L’ALBERO DI JESSE del duomo di Napoli: affresco di Lello de Urbe (da Orvieto ?) – Elaborazione grafica della genealogia legale di Gesù; venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale del Figlio Unigenito del Dio Vivente; omaggio sacralizzante della monarchia angioina attraverso la committenza vescovile e una discreta presenza templare.

di Tino d’Amico

 

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Alla Santissima  Vergine Maria

Madre del mio Signore

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Napoli – Duomo – Il grande affresco dell’ALBERO DI JESSE, nella cappella di San Lorenzo Vescovo, detta di San Paolo de’ Humbertis o “degli Illustrissimi preti”.

L’affresco dipinto sulla contro facciata della cappella detta degli Illustrissimi preti, nel duomo di Napoli, rappresenta un  ALBERO DI JESSE, icona della tradizione orientale, che è la venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale  di Gesù, Figlio Unigenito del Dio Vivente (Mt. 16,16) nato da una donna, per opera dello Spirito Santo (Lc. 1,35), vero Dio e vero uomo, senza con ciò cessare di essere Dio, come ci insegna a confessare il Concilio di Calcedonia (451 circa) “…un solo e medesimo Figlio di Dio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità; vero Dio e vero uomo, composto di anima razionale e di corpo; consustanziale al Padre per la divinità, consustanziale a noi per l’umanità; simile in tutto a noi, fuorché nel peccato (Eb. 4, 15); generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità e in  questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza nato da Maria Vergine, Madre di Dio, secondo l’umanità…” (cfr. Cat .Chiesa. Catt.: 389-511).

Maria è vera Madre di Dio (Theotokos): titolo a Lei attribuito dal Concilio di Efeso (431).

Il Cristo dell’affresco, è presentato come sintesi delle promesse messianiche di JHWH, riferite dal profeta Natan a Davide:

(cfr. 2° Libro di Samuele, 7,12-16); “…Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome ed io renderò stabile per sempre il suo regno. Io gli sarò Padre ed egli mi sarò Figlio. Se farà il male, lo castigherò con verga d’uomo, e con colpi che danno i figli d’uomo, ma non ritirerò da lui il mio favore…La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre…”

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Foto ALINARI, che ritrae  l’affresco ancora integro, nella prima metà del passato secolo.

Il brano della profezia di Natan è la prima espressione del messianismo regale, per cui ogni re della dinastia davidica sarà una icona del messianismo regale, sarà una immagine del re ideale che deve venire.

Essa è costruita su una opposizione: non è Davide che farà una casa (un tempio) a JHWH, è invece JHWH che farà una casa (una dinastia) a Davide.

La promessa concerne la permanenza della dinastia davidica sul trono di Israele: è il testo della ALLEANZA di JHWH con Davide e la dinastia, e lascia intravvedere un discendente nel quale JHWH si compiacerà (cfr. BIBBIA DI GERUSALEMME, ed. Dehoniana)

La profezia è applicata da Isaia, (Is. 7,14), Michea (Mi. 4,14), Aggeo (Ag. 2,23), ma anche Atti, (2,30) a Cristo e qui alla casa regnante angioina, e rende il sovrano immagine del Messia davidico.

Profezie confermate dal profeta Isaia (Is.11, 1), “….Un germoglio spunterà sul tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici…”

L’inizio del poema messianico , che precisa l’origine e i tratti essenziali del Messia futuro: Egli sarà di ceppo davidico; sarà riempito di Spirito Profetico; farà regnare tra gli uomini la giustizia , riflesso terrestre della santità di Dio; ristabilirà la pace paradisiaca frutto della conoscenza di Dio.

Lo stico, che da il titolo all’affresco, è applicato al sovrano regnante, per rendere sacra la sua autorità regale: egli è il germoglio nuovo di una dinastia ormai quasi estinta, che non a caso sceglie come simbolo araldico il giglio, il giglio di Francia.

Profezie annunciate molti secoli prima dall’indovino Balaam (Libro dei Numeri, 24,17), che mandato a maledire Israele accampato nella pianura di Moab alla fine del suo peregrinare nel deserto, benedisse invece di maledire il popolo che JHWH si era scelto come suo popolo e profetizzò sulla venuta del Messia e su i frutti che essa avrebbe portato:

“…io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele…”

La stella era nell’antico Oriente segno di un dio e di conseguenza di un re divinizzato e la profezia è applicata al futuro Messia  di Israele, legata nello scettro, alla benedizione di Giacobbe a Giuda in Genesi 49,10 ed è applicata anche alla rinascita della Chiesa, sotto la guida di un grande Pastore (cfr. Sac. Dolindo Ruotolo, LA SACRA SCRITTURA, vol. 4), ma qui,  chiaramente riferita alla monarchia davidica e al futuro Messia, per traslato ad un re sacralizzato: il sovrano angioino allora regnante:Roberto.

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img084Napoli – Duomo – Il sito della Cappella di San Lorenzo Vescovo, o di San Paolo de’ Umbertis, detta “degli Illustrissimi preti”, nell’angolo destro del transetto.

Il dogma di fede della Concezione Verginale di Gesù, Figlio Unigenito del Dio Vivente, così come iconograficamente esposto, rappresentato sulle pareti di alcune chiese Cistercensi della Francia nord-occidentale, della Germania, dell’Italia, fino nelle regioni balcaniche, ma anche su alcune  vetrate dipinte e sulle pagine miniate di manoscritti e libri corali, tra l’ XI e il XIII secolo, fu utilizzato anche in alternativa ai metodi repressivi cruenti della inquisizione contro l’eresia catara.

Il tema veicolava la particolare devozione dell’Ordine Cistercense per la Santissima Vergine Maria, e fu ripreso dai Domenicani e dai Francescani ed utilizzato come strumento di propaganda catechetico-didattico contro l’eresia catara, ma fu utilizzato anche per affermare il particolare legame dei Cistercensi con la corona francese.

Matteo, premettendo al suo Vangelo la successione genealogica e legale del Figlio di Maria, il Figlio Unigenito del Dio Vivente, attraverso la assunzione legale  della paternità da parte di  Giuseppe, collega Gesù ai principali depositari  delle promesse messianiche, mettendo in rilievo anche  il contributo umano di presenze straniere, attraverso donne che entrano a far parte della narrazione e che hanno in comune con la Santa Vergine l’avere generato una discendenza in maniera non regolare, in virtù di un matrimonio o di una unione conclusa fuori dalle vie ordinarie per la legge israelitica, esalta la eccezionalità del Concepimento Verginale del Figlio di Dio, dato sconvolgente per la teologia di Israele,  punto cardine della dogmatica cristiana, attuazione nel tempo e nella storia della promessa di salvezza della umanità

Il brano di Genesi 3, 15: “…io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe  e la tua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno…”   definito protovangelo, 

Napoli – Duomo – Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Santissima Vergine Immacolata di Nicola Treglia, argento sbalzato del 1793.

lascia intravvedere un primo barlume di salvezza per l’umanità attraverso una donna: “…perennemente nemica di satana perché Immacolata fin dal primo istante del suo concepimento…” Dio annunzia la donna che doveva essere nemica di satana e doveva dare alla luce il Figlio che doveva schiacciare il capo dell’infernale dragone. Il seme di satana sono i demoni, il seme della Donna Benedetta è il Redentore. Egli è chiamato con tutta ragione seme della Donna, perché Maria lo generò dal suo senza concorso di uomo…” (cfr Sac. Dolindo Ruotolo, LA SACRA SCRITTURA, Vol. 1).

Presentando Giuseppe termine della storia genealogica, palaudato in un manto rosso simbolo di regalità, che conferma la sua ascendenza regale in Davide,  anello di congiunzione indispensabile, per dimostrare la discendenza di Gesù dalla casa di Davide, conferisce al Figlio Eterno del Dio Vivente  tutti i diritti ereditari derivanti dalla discendenza davidica, anche attraverso Maria  che è al centro del nuovo evento creazionale, e della quale nulla  si sa relativamente alla sua ascendenza genealogica ma che la si suppone appartenente alla stessa stirpe davidica, perché a lui promessa in sposa, secondo l’usanza del tempo, (Lc. 1,27)  (1).

Il tema della genealogia di Gesù, come riferimento alla genealogia dinastica comincia ad apparire nella Francia nord-occidentale, anche sui portali delle cattedrali a partire dalla seconda metà del XII secolo, ma anche sulle vetrate dipinte e nei luoghi eretti come pantheon  della casa regnante francese, come a Saint-Denis, come immagine della  sacralizzazione dell’istituto monarchico, attraverso una successione dinastica genealogica legittimata e garantita da un preteso intervento divino: il sovrano felicemente regnante, sintesi di una successione dinastica, consolidata anche attraverso matrimoni e alleanze politiche, è il nuovo evento creazionale, apertura verso una nuova età dell’oro, inaugurata dalla nuova dinastia al potere, annunciato anche da Virgilio, sovente rappresentato insieme alla Sibilla Cumana fra i saggi e  i profeti dipinti negli ALBERI DI JESSE, che certamente estranei alla genealogia di Gesù, sono citati in riferimento alla IV egloga delle Bucoliche: “…L’ultima epoca del responso di Cuma è finito; nasce da capo il gran ordine dei secoli. La vergine ormai torna, i regni di saturno tornano già una nuova stirpe scende dai cieli…”

Gli antichi, nei versi di Virgilio, leggevano l’annunzio della imminente nascita di un figlio ad una vergine, che avrebbe portato l’umanità verso una rinascita, verso la salvezza, verso la felicità, attraverso una dinastia al potere.

Francia – Amies – Cattedrale – Portale detto “Bibbia  di Amies” – Sec. XIII.

L’affresco, riunendo in un’unica scena dipinta, l’albero genealogico di Gesù, e il dogma del Suo Concepimento Verginale nel Seno di Maria, la Chiesa, recuperava il ruolo dei Libri Profetici dell’Antico Testamento, utilizzando un programma iconografico fortemente didattico e formativo, corollario alle BIBBIE DEI POVERI affrescate sulle pareti delle chiese romaniche e gotiche e  tentava così di contrastare l’eresia catara: il mezzo di propaganda mediatico probabilmente si rivelò più raffinato ed efficace della attività inquisitoria della tortura e della repressione armata della crociata albigese (A. Bazzoli), ma anche utile strumento didattico per veicolare i contenuti dogmatici della Chiesa Cattolica attraverso una catechesi per immagini, comprensibile a tutti.

Tema insolito a Napoli, quello trattato da questo affresco; insolito per i contenuti,  per le sue dimensioni, e per la sua collocazione, su una parete interna di una cappella destinata a contenere sepolture e su una contro facciata, in una posizione non visibile.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Interno – La contro facciata che sopporta l’affresco ancora integro – Foto della seconda metà del passato secolo.

La committenza dell’affresco da parte di Umberto d’Ormont, il potente Arcivescovo Metropolita, che aveva assunto il controllo totale sulle attività amministrative e liturgiche della Diocesi e sul potente Collegio Capitolare di Santa Restituta, con le Costituzioni Capitolari del 1317, grazie all’appoggio di Roberto d’Angiò,  potrebbe trovare la sua ragion d’essere nell’omaggio riconoscente al proprio re e amico, per l’essere stato posto in si alta dignità, attraverso la  sacralizzazione della dinastia, per mezzo della similitudine della esposizione genealogica di Gesù, accostata a quella di un casato che nel corso dei secoli aveva dato chiari e duraturi esempi di fedeltà alla Chiesa di Roma, nello spazio sacro del nuovo edificio, dove andava costituendosi una sorta di pantheon della famiglia regnante.

La presenza al vertice dell’affresco della icona della Vergine in cinta, in atteggiamento di  preghiera così come appare nelle icone dette Platytere, venerate nei  contenuti iconografici e teologici dai Cavalieri Templari, apre verso nuovi scenari interpretativi dell’affresco e la ricerca delle ragioni della sua collocazione all’interno della cappella, argomento di successiva indagine dello scrivente.

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Umberto d’Ormont, Arcivescovo Metropolita di Napoli.

Umberto d’Ormont, nobile prelato francese nativo della Borgogna, che aveva ricoperto incarichi di rilievo presso la corte di Luigi IX, re di Francia dal 1226 al 1270, giunse a Napoli probabilmente in seguito al matrimonio di Carlo I d’Angiò (1226-1285)  con la seconda moglie Margherita di Borgogna (1250-1308), nel 1268, l’anno successivo alla morte della prima moglie Beatrice di Provenza (1234-1267), e a Napoli ritrovò l’amico Ayglerio, monaco benedettino, anche egli nativo della Borgogna e come lui impegnato con incarichi di rilievo presso la corte di Luigi IX, entrambi amici di vecchia data di Carlo I d’Angiò: Ayglerio su proposta/imposizione reale al Collegio Capitolare di Santa Restituta, era diventato intanto Arcivescovo di Napoli (1266-1281) per nomina di Clemente IV (1265-1268), il provenzale Guy Foucois.

Il d’Ormont  iniziò a ricevere importanti incarichi durante il regno di Carlo II, a partire dal 1285, già “Collettore delle decime di Terra di Lavoro” al tempo di Carlo I, Abate di Santa Maria a Piazza, dal 1288 diventò Abate di San Giorgio Maggiore, la più importante chiesa cittadina dopo la Cattedrale napoletana,  detta di Santa Restituta.

141-bNapoli – Museo Diocesano – Lellus de Urbe (da Orvieto ?) – Ritratto dell’Arcivescovo Metropolita Umberto d’Ormont.

La Bolla Papale del 7 marzo 1308, di Clemente V (1305-1334), l’aquitano Bertrand de Gouth emessa in Avignone, confermò la sua elezione ad Arcivescovo Metropolita napoletano, imposta da Carlo II al Collegio Canonicale di Santa Restituta nel 1307, carica che occupò fino al 1320, anno della morte.

Il riconoscimento della sua fedeltà alla corte angioina giunse nel 1318, quando re Roberto d’Angiò (1277-1343), re di Napoli dal 1309, dovendosi recare ad Avignone diventata sede pontificia, lo nominò Consigliere particolare del suo primogenito Carlo, duca di Calabria (1298-1328), vicereggente del Regno.

Nello stesso anno Giovanni XXII (1316-1334), il francese Jacques Duese, lo scelse da Avignone, pur non essendo Cardinale come Commissario Apostolico per la compilazione degli Atti del processo di Canonizzazione di Tommaso d’Aquino (1225-1274), nomina che lo rese di statura ecclesiastica elevata e che si svolse, a Napoli.

 

Napoli, Duomo – Cappella del Tesoro di San Gennaro – Maestro Etienne Godefroy, Milet d’Auxerre, Guillaume de Verdelay, orafi provenzali: Busto-reliquiario del Cranio di San Gennaro, dono di Carlo II d’Angiò, 1305.

La sua vicinanza alla corte angioina e la sua amicizia  con il sovrano fu tale che nel 1305 pare, facesse da modello per gli orafi francesi  che realizzarono il busto-reliquiario del cranio di San Gennaro, dono dell’amico Carlo II al Santo Compatrono principale della Città e del Regno (Patrona di Napoli è la Santissima Vergine nel titolo dell’Assunta e ad essa è intitolata anche il nostro duomo).

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Il magister LELLU…de Urb…e…, cioè LELLO de URBE, da Roma (da Orvieto?)

L’affresco è  attribuito a Lellus, un artista di formazione romana per alcuni, orvietano per altri ed è più probabile, se si legge correttamente la iscrizione che reca la sua firma, al mosaico di Santa Maria del Principio, nella basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, “Lellu…de Urb…e…”, cioè Lello de Urbe, da Roma, identificato da F. Bologna con un  tal Lello da Orvieto, attivo certamente fra Napoli e il Lazio nella prima metà del XIV secolo (cfr. V.Lucherini, 1313 – 1320: il così detto Lello da Orvieto, mosaicista e pittore a Napoli tra committenza episcopale e canonicale, Barcellona 2008)  che la critica definisce erede del cavallinismo giottesco napoletano (cfr. F. Bologna; P. Leone De Castris; C.D’alberto) e che fu l’autore, certamente per il duomo di Napoli, del citato mosaico absidale della cappella di Santa Maria del Principio, (2) e di alcune opere realizzate per la appella funebre dell’Arcivescovo d’Ormont : l’affresco dell’ ALBERO DI JESSE, il ritratto per il suo monumento funebre, ora esposto nel Museo Diocesano napoletano, un polittico di Santa Maria del Principio, utilizzato come pala d’Altare nella stessa Cappella, oggi presso la collezione Lorenzelli di Bergamo (cfr. Lucerini), dove è stato individuato e di altre opere sparse fra Lazio e Napoli ed a lui sono forse ascrivibili i  lacerticoli dei disegni preparatori di affreschi emersi durante gli ultimi lavori di restauro sull’architrave della porticina di accesso a quella che fu la sacrestia della Cappella, che rappresentano scene della Crocifissione di Gesù.

Napoli – Duomo – Basilica Cattedrale di Santa Restituta – Mosaico di Lellus de  Urbe (Orvieto): Santa del Principio.

Il citato polittico di Santa Maria del Principio, potrebbe essere quello che Franco Strazzullo (cfr. Restauri del duomo di Napoli tra ‘400 ed ‘800, Napoli 1991), tra le opere dipinte a Napoli per la cappella di San Lorenzo, riferendosi al De Dominici (Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani, Napoli 1742), cataloga fra quelle prodotte a Napoli da Lello de Urbe, o da Orvieto, attribuite ad un fantasioso Maestro Stefanone dal De Dominici.

La “Madonna della Neve” era una tavola raffigurante “…la Vergine col Bambino in campo d’oro, e dai lati tre quadretti per parte, in uno la detta Vergine che apparisce in sogno al Pontefice, nel secondo il detto Papa che concede la festa della suddetta immagine; per la qualcosa effigiò nel terzo la processione che si fa dal popolo e dal clero, portando l’immagine mentovata; e negli altri tre vi sono espresse varie miracolose azioni di detta Vergine, operate per mezzo di questa sua immagine…” (De Dominici, Op.Cit.).

Lo studio iconografico del polittico di Santa Maria del Principio della collezione Lorenzelli, qualora si trattasse della stessa opera, potrebbe giustamente attribuire la corretta intitolazione al  polittico  della Madonna della neve ;e conferirgli la giusta paternità; quello esposto nel duomo, comunque, è andato disperso nei lavori di restauro all’edificio promossi dal Cardinale Spinelli (1743-44) ma fu certamente osservato dal De Dominici, almeno fino al 1741 sull’Altare intitolato appunto alla Madonna della Neve, eliminato al tempo dei predetti lavori.

Patronato della famiglia Caracciolo di Brienza, questo Altare si trovava nei pressi della  antica scala di accesso alla cripta di San Gennaro, accanto all’ingresso della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I: F. Bologna (I pittori alla corte angioina  di Napoli (1266-1414)… Roma, 1969)  attribuisce il polittico al pennello di Lello de Urbe, o da Orvieto.

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SDC12207Napoli, Duomo – Cappella di San Lorenzo Vescovo – Interno . I lacerticoli dei disegni preparatori che decoravano ad affresco l’architrave dell’ingresso alla antica sacrestia della Cappella.

Lellus,  o romano o orvietano, probabilmente già attivo a Napoli prima del 1313, dove giunse  insieme ad altri artisti  e artigiani reclutati nel cantiere del duomo di Orvieto, per la corte angioina, da Ramo di Paganello, per eseguire decorazioni, pitture e mosaici nel costruendo duomo, era impegnato come artista di corte, quando nel 1314 ricevette le due importanti commesse: la realizzazione del mosaico di Santa Maria del Principio, dal potente Collegio Capitolare e quasi contemporaneamente la commessa per la realizzazione del grande affresco per la cappella funebre che il potente Arcivescovo Metropolita stava approntando per se e per gli appartenenti al suo entourage.

L’arte pittorica di Magister Lellus è spesso confusa con quella di Pietro Cavallini (1240c.-1330c.) e l’attribuzione ad uno o all’altro di lacerticoli di affreschi sia in Santa Maria Donnaregina Vecchia che nello stesso duomo di Napoli appare arduo: secondo alcuni critici nell’ALBERO DI JESSE del duomo si nota l’intervento diretto del Cavallini.

Entrambi partendo da tradizionali schemi iconografici bizantini osservati a Roma, luogo della formazione comune, propongono un cromatismo nuovo ed una nuova concezione spaziale attraverso un colore compatto che conferisce alle figure nuova vivacità plastica.

Entrambi lavorano a Napoli al servizio della corte angioina a partire dal 1308: Magister Lellus, al completamento  delle due commesse, quella capitolare e quella vescovile, pare ritornasse a Roma.

Ritornato a Napoli, nel 1324, nell’affresco dinastico angioino che dipinse nel coro della Basilica dell’Ostia Santa detta di Santa Chiara, il Cristo in maestà con a lato la Santa Vergine e sotto i piedi re Roberto, i figli Carlo di Calabria e Ludovico Vescovo di Tolosa e Santa Chiara e dall’altro lato San Giovanni Evangelista, la regina Sancia, la principessa Giovanna, San Francesco e Sant’Antonio, rivela il distacco dalle influenze del cavallinismo per una più sentita adesione alle influenze giottesche napoletane.

Napoli – Chiesa di Donnaregina vecchia – Affreschi del coro delle monache delk Cavallini e aiuti (Magister Lellus de Urbe (da Orvieto?).

Magister Lellus,  la cui esistenza è testimoniata solo dalla firma incompleta appasta in calce al mosaico di Santa Maria del Principio, dipinse a Napoli oltre l’Albero di Jesse, e alcune scene, ormai lacerticoli, del ciclo di  affreschi in Santa Maria Donnaregina Vecchia, anche i lacerticoli di affreschi emersi accanto alla porta di ingresso al Battistero napoletano di San Giovanni in Fonte e lacerticoli di affreschi con Compatroni, Apostoli e Angeli emersi sotto il ciclo di affreschi rinascimentali della cappella Tocco.

Napoli – Basilica dell’Ostia Santa detta di Santa Chiara – Coro delle monache – Cristo in gloria tra santi francescani e i reali angioini attribuito al Magister Lellus de Urbe (da Orvieto ? ) – affresco.

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La cappella di San Lorenzo

La cappella che Umberto d’Ormont fece edificare nel transetto del duomo, dedicandola a San Lorenzo, nelle Costituzioni Orsiniane (1330) è denominata cappella S. Paoli. 

Negli Atti della Santa Visita del Cardinale Alfonso Carafa (1557-1565) del 1557, essa appare identificata come cappella di  San Paolo de Umbertis e non se conosce la ragione, e nemmeno Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) storico, filologo, archeologo, Canonico Capitolare napoletano individuò l’origine della sua nuova identificazione, forse già comune al tempo del Carafa: “…utrum quod Humbertum Archiep. (sub quo hodierna Cathedralis enceniata fuit) auctorem habuerit, an quod in ea sepultus, an vero quod Umbetorum familiae patronatus fuerit ignoro…”.

Il d’Ormont, forse, l’aveva destinata a cappella funebre per se e  per quelli che come lui erano particolarmente legati alla casa angioina, sorta di pantheon per contenere anche le sepolture dei futuri  Vescovi di Napoli,  che immaginava francesi, come lui, nell’ala destra del transetto del nuovo duomo, spazio sacro, che andava configurandosi come luogo celebrativo destinato ad accogliere le tombe dei reali, con la costruzione della cappella intitolata a San Ludovico d’Angiò (1274-1297), fin dalla fondazione dell’edificio, al tempo dell’Arcivescovo Filippo Minutolo (1285-1301).

Fu intitola a San Lorenzo Vescovo di Napoli nell’VIII secolo, titolo che le fu attribuito alla cappella per trasferimento di quello di una antica basilica paleocristiana, diroccata per far posto al costruendo duomo e che era nell’area del seminario sersaliano e i cui resti furono osservati da L. Loreto ( cfr. Memorie storiche dei Vescovi ed Arcivescovi della Santa Chiesa Neapolitana, Napoli 1836), intitolazione confermata alla inaugurazione dell’edificio angioino nel 1314 e alla sua dedicazione alla Santissima Vergine Assunta, Patrona principale della città di Napoli, da parte del d’Ormont, che però fin dall’inizio la identificò come cappella di San Paolo, forse perché aperta sull’angolo sinistro del transetto, contrapposta alla cappella di famiglia dell’Arcivescovo Filippo Minutolo (1288-1301) sull’angolo destro, intitolata a San Pietro, costruita, pare, sotto il campanile di destra, all’ingresso della Basilica del Salvatore detta Stefania, fin dal VI-VII secolo .

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Assonometria del duomo di Napoli – Ricostruzione grafica dell’edificio al tempo della sua inaugurazione (1317), proposta da Amedeo Formisano.

Dopo l’inaugurazione del duomo, nella cappella furono trasferite le sepolture di personaggi illustri: Il monumento funebre di Papa Innocenzo IV (1243-1254), morto a Napoli, nel palazzo arcivescovile, e sepolto nella basilica Cattedrale napoletana detta di Santa Restituta.

Il sepolcro che al suo interno contiene ancora i resti mortali del Pontefice (cfr. L.Loreto, Op. cit.), secondo B. Chioccarelli, nella basilica Cattedrale di Santa Restituta, doveva essere una semplice sepoltura terragna; l’Acivescovo Umberto gli costruì il sontuoso monumento nella cappella, così come appare oggi, anche se assemblato con elementi originale, posto sulla parete sinistra del transetto: “….Innocentii insuper quarti Romani Pontificis corpus obscuro in loco,  et minus digne tanto Pontifice, iacere cernens, in marmoreum sublime supulcrum musive opere compactum in maiori ecclesia collocavit, atque leoninis versibus inscriptionem apposuit…”  

Napoli – Duomo – Monumento funebre di Papa Innocenzo IV .

Franco Strazzullo però, in : Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis inscriptionum thesaurus, Napoli, 2000, riporta una notizia che trae da Nicola de Curbio, Vita Innocentii IV (Baluze, Miscellanea, Tomo I) secondo cui fu sepolto nella Stefanìa in “speciosa et celebri sepultura”.

Nel corso dei secoli, poi, subì diverse ricollocazioni, conservando la forma attuale, così come fu ricomposto al tempo dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595).

Il sepolcro dell’Arcivescovo Ayglerio (1266-1281), anche esso poi,  trasferito, smembrato, disperso come i suoi resti mortali.

L’epitaffio funebre è riportato dal Chioccarelli (Op.Cit); per il monumento funebre di Ayglerio, Cfr. Antonio Delfino, Il monumeno dell’Arcivescovo Ayglerio scomparso dal duomo di Napoli, in: Scritti di storia dell’arte per il settantesimo dell’Associazione napoletana per i monumenti e il paesaggio, Napoli 1991.

La tomba del Vescovo Stefano di Santa Maria in Trastevere, che venne a Napoli insieme a Papa Innocenzo IV: fu sepolto nella basilica cattedrale detta di Santa Restituta da dove poi la sua tomba fu trasferita nella cappella e anche essa andata perduta con il suo deposito.

Stefano de Normandis dei Conti ( ? – 1254) nipote di Papa Innocenzo III, Cardinale Diacono di Sant’Adriano al Foro nel 1216,  fu  Arcidiacono di Norfolk, nella Diocesi di Norwich; nel 1228, Cardinale Presbitero di Santa Maria in Trastevere; nello stesso anno nominato Arciprete della Basilica Vaticana; nel 1231; Cardinale Vicario di Roma, dal 1244 al 1251; a Napoli, al seguito di Papa Innocenzo IV, dove morì l’8 dicembre 1254, cinque giorni prima del suo Pontefice (13 dicembre 1254).

La tomba dell’Arcivescovo Umberto, che probabilmente non aveva nulla di monumentale come riferisce il Chioccarelli: “…sepultus est in suo sacello, cumque aliis sepulchra liberaliter atque satis honorifice construxissit, Sancto nempe Romano Pontifici, atque Archiepiscopo eius concivi, et predecessori, sibi tamen minime paravit , attamen Clerus ad boni pastoris nomen posteris tradendum inscriptionem hanc in eius sacello…”.

Cesare d’Engenio Caracciolo (Napoli Sacra, 1623) riporta la breve epigrafe sul sepolcro del d’Ormont:

ANNO DOMINI 1320 III IND. DIE 13 IULIJ OBIJT DOMINUS UMBERTUS DE MONTEAUREO NATIONE BURGUNDUS VENERAB. NEAP. ARCHIEPISCOPUS, QUI SEDIS ANNOS XI  I MENS, I I I XXVII I ( ? ).

Con il sepolcro andarono disperse anche i resti mortali del d’Ormont.

La cappella fu utilizzata come sagrestia del duomo, dopo il terremoto del 1456 e fino al 1580, come si legge negli Atti della Santa Visita dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595): “..eadem die (31 gennaio 1580) accesserunt ad visitandam capellam sub invocatione  S.ti Pauli de Umbertis, ubi ad presens exercetur officium sacrestie ditte majoris ecclesie…”.

Successivamente lo stesso di Capua, trasformando la cappella di San Ludovico in sagrestia del duomo, assegnò il sacello al seminario: “..fuit per dominum Annibalem Archiepiscopum concessa preditta familiae de Loffredo. Ibidem per prius  semper excerbatur offiocium sacristiae. Ad presens autem est ad usum cappellae siminari”, come risulta da un intercalare allegato agli Atti della Santa Visita del di Capua, datato 1582 e forse in quell’anno furono smembrate e disperse le sepolture presenti nella cappella, e fu trasferito fuori di essa il sepolcro di Innocenzo IV.

Nel metà del ‘600 nella cappella fu posto sull’Altare, realizzato assemblando marmi di risulta da smembrati arredi, ed eretto in una absidiola affrescata da Giovanni Balducci detto il Cosci (1560-1631) ricavata scavando un vano nella muratura, il trittico di G. Antonio Santoro (sec.XVII) che rappresenta la Visita della Santa Vergine a Santa Elisabetta, con ai lati San Nicola e Santa Restituta.

Napoli -. Duomo – Cappella di San Lorenzo, o di San Paolo de’ Umbertis, o degli Illustrissimi Preti – Tela del Santoro sull’Altare della cappella: Visita di Maria a Santa Elisabetta, con ai lati San Nicola e Santa Restituta.

Fanno parte degli stessi marmi recuperati da smembrati arredi liturgici, due simili figure scolpite e sistemate nel muro della parete di sinistra della porta di accesso al Battistero di San Giovanni in Fonte.

La cappella fu concessa nel 1646 dal Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666) alla Congregazione della Apostoliche Missioni (gli Illustrissimi Preti) fondata dal Sac. Sansone Carnevale, che morto di peste nel 1656, fu posto in una sepoltura terragna al centro della cappella (cfr. G. Sparano, Memorie storiche per illustrare gli atti della Santa Metropolitana Chiesa ecc…, Napoli 1768).

La lapide della sepoltura è andata distrutta durante i lavori di restauro al duomo del 1969/72 e sostituita con una lastra anonima; ne conosciamo il testo che ricaviamo dal Tesoro lapidario napoletano, di Stanislao d’Aloe, del 1835:

SAMPSONI CARNEVALIO / DOMO NEAP. / PRINCIPIS HUIUS ECCLESIAE  CAN THEOL. / APOSTOLICI DEO LUCRANDORUM ANIMORUM / ANIMARUM / ELEGANTIORIBUS LITTERIS NON UNIUIS LINGUAE / PERITIA SACRISQUE DISCIPLINIS / CUM PRIMIS EX CULTU / PROPAGANDI / CHRISTIANI NOMIS STUDIO / FLAGRANDISSIMO / QUI DUM CONTAGIO EFFECTIS / MULTAM OFFENET OPEN / DECESSIT SEXTILI MENSE  ANNI MDCLVI / VIRO DE CHRISTIANA PER EGREGIE MERITO / SODALES MONUMENTUM PONENDUM / CURAVERUNT.

Il ritratto benedicente del d’Ormont con sulla cuspide l’immagine di San Paolo, ora nel Museo Diocesano, che la critica attribuisce allo stesso Magister Lellus, nel 1643 era ancora nella cappella, come riferisce il Chioccarelli (Op.Cit)“…Humberti tandem integrum simulachrum in eius sacelli parietibus depictum cernitur…”, accanto all’Altare.

Ma l’Altare a cui si riferisce il Chioccarelli non era più quello antico del sacello, posto sulla parete di fondo della cappella, dove già era stata aperta la porta di accesso al seminario, ed eretto  l’attuale Altare con gli affreschi del Balducci e il trittico del Santoro.

Il titolo per tutto il seicento rimase quello di San Paolo de Umbertis, come si legge negli Atti della Santa Visita del Cardinale Decio Carafa (1613-1626) del 1615: “..ad idem altare  est translatum beneficium sub S. Paulo de Umbertis, in cuius capella per prius exercebantur officium sacristiae dicta maioris ecclesiae, et no aliter fuit huc usque constructum altare prout ex decreto visitationis eiusdem maioris ecclesiae  late die 14 mensis martii 1580″.

Negli Atti della Santa Visita del Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685), del 1668, la cappella è detta ancora “cappella S.ti Pauli de Umbertis et hodie est seminarj..” e nella Santa Visita  del Cardinale Giacomo Cantelmo  (1691-1702), del 1694, è citata con altro titolo: “…successive accessit ad cappellam vulgo detta del seminario sub tItulo Visitationis B.M, Virginis”

Franco Strazzullo riferisce un istrumento datato 24 maggio 1792 con il quale il Cantelmo concedeva ancora alla Congregazione della Apostoliche Missioni il semplice uso della antica cappella del detto seminario sotto il titolo di S. Maria della Visitazione, “nella stessa guisa avuto, come fu a detta venerabile Congregazione detto uso conceduto fino dell’anno 1646, tempo in cui detta cappella fu fondata”.

La cappella restava in uso alla Congregazione  e contemporaneamente al seminario, che ne possedeva le chiavi per accedervi e celebrare Messa.

Nella cappella funebre realizzata dal d’Ormont  non furono sepolti i Vescovi francesi suoi successori: Bertrand I de Meissenier (o Meyshones) (1358-1362), fu posto provvisoriamente in una cassa di legno nell’abside, dove era ancora al tempo dei lavori disposti dal Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603), dove poi fu risistemata al termine dei lavori di consolidamento dell’abside, (cfr. Relazione dello stato della Chiesa Metropolitana….Redatta nel 1743 dal Can. Economo e Tesoriere del duomo – Ms. fascio 17 dell’Archivio Segreto degli Arcivescovi, – Curia di Napoli, Archivio di Santa Visita); Pierre Amiehl de Brenac (1363-1365) , poi Arcivescovo di Embrun, dove morì; Bernard II du Bosquet (1365-1368), dimissionario; Bernard III de Rodez (1368-1379) deposto perché aderì allo scisma d’occidente (1378-1417) nella obbedienza avignonese.

Ho riportato brani dalle relazioni delle Sante Visite e indagato su quant’altro riferisca dell’arredo liturgico della cappella: nessuno degli autori antichi cita l’affresco dell’ALBERO DI JESSE.

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Il mai realizzato pantheon degli angioini.

Era opinione comune che Carlo II d’Angiò avesse innalzata la Cappella di San Ludovico d’Angiò  come pantheon della famiglia reale, perché in essa furono sistemate in sepolture provvisorie, in attesa della realizzazione di sontuosi monumenti funebri, le salme di Carlo I (1226-1285), re di Napoli dal 1266, di Carlo Martello d’Angiò (1271-1295), figlio primogenito di Carlo II, erede del trono di Napoli, morto prematuramente forse di peste, e di Clemenza d’Asburgo (1267-1293 o 1295) moglie di Carlo Martello dal 1281, morta forse di peste insieme al marito, o qualche anno prima, di parto, e che Dante incontra nel Paradiso insieme al marito (Canto IX) trasferite poi altrove, forse  nell’abside del Duomo, dopo il terremoto del 1456 che le danneggiò gravemente e sistemate poi sulla contro facciata nel 1599 per disposizione del Vicerè di Napoli Conte di Olivares che fece costruire da Domenico Fontana i nuovi sepolcri con le nuove statue reali che ornavano le tombe antiche, certamente quella di Carlo I di Michelangelo Nacherino (1550-1622), probabile autore anche della altre due.

img074Napoli, Duomo, “cortile delle pietre” – Ingresso alla Cappella Reale di San Ludovico d’Angiò, trasformata in sacrestia del Duomo, dall’Arcivescovo Annibale di Capua.

Ipotesi quella del pantheon reale, non confermata e che la moderna storiografia ritiene  poco attendibile, considerando la Cappella di San Ludovico (1274-1297) solo come  monumento celebrativo del Santo, canonizzato nel 1317 e non come cenotafio reale: un pantheon non più realizzato forse anche per i gravi problemi statici che si verificarono alla intera struttura della fabbrica angioina, mentre erano ancora in corso i lavori di costruzione con crolli e cedimenti dovuti alla inadeguatezza delle fondazioni e all’utilizzo di materiali scadenti,  tanto che l’Arcivescovo Giovanni III Orsini (1327-1358) dovette chiedere aiuti economici al Pontefice Clemente VI (1342-1352) che risiedeva in Avignone, per un grave cedimento strutturale verificatosi il giorno 1 aprile 1343, dissesto poi ulteriormente accentuato e aggravato dal  terremoto del 10 settembre 1349 (cfr. Mario Gaglione, Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel trecento, Napoli 2008).

L’intenzione di realizzare nella Cappella di San Ludovico il pantheon della casa reale la spiegherebbe l’unica apertura verso l’esterno, il suo essere indipendente dal Duomo, per affermare sulla cittadinanza e sulla Chiesa di Napoli il prestigio della casata che poteva vantarsi di avere generato un Santo, Ludovico.

La Cappella di San Ludovico non fu cenotafio reale angioino, anche se in essa furono sistemati i monumenti funebri di Carlo I, di Carlo Martello e di Clemenza d’Ungheria, lo fu invece la Basilica dell’Ostia Santa, detta di Santa Chiara fondata da Roberto d’Angiò (1277-1343) re di Napoli dal 1309 e dalla regina Sancia d’Aragona, principessa di Maiorca (1285-1345) consorte di re Roberto  dal 1304,  monaca Clarissa, nel convento di Santa Croce dopo la morte del marito, dove prese i voti nel 1344 e dove mori e fu tumulata e da dove qualche anno dopo, la sua salma, fu traslata e tumulata in Santa Chiara.

Quello che ha fatto supporre il sacello come pantheon degli angioino, era la presenza di una statua di Carlo I in trono posta sulla parete del transetto corrispondente al fianco della cappella all’interno del duomo e, pare, l’esistenza di una statua di Carlo II sull’ingresso della cappella di San Lorenzo, dove pare esistesse un altro affresco dell’Albero di Jesse, ma di dimensioni ridotte.

Le due statue, comunque non sono da individuarsi con quelle che furono poste ai lati dell’ingresso al duomo, in cima alla scalinata dalla piazza di Capuana (oggi piazza Cardinale Sisto Riario Sforza), andate perdute.

img086Napoli – Basilica dell’Ostia Santa detta di Santa Chiara – Quello che resta del monumento funebre di Roberto d’Angiò dopo il bombardamento aereo americano  del 4 agosto 1943.

La Basilica dell’Ostia Santa o del Corpo di Cristo, la prima costruita dopo il Miracolo di Bolsena del 1264 e detta di Santa Chiara fin dalla sua fondazione, consacrata nel 1340, raccolse le spoglie mortali dei membri della dinastia angioina di Napoli: essa è il vero pantheon dinastico degli angioini.

La cappella di San Ludovico d’Angiò, fu trasformata in sagrestia del duomo come ho riferito, dall’Arcivescovo Annibale di Capua, a partire dal 1594, per stabilire definitivamente un degno luogo per conservare gli arredi liturgici e costituire lo spazio sacro, dove i Sacerdoti potevano pararsi prima di andare a celebrare Messa, recuperando anche la struttura abbandonata e semidiroccata (3)

Ad essa che era indipendente dal duomo, si accedeva da quello che è oggi il cortile della curia, nella parte terminale del Vicus cluso.

L’attuale ingresso dal transetto fu aperto nel 1581, quando fu definitivamente chiuso quello antico e fu realizzato il grande stipo di castagno con lo stemma del di Capua sulla sua contro facciata.

L’Arcivescovo di Capua fece costruire anche la cappellina del retro-sagrestia, per porvi il suo monumento funebre, preceduta da uno spazio con il lavamano per i Sacerdoti che si preparano per andare a celebrare Messa.

Fu intitolata alla Madonna “del pozzo”, titolo che era di una antica cappella “…posta in lo tenimento di Capuana, et proprio quando si cammina da “puzzo bianco”…per andare a Sant’Apostoli a man destra…” (cfr. P,di Stefano, Descrizione de’ luoghi sacri della città di Napoli, Napoli 1560; cfr. anche C.Celano, Notizie del bello, dell’antico del curioso…Napoli IIIa ediz.1758).

Lo spazio antistante l’antico palazzo arcivescovile era chiamato “pozzo bianco”, perché c’era un pozzo pubblico ornato di marmi bianchi.

Il vicolo incidente sul piccolo largo e indicato come Vico Loffredo era intersecato da un altro vicolo detto Vico Filomarino perché lungo di esso questa famiglia possedeva case, un giardino e una cappelletta intitolata alla Madonna “del pozzo”, perché nei pressi del “pozzo bianco”, proprietà che furono vendute nel 1531 alla famiglia di Capua, che a sua volta rivendette nel 1554 ai Galluccio.

La chiesetta fu diroccata per far posto alla ristrutturanda chiesa dei Santi Apostoli, affidata ai Padri Teatini nel 1530, e dal 1581 al costruendo convento dell’Ordine.

Dopo questa data il Titolo e i benefici furono trasferiti alla cappella del retro-sagrestia dall’Arcivescovo Annibale di Capua, perché sia l’uno che gli altri, non andassero perduti.

Sull’Altare della cappella fu posto un quadro di Silvestro Buono ( ? – 1480), forse l’antica immagine venerata nella diroccata cappella della Madonna “del pozzo”, andata comunque smarrita.

Nel 1688 si verificò un fortissimo terremoto (stimato intorno all’XI° grado della scala Mercalli)  che interessò il Sannio, dove fece migliaia di vittime e provocò anche danni a Napoli, al duomo,  alla basilica Cattedrale detta di Santa Restituta e alla sagrestia.

Era allora Arcivescovo il Cardinale Antonio Pignatelli, (1686-1691) eletto poi Papa Innocenzo XII (1691-1700) che intraprese i restauri del duomo continuati poi dall’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702) e dal Cardinale Arcivescovo Francesco Pignatelli (1703-1734), nominato dopo un anno di amminstrazione apostolica.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Giovanni Balducci detto il Cosci, la pala della Madonna col Bambino tra San Gennaro e Sant’Agnello, Compatrono principale della Città, con la Santa Vergine Assunta, l’uno e Patrono l’Altro. Tra i due Santi e sotto i piedi della Santa Vergine è dipinta una veduta di Napoli verso Pozzuoli dove San Gennaro fu martire.

Francesco Pignatelli continuò l’opera  iniziata dallo zio Pontefice: restaurò anche la sagrestia, face realizzare un nuovo Altarino al suo interno incorniciando con marmi pregiati la tavola di Giovanni Balducci Cosci (1560-1631) che rappresenta la Madonna col Bambino tra i Santi Gennaro e Agnello posta a chiusura dello stipo delle reliquie, fin dal tempo dei lavori del di Capua e che dovette essere poi rifilata quando fu poi inserita nella nuova cornice marmorea: riporto le polizze di pagamento al Balducci e all’artigiano che la sistemò nella antica cornice.

  • Banco del Popolo – A 5 settembre 1600. D. Rotilio Gallicini paga D.ti 5 a Giovanni Balducci pittore pel quadro della Madonna con S.to Gennaro et Anello che egli have dipinto per ordine suo sopra l’altare della sagrestia del arcivescovato di Napoli et sono per final pagamento delli D.ti 30 che sie li dovevano, et per la pittura di D.ti 40 et per l’oltremare posto di suo (Ar.S.A.N, XLIV, p. 380).
  • Banco del popolo – A 20 luglio 1600. D. Rotilio Gallicino paga D.ti 3 a Gio.Antonio Guerra per ultimo et final pagamento di un ornamento di legno tanto per intagliatura et squadratura di esso come per il legname et per un telaio fatto per il quadro della sacrestia, atteso che have avuti altri D.ti 14, che in tutto sono D.ti 17. (Ar.S.P.N., XXXIX p.865)

Il Pignatelli fece costruire sopra la sagrestia alcune stanze per riporre gli arredi sacri, accedibili  dal portichetto bisomo sul fianco sinistro del lavamano e raggiungibili per mezzo di una scala chiocciola, ambienti poi eliminati durante i lavori di restauro al duomo (1969-72).

L’Arcivescovo Annibale non fu deposto nel suo monumento funebre, ma in una sepoltura terragna sul lato sinistro dell’Altarino.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Monumento funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua – Madonna col Bambino attribuita al Gagini o al De Siloe.

Sul monumento è stata posta una preziosa Madonna col Bambino, di alabastro, attribuita a Domenico Gagini (1420-1492) attivo a Napoli al cantiere dell’arco di trionfo di Alfonso d’Aragona dal 1457 al 1458 e da altri a Diego de Siloe (1495-1563), attivo a Napoli e nel cantiere della Cappella Carafa dal 1514 al 1528),  ma essa non fu realizzata per il monumento del di Capua, perché la data della realizzazione e la presenza a Napoli dei due artisti non collimano.

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Gli angioini di Napoli.

La storia dinastica degli angioini di Napoli e dei Vescovi della Diocesi durante gli anni dei re francesi, costituisce una prima chiave di lettura dell’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli, ed appare la più probabile, considerando l’affresco come simbolico omaggio, attraverso la  sacralizzazione della genealogia, reso alla casa angioina al potere;  la seconda è nei contenuti teologici, esplicitati sull’affresco nei primi anni del ‘300, per la presenza ancora a Napoli di un gruppo di eretici catari, attraverso una attività inquisitoriale preventiva e attraverso una complessa attività catechetica e liturgica.

La presenza poi, al vertice dell’affresco della Santa Vergine così come  nella icona venerata dai Templari nella chiesa di Santa Maria della Libera in Campobasso, apre verso una terza possibile lettura dell’opera.

La seconda generazione degli angioini di Napoli, aveva incominciata una operazione di immagine per affermare i rapporti sempre più stretti con la  corona francese e con il papato che aveva stabilita la sua sede in Avignone, città della Provenza, feudo degli angioini di Napoli, attraverso la sacralizazione della  dinastia e la scelta di Vescovi e clero che operassero in linea con il loro progetto politico-dinastico.

La stessa attività di restayling cittadino, iniziata da Carlo I d’Angiò anche con la fondazione di edifici religiosi serviva a costruire l’immagine del buon governo e l’alleanza imposta fra la Chiesa locale con la dinastia al potere diventava il collettore di inziative volte a fornire una immagine sacralizata del sovrano.

Charles_de_France_(1220-1285),_comte_d'Anjou

Ritratto di Carlo I d’Angiò.

Il d’Ormont costruì il sontuoso monumento funebre ad Innocenzo IV (1243-1254) nella Cappella che aveva destinata a sua Cappella funebre, perché fu il Pontefice che offrì per primo la corona del Regno di Sicilia a Carlo d’Angiò fondatore della dinastia angioina napoletana e che comprendeva anche l’Italia Meridionale.

Offrì, la corona del Regno di Sicilia, anche a Riccardo di Cornovaglia, prima ancora che a Carlo, e poi a Enrico III d’Inghilterra che la accettò per il suo figlio Edoardo, ancora fanciullo.

La storia poi della investitura del Regno di Sicilia e poi Regno di Napoli a Carlo I d’Angiò è  ben nota: Carlo d’Angiò corse in soccorso del Papa contro Federfico II.

Papa Innocenzo IV non offrì certamente per caso il Regno di Napoli a Carlo: Egli fu il Papa della plenitudo potestatis, cioè della pienezza del potere temporale della Chiesa contro l’autorità imperiale, rappresentata allora da Federico II e, favorendo la ascesa degli Stati nazionali europei contro lo Svevo,  determinò la ascesa della monarchia francese.

Carlo d’Angiò vassallo della Chiesa, lo avrebbe aiutato a liberare il Regno di Sicilia dallo scomodo Svevo, miscredente e forse cataro e dai suoi eredi e avrebbe assicurato alla Chiesa una ben cospicua  rendita con il censo della chinea, l’annuale tributo di vassallaggio, concordato poi, fra Papa Clemente IV (1265-1268), il francese Guy Foucois e Carlo I d’Angiò, ammontante a 8.000 once d’oro, consegnato annualmente al Pontefice in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo, offerto in groppa ad una mula bianca (la chinea), tributo pagato ancora al tempo degli ultimi Borboni di Napoli, anche se trasformato e ridotto di entità.

Sull’antico epitaffio, quello composto da Umberto d’Ormont, sistemato sul monumento funebre del Pontefice da lui realizzato  nella Cappella detta di San Paolo de’ Humbertis e trasferito poi all’esterno insieme al monumento funebre, dall’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), c’è scritto che Innocenzo STRAVIT INIMICUM CHRISTI COLUBRUM FEDERICUM, cioè: ABBATTE’ IL NEMICO DI CRISTO, IL DRAGO FEDERICO.

Innocenzo IV però, è ricordato anche per avere imposta la tortura come strumento ecclesiastico per estorcere confessioni,  nei processi inquisitori, dando maggiore impulso alle cruente disposizioni di Papa Gregorio IX (1227-1241), con la Bolla AD EXTIRPANDA del 15 maggio1252.

La realizzazione del sepolcro di Papa Innocenzo IV all’interno della Cappella che nelle intenzioni dell’Arcivescovo d’Ormont doveva costituire il pantheon dei Vescovi di Napoli, devoti ai reali angioini, fa ritenere più probabile la prima chiave di lettura proposta per l’affresco dell’ALBERO DI JESSE, come omaggio sacralizzante dell’istituto monarchico, accanto ad un pantheon dinastico progettato e non realizzato, in uno spazio sacro che comunque andava costituendosi come tale per la presenza della Cappella reale di San Ludovico e, secondo anche F. Strazzullo per la presenza delle due citate statue, di Carlo I e Carlo II.

Una cronaca settecentesca, poi, riferisce della presenza di un’altro ALBERO DI JESSE, dipinto sulla parete di accesso alla Cappella, sul transetto del Duomo, emerso e ricoperto durante i lavori disposti dal Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1753), dopo il disastroso terremoto del 1732 e la realizzazione dello scenografico nuovo spazio dell’Altare maggiore.

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L’affresco come strumento catechetico-didattico contro i catari.

Una seconda chiave di lettura dell’affresco, e che  comunque  propongo, è nella simbologia: non decorazione sia pur complessa di una parete, per stupire l’osservatore, quanto piuttosto esposizione di un concetto teologico, rappresentazione grafica del domma di fede della presenza storica di Gesù, vero Dio e vero uomo, Dio discendente da uomini, nato da una Donna per grazia di Dio.

Il catarismo, dal greco KATAROS = PURO, fu un movimento eretico che negava uno dei  misteri principali della fede cristiana, il Concepimento Verginale di Gesù, Seconda Persona della Santissima Trinità, nel Seno Immacolato di Maria Santissima, domma della fede cristiana e, come conseguenza negava di Gesù Cristo, l’essere veramente uomo e veramente Dio, cioè la natura umana e la natura divina non confuse in Lui, ma unite nell’unica Persona del Figlio di Dio.

catari

Arresto di catari ad Albì, nel corso della crociata detta albigese.

I catari negavano che lo Spirito Santo fu inviato a santificare il Grembo della Vergine Maria e a fecondarlo divinamente, facendo si che Ella concepisse il Figlio Eterno del Padre in una umanità tratta dalla Sua.

Il movimento  cataro si diffuse nel basso medioevo e in particolare tra il 1150 e il 1250, come eresia dualista che si fondava essenzialmente sul rapporto oppositivo tra materia e spirito, eresia che traeva origine dal MANICHEISMO e da altri movimenti eretici gnostici, giunti in Europa agli inizi del XII secolo attraverso i crociati e i pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.

Partendo dalla contrapposizione del regno celeste e il regno di questo mondo, predicata da Gesù, i catari rifiutavano tutti i beni materiali e le espressioni della carne. professando un dualismo secondo cui Dio e il male rivaleggiavano per il dominio sulle anime.

Gesù, poi, avrebbe avuto solo in apparenza un corpo mortale e, convinti della sua divinità, sostenevano che era venuto sulla terra come un angelo in sembianze umane.

Accusavano inoltre il Dio Creatore, di essere un dio malvagio, satana e per questa ragione rifiutavano di cibarsi di carne e di ogni cibo da essa derivata; rifiutavano il sesso e il matrimonio, origine attraverso la procreazione di altri esseri malvagi; rifiutavano l’Antico e il Nuovo testamento e il progetto divino di salvezza della umanità; rifiutavano la rivelazione di Dio per mezzo del suo Figlio; non credevano nella Verginità di Maria , prima, durante e dopo il parto.

I catari rifiutavano anche ogni Sacramento della Chiesa che accusavano di essere al servizio di satana.(cfr. Wikipedia, alla voce Catarismo).

La Chiesa aveva adottata una linea morbida nei confronti del catarismo, facendo ricorso a missioni popolari predicate dai monaci, Cistercensi in massima parte e rimuovendo Vescovi e clero incapaci che con il loro comportamento davano scandalo.

Molto contribuì nella iniziale lotta contro l’eresia, che si diffuse per l’Europa, fondando anche nell’Italia centro-settentrionale vescovati catari paralleli alla Chiesa ufficiale,  la nascita di nuovi ordini mendicanti: perfino Domenico di Guzman (San Domenico) tentò di arginare la diffusione dell’eresia, organizzando pubblici dibattiti che non sortirono gli effetti sperati.

Lo stesso Francesco d’Assisi è stato recentemente associato, per le affinità delle sue scelte e per il suo pauperismo, al catarismo, ipotesi azzardata e costruita sulla non conoscenza del francescanesimo: Francesco non è stato mai cataro, ne tanto meno, un simpatizzante del movimento, perché fu sottomesso ed obbediente alla Chiesa di Roma ed il suo fu un  credo incrollabile nelle verità della fede cristiana (cfr. Dino Messina, Dan Francesco cataro? Un’eresia storica)

Il suo lodare e ringraziare Dio per il creato e per tutto ciò che aveva posto a disposizione delle sue creature per il sostentamento  lo pone in antitesi al catarismo.

Nel 1208 Papa Innocenzo III promosse una crociata contro i catari della Linguadoca.

Si radunarono nei pressi di Carcassonne molti signori e prelati francesi con un esercito di 10.000 armati e molti altri si radunarono nei pressi di Lione muovendosi contro il  sud della Francia,  della Linguadoca e contro la Provenza per conquistare le terre del conte di Tolosa che aveva aderito al catarismo e a nulla pare servisse il suo ritorno nella Chiesa cattolica.

Molti degli armati erano mossi dal desiderio di predare piuttosto che da un sano fervore antieretico.

Le città catare di Albì, Carcassonne e Beziere furono assediate, conquistate, depredate e gli abitanti mandati sommariamente al rogo.

Veduta della città francese di Albi.

Stessa sorte toccò ad altre comunità catare della Francia sud-occidentale e la stessa Tolosa e la Provenza furono depredate e dovette intervenire il nuovo sovrano di Francia, Luigi IX, il Santo, perché la contea indipendente di Tolosa rientrasse nei territori della corona.

Per combattere l’eresia Papa Gregorio IX introdusse l’inquisizione che operò con metodi cruenti e poco ortodossi, fra il 1223 e il 1255.

In Italia i catari si stabilirono nel territori del centro-nord ma furono catturati dopo il lungo assedio della città di Sirmione, dove si erano rifugiati, e alcune centinaia di essi furono bruciati sui roghi, nell’arena di Verona.

Veduta della città francese di Carcassonne.

Alcuni superstiti si rifugiarono a Napoli, tentando di raggiungere la Sicilia, dove il catarismo aveva trovato terreno fertile al tempo di Federico II, che pur condannando l’eresia di per se stessa, come reato di lesa maestà, non permise l’esercizio della inquisizione nei territori del suo Regno, anche perchè, pare fosse egli stesso cataro.

A Napoli i catari risultavano presenti, ancora nei primi anni del 1300, e l’inquisizione cominciò ad esercitare il suo potere dal 1268/69, con l’arresto di un centinaio di catari, la cui presenza nel Regno è accertata ancora fra il 1307 e il 13078. ultimi anni di episcopato del predecessore del d’Ormont, il Beato Giacomo da Viterbo (1302-1307).

E’ necessario affermare i principi dottrinali del cristianesimo, contestati dal catarismo.

La dottrina cristiana è sintetizzata nel Simbolo Apostolico e nel Simbolo Niceneo-Costantinopolitano, del V secolo: un unico Dio, vivo e vero, onnipotente, eterno, misericordioso, perfettissimo; diverso e distinto dall’universo e dal mondo che ha creato; invisibile, inimmaginabile, trascendente.

Il suo Essere è misterioso.

Egli è tre persone uguali nella Persona Divina, ma distinte nella loro relazione: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.

Dio è vicino all’uomo, conoscibile dall’uomo e nel suo amore si è fatto vicino all’umanità, manifestando il suo amore,   rivelandosi al popolo di Israele e poi inviando ad esso e a tutta l’umanità il suo Figlio Unigenito, che ha rivelato il Padre e ha offerto la sua vita per la remissione dei peccati.

Il Padre e il Figlio hanno inviato lo Spirito Santo, comunicato ai credenti anzitutto nel battesimo.

Coloro che credono in Cristo, accettando il Battesimo entrano a far parte della comunità della Chiesa, articolata secondo una gerarchia di ministeri che nel cattolicesimo hanno una valenza sacramentale

Tutti i membri della Chiesa, sono chiamati alla santità e a realizzarla concretamente secondo il loro stato di vita.

Il cristianesimo propone una dottrina morale che ha alla sua  base il decalogo (cfr. Dt. 5, 1-22) che è stato perfezionato da Cristo con i suoi insegnamenti, soprattutto con le beatitudini (cfr. Lc. 6,20-23)  e il duplice comandamento dell’amore.

Il cristiano vive una intensa vita di preghiera, scandita dalla formula del Pater noster; dalla celebrazione domenicale della Eucaristia; riconosce sette Sacramenti: Battesimo, Cresima, Eucaristia, Penitenza, Unzione dei malati, Ordine Sacro, Matrimonio;  professa la speranza della vita eterna, nella quale ognuno riceverà la retribuzione di quanto fatto nel bene  e nel male, negli stati di vita beata e dannata e nel temporaneo stato di purificazione.

Tutti i cristiani attendono la risurrezione dei morti, alla fine dei tempi, quando Cristo ritornerà nella sua gloria. (Sintesi da: Cathopedia, alla voce  cristianesimo)

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Rogo di catari.

La fine del catarismo in Italia è collegata alla ascesa al potere di Carlo I d’Angiò e alla affermazione del partito guelfo.

L’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli, dipinto negli anni del regno del suo successore Carlo II, può apparire legato alla complessa attività catechetica e liturgica messa in piedi per fornire attraverso la esposizione grafica della genealogia legale di Gesù, uno strumento didattico nella azione preventiva.

La presenza all’interno della cappella del monumento funebre di Papa Innocenzo IV, che combattè l’eresia autorizzando e rendendo più cruenta la tortura nei processi inquisitori, ma che forse più che combattere l’eresia, combattè l’imperatore che considerava eretico, Federico II di Svevia e i suoi successori, per attuare un preciso disegno politico che prevedeva come condizione essenziale l’annessione ai territori pontifici del Regno di Sicilia, che allora comprendeva anche l’Italia meridionale e la investitura dei nuovi territori come feudo privilegiato della Chiesa ad un membro della fedelissima monarchia francese, è una conferma dell’essere l’affresco uno strumento di propaganda  del potere reale, omaggio sacralizzante della dinastia angioina da parte dell’Arcivescovo Metropolita che doveva la sua investitura e la  sua autorità proprio alla casa regnante.

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Lettura dell’affresco del Duomo di Napoli.

Il contenuto iconografico degli ALBERI DI JESSE  non fu utilizzato solo come preziosa decorazione di salteri,  di facciate e pareti di chiese (molti affreschi sono scomparsi, pochi i reperti superstiti), ma attraverso la elaborazione grafica della genealogia umana di Gesù di Nazaret, così come enunciata nel primo capitolo del Vangelo di Matteo, pur nella complessità del tema trattato, rappresentava la affermazione della presenza storica di Gesù, un Dio discendente da uomini, nato da una donna.

Il contenuto teologico che enunciava, aveva una sua collocazione nella BIBBIA DEI POVERI, come strumento didattico per una catechesi capillare indirizzata alle popolazioni rurali e cittadine del medioevo europeo, di contrasto al dilagare dell’eresia catara.

Esso appariva schematizzato e organizzato secondo un sistema classificatorio che lo rendeva facilmente comprensibile alle masse, un DAZIBAO,  giornale murale scritto a grandi caratteri, usato in Cina fin dai tempi dinastici, per trasmettere notizie alle popolazioni e permettere la lettura a tutti perché facilmente comprensibile e leggibile da tutti, perché scritto a caratteri ideografici, che trovava nell’Abate Suger di Saint-Denis la sua teorizzazione.

Sugerio di Saint-Denis (1180-1154), Abate di Saint-Denis dal 1127 al 1140, fu reggente di Francia, durante l’assenza di Luigi VII per la crociata (1147-1149), tra il 1127 e il 1140 ricostruì Saint-Denis.

A lui viene attribuita la concezione e la relativa espressione dell’architettura gotica che attraverso una simbologia schematizzatrice classifica gli spazi e nell’utilizzo sapiente della luce, proietta verso l’alto la forma architettonica per un ideale congiungimento dell’uomo con Dio


Francia, Basilica di Saint-Denis – Vetrata dell’ALBERO DI JESSE – Vetrata di destra della Cappella centrale dedicata alla Santa Vergine – Schema iconografico proposto dall’Abate Suger che pose antenati spirituali e antenati naturali, insieme, nella genealogia umana di Gesù di Nazaret per confermare la sua divinità e umanità, e l’essere la sintesi delle promesse messianiche; insieme antenati spirituali e materiali della dinastia reale francese per sacralizzare il sovrano felicemente regnante.

Considerati come validi strumenti didattici e catechetici, venivano  ampiamente utilizzati dai Cistercensi,  che li facevano dipingere, durante la loro predicazione contro il catarismo, che negava l’umanità di Gesù, che essi dimostravano attraverso la esposizione grafica della sua genealogia umana, legale, confermando ed affermando il suo essere vero uomo e vero Dio, erede e sintesi delle profezie e delle promesse messianiche.

A partire dal XII secolo, gli ALBERI DI JESSE furono dipinti anche in funzione sacralizzante della monarchia francese.

In alcune cattedrali francesi e nelle chiese abbaziali dell’Ordine, sulle facciate , sulle pareti interne e sulle vetrate dipinte, il tema dell’ALBERO DI JESSE, fu proposto per affermare lo stretto legame della Chiesa e dei Cistercensi, con la casa regnante angioina, specialmente in quelle chiese abbaziali che godevano del privilegio reale e il d’Ormont era Cistercense, come lo era Ayglerio, l’Arcivescovo di Napoli, suo amico e conterraneo, ritrovato a Napoli al suo arrivo presso la corte angioina.

Orvieto – Duomo – Facciata: il pilastro dell’Albero di Jesse, il cui schema compositivo sembra richiamare quello proposto da Magister Lellus nel suo Albero di Jesse per il duomo.

Il sovrano veniva paragonato a Gesù e la Vergine Madre, alla dinastia reale che, al vertice, produceva il suo germoglio, il giglio di Francia, simbolo della monarchia, applicando ad essa la profezia di Isaia (Is. 11,1) “…un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalla sua radice…”.

L’omaggiare della genealogia della famiglia reale attraverso la esposizione grafica della genealogia di Gesù, fu proposto per la prima volta in una vetrata della abbazia Cistercense di Saint-Denis , dove sono concentrate le tombe dei reali francesi: attraverso una presunta/pretesa investitura divina, la dinastia, che poneva le sue radici nei Capetingi e in un Goffredo V conte d’Angiò (1113-1151) detto il Bello e Plantageneta, perché portava sull’elmo e sullo stemma un ramo di Ginestra, sepolto non a Saint-Denis, ma nella Cattedrale di  Le Mans,  rappresentato come Jesse, addormentato, riconosceva a lui solo il privilegio di avere  generato attraverso i legami dinastici, la nuova età dell’oro, che si stava attuando proprio allora, appunto attraverso l’illuminato buon governo: il sovrano felicemente regnante, veniva  sacralizzato dalla investitura divina, trasmessa poi la associazione al trono del figlio primogenito, quando il padre era ancora in vita attraverso un preteso potere taumaturgico che i plantageneti esercitavano sul popolo anche per mezzo della sola immagine del sovrano, potere che ancor più sacralizzava la monarchia.La esposizione grafica della genealogia di Gesù dipinta nel Duomo di Napoli, è una serie rigorosa di personaggi maschili, intervallati dalla presenza di profeti e individui che nella storia dinastica di Gesù hanno solo il ruolo di congiunzione fra i vari anelli genealogici, o ruoli marginali, o che con essa  hanno nulla a che vedere, apparentemente,

Albero di Jesse – Particolare: la Santa Vergine nell’ateggiamento della Madonna della Libera così come venerata dai Templari; al vertice dell’affresco la figura del Redentore; L’Arcangelo Gabriele che annuncia il concretizzarsi nel tempo e nella storia della promessa del protovangelo; il profeta Michea e nell’angolo sotto l’Angelo Annunziante il profeta Zaccaria.

ma anche dalla presenza di quattro donne straniere con storie matrimoniali irregolari, che annunciano la quinta Donna della storia genealogica, la Santissima Vergine  Maria, dipinta sull’affresco napoletano, nel gesto arrendevole alla Volontà Divina, invocante la Misericordia Divina, orante per la umanità in attesa della Grazia scaturente dal suo seno verginale, rappresentata nella genealogia di Jesse, che pone le sue radici in Adamo e attraverso di esso, nel Creatore. come leggiamo nella genealogia di Gesù proposta da Luca nel cap.3 del suo vangelo (Lc. 3, 23-38).

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Identificazione di alcuni dei personaggi rappresentati sull’affresco dell’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli. (Elaborazione grafico-interpretativa dell’autore).

L’atteggiamento  della santa Vergine dipinta al vertice  evoca l’immagine della MADONNA DELLA LIBERA, intercedente, liberatrice Platytera, cioè più ampia dei cieli, che contiene Colui che i cieli non possono contenere invocata nel titolo di Madonna della Libera, intercedente, liberatrice, così come venerata in Campobasso nella chiesa dello stesso Titolo, risalente al tempo di Celestino V (1290), con le palme delle mani rivolte verso l’osservatore e su di esse e sul collo dipinta una croce templare.

“…Il segno delle mani elevate è  un gesto assai significativo, che troviamo frequentemente nei racconti biblici. Venne usato da Mosè sul monte e dagli ebrei quando pregavano, indubbiamente anche Gesù pregava così e così pregavano i cristiani nei primi secoli. Prevalse poi il segno delle mani giunte, parimenti bello ed efficace, per l’influsso delle religioni orientali, ma il Sacerdote continuò a pregare con le mani elevate, specialmente durante la celebrazione eucaristica. In varie parti del mondo tuttora i fedeli innalzano a Dio la preghiera, in privato e in pubblico, con le mani elevate. L’alzare le mani verso il cielo, quando si parla con Dio, è un gesto naturale, direi, istintivo; è un  arrendersi a Dio, quando si è consci di essere peccatori e si invoca la misericordia divina: è uno slanciarsi verso il Padre,quando si gioisce di sentirsi suoi figli; è un aprirsi nell’amore a tutti i fratelli e a tutte le creature, che vivono e si incontrano nel cuore del Padre di tutti; è un offrire se stessi a Dio, quando il cuore, commosso, innalza a Lui sentimenti irrompenti di adorazione, di lode, e di ringraziamento; è un implorare lo Spirito divino, mentre si esprime l’anelito verso i beni eterni; è un impennare le ali dell’anima e del corpo per staccarsi da tutto ciò che è terreno e deteriore nel mondo e lanciarsi verso il Cielo, nostra eterna dimora col Padre e il Figlio e lo Spirito Santo…”. – Corrado Cardinale Ursi, Arcivescovo Metropolita di Napoli

Il brano del Cardinale Ursi, di venerata memoria, spiega l’icona della Santa Vergine al vertice dell’affresco e per la sua lettura non bisogna  lasciarsi ingannare dal primitivo istintivo, percorribile appagamento estetico, ma piuttosto tendere alla comprensione del contesto storico-politico che ne ha determinato la composizione, cercare nella committenza e nel sovrano felicemente regnante, le ragioni di una scelta iconografica  e di un doveroso omaggio dinastico, considerare anche che la immagine della Madonna della Libera, riprodotta sull’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli è un chiaro, ma misterioso riferimento ai Templari: nulla però aiuta ad individuare le regioni di una pur discreta presenza dei cavalieri templari, se non in una ipotetica committenza, accanto a quella vescovile.

Per la lettura dell’affresco, bisogna necessariamente partire dalla immagine del dormiente alla base della icona, Jesse il betlemita, e dalle due figure ai suoi lati: il profeta Isaia e l’indovino Balaam, cavalcante l’asina.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – affresco dell’Albero di Jesse – Particolare: Re Davide.

Jesse il betlemmita è il padre di Davide, colui che lega la sua futura discendenza a quella di Giuseppe, e la ascendenza di questi in Giuda, in Giacobbe, in Abramo, in Noè, fino ad Adamo e attraverso questi a Dio Creatore, secondo la genealogia di Gesù, proposta nel Vangelo di Luca (Lc. 3, 33-38).

Il personaggio rappresentato in  cima all’ALBERO è erroneamente ritenuto Gioacchino, il cui nome non compare nella genealogia di Gesù proposta da Matteo e non compare in storie bibliche, tranne che nei Vangeli Apocrifi,  attribuendogli una discendenza davidica, non confermata ufficialmente e comunque non confermabile perché probabilmente mai esistito.

Secondo gli Apocrifi, sposò Anna, già avanti negli anni, forse per la norma del levirato, e non ebbero figli.

Un Angelo apparve ad entrambi mentre erano i due luoghi diversi, per annunciare loro una prossima futura maternità di Anna.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Affresco dell’Albero di Jesse – Particolare: Giuseppe.

I due incontrandosi a Gerusalemme nella loro casa presso la Porta Aurea, si salutarono con un casto bacio coniugale e Anna concepì in quel momento Maria Santissima, l’Immacolata.

A questa storia poetica,  narrata dagli Apocrifi, è collegata la memoria liturgica del Concepimento di Maria l’Immacolata celebrata in antico nelle Chiese orientali e fissata anche nel Calendario Marmoreo di Napoli al 9 dicembre: C(on)cezione  di S(ant’) ANNA di MARIA VER(gine).

Il personaggio rappresentato non è Gioacchino, ma Giuseppe che assunse la paternità legale di Gesù, prendendo con sé la sua sposa, la quale , senza che egli la conoscesse, partorì un figlio che egli chiamò Gesù (Mt. 1,25).

Giuseppe pur non volendo coprire con il suo nome un bambino di cui ignorava il padre, rifiutò di consegnare al rigore della legge (Dt. 22, 20ss) questo mistero che egli non comprendeva.

 Albero di Jesse – Particolare – Il profeta Isaia.

Isaia evocò dopo circa 400 anni, la storia di Davide, con un oracolo profetico, riservato alla discendenza di Jesse, annunciando il Messia , che avrebbe portato un regno di pace e di giustizia, frutto della rettitudine di coscienza degli uomini e una armonia totale dell’intero creato.

L’oracolo di Isaia è trascritto nel cartiglio recato dall’angelo indicato dal profeta, dipinto a sinistra, alla base dell’affresco, e da il titolo alla icona: “….un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici…” (Is.11, 1).

Nell’angolo opposto dell’affresco è ritratto l’indovino Balaam.

Al tempo del soggiorno degli Israeliti nella pianura di Moab, ad est del Giordano, Balak, re di Moab, temeva l’ invasione del suo regno.

Si rivolse allora a Balaam, sacerdote ed indovino medianita, perché maledicesse Israele.

Ma Dio ordinò a Balaam di non  maledire il suo popolo, ma piuttosto di benedirlo nel Suo nome.

Albero di Jesse – Particolare -L’indovino Balaam che cavalca l’asina.

Balaam temendo l’ira di Balak, non volle dare ascolto al comando di Dio recato da un Angelo e, sellata la sua asina si avviò verso l’accampamento israelita, ma apparve l’Angelo che colpendo con una spada l’asina, la spingeva contro le rocce perché deviasse la sua strada e ritornasse indietro.

L’indovino cominciò a percuoterla con la sua verga, ed essa allora parlò invitandolo a non colpirla.

L’Angelo di Dio apparve nuovamente a Balaam che temendo la vendetta divina su di  lui, pur condotto da Balak presso gli accampamenti israeliti, cominciò a benedire il popolo di Dio e ad annunziare la futura nascita del Messia: “…Come sono belle le tue tende Giacobbe,  le tue dimore Israele!  Sono come torrenti che si diramano,  come giardini lungo un fiume….. …Io lo vedo, ma non ora,  io lo contemplo, ma non da vicino:  Una stella spunta da Giacobbe  e uno scettro sorge da Israele….” (Nm. 24, 5-6; 17).

La nascita di una nuova stella era considerata presso i popoli antichi, l’annuncio della nascita di un re: “…Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo…” (Mt. 2,2), chiesero i Magi ad Erode, e lo scettro, simbolo di potere regale, qui si lega alla benedizione di Giacobbe, ai suoi figli (Gn. 49,8):  “…Giuda, te loderanno i tuoi fratelli;  la tua mano sarà sulla nuca dei tuoi nemici;  davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre.  ….non sarà tolto lo scettro da Giuda  ne il bastone del comando tra i suoi piedi,  finché verrà colui al quale esso appartiene  e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli…” .

Jesse è discendente di Giuda e Giuseppe, “…lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, il Cristo…” (Mt. 1,16), che è discendente di Jesse: la umanità di Gesù, secondo la legge pone le sue radice in Adamo perché Jesse poneva la su ascendenza in Adamo.

 Albero di Jesse – Giuseppe con ai lati la profetessa Anna e  Simeone.

Isaia, incomincia a profetizzare a Gerusalemme a partire dall’anno della morte di re Ozia, quindi nel 742 a.C.

Ad esso vengono attribuite le profezie messianiche, alcune delle quali utilizzate per omaggiare la casa regnate angioina:

Is.7,14 – “… Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà EMMANUELE…”; Is. 35,5-6 – “…Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa…”  

La casa regnante angioina inaugura il tempo della nuova età dell’oro, e alla profezia di Isaia fa eco quella vaticinata dalla Sibilla Cumana che  annuncia prossima a venire l’età dell’oro, riportata da Virgilio nella IV egloga delle Bucoliche: “… l’ultima epoca del responso di Cuma è  finito; nasce da capo il gran ordine dei secoli.  La Vergine ormai torna, i regni di Saturno tornano  già una nuova stirpe scende dall’alto dei cieli….”

Carlo-II-d-Angiò
Ritratto di Carlo II d’Angiò

Entrambi, Virgilio e la Sibilla Cumana sono ritratti alla base dell’Albero: Virgilio descrive l’arrivo venturo di un puer (le cui identificazioni sono state molteplici: dal figlio del suo protettore Asinio Pollione fino addirittura a Gesù) che sarà  portatore di una radicale rivoluzione futura della vita degli uomini che potranno godere di una età straordinaria di pace e benessere dopo il periodo tragico delle guerre.

Carlo I d’Angiò capostipite della linea Capetingi-Angiò, attiva nel Regno di Napoli, propagazione della dinastia reale francese avrebbe inaugurato la nuova età dell’oro, e la dinastia reale è il fiore che germoglia sul virgulto germinato dal tronco secco della dinastia, il giglio, simbolo della casa regnante francese.

Carlo I conquistò e consolidò il Regno che Carlo II rese potente con un governo illuminato ed una apertura ai commerci con il medio oriente, alla cultura e alle arti; Roberto, profondamente legato alla Chiesa di Roma, sarà testimone della conclusione dinastica attraverso il passaggio del regno nella mani della nipote, la regina Giovanna.

Le profezie messianiche, riferite a Gesù di Nazaret, vennero qui applicate al  fondatore della dinastia angioina di Napoli, per omaggiare il suo buon governo,  nel luogo dove il suo successore, Carlo II, aveva programmata la costruzione di un pantheon dove degnamente seppellire i membri della famiglia reale, non più realizzato per i ricordati eventi, non ultimo il cedimento strutturale dell’edifico angioino, optando per il completamento della Cappella reale, intitolata al figlio primogenito, Ludovico, rinunciatario al trono di Napoli, a favore del fratello, l’altro suo figliolo, Roberto.

Roberto porterà a compimento la costruzione della Cappella reale, ma fonderà intorno al 1310 la Basilica dell’Ostia Santa, detta di Santa Chiara, che destinerà come pantheon della famiglia reale, stabilendo un gruppo di francescani, fin dalla fondazione, alla  sua ufficiatura perché sia Roberto che la regina Sancia erano particolarmente devoti al Santo d’Assisi.

Re Roberto era solito partecipare alle funzioni solenni e private nelle chiese dell’Ordine, utilizzando l’abito di Terziario francescano, e con il saio francescano è rappresentato sul suo monumento funebre e così parato si fece seppellire in esso:  è ritratto re Roberto sull’affresco, nei panni di Giuseppe, vestito con il saio di terziario francescano ma con sulle spalle il manto rosso regale.

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Roberto d’Angiò, ritratto in abiti regali ma con il saio Francescano, era infatti terziario francescano.

Sui rami del grande ALBERO, sono dipinti sapienti, profeti e personaggi che entrano a pieno titolo o marginalmente nella storia genealogica di Gesù e tutti hanno sul capo un’aureola.

Essa a partire dal II-III secolo veniva utilizzata anche in maniera laica per indicare particolare deferenza nei confronti del personaggio ritratto, già appartenente al mondo dell’Aldilà, non santo, considerato comunque di particolare rispetto, con venerazione, come i Capetingi-Angiò e il loro preteso potere taumaturgico, ricevuto per trasmissione dinastica.

Per poterli identificare tutti occorrerebbe un accurato restauro dei cartigli che ognuno di essi presenta e leggere il brano di riferimento nel racconto biblico, che spesso non li contempla affatto.

Il secondo ordine di rami, quello che ha origine dai fianchi di Salomone seduto in trono con i simboli regali, sopporta quattro figure femminili, straniere e con situazioni matrimoniali irregolari: Tamar, Racab, Rut, Betsabea.

 Albero di Jesse – Particolare di figura femminile.

Esse guardano verso la quinta Donna della genealogia di Gesù, Colei che è portatrice della maternità impossibile all’uomo, ma non a Dio: “…Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo…” (Mt.1, 16).

TAMAR: vissuta fra il XIX e il XVI secolo a.C., donna cananea, moglie di Er figlio maggiore di Giuda, e in seguito, per vedovanza, secondo la legge del levirato, del fratello di questi, Onan, che non volle concepire con lei un erede al fratello e per questo fu punito da Dio.

Quando alla morte prematura di Onan, Giuda rifiutò di darle in marito il suo terzo figlio, Sela, Tamar si travesti da prostituta e sedusse Giuda e gli generò due gemelli: Fares, primogenito e Zara secondo.

Nella genealogia di Matteo, Fares è un ascendente di Jesse.

RUT: vissuta nel XII sec. a.C., donna moabita, dopo la morte del marito Maclon, accompagnò la suocera Noemi a Betlemme paese di origine di Maclon, dove sposò Booz per la legge del levirato.

Rut è antenata di Davide.

RACAB: vissuta nel XIII secolo a.C., meretrice cananea di Gerico, ospitò e nascose i due esploratori mandati da Giosuè a Gerico, ottenendo in cambio salva la vita con la sua famiglia, alla conquista della città: E’ la madre di Booz, che a sua volta generò da Rut, Obed, il padre di Jesse, che generò Davide.

E’ citata, per la sua fede, nella Lettera agli Ebrei (Eb.11,31) e, come modello di fede che  si esprime attraverso le opere, è esaltata nella Lettera di Giacomo (Gm. 2,25).

BETSABEA: vissuta nell’XI-X secolo a.C., moglie prima di Uria, poi di Davide che la osservò dalle terrazze della reggia, mentre faceva il bagno, e se ne innamorò (è rappresentata con i piedi nudi e coperta da una veste larga) e mandò sulle prime linee in battaglia Uria, perché fosse ucciso per prenderla in moglie.

E’ la madre di Salomone.

Ai lati di Giuseppe, la profetessa Anna e il vecchio Simeone.

Le figure femminili che compaiono insolitamente nella genealogia, perché l’elenco degli ascendenti in Israele riporta solo i nomi maschili, stanno a dimostrare che Gesù è Salvatore non solo del popolo ebraico, ma anche di quelli che erano definiti gentili.

Tamar e Racab sono cananee e Rut moabita, mentre Betsabea sarebbe stata sposata ad uno straniero, Uria, ma pare fosse una israelita.

La loro presenza nella genealogia di Gesù è considerata in contrasto con la norma introdotta da Esdra che vietava i matrimoni misti, per conservare la purezza della razza ebraica (Esd. 10, 10).

Vengono citate per sottolineare il ruolo di importanti figure femminili per paragonarle implicitamente alla quinta Donna citata nella genealogia: Maria.

Nonostante la struttura patriarcale della società ebraica, la realizzazione del piano di salvezza di Dio ha richiesto il libero arbitrio di donne fuori del comune.

Il terzo ordine di rami, sopporta una donna ed un uomo, avanti negli anni.

Non fanno parte della genealogia di Gesù ma sono citati nel Vangelo di Luca: la profetessa Anna e il vecchio Simeone (Simeone al Cap.2, 36-38 e Anna al Cap. 2, 25-35)

Albero di Jesse – Particolare – Salomone e ai lati Virgilio e la Sibilla Cumana

Il Vecchio Simeone e la profetessa Anna, non guardano la Vergine Madre incinta e il germoglio del virgulto del tronco di Jesse, perché lo vedranno appena nato, al tempio di Gerusalemme, ma indicano il nascituro nel seno della Madre.

“…Ora lascia, o Signore, che il tuo servo  vada in pace secondo la tua parola;  perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,  preparata da te davanti a tutti i popoli,  luce per illuminare le genti  e gloria del tuo popolo Israele….” 

Così Simeone riconosce nel Bambino il Messia annunziato mente la  profetessa Anna, invece, si mise a lodare Dio e a parlare del Bambino a quanti aspettavano il Messia di Israele.

L’ultimo ordine di rami sopporta due profeti: Zaccaria che indica l’Angelo della annunciazione e il Cristo e Michea che annuncia il luogo della nascita di Gesù.

Zc. 2,14 “…Gioisci, esulta, figlia di Sion  perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te  Oracolo del Signore…” Zc.9,9 “…esulta grandemente figlia di Sion,  giubila, figlia di Gerusalemme!  Ecco, a te viene il tuo re.   Egli è giusto e vittorioso,   umile, cavalca un’asino,  un puledro figlio d’asina…”

Zaccaria profetizza intorno al VI sec. a.C.: contemporaneo del profeta Aggeo, con il quale esercitò per un certo tempo il ministero profetico, è un veggente, che annuncia ciò che vede,  la presenza visibile di Dio in mezzo al suo popolo.

Indica l’Angelo Gabriele che, come lui, annuncia il concretizzarsi delle promesse messianiche, annunciate nello scorrere dei millenni della storia di Israele.

(Mic. 5,1) “…E tu, Betlemme di Efrata  così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda,  da te mi uscirà colui  che deve essere il dominatore di Israele,   le sue origini sono dall’antichità…”

Michea profetizza nell’VIII sec. a.C.: contemporaneo circa, di Amos, Acaz e Ezechia, non deve essere confuso con l’altro profeta Michea citato in 1Re 22,9.

Dio avvisa il suo popolo che il Messia nascerà dalla stirpe di Davide (Davide è vissuto fra l’XI e il X secolo a.C) e in Betlemme, la città in cui nacque Davide e nelle cui campagne pascolava il gregge del padre Jesse, quando fu scelto e unto re di Israele.

La Vergine in trono dell’affresco: Icona della Concezione della Vergine, Platìtera (“più ampia dei cieli”, che contiene Colui che i cieli non possono contenere)  invocata nel Titolo di Madonna della Libera , venerata dai Cavalieri Templari, Vergine dell’Albero di Jesse?

Quasi tutti i personaggi ritratti sul grande affresco guardano o indicano la Donna che deve partorire e il germoglio del virgulto del tronco di Jesse, sul quale aleggia lo Spirito Santo, che è rappresentato avulso dalla scena , al disopra del grande albero,  nell’atteggiamento di Cristo Re, nella mandorla, sulla cui cornice sono ancora visibili le tracce delle colombelle: i Sette Doni dello Spirito Santo.

Madonna platytera o Madre di Dio del Segno, dal greco , più ampia.

La Santissima Vergine è raffigurata con le braccia aperte verso l’alto, nell’atteggiamento tipico di chi prega, nella funzione di interceditrice e cela nel grembo il Figlio suo,  che viene nella gloria,  dipinto al vertice  del grande affresco: il giglio di Francia, il sovrano che si annuncia come il germoglio della radice di Jesse, profetizzato da Isaia, nella presunta/pretesa investitura divina della riconsolidata dinastia angioina,

Come la Madonna della Libera, venerata a Campobasso, non presenta sul petto il medaglione con l’immagine di Cristo, ma contiene il Figlio suo nel grembo arrotondato, cinto da una cintura, come usavano le donne incinte di Israele e il manto aperto lascia intravvedere la condizione di prossima al parto, portata con orgoglio.

L’immagine sembra richiamare la benedizione pronunciata nei confronti di Gesù,. da una donna sconosciuta di Israele e riportata nel Vangelo di Luca: “…Beato il ventre che ti ha portato…” (Lc. 11,27).

La Santissima Vergine dispensatrice di tutte le Grazie, che scaturiscono dal suo seno verginale, inaugura la nuova età dell’oro, attraverso il Figlio suo, l’Emmanuele, che al vertice dell’Albero dinastico, sacralizza il sovrano che rappresenta, il quale per la sua pretesa/presunta investitura divina, dispensa grazie su grazie al suo popolo,  anche attraverso il preteso potere taumaturgico che i plantageneti esercitavano sui sudditi, per mezzo della sola immagine del re, dipinta, potere sacralizzante della monarchia.

L’immagine al vertice dell’affresco,  pare legata alla Madonna della Libera di Campobasso, e alla presenza a Napoli di Celestino V e di alcuni Cavalieri Templari, amministratori del tesoro reale, trae origine da raffigurazioni bizantine importate in Italia dai Templari stessi: essa presenta le palme delle mani  rivolte verso l’osservatore, e al centro delle stesse sono dipinte due croci ad otto punte, ancora visibili, anche se lacerticoli di tracce e al collo reca  un pendaglio con una croce simile, così come nelle immagini della Madonna della Libera e particolarmente in quella di Campobasso.

L’immagine della Vergine presente sull’affresco,  che è  anche simbolo della Chiesa universale racchiusa e protetta  dal suo Grembo Verginale, che attende il parto, apertura verso tempi migliori, beneaugurante e benedicente la dinastia reale angioina , di per se, dice ben poco, se non fosse una riproduzione della Madonna della Libera e questa non fosse la Vergine patrona dei Templari e sulla icona non ci fossero dipinti  simboli templari (le croci ad otto punte)  che riconducono ad una discreta presenza di questi Cavalieri in un tempo immediatamente precedente la soppressione dell’Ordine anche nel Regno di Napoli, nel 1312, al tempo di Clemente V (1305-1314).

Alcuni membri della famiglia angioina erano Templari e lo erano pare, Carlo I e Carlo II: sta di fatto che entrambi concessero all’Ordine proprietà per le loro Commende  e donativi per le loro case: essi godevano della fiducia dei reali francesi ai quali prestavano anche denaro su pegno.

Carica di cavalieri templari in Terra Santa.

Carlo I nominò un certo Templare Arnulfo, tesoriere e custode della  Torre dell’oro, del Maschio angioino, a cui successe un altro Templare, Guidone, fra il 1268 e il 1269 e croci e simboli templari sono stati scoperti disegnati sui muri dei camminamenti di ronda del castello angioino e Templari erano anche alcuni collettori dei dazi nel Regno, come il Cavaliere sepolto nel Duomo, non  solo, ma alcuni di essi erano alle dirette dipendenze dei Papi e godevano di privilegi pontificiIl Gran Maestro dei Templari Jaques de Molay soggiornò nel Maschio angioino al tempo di Celestino V (1294) e nel 1295 era ancora a Napoli, e dovette passare per il Regno di Napoli, quando nel suo viaggio di ritorno in Francia, nel 1303, con il tesoro dell’Ordine, sostò, e la sosta è documentata, con i suoi 2000 cavalieri nell’Ospitale di Santa Caterina di Montecalvo per essere poi nell’ottobre del 1307 in Francia quando incominciò la persecuzione di Filippo il Bello, cugino di Carlo II di Napoli, per mettere le mani sull’ingente tesoro dei Templari: Carlo II incominciò la sua azione repressiva contro i Cavalieri, con la confisca dei loro ingenti beni fra il 1312 e il 1322, gli anni del governo della Arcidiocesi napoletana di Umberto d’Ormont e della realizzazione dell’affresco.

Napoli – Duomo – Cappella Capece-Minutolo – La Maddalena (attribuita a Montano d’Arezzo)

Nel Duomo angioino in un affresco dello stesso periodo, all’interno di una Cappella di patronato, è rappresentata Maria Maddalena, nuda, ma coperta solo dai suoi lunghi capelli: ìl ritratto non è nascosto, ma è occultato e la Maddalena era fra i Santi patroni dell’Ordine Templare perché, vissuta accanto a Gesù, era ritenuta depositaria di particolari Rivelazioni segrete e su un  antico sarcofago in un’altra cappella di patronato è ritratto un cavaliere in armi con la sua spada, una spada templare.

La presenza templare nel Duomo di Napoli, sarà certamente oggetto di altro studio.

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NOTE  E  DISCUSSIONI 

1  –  Il Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo del II secolo dopo Cristo, riporta la storia di Gioacchino e Anna, genitori  della Vergine Maria. Anna, dopo un lungo periodo di sterilità, ottiene da JHWH  la grazia del concepimento di Maria che a tre anni è condotta al Tempio, ivi lasciata al servizio di JHWH, in adempimento di un voto fatto. La storia è costruita sulla falsariga di quella del concepimento del profeta Samuele (1Sam. cap.1). Dio sceglie Maria gratuitamente da tutta l’eternità perchè fosse la Madre del suo Figlio Unigenito e per tale missione essa fu concepita Immacolata cioè, per grazia di Dio e in previsione dei meriti Gesù, fu preservata dal peccato originale, fin dal concepimento nel seno di Anna. Il domma della Immacolata Concezione di Maria fu proclamato con la bolla di Papa Pio IX, del 1854 INEFFABILIS DEUS, ma la festa era già celebrata nella Chiesa Orientale fin dal VII secolo e nell’Italia Meridionale, territorio dell’impero bizantino, nello stesso periodo, come è confermato anche dal CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA DI NAPOLI, redatto intorno al IX secolo, da porsi non oltre l’episcopato di Giovanni IV lo Scriba (842-849) o di Atanasio I (850-872), entrambi Vescovi di Napoli. Il CALENDARIO NAPOLETANO pone al giorno 9 dicembre la C(on)CEZIONE di S(ant’)ANNA di MARIA VERGINE e prima della definizione del Calendario Romano che include la festa nel 1476, essa era festeggiata già anche a Roma. Pio V, nel 1570, promulgando il nuovo UFFICIO LITURGICO, stabilì la festa della Immacolata Concezione di Maria, estesa poi nel 1708 da Papa Clemente XI a tutta la Chiesa Cattolica.

2  –  La Cattedrale napoletana, sarebbe stata fondata insieme a quella di Capua, nel IV-V secolo (Capua, definita l’altra Roma, la Caput Campaniae, era una delle più importanti città romane  ed era Sede Consolare della Campania; Napoli, città foederata di Roma, aveva conservata la sua autonomia e con essa la sua grecità e per questo aveva un ruolo minore rispetto alla più importante Capua), probabilmente poco tempo dopo, e intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, dal VII-VIII secolo (date comunque approssimative) quando furono inumate al suo interno le reliquie della santa Africana, trasferite a Napoli nel 429 dagli esuli della persecuzione vandalica di Genserico (la notizia non collima con il leggendario approdo del suo corpo ad Ischia) da dove comunque forse furono trasferite e inizialmente inumate nella catacomba napoletana (o forse una parte di esse), da dove furono poi traslate ed inumare nella Cittadella Vescovile, prima che fossero trasferite ed inumate nella Basilica detta Stefania i corpi dei Santi Vescovi napoletani, al tempo del Vescovo Giovanni IV detto lo Scriba (842-849) e del suo successore Atanasio I (849-872) che pare abbia trasferito all’interno del complesso Cattedrale napoletano anche il Cranio e le Ampolle con il  Sangue di San Gennaro, che depose in una Cappella già esistente in episcopio e da lui fatta appositamente rinnovare, come riferisce Giovanni Diacono nel Liber Pontificalis. Il Calendario Marmoreo Napoletano, scolpito non oltre l’episcopato di Atanasio I discepolo e successore di Giovanni IV, al quale è attribuita la redazione, suggella al 16 maggio la Memoria Liturgica del N(a)T(ale) S(anta) RESTITUTA, ma non riporta la Memoria Liturgica della dedicazione della Basilica Cattedrale già intitolata al Salvatore, alla Santa Africana, o fa Memoria di altre intitolazioni. Non riporta nemmeno la Memoria della traslazione delle sue reliquie, e questo fa supporre che al tempo di Giovanni IV  esse non erano ancora deposte nella Basilica Cattedrale, spostando di almeno 100 anni il tempo della denominazione comune della Basilica Cattedrale intitolata al Salvatore, alla Santa Africane e fa supporre che il Titolo Dedicatorio antico del Salvatore, non sia mai stato modificato, nemmeno quando esso fu condiviso con quello della Basilica gemina costruita dal Vescovo Stefano I (496-?) parallela alla Basilica detta di Santa Restituta, separata da questa dal Vicus S. Laurentii ad Fontes Minores, e detta Stefania, dal nome del suo fondatore, se la ricerca archeologica sull’area riuscirà a dimostrare l’esistenza o meno di questa seconda Basilica gemina. Il Calendario Marmoreo infatti, riporta al 6 agosto la Memoria Liturgica della TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE N(ost)RO GE(sù) CR(isto), Titolo comune alle due Basiliche e riporta la Memoria Liturgica della DEDIC(azione della) BASIL(ica) STEFAN(ia), ovvero di STEFAN(o Vescovo), al primo di dicembre; al 29 giugno quella del N(a)T(ale di) S(an) PIETRO AP(osto)LO e al 30 giugno, N(a)T(ale di) S(an) PAO(lo) AP(osto)LO. Ai Santi Apostoli, come già riferito, era intitolata la più antica Basilica Cattedrale napoletana. La Basilica detta Stefania, si racconta, fu distrutta da un incendio tra il 538 e il 555 e ricostruita  dal Vescovo-Duca di Napoli Stefano II (756-789). Il Calendario Deciano, così detto perché elaborato al tempo del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ottavio Acquaviva d’Aragona (1605-1612) e promulgato per tutta la Arcidiocesi durante il Sinodo Diocesano, iniziato dall’Acquaviva d’Aragona e concluso dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Decio Carafa (1613-1626), fissa all’8 gennaio la Memoria Liturgica della DEDICATIO S. M. DE PRINCIPIO, da celebrarsi in tutta la Arcidiocesi napoletana (Cfr. G. Sparano, Memorie storiche per illustrare gli atti della Napoletana Chiesa e gli atti della Congregazione delle Apostoliche Missioni, Napoli, MDCCLXVIII), Memoria Liturgica che il Capitolo Cattedrale oggi celebra il12 gennaio e che celebra l’antichità dell’Oratorio di Santa Maria del Principio, luogo della antica sede della Cattedra Vescovile napoletana, luogo dell’inizio dell’irradiamento del cristianesimo a Napoli e l’antichità del culto mariano (Capua nel 391, fu sede di un Concilio Plenario dei Vescovi orientali e occidentali, presieduto dal suo promotore, Ambrogio di Milano (333-397), nel quale fu definita la dottrina riguardo la Perpetua Verginità di Maria, contestata dal Vescovo eretico Bonoso di Sardica. Al Concilio fu presente anche il Vescovo di Napoli Severo (364-410), ma non celebra  una Memoria Liturgica della dedicazione della Basilica Cattedrale a Santa Restituta d’Africa. La presenza sul Calendario Marmoreo della sola  Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica detta Stefania e non della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, fa supporre che la prima , in quel tempo, avesse un ruolo principale  rispetto alla antica Cattedrale, salvo poi a considerare il Calendario, come Proprio del Tempo, per le celebrazioni liturgiche del clero bizantino convivente apparentemente tacitamente, accanto al clero romano, in quel periodo a Napoli, dove officiava nella Basilica detta Stefania ed aveva sede nella Basilica di San Giovanni Maggiore, dove fu poi ritrovato il prezioso reperto, nel 1700. Ma il complesso della antica Cattedrale sede del potente Istituto Capitolare, era ed è sempre stato di rito latino. La Stefania, invece , ricostruita più volte al tempo dei Duchi-Vescovi o dei Vescovi-Duchi o dei Duchi e Vescovi e viceversa, che governarono il ducato di Napoli, era retta da un clero bizantino. Anche nella Stefania c’era una Cattedra Vescovile e si ritiene che essendo la Basilica più prossima all’adiacente antico palazzo del Vescovo, avesse un ruolo preminente come chiesa episcopale, con un  ruolo essenzialmente amministrativo e non catechetico-liturgico, ruolo proprio della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, per la presenza in essa della antica Cattedra Vescovile di Aspreno, primo Vescovo di Napoli. Ho citato la notizia della traslazione del Cranio e del Sangue di San Gennaro dalla Basilica Catacombale severiana di San Gennaro Extra Moenia, nella Basilica detta Stefania al tempo del Vescovo Atanasio I. La presenza delle reliquie del Cranio e del Sangue di San Gennaro nella Stefania, o comunque in una Cappella adiacente, all’interno della Cittadella Vescovile, può trovare conferma dal loro successivo trasferimento nell’Oratorio intitolato a San Gennaro nel Tesoro Vecchio, al tempo di Carlo II d’Angiò, prima di procedere alla demolizione della Stefania, per far posto al nuovo Duomo angioino (cfr: Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel Tesoro Vecchio del Duomo di Napoli, in il blog di Tino d’Amico  – tinodamico.Wordpress.comoratorio che non  va confuso con un altro intitolato a San Gennaro, accanto all’ingresso del Tesoro Vecchio, diroccato dal terremoto del 1456, poi trasformato in Cappella di patronato della famiglia Filomarino e nei primi del ‘900 in Cappella intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, dopo avere subito nel ‘700 altra trasformazione. Ritengo che l’oratorio citato, in antico servisse  per cerimonie liturgiche legate alla venerazione della sacre Ampolle, conservate nel Tesoro Vecchio, prima della costruzione della nuova grande Cappella del Tesoro di San Gennaro, e dò ragione a chi ritiene questo ambiente utilizzato come sacrestia antica del Duomo. Ma questo mi porta a considerare  che il bassorilievo attribuito a Cosimo Fanzago o al Vaccaro , posto recentemente  nel postergale del nuovo Altare del Duomo, non rappresenti San Gennaro, ma  il defunto dormiente in paramenti episcopali sia Atanasio I: Ma questo è argomento di altro studio. Per le notizie relative al Calendario Marmoreo, cfr. Luigi Fatica, Il Calendario Marmoreo di Napoli, Napoli, 1997. Ricordo a chi l’ha conosciuto, la sua prematura scomparsa.  

3  –  Relativamente alla storia della trasformazione della antica Cappella  Reale angioina  intitolata a San Ludovico Cfr. Tino d’Amico, La Cappella delle reliquie del Duomo di Napoli, Vestibolo del Paradiso, in. il blog di Tino d’Amico, https://tinodamico.wordpress.com .  Dopo il terremoto del 4/5 dicembre 1456, la Cappella fu utilizzata come sacrestia del duomo, almeno fino alla fine del ‘500. Il terremoto diroccò buona parte dell’ala destra dell’edificio angioino, facendo danni gravissimi alle strutture: cadde la torre scalare di destra detta Tesoro vecchio dove erano riposte le reliquie dei Santi Compatroni e dei Santi Vescovi di Napoli e gli arredi preziosi. Cadde dal reliquiario che la conteneva  la teca con le ampolle delle reliquie del Sangue di San Gennaro che miracolosamente non si infransero. La antica sacrestia del Duomo, ritengo, era collocata, come già riferito, nell’ambiente sottostante l’oratorio di San Gennaro nel Tesoro vecchio. Questo ambiente chiuso sulla navata, accedibile dalla adiacente Cappella Teodoro, fu ceduto ai Filomarino, in sostituzione della Cappella di patronato aperta sulla navata di sinistra che fu diroccata insieme alle Cappella dei Zurolo e dei Cavaselice, nei primi anni del ‘600 per fare posto alla costruenda Cappella del Tesoro di San Gennaro. Nello spazio ricavato dalla ex sacrestia del duomo, i Filomarino raccolsero i resti mortali dei loro ascendenti, che non furono posti nella Cappella di Famiglia nella vicina Basilica dei Santi Apostoli. Per le funzioni solenni gli Arcivescovi si paravano, come di uso liturgico comune, sedendo sulla Cattedra, o sul faldistorio dove indossavano le insegne episcopali della autorità amministrativa-religiosa che esercitavano sul popolo, dell’essere doceta, catecheta e liturgo. La sede della Cattedra Episcopale di Napoli è la antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituita e da essa procedevano processionalmente verso l’Altare Maggiore del nuovo Duomo angioino che era al centro del transetto e raggiungevano il trono vescovile, posto ancora nel suo sito originario. Il coro si sviluppava al centro della navata.

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