Marmoreo di Napoli, Napoli 1997.

7  –  Santa Restituta d’Africa (III sec. – 304), forse originaria di Cartagine o di Tenizia, l’attuale Biserta in Tunisia, si sarebbe formata alla scuola di Cipriano di Cartagine. Durante la persecuzione di Diocleziano del 304, fu arrestata con un gruppo di cristiani ad Abitina e martirizzata a Cartagine nel 304. Varie Passioni medioevali raccontano del suo martirio: la tradizione vuole che Restituta e i compagni furono posti, la prima agonizzante su una barca e i compagni di martirio, morti su un’altra. Le barche date alle fiamme furono sospinte verso il mare aperto. Quella di Restituta approdò all’isola di Acuaria (Ischia) dove fu sepolta nella località detta Eraclius, dove poi sorse una Basilica paleocristiana, dove ora sorge un santuario. Parte del suo corpo fu traslato nella Catacomba napoletana e da li trasferita poi nella Basilica Cattedrale del Salvatore detta poi di Santa Restituta, forse nell’VII – VIII secolo. Il suo culto è legato alla persecuzione vandalica di Genserico del 429, quando furono portati a Napoli anche i corpi di altri martiri, compagni di Restituta, dagli esuli africani, dal Vescovo Quodvultdeus (V secolo – morto a Napoli nel 454). I loro resti mortali furono inumati inizialmente nella Catacomba e poi trasferiti altrove per essere definitivamente sistemati nel Duomo angioino, in una cripta sottostante il braccio sinistro del transetto, accedibile dalla botola antistante il cenotafio del Cardinale Arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza. La stessa cripta, ritengo, potrebbe contenere le mai trovate reliquie del corpo di Atanasio I cfr. Tino d’Amico, Il Cartibulum ed il sarcofago ecc., op.cit.

pantocrator

Napoli – Basilica Cattedrale di Santa Restituta – Il Pantocràtore.

8 –  Giovanni Diacono, cronista napoletano (seconda metà del IX sec. – prima metà del X) Rettore della Diaconia napoletana di San Gennaro (San Gennaro all’Olmo), è ritenuto unico autore di una Cronaca dei Vescovi di Napoli, dalle origini alla fine del IX secolo, che studi recenti attribuiscono a tre diversi autori coevi. Da essa si ricava la notizia della inumazione dei corpi dei Santi Vescovi napoletani nella Basilica detta Stefanìa e dei corpi di altri Santi Vescovi all’interno della Cittadella Vescovile. I corpi dei Vescovi incominciarono ad essere inumati nelle Chiese, dopo il Concilio di Magonza (813) che nel Canone III dispone la sepoltura di Vescovi, Abati, e altri individui di vita esemplare, nelle Chiese Cattedrali (cfr. Giuseppe Samchez, La Campania sotterranea, Napoli 1813).

9  –  La Basilica detta Stefanìa, costruita dal Vescovo Duca di Napoli Stefano I (497 – ?) fu distrutta da un incendio. Ricostruita fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca-Vescovo di Napoli Stefano II (756 – 789); nel 512 ci fu un violento terremoto che sconquassò Napoli; e poi l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edifici della Cittadella Vescovile, alla Basilica detta Stefanìa e anche alla parallela Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta che dovette anche essa essere restaurata, se non parzialmente ricostruita fra il VII e l’VIII secolo, subendo nell’impianto planimetrico la totale rotazione, di 180 gradi. rispetto all’assetto originario che aveva le absidi a sud e ingresso a nord e ritengo probabile la presenza di due absidi, una a nord e l’altra a sud, come recentemente ipotizzato. Nella varie ristrutturazioni e modifiche dell’assetto planimetrico della Basilica detta di Santa Restituta, restò immune l’area dell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, il cui uso liturgico è testimoniato ancora nell’VIII – IX secolo ed il cui vestibulum ebbe il piano di calpestio notevolmente rialzato per la realizzazione della nuova abside. L’ingresso al complesso battesimale e alla antica primitiva Basilica detta di Santa Restituta, probabilmente era comune, dal Vicus obliquo: l’ingresso alla primitiva casa di Aspreno, secondo la leggenda trasformata nell’oratorio di Santa Maria del Principio? Non sappiamo comunque se l’atrio antistante la Basilica e il Battistero era porticato, oppure entrambi gli edifici erano in qualche modo collegati all’atrio paleocristiano recentemente riportato in luce nell’area del Palazzo arcivescovile.

10 –  Patrona principale della città di Napoli, è la Santissima Vergine Maria Assunta, a lei fu intitolata il nuovo duomo angioino dall’Arcivescovo Umberto d’Ormont (1038 – 1320) nel 1314,  ed è Lei che appare effigiata al centro nelle immagini dei Santi Compatroni. Compatrono Principale è il Megalomartire San Gennaro, al quale furono affiancati sei Compatroni minori: I Santi Vescovi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Sant’Agnello Abate. Mons. Franco Strazzullo in: San Gennaro “Defensor Civitati” e il voto del 1577, Napoli 1987, citando il Calendario Lotteriano del XIII secolo, fa notare che prima del XV secolo, i Compatroni di Napoli erano di numero inferiore, e l’Officium Sanctorum ac Protectorum Civitatis Partenopae, redatto fra il 1512 e il 1525, riporta i nomi di soli quattro di essi: Aspreno, Agrippino, Gennaro, Atanasio I, che sono chiamati Defensor apud Deum e non sono nominato come tali Eufebio, Severo, Agnello. Nel Calendario Lotteriano redatto fra il 1294 e il 1310, Strazzullo nota anche che sono menzionati  come Patroni di Napoli solo San Gennaro e Sant’Agripino. Ma già nel 1500, fa notare, che nel soffitto della Cappella Carafa nel duomo di Napoli, le formelle marmoree che rappresentano i Compatroni, ritraggono con San Gennaro, anche i Santi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Agnello ed evidenzia che gli stessi Santi sono stati tutti e sette effigiati negli sportelli dell’antico organo del Duomo, dipinti dal Vasari (1511 – 1574). E lo stesso artista poi, nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, del 1550, parlando del lavoro da lui eseguito, dichiara di avere dipinto per il duomo di Napoli, solo quattro compatroni. Probabilmente in antico, i Compatroni principali di Napoli erano soltanto due, San Gennaro e Sant’Agrippino, come risulta dal Liber Pontificalis Ecclesiae Neapolitanae, redatto nel IX secolo e come risulta da un documento del 1183 del Vescovo Sergio IV (1168 – 1192), ad essi si affiancarono altri Santi Protettori della Città, ma non come Compatroni. Agli antichi Compatroni furono affiancati, a partire  dalla seconda metà del ‘600,  altri Santi Compatroni minori: San Tommaso d’Aquino, Sant’Andrea Avellino, Santa Patrizia, San Francesco di Paola, San Domenico, San Giacomo della Marca, San Francesco Saverio, Santa Teresa d’Avila, Sant’Antonio di Padova, San Filippo Neri, San Gaetano, San Severo, già venerato come Compatrono, ma non ancora inserito nell’elenco ufficiale, San Nicola, San Gregorio Armeno, Santa Chiara, San Biagio, San Pietro Martire, San Giuseppe, San Michele Arcangelo, San Francesco d’Assisi, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, San Giovanni Battista, San Francesco Borgia, Santa Candida Minore, Santa Maria Egiziaca. Nel ‘700 se ne aggiunsero altri: Sant’Antonio Abate, Sant’Ignazio de Loyola, Santa Maria Maddalena Penitente, Sant’Irene, Sant’Emidio, San Raffaele Arcangelo. Altri ancora nell’800: Sant’Anna, San Luigi Gonzaga, Sant’Agostino, San Vincezo Ferrer, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Francesco Caracciolo, San Francesco de Geronimo, San Giovanni Giuseppe della Croce, San Pasquale Baylon, San Rocco, San Gioacchino. E finalmente nel ‘900: Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, Santa Lucia, Santa Gertrude, Santa Rita.

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