Il bassorilievo della Madonna col Bambino nella cappella Carbone del duomo di Napoli – Lastra marmorea superstite di uno smembrato monumento funebre.

di Tino d’Amico

A Pina.

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Napoli – Duomo. Cappella dei Santi Tiburzio e Susanna – Patronato Famiglia Carbone – La lastra marmorea della Madonna col Bambino.

Oggetto di questo saggio è una lastra marmorea, posizionata nella prima metà dell’800, sulla faccia interna del pilastro di destra che sostiene l’arco di accesso alla Cappella che sotto il Titolo di Santa Susanna, nel Duomo di Napoli, è detta Cappella Carbone perché fin dalla fondazione dell’edificio angioino fu concessa in patronato alla antica famiglia ascritta al Seggio di Capuana; al suo interno si osserva ancora il superbo monumento funebre  di Francesco Carbone, Cardinale del Titolo romano di Santa Susanna (Napoli metà XIV sec. – Roma 1405).

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Napoli – Duomo – La cappella dei Santi Tiburzio e Susanna, patronato della antica famiglia  Carbone. Al centro il monumento funebre del Cardinale Francesco Carbone di Antonio Baboccio da Piperno.

La lastra marmorea, verosimilmente proveniente dalla  fronte di un sarcofago, a motivo del suo eccessivo sviluppo verticale, ritengo piuttosto elemento decorativo superstite di uno smembrato sepolcro a parete andato parzialmente distrutto durante uno dei tanti eventi sismici, di natura geologica e vulcanica, che hanno coinvolto Napoli nel corso della sua storia.

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Napoli – Duomo – Planimetria del blocco edilizio – Si evidenzia il luogo dove è attualmente murata la lastra marmorea della Vergine col Bambino, nella cappella di patronato della antica famiglia Carbone

Non è attualmente ascrivibile ad alcun autore: scarsamente citata negli studi storico-artistici sull’edificio, ad essa non è stato mai attribuito alcun significato specifico perché la sua interpretazione d’origine non è stata mai oggetto di codificazione in uno specifico programma di analisi iconografica sulla determinazione dei dati stilistici anche perché nota solo a pochi a motivo della sua scarsa visibilità.

La mia ricerca tenterà di dare una risposta all’iniziale utilizzo e collocazione del manufatto all’interno dell’edificio angioino; di fornire una lettura iconografica della lastra marmorea; e attraverso una analisi stilistica, tentare di determinare la sua datazione.

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Il terremoto  del 4/5 dicembre 1456, come riferisce  Bartolomeo Chioccarelli nel suo Antistitum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae catalogus, del 1643, provocò  il crollo quasi totale del duomo angioino, che appena ultimato, il 10 settembre 1349 (100 anni prima) , un altro terremoto aveva gravemente danneggiato, con il crollo del campanile e della facciata e gravi lesioni alle strutture portanti e ai pilastri, già compromessi da crolli e cedimenti durante la costruzione dell’edificio per l’utilizzo di malte scadenti e per inadeguate fondazioni.

Il sisma provocò la caduta della torre sinistra detta Tesoro vecchio, della facciata e crolli e danni gravissimi alle pareti e alle volte della navata laterale detta del Salvatore  e danni considerevoli alle pareti e alle volte della navata detta di Sant’Aspreno, ma anche gravissimi danni ai pilastri della navata centrale e all’abside.

Il Cardinale Rinaldo Capece Piscicelli, Arcivescovo di Napoli (1451-1457) incominciò i lavori di ricostruzione e restauro dell’edificio ottenendo anche l’aiuto economico del nuovo re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona, lavori continuati certamente durante il brevissimo governo della Diocesi dell’Arcivescovo Giacomo Tebaldi (1458) e conclusi dal Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo di Napoli dal 1458 al 1484 che ritornò poi, dopo avere ceduto il governo della Diocesi al fratello Alessandro Carafa, dal 1484 al 1503, come Amministratore Apostolico fra il 1503 e il 1505.

Il Carafa ottenne l’aiuto economico anche dall’allora Pontefice Paolo II, il veneziano Pietro Bardi (1464-1471) e coinvolse nei restauri la nobiltà e il popolo napoletano.

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Napoli – Duomo – La facciata ricostruita dopo il terremoto del 1456, in una vecchia stampa della seconda metà del ‘600.

I primi apposero in cima al pilastro o ai pilastri restaurati o ricostruiti con il personale contributo economico, il blasone familiare (sui pilastri dal lato della navata di Sant’Aspreno, dalla porta principale, si vedono gli stemmi  delle famiglie Del Balzo, Capece Zurlo, Pignatelli, Capece Piscicelli, Orsini, il quinto e il sesto, e Caracciolo Svizzeri; sui sette pilastri della navata sinistra detta del Salvatore, Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, il quinto e il sesto, e sul settimo nessuna insegna, perché  il popolo napoletano, non volle apporre nessun simbolo al pilastro restaurato o ricostruito con il contributo economico frutto di collette e offerte spontanee)..

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Napoli – Duomo –  La facciata così come si presentava nella seconda metà dell’800, prima della sua ricostruzione.

Nel 1470, gli interventi all’edificio dovevano essere già conclusi, anche se l’abside era ancora oggetto di importanti lavori per lo scavo della sottostante Cappella Carafa, che poi si rivelò un serio problema statico  per la già compromessa tribuna del duomo, che dovette esser oggetto di ulteriori urgenti e improcrastinabili  lavori negli anni successivi: il 14 settembre 1476, nel duomo angioino appena inaugurato, furono celebrate le nozze di Ferdinando I d’Aragona, Ferrante I d’Aragona, (1424-1494) re di Napoli dal 1458 al 1494, con Giovanna d’Aragona (1454-1517) sua cugina, che sposava in seconde nozze , dopo la vedovanza dal 1465, da Isabella di Chiaromonte (1426-1465).

Le nozze furono officiate da Rodrigo Borgia, il futuro Papa Alessandro VI (1492-1503) assistito da 40 Vescovi, inviato a Napoli da Sisto IV (1471-1484) per incoronare la nuova regina di Napoli, il 18 settembre, nella chiesa  dell’Incoronata (il Regno di Napoli era feudo della Chiesa Romana).

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Il terremoto del 1456 provocò notevoli danni anche alla cappella reale di San Ludovico che minacciava di crollare e ai monumenti funebri degli angioini in essa sepolti, che andarono parzialmente distrutti, e per conservare la loro memoria, furono trasferiti e parzialmente ricomposti sull’abside, dove rimasero fino al 1596, quando il Cardinale Alfonso Gesualdo, Arcivescovo di Napoli (1596-1603), iniziò i lavori per il nuovo assetto della tribuna, destinata a contenere anche il suo monumento funebre.

I resti mortali dei re angioini furono riposti in casse di legno e depositati nell’Oratorio esterno di San Marciano; le statue di Carlo I in paramenti regali, seduto sulla pelle di un leone e di Carlo Martello furono sistemate sul muro esterno della porta piccola del duomo, e vi rimasero fino alla metà del XVII secolo, ma non furono riutilizzate sul monumento funebre ai reali angioini sulla controfacciata, fatto realizzare da Domenico Fontana nel 1599, dal vicerè conte di Olivares sostituite da nuove statue, perchè quelle antiche erano andate perdute: quella di Carlo Martello certamente opera di Michelangelo Naccherino, che è anche il probabile autore delle statue di Carlo I e di Clemenza.

Camillo Minieri Riccio non parla però della sorte del monumento funebre di Andrea d’Ungheria che era nella stessa cappella di San Ludovico e che smembrato incominciò a peregrinare, per il duomo insieme a quel che restava del suo corpo.

Le varie sistemazioni dei marmi superstiti all’interno del duomo e ultimamente presso la porta di ingresso alla basilica di Santa Restituta, può condurre a ritenere il bassorilievo oggetto di questo saggio, parte dello smembrato monumento dello sventurato ungherese.

Fra i marmi  nel “cortile delle pietre” esiste murata la lapide cinquecentesca del ricomposto monumento, nella nuova sacrestia, fatto realizzare al tempo di Annibale di Capua.

La lastra marmorea della cappella Carbone, non può essere assemblata  con quel che resta del monumento funebre di Andrea, diversa per il marmo usato, diversa anche stilisticamente.

Ho citato il distrutto Oratorio di San Marciano, di esso ci fornisce una dettagliata descrizione, poco prima che fosse definitivamente abbattuto, Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) in un testo del 1753, dedicato ai Santi Vescovi della Chiesa di Napoli, descrizione riportata da V. Lucherini in: Un nuovo affresco di Montano d’Arezzo nella cattedrale di Napoli e la committenza dell’Arcivescovo Giacomo da Viterbo (1303-1308): il Mazzocchi non parla di monumenti funebri o arredi liturgici all’interno della distrutta Cappella, che nella metà del ‘700 era in via smantellamento, che possano condurre ad una ipotetica antica collocazione del manufatto.

L’Oratorio, esterno alla porta piccola del Duomo, era sulla scalinata dal largo di Capuana (Piazza Sisto Riario Sforza), su un piccolo spiazzo a destra, nell’area del campanile, ed era raggiungibile attraverso alcuni scalini.

Edicola molto piccola ma  conteneva, secondo la descrizione che ne fa il Mazzocchi, uno straordinario ciclo di affreschi trecenteschi, attribuiti dalla Lucherini a Montano d’Arezzo.

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Napoli – Piazza Cardinale Sisto Riario Sforza – La scalinata dell’ingresso secondario al duomo. Sulla destra esisteva, fino alla metà del ‘700 il diroccato Oratorio di San Marciano e sui pilastri  del portale di accesso furono poste dopo il 1456 le statue di Carlo I e Carlo II andate perdute.

Si susseguirono dopo il terremoto del 1456 altri eventi sismici di natura geologica e vulcanica che arrecarono ulteriori danni all’edificio angioino, che resero necessari al suo interno lavori di restauro e ricostruzioni strutturali.

Riporto le date degli eventi sismici di natura geologica che interessarono Napoli: 1686, 5 giugno 1688, 1693, 1731 e successiva replica del 1732, 1805 e poi a seguire fino ai nostri giorni, eventi sismici intervallati da eruzioni vulcaniche che coinvolsero più o meno Napoli, come quella del 19 settembre del 1697, mentre erano in corso i festeggiamenti in onore di San  Gennaro.

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Dopo il terremoto del 1456, incominciarono lavori di restauro e di consolidamento alle strutture, ma furono anche avviate sostanziali modifiche all’assetto interno del duomo.

I restauri all’abside cominciarono non prima del 1484, al tempo del Cardinale Alessandro Carafa (1484-1503); ripreso poi, al tempo del Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) che dovette provvedere al ripristino statico della struttura che minacciava di crollare per lo scavo della sottostante cripta di San Gennaro.

Quelli promossi dal Gesualdo furono occasione per il trasferimento dei resti mortali dei sovrani angioini, dalla tribuna all’Oratorio esterno di San Marciano, ma andarono perdute le iscrizioni tombali, e i monumenti sepolcrali stessi che furono smembrati e i pezzi distribuiti un po dovunque; si persero anche le tombe dell’Arcivescovo Bertrand de Meissenier (1358-1362) e del Cardinale Rinaldo Piscicelli (1451-1457), ma anche le loro spoglie mortali e non sappiamo con certezza come fossero le loro sepolture.

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Napoli – Duomo – La meravigliosa navata dopo gli interventi settecenteschi.

Il Gesualdo chiamò a Napoli Giovanni Balducci Cosci (1560-1631)  per affrescare le pareti e le volte dell’abside destinata a contenere il nuovo Altare Maggiore del duomo, reso raggiungibile da una sola ampia scalinata dal piano del transetto e il suo sepolcro, poi trasferito, smembrato, accanto all’ingresso della Basilica di Santa Restituta al tempo del Cardinale Giuseppe Spinelli.

Il Cardinale Decio Carafa (1613-1626) rifece il coro al centro della navata maggiore, fece realizzare il soffitto cassettonato, realizzò il fonte battesimale utilizzando al preziosa vasca di porfido nero che era nella Basilica di Santa Restituta, e continuò l’attività iniziata dal Gesualdo di eliminazione di cappelle, cappellette, edicole votive e altarini di patronato distribuite all’interno del duomo e che costituivano un serio intralcio alla liturgia solenne celebrata al maggiore Altare.

Il Cardinale Filomarino (1641-1666) si preoccupò più di dare una degna sepoltura ai suoi antenati i cui resti furono recuperati dalla antica cappella di patronato quando questa fu abbattuta per fare posto alla nuova Cappella del Tesoro.

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Napoli – Duomo – Planimetria del blocco edilizio – Ricostruzione del sec. XVI. E’ evidenziato il sito della antica cappella di patronato della famiglia Filomarino, nel Titolo di San Nicola, da dove proverrebbe la lastra marmorea, e  le due adiacenti cappella, a sinistra dei Zurlo, intitolata alle Sante Caterina e Margherita, a destra dei Cavaselice, intitolata a Santa Maria Sic Maris. La Planimetria, però, non riporta le altre due cappelle, di Sant’Andrea presso la torre campanaria e di Santa Maria della Stella, presso l’ingresso del duomo, a destra, patronato dei Caracciolo, tutte diroccate per fare posto alla nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro.

Anche il Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685) continuò la attività di riordino liturgico all’interno del duomo, ma si preoccupò anche di interventi strutturali alle pareti e di abbellimenti con nuove opere d’arte.

Nel 1688, il 15 giugno, un nuovo terremoto causò notevoli danni alle volte delle navate laterali, fece crollare il pulpito, e provocò numerose lesioni anche alla Cappella del Tesoro.

Il Cardinale Antonio Pignatelli (1686-1691, poi Papa Innocenzo XII) provvide ad un rapido intervento di restauro all’intero edificio.

Il 29 novembre del 1732 ci fu un nuovo violento terremoto che fece crollare tratti dell’abside e le volte delle navate laterali e provocò notevoli danni ai muri del transetto.

Il Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734) che aveva da poco tempo concluso un ciclo di lavori di restauro all’interno del duomo, alla crociera e alla tribuna iniziati da Antonio Pignatelli a conclusione di quelli iniziati da Innico Caracciolo, dovette ricominciare daccapo e dovette attendere qualche tempo, perché il terremoto sembrava non finire.

Il Suo successore il Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754) trovò le condizioni statiche dell’abside gravemente compromesse, ed elaborò un radicale progetto di restauro dell’edificio, del transetto e della tribuna, sulla scorta di progetti già elaborati dai suoi successori, realizzando il rinforzo della parete ad oriente e delle strutture portanti della tribuna che il progetto di Paolo Posi (1708-1776) rese meravigliosamente scenografica, così come appare oggi, con l’ampio spazio rialzato antistante il presbiterio e l’ampia scalinata di accesso, distribuita su tre livelli.

absideNapoli – Duomo – La meravigliosa scenografica abside settecentesca.

Lo Spinelli trasferì il coro dal centro della navata maggiore, sulla tribuna e distribuì sui pilastri i busti dei Vescovi di Napoli e dei Compatroni che decoravano la fascia marmorea esterna del coro.

Nel corso dei secoli precedenti, si erano moltiplicati all’interno del duomo, in ogni spazio disponibile, altari, altarini, cappelle e cappellette ed edicole votive e furono disposti lungo il perimetro delle navate, anche monumenti funebri che i predecessori dello Spinelli avevano già incominciato ad eliminare, scontrandosi con i titolari dei diritti di patronato ed  a partire dai primi anni del ‘700, si incominciò ad eliminare alcuni sepolcri vuotati del loro contenuto, in esecuzione di un Decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721 che vietava la presenza di cadaveri in tombe elevate da terra.

Rimase ancora qualche memoria funebre e in particolare la Cappella di Santa Maria del Soccorso, antico patronato di Ciarletta Caracciolo, situata a sinistra entrando in duomo, posizionata sulla controfacciata, fra la porta principale e l’ingresso della navata laterale detta del Salvatore,  amministrata da un “Monte” a lui intitolato, che esercitava il diritto sul pavimento del duomo, curandone periodicamente il ripristino ed aveva al suo interno opere di Dionisio Lazzari (1617-1689)

Negli anni del governo della Diocesi, da parte di Antonio Pignatelli, fra il 1688 e il 1689, furono eseguite all’interno del duomo importanti lavori e la Cappella fu restaurata su disegno di Giovan Domenico Vinaccia.

Anche essa poi fu definitivamente diroccata al tempo del Cardinale Filippo Giudice Caracciolo (1833-1844), insieme a quella dei Marciano (non l’Oratorio esterno di San Marciano, già diroccato, che non era patronato della famiglia Marciano), una edicola dei Minutolo, l’altare dello Spirito Santo, esterno alla cappella, la cappella di Bartolomeo di Capua e quella dei Dentice del Pesce.

Il Cardinale Filippo Giudice Caracciolo per abbellire il duomo, fece eliminare tutti gli intonaci dalle pareti e dai pilastri, fece lucidare le colonne di granito e ricoprire tutto con nuovi stucchi , ma fece eliminare  dall’interno dell’edificio sepolcri e memorie superstiti e qualche edicola che ancora sopravviveva,

I marmi della cappella del Soccorso, furono recuperati: la balaustra, fu utilizzata per la cappella Carbone, la inferriata parte per la cappella Crispano e parte per chiudere poi l’accesso esterno alla cripta dei vescovi ed altri reperti ricoverati altrove.

Durante i lavori disposti da Filippo Giudice Caracciolo, sparirono definitivamente memorie, opere d’arte, altari ed edicole ancora esistenti, andati definitivamente perduti, alienati o trafugati, ma certamente il bassorilievo della cappella Carbone non viene dalla diroccata cappella del Soccorso.

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Ho tracciato sommariamente la storia dei lavori di restauro e ammodernamento interno del duomo, per tentare di dare una origine al manufatto, ricostruire un  ipotetico percorso all’interno del sacro edificio e ritrovare la sua originaria collocazione.

Lorenzo Loreto nella sua Guida per la sola Chiesa Metropolitana Cattedrale di Napoli , del 1849, parla del  bassorilievo, descrivendo la Cappella di Santa Susanna, detta Cappella Carbone dall’antico diritto patronale della famiglia: “…nel pilastro che sostiene l’arco della cappella, in cornu Epistolae nell’interno del muro, vi è incastrata una immagine di Maria SS. scolpita in marmo, che stava nel pilastro avanti Santa Restituta  e quando si scovrirono i pilastri, si ebbe cura di toglierla da dentro il piperno e per non farne perdere la memoria, si è quì conservata…”

Lorenzo Loreto si riferisce ai lavori di abbellimento interno del duomo disposti dal Cardinale Filippo Giudice Caracciolo e continuati dal suo successore, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1845-1877), ma pur essendo l’unico autore a citare la lastra marmorea, non parla della sua antica collocazione.

La lastra marmorea fu posta, forse al tempo del Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666), oppure al tempo del Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1756), dopo il terremoto del 1732/33, sul IV  pilastro “…avanti Santa Restituta…”, il pilastro della navata, dal lato della navatella del Salvatore, ricostruito o restaurato dopo il terremoto del 1456 dalla famiglia Baraballo e che reca ancora sulla sommità il blasone di questa famiglia.

Allora la Basilica Cattedrale di Santa Restituta aveva due ingressi, uno dei quali fu murato al tempo del Cardinale Guiuseppe Spinelli che ricompose lungo la navatella, il monumento funebre del Cardinale Alfonso Gesualdo, trasferedolo dalla tribuna, smembrandolo ed utilizzando alcuni elementi della struttura per il nuovo portale di accesso alla Basilica e conservando ai lati dell’ingresso le memorie di G.B. Filomarino, di Tommaso Filomarino, e di Marco Antonio Filomarino e ricollocando sulla tompagnatura del secondo ingresso alla Basilica il sepolcro michelangiolesco di Alfonso Carafa, Arcivescovo di Napoli (1557-1565), deceduto a 25 anni: a 14 anni Canonico Capitolare di Santa Restituta, a 17 anni Cardinale a 18 anni Arcivescovo di Napoli.

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Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Lo spazio della memoria della famiglia Filomarino. —- A: Il IV pilastro della navata, ricostruito con il contributo della famiglia Baraballo dopo il terremoto del 1456 e dove nel ‘600 fu murata la lastra marmorea della Madonna col Bambino.  —- B:  La nuova cappella di patronato della famiglia Filomarino (dal 1600), ristrutturata e intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe di N.S.G.C.,  dalla seconda metà dell’800. —– 1 – 2 – 3: Memorie di personaggi illustri della famiglia Filomarino, —- 4 Il luogo dove è murata la lastra tombale dal monumento funebre di Trudella Filomarino (+ 25 settembre 1335), figlia del Siniscalco del Duca di Calabria, Loffredo Filomarino.

Il manufatto potrebbe essere parte di un’arca sepolcrale della cappella della famiglia Baraballo, eliminata da uno dei titolari del diritto di patronato succeduti a Enrico Baraballo, dal 1705 Giacomo Milano d’Aragona  principe d’Ardore, subentrato ai di Franco, titolari dal 1614, a loro volta subentrati ai Caracciolo, negli anni del terremoto del 1456.

Nel corso dei secoli, durante i passaggi di proprietà, la cappella sepolcrale della antica famiglia Baraballo, ascritta al Seggio di Capuana fin dall’XI secolo, che evava acquisito i diritti di patronato fin dalla fondazione del duomo angioino, fu oggetto di restauri, di abbellimenti, ma anche di notevoli interventi per consolidare la parete del transetto alla cui base è allocata, con l’abbassamento dell’arco di ingresso per la creazione di un nuovo arcone piattabanda di mattoni e l’incatenamento e lavori di cuci-scuci, dopo il terremoto del 1732/33.

La antica collocazione del manufatto, riteniamo,  potrebbe  essere in una delle tre cappelle della navatella di Sant’Aspreno, diroccate per reperire l’area per la nuova grande cappella del Tesoro di San Gennaro, a partire dal 1608: Le cappelle interne al duomo dei Filomarino, Zurolo e Cavaselice e i due oratori esterni di Santa Maria della Stella e di Sant’Andrea.

Il Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666) raffinato amante dell’arte fece eseguire pregiati lavori nella cappella di famiglia nella Basilica dei Santi Apostoli fra il 1635 e il 1647, dove trasferì i resti mortali dei suoi antenati e si preoccupò di ampliare, restaurare e abbellire il palazzo arcivescovile, riservando al duomo solo interventi di ordinaria manutenzione, preoccupandosi però di dare una diversa sistemazione alle tombe e alle memorie familiari recuperate dalla antica diroccata cappella di famiglia, all’interno del duomo e realizzando nello spazio sottostante il tesoro vecchio, utilizzato per molto tempo come sacrestia del duomo, il deposito dei resti mortali di altri familiari rimasti senza una sistemazione, ambiente poi trasformato nella cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe nella metà dell’800.

lapideNapoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C. – Lastra tombale di Gregorio Filomarino ( + 1 marzo 1324) e fronte dello smembrato sarcofago del Canonico Capitolare di Santa Restituta, Matteo Filomarino, morto nel 1400. – Entrambi reperti provenienti dalla diroccata antica cappella dei Filomarino nella navatella di Sant’Aspreno.  Si citano come esempi di sepoltura con lastra terragna e di fronte di sarcofago clipeato.

Lo spazio della navatella del Salvatore, antistante l’ingresso alla Basilica di Santa Restituta, si configurò, al tempo del Filomarino, come una sorta di spazio della memoria familiare, appare allora probabile l’utilizzo del manufatto recuperato dall’interno della cappella di famiglia per sacralizzare quello spazio, sorta di pantheon della famiglia.

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Con l’arrivo a Napoli degli angioini, giunsero anche numerosi artisti, artigiani, e orafi di corte che in qualche modo, complice la committenza reale e della nuova nobiltà d’oltralpe, riuscirono ad imporre un modo nuovo di fare arte, secondo stilemi francesi, che vuoi per ragioni di vicinanza alla corte, vuoi per interesse per le nuove proposte stilistiche, finirono per incidere notevolmente sulla produzione artistica autoctona, a cavallo fra la seconda metà del ‘200 e il ‘300.

Il portato francese, fu ampiamente accolto ed imitato da artisti meridionali che incominciarono a produrre opere, anche se ancora nel solco della tradizione romanica, aperte alle nuove espressioni d’oltralpe.

Sulla dominante nuova componente franco-gotica, nella prima metà del ‘300, andò gradatamente ad innestarsi una nuova corrente, orvietana, dove nell’ambito del cantiere del duomo, si incontravano ed operavo artisti toscani con artisti provenienti dal nord  Italia e dalle regioni francesi, aperti agli apporti di artisti centro italiani, laziali che, chiamati dalla corta angioina per la decorazione del costruendo duomo, portarono alla affermazione di un nuovo filone, già introdotto attraverso il Cavallini e Lello de Urbe, che con l’arrivo a Napoli di Tino di Camaino (1285-1337) , nel 1323, venne ad amalgamarsi al preesistente substrato locale ancora gotico-francesizzante.

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Napoli – Duomo – Transetto lato Sant’Aspreno – Cappella Capece Minutolo – Sarcofago di Orso Minutolo, Arcivescovo di Salerno, di Tino di Camaino – Si cita comne sempio di sarcofago con il fronte clipeato e il gisant (defunto rappresentato con i simboli del suo status disteso sul sarcofago).

Tino di Camaino e la sua bottega costituiranno il punto di riferimento per l’ambiente artistico napoletano e a lui è ascrivibile la codificazione a Napoli di monumenti funebri che fino al ‘400 inoltrato costituiranno lo schema fisso per le sepolture nobiliari e che certamente dovette costituire anche lo schema dei monumenti funebri reali  della cappella di San Ludovico nel duomo  e delle arche sepolcrali distribuite all’interno delle cappelle di patronato e probabilmente lungo le pareti delle navatelle del Salvatore e di Sant’Aspreno e per i Vescovi, sulla tribuna, cadute con il terremoto del 1456.

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Napoli – Duomo – Cappella Capece Minutolo. Esempio di monumento funebre cuspidato: La tomba del Cardinale Enrico Minutolo.

Il tema del sepolcro cuspidato a baldacchino, poggiato alla parete, con l’immagine del defunto giacente sul coperchio della cassa, decorata sulla faccia a vista  con figure familiari o immagini sacre, quando essa non conteneva al suo interno anche il corpo di  un altro defunto la cui immagine  appariva scolpita sulla fronte,  posta entro una camera sepolcrale con tendaggi retti da angeli e alla sommità statue a tutto tondo o bassorilievi con Santi e Madonne, ascrivibile a Tino di Camaino e alla sua scuola, anche nella forma più semplice di un sarcofago pensile su colonnine, poggiato alla parete, con la fronte e le testate scolpite e l’iscrizione dedicatoria  sull’intero perimetro della gisant, il capo poggiato su un cuscino e i simboli del suo status, la spada se milite o un prezioso abito, costituì lo schema dei monumenti funebri al tempo della dinastia angioina, schema poi ripreso anche nel tempo successivo.

Costituivano la decorazione della fronte della cassa, quando al suo interno non era contenuto altro cadavere, medaglioni o quadrilobi, con temi figurativi specifici, generalmente una immagine della pietà, angeli, motivi floreali  e stemmi.

Appare  comunque diffusa a Napoli, ma anche altrove , in seno alla nobiltà inferiore, anche la sepoltura detta terragna, con l’immagine del defunto scolpita sulla lastra, palaudato secondo il suo status, con la iscrizione dedicatoria e gli stemmi a cornice, deposta sulla fossa sepolcrale, anche questa tipologia di sepoltura ascrivibile alla scuola tinesca.

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Il bassorilievo della cappella Carbone nel duomo di Napoli, è un scultura trecentesca, sconosciuta ai più per la sua infelice collocazione, elemento di uno smembrato monumento funebre collocato all’interno dell’edificio angioino, in una cappella di patronato, supponiamo quella dei Filomarino, diroccata insieme ad altre per fare posto alla costruenda cappelle del Tesoro di San Gennaro, o lungo le pareti delle navatelle di Sant’Aspreno e del Salvatore.

Il manufatto non è stato mai oggetto di studio, catalogato, schedato: l’unica notizia che lo riguarda è quella del Loreto che ci informa sulla sua collocazione sul pilastro antistante l’ingresso alla Basilica di Santa Restituta, nell’area configurata come sorta di spazio della memoria della famiglia Filomarino e questo particolare ci ha fatto rilevare una certa analogia, nel volto, nella inclinazione del capo e nelle mani, ma non nel panneggio della veste, morbido e avvolgente, con una lastra terragna o comunque fronte  del sarcofago di Trudella Filomarino (+ 1325 ), figlia di Loffredo Filomarino (+ 1335), un notabile della corte del Duca di Calabria,  murato nella parete di sinistra entrando nella cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe che fu patronato dei Filomarino  che in essa raccolsero antichi sepolcri , lapidi, memorie e resti mortali degli antenati, quando fu diroccata la antica cappella di patronato nella navatella di Sant’Aspreno.

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Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C. – Lastra tombale di Trudella Filomarino ( +1325 ) figlia del Siniscalco del Duca di Calabria, Loffredo Filomarino ( + 1335)

Dopo il terremoto del 1732/33, il Cardinale Giuseppe Spinelli iniziò un programma di restauro dell’edificio che perse la sua originaria configurazione architettonica e decorativa interna.

Le intenzioni dello Spinelli erano buone , ma si incominciarono a perdere molte memorie e marmi antichi, utilizzati anche come soglie e gradini, quando  nel corso dei lavori non furono abbandonati nel cortile dell’arcivescovado per essere alienati, rottamati o trafugati.

Furono scompaginati altari, altarini, cappelle e cappellette e sarcofagi e monumenti funebri ancora superstiti e molte lastre tombali terragne furono nascoste sotto il nuovo pavimento anche al tempo dei successori dello Spinelli e al tempo di Filippo Giudice Caracciolo.

Delle iscrizioni antiche esiste un lapidario pubblicato nel 1835  da Stanislao Aloe  (Tesoro lapidario napoletano) e molte di quelle antiche andate perdute sono riportate in Napoli sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo e nella Aggiuta alla Napoli Sacra del de Lellis, edite entrambe nella seconda metà del ‘600.

Il reperto certamente proveniente da una struttura funebre  il cui schema fu introdotto al tempo degli angioini e ripreso e codificato da Tino di Camaino e dalla sua scuola e ampiamente diffuso nell’Italia meridionale

Non è un capolavoro assoluto, ed è certamente una stanca ripetizione di modelli comuni della produzione tinesca napoletana del ‘300 ed è ampiamente riscontrabile la analogia con i clipei modanati delle fronti dei sarcofagi dello stesso periodo, anche se non è un clipeo e non è parte della fronte di un sarcofago.

Il disegno appare duro, il rilievo schiacciato, l’immagine disposta in sofferenza su un fondo anonimo, in maniera quasi squilibrata e malamente contenuta nello spazio circoscritto.

Essa è caratterizzata da una resa statica incerta e da un trattamento ancora più  incerto del braccio e delle mani assai dimensionate, come le mani di Trudella della citata lastra terragna,  che spuntano anche in maniera innaturale dalla manica e dal retro della figura del Bambino.

Il panneggio appare grossolano, non come quello del citato coperchio della lastra sepolcrale di Trudella, molto più morbido e raffinato, se vogliamo, come molto dimensionato  e grossolano è il Bambino trattenuto sulle ginocchia dalla Madre, che regge il suo braccio destro innaturalmente atteggiato nelle dita nel gesto dell’adlocutio, così come il braccio e la mano sinistra che innaturalmente stringe un uccello non bene riconoscibile nella specie, simbolo comunque  di resurrezione: l’anima del defunto per la sua fede spera nella resurrezione  ed il godimento eterno del Paradiso.

La figura è incorniciata in uno spazio contenuto da un archetto trilobato poggiato su capitelli classicheggianti che negli angoli di raccordo del trilobo propongono fiori di anemone, simbolo di speranza e di attesa,  della risurrezione.

Il gesto dell’adlocuzio vuole indicare che Cristo è Via, Verità e Vita e chi crede in Lui, risorgerà per la vita senza tramonto, premio di un cammino iniziato alla scuola di Maria che, come scrive Gregorio Nisseno, favorisce l’ingresso alla giustificazione, generando l’autore della luce, proponendo come guida il Figlio Suo che offre al fedele e, sorreggendo con la destra  il Suo braccio, invita ad ascoltarlo.

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