L’unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: IL PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM.

di Tino d’Amico

 

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A mio nipote Mattia Pio

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Il listello che fu il campione della unità di misura lineare bizantina ed a cui, nei vari periodi della nostra storia, in ogni contratto commerciale, i contraenti dovevano rapportarsi e citare a garanzia da ogni frode, definito nei rogiti PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM, è incastrato nella colonna d’angolo del pilastro maggiore di sostegno all’arco trionfale del duomo angioino, al termine della navatella del Salvatore, a lato del dossello dell’antico trono vescovile.

Il listello fu incastrato, durante il governo ducale bizantino della Città, in una colonna della basilica dedicata al Salvatore e detta Stefanìa, gemina, sussidiaria della cattedrale costantiniana dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, in esecuzione di uno dei capitolati della Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, emanata da Giustiniano I (482-565), imperatore di Bisanzio dal 527, “…per porre rimedio ai mali che la tyrannorum bellica confusio e la gothica ferocitas…” avevano portato all’Italia durante la guerra gotica (535-553), e con lo scopo di riaffermare i diritti dei proprietari da ogni usurpazione; alleggerire la pressione tributaria; riordinare il sistema dei pesi e delle misure; più equamente amministrare la giustizia; riordinare l’annona; disciplinare il corso della moneta.

Presunto ritratto dell’imperatore Giustiniano (482-565) – Ravenna –  Mosaici della basilica di San Vitale.

Con la emanazione della Pragmatica Sanctio, Giustiniano promulgava in tutti i territori dell’Impero il suo Corpus Juris Civilis, del 524, che nella Novella CCXXVIII, Capo XIII, V, stabiliva il nuovo sistema dei pesi e delle misure, abolendo il precedente confusionario sistema dei re goti che diversamente e arbitrariamente applicato nei loro territori  e quindi anche in Italia , favoriva nel commercio e nella raccolta dei censi da parte dei feudatari e degli appaltatori dei beni ecclesiastici, la frode nei confronti del popolo minuto.

Il Corpus Juris stabiliva anche che all’interno delle principali chiese di ogni città dell’impero, doveva essere conservato un listello canonico della unità di misura lineare, affinché ognuno potesse rapportarsi ad esso in ogni controversia, rescritto confermato dalla Pragmatica Sanctio, uso questo conservato anche in epoche successive, dai longobardi e negli Stati italiani, fino alla definitiva applicazione del sistema decimale francese, adottato progressivamente in Europa, in età napoleonica e poi universalmente accettato per la sua praticità, abolito con il recepimento del sistema internazionale unico della misure, del 1960.

I territori dell’Impero bizantino alla morte di Giustiano I (565).

Il listello, oggetto di questo studio, è l’unico esemplare superstite di tanti listelli canonici della unità di misura lineare, posti nelle chiese principali delle città dell’Impero bizantino, sottoposte, in Italia, alla autorità dell’esarcato di Ravenna o dello stratega di Sicilia, sostituiti poi nel tempo, con nuovi diversi campioni, posti in luoghi istituzionali cittadini, anch’essi andati perduti, con la modifica dei sistemi di misura.

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Tra la fine del V e gli inizi del VI secolo dopo la conquista da parte di Belisario (500 ? – 555) agli ostrogoti, Napoli divenne un ducato bizantino e rimase tale dal 536 al 1139.

Presunto ritratto di Flavio Belisario (500? – 565) – Ravenna – Mosaici della basilica di San Vitale.

A questo periodo corrisponde anche la costruzione della basilica dedicata al Salvatore e detta Stefanìa , la cui esistenza ancora oggi è controversa: per alcuni essa è la stessa basilica costantiniana dedicata ai Santi Apostoli, che venne ridedicata al Salvatore, e poi detta di Santa Restituta, per altri è la sua basilica gemina.

Secondo il Chronicon Episcoporum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, redatto da Giovanni, diacono della chiesa napoletana di San Gennaro (all’Olmo) (fine IX-inizi X secolo), il Vescovo di Napoli Santo Stefano I (prima del 499-dopo il 501) “…fecit basilicam ad nomen Salvatoris, copulatam cum episcopio…” eretta, quindi, accanto alla più antica basilica cattedrale costantiniana, costruita tra il 324 e il 335, dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore dal V secolo e detta di Santa Restituta, dopo l’VIII secolo, perché nell’antico Oratorio di Santa Maria del Principio, del II secolo, inserito nell’edificio costantiniano, e realizzato in quella che la leggenda riteneva essere la casa del Vescovo Sant’Aspreno (metà del II secolo), fu inumata una parte considerevole delle reliquie del corpo della Santa africana, trasferite da Ischia e poste inizialmente nella catacomba napoletana, per poi essere deposte nella basilica cattedrale, nell’845 da San Giovanni IV detto lo Scriba, Vescovo di Napoli dall’842 all’849, che trasferì dalla catacomba i corpi dei Santi Vescovi napoletani ponendoli in onore nella ricostruita basilica detta Stefanìa.

S

Napoli – Duomo – Basilica cattedrale costantiniana detta di Santa Restituta – L’interno così come appare oggi dopo le trasformazioni di età angioina e settecentesche.

La basilica Stefanìa fu distrutta da un incendio e ricostruita dal Duca-Vescovo  di Napoli Stefano II (767-800) “…ac deide totius populi forti roboratus adjutoris, eadem renovavit Ecclesiam…”. Cfr. (Chronicon…, op.cit).

Il complesso degli edifici napoletani in epoca tardo antica e alto medioevale, andò ad occupare uno spazio decentrato rispetto al foro, spazio che si trasformò ben presto nell’insula quadrupla che si estende per circa 30,000 metri quadrati, compresa tra il cardine Nord-Sud, oggi via duomo, e il cardine ad plateam capuana (Via sedil capuano), similmente orientato e da Est ad Ovest, tra il decumano superiore, nel tratto di somma piazza (largo Donnaregina) e il decumano medio (via tribunali) nello spazio della platea capuana (largo Cardinale Sisto Riario Sforza).

L’area risultante, già interessata da un primitivo insediamento cristiano, fin dal costituirsi in epoca tardo antica, andò a fagocitare le adiacenti insule minore, inglobando tratti di tre cardini più un vicus obliquo, che da somma piazza si immette ancora, anche se non più percorribile perché corte interna degli edifici capitolari, nel cardine denominato via duomo, configurandosi già nel VII-VIII secolo così come appare oggi.

Elaborazione grafica dell’area archeologica del duomo di Napoli dell’archeologo Tarallo, del 1931 – E’ evidenziato il “vicus obliquo” da “somma piazza” verso via duomo, le due basiliche affiancate e “l’atrio paleocristiano”, sotto il palazzo arcivescovile, oggi in fase di recupero e studio.

Il vicus obliquo, costituiva l’accesso al primitivo insediamento cristiano e al successivo complesso costantiniano della basilica detta di Santa Restituta.

Nell’insula compresa tra il vicus obliquo  e il tratto superiore del cardine scoperto negli anni ’70 del passato secolo, nell’area occupata oggi dal palazzo arcivescovile, dall’ex Istituto Calasantio e dagli ambienti in uso dal Capitolo Cattedrale di Napoli, accanto agli edifici preesistenti, forse termali, ed un tempio, furono costruiti i primi edifici di culto e poi in epoca costantiniana la basilica dedicata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta, con ingresso dallo stesso vicus obliquo, il battistero e gli altri edifici tardo antichi recentemente individuati, e successivamente la sua basilica gemina, dedicata anch’essa al Salvatore e detta Stefanìa, separate dal citato cardine scoperto negli anni ’70 e che costituirà poi l’accesso alla cittadella vescovile (Cfr. Tino d’Amico, L’indradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, in: il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com).

Solona – Le basiliche gemine – Da: L. Crema, Manuale di storia dell’architettura antica, Milano,1967.

Le basiliche gemine erano diffuse nei complessi episcopali paleocristiani: le due aule destinate al culto, affiancate, spesso avevano in comune il battistero, come a Napoli, anche se poi si riscontra in alcuni casi una diversa disposizione.

Pare che le basiliche gemine facessero parte di un progetto unitario, anche se realizzate in epoche diverse non lontane nel tempo e la loro funzione risultasse essere complementare alle due aule, sul piano liturgico.

Comunque non è certa una risposta unica sul loro uso che appare diversamente organizzato nel tempo e nei luoghi: probabilmente, a Napoli, una delle due aule era destinata al culto Eucaristico e l’altra alla amministrazione dei Sacramenti.

Ma certamente una delle due svolgeva un ruolo principale di Cathedrae matricis, distinta dall’altra di ruolo inferiore, ruolo principale che gli derivava dalla presenza della Cattedra del Vescovo e utilizzata per questo motivo come luogo della pastorale diocesana e quindi non soltanto dall’essere Ekklesia della cittadella vescovile.

Il Calendario marmoreo della Chiesa napoletana, scolpito nel IX secolo (847-877), per la basilica di San Giovanni Maggiore, fu redatto negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV o, forse, del suo successore Sant’Atanasio I (850-872), in un periodo storico caratterizzato dal progressivo allontanamento del ducato napoletano da Bisanzio, iniziato dal Duca-Vescovo Stefano II, che abdicò dal governo civile della Città a favore del figlio Gregorio, ed il progressivo avvicinamento a Roma, assegna al giorno 1 dicembre la memoria della DEDIC(azione) (della) BASILI(ca) STEFAN(ia), ovvero di STEFAN(o Vescovo), (Cfr. L.Fatiga, Il Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli, Napoli 1997).

Napoli – Duomo – Area archeologica – Il Calendario Marmoreo – Particolare.

La citazione della memoria liturgica della dedicazione della basilica detta Stefanìa, piuttosto di quella della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, fa supporre che al tempo della redazione del Calendario Marmoreo (IX secolo) la basilica dedicata al Salvatore, detta Stefania, ricoprisse un ruolo preminente rispetto alla basilica cattedrale detta di Santa Restituta.

Ruolo preminente che gli derivava dalla presenza nella Città ducale bizantina di un clero greco e di un  Vescovo-Duca bizantino, pur in presenza di un progressivo allontanamento del governo cittadino da Bisanzio.

E questa dovette essere la ragione per cui il Passus Ferreus fu posto nella basilica detta Stefanìa, di rito greco, piuttosto che nella basilica detta di Santa Restituta, di rito latino.

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Mons. Gennaro Aspreno Galante (1843-1923), docente, storico archeologo, nel volume Guida Sacra della città di Napoli, Napoli 1872, riferisce una notizia ripresa da Francesco Ceva Grimaldi (Cfr. Memorie storiche della città di Napoli, Napoli 1857): l’Arcivescovo di Napoli, cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754), durante i lavori di abbellimento del duomo angioino dopo il disastroso terremoto del 1731/32,  lavori iniziati dal suo predecessore l’Arcivescovo Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734), avrebbe fatto traferire dalla cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy, la seconda della navatella di Sant’Aspreno, e incastrare nel pilastro maggiore di sinistra, di sostegno all’arco trionfale, la colonna scanalata che sopportava da tempo immemorabile il Passus Ferreus.

Napoli – Duomo – Il PASSUS ancora incastrato nella colonna d’angolo del pilastro maggiore, al termine della navatella del Salvatore, accanto al dossello del trono vescovile.

Del Passus, però, scrive il Summonte (Cfr. Historia della città di Napoli e del Regno di Napoli, Napoli MDCCLXIII) che, nel pilastro maggiore sinistro “…verso la porta si scorge un pezzo di ferro affisso in alto che per antica tradizione si ritiene essere la vera  misura del Passo Napoletano, questo passo viene nominato in molti antichi strumenti e in particolare in uno del 1260 stipulato sotto re Manfredi… è di sette palmi e un terzo. Non mancano documenti anteriori che attestano l’uso di questo passo in Napoli e dintorni come regolo campione anche prima dei re svevi e normanni. Uso questo non esclusivo della Chiesa di Napoli…”..

La notizia riportata dal Galante e prima ancora dal Ceva Grimaldi, appare inesatta, se confrontata con quanto affermato dal Summonte e dal de Lellis, che muore a Napoli nel 1688, (Cfr. Aggiunta alla Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo) e che nel suo manoscritto redatto intorno al 1654, riferisce della presenza del Passus già incastrato nella colonna scanalata di rinforzo al pilastro maggiore sinistro della crociera, di fronte alla porta di accesso al cortile di collegamento con il palazzo arcivescovile e l’antico seminario, “…nello stesso piliero, dalla parte di dietro e che riguarda l’ala della chiesa, vedesi affisso il il passo di ferro alla misura del quale misurar si deve da’ napoletani cittadini, nella loro città e distretto,e da tutti gli altri contraenti che a tal misura si sottopongono, dicendo il Chioccarello, trattando dell’arcivescovo Umberto di Montauro (1308-1320,nda), nella fine, che tal passo da’ tempi antichissimi fu dato a conservare alla maggior chiesa di Napoli…”, reperto non menzionato nella descrizione del duomo del d’Engenio Caracciolo, menzionato invece da Bartolomeo Chioccarello (1575-1647), (Cfr. Antistatum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae catalogus ab apostolorum temporibus ad hanc usque nostram aetatem, et ad annum 1643) e da Carlo Celano (1625-1693), (Cfr. Notizie del bello, dell’antico e del curioso della citta di Napoli per i signori forastieri…, Napoli 1692), e da altri autori.

E’ noto attraverso la letteratura che colonne provenienti dalla distrutta basilica detta Stefanìa e dalla ridimensionata basilica cattedrale detta di Santa Restituta, a loro volta provenienti da un tempio sacro ad Apollo (Cfr. Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1950 – Cfr anche: Bartolommeo Capasso, Napoli greco-romana, Napoli 1905), o comunque da edifici termali di epoca greca e romana esistenti nell’area che poi verrà occupata dal complesso episcopale napoletano ricca, di acque sorgive, furono utilizzate fin dall’inizio dei lavori di costruzione del duomo angioino per rinforzare i pilastri che i terremoto del 10 settembre 1349, che provocò il crollo parziale della facciata dell’edificio, aveva dissestato, aggravando una situazione pregressa dovuta anche all’utilizzo di materiali e malte scadenti, come riferisce Mario Gaglione in: Crolli e ricostruzioni della Cattedrale nel trecento; Estratto da: Archivio storico per le province napoletane CXXVI dell’intera collezione, che trae le notizie relative ad un improvviso crollo di parti considerevoli del duomo angioino e di un generale collassamento della struttura, il giorno 1 aprile 1343, indipendentemente da eventi sismici, dovuto all’utilizzo di malte e materiali scadenti nella costruzione, sono in una supplica dell’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327-1358), al Papa Clemente VI (1342-1352), conservata nel faldone dei Registri delle suppliche, dell’Archivio Segreto Vaticano.

Il posizionamento della colonna, in origine scanalata con il Passus incastrato in essa a rinforzo del pilastro maggiore sinistro, dalla parte della navatella del Salvatore, secondo alcuni autori, corrisponderebbe a questa generale attività  di consolidamento e non risponderebbe ad attività di restayling attuate in epoche diverse, non riscontrabili, come qualcuno invece ritiene.

Questi autori non considerano invece la più probabile esigenza di conservare il listello canonico della unità di misura lineare bizantina, ancora in uso in età angioina, dove fu posto in antico, presso l’abside della basilica detta Stefanìa, posizionandolo nel nuovo edificio nello spazio sacro, accanto ad un simbolo del potere, il trono vescovile, che ne garantisse con la sacralità, la regolarità dell’uso, considerando piuttosto il supporto storico, la colonna, anche come utile rinforzo del pilastro maggiore.

Il Passus, afferma Ceva Grimaldi (cfr. Op.cit:) e con lui il Galante (Cfr. Op.cit:) era già da tempo incastrato in una colonna scanalata, presso la cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy, da lì trasferita e murata nel pilastro maggiore sinistro del duomo.

Notizia fantasiosa questa: entrambi riportano quanto altri hanno affermato nel tempo, ipotizzando immotivati trasferimenti del reperto, che certamente non avevano mai visto nei pressi della cappella dei Caracciolo-Pisquizy, e che invece non  hanno voluto volontariamente osservare accanto all’antico dossello del trono vescovile.

Il Passus fu incastrato in età ducale nella prima colonna a sinistra guardando l’Altare della basilica detta Stefanìa, nella stessa colonna, nell’area sacra dell’edificio, che ne garantiva la autenticità.

Pianta del duomo di Napoli, elaborata dall’archeologo Mons. Alessio Simmaco Mazzocchi, disegnata dal Sersale.

Il Ceva Grimaldi (Cfr. Op.cit) riferendo il posizionamento della colonna che sopporta il Passus in altro luogo, lo fa per affermare anche l’origine della autorità amministrativa pubblica del Collegio Canonicale di Santa Restituta, che non riconosceva al Collegio degli Ebdomadari, la fondazione giuridica atanasiana (sec. IX) negando anche l’esistenza della basilica gemina della cattedrale detta di Santa Restituta, la basilica detta Stefania, che secondo gli archeologi del passato, avrebbe avuto l’ingresso dal decumano superiore e che invece recenti scoperte nell’era archeologica della cittadella vescovile, fanno pensare ad  un altro ben diverso orientamento.

Il Liber Pontificalis (cfr. Op. cit) riferisce che il Vescovo Sant’Atanasio I ordinò tredici arazzi con scene evangeliche da sistemare negli intercolumni e nell’arco trionfale: “…Eodem enim opere (acu pictili) in ecclesia Stephania tredecim pannos fecit, evangelicam in eis depingens historiam; quos iussit de columnarum capitibus ad ornamentum pendere..”. 

Non è questo certamente il luogo per esprimere e confutare teorie sul dibattito circa l’esistenza o meno della basilica detta Stefanìa, ma da documenti antichi emergono probandi argomentazioni.

La basilica gemina della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, la Stefanìa, costruita da Stefano I (496-?) fu distrutta da un incendio, ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal duca e Vescovo Stefano II (756-789).

Nel 512 ci fu un violento terremoto di origine vulcanica che sconquassò Napoli; e poi la guerra gotica, l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edifici della cittadella vescovile, alla basilica detta Stefania e certamente anche alla parallela adiacente basilica detta di Santa Restituta, che dovette anche essa essere restaurata, se non addirittura parzialmente ricostruita fra l’VIII e il IX secolo, subendo forse nell’impianto planimetrico la totale modifica con la rotazione del suo asse di 180 gradi, e certamente fu dotata di una facciata monumentale verso Sud realizzata al posto della antica abside, e di uno spazio esterno porticato.

Immagine a “volo d’uccello” della ideale collocazione delle due basiliche napoletane, la cattedrale detta di Santa Restituta e la gemina detta Stefania.

Ipotesi proposta nella metà del ‘700 dal Canonico Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e pubblicata insieme ad alcune planimetrie del cartografo Sersale da A. Franchini nella seconda metà del ‘700 (Cfr. A. Franchini, Memorie intorno al sito della Chiesa Cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una, pubblicata a Napoli tra il 1750 e il 1754), è forse anche all’origine della tesi della presenza del Passus presso la cappella di patronato dei Caracciolo-Pisquizy, già oggetto di dissertazioni dai primi anni del ‘700 e che comunque citati autori non viderro mai in quel posto, perchè come affermato da altri autori, essa è da sempre murato con la colonna che lo sopporta, scanalata e poi lisciata nell’800, nel pilastro maggiore sinistro del duomo angioino.

Per il Ceva Grimaldi e per il Galante il Passus fu posto nei pressi della antica abside della basilica detta di Santa Restituta che secondo anche il Mazzocchi, si sviluppava circa nell’area occupata poi dalla costruzione angioina.

Ma costoro, raccogliendo notizie sparse, anche tradizioni orali, non riconoscendo l’esistenza della basilica detta Stefanìa, confondono le absidi antiche della cattedrale costantiniana, con le absidi della basilica sua basilica gemina, dove il Passus probabilmente fu posto in età giustinianea e da dove fu rimossa con il suo supporto e riposizionato, nella stressa area, nel pilastro maggiore sinistro dell’edificio angioino.

il reperto, sostenevano, si sarebbe trovato dopo la ricostruzione della basilica costantiniana in un luogo esterno ad essa.

Ipotsi assurda perchè al tempo della probabile modifica dell’assetto planimetrico della Santa Restituta  o della sua ricostruzione o ristrutturazione, il Passus costituiva ancora il listello canonico di raffronto della misura lineare, e Napoli era ducato bizantino al tempo del rescritto giustinianeo, lo era ancora nell’VIII- IX secolo e la basilica Stefanìa. svolgeva un ruolo preminente come sede vescovile del duca-Vescovo bizantino, in contrapposizione al clero romano.

Una diversa collocazione del Passus equivaleva a stravolgere il rescritto giustinianeo e la sua collocazione nel duomo angioino è giustificata dal suo utilizzo, anche in età angioina, come unità lineare di raffronto giuridica, nelle compravendite.

Planimetria generale del duomo di Napoli – Si evidenzia, in pianta, il luogo dove è murato il Passus.

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Il 5 dicembre 1456 un forte terremoto danneggiò il duomo e molti edifici cittadini (cfr. Matteo Villani, Historie; Cfr. B. Chioccarello, (op.cit); Cfr. San Giacomo della Marca (1393-1476), Sermone “de Anticristo” – Sermone “de adventu turcorum”), 

Nella torre angolare sinistra della facciata del duomo, detta tesoro vecchio, in una cappella realizzata al suo interno al tempo di Carlo II d’Angiò, nel 1283, raggiungibile attraverso una scala a lumaca, erano conservate le reliquie dei Santi venerati nel duomo, preziosi arredi, le ampolle con il Sangue di San Gennaro e il Suo cranio nei due reliquiari d’argento dorato fatti realizzare dallo stesso Carlo II nel 1303.

Le preziosissime ampolle caddero in terra e furono ritrovate sotto le macerie della torre miracolosamente intatte, protette da una grossa trave.

Il Sangue di San Gennaro, testimonia San Giacomo della Marca, fu ritrovato duro come un sasso.

Nei documenti che raccontano del terremoto non c’è riferimento ai danni ai due pilastri maggiori e al grande arco trionfale che chiude la navata centrale, risultato ancora integro al tempo degli ultimi lavori di restauro e consolidamento dell’edificio (1969-72)

Napoli – Duomo – Interno: il grande arco trionfale che chiude la navata centrale fotografato da una postazione insolita: dal centro dell’abside.

Furono disposti tempestivamente i piani di ricostruzione dell’edificio che si protrassero fino al 1471, dall’allora Arcivescovo, il Cardinale Rinaldo Piscicello (1451-1457) e continuati dagli Arcivescovi Cardinale Giacomo  Tebaldi (1458-1458) e Oliviero Carafa (1458-1484), con il contributo di Ferrante d’Aragona, del pontefice del tempo, Paolo II (1464-1484), del Cardinale Carafa, del popolo e di alcune famiglie nobili napoletane, che apposero sui pilastri ricostruiti con il loro contributo il proprio stemma, mentre quelli dell’aragonese, del Pontefice e del Carafa furono apposti sulla facciata dell’edificio, da dove poi sono stati rimossi nell’800, quando è stata costruita l’attuale facciata del duomo e sistemati sulla porta secondaria su piazza Cardinale Sisto Riario Sforza.

Napoli – Duomo – Interno: un pilastro della navatella del Salvatore, con ancora incastrato, in cima, lo stemma della famiglia Orsini che ne curò la ricostruzione. (Le famiglie che contribuirono alla ricostruzione dei pilastri della navata, furono nell’ordine: per la  navatella di Sant’Aspreno, Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo-Pisquizy, il pilastro maggiore destro non reca stemma. Sui pilastri della navatella del Salvatore, cominciando dall’ingresso: Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini, Popolo napoletano.

Accanto al dossello del trono vescovile, il settimo pilastro, non reca stemma, perchè restaurato a spese del popolo napoletano.

Il successivo pilastro maggiore, non subì danni e non dovette essere ricostruito: il passus era già incastrato nella colonna scanalata posta a rinforzo del pilastro stesso.

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Alcuni ritengono che il listello oggetto di questo studio non risalga all’età ducale bizantina di Napoli e che invece potrebbe essere stato posto in quel luogo in età angioina, oppure in esecuzione dell’editto aragonese di perequazione dei pesi e delle misure nel Regno di Napoli che stabiliva la collocazione di un regolo, misura lineare canonica, nelle principali chiese del Regno, nelle sedi dei Tribunali e nella Camere Baronali, con le unità di misura canoniche per i pesi e per i liquidi, così come già praticato in antico.

Napoli – Castel Capuano – Cortile interno, dove erano conservate le misure canoniche napoletane, lineari e per i pesi e i liquidi, per ordine di re Ferdinando I d’Aragona.

Nel primo caso gli angioini ereditarono il precedente sistema di misura già in uso nei territori del Regno di Napoli, quello giustinianeo, anche se con alcune modifiche, nel secondo caso, il listello, esaminato nella prima metà dell’800, risulto essere anteriore all’epoca aragonese, come affermato dal Visconti (Cfr. Ferdinando Visconti, Del sistema metrico della città di Napoli e  della uniformità col sistema de’ pesi e delle misure, Napoli, 1838).

Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo, (1364-1458), re di Napoli dal 1432, aveva provveduto alla perequazione dei pesi e delle misure nel Regno; il suo successore Ferdinando I (Ferrante d’Aragona (1424-1494), che regnò dal 1458, con un editto del 1480, emanato per contrastare gli abusi commessi dagli Ufficiali della Camere Baronali nei confronti dei vassalli e dei contadini, nella riscossione dei censi e nella raccolta delle granaglie, ordinò nuovamente la perequazione dei pesi e delle misure in tutto il Regno, uniformandoli a quelle già in uso a Napoli e dispose la collocazione in Castel Capuano, sede anche della Vicaria, delle misure canoniche di riferimento per i pesi, i liquidi e lineari, incastrate e incavate in in supporto di pietra ancora visibile nella prima metà del ‘700, quando in una supplica del 1778 sulla uniformità dei pesi e delle misure, diretta a Ferdinando I di Borbone (1751-1825), re del Regno delle due Sicilie con il nome di Ferdinando IV dal 1759, veniva citata la iscrizione che, incisa sulla pietra, ne autenticava i campioni incastrati e incavati in essa:

FERDINANDUS. REX. IN. UTILITAT  /  EM. RE. P. HAS. MENSURAS, PER. MAGIST  / ROS. RATIONALES. FIERI. MANDAVIT.

Ritratto di Ferdinando  I d’Aragona (Ferrante d’Aragona, 1424-1494) re di Napoli dal 1458.

Ferdinando Visconti (Cfr. Op.cit) riporta una descrizione dettagliata del Passus, rimosso temporaneamente dal suo antico supporto e riposizionato qualche decennio dopo, nella prima metà dell’800: “…Entrando nel duomo di Napoli, si vede nella faccia posteriore dell’ultimo pilastro a sinistra, un’asta di ferro nel pilastro medesimo, la quale per antica tradizione si crede da tutti che sia la misura del passo agrario di Napoli che è di palmi sette e mezzo: Tale sorta di campione è infisso molto in alto, e disposto in situazione verticale, talechè incomodissima cosa sarebbe il misurarlo con quella scrupolosa esattezza che al caso nostro si converrebbe senza staccarlo dal pilastro suaccennato. Una tale circostanza fu forse cagione perché la Commissione del 1811 non fece alcun conto alcuno di cotesto campione del duomo: Intanto nel mese di maggio 1837 si volle restaurare l’interno del duomo, ed in tale occasione il suddetto campione fu distaccato dal suo pilastro, e deposto nella sagrestia ove fu conservato. Si ebbe allora tutto l’agio di osservarlo e di misurarlo ciocche fu da noi praticato. Le estremità di quest’asta di ferro sono ricurve quasi ad angolo retto, ma senza formare un angolo preciso, giacchè i vertici sono ritondanti, e ciascuno presenta presso a poco il quadrante di un circoletto che avesse circa un’oncia di raggio. Ad una estremità si distingue un vestigio d’impiombatura da potersi col suo mezzo fissare con una certo precisione il punto della superfice esteriore dell’asta di ferro ove questa s’internava nel pilastro. L’altra estremità si osserva monca, perché la parte ch’era nel pilastro vi era rimasta infissa, e parea che quella rottura fosse stata recente. Tutta l’asta suddetta, sebbene apparisse molto antica, pure non sembra che la sua antichità possa giungere oltre i 500 anni, siccome alcuni credono: mentre essendo stata esposta per un tanto decorso di tempo… Attualmente però quel campione del duomo è stato reso del tutto inutile al suo oggetto, poichè avendolo di nuovo infisso nel pilastro dal quale era stato distaccato, ve lo hanno tanto internato che la sua esteriore superfice appena risalta su quella del pilastro, e quindi la sua lunghezza non è più quella che aveva prima che fosse distaccata…”.

Nel 1811 si costituì una commissione ed una successiva nel 1832, che presentò un progetto di sistema metrico uniforme nel Regno di Napoli.

Raccolse anche il parere favorevole del Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni, ma il progetto falli incontrando la opposizione del ceto nobiliare e mercantile che ancora in quegli anni imponeva pesi e misure falsate.

La testimonianza del Visconti conferma ulteriormente la nostra tesi circa la autenticità e la antichità del reperto e contraddice quanto affermato dal Ceva Grimaldi e dal Galante (Cfr. Op.cit.) confermando al presenza del passus infisso nella colonna incastrata nel pilastro maggiore di sinistra, fin dal tempo della costruzione dell’edificio angioino.

L’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Giuseppe Spinelli dal 1734 al 1754, promosse un’azione di restauro del duomo, continuando l’opera già iniziata dai suoi predecessori, urgente per i gravi dissesti provocati da due terremoti, nel 1731 e nel 1732.

Ritratto dell’Arcivescovo di Napoli Giuseppe Spinelli (1734-1753), Amministratore Apostolico dal 1753 al 1754, creato Cardinale nel 1753.

Il restauro dell’edificio, sospeso e poi continuato dai suoi successori, fu nuovamente interrotto per le vicende politiche del 1799 e la successiva occupazione francese; fu ripreso poi dall’Arcivescovo Cardinale Filippo Giudice Caracciolo (1833-1844), che promosse l’abbellimento interno del duomo, citato dal Visconti.

In quella occasione fu rimosso l’intonaco dai muri e dalle colonne, alle quali fu dato il lucido e molte di esse private della scanalatura antica, e furono coperti di marmi anonimi i pilastri.

Fu un vero disastro per il duomo, perchè molti preziosi marmi, opere d’arte, cimeli ed epigrafi andarono perduti.

Il passus come racconta il Visconti, fu rimosso dal supporto antico e riposizionato dopo avere tolta la scanalatura alla colonna, al termine dei lavori di abbellimento interno del duomo, completati non dall’Arcivescovo Giudice-Caracciolo, ma dal suo successore l’Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sorza (1845-1877) e fu scelta oculata, quella di rimuovere temporaneamente il reperto dal suo supporto: durante l’ultimo intervento di consolidamento e restauro del complesso vescovile (1969-72), qualcuno non conoscendone il valore storico, ritenne opportuno rimuovere “…un inutile pezzo di ferro che deturpava una antica colonna…”.

Il passus fu salvato dalla distruzione, dal Canonico Cimeliarca del Collegio Capitolare di Santa Restituta, Mons. Giuseppe Muller (1911-1998), che per puro caso si trovò a passare nei pressi del pilastro maggiore con i tecnici del cantiere, mentre un operaio si accingeva a rimuovere “il pezzo di ferro..”.

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Gli antichi conservavano in un luogo sacro i campioni delle unità di misura, per rapportarsi ad essi perchè, uso comune,  in ogni epoca della storia si frodava nella compravendite.

Nel biblico Libro dei Proverbi (Pr. 20,10) redatto intorno al 700 a. C. e che raccoglie anche detti attribuiti a Salomone (X sec. a.C.) troviamo uno stico che stigmatizza questo comportamento comune allora, come oggi:

Doppio peso e doppia misura  /  sono due cose in abominio al Signore”.

Rotolo della Torah.

A Roma le unità di misura canoniche per i liquidi e per i solidi, erano conservati nel tempio di Giove Tarpeio e le varie contrattazioni di commercio avvenivano invocando la divinità come testimone della genuinità del prodotto e garanzia delle misure.

Il de Lellis (Cfr. Op. cit), riporta una frase che trae da Quinto Remnio Palemone (5 – 65 d.C.), grammatico romano, tratta dalla sua opera Chorus poetarum, (folio 2863):

QUAM NE VIOLARE LICERET  /  SACRAVERE JOVI TARPEIO IN MONTE QUIRITES

Il campione della unità di misura lineare di base, il piede, simile nella lunghezza a quello greco, era conservato invece nel tempio di Giunone Moneta, sul Campidoglio, fatto costruire, secondo la tradizione da Lucio Furio Camillo, dopo la sua vittoria sugli aurunci (345 a.C.).

 Roma – Ricostruzione plastica del tempio di Giunona Moneta, sul Campidoglio.

E’ ricordato perchè in uno spazio recintato accanto ad esso erano allevate le oche sacre alla divinità, che starnazzarono dando l’allarme quando nel 396 a.C. i galli di Brenno posero l’assedio a Roma.

L’epiteto moneta, ossia ammonire, le deriva dal verbo latino monere, riferito all’avviso dell’assedio dato dalle oche capitoline. 

Nel 269 a.C. nei pressi del tempio venne costruita la zecca posta sotto la protezione della dea Moneta (uno degli attributi di Giunone) e all’interno del tempio era conservato il campione di riferimento del piede romano che per questo motivo era detto anche pes monetalis. 

A Pompei, nel muro perimetrale del tempio di Apollo, fu realizzato un ambiente che costituiva l’Ufficio pubblico per il controllo delle misure di capacità, la mensa ponderaria del mercato, come quella conservata nel museo romano della civiltà.

Roma, Museo della Civilta Romana, mensa ponderaria

Le misure della mensa ponderaria pompeiana, quando essa fu realizzata alla fine del II secolo a.C., erano ancora calibrate sul sistema di misura locale, osco, e al tempo di Augusto, quando la Città divenne colonia romana, furono ragguagliate alle unità di misura del sistema romano, come risulta dalla iscrizione apposta sul bordo di essa:

A(ulus) CLODIUS A(uli) F(ilius) FLACCUS N(umerius AUCAEUS N(umeri) F(ilius) ARELLIAN(us) CALEDUS D(uo) V(iri) I(ure) D(icundo) MENSURAS EXOEQUANDOS EX DEC(urionum) DECR(eto). 

Il cui significato è il seguente: “Aulus Clodius Flaccus, figlio di Aulis, Numerius Arcaeus Artellianus Caledus figlio di Numerius, duonviri con potere giurisdizionale (attesero) per deliberazione decurionale a ragguagliare le misure”.

Ma in essa non è stata trovata traccia della presenza di un listello per verificare le misure lineari.

Pompei scavi – La mensa ponderaria.

Probabilmente anche nel foro di Neapolis esisteva una mensa ponderaria nei pressi dell’erarium, individuato da Mario Napoli (Cfr. Op. cit.), nell’area sottostante il transetto della basilica di San Lorenzo Maggiore.

Oppure presso il tempio di Giove, sulla cui area fu costruita la basilica di San Paolo Maggiore, non certamente presso il tempio di Apollo, decentrato rispetto al foro nell’area che sarà poi  occupata dalla cittadella vescovile di Napoli, perchè pesi e misure non fossero falsati e violati.

Napoli – Basilica di San Paolo Maggiore, costruita sui resti del tempio di Giove al foro.

Neapolis, città di origine greca, divenne prima città foederata di Roma, pere circa due secoli (326-90 c:C.) e poi municipio romano, nel 90 a.C. con la lex Julia.

La Città conservò la sua grecità dopo l’aspra reazione che seguì la trasformazione da città foederata, in municipio: Roma dovette autorizzare il permanere, nella ufficialità, della lingua greca e degli usi e costumi greci.

Anche il sistema ponderale in uso nella Città, dovette rimanere nelle attività mercatali.

L’unità di misura lineare fondamentale nel mondo greco fu il piede nei suoi differenti valori. dorico, attico-calcidico, ionico.

“Il rilievo di Salamina” – Il cippo rinvenuto a Salamina, metteva a confronto il piede dorico, il piede attico e il cubito egizio.

Ma le scarse indagini archeologiche condotte nell’area del foro di Neapolis non hanno consentito il ritrovamento di strutture amministrative connesse con l’attività mercatale e strumenti relativi al sistema di misura dei solidi, dei liquidi e lineari romani, certamente perequati con la realtà locale, oppure se la Città, conservando la sua grecità, conservò anche il sistema metrico e dei pesi e delle misure greco.

Nell’84 a.C., Napoli patteggiò nella prima guerra civile per Mario contro Silla.

Con la vittoria di quest’ultimo entrò a far parte definitivamente della romanità, pur conservando le sue tradizioni greche. per lo scarso interesse di Roma nei confronti della Città, abbandonata al suo declini politico ed economico: la città principale della Campania Felix, era Capua, sede della guarnigione militare e del Tribunale.

La città fu vittima delle invasioni barbariche: dal VI secolo d.C. divenne bizantina, con Belisario nel 536, e nel 542 fu occupata da Totila e riconquistata dai bizantini di Belisario.

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Il de Lellis (Cfr. Op.cit.) riferisce quanto legge in Chioccarello (Cfr. Op.cit.), il quale discorrendo della attività politica e pastorale dell’Arcivescovo di Napoli Umberto d’Ormont (1308-1320), riferendo della presenza del reperto, incastrato nel pilastro maggiore sinistro del duomo angioino, dice che: “…tal passo dà tempi  antichissimi fu dato a conservare alla maggior Chiesa di Napoli ..e che anticamente fusse stato costume di conservarsi (nei luoghi sacri ndr.) i pesi e le misure acciocchè dagli huomini perversi e tristi, atterriti dalla religione de’ luochi ne’ quali si conservavano, non fussero violate, e così, i sudditi da pesi e misure ingiuste non venissero gravati…Anzi ciò fu poi con particolar legge dell’imperador Giustiniano stabilito, cioè che tutti i pesi e le misure si dovessero conservare in ciascheduna città…”.

Il riferimento è alla già citata Pragmatica Sanctio Pro Petitione Virgilii che costituì la base della giurisdizione imperiale in Italia per tutto il periodo della dominazione bizantina.

E’ necessario tracciare un profilo di Papa Vigilio e definire significato e valore giuridico di una pragmatica sanctio.

Vigilio, diacono romano, nato certamente negli ultimi anni del V secolo, fu ordinato Vescovo nel 531 e con l’appoggio di Belisario, Papa nel 537, dopo che questi depose Papa Silverio (536-537), costringendolo alla abdicazione e all’esilio sull’isola di Palmaria (isola di Ponza), dove morì lo stesso anno.

Probabile ritratto di Papa Vigilio.

Non è questo il luogo per esprimere giudizi sulla figura e l’operato di questo Pontefice il cui nome è legato alla posizione esitante assunta nella condanna dell’eresia monofisita (548) e la posizione assunta nel giudizio su i tre capitoli, scritti favorevoli al nestorianesimo; al suo rifiuto delle decretali del Concilio convocato da Giustiniano I a Costantinopoli nel 553; alla lotta contro l’ingerenza imperiale negli affari interni della Chiesa, dichiarando apertamente il suo riconoscimento delle sole decretali del Concilio di Calcedonia (451).

Questo provocò uno scisma che separò da Roma per circa 150 anni le Chiese d’Africa, della Gallia, dell’Italia settentrionale, dell’Illiria e della Dalmazia.

Il suo nome è legato alla Pragmatica Sanctio che per opinione comune si ritiene emanata da Giustiniano I per espressa richiesta i Papa Vigilio, ma si protende per ritenere che il nome del Pontefice fu usato per sfruttare comunque la sua autorità morale e per giustificare il potere bizantino in Italia.

Vigilio, malvisto dai romani per il suo carattere avido e violento nello stesso tempo, fu accusato di incerta ortodossia; nel 555 terminò la sua prigionia a Costantinopoli e ritornando a Roma, morì a Siracusa.

Pragmatica Sanctio  è definita una costituzione imperiale emanata con lo scopo di regolare in maniera definitiva ed uguale per tutti i sudditi un particolare tipo di relazioni giuridiche e i rescritti e per stabilire provvedimenti di carattere amministrativo, stabilire privilegi  per alcune categorie di persone, disporre l’organizzazione amministrativa di una provincia.

Veniva emanata su richiesta degli interessati: giuridicamente ad essa è riconosciuto un valore intermedio tra gli editti e le leggi e nelle controversie, prevalevano le ultime.

La Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, riconfermava tra le altre cose, la disposizione giustinianea che imponeva la presenza nelle principali chiese di Costantinopoli e delle città dell’impero, di listelli, misure canoniche di lunghezza, a cui rapportarsi nelle attività di compravendita di terreni, provvedimento non nuovo.

Giustiniano tentò di realizzare l’unità religiosa, politica ed amministrativa dell’impero, scontrandosi per questo, con i pontefici del tempo, Agapito (535-536), Silverio (536-537), costretto a dimettersi ed esiliato, Vigilio, e Pelagio I (556-561) a motivo delle scelte di costoro nella polemica contro le eresie, particolarmente quella monofisita, e delle scelte imperiali verso quest’ultima.

La pace religiosa non fu mai conseguita, come risultò effimera la restaurazione imperiale e l’unità politica e amministrativa e a nulla valse ogni tentativo di applicazione delle leggi del suo Corpus Julis Civilis per abbattere il sopruso, per un  giusto rapporto fra ceto nobiliare e popolo, e una giusta considerazione della donna nell’ambito della società bizantina; a lui si deve il merito di avere influito notevolmente sullo sviluppo della civiltà, imponendo una legislazione nuova scaturente dalla legislazione romana e di avere dato grande impulso alla cultura, dopo il periodo buio delle invasioni barbariche, consigliato e sostenuto nelle varie riforme da Teodora (497-548) imperatrice di Costantinopoli dal 527, che lo coadiuvava nella gestione del potere.

L’imperatrice di Costantinopoli Teodora (497-548) – Mosaico della basilica di San Vitale a Ravenna –  Dettaglio.

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Listelli canonici di raffronto per le misure lineari furono inviati anche a Roma, consegnati al Senato, come deposito degno della sua attenzione, perché disponesse la consegna degli stessi per la loro esposizione nelle chiese principali di tutte le province d’Italia sottoposte a Costantinopoli, perché dopo le invasioni barbariche, con l’istituzione dei censi si verificavano frodi nella raccolta delle granaglie e nei contratti di compravendita di terreni.

Costantinopoli – Ippodromo romano – Base dell’obelisco di Teodosio I (347-395) imperatore dal 379 – 

Già Teodiosio I (347-395), imperatore romano dal 378, per porre rimedio all’uso frequente di pesi falsati e misure lineari contraffatte, emise analogo provvedimento.

Il suo successore Onorio (384-423) imperatore romano d’occidente dal 395, ordinò ai governanti delle province si stabilire unità di misura lineari canoniche a cui rapportarsi nelle attività mercatali e nei contratti di compravendita di terreni, e unità di misura per i liquidi e per i solidi da utilizzarsi nelle riscossioni dei tributi e spedi a Roma listelli canonici, prototipi di misure lineari e di capacità, perché non venissero falsate e dispose che nei contratti venisse posta la seguente clausola: “…acceptus, ab imperatore mensuras, vel papa, vel senatus servabunt…”

L’imperatore romano Onorio (384-423), raffigurato nel “dittico di Probo” nel 406).

Il sopruso , allora come oggi, era diffusissimo, documentato fin dal IV secolo d.C. al tempo di Papa Gregorio Magno (590-604), quando gli appaltatori dei beni ecclesiastici imponevano pesanti gabelle ai coloni in luogo di quelle stabilite, come del resto facevano i feudatari, attraverso l’operato degli ufficiali, e poi faranno i baroni che raccoglieranno, tramite gli stessi ufficiali delle camere baronali, le gabelle e i tributi versati dai vassalli e dai contadini, utilizzando il tomolo signorile più voluminoso rispetto a quello stabilito e utilizzato per la compravendita delle stesse granaglie agli stessi contadini che le avevano raccolte, oppure utilizzavano nei contratti di passaggio di proprietà dei terreni, misure lineari falsate per frodare o l’uno o l’altro dei contraenti.

Liutprando,(circa 670-744), re longobardo d’Italia dal 712, narra Paolo Diacono (720-799), un monaco cassinese, storico, poeta e scrittore longobardo ma di formazione latina, nella sua Historia longobardorum, che fu un sovrano intelligente ed energico, amato e temuto dal suo popolo che in lui ammirava la saggezza e l’efficienza di governo.

Egli modificò ampiamente il vecchio codice promulgato da Rotari (606-652) re  dal 636, promulgando nuove leggi, divenendo dopo quest’ultimo il più grande dei legislatori longobardi.

Pagine dal Codice di Rotari.

Il suo corpus legislativo mirava ad affermare il diritto realizzando la giustizia, adempiendo alla volontà di Dio e il prologo della Liutprandi Legis, inizia con queste parole: “…Il cuore del re è nelle mani di Dio…” .

Con esso tentò di modificare e perequare il sistema dei pesi e delle misure giustinianee, in vigore nei territori occupati, con quello longobardo.

Liutprando impose una nuova misura lineare fondamentale: il piede, da lui detto pes liutprandi, per arginare le frequenti liti che nascevano per le frodi nel misurare i terreni

Il “pes liutprandi” impresso nella pietra incastrata nell’arcotrave del battistero di Firenze.

Secondo una leggenda, dotato di un piede molto grande, pensò di adottarlo come unità di misura fondamentale e lo appoggiò su una pietra dove l’impronta si impresse miracolasamente e decretò che quella doveva essere la misura canonica di lunghezza a cui rapportarsi nelle compravendite di terreni e stabilì anche nuove misure canoniche di raffronto per i solidi e per i liquidi.

L’impronta del piede di Liutprando è impressa su una pietra incastrata nel battistero di Firenze, fin dal 770: usata come campione di raffronto per le misure lineari di superficie, questa unità di misura fu utilizzata nell’Italia settentrionale fino a quando fu imposto il sistema metrico francese.

I

Pavia – Basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro – La tomba di Liutprando.

pes liutprandi, come unità di misura, non fu utilizzato nell’area di influenza romana e bizantina. dove rimase in uso il sistema  di misura giustinianeo, pur nelle leggere variazioni locali, ma sostanzialmente perequate al listello canonico di ragguaglio, il cui campione del duomo di Napoli costituisce l’unico esemplare superstite.

Entrambe le misure furono perequate e sostituite dal braccio, nel 1200, anche se continuarono ad essere utilizzate insieme.

Il braccio, unità di misura introdotta dai mercanti pisani, o secondo alcuni dai crociati di ritorno dalla Terra Santa, fu  calcolata rapportandola al Braccio di Cristo, la cui misura originaria fu forse ricavata dalla Immagine Sindonica e per questo accetta e stabilita con decreto pontificio.

Il riferimento al Braccio di Cristo nelle misure lineari medioevali, in alcune realtà locali dell’Italia settentrionale è frequente: il braccio torinese e il braccio fiorentino, per esempio, corrispondevano ad un terzo dell’Uomo della Sindone, (Cfr. Guzzelli, Le misure lineari medioevali e l’Effige di Cristo, Firenze 1899).

Questo studio, limitato alla sola esposizione del reperto considerato di epoca giustinianea, conservato nel duomo di Napoli, notizia anche dell’uso nel tempo di altre misure lineari e di misure per solidi e liquidi, introdotte nei vari periodi della storia, non fornendo di esse che poche immagini  di altri reperti di raffronto, perché non  esistono altri campioni di misura  canonici antichi come quello napoletano.

Si riproducono immagini di altri regoli, di altre realtà locali, risalenti al XVI – XVII secolo:

Bari – Facciata della basilica di San Nicola – Antico regolo di raffronto della unità di misura lineare.

Bologna – Palazzo Comunale – Nella scarpa dell’edificio è murato dal 1547, il regolo campione delle unità di misura lineare medioevale. 

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La suddivisione politica e amministrativa dell’Italia Meridionale portò, nel corso dei secoli, nelle diverse realtà locali, all’uso di diversi sistemi di misura.

La stessa misura lineare che secondo il progetto giustinianeo doveva essere comune in tutte le province dell’impero, risultò essere diversa anche negli stessi territori dell’Italia Meridionale, sottoposti alla autorità bizantina per lungo tempo.

Ne è un esempio la così detta pergamena aversana (Cfr. Giuseppe Guadagno, La pergamena aversana del 1143 dell’Archivio di Stato di Caserta – Significato storico, In: Rivista di terra di lavoro – Bollettino on-line dell’Archivio di Stato di Caserta – Anno I – Gennaio 2008), un rogito notarile per la compravendita di un terreno, stipulato nel 1143, che riporta la misura dell’appezzamento di terra, nel territorio della città di Aversa, calcolato in base alla misura ufficiale aversana, in vigore in quel tempo: il passus ecclesiae Sanctae Crucis de Aversa.

Il listello di raffronto di questa misura lineare aversana, era già conservato allora, nella chiesa della Santa Croce di Aversa che fu scelta come sua sede fin dal 1106, perché considerata la più antica chiesa parrocchiale del territorio, e sorgeva nei pressi dell’area mercatale, all’interno della murazione.

La chiesa è citata nei documenti del periodo, come edificio di culto per l’amministrazione dei Sacramenti agli abitanti della case, dei casali, delle ville del territorio e risultò inglobata insieme ad altri edifici all’interno delle difese realizzate dai normanni intorno al palazzo-castello adiacente ad un  altro edificio di culto aversano, la chiesetta votiva di San Paolo che poi costituirà il primo nucleo della cattedrale aversana.

Il palazzo divenne il castrum del primo conte di Aversa, quando il duca di Napoli Sergio IV offrì l’agglomerato di case che costituivano il villaggio di Aversa, al nobile normanno Rainulfo Drengot ( ? – 1045), nel 1027, creandolo conte di Aversa, in cambio del servizio militare mercenario dei normanni contro i longobardi di Capua.

Aversa – Lapide e busto di Rainulfo Drengot, primo conte di Aversa.

Il possesso del territorio di Aversa da parte del ducato di Napoli fa supporre l’uso da parte dei normanni del passus ferreus Sanctam ecclesiam neapolitanam di antica introduzione bizantina a Napoli, nei primi anni della investitura della contea e almeno fino al 1092, per poi decadere nell’uso, quando la alleanza normanna con i longobardi contro i bizantini di Napoli, portò alla guerra bizantino normanna (1050-1185).

Nel 1092, il passo napoletano, fu sostituito nelle contrattazioni aversane dal longobardo passus Laudanis Senioris Castaldei, a sua volta sostituito dalla misura detta Liberiana, anche essa di introduzione longobarda: il passus presbiteri Laudanis de Forignano Maiore, però. rimase  in uso ancora dopo il 1126, quando fu depositato il regolo di raffronto della nuova misura lineare aversana nella chiesa della Santa Croce.

Il ducato di Napoli, dalla sua fondazione al tempo della guerra gotica (535-553) condotta dal comandante bizantino Belisario, rimase bizantino per altri cinquecento anni, alternando la sua dipendenza da Costantinopoli attraverso l’esarcato di Ravenna prima, e poi attraverso l’autorità dello stratega di Sicilia, a periodi più o meno lunghi di autonomia politica, amministrativa e religiosa.

La Città era dotata di una struttura militare e di una struttura amministrativa civile e con il tempo andò aumentando l’importanza del clero con il conferimento al Vescovo anche di ampi poteri giurisdizionali civili.

Sotto il nome di periodo vescovile si indica l’arco di tempo compreso tra il 578 e il 670 che vide l’affermarsi in Città della carica vescovile come status di primaria importanza sia religiosa che civile dotata di potere temporale vero e proprio, oltre che spirituale.

Queste notizie anche se sintetiche e non esaustive del periodo storico, che fu caratterizzato dalla presenza bizantina a Napoli, risultano utili per meglio inquadrare il contesto politico-amministrativo e religioso che recepì le nuove disposizioni di legge, il Corpus Juris Civilis giustinianeo e applicò le disposizioni scaturenti dalla Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, per cui Napoli e le città del territorio del ducato bizantino, si dotarono della misura lineare canonica di raffronto, il Passus Ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.

Il ducato bizantino di Napoli, nel VI secolo, comprendeva anche i territori di Amalfi, Gaeta, l’area vesuviana, la penisola sorrentina, l’area flegrea, il territorio di Afragola, Pomigliano d’Arco, Caivano, Sant’Antimo, il giuglianese, il nolano, l’aversano, le isole di Ischia, Procida e nel IX secolo anche Salerno.

Fin  dalla costituzione al tempo della guerra gotica, fu un susseguirsi di tentativi di eliminazione del potente ducato bizantino, da parte dei longobardi di Benevento, Salerno, Capua e tentativi di invasione da parte dei corsari saraceni di Agropoli, ma anche da parte dei bizantini stessi che volevano riaffermare la loro supremazia sul ducato contro i tentativi di autonomia dei duchi.

Napoli dovette difendere anche la sua indipendenza dai pontefici che ritenevano usurpato ogni loro diritto sull’Italia Meridionale  da parte dei bizantini e da parte dei normanni che con la creazione del regno di Sicilia incominciavano l’occupazione della Penisola.

Roma – Oratorio di San Silvestro – Costantino che dona il potere temporale dell’occidente al Papa Silvestro I (314-335).

La così detta Donazione di Costantino, è un documento su cui per secoli la Chiesa di Roma ha fondato la legittimazione del suo potere temporale in occidente, sui grandi patriarcati ecclesiastici e il potere temporale di Roma sull’Italia Meridionale e su tutte le province e gli stati dell’Occidente.

Si attribuiva a Costantino questa donazione a Papa Silvestro I (314-335), basandola sulla leggendaria conversione al cristianesimo dell’imperatore e al suo Battesimo perché miracolasamente guarito dalla lebbra.

Il documento, contraffazione dell’VIII-IX secolo, finì per essere considerato autentico perfino dagli avversari al papato, e ne venne dimostrata la falsità solo nel secolo XVI.

I duchi di Napoli cercarono alleanze con i saraceni contro i longobardi di Benevento nell’836 e poi cercarono l’aiuto ai bizantini di Costantinopoli e agli amalfitani, contro i corsari saraceni agropolesi, nell’846 e nell’849; poi con i normanni contro i longobatdi di Capua e contro i normanni che costrinsero alla capitolazione il duca Sergio VII  nel 1137, decretando la fine del ducato autonomo di Napoli.

Al tempo della guerra gotica il complesso degli edifici vescovili napoletani, aveva già assunto una configurazione bel definita di cittadella, difesa da una torre, con ingresso dal largo di capuana, l’attuale piazzetta Cardinale Sisto Riario Sforza (Cfr. Tino d’Amico, L’intradosso ogivale del corrdoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, in: il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com)

Le attività episcopali si concentravano intorno all’antico oratorio che fu, secondo la leggenda, la casa di Sant’Aspreno, inglobato nella basilica costantiniana , intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di santa Restituta, Cathedrae Matricis, sede del potente collegio capitolare e della Cattedra del Vescovo, dove esercitava la sua funzione pastorale, il suo ruolo di liturgo, il suo ufficio di cathecheta e dispensatore dei sacramenti, con accanto il battistero di San Giovanni in Fonte, il più antico dell’occidente cristiano, circondata da edifici sorti in epoca paleocristiana, di servizio al Vescovo, al clero, ai diaconi.

Napoli – Duomo – L’intradosso ogivale del passetto sottostante l’antico campanile a scavalco del vicus S. Laurentii ad Fontes – Il campanile fu costruito sulla antica torre di difesa alla cittadella vescovile napoletana.

La basilica detta di Santa Restituta, era affiancata da una basilica gemina, detta Stefanìa, separata da quest’ultima dal vicus Santae Laurentii ad fontes e destinata alla amministrazione diocesana, inizialmente di ruolo inferiore, come edificio di culto destinato al servizio.

La basilica detta Stefania al tempo della costituzione del ducato di Napoli, era già funzionante, fondata dal Vescovo Stefano I (496-513) e con l’arrivo dei bizantini vide attribuirsi gradatamente un ruolo amministrativo preminente, specialmente durante il periodo detto vescovile, intorno al 763 d. C., che sancì una indipendenza formale  da Costantinopoli con la presenza anche di un clero greco , accanto a quello latino.

Nella basilica detta Stefania probabilmente si officiava in rito greco e entrambe le basiliche avevano una cattedra episcopale, ma il Vescovo era uno solo e svolgeva la sua funzione alternandosi nella Santa Restituita e nella Stefania.

La attività amministrativa dei vescovi-duchi, o dei duchi-vescovi. o dei Vescovi e Duchi, era concentrata principalmente nella Stefania.

Il ducato di Napoli, prima di rendersi autonomo da Costantinopoli, recepì e attuò i rescritti del Corpus Juris Civilis e della  Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, non solo nel campo prettamente giuridico, ma anche relativamente alle norme riguardanti le attività mercatali.

Recepì ed applicò quanto stabiliva la Pragmatica Sanctio circa la collocazione del listello di raffronto della misura lineare nella principale chiesa cittadina.

Esso fu posto all’interno della basilica detta Stefanìa per il suo ruolo espressamente amministrativo, in posizione orizzontale, perché potesse essere facilmente utilizzato nel raffronto delle misure lineari, presumo nei pressi dell’ingresso della basilica, dopo l’ultima ricostruzione dell’edificio al tempo del duca-vescovo Stefano II (755-800) e probabilmente esso era già in uso quando l’edificio fu distrutto dall’incendio e il suo utilizzo continuò anche dopo che Stefano II inaugurò la formale indipendenza da Costantinopoli.

La misura canonica di raffronto napoletana è citata prima dell’anno 1000, sostituita nella varie realtà locali nei territori ducali da misure di importazione longobarde, e poi, come risulta dalla citata pergamena aversana, nel territorio normanno di Aversa, da un misura canonica di raffronto detta aversana.

Quando fu diroccata la basilica detta  Stefania per far ricavare l’area per costruire la parte terminale e il transetto del nuovo edificio angioino, il regolo di ferro ancora in uso nella realtà napoletana, rimasto incastrato nella colonna scanalata che lo sopportava, posta a rinforzare il pilastro maggiore sinistro del nuoco edificio, accanto al trono vecovile.

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FONTI:

Crema Luigi – Manuale di storia dell’architettura antica – Milano 1957.

Ceva Grimaldi Francesco – Memorie istoriche della città di Napoli – Napoli,1857.

Chioccarelli Bartolomeo – Antistitum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae                   catalogus – Napoli, 1643.

Capasso Bartolommeo – Napoli greco-romana – Napoli 1905.

Celano Carlo – Motizie del bello, dell’antico, e del curioso della citta di Napoli per i signori forestieri – Napoli

d’Engenio Caracciolo Cesare – Napoli sacra, Napoli, 1624.

d’Amico Tino – tinodamico.wordpress.com

Liber Pontificalis – Edizione XVII sec.

Di Stefano Roberto – La cattedrale di Napoli – storia, restauri, scoperte, ritrovamenti –  Napoli 1975.

Fatiga Luigi – Il calendario marmoreo di Napoli – Napoli 1997.

Franchini A. – Memorie intorno al sito della chiesa cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una – Napoli, 1750-54.

Galante Gennaro Aspreno – Guida sacra della citta di Napoli – Napoli 1872.

Gaglione Mario – Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel trecento – Estratto da: Archivio storico per le province napoletane  – CXXVI dell’intera collezione.

Giovanni Diacono – Gesta episcoporum neapolitanorum (Chronicon) .

Guzzelli G. – Le misure linearimedioevali e l’Effige di Cristo – Firenze 1899.

Guadagno G. – La pergamena aversaana del 1143 dell’archivo di Stato di Caserta…. – in Bollettino on.line dell’Archivio di Stato di Caserta – Gennaio 2008.

Napoli Mario – Napoli greco-romana – Napoli 1959.

Notar Giacomo – Cronica di Napoli – Edizione 1845.

Quinto Remno Palemone – Chorus Poetorum

Summonte  Giovanni Antonio – Historie della città di Napoli e del Regno di Napoli – Napoli 1643.

San Giacomo della Marca – Sermones.

Strazzullo Francesco – opera omnia.

Treccani –

Villani Matteo – Historie.

Wikipedia.

Visconti Ferdinando – Del sistema metrico della città di Napoli e della uniformità del sistema de pesi e delle misure – Napoli 1838

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RIFERIMENTI FOTOGRAFICI:

Istagram

Wikipedia

Luca d’amore

d’Amico Tino

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