La cappella dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente nel duomo di Napoli, patronato di Landolfo Crispano.

 

di: Tino d’Amico

Il 23 agosto 1372, morì Landolfo Crispano e fu sepolto nella cappella a lui concessa in patronato nel duomo angioino negli anni dell’episcopato di Giovanni Orsini (1327-1358) che, dopo i danni provocati all’edificio da i cedimenti strutturali del 1343 (cfr. M. Gaglione, Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel corso del trecento, in: Archivio Storico per le Province di Napoli, 2008) e quelli causati dal terremoto del 1349 (il crollo della facciata e ulteriori notevoli danni alle strutture) e le necessarie ricostruzioni, provvide anche alla configurazione dell’assetto liturgico interno, concedendo diritti di patronato su alcune cappelle e autorizzò l’erezione di Altari di patronato e sepolture lungo le pareti delle navatelle e del transetto, per raccogliere fondi necessari per il completamento dell’edificio.

La cappella aperta nello spazio angusto dell’angolo SUD del transetto, fu dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente.


Napoli – Duomo – L’angolo SUD del transetto, dove è aperta la cappella di patronato di Landolfo Crispano.

Durante il periodo angioino il culto della Santa ebbe uno straordinario impulso a Napoli e nel Regno, con la fondazione di edifici sacri e case religiose, ma anche di cappelle di venerazione e devozione concesse in patronato negli edifici religiosi di fondazione reale, per la omaggiante adesione della nobiltà agli orientamenti devozionali della Corte, che nutriva per la Maddalena Penitente una particolare dulia.

Molto contribuì anche la presenza templare presso la corte angioina.

Landolfo Crispano, di antica e nobile famiglia ascritta al patriziato napoletano nel Seggio di Capuana, che vantava ascendenze e presenze illustri nella Napoli ducale,  fu Gran Camerlengo e Regio Famigliare negli anni del regno di Roberto d’Angiò (1309-1343) e della prima Giovanna (1343-1381), principe del foro e maestro rationale; ma fu anche autore di versi e di un poema sacro sulla vita di Santa Maria Maddalena.

All’interno della cappella gli eredi gli eressero un monumento funebre che ci viene restituito dalla storia smembrato.

Nel 1721, poi, un decreto della Sacra Congregazione dei Riti , vietò la presenza di cadaveri in sepolcri elevati da terra: il già smembrato monumento funebre di Landolfo che occupava la parete di fondo del piccolo ambiente, fu definitivamente vuotato del suo contenuto e ancora differentemente sistemato: la lapide celebrativa già murata sulla parete destra, il gisant fu murato sulla parete sinistra del sacello, e la scritta identificativa   sul bordo anteriore della cassa  fu ritrascritta su una lapide e murata anch’essa sulla parete destra mentre la cassa posta sotto la mensa dell’Altare, fu rimossa ed  andata perduta.

Sorte comune di monumenti funebri di altri illustri personaggi eretti nel duomo napoletano rimossi e dei quali non resta, descrizione.

Durante l’ultimo restauro del 1746  la cappella fu chiusa con la sistemazione della preziosa balaustra marmorea con una nuova soprastante cancellata.

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Nel duomo di Napoli furono almeno cinque le cappelle e gli Altari dedicati a Santa Maria Maddalena, ma delle prime, solo due restano ancora a testimoniare il culto privato di antiche famiglie e la venerazione per la Santa, omaggiante adesione all’orientamento devozionale della Corte angioina: la cappella dedicata a Santa Maria Maddalena, patronato della estinta famiglia Seripando, aperta nella navatella di Sant’Atanasio I, concessa a Gualtiero Seripando che fu camariere di Carlo I d’Angiò (1266- 1285) e preposto (responsabile amministrativo) delle fabbriche del Regno al tempo di Carlo II (1285-1309) e di Roberto (1309-1343), negli anni della costruzione dell’edificio, e la cappella concessa in patronato a Landolfo Crispano, e dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente, negli stessi anni, nell’angolo SUD del transetto.

Napoli – Duomo – Configurazione parziale dell’apparato liturgico interno del duomo nel sec. XVI, prima dell’intervento dell’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo – Si evidenziano le cappelle e li Altari dedicati a Santa Maria Maddalena.

Altre cappelle ed Altari e dedicate alla Santa ed erette nelle navatelle del duomo, fin negli intervalli dei pilastri, furono erette negli citati nelle Sante Visite dal 1574 e in più antichi documenti, furono poi diroccate nel corso dei lavori di restauro e ricostruzioni parziali dell’edificio dopo i vari terremoti succedutisi nel tempo e definitivamente durante il riassetto della configurazione dell’apparato liturgico interno, promosso dall’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1753/54), dopo il terremoto in due fasi del 1731/32: un Altare nella cappella di patronato dei Capece-Minutolo, citato nella Santa Visita del 1627 e del 1645, dedicato a Santa Maria Maddalena Penitente, eretto sotto una immagine della Santa, dipinta ad affresco, titolare di un antichissimo beneficio elencato nelle citate Sante Visite; la cappella dedicata a Santa Maria Maddalena patronato della famiglia Guindazzo, che fino al XVI secolo “…erat in columnis porticus Ecclesiae contra cappellam S.ta Susanna de Carbonis..” (cfr. Santa Visita dell’Arcivescovo Cardinale Ottavia Acquaviva d’Aragona (1605-1612) del 1607, ma citata anche nelle altre Sante Visite degli Arcivescovi succedutisi tra il 1574 e il 1605, anche se il Titolo era già stato trasferito con i benefici nell’Altare Maggiore, diroccata negli anni di governo pastorale dell’Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603), (cfr. Polizza del Banco della Pietà del 20 agosto 1612, emessa per il pagamento degli operai che provvidero a diroccare l’Altare); un Altare dedicato alla Santa nella cappella dedicata a San Nicola, patronato della famiglia Filomarino, aperta sulla navatella di Sant’Aspreno e la cappella sepolcrale, patronato della stessa famiglia, aperta sulla navatella di Sant’Atanasio I.

La cappella dedicata a San Nicola, patronato dei Filomarino, aperta sulla navatella di Sant’Aspreno (da non confondersi con un’altra cappella dedicata a San Nicola patronato della famiglia De Diano, aperta sulla stessa navatella) fu diroccata, insieme a quella dedicata Santa Maria, della famiglia Sicelmari, o Cavaselice, e  a quella dedicata alle Sante Caterina e Margherita dei Zuroli, nel 1607, per far posto alla costruenda nuova cappella del Tesoro di San Gennaro.

La cappella sepolcrale dei Filomarino, dedicata a Santa Maria Maddalena, aperta sulla navatella di Sant’Atanasio I, raccolse i resti mortali dei Filomarino, trasferiti dalla diroccanda cappella dedicata a San Nicola, non trasferiti nella nuova cappella di patronato eretta dall’Arcivescovo Cardinale Ascanio (1641-1666) nella basilica dedicata ai Santi Apostoli.

Essa poi, nei primi anni del ‘900 fu ridedicata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C., in occasione della sua canonizzazione e il suo compatronato e, Titolo e benefici antichi, furono trasferiti nell’Altare Maggiore del duomo.

Nella costantiniana basilica Cattedrale detta di Santa Restituta poi, esisteva un Altare eretto a lato dell’ antichissimo oratorio dedicato a Santa Maria del Principio, dedicato a Santa Maria Maddalena Penitente, concesso in antico, in patronato alla famiglia Caracciolo Guindazzo, citato nella Santa Visita dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), del 1580, diroccato durante gli interventi di ammodernamento barocco, dopo il terremoto del 1688.

 

Napoli – Duomo – Cantonale del transetto SUD – La cappella Crispano – La facciata ingombra da un  grande corpo d’orgono, che non consente l’accesso, costringe all’uso di questa antica fotografia.

All’interno delle antiche cappelle sulle quali esercitavano il diritto di patronato altre nobili famiglie napoletane, aperte lungo le navatelle del duomo e erette lungo le pareti del transetto, concesse tenendo conto di una configurazione topografica rappresentativa della corte angioina, e distribuite nel rispetto della dignità e del ruolo esercitato dai beneficiari del diritto, in vita, perché anche dopo la loro morte gli eredi fossero destinatari degli stessi privilegi acquisiti e concesse poi successivamente in patronato, nel tempo, ad altre famiglie per la loro estinzione, erano presenti riferimenti al culto della Santa che, con la fine del Regno angioino, andò definitivamente scemando.

Ricostruzione grafica dell’interno del duomo di Napoli elaborata da Amedeo Formisano.

Nella cappella di patronato della famiglia Capece Minutolo, sopravvissuta ai crolli e ai terremoti, costruita sulla antica cappella di patronato della stessa famiglia risalente al IX secolo, e dedicata da sempre a San Pietro e poi anche a Sant’Anastasia  dall’Arcivescovo Cardinale Arrigo (1389-1400), che fu del Titolo romano di Sant’Anastasia,  nel citato affresco di un ignoto pittore del trecento, attivo alla corte angioina, in una nicchia nella parete sinistra della prima campata, ad angolo con la contro facciata è ritratta Santa Maria Maddalena Penitente , nuda, coperta dai soli suoi lunghi capelli ramati e con le palme delle mani aperte verso l’osservatore.

I primi simboleggiano la ritrovata purezza attraverso la penitenza, non ostante la prorompente sensualità non ancora domata, e le seconde simboleggiano l’arrendersi a Dio, della Maddalena che è conscia di essere peccatrice ed invoca la misericordia divina; è un offrire se stessa a Dio, con il cuore commosso che innalza a Lui sentimenti irrompenti di adorazione, lode, ringraziamento ed esultanza per l’insperato incontro con il Risorto.

Napoli – Duomo – Cappella Cappella dedicata a San pietro patronato della famiglia Capece Minutolo – L’affresco della “Maddalena penitente” di ignoto pittore del trecento

Alla Maddalena era attribuito il ruolo di “Apostola degli Apostoli” per la testimonianza di fede resa della Risurrezione.

Secondo la “Legenda aurea” del domenicano Jacopo da Varagine (1228-1298), Maria Maddalena (di Magdala), che non era affatto una prostituta pentita, come è rappresentata nella iconografia occidentale, (il biblista R. Fabris, tenta di decifrare in maniera corretta la figura di questa donna e delle altre donne che seguivano Gesù e i discepoli nell’opera di evangelizzazione della Palestina (Fonte: http://www.aleteia.org/it/religione/intervista/gesù-maddalena), era in realtà una persona benestante, malata, guarita da Gesù, che insieme ad altre donne della sua stessa condizione sociale finanziavano la prima comunità dei seguaci del Cristo, nell’aiuto ai poveri (cfr. Lc. 8, 1-3).

Dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù a motivo della testimonianza resa nella Palestina, (cfr Mc. 16,  910; Gv. 20, 14-18) che raccoglieva adesioni alla nuova fede, fu posta con numerosi cristiani su un barca senza remi e spinta alla deriva, perché affondasse.

La barca approdò nel porto di Marsiglia dove la Santa insieme ai cristiani scampati al naufragio, iniziò una intensa attività di apostolato.

La “Legenda” si rifà alla “Vita di Maria Maddalena” di Rabanus Maurus che fu Arcivescovo di Magonza nel IX secolo, che narra anche del suo viaggio avventuroso per la Provenza e la predicazione del Vangelo di Gesù per quelle terre, supportata da numerosi miracoli, concludendo la sua vita in eremitaggio nella grotta della Saint Baume presso Aix en Provence, dove fu sepolta e dove Carlo II d’Angiò ritrovò le sue reliquie e si fece seppellire nel santuario a lei dedicato e da lui costruito

Il culto della Santa fu ampiamente recepito dalla famiglia reale francese che lo importò  in Italia Meridionale con Carlo II d’Angiò, traendone notevoli vantaggi, perché comprese il valore politico-religioso e, attraverso una pretesa sacralizzazione dinastica ad essa legata,  e grazie agli ordini religiosi pauperistici, Cistercensi e Domenicani e poi Francescani, ma anche i Serviti e i Celestini il culto ebbe notevole impulso dopo  il trasferimento della sede pontificia ad Avignone, in Provenza, dove la Santa predicò con successo il Vangelo di Cristo; nella Provenza, contea angioina, dove re Carlo II aveva ritrovato le reliquie della Santa ed aveva fondato una superba basilica per contenerle.

Con Roberto e la prima Giovanna la devozione e il culto verso Maria Maddalena Penitente, ebbe nuovo impulso in Provenza ma anche nel Regno di Napoli, con il rientro dalle crociate e con la presenza dei cavalieri templari che fecero della Santa Penitente la loro Patrona.

Al sentimento religioso della corte tendente al pauperismo e alla penitenza, per gli altri, si contrappose però un generale stato di lassismo dei costumi, anche per il comportamento morale di Giovanna I, richiamata aspramente anche da Santa Caterina da Siena (lettera n. 348).

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L’apparato liturgico originario del duomo angioino, compromesso dai frequenti crolli (cfr. M.Gaglione, op. cit.) e disastrosi terremoti, e successivamente riorganizzato, appare di non facile lettura e non è facilmente ipotizzabile una ricostruzione della antica disposizione rappresentativa delle cappelle di patronato che attraverso i pochi documenti superstiti dall’incendio del settembre del 1943, appiccato dai nazisti in fuga alle casse contenenti pergamene ed atti della cancelleria angioina , appare incompleta; infatti il progetto di realizzare un pantheon dinastico angioino nella cappella esterna all’edificio (la attuale sagrestia maggiore), dedicata a Ludovico d’Angiò (1274-1297) primogenito di Carlo II ed erede al trono di Napoli, rinunciatario al diritto di successione in favore del fratello Roberto, e del quale era in corso il processo di beatificazione (canonizzato nel 1317), proprio con Roberto d’Angiò fu accantonato per la fondazione della basilica dedicata all’Ostia Santa, detta di Santa Chiara (1310) destinata ad essere il cenotafio della famiglia reale e del suo entourage napoletano.

Napoli – Museo Nazionale di Capodimonte – Simone Martini (1284- 1344) – San Ludovico d’Angiò, Vescovo di Tolosa, che incorona il fratello Roberto re di Napoli – Tavola dipinta nel 1317 per la basilica napoletana dedicata a San Lorenzo.

Le devastazioni prodotte  dal terremoto del 1456, che distrusse gran parte dell’edificio,  rese necessario un massiccio consolidamento statico delle pareti dell’edificio anche con il tompagnamento di diversi finestroni, specialmente sul lato destro, prospiciente via Tribunali e l’attuale piazza Card. Sisto Riario Sforza, ma stravolse la configurazione planimetrica dell’apparato liturgico antico.

La cappella dedicata a Santa Maria Maddalena penitente, patronato di Landolfo Crispano, nel corso dei secoli, cadde nel totale abbandono: l’estinguersi della famiglia per le alienazioni e acquisizioni di nuovi feudi nel ‘500 e contratti di matrimonio, per tentare di ricostituire una linea genealogica maschile, mancante;  il trasferimento di titoli e beni nei contratti  matrimoniali, fece confluire il diritto di patronato esercitato, nella disponibilità della famiglia Caracciolo dei duchi di Miranda, nella seconda metà del 600.

Nel 1470, il restauro del duomo dopo il terremoto del 1456 era già completato, ma quali furono le dimensioni di questo intervento ricostruttivo per  più parti dell’edificio, non sono note.

I guasti prodotti all’apparato della cappella dai vari interventi di consolidamento statico del cantonale SUD del transetto e della parete soprastante, negli anni successivi, determinarono il restauro ricordato dalla lapide apposta al lato del quadro della Santa   di Nicola Vaccaro (1640-1709) figlio del più celebre Andrea, restauro che comportò anche sostanziali modifiche al monumento funebre che probabilmente risultava già parzialmente smembrato o, quanto meno, ridotto molto nella sua configurazione.

La relazione della santa Visita dell’Arcivescovo Cardinale Francesco Boncompagni (1626-2641), del 1627 (cfr. A. S. D. N., Atti della Santa Visita del Cardinale Francesco Boncompagni, I parte, I foll.185t.- 187t.) che descrive lo stato del luogo, impone ai proprietari degli obblighi da rispettare: “…mensa altaris cappellae S. Mariae Magdalenae de Crispanis dilatetur ex fabrica et provideatur  altari praedicto de omnibus necessariis pro celebrazione missarum, aptetur fenestra, cappella dealbetur et provideatur de baldachino apponendo supra imagines depictas expensis  cappellanorum, qui accedant ad celebrandum in eo missas, ad quas tenentur…”.

La relazione, però, non riporta quello che deturpava il prospetto del sacello: nel 1548, Giovanni Francesco de Palma, su commissione dell’Arcivescovo Cardinale Ranuccio Farnese (1544-1549) realizzò il nuovo organo del duomo, ponendolo su una cantoria appositamente costruita nell’intercolumnio tra la navata maggiore e l’ultima campata della navatella di Sant’Aspreno, con la mostra rivolta verso l’abside .

Alla cantaoria si accedeva per una scala a lumaca, difesa da un cancellata, e con ingresso dall’interno della cappella  di patronato dei Crispano, chiusa con un’altro cancello.

La mostra di questo organo, insieme a quello gemello costruito nel 1562, era chiuso dai pannelli dipinti dal Vasari  (1511-1574) posti ora sulla parete NORD del transetto, organi rimossi nel 1767, quando furono costruiti i due nuovi attuali

Una lapide riportata più avanti nel testo, informa che gli eredi, inumarono in essa anche i resti mortali di Domenico Crispano nella seconda metà del 1600 e, in esecuzione dei dettati della relazione della citata Santa Visita del 1627 poi, provvidero anche alla apertura della finestra e a far realizzare su disegno di Arcangelo Guglielmelli (1648-1723) la cornice intorno al quadro della Maddalena.

Al disotto del quadro, rimase la Mensa dell’Altare che copriva il sepolcro di Landolfo, così come informa una successiva relazione del 1741, più avanti riportata.

Nel 1686, pochi anni dopo la conclusione del restauro della cappella, un altro terremoto interessò Napoli e provocò nuovi danni all’edificio; cinquant’anni dopo, un altro e più rovinoso terremoto, il 29 novembre del 1732, annunciato da un altro evento sismico l’anno prima.

Napoli – Duomo – L’abside maggiore contraffortata e incatenata nel restauro dell’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603).

 

Il terremoto del 1732 fece gravissimi danni all’abside, già consolidata dall’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603), alle volte delle navate minori, lesionò i muri del transetto, specialmente nel lato SUD, risultato fin dal tempo della costruzione dell’edificio staticamente il più debole.

Durante la fase di consolidamento statico dell’edificio dopo il terremoto del 1456,realizzata con il notevole contributo reale aragonese, del Papa, di alcune famiglie nobile napoletane i cui stemmi compaiono ancora in cima ai pilastri ricostruiti o restaurati con il loro contributo e con il sacrificio del popolo napoletano (il più prezioso), si verificò la ridistribuzione dei diritto di patronato su alcune cappelle ad altre famiglie legate alla nuova dinastia al potere, ed il trasferimento di patronati goduti da famiglie estinte, agli eredi e vide la erezione nel corso degli anni di Altarini e cappellette votive fin negli intervalli dei pilastri, addossate alle pareti delle navatelle e in ogni spazio rimasto libero, determinando il caos liturgico la cui risoluzione con la loro eliminazione fu iniziata dall’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) e definitivamente risolto dall’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754), dopo il terremoto in due fasi del 1731-32.

Napoli – Duomo – Interno, navatella di Sant’Atanasio – In cima ad un pilastro è ancora in sito lo stemma apposto da una famiglia napoletana, curatrice della sua ricostruzione, dopo il terremoto del 1456.

I lavori di ricostruzione e restauro furono ripresi dall’Arcivescovo Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734) continuando il lavoro di consolidamento e restauro dell’edificio già quasi ultimato, iniziato dopo il terremoto del 1686, dallo zio, Arcivescovo Cardinale Antonio Pignatelli (1686-1691), poi Papa Innocenzo XII (1691-1700) e dall’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702), riprendendo il lavoro e disponendo interventi di scucitura e ricuciture delle ampie lesioni della parete SUD del transetto; la realizzazione di arconi di mattoni nella muratura e la modifica dei prospetti ogivali delle due cappelle lato SUD, con arconi di mattoni a tutto sesto e riempimento  degli spazi vuoti soprastanti, per creare un consistente rinforzo della parete che fu anche incatenata dai due cantonali, della cappella dei Crispano e della cappella dei Capece Minutolo.

L’arco ogivale della cappella dei Crispano fu egualmente modificato e il cantonale incatenato fino all’angolo opposto della navatella di Santi’Aspreno.

Il Regio Ingegnere F. Buonocore, con un documento del 1733, relazionava all’Arcivescovo Pignatelli sul lavoro di scucitura e ricucitura delle lesioni, fatto anche sulla cappella della Maddalena.

Una descrizione settecentesca dello stato del luogo la troviamo nella Relazione dello stato della Chiesa Metropolitana a tenore degli ordinamenti di S. E. il Sign. Cardinale Giuseppe Spinelli Arcivescovo nell’istruzione per la Santa Visita, a 20 settembre 1741: “….voltando a man diritta nella croce, viene la cappella della famiglia Crispano, larga palmi venti, profonda palmi dieci e dedicata a Santa Maria Maddalena penitente, della quale vi è un bellissimo quadro. Ha l’altare con la tavola sostenuta da due colonne, e sotto vi è un sepolcro, che ha intorno scritto:

Hic Jacet corpus magnifici militis et egregij legum doctoris D.ni Landulfi Crispani de Naeap. Magnae reginalis curiae magistri rationalis ac locumtenentis qui obij anno D.ni 1372 die 23 m. augusti II indict.

Dalla parte dell’Evangelio, a lato della cornice di stucco nella quale é posto il quadro, vi é una antica lapide di marmo con la seguente iscrizione in versi esamitri in caratteri gotici (una delle poche superstiti):   

CANDIDA SINDRESIS REDEMITUS TEMPORA SERTIS  /  LANDULPHUS CRISPANUS ADEST IN LEGE CANORUS  /  DOCTOR ERAT MILES AREMATUS FLORIDA LINGUA.  /  TEMPERIESQUE VIRI COMITIS CONIUNXERAT ASTRIS  /  REGIA GRANDAEVIQUE INSIGNIA NOBILIS AULAE ; /  FULGIDUS INQ. FORO DISPUNCTIS CALCULUS INGENS,   /  VIRQ. DEO MONDOQUE BONUS SUPER ALTA LEVATUS  /  COMPOSITIS FACTIS CLARUS SAPIENTIA CUNCTIS,  /  EXALTATA VIIS SERPIT LEVITERQUE SUSURRO  /  CONSILIUM  REGNI FUIT HIC PERDOCTUS APOLLO  /  AT QUOQ. MAGDALENES DEVOTE FACTA CANEBAT  /  URBANUS NOVIT PRUDENTEM PAPA SONORUM  /  LIMATASQUE VIAS SUPER AETHERA REMQUE LOCABAT  /  FORTUNANQUE SUAM PLACIDIS STRINGEBAT HABENIS,  /  MAGNAQ. IAM MORTIS IMMITIS VINCULA SPOERNENS  /  INQUIT IN EXTREMIS IGNITUR FULGIDA VIRTUS:  /  DULCIS MORTE VIRI TANDEM PAX FRANGITUR OMNIS  /  OCCIDIT INFELIX REGNI STATUS ARQUE PEPENDIT,  /  VERTILIS EX CENTUM TER MILLEQUE CIRCULUS ANNIS  /  SEPTUAGINTA SIMUL PARITER MIXTISQUE DUOBUS  /  FULSERAT INGENTI SOLIO REGNANTE IOANNA  /  INSITA BIS DENIS SAT TERTIA FLUXERAT ARDENS   /  AUGUSTIQUE DIES UNDENOS PECTINE DENSO  /  VOLVERAT INTEXENS INDICTIO CIRCITER ANNOS                                                   .                                                                                               Quali versi risuonano così in lingua volgare ( n.d.r. traduzione da P.De Stefano):

“Qui giace Landulfo Crispano, con le tempie ornate di stellate ghirlande. Costui era dottor facondo e cavalier armato, la cui fiorita lingua, l’affabilità di questo conte già vecchio, havea congionto alle stelle l’insegne regali della nobil corte. Fu grande e splendido nelle cause giuditiali; superata ogni difficultà de legge, fu alzato al cielo essendo stato huomo bono, eta a Dio et al mondo. Fu huomo moderato, chiaro per li gran fatti, la cui sapientia, esaltata, humile caminava per ogni via. Costui, con leggier mormorio, era reputato un altro Apollo instrutto del consiglio del Regno, et divotamente già componeva la vita et gesti di Magdalena. Papa Urbano lo conobbe dotto delle Muse; et solo le sue poesie, ma la robba, col farne bene ad altri, locava nel cielo, et la sua felicitàla moderava con facili redeni, e despregiando i gran legami del’aspra morte disse: “Nell’estremo s’infiamma la splendida virtù”. Finalmente ogni dolce pace si frange nella morte di tant’huomo; lo felice stato del Regno cascò et restò sospeso. Haveva all’hora voltato il cerchio degli anni mille trecento settanta dui, essendo Giovanna Regina del Regno, et fu nel giorno assai ardente d’augusto vinte tre, nel’anno della indittione circa undecima” (cfr. P. De Stefano – Descrizione dei luoghi sacri della città di Napoli, Napoli, 1560).

La relazione del 1741, continua: “…dalla parte dell’Epistola della medesima cornice vi è quest’altra iscrizione:

VETUSTUM  /  VETUSTISSIMAE CRISPANORUM FAMILIAE SACELLUM  / TEMPORIS  / INIURIA PAENE COLLAPSUM  /  AVITE PIETATIS NON IMMEMOR  / TRANSLATO DECENTIUM TUMULO  /  INSTAURAVIT CONCINNAVITQUE  /  D. DOMINICUS CRISPANUS  /  D. CAROLI ET D. ANNAE DE BALSAMO  /  PATRITIAE MESSANENSIS  /  FILIUS  /  TANTI STIPITIS UNICUM  GERMEN  /  ANNO A DEO HOMINE  /  MDCLXXVIII

La relazione del 1741, descrivendo la cappelle dedicata a Santa Maria Maddalena penitente, testimonia della presenza del gisant di Landolfo Crispano murato sotto la mensa dell’altare, non parla della presenza della sua cassa funebre (e nemmeno dell’ horreum).

Il citato decreto del 1721 della Sacra Congregazione dei Riti che vietava la presenza di cadaveri posti in sepolcri elevati da terra o sotto gli altari, fu recepito ed applicato con molto ritardo e nel duomo che durarono almeno fino al 1754, quando l’Arcivescovo Cardinale Spinelli lasciò definitivamente la Diocesi napoletana.

Ritratto dell’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754)

Nella relazione ad limina  del 24 ottobre 1747 il cardinale Spinelli informa anche  dei restauri del duomo di Napoli (A.S.V. Sacra Congregazione del Concilio, Relationes ad limina, Neapolis 1747) e cita anche lavori alla Cappella della Maddalena dei Crispano, conclusi appena l’anno prima.

Una lapide apposta sulla parete di fondo della cappella ricorda il restauro e la chiusura della stessa con una nuova balaustra marmorea con la soprastante nuova cancellata.

NUPERRIME ANNO MDCCXXXXVI ADUC VIVENS  /  TRANSLATO LANDULFI TUMULO  /  INSTANTIBUS  /  D. CAROLO ET D. NICOLAO EX D. ANT. MOCCIA  /  E CARFITII DUCIBUS SUSCEPTIS  /  PATERNAM PIETATEM  ASSEQUENTIBUS  /  MARMORIBUS CANCELLIS PICTURISQUE  / IN RECENTIOREM NOBILIOREMQ. FORMAM  /  REDACTUM  /  P. D.

Fu nel 1746 che il gisant di Landolfo Crispano privato della fascia identificativa fu definitivamente  murato sulla parete destra, nella incomoda posizione verticale e sopra di esso fu posta una lastra tombale che ricorda il luogo della sua sepoltura: nel muro forse è stato ricavo un piccolo loculo per contenere i suoi resti mortali.

HIC IACET CORPUS MAGNIFICI VIRI MILITIS  /  ET EGREGII LEGUM DOCTORIS DOMINI LANDULFI  /  CRISPANI DE NEAPOLI MAGNAE REGINALIS CURIAE  /  MAGISTRI RATIONALIS AC LOCUMTENENTIS  /  MAGNI CAMERARIJ REGNI SICILIAE REGINALIS  /  QUI OBIJT ANNO DOMINI MCCCLXXII DIE  /  VIGESIMO TERTIO MENSIS AUGUSTI  XI IND.  /  CUJUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE . AMEN

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Dello smembrato monumento funebre di Landolfo Crispano non esiste una descrizione della sua configurazione: gli autori antichi (Cesare d’Engenio Caracciolo, Pietro de Stefano, De Dominici, L.Loreto. S.D’Aloe, G.A.Galante) si soffermano a riferire della lapide celebrativa e del suo lungo testo inciso a caratteri francesi, murata già nella seconda metà del ‘500 sulla parete sinistra del sacello e nessuno riferisce del sarcofago e del gisant che appare di notevole fattura e che fu sotto la mensa dell’Altare della cappella, almeno fino al 1741.

Mons.Franco Strazzullo, cita documenti dell’Archivio Diocesano di Napoli che consentono di tracciare una storia del sito ma non del monumento funebre.

Gli anni che vanno dalla metà del ‘300 e i primi decenni del ‘400 (Landolfo Crispano morì nel 1372 e gli eredi, non avendo figli, gli eressero il monumento funebre negli anni immediatamente successivi, dopo un passaggio per una sepoltura provvisoria, come d’uso) furono caratterizzati dalla presenza di scultori di corte definiti dalla critica tinesco-bertinei, perchè dopo la morte di Tino di Camaino (1337) che propose nuove poetiche formali, caratterizzate da solidità e compattezza volumetrica delle figure, propose anche innovazioni nella configurazione degli apparati funebri che rese più celebrativi, lasciando traccia del suo nuove stile nella continuazione della sua bottega, e per buona parte del secolo, fino cioè all’arrivo a Napoli dei fratelli Giovanni e Pacio Bertini, dopo il 1343, chiamati da Giovanna I d’Angiò per costruire il monumento funebre di Roberto in Santa Chiara.

Nel monumento di Roberto è ampiamente avvertita l’influenza tinesca nel comune maestro, Giovanni Pisani, ma anche nella collaborazione alla esecuzione, di artisti della ancora attiva bottega di Tino.

Qualcosa di nuovo si verificò con l’arrivo a Napoli di Antonio Baboccio da Piperno, nei primi anni del ‘400, che importò stilemi legati alla scultura fiamminga e borgognona, con effetti plastici nuovi: robustezza  ma anche espressionismo nelle figure, non solo, ma anche elementi di chiaro gusto francese, veicolato attraverso le influenze di artisti gotici avignonesi, come scelta della corte angioina legata alla corte pontifica in Avignone, dove Giovanna I soggiornò per lunghi periodi.

Ma siamo fuori tempo: trent’anni dopo la morte di Landolfo.

Tino di Camaino importò a Napoli un nuovo tipo di monumento funebre, e ne costituì il prototipo nei  sepolcri gerarchici realizzati in Santa Chiara per gli appartenenti alla famiglia regnante, con baldacchino sorretto da colonne, gisant sulla cassa scolpita sulla faccia e su i lati, sollevata da terra da cariatidi, con la camera funebre difesa da tendine rette da angeli che la rendono discreta, intima, ma anche sepolture a parete, erette nelle cappelle di patronato, assegnate all’entourage reale, sulla scorta della importanza del ruolo rivestito a corte: la cassa, decorata o non decorata, sorretta da colonnette tortili, con il gisant o la lastra terragna utilizzata per la sepoltura provvisoria, a chiudere il sarcofago.

Nella chiesa di San Domenico in Collesano (PA), il sepolcro di Elvira Moncado e Antonio Ventimiglia, presenta il gisant della donna, realizzato nel 1406 e attribuito ad un ignoto scultore napoletano o toscano, a chiusura di una bassa cassa funebre che reca una fascia identificativa,  sorretta da animali.

Una struttura semplice, posta in uno spazio limitato, e che non ha nulla dei monumenti celebrativi angioini, reali o non.

Realizzato negli stessi anni in cui si realizzava a Napoli il sepolcro di Lanfolfo, hanno la stessa paternità nel così detto maestro durazzesco?

Quello che resta dello smembrato monumento funebre di Landolfo Crispano, dopo il terremoto del 1456, che arrecò molti danni proprio in quel cantonale Sud del transetto, e notevoli danni alla intera struttura, non ci consente uno ricostruzione della sua configurazione: forse fu una struttura architettonica del semplice, oppure come quello riprodotto in fotografia, un semplice sepolcro, con il gisant a chiusura di una bassa cassa sollevata da terra, con una fascia dedicatoria identificativa   e la grande lapide celebrativa murata sopra di essa, sulla parete di fondo del sacello: la grande lapide che ci fornisce l’immagine di un personaggio della corte angioina, che alla esperienza militare, univa anche quella forense e che era tenuto in gran conto dagli stessi sovrani per gli ottimi consigli che forniva nei frangenti politici ed esperto e fidato responsabili delle entrate reali.

Ci parla di un parsonaggio che certamente incontrò Boccaccio  e Petrarca durante il loro soggiorno napoletano e che con le sue canzoni  e i suoi versi cortesi allietò le feste e i convivi di corte, aggregandosi alle allegre compagnie che frequentavano il castello angioino.

Ma fu anche autore di letteratura morale e religiosa, autore di un testo sulla vita e le opere di Santa Maria Maddalena, non il solo, in verità, ma come gli altri, omaggiante l’orientamento del sentimento religioso della corte angioina, incline verso la figura della Santa, e che certamente contribui a rendere il progressivo e lento, ma sicuro cammino della lingua italiana, ancora compressa dal francesismo provenzale di corte e che lentamente tentava di sostituirsi ad esso preparando il terreno su cui poi si formerà la cultura rinascimentale.

Napoli – Duomo – Cappella della Maddalena dei Crispano – Il gisant del sepolcro di Landolfo Crispano – La cappella ingombra di materiali in deposito, non è accedibile.

Quello che resta del suo monumento, non ci consente la attribuzione di una paternità: è ascrivibile alla scuola di Tino di Camaino, attiva in duomo nella realizzazione di monumenti funebri per alcune famiglie titolari di diritto di patronato e impegnata ancora nella conclusione dei lavori nella cappella reale di San Ludovico d’Angio, monumenti andati perduti con il terremoto del 1456: di essi ci restato le due cariatidi della cappella Caracciolo Pisquizy nel duomo.

Perchè non attribuibile ai fratelli Bertini, perché Pacio certamente negli anni immediatamente seguenti il 1357, già era a Firenze. e forse il gisant è da attribuire al così detto maestro durazzesco e bottega, attiva per tutta la seconda metà del ‘300, formatosi con i Bertini, ritenuto vicino a Pacio Bertini stesso, per la posa naturale del defunto, per  le pieghe della veste cadenzata, per l’espressionismo del volto, nelle rughe della fronte e del labbro, per le mani a paletta che non hanno nulla a che vedere con la morbidezza e la flessuosità di molte altre figure attribuite invece ai fratelli Bertini.

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Segnalo lo stato di eccezionale abbandono della cappella, ingombra di attrezzi in disuso e l’ingresso occupato dal grande  organo recentemente posizionato, che non consentono la osservazione sia pur minima del sito.

 

 

 

 

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One thought on “La cappella dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente nel duomo di Napoli, patronato di Landolfo Crispano.

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