La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli.

 

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di Tino d’Amico

L’autore nel suo studio.

Durante la attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di reliquie di Santi e Beati depositate nella cappella reliquiario del duomo di Napoli, ho rinvenuto una ciotola invetriata policroma, che presenta sul bordo interno, aggiunta in epoca ottocentesca la scritta informativa a caratteri gotici, del suo contenuto al momento del suo ritrovamento: VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

La data è quella della ricognizione canonica all’interno dell’Altare barocco della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, patronato della famiglia Capece-Galeota, nel duomo di Napoli, per la ricerca delle reliquie del copro di Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli (850-872) che la tradizione riteneva inumato nell’Altare della cappella.

Napoli – Duomo – il prospetto della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Il reperto la cui importanza è certamente non nel manufatto, ma nella sua integrità, perché trattandosi di comune vasellame da mensa ampiamente diffuso nell’Italia Meridionale nel limitare del sec. XIII e gli inizi del successivo, é a noi noto attraverso manufatti frammentari variamente recuperati: esso è una ciotola invetriata policroma a larga tesa, bordo leggermente inclinato verso l’interno, basso piede ad anello e presenta una decorazione interna a motivi geometrici ricurvi, campiti con punti di colori contrastanti, giallo ferraccia e verde ramino, su un fondo giallo ferraccia uniforme.

Esternamente, sullo stesso fondo giallo ferraccia , presenta una decorazione a macchie di colore verde ramino.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La ciotola angioina al momento del suo ritrovamento.

Spolverato, classificato, catalogato e inventariato, il prezioso manufatto è stato da me depositato nella lipsanoteca – S – scarabattola – W – e allo stesso ho attribuito il numero di inventario 677/b – S – W, perchè fu recuperato insieme al terriccio con frammenti ossei, rinvenuto anch’esso all’interno del sarcofago strigilato della cappella dei Capece-Galeota.

Al terriccio, contenuto in una busta di plastica trasparente e chiuso in un contenitore bianco legato con cordonetto rosso, come stabilisce il Codice di Diritto Canonico, ho attribuito il numero di inventario 677 – S – W.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La lipsanoteca dove ho riposto il reperto oggetto di questo articolo.

La singolarità del reperto non è il solo motivo di questa comunicazione: è il valore documentario della scritta informativa ottocentesca aggiunta suo suo bordo interno, che apre verso nuove indagini volte allo studio storico e critico del reperto, alla ricerca delle reliquie del corpo di Sant’Atanasio I, e tentare di dare una risposta al quesito agiografico sollevato dalla scoperta nel 1882 all’interno del sarcofago sottostante il cartibulum utilizzato come Altare Mensa , rinvenuto nascosto nella cassa dell’Altare barocco della cappella, di consistenti frammenti ossei che la Commissione presieduta dall’Arcivescovo Sanfelice attribuibuì al corpo di San Massimo, Vescovo di Napoli (356-362), per la fascia dedicatoria incisa sul bordo della Mensa; reliquie che la tradizione ritiene inumate insieme a quelle dei Santi Vescovi napoletani Fortunato ed Efebo (Efremo) nel corpo dell’Altare  della basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli, dove furono scoperte nel 1589.

Per la storia del loro ritrovamento, rimando al mio saggio Il cartibulum e il sarcofago strigilato del duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com.; questo lavoro, è dedicato alla sola ciotola angioina.

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Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli. Sorrento – Bas. di Sant’Antonio – Tela di Carlo Amalfi (1778).

Ricorrendo il primo millennio della morte del Vescovo di Napoli Sant’Atanasio I (850-872), si costituì una Commissione presieduta da Mons Gennaro Aspreno Galante (1842-1923), Sacerdote, storico, archeologo di fama internazionale, Canonico del Capitolo Cattedrale, per la ricerca di ciò che restava del suo corpo, che la tradizione riteneva inumato nell’Altare fanzaghiano realizzato al centro della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, fin dalla fondazione dell’edificio angioino, patronato della famiglia Capece-Galeota, che dal 1597 era diventata il luogo per la custodia e per l’adorazione delle Specie Eucaristiche, secondo le nuove linee pastorali del Concilio di Trento (1545-1567).

Napoli – Duomo – La cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio, come si presentava nei primi anni del passato secolo, con il ricomposto Altare fanzaghiano dopo la ricognizione canonica del 1882.

Trascorsero diversi anni prima che la Commissione di studiosi ed archeologi potesse incominciare le ricerche nella cappella per un susseguirsi di vicende storiche sfavorevoli, non ultima la morte dell’Arcivescovo del tempo, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1846-1877).

Finalmente il 26 e 27 giugno 1882, alla presenza del nuovo Arcivescovo, il Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897) si procedette alla ricognizione delle reliquie dei Santi Vescovi Stefano I (499-501), Giuliano (701 – ? ), Lorenzo (703-717), la cui presenza nell’Altare fanzaghiano risultava ampiamente documentata, per poi procedere alla ricerca delle reliquie  di Sant’Atanasio I, nel corpo dello stesso dell’Altare o altrove, all’interno della cappella.

Niente e nessun documento, noto alla Commissione, lasciava supporre il contenuto della cassa del prezioso Altare barocco e che disorientò studiosi ed archeologi.

La sera del 26 maggio ci fu una prima semplice esplorazione del sito e dell’Altare fanzaghiano e attraverso la retrostante fenestrella confessionis  si tentò di osservare l’interno della cassa.

Napoli – Duomo – Cortile interno – La fenestrella confessionis, reperto superstite dall’Altare di San Massimo nella cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Fu aperto il solo lato sinistro dell’Altare barocco e si intravide parte di un più antico manufatto.

Il giorno seguente, 27 giugno, si continuò la esplorazione  dell’Altare: fu rimosso il paliotto barocco e si notarono prima una coppia di  trapezofori e poi la antica Mensa che sostenevano e che presentava sulla fascia anteriore la iscrizione latina seguita dalla Croce Monogrammatica MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR,  che strabiliò la Commissione di esperti: sotto la Mensa apparve nella sua interezza un sarcofago romano.

Eseguita la ricognizione delle reliquie contenute nella lenos, il sarcofago fu nuovamente chiuso e sigillato e i giorno successivo, 28 giugno, fu interamente ricomposto l’Altare barocco, nascondendo al suo interno nuovamente i preziosi reperti.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero del prezioso cartibulum e del sarcofago nel 1957.

La Commissione non avendo trovato documenti probanti delle reliquie di Sant’Atanasio I, e non essendo nemmeno certa di chi fossero i frammenti ossei ritrovati, composti nella ciotola, e quelli frammisti al terreno, parzialmente raccolto dall’interno del sarcofago,ritenne opportuno, anche per non disorientare i fedeli,ricomporre l’Altare fanzaghiano, nascondendo al suo interno cartibulum e sarcofago.

Prevalse il parere dell’Arcivescovo su quello dello storico e dell’archeologo, che in ossequi alla volontà del suo Vescovo, fece apporre sul bordo interno della ciotola la scritta identificativa del suo presunto contenuto nella lenos VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero dei preziosi manufatti nel 1957 – (Da: F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1959).

Mons. Gennaro Aspreno Galante redasse un accurato verbale della ricognizione – indagine archeologica: “…27 giugno 1882..  duo fabbri laevam altaris athanasiani latus, unde heri marmoream tabulam avulsimus , effodere coeperunt; nec mora vetustae mensae angulus marmoreus , quo mensae latus innitebatur;…antica pars altaris ecertiu cepit; avulsa prima tabula marmorea, deide lapidea congerie, vetus altare spectatur, magnam praeseferens vetustatem. Scilicet duo griphi alati, qui classicam, non mediaevi, aetatem reddebant, marmoream mensam sustinebant, cuius labrum hac epigraphe inscriptum erat: MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR…..Nullus sarcophago inscriptus erat titulus. Tum maceriem inter et pulverem Dominus meus mensam subiit, et sarcophago adhaerens aperiri iussit; amodo caute aperculo , me propius accedente, apparuit ossium ac pulveris congeries linteo albo obtecta, quod imas oras acu pictas et fimbriis exornatas habebat; duae potissimum tibiae dignoscebantur, vasculum etiam ligneum et patera fictilis miniribus ossibus plena erant, lignei insuper loculi fragmenta et soleae frustula. Dominus meus singula ossa, magna animi pietate et gaudio exosculatus mirantibus nobis ostendit, aeque iterum sarcophago composuit quaedam ossa minora, pateram, solae et lintei partem extra reservavit. Obseratus iterum sarcophagus plumbo obsignatus est…Sagrista altaris structuram eadem ipsa nocte iterum componere studebat, quae tamen incrastinum emendari debuit…” (cfr. A.Bellucci, Onoranze alla venerata memoria di Mons. G.A.Galante), Napoli 1925).

La memoria della ricognizione del 1882 è in una pergamena conservata presso la Curia Arcivescovile di Napoli, Archivio della santa Visita. fondo pergamenaceo n.70.

Di essa riporto il testo parziale per dovere di cronaca perché entrambe costituisco la relata autenticativa della ciotola angioina e del terriccio raccolto dall’interno della lenos, ma anche delle ossa, qualora venissero ritrovate.

“…Erat autem fimbriis satis exornatum atque ad imas oras acu pictum nihil admodum sui amiserat coloris  et fortitudinis. Quod reverenter evolventes duas invenimus tibias, unam integram, mutilam alteram: sinistrorsum vera patera fictilis aspiciebatur parvis ossibus plaena manum potissimum ac pedum; destrorsum vasculum ligneum rotondum ossium fragmentorum , vestium ac solearum simul congesta massa una tumuli pars obducta erat, nec lignei feretri frusta per ossa et cineres sparsa deerant, nec ferreae subscudes feretrum ipsum olim firmantes ubi sacrum cadaver positum fuerat. Tunc Nostris Ipsi manibus majora minoraque ossa sigillatim secrevimus, cinerem totum et pulverem in ima sarcophagi parte substravimus, duas autem tibias reverenter deosculantes et iis qui aderant,  exhibentes super cinerem in pace composuimus , parva vero ossa e patera fictilis et ligneo vasculo in aliam patinam transtulimus, omnia eodem ipso linteo obtegentes. Desuper vero lignea frusta collocavimus,retinentes tamen Nobis duo  pedem ossa, cranii fragmentum, molaris dentis, coronidem soleae frustulum ac ipsam fictilem pateram atque lintei partem….”

Napoli – Duomo – Il sarcofago del III sec. interamente recuperato, nel 1957.

L’Arcivescovo Sanfelice demandò al Vescovo di Nocera Mons Luigi del Forno (1885-1912), presente a Napoli per la sua consacrazione episcopale , la riconsacrazione del violato Altare, il 12 ottobre 1885, ridedicandolo al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I , che pose al suo interno alcuni frammenti ossei dei corpi di San Massimo, San Gaudioso, Santa Lucia, San Gregorio Magno, in una capsella plumbea che ho recentemente ritrovata all’interno della lipsanoteca sinistra della cappella reliquiario del duomo, dove fu riposta nel 1957 , quando l’Altare barocco fu definitivamente smontato per il recupero dei reperti archeologici che nascondeva.

Napoli – Duomo – la definitiva sistemazione nella cappella dell’Altare fanzaghiano, del cartibulum e del sarcofago.

L’Altare barocco, poi negli anni ’80 del passato secolo, dopo un restauro al ciclo di affreschi della cappella, fu ricomposto, integrando i pezzi mancanti, sulla parete di fondo del sacello e il prezioso cartibulum e il sarcofago rimasero posizionati al centro del piccolo presbiterio con intorno i lacerticoli del pavimento di riggiole napoletane del ‘500, rinvenute con la rimozione del manufatto fanzaghiano

Fu un intervento personale delll’ allora Cardinale Arcivescovo Mons. Michele Giordano (1987 – 2006).

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio – I lacerticoli dell’antico pavimento di riggiole napoletane del ‘500.

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Mons. Franco Strazzullo, (cfr. F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1957), così conclude il capitolo dedicato alla scoperta dei reperti e delle reliquie  contenute nel sarcofago, e riporto brani del suo testo perché testimoniano la perplessità dell’ottimo Sacerdote, dello storico, dello studioso: “…restano ora da affrontare  due ordini di questioni, una agiografica (le ossa rinvenute nel sarcofago sono i resti di Sant’Atanasio…o di San Massimo), l’altra di interesse artistico (esame stilistico dell’Altare e del sarcofago). Mi rendo conto che a questo punto il lettore avrà tutta l’ansia di sapere a chi dei due Santi appartengono le reliquie contenute nel sarcofago…Nell’estate del 1957 S. Emin. il Cardinale Mimmi, nel desiderio di procedere alla ricognizione delle reliquie , nominò una Commissione di esperti, presieduta da Mons. Domenico Mallardo, e divisa in sezione scientifica e sezione storica. Fino ad oggi  un velo di silenzio è ancora steso sui lavori svolti , talchè sarebbe del tutto azzardato anteporre un giudizio. Per ora (1959 n.d.r.) non è stato ancora comunicato il risultato  a cui è pervenuta la Commissione scientifica…”, perché i resti mortali di San Massimo, sono venerati nella basilica catacombale di Sant’ Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli.

Napoli – Basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappucini di Napoli – La fenestrella confessionis aperta sul paliotto del maggiore Altare per consentire la venerazione delle reliquie dei Santi Vescovi Efebo, Fortunato e Massimo.

E ritengo che non si conoscerà mai il risultato della indagine scientifica: le reliquie raccolte nella lenos sono, almeno fino ad oggi (2017 n.d.r.) introvabili.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo o “degli Illustrissimi” – Elementi dell’Altare fanzaghiano, smontato nel 1957 e ivi depositati.

Devo necessariamente riferire che nel mese di febbraio 2015, il Cardinale Arcivescovo di Napoli, Mons. Crescenzio Sepe, dispose il restauro dell’ipogeo che custodisce le salme di alcuni Vescovi di Napoli e di altri deceduti in città.

Provvidi, su proposta capitolare, a redigere un elenco, ordinato secondo il cronologico delle varie date di deposito e corredato di necessarie notizie biografiche, delle salme, chiuse nei cofani, come prescrive il Codice di Diritto Canonico e le norme igieniche relative alle sepolture.

Furono sistemate nell’ipogeo restaurato, anche un cofano funebre contenete ossame raccolto da antiche sepolture del duomo, due cassette di zinco sigillate contenenti altro ossame e tre cassette di legno anonime,  contenenti i resti mortali di tre individui e alcuni canopi contenenti parti molli umane, ormai disseccate.

La provenienza di questi resti umani anonimi, è nel decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721, che vietava la presenza di corpi di defunti in sepolcri elevati da terra, oppure essi furono variamente recuperati durante i lavori ottocenteschi all’interno del duomo.

Con i cofani funebri e le cassette-contenitori di ossame, temporaneamente riposte nella cappella funebre del Cardinale Alfonso Castaldo, nello spazio della cripta di San Gennaro, fu riposta e da me osservata,  anche una cassetta di legno compensato chiaro, di fattura moderna, di grandezza e forma tipica delle cassette, contenitore di reperti di laboratorio, chiusa con una chiave la cui toppa risulta ottonata.

Potrebbe contenere i reperti ossei raccolti dal sarcofago e composti al suo interno per l’esame della Commissione costituita nel 1957.

Resta comunque aperta ogni ipotesi circa la attribuzione delle reliquie rinvenute all’interno della lenos, qualora esse venissero ritrovate e riconosciuta la loro origine, con elementi probanti e sottoposte ad accertamenti utilizzando i moderni sistemi di datazione e comparazione.

Ma questo riguarda solo la questione agiografica sulla datazione e identificazione delle reliquie ritrovate.

Mons. G.A,Galante, archeologo, filologo, storico dava importanza alla tradizione e per essa considerava le reliquie ritrovate, appartenenti al corpo di sant’Atanasio I, piuttosto che al corpo di San Massimo venerato nella chiesetta catacombale di Sant’Efremo dei Cappuccini dove erano state ritrovate nel 1589 (Cfr. Tino d’Amico, Op.Cit.)

Per il Galante le reliquie erano da attribuire al corpo del Santo Vescovo Atanasio I, anche perché come tali erano state venerate durante le Sante Visite, dagli Arcivescovi, certi della loro deposizione nell’Altare fin dal tempo della inaugurazione del duomo angioino e, delle Sante Visite, esistono verbali e relazioni.

L’Altare fanzaghiano poi, fu costruito alla fine del ‘600, dopo la Santa Visita del Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart, che lo vide al suo posto e che, per non riaccendere la allora placata polemica tra le due componenti clericali, Capitolare Vescovile e gli Ebdomadari decise l’occultamento dell’antico sia pur prezioso Altare e del sarcofago e non solo. (Cfr. Tino d’Amico, op.cit.),

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La storia della produzione ceramica nell’alto medioevo è argomento ampiamente e variamente trattato e le note che seguono servono per inquadrare storicamente il manufatto e tentare di dimostrare la sua appartenenza alla produzione ceramica comune napoletana, di epoca angioina.

Napoli nel medio evo aveva rapporti commerciali e culturali con il mondo islamico, contatti che si intensificarono dopo la espansione araba in Spagna e Sicilia.

Il Meridione d’Italia, dalla metà del IX secolo alla fine dell’XI, entrò nell’orbita culturale e politica bizantina (periodo ducale di Napoli) e Napoli svolse un  ruolo di mediazione culturale fra il mondo greco e il mondo latino.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – la ciotola angioina.

Nel XII secolo, poi, aumentarono sempre più i traffici delle principali città campane con i saraceni: Napoli, Salerno, Amalfi, Benevento furono volani per  un prezioso impulso alla circolazione delle merci, olio, vino, spezie, trasportate con manufatti ceramici, ma anche i flussi di pellegrini e soldati, imposero la necessità dell’uso di comune vasellame ceramico sulle navi, ma anche nei luoghi di sosta.

La libera circolazione di mercanti e viaggiatori, fu favorita dal trattato stipulato da Federico II con l’Emiro di Tunisi  nel 1231, che costituì il canale di penetrazione di produzioni artigianali locali verso l’oriente  e dall’oriente verso il Meridione d’Italia, dove giunsero anche oggetti comuni di produzione ceramica.

La circolazione di manufatti di provenienza araba e fra questi anche la ceramica invetriata che si diffuse nel Regno Svevo, favorì anche l’arrivo di artigiani che aprirono le loro botteghe nelle principali città e  a Napoli.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta Lecce.

Il trasferimento coatto, a partire dal 1223-25 e nel 1246 della colonia araba di Sicilia a Lucera e nei territori limitrofi con la creazione di un vero e  proprio ghetto arabo nella città, vide lo stabilirsi in quei territori anche di colonie di ceramisti che continuarono la loro attività manufatturiera: costoro riuscirono ad influenzare la già fiorente produzione ceramica locale e a diffondere la tecnica della invetriatura stannifera e verniciatura piombifera  verso il nord della penisola.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Particolare della ciotola angioina che evidenzia la scritta identificativa aggiunta dal Galante nel 1882.

Con gli angioini lo sviluppo degli scambi tra Meridione e Italia Centrale, fu favorita anche dai fiorenti rapporti con lo Stato della Chiesa, che rese più capillare la penetrazione della produzione ceramica di tipo siculo-arabo anche verso il nord.

Dopo la distruzione di Lucera del 1301, da parte di Carlo I d’Angiò ed il trasferimento a Napoli di artigiani provenienti da quella città, molti ceramisti impiantarono bottega nell’area del mercato e dell’antico foro.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta a Lecce.

La ceramica di epoca angioina prodotta nelle botteghe napoletan dalle quali certamente proviene la ciotola-fonticolo, e conosciuta attraverso frammenti rinvenuti nell’area del Castello Angioino, vasellame comune da mensa, nella forma maggiormente attestata , è un catino con orlo ingrossato e ricurvo verso l’interno, corpo a calotta emisferica ribassata e piede ad anello.

Presenta generalmente invetriatura gialla o verde oliva, con decorazioni di bruno e verde, abbastanza rozze, o giallo ferraccia e verde ramino.

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