L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad fontes.

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di Tino d’Amico

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A sinistra del prospetto della cappella delle reliquie del duomo, un anonimo usciuolo aperto sulla parete della navatella di Sant’ Aspreno, introduce in alcuni ambienti che oggi consentono di raggiungere i vari livelli della torre campanaria.

Il primo e più ampio di essi è un corridoio lungo  circa 9 metri e largo 5, coperto da una volta ad arco leggermente acuto il cui vertice appare notevolmente ribassato rispetto al piano di calpestio attuale, decorata nell’intradosso da lacunari sfalsati, contornati da cornici aggettanti, in pietra di tufo, costituiti da elementi preventivamente lavorati fuori opera.

Non esistono altri simili esempi di decorazione, a parte la notevole analogia che si riscontra con la decorazione del passaggio sottostante il campanile della Cattedrale di Caserta Vecchia.

Decorazione unica nel suo genere, desunta dal mondo islamico, coacervo di stilemi, a loro volta desunti dalle diverse culture che andava introitando nella fase della espansione nel medio oriente e nell’Africa sahariana, che già nel VII secolo influenzava l’arte bizantina, che traeva da esso motivi di ispirazione, che poi trasmigreranno nella cultura artistica normanna, dal 1071, come sincretizzazione di elementi bizantini, arabi, romanici che troveremo per tutto il XII secolo e nella cultura federiciana.

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Da: Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974. – L’intradosso del sottopasso del campanile del duomo di Napoli e foto piccola, l’intradosso del sottopasso del campanile di Caserta vecchia.

Lungo le pareti, appena sotto l’imposta della ogiva, si osservano una serie di nicchiette appena accennate nella concavità: costituivano gli schienali degli scolatoi dei cadaveri.

Sconosciuto fino ai primi anni ’70 del passato secolo, fu ritrovato occasionalmente con il suo macabro contenuto.

La volta ogivale è la copertura del passaggio sottostante l’antico campanile del duomo, a scavalco del setto del cardine n.14, dello schema dell’impianto urbanistico di Napoli greco-romana, così come studiato e delineato da Bartolommeo (sic) Capasso nel 1901 e analizzato e riproposto da Mario Napoli nel 1951.

Esso, fin dal III – IV secolo d.C., costituiva la strada interna dell’ insula tripla che andava configurandosi come cittadella vescovile chiusa e indicato nel tratto, Vicus S. Larentii ad fontes, ed il cui basolato di pavimentazione fu parzialmente rinvenuto a circa tre metri di profondità rispetto alla quota media del piano di calpestio dell’insula, negli stessi anni ’70, rasente il muro orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta

planimetria

Da Bartolommeo Capasso – Napoli greco-romana, Napoli, 1901 – Si evidenzia la cittadella vescovile e il campanile a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, tratteggiato in rosso.

L’accesso allo spazio chiuso della cittadella vescovile, avveniva in epoca paleocristiana e alto medioevale attraverso un Vicus Obliquo  che dalla Somma Piazza andava ad immettersi nel Cardine Major, indicato da sempre come Vicus Radii Solis, vicolo ancora oggi percorribile,  nello spazio di pertinenza degli ambienti del Collegio Capitolare.

Con la pianificazione interna dell’area intorno al VII – VIII secolo  e la realizzazione degli edifici episcopali, della probabile modifica planimetrica della Santa Restituta con la ricostruzione dell’abside a nord e la realizzazione del nuovo ingresso preceduto da un quadriportico a sud, della ricostruzione della sua basilica gemina detta Stefanìa, l’accesso alla cittadella venne a trovarsi naturalmente spostato sul Largo di Capuana, in posizione leggermente elevata, tenendo conto del declinare naturale del luogo, attraverso una preesistente torre di difesa,  che forse già era a scavalco del tratto del cardine n.14, raggiungendo il naturale piano di calpestio del Largo di Capuana, probabilmente mediante una piccola rampa o una scalea, soluzione già adottata altrove.

L’archeologo Mons. Enrico Tarallo (1881-1960), Canonico del Collegio Capitolare Metropolitano napoletano di Santa Restituta, elaborò nel 1931 una ipotetica planimetria dell’ insula episcopalis ,sulla scorta di occasionali suoi ritrovamenti e ricerche, ma non segnò su di essa il Vicus Obliquo, che tratteggio in rosso, e non riportò le tracce dei cardini 14 e 15: del primo, parte integrante dell’area interna della cittadella, non se ne conosceva il percorso, l’altro costituisce da sempre il viale  interno di collegamento degli uffici amministrativi della Diocesi.

La planimetria del Tarallo, risulta imprecisa relativamente alle porzioni di cardini dal Largo di Capuana verso sud, ma risulta di particolare interesse per la collocazione delle due basiliche e dell’ atrio paleocristiano, recentemente scoperto e ancora oggetto di studio che invece egli ritiene essere il quadriportico della Stefanìa; il Tarallo non tiene conto delle planimetrie elaborate nel ‘700 dal Canonico Capitolare napoletano e celebre archeologo Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e disegnate dal Sersale che ugualmente si riproduco:

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Planimetria elaborata da Mons. Enrico Tarallo dell’insula episcopalis e, sotto, la planimetria dell’area proposta dal Mazzocchi, della sovrapposizione della costruzione angioina sulle due basiliche, la paleocristiana detta di Santa Restituta e la bizantina detta Stefanìa. Il disegno “a volo d’uccello” fornisce una ideale ricostruzione dell’area, con la Santa Restituta orientata ancora nord-sud e la Stefanìa con i campanili e, a lato, gli edifici vescovili sul Vicus ad Plateam Capuanam.

Il cardine n.14 del quadro schematico delle platee, dei decumani, e dei cardini, elaborato da Bartolommeo Capasso e riproposto da Mario Napoli, parzialmente inserito con un setto nell’area della cittadella vescovile, fu indicato Vicus S. Laurentii ad fontes.

Esso aveva ed ha origine nel tratto della murazione della Platea Superiore (via Settembrini) da nord a sud e risulta indicato già in epoca medioevale, nei vari setti, come Vico Donnaregina; continua intersecando il decumano superiore nella Somma Piazza; attraversa interrato il cortile del palazzo arcivescovile, rasentando il lato occidentale dell’ atrio paleocristiano; continua interrato adiacente il lato orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta e, come risulta anche dalle antiche planimetrie e disegni riprodotti , la separa dalla sua basilica gemina detta Stefanìa; continua interrato sotto le navate del duomo angioino e passando sotto il campanile a scavalco, per mezzo di una rampa o di una scalea, andava ad immettersi nel Largo di Capuana per poi continuare l’allineamento nel Vico Zuroli, e fino alla murazione meridionale nel setto, irregolare per l’orografia del luogo, indicato come Vico Canalone.

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Da: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee ( a b c ) e intitolazione dei cardini.

Il parallelo cardine n. 15, trae origine dalla stessa area adiacente la murazione e, nel setto iniziale, risulta ancora indicato come Vico Loffredo; continua interrato sotto la chiesetta di Santa Maria Ancillarum; attraversa la Somma Piazza che fino alla seconda meta del ‘600 non aveva la attuale configurazione, ma era piuttosto un setto del Decumano Superiore, per immettersi nello spazio interno della cittadella vescovile, dove da sempre è indicato come Vicus Cluso, rasente il lato orientale dell’atrio paleocristiano, separandolo dagli antichi edifici episcopali, dagli edifici per il clero e per i diaconi e dai granai e, passando sotto il transetto del duomo angioino andava e  va ad allinearsi, dopo aver attraversato il Largo di Capuana, nel Vicolo dei Carbonari e termina ancora  la sua corsa presso la murazione meridionale nel Vicolo di Sant’Arcangelo.

L’antico campanile a scavalco del tratto terminale  del Vicus S. Laurentii ad fontes, fu costruito sui resti di una torre di difesa della cittadella vescovile del VI-VII secolo, anche essa forse a scavalco del tratto terminale dello stesso Vicus come struttura difensiva dell’accesso all’area che già doveva configurarsi come spazio chiuso, torre di difesa costruita forse già al tempo delle guerre gotiche (535-553), come la  torre di difesa eretta all’inzio del vicino Vico Scassacocchi nello stesso periodo e della quale accennerò più avanti, antico cardine n.17 dello schema dell’impianto urbanistico elaborato da Mario Napoli.

napiDa: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee e dei cardini.

In essa era custodito, da un corpo di guardia, il tesoro del duomo: fu assaltata e depredata al tempo del Vescovo di Napoli Atanasio I (849-872) dai saraceni di Agropoli, a Napoli con il nipote dello stesso Vescovo, il duca bizantino Sergio, ariano e filosaraceno.

M. Baratta (1901, I terremoti d’Italia) cita un violento terremoto che nel 1180 avrebbe colpito Napoli, distruggendo gran parte della città, riportando una citazione che trae da un altro autore, il Capocci (1861, Catalogo de’ tremuoti….) che a sua volta cita Piney (1848, Memoire sur les tremblements de terre …) ma le fonti non sono confermabili perché vagamente specificate, non solo, ma di eventi sismici non si trova riferimento, nel sec.XII, come è molto dubbio un altro terremoto citato, del 1158.

Il dubbio terremoto del 1180 avrebbe atterrato l’antico campanile e molti degli edifici altomedioevali della cittadella vescovile.

Reggeva allora la Diocesi Sergio IV (circa 1168-1191); a lui successe Anselmo (1192-1215) e Tommaso (1215-1216).

La cronotassi riporta dopo di lui Pietro II (1216-1251) che avrebbe ricostruito il campanile nel 1233, sui resti della precedente torre campanaria, costruita a scavalco della parte terminale del citato Vicus S. Laurentii, costruita a sua volta sui resti della antica torre di difesa  del VI-VII secolo, certamente dopo il IX secolo, perché il posto di guardia fu assaltato  al tempo di Atanasio I, Vescovo di Napoli (849-872) per depredare il tesoro della Cattedrale in essa custodito, campanile crollato, come riferisce Camillo Tutini (1594-1670), forse con il dubbio terremoto del 1180.

Rimase in piedi solo il basamento attraversato nel senso nord-sud dal corridoio, già decorato nell’archivolto ad arco leggermente acuto, con quadroni sfalsati, contornati da cornici aggettanti, decorazione uguale a quella dell’intradosso dell’arco leggermente acuto che copre il corridoio del campanile a scavalco della strada di accesso al sagrato della Cattedrale di Caserta vecchia, terminato certamente quest’ultimo al tempo di Federico II dal Vescovo Andrea (1221-1240) che risiedeva in quel luogo perché la sede diocesana fu trasferita in un posto più sicuro per le frequenti scorrerie saracene, come riferisce una lapide posta sul lato sinistro del basamento:

POST CATHEDRAM STABILISC CATHEDRAVIT DOGMASUAE SEDIS QUI SINGULA CLARIFICAVIT QUAM DOMIBUS VARIIS ET CAMPANIS DECORATIV ANNIS COMPLETIS QUOS HIC CERNENDO LEGETIS MILLE DUCENTENIS BIS QUINIS BIS DUODENIS HUIC INSODATIV OPERI QUOD PREMICIATIV.

Entrambe le decorazioni delle volte dei corridoi non trovano analogo possibile raffronto, risultando uniche nel genere.

La costruzione della Cattedrale di Caserta vecchia, dedicata a San Michele, fu iniziata certamente nel 1113 dal Vescovo Rainulfo e terminata nel 1153.duomo-di-casertavecchia-facciata

Caserta Vecchia – La Cattedrale di San Michele – La facciata e il campanile a  scavalco della strada di accesso al sagrato.

In essa si fondono elementi della architettura siculo-araba, pugliese e benedettina cassinese.

La data di costruzione del suo campanile è assegnata dalla lapide al 1234, ma la lapide lascia intendere che il Vescovo Andrea, completò un lavoro già iniziato, spostando di molti anni addietro l’inizio della costruzione della torre.

Sia Camillo Tutini che Cesare d’Engenio Caracciolo (15…-1650), riportano il testo di due lapidi ritrovate alla base della torre campanaria napoletana, probabilmente al tempo della costruzione della cappella del Tesoro di San Gennaro, quando si rese necessaria la eliminazione di tre cappelle di patronato del duomo angioino e dell’ospizio atanasiano di Sant’Andrea, per recuperare lo spazio utile per la costruzione.

Esse ricordano la ricostruzione del campanile della basilica Stefania patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Pietro II (1216-1251) (cfr. F. Strazzullo) particolare che fa ritenere la decorazione dell’intradosso  del corridoio di Caserta vecchia, derivata dalla decorazione dell’intradosso del corridoio dell’antico campanile napoletano, se si da per vera la data 1234 del campanile casertano.

Concordemente i due autori affermano che le lapidi  furono utilizzate per ripavimentare  la gradinata di accesso al duomo durante i lavori effettuati negli anni di governo della Diocesi del Cardinale Arcivescovo Decio Carafa (1613-1626) per cui risulta impossibile ogni raffronto del testo: “….Sotto il campanile di questa Chiesa, a nostri tempi furono ritrovati i seguenti due marmi con li soscritti versi, i quali oggi non si veggono, perché furono guasti, e si adoperarono nella scala della porta maggiore di questa Chiesa, ne quali si faceva mentione di Pietro della Citta di Sorrento Arcivescovo di Napoli, che fu nell’anno 1233, come nè seguenti versi si legge: 

HANC PETRAM, PETRUS PRAESUL, AEDIFICAVIT, QUAM CHRISTUS PETRAM PETRO SIMONI SIMILAVIT, /  SURRENTI NATUS , PAESULIQ; NEAPOLITANUS /  MILLE TER UNDENIS ANNIS, DOMINIQ; DUCENTIS, /  DECANTENT TURBAE SURRENTI NATUS IN URBE, /  URBIS, P. SAUE’ PRAELATUS VERGILIANAE; /  QUEM DOMINUS ELEGIT, FAELICITER HOC OPUS EGIT.

ANNIS VIVENTIS DOMINI PER MILLE DUCENTIS, /  TER DENIS TERNIS SI SCRIPTA LEGENS LENE’ CERNIS. /  INTITULAT GESTA CURRENS INDICTIO SEXTA, /  TUNC ANNIS DOMINI TER DENI MILLE DUCENTI , /  TERNI CUM COEPIT HOC OPUS FAELICITER EGIT /  P. DE SURRENTO TUNC PRAESUL NEAPOLITANUS, SI BENE’ SCRIPTA LEGES, INDICTIO SEXTA CURREBAT. (cfr. Cersare d’Engenio Caracciolo, Napoli sacra).

Di questo campanile non  possediamo descrizione , ne immagini  cartografiche antiche e dobbiamo riferirci al coevo campanile di Caserta vecchia, per una ideale ricostruzione.

Il campanile di Caserta vecchia è alto 32 metri ed è largo alla base 8 metri, con 5 piani decorati con bifore.

E’ simile a quello della cattedrale di Aversa, e manifesta già influssi gotici.

Al vertice della struttura la cella di risonanza è ottagona con torrette cilindriche agli angoli.

Probabilmente anche il campanile napoletano, preesistente alla costruzione del duomo angioino presentava le stesse caratteristiche, comuni anche al campanile della chiesa napoletana di Santa Maria a Piazza, fondata nel IV secolo, il cui campanile preromanico in laterizi fu innalzato su un arco all’ingresso del Vicolo Scassacocchi.

Esso, del X-XI secolo, era a scavalco del vicolo e fu costruito su una torretta di difesa all’accesso e per la chiusura del vicolo stesso, al tempo delle guerre gotiche (535-553), anche essa era a scavalco del tratto di strada.

Era la torre campanaria più antica di Napoli e fu abbattuta nel 1924 per l’ampliamento delle vie della Vicaria Vecchia e di Forcella.

santa-maria-a-pizza-451x600Napoli, Via Vicaria vecchia, l’arco in laterizio, a scavalco dell’accesso al vicolo Scassacocchi, su cui fu elevato nel X o XI secolo il campanile della vicina chiesa paleocristiana di Santa Maria a Piazza, in una stampa di fine ‘800.

Allo stesso periodo risale il campanile superstite della chiesa napoletana di Santa Maria Maggiore alla Pietra Santa, del VI secolo.

Il suo campanile risalirebbe all’XI secolo ed è oggi una delle più antiche torri campanarie d’Italia.

E’ in laterizio ed è anch’esso a scavalco di un passaggio di accesso al sagrato della antica chiesa, ricostruita tra il 1653 e il 1678 da Cosimo Fanzago.

800px-napoli_-_chiesa_di_santa_maria_maggiore2Napoli, il campanile a scavalco della chiesa di Santa Maria Maggiore della Pietra Santa.

Il basamento dell’antico campanile del duomo fu ancora riutilizzato nella costruzione di un nuovo campanile, in età angioina, crollato con il terremoto del 1349, che non doveva essere dissimile dalle coeve torri campanarie napoletane di San Lorenzo Maggiore, di Santa Chiara e nella struttura come quello di San Pietro a Maiella, costruito anche esso in età angioina;   successivamente fu riutilizzato ancora, per la costruzione di un nuovo campanile patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456 che atterrò il preesistente e arrecò notevoli danni al duomo, in forme ridotte per motivi  di sicurezza, ampliando e rinforzando la base anche con torrette poligonali angolari. struttura poderosa, così come appare oggi nascosta dalla  fitta stratificazione edilizia della fine del ‘500, riprodotta anche nel rilievo cartografico di A. Baratta, della città di Napoli, nella mappa dell’area del duomo, del 1629.

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Napoli, il campanile della Basilica di San Lorenzo Maggiore in una vecchia fotografia  e il campanile della chiesa di San Pietro a Maiella.

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Da: Roberto Di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974 – Napoli, duomo, la poderosa mole del campanile, così come appare oggi, soffocato dalla stratificazione edilizia cinquecentesca.

Con lo spianamento dell’area  per la cotruzione del duomo angioino, alla fine del ‘200, il campanile, prima che un nuovo terremoto lo atterrasse, cessò di essere a scavalco del Vicus che risultò interrato nel tratto della cittadella vescovile.

La base dell’antico campanile, con il sottopasso, fu racchiusa in una nuova poderosa struttura poligonale rinforzata alla base da torrette esagonali sulla quale venne innalzata la torre campanaria angioina, che crollo con il terremoto del 1456.

Il corridoio, dopo la costruzione del duomo angioino e la concessione del diritto di patronato sulla adiacente cappella alla famiglia Carbone, da parte dell’Arcivescovo Bernardo di Rodes (1368-1378), che fu intitolata ai Santi Tiburzio e Susanna, titolo cardinalizio del napoletano Francesco Carbone (metà sec. XIV – 1405), morto a Roma ed in essa sepolto, divenne sagrestia accedibile attraverso una porta aperta sulla parete di destra della cappella stessa.

Smise di essere sagrestia della cappella, forse dopo il terremoto del 1456, divenedo accedibile da una porta aperta, oggi murata, sull’angolo sinistro dello spazio che poi divenne la cappella di patronato della famiglia Galluccio e sul finire dell’800 cappella delle reliquie del duomo.

Dopo la fondazione della Confraternita dei Bianchi del Santissimo Sacramento, nel 1549 da parte dell’Arcivescovo di Napoli Cardinale Gianpietro Carafa (1549-1555) eletto papa nel 1555 col nome di Paolo IV che assegnò ad essa,  come sede, gli ambienti ed una cappella realizzata nel primo livello del ricostruito campanile, in forma ridotta nella altezza, dal   Cardinale Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456,  il corridoi murato negli accessi fu utilizzato  come scolatoio dei cadaveri dei confratelli della Confraternita

Ad esso si accedeva per i caritatevoli uffici di sepoltura, attraverso una botola aperta sul pavimento della cappella stessa.

Il corridoio/scolatoio, fu ritrovato occasionalmente, durante gli ultimi lavori di restauro al complesso Cattedrale (1969-1972) con ancora alcuni cadaveri seduti sugli scolatoi e le cantarelle recuperate sono utilizzate oggi, come vasi per piante nel cortile del palazzo arcivescovile, insieme ai rocchi di terracotta che costituivano le condotte dell’acqua piovana dai tetti del duomo.

Fu realizzato un nuovo accesso alla torre, creando una scala all’interno del poderoso basamento, che dall’usciulo sulla navatella di Sant’Aspreno, baipassando il corridoio, aggirandolo, consentiva raggiungere la cappella della Confraternita e il secondo livello della torre campanaria dove il Cardinale Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1590-1603), fece realizzare la casa per il Vicario Curato del duomo.

camp1Altre scale ricavate nella struttura consentono di raggiungere la cella campanaria, munita oggi di cinque campane:

La più antica fu fusa nel 1302, quando era Arcivescovo di Napoli il Beato Giacomo da Viterbo (1302-1307) e probabilmente è la prima delle campane poste sul  nuovo campanile angioino  e reca a caratteri gotici, la seguente iscrizione:

BEATI MORTUI QUI I DNO MORIUNTUR QUARTE INDI + AN DNI MCCCII. MENTE SCAM SPONTANEA HONORE DEO ET PATRIE LIBERACIONEM + PETRUS FILIUS MAGIRO ROMEO ME FECIT.

La campana più grande, a settentrione, fu fusa nel 1322, al tempo del Vescovo eletto Matteo Filomarino (1320-1322) e, come riferisce F. Strazzullo, in: neapolitanae ecclesiae cathedralis insriptionum thesaurus, Napoli 2000, si ruppe il 6 maggio del 1673, durante la processione delle reliquie di San Gennaro e fu fatta rifondere nello stesso anno dal Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685) che la benedisse il 19 maggio 1673;  reca gli stemmi cardinalizi del Caracciolo e la immagini dei Santi Compatroni, di San Gennaro,  del Reliquiario del Sangue e la seguente iscrizione, con una diversa data:

INNICUS TIT. S. CLEMENTIS S.R.E. PRESBiTER CARD. CARACCIOLUS ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS AD HONOREM GLORIOSI MARTIRIS ET EPISCOPI IANUARY PATRONI MEN. DECEMBRIS ANNO SALUTIS MCCCCCCLXXXIII.

La stessa campana reca un’altra iscrizione:

FELIX PULCRA NEAPOLIS FIDELIS ALMA CIVITAS EXSULTA  MENTE HUMILI IUBILIOVEE PRAECONIO TUO IANUARIO MARTIRE DEI INCLITO AC PRAESULE SANTISSIMO QUEM ROGA VOTO SUPPLICI UT MAGIS SEMPER FLOREAS ET SPIRITU PROFICIAS PESTIS CONTACTUM  ARCEAT BELLORUM MALA REPRIMAT MISERAM FAMEM AUFERAT FLAMMAS EXTINGUAT LITIUM EIUSQUE PATROCINIA HABERE  SEMPER SENTIAS ALLELUIA ALLELUIA ALLELUIA

La terza campana, seconda per grandezza, fu donata dal Cardinale Gianvincenzo Carafa (1530-1544), nel 1540 e reca la seguente iscrizione:

MENTEM SANTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERATIONEM VINCENTIUS CARRAFA EPISCOPUS PRENESTIENSIS SACRO SANTE ROMANE ECCLESIE CARDINALIS ET ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS ANNO DOMINI M CCCCC XXXX.

La campana posta ad occidente, reca la seguente iscrizione:

OPUS PRINCIPY DE AMORE REGY FUND ET CAIETANI EIUS FILIUS NEAP.

Sull’orlo superiore:

FLEO DEMONIS ET VENTI VIM PELLO CANTOQ. LAUDES CORPORA VIVA VOCO MORTUA VOCE.

Un’altra campana più piccola reca lo stemma del Cardionale Caraccioolo e la data del 1677, ed un’altra, fusa al tempo del Cardinale Luigi Ruffo Scilla datata 1822, recava la seguente iscrizione, riportata da Stanislao Aloe in: Tesoro lapidario napoletano, Napoli 1835, da dove sono tratte le iscrizione presenti sulle campane e qui riportate.

VERBUM CARO FACTUM EST ET HABITAVIT IN NOBIS ALOYSIUS S.R.E. CAR. RUFO ARCHIEP. NEAPOLITANOR. ERAT F.A.D. MDCCCXX.

Questa campana, riferisce Strazzullo, fu rifatta a spese del Card. Marcello Mimmi, Arcivescovo di Napoli (1952-1957), nel 1954.

Le campane, originariamente a slancio, nel 1972, al termine dei lavori di restauro all’area episcopale, inattive da molti anni, furono munite di un motore elettrico per il concerto, nelle ore canoniche, e nelle solennità liturgiche, a spese del Canonico del Capitolo Cattedrale, Vicario Episcopale per il duomo, Mons. Salvatore De Angelis (1894-1974) e solennemente benedette e inaugurate dal Cardinale Arcivescovo Corrado Ursi (1966-1987).

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Riproduco ora il rilievo planimetrico  della struttura e due sezioni della stessa, così come pubblicato sul citato testo di Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli 1974, con delle note grafiche esplicative da me aggiunte.

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La prima, rappresenta graficamente, con un tratteggio più fitto, la base dell’antico campanile , rinforzata con la poderosa struttura del campanile angioino, e con le torrette poligonali agli angoli, aggiunte dopo il terremoto del 1456, rappresentata con un tratteggio più rado.

Essa evidenzia chiaramente la planimetria dell’antico passaggio sottostante il campanile a scavalco del tratto terminale del Vicus S. Laurentii ad fontes.

I disegni successivi sono le planimetrie del primo e del secondo livello della torre campanaria: la cappella della Confraternita, al primo livello e le scale che conducono alla soprastante cella campanaria.ca2

La sezione della struttura  riprodotta nel disegno a lato, rappresenta alla base il passaggio a scavalco che appare molto ribassato rispetto al piano di calpestio originario del Vicus, che ho tentato di ridisegnare.

La sezione della torre campanaria, evidenzia ciò che resta del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus dell’antico campanile.

Anche in questo disegno ho tentato di collocare l’antico piano di calpestio del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus, tentando di riferirlo alla quota del piano di calpestio del tratto del Vicus rapporto ai resti del tratto di strada romana emersi sul lato orientale della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, durante i lavori di restauro al complesso episcopale.

La stampa del disegno “a volo d’uccello” che ho postato, elaborato da Alessio Simmaco Mazzocchi, rappresenta una ricostruzione ideale della disposizione delle due Basiliche napoletane, la Santa Restituta e la sua gemina Stefanìa:  la Stefanìa aveva due campanili sulla facciata.

Quello di destra, guardando il disegno sopportava alla base una antichissima cappella che già dal VII-VIII secolo era intitolata a San Pietro ed era di diritto patronale della potente famiglia Capece-Minutolo che aveva fondaci e case al Vico Scassacocchi.

Su di essa poi, dopo lo spianamento dell’area per la costruzione del duomo angioino, fu costruita la attuale cappella dei Capece-Minutolo, intitolata a San Pietro.

L’altro campanile, costruito sui resti della torre di difesa, era a scavalco del tratto terminale del Vicus S.Laurentii ad Fontes .

L’antico campanile del duomo, a scavalco del Vicus e l’antico campanile di destra della Basilica detta Stefanìa, che sopportava alla base la cappella dei Capece-Minutolo, utilizzata come cripta sepolcrale dei membri della famiglia, la cui area di patronato risulta delineata sul pavimento del transetto antistante l’ingresso della attuale cappella dei Capece-Minutolo. risultano essere in asse, lungo il muro perimetrale sud del transetto.

Questo conferma la antichità del passaggio sottostante il campanile dell’IX-X secolo e la antichità della decorazione del suo archivolto, certamente precedente a quello della Cattedrale di Caserta Vecchia.

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Sorprende lo stato di abbandono in cui versa la struttura, la cappella della Confraternita restaurata negli anni ’70 del passato secolo e la cella campanaria, priva di reti protettive e ingombra di carcasse ed escrementi di uccelli.

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