Di due frammenti di transenna, di un frammento di pluteo e di un pilastrino di epoca ducale nella cappella di San Lorenzo del duomo di Napoli.

 di  Tino d’Amico

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Il complesso vescovile napoletano, raccoglie al suo interno alcuni preziosi sconosciuti manufatti, testimonianze inedite che, anche se frammentarie, sono utili per la comprensione dello sviluppo delle arti plastiche nell’Italia Meridionale e non solo, o quanto meno, per la conoscenza della attività di artisti provenienti dall’Oriente, residenti in Città e nei territori del ducato bizantino e i loro rapporti con Bisanzio e più in generale con il mondo mediorientale, siro-palestinese, sasanide, attraverso esperienze culturali ed artistiche documentate già a partire dal VII secolo e per tutto il periodo ducale napoletano (sec. VII – 1135).

Nell’ambito della ricerca e dello studio delle ricostruzioni e trasformazioni dell’assetto interno dell’edificio angioino all’indomani del disastroso terremoto del 1456 e l’interesse per l’occasionale riutilizzo di manufatti provenienti dagli arredi liturgici delle due antiche cattedrali napoletane, sia nel cantiere angioino , che nei cantieri aperti in occasione delle ricostruzioni o restauri , dopo documentati successivi eventi sismici, per poi essere definitivamente accantonati, od eliminati a discarica, o essere alienati in epoche successive, sorprende ancora la scoperta ed il recupero nel corso  degli ultimi lavori di consolidamento e restauro del duomo  (1969-72) di reperti provenienti dagli edifici alto medioevali dell’area episcopale, riposti poi, dopo il recupero, in spazi inidonei, scarsamente evidenziati,  ignorati e sottovalutati, nonostante il loro  valore documentario anche per la continuità dell’utilizzo nel tempo di particolari arredi liturgici all’interno dell’edificio.

Certamente il problema che si impone è la valutazione stilistica di un manufatto, perché privo di ogni riferimento possibile del contesto liturgico per cui fu realizzato:  lo spianamento angioino dell’area su cui sorgerà il duomo, le spoliazioni, le distruzioni e ricostruzioni nel tempo, la mancanza di elementi descrittivi degli antichi edifici che costituivano il complesso cattedrale, non rendono possibile una collocazione dei manufatti recuperati, dall’apparato liturgico antico.

Non è possibile nemmeno una datazione certa e nemmeno se appartenevano realmente all’arredo liturgico dell’antico complesso vescovile, o provengono da distrutti edifici.

Fanno eccezione il prezioso antependium (frontale) dell’Altare della cappella di patronato della famiglia Capece-Minutolo (cfr. Tino d’Amico, Duomo di Napoli – Il frontale (antependium) dell’Altare della cappella Capece-Minutolo, in: tinodamico.Wordpress.com).

I due plutei marmorei, raffiguranti l’uno scene della vita del patriarca biblico Giuseppe e l’altro, storie di San Gennaro e altri Santi, nella cappella di Santa Maria  del  Principio nella antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Il campione della unità di misura lineare bizantina (cfr. Tino d’Amico, Duomo di NapoliIl campione della unità di misura lineare bizantina, in: tinodamico.wordpress.com), incastonato ancora nel suo antico supporto, e sistemato  in epoca angioina nel pilastro dell’arco trionfale, al termine della navata grande del duomo, dalla parte della navatella detta del Salvatore. 

La lapide con l’epitaffio di Bono,  console e duca di Napoli   (832-834),   proveniente dalla chiesa abbaziale  di Santa  Maria a Piazza diroccata parzialmente al tempo dei lavori pel risanamento di Napoli, all’indomani della epidemia di colera del settembre 1884;

Il prezioso calendario marmoreo della Chiesa di Napoli, del IX secolo e un frammento di transenna murato accanto all’ingresso al Battistero di San Giovanni in Fonte .camp-1

Napoli – Duomo – Planimetria generale – Si evidenzia la cappella di San Lorenzo.

Le pareti della cappella di San Lorenzo, Vescovo (VIII sec.) del duomo di Napoli, detta degli Illustrissimi preti di propaganda (cfr. Tino d’Amico, L’albero di Jesse: affresco di Lello de Urbe )da Orvieto?, in: tinodamico.wordpress.com) sono il supporto espositivo di manufatti scultorei , recuperati all’interno dell’area del complesso vescovile durante gli ultimi lavori di consolidamento e restauro (1969-72), provenienti da antichi edifici di culto all’interno della stessa area , distrutti per lo spianamento del sito per la costruzione dell’edificio angioino, da cappellette e Altarini di patronato sparsi all’interno dell’edificio, diroccati dal terremoto del 1456 oppure eliminati a partire dalla seconda metà del ‘600 per l’adeguamento liturgico del complesso cattedrale e gli abbellimenti settecenteschi del Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1753), nel corso dei lavori di ricostruzione, consolidamento e restauro dopo il terremoto del 1732/33, manufatti tagliati, scalpellati o occasionalmente rinvenuti e  trasferiti a discarica, per riempire vuoti strutturali e consolidare tratti murari e fondazioni.

Oggetto di questa analisi sono due frammenti di una transenna, di cm. 35 x 60, utilizzati come pedate di  scalini, un pluteo di cm. 70 x 30 ed un pilastrino, in origine di sezione quadrata, ma tagliato nel riutilizzo nel senso della diagonale, di cm. 98 x 20, riposto in un angolo del sito, in posizione capovolta.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – I frammenti di transenna.

I due frammenti di transenna appaiono decorati con una serie di nastri che si intersecano formando losanghe, sistema decorativo aniconico desunto da stoffe di produzione sasanide (V-VII sec.).

La decorazione del frammento di pluteo presenta un diverso criterio compositivo, formato da cerchi vitinei che inscrivono pavoni intenti a beccare racimi d’uva.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Il frammento di pluteo.

Sistema decorativo ampiamente utilizzato nel periodo paleocristiano e alto medioevale , desunto da, manufatti suntuali in genere, comunque da oreficerie e tessuti di produzione orientale e di importazione attraverso i citati canali.

Il frammento di transenna potrebbe essere un reperto dal  portico paleocristiano scoperto inglobato nella struttura del palazzo arcivescovile napoletano e ancora in corso di scavo e studio, mentre il frammento di pluteo potrebbe essere un reperto dalla transenna ottagona che circondava, come d’uso, la vasca battesimale in San Giovanni in  Fonte, i cui elementi erano intervallati da colonnine che reggevano il tegurium , la copertura della vasca, e reggevano anche i velari calati per proteggere il pudore cristiano quando venivano battezzate le donne.

Il tralcio vitineo è sinonimo di sacrificio, di abbondanza traboccante dell’amore divino, dal sacrificio cruento di Cristo sulla Croce; il pavone che becca i racimi d’uva è simbolo di risurrezione e di vita eterna.

La vita eterna, godimento celeste, si raggiunge con la partecipazione al sacrificio di Cristo, attraverso la Santissima Eucaristia..

Il frammento di pilastrino, ornato in origine su tutti e quattro lati perché sostegno di un protiro o di un ciborio, e doveva essere visto da tutti e quattro i lati, fu segato nel senso diagonale e riutilizzato con altra finalità.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Il frammento di pilastrino.

Probabilmente poggiava su un leone ed era sormontato da un capitello con abaco, o da una mensola/capitello di impostazione per una voltina.

Anch’esso come i due precedenti reperti segnalati, dimostra la derivazione artistica da una scuola di importazione orientale fiorente a Napoli nei primi tempi del ducato, considerando la semplicità e la stilizzazione del decoro a semplici foglioline di palma, simbolo di vittoria, che  il colore stesso della pianta, sempreverde, simboleggia la vita eterna raggiunta dopo il martirio, trae origine dalle comuni fasce decorative dell’abbigliamento bizantino, che si ritroveranno per un lungo svolgere di anni.

Esso pur non evidenziando una probabile collocazione d’origine e una sicura datazione, che potrebbe essere testimonianza di un antico martyrium, esistente nell’area vescovile e diroccato, insieme ai frammenti di transenna e al frammento di pluteo, apre verso la comprensione dello svolgersi della scultura in Campania fra il VII e il IX secolo, facendo emergere dall’oblio, manufatti riposti altrove e dimenticati che, pur comuni prodotti derivati da manufatti suntuali, comuni al tempo del ducato, evolvendosi ed esprimendosi nell’ornato con girari e figure di animali fantastici trovano nelle stoffe orientali la loro matrice e nel mondo bizantino forme più schiette, portando a suggerire l’esistenza di botteghe artigiane trapiantate a Napoli ed operanti prima ancora di costituire vere e proprie scuole stilistiche.

Dopo la conclusione della guerra greco-gotica (536-553) i bizantini incominciarono ad esercitare sulle province del Meridione d’Italia un potere che non fu solo politico-militare, e attraverso gli scambi culturali, favoriti dall’incremento degli scambi commerciali, avviarono una politica di integrazione per mezzo dell’introduzione di colonie artigiane bizantine che influenzarono con il loro operato l’architettura, la scultura, le arti suntuali, con modelli desunti dall’arte sasanide, siro-palestinese.

Gli stessi pellegrinaggi verso i luoghi santi e dall’oriente verso Roma poi, favorirono l’introduzione di modelli ampiamente sperimentati nelle arti minori desunti dalle oreficerie, dalle stoffe e dai manufatti in genere, attraverso anche la circolazione di reliquie di Santi poste in reliquari finemente lavorati, e avvolti in tessuti anche serici che finirono per costituire il modello della produzione di manufatti elaborati da artigiani autoctoni.

A Napoli esisteva una fiorente documentata comunità di mercanti e di artigiani provenienti da Bisanzio e nei territori calabri  erano presenti colonie greco-egiziane che con le loro Chiese  intrattenevano intensi rapporti con i Paesi di origine.

Inoltre a Napoli conviveva, più o meno pacificamente, un clero autoctono, latino ed un clero di importazione, bizantino, che esercitavano in comune il loro ministero nelle due basiliche Cattedrali, la Santa Restituta, sede della unica Cattedra vescovile, con un ruolo decisamente liturgico-pastorale e la Stefanìa che disponeva anche di una Cattedra vescovile, edificio utilizzato essenzialmente dal clero bizantino per attività amministrative e sacramentali.

Integrazione politico-culturale-religiosa, favorita anche dalla presenza di Pontefici siro-palestinesi tra il VII e l’VIII secolo:  Giovanni V (685-686), Conone (686-687), Sisinnio I (708-708), Costantino I (708-715), Gregorio III (731-741).

Il Cardinale Arcivescovo di Napoli Francesco Boncompagni (1621-1641) concesse agli Ebdomadari del duomo l’utilizzo di alcune stanze costruite a ridosso della cappella di patronato della famiglia Seripando, sul fianco sinistro dell’edificio angioino, accedibili dal cortile interno, poi eliminate negli anni 1979-72 , fatte realizzare dall’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), nel 1581, quando trasformò la cappella reale angioina intitolata a San Ludovico, in sacrestia del duomo ed In quella occasione furono utilizzati, probabilmente, i frammenti di transenna e il frammento di pluteo come pedate della scalinata di accesso alle stanze, insieme a pedate ricavate segando lastre sepolcrali nel senso longitudinale, esposte nella stessa cappella di San Lorenzo.

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