Napoli – Basilica Santuario del Carmine Maggiore – Il Crocefisso che chinò il capo per schivare un colpo di bombarda.

Le ragioni di una contesa – La fine del Regno di Giovanna II e l’arrivo degli aragonesi a Napoli – Il miracolo nel racconto di un contemporaneo: la CRONACA DI NAPOLI di Notar Giacomo.

di Tino d’Amico

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L’autore nel suo studio .

Occorre inquadrare storicamente l’evento miracoloso documentato nella CRONICA DI NAPOLI  di Notaro Giacomo: il tramonto della dinastia angioina filo francese e angioina-durazzesca e le vicende politiche e militari che contrapposero l’ultimo angioino di Napoli ad Alfonso V d’Aragona, tornato a Napoli per rivendicare i propri diritti sul Regno, insediandosi poi sul trono, nel 1442, con il nome di Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo.

Alla morte di Guglielmo I d’Asburgo detto l’ambizioso (1370-1406), che aveva sposato nel 1401, Giovanna d’Angiò (1373-1436), principessa di Napoli perché figlia di Carlo III di Durazzo (1345-1386) e di Margherita di Durazzo (1347-1412) entrambi primi cugini, non avendo eredi, motivo per cui patrimonio e titoli del marito erano passati per successione al fratello minore di questi, Leopoldo IV, non sperando in possibili nuove nozze per l’età incipiente, ritornò a Napoli, dove cominciò a condurre una vita dissoluta presso la corte libertina degli angioini.

Re di Napoli dal 1386, era suo fratello minore Ladislao I (1376-1414) e ritrovò l’anziana madre Margherita di Durazzo, impegnata nel difendere come reggente, il trono del figlio minore, dalle fazioni contrapposte filo-angioina, francese e angioina-durazzesca: i filo-angioini francesi riuscirono ad eleggere re di Napoli Luigi II d’Angiò (1377-1417), nel 1382, che la regina Giovanna I (1328-1382) aveva nominato erede al trono di Napoli, in contrapposizione a Carlo III d’Angiò-Durazzgiovanna-i1o.

Giovanna I regina di Napoli.

Nel 1387 i sostenitori del ramo francese occuparono Napoli e Margherita di Durazzo, con il piccolo Ladislao I fu costretta a rinchiudersi in Castel dell’ Ovo da dove poi fuggì per Gaeta.

Nel 1390 il napoletano Pietro Tomacelli fu eletto Papa (Bonifacio IX, 1390-1404) che sosteneva il partito angioino filo-durazzesco di Ladislao I contro gli angioini filo-francesi  di Luigi II.

Nel 1399, Ladislao I, ormai libero della reggenza, tentò di recuperare il trono di Napoli, profittando dell’impegno di Luigi II contro i baroni ribelli pugliesi, costringendolo poi, per le sorti avverse della contesa, a fuggire in Francia.

Ladislao I subito dopo la riconquista del Regno, si adoperò presso il Papa per la conferma della successione dinastica del Trono di Napoli, feudo della Chiesa, consolidando il suo potere anche con l’eliminazione fisica dei baroni ribelli, ma il suo sogno era quello di unificare l’Italia sotto un unico sovrano, lui naturalmente, raccogliendo la netta opposizione di Innocenzo VII (1404-1406) perché il tentativo mirava a togliere alla Chiesa il Patrimonio di San Pietro e il vassallaggio nei suoi confronti di molti stati e staterelli d’Italia.

La grande minaccia che Ladislao I rappresentava per la Chiesa e per le autonomie locali italiane indusse l’Antipapa Alessandro V (1409-1410), che per tentare di ricomporre lo scisma d’occidente, aveva deposto gli antipapi Gregorio XII (1406-1415) e Benedetto XIII (1394-1417), a richiamare in Italia Luigi II d’Angiò, che nominò re di Napoli.

Le alterne vicende della guerra condotta da Ladislao I contro le entità politiche dell’Italia centro-settentrionale, si conclusero con un trattato di pace, nel 1411, ma contro di lui insorse l’Antipapa Giovanni XXIII, il napoletano Baldassarre Cossa (1410-1415),  che prese posizione a favore di Luigi II d’Angiò che, nel frattempo pur raccogliendo l’appoggio di Giovanni XXIII, perse il Regno di Napoli e rientrò in Francia, mentre lo stesso Antipapa siglava con Ladislao I un accordo di pace, confermandolo re di Napoli, nel 1412.

L’anno successivo Ladislao I annullando il trattato con l’Antipapa Giovanni XXIII, intraprese nuovamente la lotta per l’unificazione dell’Italia sotto il suo governo.

I suoi progetti fallirono perché colto da una improvvisa malattia infettiva morì nel 1414 .                                                                 141828

Napoli – Chiesa di San Giovanni a Carbonara Monumento funebre di Ladislao I.

Il suo regno passò alla sorella Giovanna che divenne Giovanna II regina di Napoli, fino al 1435.

La vita libertina condotta da Giovanna II alla corte angioina, fu caratterizzata dalla presenza di molti amanti occasionali e di alcuni stabili “favoriti” che ebbero molta influenza sulle scelte politiche interne ed estere del Regno e profittarono della loro posizione per acquisire potere  e ricchezze e feudi per i loro familiari.

Il primo di essi fu il suo coppiere, Pandolfello Piscopo detto Alopo per la sua calvizie, morto decapitato nel 1415, che Giovanna II innalzò alle più altre cariche dello Stato.

Non avendo avuto figli, “la ragion di Stato” imponeva alla sovrana un nuovo matrimonio, e la scelta cadde sull’infante don Giovanni d’Aragona, figlio di Ferrante d’Aragona che esercitava il suo potere anche sulla Sicilia, ottimo alleato quindi, in caso di guerra.

Secondo l’uso del tempo, furono mandati a trattare e a concludere il matrimonio gli emissari reali,  i quali al ritorno da Valenza, raccontarono che lo sposo prescelto aveva appena diciotto anni.

Ai più il matrimonio sembrò sconveniente perché la quarantasettenne regina, sfiorita e corrotta, difficilmente avrebbe potuto fare colpo sul giovanissimo prescelto, che scoprendosi ingannato sulle decantate virtù e sulla bellezza di Giovanna II, certamente avrebbe rotto il contratto di nozze e poi per l’età avanzata della regina, difficilmente sarebbe nato l’atteso erede.

I messi furono rinviati a Valenza per disdire il matrimonio, mentre il Consiglio della Corona filo-francese decise di sposare Giovanna II con Giacomo di Borbone conte della Marche (1370-1438), imparentato con i reali di Francia, per assicurarle una discendenza legale, assicurare stabilità al partito, e respingere le pretese di successione dinastica di Luigi II d’Angiò.

Il matrimonio fu celebrato il 10 agosto 1415, ma Giovanna II negò al marito il titolo regale, come stabilito dal contratto matrimoniale, relegandolo al ruolo di principe consorte.

Intanto Giacomo di Borbone cominciò a nutrire seri sospetti circa la fedeltà della consorte, anche per le storie che si raccontavano sulla vita libertina che quest’ultima aveva condotta prima del matrimonio.

La regina aveva elevato alle più alte cariche dello Stato il suo “preferito”, Pandolfello Alopo, nominandolo nel 1414 Gran Siniscalco del Regno.

La sua  potenza aumentò ulteriormente  con il matrimonio della sorella Caterina con Muzio Attendolo Sforza, capitano di ventura, a Napoli al soldo di Ladislao I, e rimasto a Napoli dopo la morte di questi, sperando di guadagnare il favori della regina che lo aveva già nominato Gran Conestabile del Regno, scatenando la gelosia di Pandolfello che lo fece arrestare ma poi, temendo i soldati al suo comando, lo liberò, gli dette in sposa la sorella e i feudi di Benevento e Manfredonia.

Fu lo stesso Pandolfello a consigliare alla regina di non investire del  titolo regale il  marito Giacomo che  lo fece arrestare e decapitare nello stesso anno 1415.

Lo stesso Giacomo di Borbone fu vittima di una congiura ordita dalla nobiltà angioina filo-francese e per salvarsi dovette fuggire da Napoli per la Francia dove vestì l’abito francescano: morì nel 1438.

johanna_ii_of_naples6Giovanna II regina di Napoli.

In questi frangenti ne approfittò Giovanni Caracciolo del Sole, detto Sergianni, (1372-1432) che riuscì a diventare il nuovo “favorito” di Giovanna II.

Dopo la morte dell’amate e la fuga del marito, Giovanna II fu incoronata regina di Napoli il 19 ottobre 1419.

Gli anni che seguirono furono caratterizzati dalle lotte di potere delle due fazioni angioina filo-francese e angioina filo-durazzesca, ma anche fra vari pretendenti alla mano della regina, per accaparrarsi il trono di Napoli e gli eredi di diritti di successione scaturenti da adozioni legali sancite al tempo della regina Giovanna I, mentre incominciarono ad incrinarsi i rapporti fra Giovanna II e il Papa Martino V (1417-1431), che era riuscito a comporre lo scisma d’occidente.

Martino V chiese alla regina di Napoli il contributo economico spettante al Patrimonio di San Pietro, in ragione del rapporto di vassallaggio del Regno di Napoli nei confronti della Chiesa, l’omaggio annuale della chinea ammontante ad ottomila once d’oro, offerto dai sovrani angioini al Papa il giorno di San Paolo, per la concessione del regno di Napoli, come vassallo della Chiesa a Carlo I d’Angiò e Giovanna II era in arretrato di qualche anno.

Consigliata dal suo nuovo “favorito” ‘ Sergianni Caracciolo, si rifiutò di onorare il l’obbligo del censo, pattuito da Carlo I d’Angiò con Papa Clemente IV (1265-1268), scatenando la vendetta di Papa Martino, chiedendo l’appoggio di Luigi III d’Angiò, figlio del rivale Ladislao I e pretendente del trono di Napoli in virtù del diritto ereditario scaturente dalla adozione legale che Giovanna I (1327-1382) aveva conferito al nonno Luigi I, prima che venisse spodestata ed uccisa da Carlo III, il padre di Giovanna II.

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E’ a questo punto della storia che entrarono in gioco gli aragonesi.

Luigi III d’Angiò nel 1420 cominciò l’invasione del Regno, mentre Papa Martino V si fingeva mediatore della contesa per la successione dinastica del Regno, convocando a Firenze le parti.

I napoletani smascherarono l’ambiguo comportamento del Pontefice e chiesero l’appoggio di Alfonso , conte di Catalogna (1394-1458), figlio di Ferdinando I, cui successe nel 1416 nei regni di Aragona, Valenza, Majorca, Sardegna. Sicilia, chiamato a difendere il regno di Napoli con  la promessa di essere adottato come figlio da Giovanna II e quindi a succedergli legittimamente sul trono di Napoli.

Per la peste del 1422 le corti angioine e aragonesi furono costrette a fuggire da Napoli a Castellammare prima, a Gaeta poi, dove alcuni nobili del regno giurarono fedeltà nelle mani di Alfonso V.

Questo valse ad aumentare i timori di Giovanna II circa la sua esautorazione dal governo da parte del re di Aragona e, consigliata da Sergianni Caracciolo, revocò l’adozione fatta ad Alfonso V, per concederla a Luigi III d’Angiò che, sconfitti gli aragonesi , li costrinse a fuggire in Ispagna.

La pace che seguì vide gli ultimi bagliori della potenza di Sergianni, la sua tragica fine , assassinato a colpi di stocco , la notte del 19  agosto 1432, in Castel Capuano, la morte improvvisa di Luigi III erede al trono di Napoli, nel 1432, a cui successe nel diritto, il fratello Renato e la morte della ormai sessantacinquenne regina Giovanna II, nel febbraio 1435.

Quando Renato d’Angiò fu chiamato a succedere a Giovanna II, era prigioniero del duca di Borgogna per uno sfortunato tentativo di conquista di quel ducato; ne approfittò Alfonso V d’Aragona che aveva mal digerito la perdita del regno di Napoli.

Contattato dalla nobiltà napoletana estromessa dalla reggente Isabella di Lorena, moglie di Renato d’Angiò, nel governo del Regno, prese l’iniziativa e tentò di invadere il regno di Napoli, ma fu sconfitto a Ponza dalla flotta genovese giunta in aiuto dei napoletani.

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Re Alfonso tentò ancora uno sbarco nel Regno e questa volta riuscì a conquistare il Castel Nuovo e Castel dell’ Ovo.

Quando finalmente re Renato, liberato dopo il pagamento di un  ingente riscatto, giunse a Napoli nel 1437, Alfonso V d’Aragona, dopo avere conquistato Caserta e Scafati aveva cinto d’assedio la Città, ponendo il suo campo nei pressi del Castel Nuovo, mentre suo fratello minore, l’Infante di Spagna, don Pietro Fernandez duca di Noto, aveva posto le batterie nella zona di Sant’Anna alle Paludi, per tentare di prendere il Forte dello Sperone, nei pressi della chiesa di Santa Maria del Carmine che, evacuata, era stata trasformata dagli angioini in base per le operazioni militari, ponendo sul campanile (non l’attuale, ricostruito da Frà Nuvolo), alcune bombarde.

Questo avveniva il 17 ottobre 1439 o, secondo alcuni cronisti contemporanei, fra cui Notar Giacomo, il 17 ottobre 1438.

Le differenti date sono conseguenza del diverso modo di computare gli anni: secondo il calendario del regno di Sicilia e quindi aragonese, l’anno sarebbe il 1438; secondo il calendario romano, il 1439.

056_065Napoli – Il forte detto “lo sperone” ancora esistente nei primi anni del ‘900 – Sullo sfondo si nota il campanile della chiesa del Carmine.

Il 17 ottobre 1438, gli angioini sparavano dal campanile della chiesa del Carmine per tentare di contenere, in qualche modo, il fuoco degli aragonesi che dal campo posto nella zona di Sant’Anna alle Paludi tiravano con  le loro bombarde chiamate messinesi, contro il forte e la chiesa stessa.

Pare che lo stesso infante don Pietro dirigesse il fuoco di una bombarda proprio contro la chiesa e il campanile  da dove partivano colpi micidiali.

Una palla di pietra del diametro di circa 36 centimetri sfondò l’abside e andò a finire la sua corsa su di un Crocefisso di legno posto su di un tavolato accanto alla porta maggiore.

Il Cristo fu ritento irrimediabilmente perduto ma, passato il momento di smarrimento, quei frati più coraggiosi che volevano tentare un bilancio dei danni subiti, Lo trovarono intatto, anzi poterono constatare che la testa, prima rivolta verso il cielo con gli occhi aperti e le labbra aperte in atteggiamento di supplica, appariva miracolosamente china, gli occhi e la bocca serrata, la lingua stretta fra i denti, il ventre contratto nella parte inferiore e le gambe piegate sotto il peso del corpo.

15-segreti-di-napoli-parte-2_05Il collo poi, mostrava nervi e tendini tesi nello sforzo per schivare il colpo e i capelli di crine, che prima scendevano sulle spalle, alla nazarena, apparivano rovesciati sul volto, mentre la corona di spine era caduta.

Napoli – Basilica Santuario del Carmine Maggiore – Il miracoloso Crocefisso – Dettaglio.

Constatato il miracolo, furono invitati i cavalieri del Seggio di Portanova, deputati durante l’assedio della custodia del Tempio, i quali confermarono il fatto, ne diedero l’avallo legale e proposero di trasferire il miracoloso Crocefisso in un luogo più sicuro.

Ma non riuscirono a rimuovere l’immagine sacra diventata improvvisamente pesantissima.

Alfonso V d’Aragona, venuto a conoscenza del miracolo, invitò il fratello don Pietro che si approntava ad intensificare il fuoco, a desistere dallo sparare contro il luogo sacro.

Il giorno seguente un angioino, scorgendo dall’alto del campanile un gruppo di ufficiali fermi nel campo avversario, sparò un colpo con la bombarda detta “la pazza”.

Il colpo troncò netto il capo dell’Infante don Pietro che, spronato il cavallo s’era dato alla fuga, vedendo arrivare verso di lui il proiettile.

Alfonso V d’Aragona che si era recato a Messa nella chiesetta di Santa Maria delle Grazie, oggi detta di Sant’Anna alle Paludi, a chiedere  l’aiuto divino nella battaglia, informato della morte del fratello don Pietro, rimase nella chiesetta fino al termine della Santa Messa, per poi recarsi presso il corpo dell’infante di Spagna raccolto nella palude dove il cavallo imbizzarrito lo aveva trascinato.

Agli inviti pressanti di Isabella di Lorena (1400-1453) moglie di Renato d’Angio e regina di Napoli, ad entrare in  città per dare degna sepoltura all’infante, rispose con un netto rifiuto, preferendo togliere il campo e trasferirsi a Capua, dopo avere provvisoriamente sepolto don Pietro in Castel Nuovo, da dove poi la salma fu trasferita nel 1445 nella chiesa di San Pietro Martire.

Così Cesare d’Engenio Caracciolo, descrive il suo sepolcro in San Pietro Martire: “…qui anche il Re Alfonso dopo ch’ebbe acquistato Napoli, fe dal Castel Nuovo trasferire il corpo dell’Infante D. Pietro suo fratello ch’era morto tre anni prima dal tiro d’artiglieria…e volendo farlo seppellire nella tribuna, gli fu consigliato che non conveniva che in quel luogo stesse alcuna persona, e che facesse levar la sepoltura del Gran Senescallo Costanzo, rispose, che s’era male. ch’e un Re facesse ingiustizia a i vivi, era assai peggio farla a i morti, e così lo fe porre in una tomba di broccato appresso l’avello del Costanzo, ma dai frati di questo luogo, fu poi eretto un sepolcro di marmo, e col corpo della Regina Isabella moglie del re Ferrante fu collocato e qui si legge: ossibus e memoriae Isabellae Clarimontiae  /  Neap. Reginae Ferdinandi Primi coniugis  /  et Petri Aragonei Principis strenui  /  Regis Alphonsi Senioris frater   /  qui ni mors ei illustrem vita cursum interrupisset  /   fortunam gloriam facile adoequasset,   /  o fatum quot bona parvulo faxo conduntur. (cfr. Cesare d’Engenio Caracciolo, NAPOLI SACRA, Napoli 1623.

Anche Pietro de Stefano, nel 1560, da la stessa descrizione della sepoltura di Pietro d’Aragona; Carlo Celano nel 1692, è più preciso riportando nel suo racconto la data della morte dell’infante 1439  e la data della sua sepoltura in San Pietro Martire, nel 1444 .

Tre casse di legno ricoperte di broccato: una per Pietro d’Aragona, un’altra per Isabella di Chiaromonte e l’altra per Beatrice d’Aragona, regina d’Ungheria; in un secondo tempo, essendo logorati i feretri, i frati composero sulla tribuna in una cassa di marmo il corpo di Isabella di Chiaromonte, insieme a quello dell’Infante don Pietro ed in un’altra cassa di marmo il corpo di Beatrice d’Ungheria, riportando lo stesso epitaffio precedentemente citato.

In un tempo imprecisato il sepolcro di Isabella di Chiaromonte e dell’infante Pietro fu trasferito dalla tribuna, nella settima cappella di destra.

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Ritratto di Alfonso V d’Aragona, I di Napoli.

Alfonso d’Aragona riuscirà ad occupare Napoli il 2 agosto 1442, quando alcuni aragonesi, per il tradimento di un  gruppo di napoletani, si introdussero attraverso un pozzo posto nel cortile di una casa fuori la porta di Santa Sofia, nell’antico acquedotto romano e attraverso questo in città, riuscendo poi ad aprire la porta al grosso dell’esercito.

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L’evento miracoloso che ho narrato è riportato da un contemporaneo, Notaro Giacomo, (forse Giacomo della Morte, ancora vivo nel 1524), autore presunto della CRONICA DI NAPOLI dal tempo degli antichi romani al 1511, un manoscritto composto a cavallo fra il XV e il XVI secolo, conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli e dato alle stampe da Paolo Garzilli nel 1845.

“…A lo ultimo de sectembro 1438, secunde indictionis per Re Alfonso primo se castremetaua innapoli et alla padule hauea facto ponere le bombarde per diricto lo monasterio del carmine tralequale una messanese per nomo chiamata, staua se dice la mandra vecchia appresso sanctoangelo dela arena doue hauea facto danno dou uno iouedì ad hora deterza ali XVII de octobre 1438 venne lo infante nomine Don Pedro fratello dedecto re et fece sparare dicta bombarda nominata la messanese per diricto la tribuna e roppe lo muro dela terra et la tribuna dela ecclesia et iectao lo lampere per terra et lo pauiglione del crucifixo la corona li capilli la spina et lo crucifixo  calao la testa et la peredicta ando sopra la porta dela ecclesia et rimase sopra certa taule dentro la ecclesia inn guardia del quale monasterio erano messer ioyse coppula – messer philippo de anna – messer roberto gactola – simonecta scannasorece – vitillo saxone et altri cittadini et Priore era mastro Joanne cingaro de Napoli dou fondano consiglio per leuare dicto crucifixo per dubito delle bombarde, et venuti più maystriy may quello lo possectro leaure et vedendone tale miraculo lo laxaro stare: ali XVIII dicto de venerdì, ad quella hora de terza venendo lo infante per far tirare, essendo lo signor conte defunte et cinquo caualeri inla ecclesia et in quella più bombarde uno che era in dicto monasterio et non della compagnia posse foco ad una bombarda chiamata la pazza doue sentendola vedeva la predicta venire adricto suo et quella perdicta dona alla arena seguitandola lo infante li leua meza testa et lo caualllo fugio con ipso, doue per spacio de mezza mesa fo preso et vedendo dicto conte et li altri tale miraculo stando el re ad audire messa a sancta naria dela padule, li fo narrato lo miraculo con pianto resposse che lui auea pregato quella matina che non volesse tirare al monasterio per lo miracolo hauesa intiso per uno homo era fugito da Napoli et ordino si leuasse il campo et infra spacio dedui di senne ando…”

640px-bassorilievo_del_500Napoli – Basilica del Carmine Maggiore – Bassorilievo del ‘500 che illustra il miracolo. 

Il miracolo del Crocefisso della chiesa del Carmine, è ricordato anche da Sant’Antonino da Firenze (tomo 4 cronic. ad a. 1439); da Giuliano Passero (“Giornale”, conservato presso la Biblioteca della Società di Storia Patria di Napoli); da Notar Francesco De Rosa (“Miracoli della Gloriosissima Vergine del Monte Carmelo de Napoli, edito nel 1585); da Giovanni Cartagena (de mirandis Deipare Virginis”); da Giovanni Battista Lezana (Ann.Carm. ad  a. 1438); dal Briet (“Ann. Mundi”, ad a. 1438); dal Bzovius (“Ann.Eccl. Tom.XII, ad a. 1438); da Daniele della V.M. (“Vinea Carmeli” p. 549) e da altri storici e cronisti del tempo.

Nella sacrestia della Basilica del Carmine Maggiore di Napoli, nel vano destinato a “lavabo”, trasformato poi in cappella, esiste un bassorilievo del sec. XV che rappresenta il miracoloso Crocefisso nell’atto di schivare il colpo di bombarda.

Fra i cimeli e gli “ex voto” del Santuario, è conservata la grossa palla di pietra, mentre un cerchio di marmo bianco, segna, sul pavimento della chiesa, il punto in cui fu rinvenuto il proiettile.

Se il manoscritto di Notaro Giacomo costitisce il rogito notarile dell’accaduto, i particolari favori concessi al santuario da Alfonso I e dai suoi successori, costituiscono l’avallo legale del miracolo.

Il popolo napoletano, poi, particolarmente devoto del Crocefisso del Carmine, che prima che fosse trasferito nella chiesa, per molti anni era stato esposto alla venerazione dei fedeli nella grande piazza del mercato, constata la veridicità del fatto, aumentò ed intensificò i pellegrinaggi al miracoloso simulacro, tanto che re Alfonso I, a sue spese, fece lastricare il tratto di strada compreso fra la chiesa angioina di Sant’Eligio, prospiciente la piazza del mercato e la chiesa di S.Maria del Carmine, perché fosse più comodo l’accesso al tempio.

Il Crocefisso è oggi conse114815005-1b22cbaf-0e1a-4f28-9026-6a658c41484frvato nel tanbernacolo che Aflonso d’Aragona  fece costruire  in riparazione e fece porre su di un pontesotto l’arco trionfale della tribuna.

Re Alfonso V, I di Napoli, il giorno dopo il suo ingresso in città da conquistatore, nel 1442, volle recarsi a controllare la veridicità del miracolo e venerare la sacra immagine e dalla chiesa del Carmine, nel 1443, volle iniziare la sua cavalcata trionfale per le vie di Napoli.

Ogni anno l’immagine viene esposta alla venerazione dei fedeli, dal 26 dicembre al 2 gennaio, a ricordo del primo miracolo e dell’inaugurazione del nuovo tabernacolo voluto da re Alfonso I, e il primo sabato di quaresima a ricordo dell’assistenza divina durante una tremenda tempesta abbattutasi su Napoli nel febbraio del 1679: quel giorno era un primo sabato di quaresima.

Ai sovrani che prendevano parte alla solenne ostensione del Crocefisso, veniva donata dal Priore del convento, una ciocca di capelli tagliati al simulacro, durante la solenne funzione.

Questo “tagliare i capelli” al Cristo, ha fatto nascere la leggenda della crescita miracolosa dei capelli sul capo del Crocefisso.

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Il Crocefisso della chiesa del Carmine appare come un’opera isolata nell’ambiente artistico campano, per un particolare tono di deformazione aggressiva e violenta.

Queste note caratteristiche, questa rozzezza, comunque, è comune nelle opere di scultori del calibro di Baboccio ed in gran parte degli scultori della fine del ‘300, essa è da intendere come tensione espressiva voluta, intenzionale e non frutto della inesperienza degli artisti.

La corte angioina, sul finire del ‘300 riceve una notevole ventata di misticismo per la presenza a Napoli di Santa Brigida di Svezia, ospite, nel 1372, della regina Giovanna I: la presenza della Santa valse ad accrescere il clima di misticismo e di fanatismo religioso che già nella seconda metà del ‘300 si andava affermando e si era concretizzato  con  la fondazione di chiese e conventi e nella commessa ed esecuzione di opere di gusto popolaresco, sentimentale, altamente espressivo, da parte di artisti locali aperti alla cultura della Catalogna, della Germania, della Francia.

Questo clima devozionale, popolaresco, determina la diffusione di stilemi espressivi, patetici, attraverso l’affermazione delle varie “pietà” e dei “Cristi doloranti”.

La fonte a cui si ispirano per  il tipo iconografico del Cristo morto è certamente la cultura artistica tedesca che  giungeva attraverso svariati canali di penetrazione..

E’ il caso di questo Cristo in croce che la critica tenta di attribuire a Pietro degli Stefani mentre pare accertato sia delle fine del ‘300.

Comunque , la intensa  drammaticità espressiva, la tensione dei tendini e dei muscoli del collo, l’insieme della struttura anatomica, hanno  del soprannaturale, e pongono un interrogativo: chi ha scolpito nel legno di tiglio questo Cristo, o conosceva talmente bene l’anatomia umana, cosa più impossibile che rara sul finire del ‘300, o bisogna credere al miracolo.

Le testimonianze, la tradizione e il culto, non pongono alternative: di miracolo si tratta.


FONTI.

Per la parte storica, Dizionario Biografico Treccani.

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