Le reliquie dei Santi Gennaro, Agrippino, Eutiche ed Acuzio nell’Altare del duomo di Napoli. Gli smarriti reconditori marmorei del IX secolo

di Tino d’Amico

A mio nipote Luca

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Durante la ricerca e lo studio dei reperti giacenti nel grande contenitore che è l’area della cittadella vescovile napoletana, tema che  non suscita molto interesse che non nel passato  in un diverso contesto culturale e religioso, sostituito oggi da uno scadente livello divulgativo di notizie e date spesso contrastanti di una storia millenaria di cui l’edificio angioino rappresenta la sintesi e che è poco nota  anche a coloro che lo frequentano abitualmente, ma è ancora approfondito argomento di studi condotti da pochi e qualificati ricercatori, rinvenni occasionalmente, nel settembre del 2011, in terra  insieme a frammenti di marmi depositati nel tempo, nella cappella dedicata a San Lorenzo Vescovo di Napoli (703-717), detta fin dalla inaugurazione dell’edificio, di San Paolo de’ Humbertiis, ma più comunemente identificata come cappella degli Illustrissimi Preti di Propaganda, ricoperta da uno spesso strato di polvere e calcinacci, la cassetta marmorea che mi fu indicata nella metà degli anni ’70  da mons. Franco Strazzullo  (1924-2005) canonico capitolare di Santa Restituta, filologo e storico dell’arte, che durante i lavori di consolidamento, restauro e ricerca archeologica nell’area del duomo napoletano negli anni 1969-72, fu testimone del recupero degli antichi contenitori delle reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio dal vano protetto dalla cancellata, ricavato nel postergale dell’Altare maggiore, ivi fatti murare dall’arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1754) dopo la ricognizione canonica del contenuto dell’antico Altare trecentesco, trasferito sul presbiterio dall’arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603) nel 1599 e diroccato e sostituito dal nuovo Altare maggiore del duomo,  da lui fatto realizzare al centro della scenografica abside settecentesca.

Napoli – Duomo – Cappella detta degli Illustrissimi Preti di Propaganda – Interno (1970).

Mons. Franco Strazzullo, che in quegli anni era membro della commissione diocesana di arte sacra e membro della commissione liturgica diocesana, mi descrisse gli antichi reliquiari di Sant’Agrippino e dei Santi Eutiche ed Acuzio, già allora andati smarriti, e mi indicò la cassettina marmorea unico reliquiario superstite dei tre, che fu contenitore delle reliquie dei tre Santi, autenticate e sigillate dall’arcivescovo Gesualdo, da lui trovate e riposte nel 1599, con lo stesso contenitore nel taxillum della Mensa, quando trasferì l’Altare trecentesco dal centro del transetto, sul presbiterio.

Napoli – Duomo – Postergale dell’Altare maggiore – I reliquiari dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio, murati nel vano protetto dalla cancellata, prima del recupero (1969-72) – Questo vano ricavato nel postergale dell’Altare è stato sapientemente conservato.

Gli antichi contenitori marmorei che furono trovati dal Gesualdo nella cassa dell’antico Altare, integri e con i rispettivi bagagli di reliquie, furono così ritrovati  anche dall’arcivescovo Spinelli nel 1741.

Napoli – Duomo – La capsella marmorea dopo il suo ritrovamento nella cappella detta degli Illustrissimi Preti di Propaganda, spolverata e sistemata sull’Altare del piccolo oratorio.

Essi, muniti di scritte identificative, garantivano la autenticità delle reliquie contenute  nella cassa dell’Altare trecentesco, e la antichità del loro deposito (VIII-IX secolo); sorprende invece  la nota riportata negli Atti  della  Santa Visita dell’arcivescovo  Mario Carafa (1565-1576) (cfr. Curia Arciv. di Napoli, Archivio di S. Visita, Atti della S. Visita dell’arciv. Mario Carafa, vol. II, fol.6) che ricorda una successiva dedicazione del maggiore Altare del duomo angioino, dell’8 maggio 1412 riferendo di altre reliquie presenti al suo interno; successivamente negli stessi Atti di S. Visita lo stesso arcivescovo Carafa, dopo una ricognizione canonica annota la presenza delle  reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio, in esso ritrovate.

Nel corpo dell’Altare trecentesco, che recava gli stemmi di Casa Orsini, nella prima metà del ‘300, furono posti i sarcofagi marmorei con le reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio contenute in cassette plumbee a loro volta munite di scritte identificative antiche; l’8 maggio 1412, l’Altare venne nuovamente dedicato e non se ne conosce la ragione, all’Arcangelo Michele e a San Gennaro,  e l’arcivescovo Niccolò de’ Diano (1411-1435), secondo la citata nota allegata agli Atti della Santa Visita Carafa, dichiarò la presenza al suo interno delle reliquie dei Santi Agrippino, Cosma e Damiano e Teodoro.

Notizie contrastanti ma successivamente, tempestivamente modificate e corrette dallo stesso arcivescovo Mario Carafa,  certamente rilevate anche dall’arcivescovo Gesualdo,  e poi dall’arcivescovo  Spinelli che, dopo la citata ricognizione canonica del 1741 e il temporaneo  deposito dei sarcofagi con le cassette che contenevano le venerate reliquie dei tre Santi, nel reliquiario della sagrestia del duomo, e la ricollocazione dei soli contenitori di piombo con le reliquie, nel grande sarcofago di porfido rosso affiancato da due angeli reggi palme, scolpito da Pietro Bracci (1700-1776) insieme al nuovo Altare disegnato da Polo Posi (1708-1776), dispose che gli antichi reconditori fossero murati nel postergale del nuovo Altare a garantire , contro ogni dubbio, la sicura attribuzione ed autenticità delle reliquie in esso poste, come già aveva fatto il suo predecessore Gesualdo, che fece porre sulla fenestrella confessionis aperta sul postergale  dell’antico Altare trecentesco la scritta: HIC JACENT CORPORA SANCTORUM AGRIPPINI EPISCOPI NEAP.NI EUTYCHETIS ET ACUTIJ SOCIORUM SANCTI JANUARIJ.

Napoli – Duomo – Cripta di San Gennaro – I contenitori plumbei delle reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio, temporaneamente posti accanto alla olla di terracotta contenente le reliquie di San Gennaro. 

Durante i lavori di restauro al complesso cattedrale napoletano (1969-72) fu disposta dall’allora arcivescovo card. Corrado Ursi (1966-1987), la ricognizione canonica delle reliquie conservate nel sarcofago sistemato sotto la Mensa del maggiore Altare per un progetto che non si realizzò,  per dare un nuovo assetto liturgico al presbiterio e per proseguire nella ricerca dei corpi dei vescovi napoletani, ricerca già iniziata dall’arcivescovo Alfonso Castaldo (1958-1966)  e indirizzata poi al recupero delle sole reliquie di San Gennaro, che furono riscoperte nel sarcofago di bronzo nascosto nell’Altare della cripta che allora era oggetto di restauro.

Nel sarcofago del maggiore Altare furono trovate, in una cassetta di piombo le reliquie di Sant’Agrippino, che furono conservate temporaneamente nel reliquiario della antica basilica cattedrale detta di Santa Restituta, insieme ad alcune reliquie dei Santi, Eutiche ed Acuzio, autenticate e sigillate dall’arcivescovo Gesualdo, e quelle dei Santi Eutiche ed Acuzio,  nelle cassette plumbee, che furono poste nel sarcofago  che contiene le reliquie del Corpo di San Gennaro, nella cripta del duomo ai lati della olla longobarda.

Della ricognizione canonica e del recupero degli antichi reliquiari dal postergale dell’Altare settecentesco, resta una fotografia pubblicata da Roberto di Stefano, nel volume La cattedrale di Napoli, storia, restauri, scoperte, ritrovamenti, Napoli 1975: nel limitare dell’angolo sinistro della fotografia, si intravvede il piccolo contenitore marmoreo da ma ritrovato nella cappella di San Lorenzo vescovo, nel 2011.

Napoli – Duomo – Presbiterio – I reconditori marmorei del IX secolo, fotografati durante il recupero dal postergale dell’Altare settecentesco (1969-72).

Ho riposto il contenitore marmoreo munito di coperchio sagomato, superstite dei tre recuperati dal postergale dell’Altare, di cm. 20 x 13 x 14 , privo di ogni riferimento identificativo, che contenne nel taxillum  della Mensa dell’antico Altare, le reliquie autenticate e sigillate dall’arcivescovo Gesualdo nel 1599, nel reliquiario del duomo, classificato, catalogato e inventariato (inv. 2013). lipsanoteca – S – ; scarabattola – X – ; num.inv. 704, con il solo scopo di garantire la sua conservazione nel tempo.

Napoli – Duomo – Il contenitore marmoreo nella cappella reliquiario prima di essere depositato nella lipsanoteca.

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Dalla analisi storico-critica delle scarse fonti  esistenti relative alla diversa identificazione delle reliquie dei santi corpi presenti nell’antico Altare maggiore del duomo angioino, per l’arco temporale che va dalla sua prima dedicazione, probabilmente nella prima metà del ‘300 ed il 1599, quando l’arcivescovo Gesualdo dopo la sua Santa Visita, lo trasferì con il suo contenuto sull’abside appena restaurata e, correttamente identificandole in occasione della necessaria ricognizione canonica, le autenticò riconoscendole attraverso le iscrizioni poste sugli antichi sarcofagi e sulle singole cassette plumbee come quelle del corpo di Sant’Agrippino e dei corpi dei Santi Eutiche ed Acuzio e dal raffronto delle varie relate delle dedicazioni dell’Altare e dalla lettura degli Atti delle Sante Visite di Mario Carafa e dei suoi successori, emerge la contraddizione tra un supposto elenco di reliquie presenti all’interno dell’antico Altare, richiamato nelle successive dedicazioni (1412, 1554, 1574) e l’elenco delle reliquie conservate ancora negli antichi reliquiari, trovati nella cassa dell’Altare, e con esso trasferiti  dal centro del transetto sull’abside; reliquie poi ritrovate al suo interno, ancora negli antichi sarcofagi e nelle singole cassette durante la ricognizione canonica disposta dall’arcivescovo Spinelli, il cui verbale è riportato nella RELAZIONE DELLO STATO DELLA CHIESA METROPOLITANA FORMATA A TENORE DEGLI ORDINAMENTI DI S. E. IL SIGNOR CARDINALE SPINELLI NELL’ISTRUZIONE PER LA SANTA VISITA scritta dal canonico tesoriere del duomo e datata 20 settembre 1741 (conservata presso la Curia Arcivescovile di Napoli, nell’archivio di Sante Visite) e  riposte private degli antichi sarcofagi, nelle singole cassete nel nuovo Altare settecentesco, e così recuperate poi, durante la ricognizione canonica legata ai lavori di consolidamento e restauro al complesso cattedrale, che si concluse con il recupero dal postergale degli antichi contenitori marmorei.

Napoli – Duomo – Il nuovo Altare Mensa eretto al centro della tribuna.

Il 26 aprile 2012, ricorrendo il ventesimo anniversario della ordinazione episcopale dell’arcivescovo metropolita di Napoli, mons. Crescenzio Sepe, fu inaugurato il nuovo Altare Mensa eretto al centro dell’abside e, durante il rito della dedicazione, il presule pose al suo interno alcune reliquie del Corpo di San Gennaro, Patrono principale della Città, della diocesi e dalla regione Campania e quelle dei Corpi dei Santi Eutiche ed Acuzio, compagni nel martirio con San Gennaro a Pozzuoli e quelle di San’Agrippino, VI vescovo di Napoli e Compatrono con San Gennaro, conservate nelle rispettive cassette di piombo, munite della scritte identificative antiche.

Reliquie autentiche del Megalomartire Gennaro, perché tratte da quelle contenute nel reliquiario della cripta del duomo, e quelle dei Santi  Agrippino, Eutiche ed Acuzio, ritrovate e riconosciute tali ed autenticate dagli arcivescovi di Napoli nel corso di varie ricognizioni canoniche  e particolarmente dagli arcivescovi Gesualdo e Spinelli, perché da loro ritrovate contenute ancora nelle integre capselle plumbee riposte nei sarcofagi dell’VIII – IX secolo che le custodivano nel corpo dell’antico Altare, reconditori marmorei murati nel postergale del maggiore Altare settecentesco recuperati e andati smarriti, ma citati da Giovanni Diacono nel suo Gesta Episcoporum Neapolitanorum. 

Giovanni Diacono visse a Napoli tra la fine del IX e l’inizio del X secolo e fu tra coloro che furono inviati nell’anno 906 ad appurare la veridicità del ritrovamento dei resti mortali di alcuni martiri puteolani di Eutiche ed Acuzio e  particolarmente di San Sossio a Miseno.

A decorare il nuovo Altare furono posti, sul frontale, un prezioso bassorilievo che rappresenta la Risurrezione di Gesù, attribuito a Giovanni Merliani da Nola (1488-1558) che decorava l’ingresso dell’antico seminario napoletano, fondato nel 1566, dall’arcivescovo Mario Carafa e fu il primo ad essere aperto, dopo il Concilio di Trento e, sul postergale, un bassorilievo attribuito a Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745) scolpito per la catacomba napoletana, trasferito nella basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio e in duomo, per decorare questo Altare che, opinione comune, rappresenterebbe San Gennaro in una diversa insolita singolare postura iconografica, ed è proprio la postura dell’immagine che mi fa ritenere invece, che rappresenti un altro santo vescovo napoletano.

 

Niente di insolito: la deposizione e rideposizione di reliquie di corpi santi, in occasione di dedicazioni, ricognizioni canoniche, trasferimenti e restauri e nuove dedicazioni di Altari, al loro interno, è tradizione antica della Chiesa, è parte del rito dedicatorio degli Altari.

Napoli – Duomo – Il settecentesco Altare maggiore che fa da sfondo alla scenografica abside.

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I reconditori del IX secolo, che contenevano le reliquie di Sant’Agrippino e dei Santi Eutiche ed Acuzio e che dalla metà del ‘200 furono trasferiti con il loro prezioso carico dall’ipogeo della diroccanda  basilica napoletana detta Stefania, nell’oratorio detto tesoro vecchio appositamente realizzato in cima alla torre scalare di sinistra dell’ingresso del costruendo duomo angioino, in esecuzione di un decreto di Carlo II d’Angiò (1285-1309) riferito da B. Cantera, che stabiliva il recupero e la sistemazione in esso di tutte le sante reliquie venerate nella cittadella vescovile napoletana, nella prima metà del ‘300, quando furono posti nel  maggiore Altare  del duomo, furono oggetto, certamente, di una ricognizione canonica e furono lette correttamente ed interpretate le scritte identificative incise sulla fronte del sarcofago bisomo che conteneva le reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio e quelle incise sul bordo della fonticella marmorea che conteneva quelle di Sant’Agrippino, non solo, ma certamente furono correttamente lette le scritte identificative impresse sulle cassettine plumbee contenute in essi.

Esse garantivano la autenticità delle reliquie contenute nei reconditori e deposte nella cassa dell’Altare trecentesco, e la antichità del loro deposito originario nei reliquiari: l’VIII secolo.

Non esiste relata o notizia relativa alla dedicazione dell’antico Altare Mensa dell’appena inaugurato nuovo duomo angioino (1314), che certamente dovette avvenire nella prima metà del ‘300.

Sorprende invece la nota riportata negli Atti della Santa Visita dell’arcivescovo Mario Carafa del 1574 (cfr. Curia Arciv. di Napoli, Archivio della S. Visita dell’arciv. Mario Carafa, vol. II, fol.6).

La nota, ricordando una nuova e immotivata  dedicazione del maggiore Altare del duomo angioino, dell’8 maggio 1412, da notizia del  corredo di reliquie poste al suo interno: “…Anno Domini millesimo quadrigentesimo, duodecimo. Indictione quinta, die dominico octavo mensis maij pontificatus SS.mi in Christo Patris et Domini nostri Domini Gregorii divina providentia papa duodecimo anno sexto, consecratum fuit hoc maius Altare in memoriam et honorem beati Michaelis archangeli et sancti episcopi et martiris Januarii, per manus R.mi in Christo Patris et Domini Domini Nicolai archiepiscopi neapolitani, in quo recondita sunt reliquie infrascriptorum Sanctorum Martirum vidilicet: Theodori, Cosme et Damiani, ac beati Aghrippini episcopi et confessoris…”,

Notizia poi confermata durante una successiva dedicazione del 1554, anche se non riporta l’elenco delle reliquie poste all’interno dell’Altare  “….Ego Horatius grecus troianus utroque iure doctor, Dei et Apostolice Sedis gratia episcopus troianensis die octavo martii 1554 iterum consecravi cum eiusdem reliquis sub julio pape tertio…”.

L’arcivescovo Mario Carafa, visitando l’Altare maggiore del duomo il 14 novembre 1566, appena eletto arcivescovo di Napoli e prima dell’inizio della sua Santa Visita del 1574, si accorse che ….sigillum marmoreum moveri, et quia movebatur inde a tempore prenarrate incepte visitationis, idem Ill.mus et R.mus Dominus Archiepiscopus iussit amoveri predictum sigillo, et sicut fuit amossum… e il 6 dicembre 1574 l’Altare fu ridedicato da mons. Fabio Polverino:  …Eodem die fuit consecratum altare majus per R.m Fabium pulverinum Episcopum Isclanum de ordine preditto Ill.mi Archiepiscopi  debitis ceremoniis…cum reliquis infrascriptorum Sanctorum vidilicet St. Cosmi et Damiani, Sti Theodori martiris et St. Agrippini episcopi et confessoris, quod dittum altare reperiebatur desecratum ut in alia visitatione….”.

Il relatore si riferiva forse al reconditorio posto nel taxillum della Mensa che probabilmente non risultava ben cementato.

E’ lo stesso arcivescovo Mario Carafa che nella Santa Visita del 1574, riferendosi allo  all’Altare del duomo, da lui precedentemente osservato non integro,  e alla ricognizione canonica del suo contenuto, precisa: “…fuit repertum sub dictum Altare majus esse tumulatus tria corpora Sanctorum, scilicet corpus S. Eutichetis, et Acutii martir. et Agrippini Episc. et confessoris…”.

SCILICET CORPUS S EUTICHETIS ET ACUTII MARTIR. ET AGRIPPINI EPISC….  – cioè, senza alcun dubbio.

Così dichiarò anche il suo successore, Annibale di Capua (1578-1595) in occasione della sua Santa Visita del 1580: “…sub dicto altari (majori) est cassa quaendam marmorea quadrata, in que fuit dictum requiesci corpora sanctorum Euticetis et Acutii martirum….et corpus S. Agrippini conf. et ep. neap…”.

Reliquie consistenti  dei Santi Cosma e Damiano e di San Teodoro, non ci sono nel reliquiario del duomo e i loro nomi non compaiono tra quelli riportati nella TABELLA DELLE RELIQUIE considerate autentiche e proposte alla venerazione dei fedeli, nel duomo e in alcune chiese napoletane, compilata dall’arcivescovo Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702) nel 1701 scolpita  nel marmo e attualmente, dopo diverse collocazioni all’interno del duomo, è murata nella cappella dedicata alla Madonna “del pozzo”, il retro sagrestia (cfr. Tino d’Amico, La cappella delle reliquie del duomo di Napoli, in: il blog di tino d’Amico – tinodamico.wordpress. com).

Napoli – Duomo – Cappella dedicata alla Madonna “del pozzo” (retro sagrestia) – La TABELLA DELLE RELIQUIE DEL DUOMO DI NAPOLI, murata sulla parte in “cornu Evangeli” della cappellina.

Nel reliquiario del duomo ho trovato nel 2013, in una  cassetta di legno della seconda metà dell’800, di provenienza ignota ( fondo/B – lips. S – Scar. N – n.124) contenente cinquecentosessantacinque   frammenti ossei e reperti vari parcellari, ravvolti in foglietti di carta con indicazioni nominali, stipati nello stesso contenitore e in altri reliquiari, reperti ossei parcellari dei Santi Cosma e Damiano: collocazione – San Cosma M 197/B ; 525/B; e altri frammenti ossei parcellari in  lips. S – scar. S – n.629; lips. S scar. S – n. 632.   Di San Damiano M.  lips. S – scar. S – n.629; lips. S – scar. S – n.632. Di San Teodoro M. Fondo/B, n. 304/b; 385/B; lips. S – scar. S – n.628; lips. S – scar. U/c n. 669; lips. S – scar. W – n. 700; lips. S – scar. W – n. 701; lips. S – scar. W – n 702

 

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie, interno

Le reliquie del corpo di Sant’Agrippino, VI vescovo di Napoli e Compatrono cittadino erano presenti nella basilica detta Stefania, gemina della antica cattedrale napoletana  detta di Santa Restituta, fin dall’VIII secolo, trasferite dalla catacomba napoletana e dal IX secolo venerate insieme a quelle dei Santi Eutiche ed Acuzio, trasferite  a Napoli dall’VIII secolo da Pozzuoli.

Il culto dei Santi Cosma e Damiano e di San Teodoro è riportato sul CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA DI NAPOLI compilato tra l’anno 847 e l’anno 877 per la basilica napoletana di San Giovanni Maggiore, dove fu ritrovato occasionalmente nel 1742 e la strutturazione delle feste elencate, fa intuire che fu realizzato in una fase di passaggio tra l’epoca bizantina e l’avvicinamento a Roma della Chiesa di Napoli, in coerenza anche con la nuova politica iniziata dal vescovo Stefano II; ma la presenza di feste e memorie sul Calendario Marmoreo,  non significa  la presenza di loro reliquie a Napoli.

Napoli – Duomo – Area archeologica – Il CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA NAPOLETANA (sec. IX) – Dettaglio.

Di San Teodoro il Calendario  riporta il giorno del martirio e il giorno della morte (natale al cielo): P(assione) di S(an) TEODORO MAR(tire), al XV aprile – N(a)T(ale) del S(an)TO TEODORO al XIIII luglio:

Dei Santi Cosma e Damiano sul Calendario marmoreo è ricordata due volte la data del martirio: PAS(ione) dei S(anti) COSM(a) E DAMIA(no) al XVII settembre; P(assione) dei S(anti) COSM(a) E DAMIA(no) al XXII di ottobre.

Mentre dei Santi Eutiche ed Acuzio, la dota del loro martirio: N(a)T(ale) di S(an) LUCA EV(angelista) E dei S(anti) EUTICHE ED ACUZIO, al XVII di ottobre, insieme a quella di San Luca, festa istituita forse per fare memoria della loro prima traslazione?.

La data della morte di Sant’Agrippino è riportata sul Calendario Marmoreo al giorno VIIII novembre: N(a)T(ale) di S(ant’) AGRIPPINO ed il suo culto è riferito anche nell’antico calendario detto ottoboniano vaticano latino 38, risalente al pontificato di papa Gregorio IV (827-844).

 

Parte dei resti mortali dei due compagni martiri con San Gennaro alla Solfatara, erano conservate nel praetorium Falcidii, un luogo, forse un ipogeo in una proprietà della famiglia Falcidia, (questo dovrebbe essere il senso del termine praetorium), presso la antica basilica di Santo Stefano, antica cattedrale puteolana, da dove furono recuperati e trasferiti a Napoli, nella seconda metà dell’VIII secolo, dal Vescovo-Duca  Stefano II (767-800) che lo fece in forza della sua autorità politica e spirituale, perché vescovo più influente dell’area e governatore del ducato bizantino di Napoli, che territorialmente comprendeva anche Pozzuoli, e posti nell’ipogeo della basilica detta Stefania, ricostruita quasi interamente dopo un incendio, dove già erano presenti le reliquie di Agrippino.

Trasferimento che dovette avvenire in concomitanza con il prelievo di parte delle stesse reliquie da parte del longobardo Ludovico II (825-875), co-imperatore del Sacro Romano Impero  e trasferite nella abbazia di Reichenau sul lago di Costanza.

Fonti storiche riferiscono anche di un evento di origine vulcanica nell’area puteolana, forse un bradisismo negativo che aveva quasi sommerso Pozzuoli tra l’VIII e il IX secolo e questa dovette essere anche la probabile ragione del recupero dei resti mortali dei Santi puteolani e il loro trasferimento a Napoli.

Il Sac Cosimo Stornaiulo, nel suo saggio Ricerche sulla storia e i monumenti dei SS. Euitiche ed Acuzio, martiri puteolani, Napoli 1874, lega invece il trasferimento delle sacre reliquie dal praesidium Falcidii nel 771, ad eventi bellici  negativi per la città e l’area vicina, le guerre gotiche, l’invasione longobarda, l’invasione saracena.

La cronotassi vescovile della diocesi di Pozzuoli del poeriodo appare infatti incerta e lacunosa.

Lo stesso Calendario Marmoreo della Chiesa Napoletana, fa memoria di Santi venerati nella Chiesa puteolana e di alcuni di essi ho rinvenuto consistenti reliquie nel reliquiario del duomo e la loro memoria fa supporre la presenza a Napoli di loro reliquie.

Le reliquie dei due santi, secondo Giovanni Diacono (cfr. Gesta Epsicoporum Neapolitanorum) furono poi poste nell’ipogeo sotto l’Altare della basilica detta Stefania  dal Vescovo Giovanni IV (842-849), nell’urna marmorea bisoma del IX secolo, che aveva sulla faccia anteriore le iscrizioni identificative dei due Santi, recuperata dal postergale dell’Altare settecentesco del duomo negli anni 1969-72, e andata smarrita: le reliquie dei loro corpi erano già contenute nelle cassettine di piombo, con le relative iscrizioni identificative e ancora in esse, così deposte nel corpo del nuovo Altare Mensa del duomo.

Napoli – Duomo – Abside – Corrado Giaquinto: Traslazione delle reluiquie dei Santi Eutiche ed Acuzio da Pozzuoli a Napoli nell’VIII secolo: sulla dstra è dipinto il vescvo-duca di Napoli Stefano II e a sinistra Cesario Console.

L’urna marmorea fu ritrovata dall’arcivescovo Gesualdo nel corpo dell’Altare trecentesco quando lo trasferì dal centro del transetto sull’abside appena restaurata.

L’Altare fu nuovamente dedicato il 31 maggio 1597: “…quod altare est integro et ad formam congruam et totum consecratum noviter per Ill.m D.um archiep…(cfr. Vol. XII S.Visita card. Alfonso Gesualdo, fol. 6 ) e di questa ridedicazione, nel vol. XIV della S. Visita del card. Spinelli fol. 551 è riportata una notizia più esplicita: …”quod consecravit E.us D.um archiepiscopus Gesualdus anno 1597 die 31 maii ut ex litteris testimonuialibus  ejusdem in carta membrana repositis intus arculam argenteam eum reliquis Sanctorum (Santi Eutiche, Acuzio, Agrippino n.d.a:) reperta super taxillum mensae marmoreae…”

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Dopo i trafugamento del corpo di San Gennaro dalla catacomba napoletana e il suo trasferimento a Benevento, ad opera di Sicone (+ 832), nell’anno 832  il principato longobardo di Benevento passò al figlio Sicardo ( + 839) e poi al fratello di questi, Siconolfo ( + 851) che si intestò il principato, contrastato dal tesoriere Radelchi ( + 851) che anche lui si intestò lo stesso principato.

Agropoli (Sa) – Il castello saraceno-aragonese.

Per sopraffarsi a vicenda entrambi chiesero l’aiuto dei saraceni di Agropoli nell’anno 845, che invasero il beneventano e parte del Lazio, giungendo fino a Roma che non espugnarono ma riuscirono a saccheggiare e profanare la basilica di San Pietro.

 

Intervenne il longobardo Lotario I (795-855) imperatore del Sacro Romano Impero che inviò il figlio Ludovico (825-875) re d’italia, che sconfitti i saraceni e composta la pace tra i principi longobardi assegnando ad uno il principato di Salerno e all’altro quello di Benevento nell’850, fu da papa Leone IV (847-855)  incoronato co-imperatore del Sacro Romano Impero, associandolo nel governo a suo padre.

Suddivisione del territorio del ducato longobardo di Benevento in principato di Salerno e principato di Benevento, nell’VIII secolo – Il territorio del ducato bizantino di Napoli, restò autonomo.

Ludovico ritornando in Germania, portò con se da Benevento, e non sappiamo se per disposizione paterna, o per sua espressa volontà legata alla incetta di reliquie, oppure le ebbe in dono dai beneventani per ottenere maggiori favori e protezione dall’imperatore, una parte del corpo di San Gennaro che fu poi da Lotario I, donata alla abbazia benedettina sorta a Reichenau, un’isola sul lago di Costanza, dove giunsero nell’871 e pare, successivamente suddivise con altre abbazie benedettine sparse per l’Europa.

Germania – Lago di Costanza – L’abbazia benedettina di Reichenau.

La parte restante del corpo di San Gennaro fu inumata nella abbazia di Montevergine, tranne il cranio restituito ai napoletani da Sicone quando fu composta la pace con i beneventani.

Se a Reichenau e altrove ci furono e ci sono ancora  autentiche reliquie del corpo di San Gennaro, è un problema che riguarda  storici, agiografi e  anatomo-patologi  e il confronto scientifico dei reperti tedeschi con quelli napoletani, potrebbe essere la conclusione della indagine scientifica a suo tempo iniziata con la ricognizione canonica delle reliquie del Megalomartire avventa il 25 febbraio 1964, ad opera dell’allora arcivescovo di Napoli Alfonso Castaldo (1958-1966), dopo il loro ritrovamento nel sarcofago di bronzo nascosto nell’Altare della cripta del duomo.

Interno della abbazia di Reichenau.

Esisterebbe un documento del IX secolo ritenuto un falso da Mons. Domenico Mallardo (1887-1957), agiografo e archeologo napoletano,  perché a suo dire, presenta numerose contraddizioni storiche nella narrazione dei fatti e confusione nelle date, che da notizia del trasferimento da Pozzuoli di consistenti reliquie dei corpi dei martiri puteolani Procolo, Eutiche ed Acuzio, consegnate dall’Imperatore Ludovico a Reichenau , dove sarebbero giunte nello stesso anno 871 e questo documento confermerebbe l’ipotesi della traslazione di sante reliquie dall’area puteolana a Napoli, in relazione alle invasioni saracene e non ad eventi sismici negativi come altrove ipotizzato (la traslazione delle reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio, o parte di esse, ad opera del vescovo-duca di Napoli Stefano II sarebbe avvenuta tra il 727 e l’800, anni in cui resse la Chiesa di Napoli).

Repubblica Ceca – Praga – La cattedrale di San Vito.

Le reliquie dei Santi puteolani poi, traslate a Reichenau, nel 1357  furono concesse in dono alla cattedrale di San Vito, dall’imperatore Carlo III di Lussemburgo (1316-1357) che fu re  di Boemia, di Germania, d’Italia e poi imperatore del Sacro Romano Impero, Cattedrale da lui fondata quando la diocesi di Praga venne elevata al rango di sede arcivescovile.

Praga – Interno della cattedrale di San Vito.

Le reliquie dei Santi puteolani (poste insieme a quelle di San Gennaro) furono sistemate in un  sarcofago che dovrebbe essere ancora conservato nel museo del duomo di Praga, che Mons. Domenico Ambrasi (1924-2012) canonico capitolare di Santa Restituta, storico e  paleografo così descrisse in un suo articolo pubblicato sul bollettino diocesano di Napoli Januarius nn.8/9 – 1972:  una cassetta “di legno e rame a forma di sarcofago o urna…e lunga cm. 104, alta cm. 45, larga cm. 34 ed è finemente lavorata in oro e lamina d’argento. La struttura originaria pare risalga ad epoca romanica, ma le figure sono posteriori: vengono attribuite ad un ignoto artista della metà del ‘400…sulla fascia anteriore sono  incise in primo piano le immagini di Maria e Giovanni ai piedi del Crocefisso, nel piano superiore la Madonna col Bambino tra due Apostoli. L’altra faccia presenta, nel piano inferiore San Gennaro che regge un libro, raffigurato a sbalzo più massiccio, e quattro Apostoli, nel piano superiore ancora quattro Apostoli…”. 

Domenico Ambrasi nel suo articolo manifestava la incertezza sul contenuto del sarcofago e se è quello antico proveniente dalla abbazia di Reichenau, quello posto nell’oratorio costruito intorno all’anno 1000, accanto ad essa, atteso che nel 1780, dopo una ricognizione canonica, parte di esse furono restituite a Pozzuoli….ma le reliquie di quali martiri? San Gennaro, San Procolo e dei Santi Eutiche ed Acuzio? o di solo questi ultimi?

Pozzuoli – Reliquiario d’argento che contiene parte delle reliquie dei Santi Procolo, Eutiche ed Acuzio, realizzato dopo la restituzione di parte di esse nel 1780.

In data 25.10.2017, ho chiesto al Reverendo Capitolo Cattedrale di Praga notizie relative alla  presenza nel tesoro del duomo del cassetta-reliquiario dei Santi Eutiche ed Acuzio, descritta nel suo articolo da Mons. Domenico Ambrasi e della presenza di reliquie del corpo di San Gennaro nel reliquiario dello stesso duomo,  ricevendo in data 19.11.2017  dal prof. Jan Matejka la seguente risposta: “…i nomi di questi Santi puteolani non abbiamo trovato tra le reliquie che Carlo IV di Lussemburgo  ricevuto dalla chiesa abbaziale di Reichenau, neanche sono registrati nei più vecchi inventari di reliquiari….Dai vostri Patroni abbiamo nella nostra Cattedrale soltanto una piccola reliquia di San Gennaro….” .

Praga – cattedrale di San Vito – Reliquiario di San Gennaro (foto prof.J.Matejka).

Mons. Ambrasi, cosa vide ?

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Tra il 1378 e il 1417, si verificò quello che è definito  lo scisma d’occidente, durante il quale la Chiesa si divise sotto l’autorità due pontefici legittimamente eletti, e che avevano stabilito la sede apostolica  uno a Roma e l’altro ad Avignone,  e che rivendicavano la propria legittima autorità:  tra il 1402 e il 1417 i pontefici legittimamente eletti erano tre, con tre diverse sedi apostoliche, a Roma, Avignone, Pisa.

Essi dividevano anche l’assetto politico europeo perché i vari sovrani aderivano ora ad uno ora ad un altro pontefice a seconda che questi poteva garantire loro maggiore autorità e nuovi territori.

In quegli anni si susseguirono a capo della diocesi napoletana arcivescovi di obbedienza avignonese, romana, pisana, spesso legittimamente eletti e in contrasto tra loro che seguivano l’orientamento del sovrano angioino del momento tendenzialmente orientato verso l’obbedienza romana,  pronto però a modificare la appartenenza ad un partito, sperando in privilegi e aumenti di potere: Bernard III de Rodez (1368-1379, deposto), avignonese; Lodovico Bozzuto (1378-1383), romano, al tempo del pontefice napoletano Urbano VI (1378-1389); Thomas de Ammanatis  (antivescovo) (1379-1385), avignonese; Nicola Zanasi (1384-1389), romano; Guglielmo Andronis (antivescovo) (1388-1399) avignonese; Errico Capece Minutolo (1389-1400, dimesso) romano, al tempo del papa napoletano Bonifacio IX (1389-1404) pontefice romano, mentre ad Avignone regnava l’antipapa Clemente VII (1378-1394); Nicola Pagano (antivescovo) (1399-1404), avignonese e poi romano; Giordano Caetani Orsini Juniore (1400-1405, dimesso) romano; Giovanni VII (1407-1411, deposto) romano; Giacomo de Rossi (antivescovo) (1415-1418) pisano, insieme al papa napoletano Giovanni XXIII (1410-1415); Niccolò de’ Diano (1411-1435) di dubbia appartenenza iniziale, poi romano con la composizione dello scisma.

Quando Gregorio XII (1406-1415), romano, dichiarò decaduto l’arcivescovo di Napoli Giovanni VII (1407-1411) che, di obbedienza romana, aveva scelto di seguire Alessandro V (1409-1410) pontefice pisano ,Niccolò  de’ Diano che era stato ciambellano e consigliere di Ladislao d’Angiò-Durazzo, ora vescovo di Teano, ottenne la gestione delle rendite ecclesiastiche e divenne rettore e amministratore apostolico della Chiesa di Napoli , quindi fu nominato da Gregorio XII, arcivescovo di Napoli, dal 1412; in questa veste si affrettò a dedicare nuovamente l’Altare maggiore del duomo angioino, anche se probabilmente nel frattempo, era già passato alla obbedienza pisana, e quindi dichiarato illegittimo, per seguire il nuovo pontefice, nato ad Ischia,  Baldassarre Cossa, Giovanni XXIII (1410-1415).

Napoli – Chiesa di San Giovanni a Carbonarea – monumento funebre a re Ladislao d’Angiò-Durazzo.

Mentre si susseguivano nel governo della diocesi napoletana arcivescovi appartenenti alle tre diverse obbedienze gli Angiò-Durazzo dal 1382 al 1435, governarono il Regno  di Napoli per diritto di successione perché, ramo cadetto della prima dinastia angioina, alla estinsione del ramo di Napoli e di Ungheria, Carlo d’Angiò-Durazzo(1345-1386) divenne Carlo III di Napoli d’Angiò-Durazzo, riuscendo a spodestare ed imprigionare Giovanna I (1327-1382), nel 1381.

A lui successe dopo il suo assassinio a Buda, il figlio minore Ladislao (1376-1414) sotto la tutela  della madre Margherita di Durazzo (1347-1412) fino alla maggiore età, che morirà di peste ad Acquamela di Baronissi, vicino Salerno.

Gli Angiò-Durazzo e Margherita che fu regina d’Ungheria, dovevano ben conoscere la storia del trasferimento da Reichenau a Praga, nel 1357, delle reliquie dei Santi puteolani Procolo, Eutiche ed Acuzio e forse anche di San Gennaro, evento vissuto non in prima persona ma ben presente nella memoria collettiva anche perché le reliquie furono scortate fino a Praga dallo stesso Imperatore del Sacro Romano Impero, nel viaggio, dal lago di Costanza, attraverso la Germania e l’Ungheria , regno degli Angiò-Durazzo.

Salerno – Duomo – Monumento funebre di Margherita d’Angiò-Durazzo.

Fin dall’inizio del suo governo Carlo III d’Angiò-Durazzo, cominciò l’epurazione dei vescovi e del clero colluso con l’antipapa Clemente VII, avignonese, appoggiati dalla spodestata regina Giovanna I che aveva dichiarata la sua obbedienza a quel partito.

L’interesse per l’aspetto religioso di Margherita d’Angiò-Durazzo è noto per lasciti e donativi alla Chiesa e alle chiese salernitane e napoletane e dovette manifestare all’arcivescovo Niccolò la sua perplessità relativamente alla presenza dei corpi dei Santi puteolani nel corpo dell’Altare maggiore del duomo, la cui presenza era data per certa a Praga, dal 1357, insieme  a quello di San Procolo e di parte di quello di San Gennaro.

Niccolò de’ Diano , fu un ottimo  e scaltro amministrato, che certamente orientò il suo governo diocesano assecondando gli orientamenti della corte e quindi  il dictat sovrano a proposito delle reliquie poste nel maggiore Altare del duomo, a lui però,  si deve la istituzione delle Visite Pastorali in diocesi per raccogliere notizie storiche sulla istituzione delle parrocchie e documentazioni su  lasciti e i benefici e si servì dei notai Di Sarno e Pappasogna che registrarono tutte le notizie scaturenti dalle Visite Pastorali e da  prudente uomo di legge che voleva conservare la cattedra vacillante per manifeste simpatie per l’antipapa pisano, Giovanni XXIII,   e fece ben annotare  la sua  inopportuna dedicazione dell’Altare del duomo dell’8 maggio 1412: “….in quo recondita sunt reliquie infrascriptorum sanctorum martirum, vidilicet: Theodori, Cosme et Damiani, ac beati Agrippini…”

VIDILICET  =  E CIOE’ …dedicò l’Atare senza vedere cosa c’era dentro, perché fin dalla metà del ‘300,  al suo interno furono poste le reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio e Agrippino, e non certamente quelle dei Santi Cosma e Damiano e Teodoro, ma certamente quelle di Agrippino.

Napoli – Duomo – Cappella Carafa, (Cripta di San Gennaro) – Tommaso Malvito e aiuti – Quadrone della volta: Sant’Agrippino di Napoli.

I primi due da venerare e invocare per le continue epidemie che affliggevano il Regno di Napoli e l’ultima, di peste,  che dalla vicina Salerno si stava espandendo per il napoletano e che fu la causa della morte della stessa Margherita nello stesso anno 1412.

Altra probabile ipotesi relativa alla registrazione di un diverso corredo di reliquie nel corpo dell’Altare trecentesco del duomo alla dedicazione del 1412 è legata alla presenza a Napoli nella seconda metà del ‘300 di un gruppo di catari, che professavano la eresia ariana, che poneva le sue basi nel monofisismo predicato dall’archimandrita di Gerusalemme Eutiche, condannata nei due concili di Nicea e nel concilio Costantinopolitano.

La presenza nel corpo dell’Altare trecentesco di parte del corpo di Sant’Eutiche, avrebbe potuto generare, nella religiosità popolare, una involontaria adesione all’arianesimo, confondendo Sant’Eutiche con Eutiche di Gerusalemme.

Il de’ Diano e i suoi predecessori non aprirono mai la cassa dell’Altare e nemmeno gli arcivescovi successori lo faranno, continuando nel tempo lo stesso errore relativamente alle reliquie poste nel suo interno; lo farà l’arcivescovo Mario Carafa che provvederà, notando dissigillato l’Altare, o forse la sola capsella nel taxillum, dopo la ricognizione canonica del suo interno, a correggere l’errore.

 

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Nel corpo dell’Altare c’erano i reliquiari antichi dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio e probabilmente il relatore della nota che riferisce della dedicazione dell’Altare da parte dell’arcivescovo Niccolò de’ Diano, non si riferiva alla reliquie depositate al suo interno, ma a quelle nel reconditorio  posto nel taxillum della Mensa, equivoco poi perpetrato nel tempo..

Napoli – Catacomba di San Gennaro – Disegno da un perduto affresco che rappresentava i Santi Eutiche ed Acuzio.

La dedicazione del primitivo Altare dovette avvenire probabilmente tra il 1323 e il 1358, perché la citata Relazione dello stato della chiesa metropolitana, del 1741, che descrive dettagliatamente l’Altare ancora esistente in quegli anni, sul presbiterio, riferisce la presenza su di esso degli stemmi  dei Vescovi appartenenti alla famiglia Orsini: Bertoldo (1323-1325) e Giovanni (1327-1358): “…dentro il presbiterio per quattro scalini si ascende allo altare maggiore, il cui maschio nè due lati ha l’arme della casa Orsina…tutto l’altare è di marmo bianco la mensa di un solo pezzo grosso once quattro lungo palmi undici meno un quarto, largo palmi quattro meno un quarto, e l’altare  è alto palmi quattro e mezzo. Nella fronte dell’altare  vi è un’apertura quadra colla sua cancellata per uso della lampada a piè delle sacre reliquie,sopra di questa apertura è mezzo busto bassorilievo del SS. Salvatore adorato da due angeli vestiti che li stanno a lato e sopra detto busto del Salvatore vi è un’altra piccola apertura a forma di rosa a quattro frondi. Negli estremi anteriori ha una colonnetta dello stesso marmo scandellato, e da dentro a detta colonnetta sono due pilastrini, e in quello dalla parte dell’Evangelio è scolpito in bassorilievo S. Attanasio coll’insegne vescovili, e con questa iscrizione Sanctus Actenasius; in quello dalla parte dell’Epistola S. Gennaro, senza le caraffine del sacro Sangue, con questa iscrizione Sanctus Januarius. Sono le lettere scolpite nel marmo inclinanti al longobardo, come correvano nel decimoquarto secolo. Dalla parte di dietro ha un’altra piccola apertura nel basso simile a quella che è sopra il Salvatore dalla parte anteriore, e sopra questa apertura vi è un altro mezzo busto basso rilievo di figura di S. Agrippino, e vi è inciso di buon carattere, come correva nell’età del Card. Gesualdo: Hic jacent corpora sanctorum Agrippini Episcopi Neap.ni Eutychetis et Acutij saciorum Sancti Januarij…”.

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Nel 1480, durante i lavori per rinnovare il maggiore Altare della chiesa abbaziale di Montevergine, furono occasionalmente ritrovate nel pavimento del presbiterio, insieme ad altre Reliquie contenute in olle di terracotta con scritte identificative a carattere longobardo, quelle del Corpo di San Gennaro, trafugate dalla catacomba napoletana dal beneventano Sicone , nell’ 831, durante il secondo assedio longobardo della Città e portate a Benevento.

Napoli – Duomo – Succorpo di San Gennaro (Cappella Carafa) – L’olla di terracotta contenente le Reliquie del Corpo di San Gennaro.

L’arcivescovo Oliviero Carafa (1458-1484) aveva rinunciato alla sede diocesana di Napoli, a favore del fratello Alessandro (1458-1503) e  nel 1485 era diventato abàte commendatorio di Montevergine.

Era re di Napoli Ferrante I d’Aragona (Ferdinando I, 1458-1503): egli chiese al papa Innocenzo VIII (1484-1492) che si restituissero le reliquie del Santo Patrono alla Città ed ottenuto l’assenso pontificio, ne diede comunicazione all’ abàte Oliviero, con una lettera del 29.1.1490, come riferisce il Parascandolo in Memorie storiche-critiche-diplomatiche della chiesa di Napoli.

La traslazione delle reliquie del Corpo di San Gennaro da Montevergine a Napoli, avvenne nel 1497, dopo la morte di Ferrante I, la congiura dei baroni, l’invasione dell’Italia di Carlo VIII e i brevi regni di Alfonso II e Ferdinando II.

!l 13 gennaio 1497, l’arcivescovo Alessandro Carafa, ottenuta una nuova autorizzazione da papa Alessandro VI (1492-1503), riportò solennemente a Napoli le reliquie del Corpo di San Gennaro che depose provvisoriamente sul maggiore Altare del duomo che allora era ancora al centro del transetto: “…Ali 23 di gennaro 1497 intrò in Napoli nello archiepiscopato lo Santissimo Corpo di Santo Gennaro benedetto quale è uno delli patruni di Napoli lo quale lo portò lo reverendissimo monsignore archiepiscopo di Napoli nominato Alessandro Carafa et lo portai de santa Maria di monte Vergine dove era stato gran tempo et portallo con licenza di Papa Alessandro VI de casa Borgia et quello dì ce fo indulgenza plenaria data da detto Papa et questo dì ce andai tutta la città di Napoli…”. (Cfr. Historie di Giuliano Passero, pubblicate da Vincenzo M. Altobelli, Napoli 1785).

Napoli – Duomo, cappella del tesoro di San Gennaro – Paliotto di argento dell’Altare della cappela, opera  di Giandomenico Vinaccia, realizzato tra il 1692 e il 1695, che rappresenta la traslazione delle Reliquie di San Gennaro da Montevergine a Napoli.

La staticità dell’abside del duomo di Napoli fu gravemente compromessa  dallo scavo della sottostante cripta di San Gennaro “…allo 1° ottobre 1497 che fo martedì se incomenzai a complire per fino ad anno 1503 che sono undici anni che sono spisi in detta fabbrica 15 mila  ducati quale succorpo l’ha fatto il Cardinale di Napoli nominato Oliviero Carafa…” (cfr. Historie di Giuliano Passero, Op.cit)

Lo scavo indebolì le fondamenta dell’abside, già gravemente compromesse dal terremoto del 1456, che provocò il crollo parziale del duomo: le altissime pareti cominciarono in più punti ad aprirsi.

L’arcivescovo Mario Carafa, aveva tentato di consolidare l’abside, ma il suo intervento risultò inadeguato: “…ciborium seu testudinem (sive, ut vocant tribunam) summi altaris cathedralis ecclesiae quae vasta est et immensa, tum latitudine, tum vera altitudine ab temporis antiquitatem ex parte apertam  et dissitam, quae ruinam minebatur…”  Cfr. B Chioccarello, Antistitum praeclerissimae neapolitanae ecclesia catalogus, Napoli 1643).

Disegno assonometrico dell’abside del duomo di Napoli: ripristino statico della struttura durante i lavori di consolidamento e restauro (1998-1972) – Disegno di I. De Divitis tratto dal volume di Roberto di Stefano, La cattedrale di Napoli.

Il Chioccarello tesse l’elogio dei lavori di consolidamento dell’abside fatti eseguire dallo arcivescovo Gesualdo e descrive la pericolosa situazione sottovalutata dai suoi predecessori risolta da lui con il consolidamento della muratura, con la realizzazione di poderosi contraffarti e fornaci di piperno che li incatenano a metà altezza e in cima.

Il Gesualdo fece murare anche due delle alte bifore per rafforzare la statica e le altre bifore le fece chiudere fino a metà altezza; provvide anche alla realizzazione di nuovi poderosi muri di contenimento per incatenare e rinforzare le fondamenta dell’ abside .

Il piano di calpestio della tribuna, già notevolmente rialzato e raggiungibile attraverso una rampa di dieci scalini, fu alleggerito con la creazione di una sottostante struttura di sostegno per mezzo di archetti impostati sulle colonne della navata della cripta e la controsoffittatura marmorea dell’ambiente.

Napoli – Duomo – L’abside.

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Al centro dell’abside l’arcivescovo Gesualdo trasferì l’antico Altare maggiore del duomo, che era ancora al centro del transetto.

Dell’antico Altare del duomo esiste la descrizione del 20 settembre 1741 che riporta anche la descrizione del suo inserimento nel nuovo assetto liturgico dell’area sacra.

L’area sacra del duomo angioino, aveva subito nel tempo un nuovo assetto liturgico, particolarmente dopo il terremoto del 1456: l’arcivescovo Bernard III de Rodez (1363-1372) si fece costruire il dossello marmoreo per il suo trono nell’ultimo intervallo tra i pilastri di destra della navata, di fronte al pergamo antico che occupava l’ultimo intervallo di sinistra  e di fronte al coro dei canonici che era allora nel successivo secondo intervallo tra i pilastri di sinistra.

Napoli – Duomo – L’antico dossello del trono vescovile – Sulla scaletta del dossello sono impressi lo stemma vescovile di Bernard III di Rodez e lo stemma pontificio di papa Gregorio XI, il papa che riportò la sede pontificia a Roma. Il dossello fu realizzato prima dell’adesione dell’arcivescovo alla obbedienza avignonese, fuggendo con Clemente VII ad Avignore nel 1379, avendo aderito al suo partito negli anni della sua presenza a Napoli.

Il pergamo  di legno fu fatto costruire  da Giosuè Caracciolo della Goiosa nel 1409 e fu concesso, con il sottostante Altare dedicato all’Annunziata, in patronato al Caracciolo, dall’arcivescovo Giovanni VII (1407-1411).

Distrutto dal terremoto del 1456 fu ricostruito e poi ancora rifatto da Annibale Caccavello (1515-1570) e a sua volta distrutto parzialmente dopo un incendio alla struttura lignea che chiudeva la scala di accesso al pergamo.

Napoli – Duomo – Pergamo di Annibale Caccavello

La cappelletta dedicata all’Annunziata, fu diroccata e il titolo trasferito nella cappella che fu precedentemente  dedicata a San Liborio dall’arcivescovo Innico Caracciolo, nel transetto, durante il riassetto liturgico interno promosso dall’arcivescovo Spinelli.

Il coro poi, trasferito nella prima metà del ‘400 nell’intervallo tra i pilastri,  davanti alla cappella dedicata ai santi Andrea apostolo e Attanasio, fu nuovamente trasferito e rifatto al centro della navata del duomo, dall’amministratore apostolico a Napoli, Alfonso Carafa (1557-1565), che fece apporre le insegne di famiglia sugli stalli, ancora leggibili sul manufatto, integrato con nuovi stalli, quando fu trasferito nel presbiterio dall’arcivescovo Spinelli

Il coro al centro della navata fu decorato esternamente con marmi commessi e statue a mezzo busto dei compatroni napoletani, sistemate ed integrate nel numero sui pilastri della navata, durante il riassetto interno del duomo voluto dallo Spinelli

Napoli – Duomo – La tavola dell’Assunta di Pietro Perugino.

La descrizione dell’assetto liturgico del presbiterio, realizzato dall’arcivescovo Gesualdo è nella citata relazione del 1741: “….fu stuccato e posto in oro mordente per ordine  e spesa del Card. Alfonso Gesualdo, come attestano le di lui imprese in più parti, e nel medesimo fu fatta dipingere dal Balducci , celebre in quei tempi, il quale , come si vede, in quattro quadroni vi dipinse  alcuni fatti egregj de’Santi Padroni, e in altri spazi alcuni santi e virtù, e nella cupola un coro di Angeli cantanti con strumenti musicali. In prospetto, nel mezzo di questa tribuna , è il gran quadro della SS.Vergine Assunta coronata dagli Angeli, titolo della Chiesa , ed ha sotto gli Apostoli e il card. Oliviero Carafa ritratto al naturale; intorno il quadro è ornato da un gran cornicione di bianco marmo gentilmente intagliato, e ai lati sono due altre cornici intagliate, che formano come due cappelle laterali che contengono, dalla parte dell’Evancelio il quadro di San Gennaro e ginocchiato il card. Alfonso Gesualdo ritratto al naturale dal sud.o pittore Balducci, e dalla parte della Epistola il quadro di santo Agnello…….A lato della cappella di San Gennaro vi è il dossello arcivescovile e di quello di S.Agnello il monumento del Sommo Pontefice Innocenzo XII….sotto il detto quadro di S.Agnello è un gradone di marmo nel quale in una cassa di castagno giace il corpo di Bertranno de Meisonnesio arciv.o di Napoli nell’anno 1359, morto nel 1361…”. 

Napoli – Museo diocesano – Giovanni Balducci, San Gennaro.

Segue la descrizione dell’Altare antico, già riportata; continuando poi la lettura della citata relazione , essa riferisce della ricognizione canonica dell’interno dell’antico Altare maggiore del duomo, in occasione dei programmati lavori di consolidamento dell’abside dopo il disastroso terremoto del 1731-32 ed abbellimento, e la realizzazione del nuovo Altare settecentesco, programmati dallo Spinelli.

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L’antico Altare maggiore del duomo, rimase al centro del transetto dalla prima metà del ‘300 al 1599, quando l’arcivescovo Gesualdo lo trasferì sull’abside  appena restaurata.

Sezione dell’area sacra del duomo di Napoli: abside, transetto, cripta – anno di riferimento. prima metà del 1500 – disegno di De Divitis.

Il terremoto del 1456 che provocò il crollo della cupola dell’abside e gravi danni alle strutture dell’edificio, non intacco il grande arco trionfale della navata e non causò danni al sottostante Altare, così come avvenne nei successivi terremoti, Altare che fu aperto dall’arcivescovo Gesualdo in occasione del suo trasferimento sull’abside e furono osservate le reliquie poste al suo interno ancora nei contenitori originali del IX secolo, quelle di Sant’Agrippino e quelle dei Santi Eutiche ed Acuzio, e lo stesso arcivescovo Gesualdo per fugare ogni dubbio sulla reale presenza delle Reliquie dei Corpi dei tre Santi, fece apporre sulla fenestrella copnfessionis del postergale la scritta identificativa HIC  JACENT CORPORA SANCTORUM AGRIPPINI EPISCOPI NEAP.NI EUTYCHETIS ET ACUTIJ SOCIORUM SANCTI JANUARIJ, reliquie ritrovate ancora negli originali contenitori durante la citata ricognizione canonica disposta dall’arcivescovo Spinelli.

Napoli – Duomo – Il grande arco che conclude la navata centrale, rimasto integro durante i numerosi terremoti che hanno interessato la Città. 

I successori del Gesualdo, confermeranno, durante le Sante Visite, la presenza nel corpo dell’antico Altare, delle reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio: Santa Visita di Ottavio Acquaviva d’Aragona (1605-1612) del 1607; Santa Visita di Decio Carafa (1613-1626) del 1615; Santa Visita di Francesco Buoncompagni (1626-1641) del 1627; Santa Visita di Innico Caracciolo (1667-1685) del 1688;

Riporto il verbale della ricognizione canonica dell’arcivescovo Giuseppe Spinelli, che traggo dalla citata relazione del 1741:  “…avendo l’Em.mo sig. card. Spinelli arciv.o ordinato….che si trasferissero le sacre Reliquie che riposano in questo altare nel reliquiario della sacrestia per dar luogo alla rinnovazione della tribuna e fabbrica del nuovo altare, presbiterio e coro che intende fare,…..fece levar la Mensa e aprir l’altare…..Si trovò una fonticella di marmo bianco di diametro palmi due e mezzo, sostenuta da una colonnetta di verde antico colla sua base di simil marmo bianco alta palmi cinque e mezzo, sita un poco discosto dal mezzo dell’altare, verso l’Evangelio. Era detta fonticella coverta da un tonno di marmo nella grossezza del quale era scritto con piccol carattere nel medesimo marmo rilevato e andante al gotico del medesimo tempo in cui fu fatto l’altare: hic sunt reliquiae divae. Levata questa covertura, si trovò nella fonte una cassetta di piombo tonna del diametro un palmo che si conserva, intorno alla quale era scritto con inchiostro a carattere corrente mal fatto da qualche ignorante Reliquiae incertae quae patuntur esse Santi Agrippini. Si aperse la cassetta di piombo , e si trovò piena di ceneri tinte dalla terra, ed alquante particelle di osso tinte dalla medesima terra , nella quale erano state per seicento e più anni da che S. Agrippino vi fu sepolto nel Cemeterio di S. Gennaro extra moenia fino a quasi la metà del nono secolo, quando fu traslato nella cattedrale Stefania da S. Giovanni Acquarolo; vi erano però alcuni pezzetti di osso del loro colore naturale, e due pezzetti di costa delli quali uno si prese per ordine di S. Eminenza, che n’era stata supplicata da PP. Basiliani di S. Agrippino. A canto di detta fonte, che conteneva le ceneri di S. Agrippino, era nel mezzo dell’altare un’altra cassa di marmo lunga palmi due, alta uno palmo, della quale nel mezzo era una divisione del medesimo marmo che formava due lochetti larghi once undici l’uno e e larga un palmo in ciascheduno de quali era una cassetta di piombo, in una delle quali era il corpo di Santo Eutichete, e nell’altra quella di Santo Acuzio, e nella medesima cassa di marmo, in fronte di una parte era inciso Corpus Sancti Eutychetis Martyris,  e nell’altra Corpus Sancti Acutj M;artirij, e similmente era inciso sopra le casette di piombo. Aperte dette cassette, si trovarono piene di ossa e ceneri di detti santi, e sigillate di nuovo si mandarono riverentemente nel reliquiario della sacrestia, in custodia. chiuse con due chiavi, secondo l’antico solito. Si aperse ancora la cassettina di argento, che era custodita nel mezzo della mensa dell’altare, sigillata col sigillo del Cardinal Gesualdo Arciv.o lunga once quattro, larga once tre, alta once due, in cui erano involte in carte ligate con piccole fettuccine di color rosso, e in tutte era sopra scritto, in una Sancti Agrippini Episcopi, in altra Santi Eutychetis Martyris, nella terza Sancti Acutij Martyris, e nella stessa cassettina era chiusa l’autentica in forma sottoscritta di propria mano del medesimo Cardinale Arciv. Gesualdo, e tale si conserva…”.

La relazione della ricognizione canonica del 1741, che elenca le reliquie ritrovate nella cassa dell’antico Altare trecentesco del duomo,. trasferito con il suo contenuto sull’abside dall’arcivescovo Gesualdo nel 1599, conferma quanto da lui trovato: le Reliquie dei Santi Eutiche ed Acuzio, accanto a quelle di Sant’Agrippino.

La cassettina d’argento citata nella ricognizione del 1741, non è stata più trovata e mancano l’urna marmorea bisoma che conteneva le reliquie  dei Santi Eutiche ed Acutio e la fonticella marmorea munita di coperchio che conteneva quelle di Sant’Agrippino.

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Fronte dell’urna bisoma di cm.50, in un disegno allegato al citato testo del sac. Cosimo Stornaiuolo.

Gennaro Aspreno Galante (1843-1923) canonico capitolare di Santa Restituta, letterato, filologo, storico, archeologo, descrive i reliquiari dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio, da lui osservati murati nel postergale dell’Altare maggiore del duomo e riporta le scritte dedicatorie e identificative che erano incise su entrambi, che poi Franco Strazzullo riporterà in maniera corretta, interpretandole filologicamente (Cfr. G.A.Galante, Guida Sacra della città di Napoli, Napoli 1874; Cfr. Franco Strazzullo, Neapolitanorum Ecclesiae Cathedralis Thesaurus, Napoli, 2000).

Ma per la descrizione dei reconditori marmorei, smarriti, ritengo più conveniente riportare il testo del Canonico Cosimo Stornaiulo (cfr. Sac. Cosimo Stornaiulo, Ricerche sulla storia ed i monumenmti dei SS. Eutichete ed Acuzio, martiri puteolani, Napoli 1874).

“…in una fornice dietro l’altare sopra un imbasamento di fabbrica è collocata la bifida cassa, di cui apparisce il solo frontespizio, poiché i laterali e il dorso sono murati nell’altare. E’ divisa in due sezioni, tra colonnette scanalate l’adornano, una nel mezzo e due agli estremi, sul capitello delle quali tre belli fogliami di acanto tagliano la zona. 

La smarrita fonticella marmorea che contenne le Reliquie di Sant’Agrippino.

al disopra è collocata la vaschetta di Sant’Agrippino, nascosta per un terzo nell’altare. Nella parte della zona che divide superiormente il compartimento diritto del bifido loculo a piccoli caratteri leggesi inciso

HIC  SCS  EUTICI MART

In quello che chiude il sinistro:

          + HIC SCS ACUTIUS MART

Sulla faccia poi dell’urna sono due epigrafi di diverso tempo, scritte per disteso così da occupare l’uno e l’altro compartimento, la superiore  appena tracciata è scritta a color nero, per modo che molte lettere specialmente a sinistra sono svanite:

+ SCOR . HIC  . RECO          NDT                                                                                        MARTYRI  UTICETIS          AIO                                                                                      APOTEOLANO TRANS          LAT…………..PO

L’epigrafe inferiore incisa con molta precisione è ugualmente segnata a nero, e dice:

          IN  HAC  BIPHIDA  CAPSA          CORPORA  SS.  MM:                                                    EUTYCHETIS  ET  ACUTII           ANN.  FERE  DCCCC                                                                                                        QUIEVERUNT

…Osserviamo inoltre non essere quest’urna quella ritrovata a Pozzuoli ma fu fatta a bella posta da Stefano II …..I caratteri sono appunto del tem,po di Stefano II (sec. VIII), lo stile però dell’urna è così semplice ed elegante, che non risente quasi della decadenza dell’arte. Le tre diverse iscrizioni accennano alle tre principali date d’invenzione delle sacre reliquie; cioè del sec. VIII sotto Stefano II, del sec. XVI in fine (1599) sotto il C atrd. Alfonso Gesualdo, e del 1741 sotto lo Spinelli. La prima che è incisa nella zona superiiore a piccoli caratteri, indica il nome dei due martiri in quel loiculo rinchiusi, senz’altra giunta che di una piccola croce che vi messa da Stefano II. Si noti la lettera M arrotondata di soverchio, che accenna al tempo di Stefano, poiché, tardi prevalse il gusto di rotondeggiare i gambi delle lettere , la forma dell’ E lunata e semiocircolare raramente usata prima del sec. V, si rese poi molto comune  nei secoli posteriori……La croce non manca quasi mai al principio delle iscrizioni soprapposte alle urne dei Santi, sostituita certamente agli antichi simboli cimiteriali…..Intorno alla seconda epigrafe , essa è del tempo del Card. Gesualdo (1599), né possiamo rimandarla al tempo della edificazione del duomo, poiché allora sarebbe stata iscritta a caratteri franco gallici. Gesualdo trasferì l’altare maggiore dal mezzo della crociera sulla tribuna, nella quale occasione dovettero senza dubbio muoversi le due urne, e fu quindi sul bifido sarcofago rinnovala la memoria dei due corpi ivi rinchiusi: La mutila iscrizione si supplisce agevolmente così:

                        S. COR(PORA)  HIC  RECO       NDIT(A FUERUNT SS.)                                                     MARTYR(UM EU)TICETS        ATQ(UE ACUTII)                                                                  A POTEOLANO TRANS        LAT(A NEAP)PO(LIN)                                                              

…..La terza epigrafe vi fu scritta a tempo del restauro di Spinelli per memoria dei posteri, e si noti la diligenza di quegli uomini dotti, i quali sull’urna di Sant’Agriipino così scrissero, IN HOC FONTICULO SANCTI AGRIPPINI CINERES QUIEVERUNT ANN. 900, mentre sull’urna dei SS. Eutichete ed Acuzio: IN HOC BIPHIDA CAPSA SS. EUTICHETIS ET ACUTII CINERES QUIEVERUNT ANNOS FERE 900. Dal tempo che S.Giovanni IV trasferì nella Stefania il corpo di S. Agrippino (cioè del 843 all’850) fino al restauro dello Spinelli (1741-44) passano giusto 900 anni…Ma per i Santi Eutichete ed Acuzio erano passati più di 900 anni, dappoiché la traslazione de’ loro corpi fu fatta da Stefano II più di un 44 anni prima di S. Giovanni, e perciò  nell’epigrafe vi è aggiunto il FERE…Un finestrino al dorso dell’altare mostrava il sacro deposito, una lampada rischiarava il fornice, ed una lapida messa in fronte dell’altare dal Gesualdo ricordava le sacre reliquie…Anche questa fu serbata dall’accurato Spinelli, e vedesi ora nell’imbasamento che sostiene l’urna bisoma e dice:

                HIC  IACENT  CORPORA  S: AGRIPPINI                                                                            EPISCOPI  ET  CONF.  PATR.  NEAP.                                                                              ET  SS  EUTICHETIS  ET  ACUTII  MM.                                                                                     SOCIORUM  S.  IANUARII. 

Anche questa lapide, come i reconditori, è andata smarrita negli anni 1969-72..

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Le reliquie dei Santi sono da sempre considerate come un bene prezioso e la Chiesa da sempre ha orientato la sua attività liturgico-pastorale anche verso di esse, con la preoccupazione che il culto tributato non fosse inquinato da falsificazioni di reperti, compravendite, speculazioni di varia natura, assai frequenti nel passato non assente oggi e perché non cadesse  nella banalizzazione per cui l’esposizione e la venerazione e il deposito all’interno degli Altari è stato da sempre accompagnato da documenti di autenticità rilasciati dalle Autorità competenti, l’Ordinario del luogo e persona esplicitamente autorizzata per tali dichiarazioni.

In alcuni casi però possono mancare documenti scritti e supplisce la provata diuturna tradizione, avallata anche dalle varie ricognizioni canoniche dei resti mortali richiamate in documenti probanti che quasi sempre sono conservati negli archivi storici diocesani, quando non sono riposti accanto alle reliquie stesse, documenti che registrano anche  eventuali asportazioni e trasferimenti.

Nel caso delle reliquie poste nell’antico Altare del duomo , ricollocate nello scenografico Altare settecentesco e oggi riposte nel nuovo Altare mensa garantisce la loro autenticità la tradizione che riporta la loro collocazione fin dall’VIII-IX secolo, in onore, all’interno della basilica paleocristiana detta Stefania, gemina della basilica cattedrale paleocristiana detta di Santa Restituta; lo loro certa provenienza, quelle di Sant’Agrippino dalla catacomba napoletana e quella dei santi Eutiche ed Acuzio, dall’erea puteolana, documentata anche nel Gesta episcoporum neapolitanorum di Giovanni Diacono.

Il mio lavoro presenta limiti, difetti, carenze e forse imprecisioni e frequenti ripetizioni di parti di documenti, dovute alle caratteristiche della materia trattata.

Ripetizioni però, utili per la consultazione dei singoli documenti richiamati.

Auspico il ritrovamento degli antichi reconditori marmorei delle reliquie dei Santi Agrippino, Eutiche ed Acuzio.

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FONTI:

Franco Strazzullo: Saggi storici sul duomo di Napoli – Restauri del duomo di Napoli tra ‘400 e ‘800 – Neapolitanae Ecclesiae, Cathedralis Inscriptionum Thesaurus.

Roberto di Stefano: La Cattedrale di Napoli.

Gennaro Aspreno Galante: Guida sacra della città di Napoli

Giovanni Diacono: Gesta episcoporum neapolitanorum

Luigi Fatica: Il calendario marmoreo napoletano

Cosimo Stornaiulo: Ricerche sulla storia ed i monumenti dei SS. Eutichete ed Acuizio,                                   martiri puteolani.

Tino d’Amico: La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “vestibolo del paradiso”                        in: tinodamico.wordpress.com

Archivio storico diocesano di Napoli, Atti di Sante visite.

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L’unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: IL PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM.

di Tino d’Amico

 

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A mio nipote Mattia Pio

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Il listello che fu il campione della unità di misura lineare bizantina ed a cui, nei vari periodi della nostra storia, in ogni contratto commerciale, i contraenti dovevano rapportarsi e citare a garanzia da ogni frode, definito nei rogiti PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM, è incastrato nella colonna d’angolo del pilastro maggiore di sostegno all’arco trionfale del duomo angioino, al termine della navatella del Salvatore, a lato del dossello dell’antico trono vescovile.

Il listello fu incastrato, durante il governo ducale bizantino della Città, in una colonna della basilica dedicata al Salvatore e detta Stefanìa, gemina, sussidiaria della cattedrale costantiniana dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, in esecuzione di uno dei capitolati della Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, emanata da Giustiniano I (482-565), imperatore di Bisanzio dal 527, “…per porre rimedio ai mali che la tyrannorum bellica confusio e la gothica ferocitas…” avevano portato all’Italia durante la guerra gotica (535-553), e con lo scopo di riaffermare i diritti dei proprietari da ogni usurpazione; alleggerire la pressione tributaria; riordinare il sistema dei pesi e delle misure; più equamente amministrare la giustizia; riordinare l’annona; disciplinare il corso della moneta.

Presunto ritratto dell’imperatore Giustiniano (482-565) – Ravenna –  Mosaici della basilica di San Vitale.

Con la emanazione della Pragmatica Sanctio, Giustiniano promulgava in tutti i territori dell’Impero il suo Corpus Juris Civilis, del 524, che nella Novella CCXXVIII, Capo XIII, V, stabiliva il nuovo sistema dei pesi e delle misure, abolendo il precedente confusionario sistema dei re goti che diversamente e arbitrariamente applicato nei loro territori  e quindi anche in Italia , favoriva nel commercio e nella raccolta dei censi da parte dei feudatari e degli appaltatori dei beni ecclesiastici, la frode nei confronti del popolo minuto.

Il Corpus Juris stabiliva anche che all’interno delle principali chiese di ogni città dell’impero, doveva essere conservato un listello canonico della unità di misura lineare, affinché ognuno potesse rapportarsi ad esso in ogni controversia, rescritto confermato dalla Pragmatica Sanctio, uso questo conservato anche in epoche successive, dai longobardi e negli Stati italiani, fino alla definitiva applicazione del sistema decimale francese, adottato progressivamente in Europa, in età napoleonica e poi universalmente accettato per la sua praticità, abolito con il recepimento del sistema internazionale unico della misure, del 1960.

I territori dell’Impero bizantino alla morte di Giustiano I (565).

Il listello, oggetto di questo studio, è l’unico esemplare superstite di tanti listelli canonici della unità di misura lineare, posti nelle chiese principali delle città dell’Impero bizantino, sottoposte, in Italia, alla autorità dell’esarcato di Ravenna o dello stratega di Sicilia, sostituiti poi nel tempo, con nuovi diversi campioni, posti in luoghi istituzionali cittadini, anch’essi andati perduti, con la modifica dei sistemi di misura.

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Tra la fine del V e gli inizi del VI secolo dopo la conquista da parte di Belisario (500 ? – 555) agli ostrogoti, Napoli divenne un ducato bizantino e rimase tale dal 536 al 1139.

Presunto ritratto di Flavio Belisario (500? – 565) – Ravenna – Mosaici della basilica di San Vitale.

A questo periodo corrisponde anche la costruzione della basilica dedicata al Salvatore e detta Stefanìa , la cui esistenza ancora oggi è controversa: per alcuni essa è la stessa basilica costantiniana dedicata ai Santi Apostoli, che venne ridedicata al Salvatore, e poi detta di Santa Restituta, per altri è la sua basilica gemina.

Secondo il Chronicon Episcoporum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, redatto da Giovanni, diacono della chiesa napoletana di San Gennaro (all’Olmo) (fine IX-inizi X secolo), il Vescovo di Napoli Santo Stefano I (prima del 499-dopo il 501) “…fecit basilicam ad nomen Salvatoris, copulatam cum episcopio…” eretta, quindi, accanto alla più antica basilica cattedrale costantiniana, costruita tra il 324 e il 335, dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore dal V secolo e detta di Santa Restituta, dopo l’VIII secolo, perché nell’antico Oratorio di Santa Maria del Principio, del II secolo, inserito nell’edificio costantiniano, e realizzato in quella che la leggenda riteneva essere la casa del Vescovo Sant’Aspreno (metà del II secolo), fu inumata una parte considerevole delle reliquie del corpo della Santa africana, trasferite da Ischia e poste inizialmente nella catacomba napoletana, per poi essere deposte nella basilica cattedrale, nell’845 da San Giovanni IV detto lo Scriba, Vescovo di Napoli dall’842 all’849, che trasferì dalla catacomba i corpi dei Santi Vescovi napoletani ponendoli in onore nella ricostruita basilica detta Stefanìa.

S

Napoli – Duomo – Basilica cattedrale costantiniana detta di Santa Restituta – L’interno così come appare oggi dopo le trasformazioni di età angioina e settecentesche.

La basilica Stefanìa fu distrutta da un incendio e ricostruita dal Duca-Vescovo  di Napoli Stefano II (767-800) “…ac deide totius populi forti roboratus adjutoris, eadem renovavit Ecclesiam…”. Cfr. (Chronicon…, op.cit).

Il complesso degli edifici napoletani in epoca tardo antica e alto medioevale, andò ad occupare uno spazio decentrato rispetto al foro, spazio che si trasformò ben presto nell’insula quadrupla che si estende per circa 30,000 metri quadrati, compresa tra il cardine Nord-Sud, oggi via duomo, e il cardine ad plateam capuana (Via sedil capuano), similmente orientato e da Est ad Ovest, tra il decumano superiore, nel tratto di somma piazza (largo Donnaregina) e il decumano medio (via tribunali) nello spazio della platea capuana (largo Cardinale Sisto Riario Sforza).

L’area risultante, già interessata da un primitivo insediamento cristiano, fin dal costituirsi in epoca tardo antica, andò a fagocitare le adiacenti insule minore, inglobando tratti di tre cardini più un vicus obliquo, che da somma piazza si immette ancora, anche se non più percorribile perché corte interna degli edifici capitolari, nel cardine denominato via duomo, configurandosi già nel VII-VIII secolo così come appare oggi.

Elaborazione grafica dell’area archeologica del duomo di Napoli dell’archeologo Tarallo, del 1931 – E’ evidenziato il “vicus obliquo” da “somma piazza” verso via duomo, le due basiliche affiancate e “l’atrio paleocristiano”, sotto il palazzo arcivescovile, oggi in fase di recupero e studio.

Il vicus obliquo, costituiva l’accesso al primitivo insediamento cristiano e al successivo complesso costantiniano della basilica detta di Santa Restituta.

Nell’insula compresa tra il vicus obliquo  e il tratto superiore del cardine scoperto negli anni ’70 del passato secolo, nell’area occupata oggi dal palazzo arcivescovile, dall’ex Istituto Calasantio e dagli ambienti in uso dal Capitolo Cattedrale di Napoli, accanto agli edifici preesistenti, forse termali, ed un tempio, furono costruiti i primi edifici di culto e poi in epoca costantiniana la basilica dedicata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta, con ingresso dallo stesso vicus obliquo, il battistero e gli altri edifici tardo antichi recentemente individuati, e successivamente la sua basilica gemina, dedicata anch’essa al Salvatore e detta Stefanìa, separate dal citato cardine scoperto negli anni ’70 e che costituirà poi l’accesso alla cittadella vescovile (Cfr. Tino d’Amico, L’indradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, in: il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com).

Solona – Le basiliche gemine – Da: L. Crema, Manuale di storia dell’architettura antica, Milano,1967.

Le basiliche gemine erano diffuse nei complessi episcopali paleocristiani: le due aule destinate al culto, affiancate, spesso avevano in comune il battistero, come a Napoli, anche se poi si riscontra in alcuni casi una diversa disposizione.

Pare che le basiliche gemine facessero parte di un progetto unitario, anche se realizzate in epoche diverse non lontane nel tempo e la loro funzione risultasse essere complementare alle due aule, sul piano liturgico.

Comunque non è certa una risposta unica sul loro uso che appare diversamente organizzato nel tempo e nei luoghi: probabilmente, a Napoli, una delle due aule era destinata al culto Eucaristico e l’altra alla amministrazione dei Sacramenti.

Ma certamente una delle due svolgeva un ruolo principale di Cathedrae matricis, distinta dall’altra di ruolo inferiore, ruolo principale che gli derivava dalla presenza della Cattedra del Vescovo e utilizzata per questo motivo come luogo della pastorale diocesana e quindi non soltanto dall’essere Ekklesia della cittadella vescovile.

Il Calendario marmoreo della Chiesa napoletana, scolpito nel IX secolo (847-877), per la basilica di San Giovanni Maggiore, fu redatto negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV o, forse, del suo successore Sant’Atanasio I (850-872), in un periodo storico caratterizzato dal progressivo allontanamento del ducato napoletano da Bisanzio, iniziato dal Duca-Vescovo Stefano II, che abdicò dal governo civile della Città a favore del figlio Gregorio, ed il progressivo avvicinamento a Roma, assegna al giorno 1 dicembre la memoria della DEDIC(azione) (della) BASILI(ca) STEFAN(ia), ovvero di STEFAN(o Vescovo), (Cfr. L.Fatiga, Il Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli, Napoli 1997).

Napoli – Duomo – Area archeologica – Il Calendario Marmoreo – Particolare.

La citazione della memoria liturgica della dedicazione della basilica detta Stefanìa, piuttosto di quella della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, fa supporre che al tempo della redazione del Calendario Marmoreo (IX secolo) la basilica dedicata al Salvatore, detta Stefania, ricoprisse un ruolo preminente rispetto alla basilica cattedrale detta di Santa Restituta.

Ruolo preminente che gli derivava dalla presenza nella Città ducale bizantina di un clero greco e di un  Vescovo-Duca bizantino, pur in presenza di un progressivo allontanamento del governo cittadino da Bisanzio.

E questa dovette essere la ragione per cui il Passus Ferreus fu posto nella basilica detta Stefanìa, di rito greco, piuttosto che nella basilica detta di Santa Restituta, di rito latino.

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Mons. Gennaro Aspreno Galante (1843-1923), docente, storico archeologo, nel volume Guida Sacra della città di Napoli, Napoli 1872, riferisce una notizia ripresa da Francesco Ceva Grimaldi (Cfr. Memorie storiche della città di Napoli, Napoli 1857): l’Arcivescovo di Napoli, cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754), durante i lavori di abbellimento del duomo angioino dopo il disastroso terremoto del 1731/32,  lavori iniziati dal suo predecessore l’Arcivescovo Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734), avrebbe fatto traferire dalla cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy, la seconda della navatella di Sant’Aspreno, e incastrare nel pilastro maggiore di sinistra, di sostegno all’arco trionfale, la colonna scanalata che sopportava da tempo immemorabile il Passus Ferreus.

Napoli – Duomo – Il PASSUS ancora incastrato nella colonna d’angolo del pilastro maggiore, al termine della navatella del Salvatore, accanto al dossello del trono vescovile.

Del Passus, però, scrive il Summonte (Cfr. Historia della città di Napoli e del Regno di Napoli, Napoli MDCCLXIII) che, nel pilastro maggiore sinistro “…verso la porta si scorge un pezzo di ferro affisso in alto che per antica tradizione si ritiene essere la vera  misura del Passo Napoletano, questo passo viene nominato in molti antichi strumenti e in particolare in uno del 1260 stipulato sotto re Manfredi… è di sette palmi e un terzo. Non mancano documenti anteriori che attestano l’uso di questo passo in Napoli e dintorni come regolo campione anche prima dei re svevi e normanni. Uso questo non esclusivo della Chiesa di Napoli…”..

La notizia riportata dal Galante e prima ancora dal Ceva Grimaldi, appare inesatta, se confrontata con quanto affermato dal Summonte e dal de Lellis, che muore a Napoli nel 1688, (Cfr. Aggiunta alla Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo) e che nel suo manoscritto redatto intorno al 1654, riferisce della presenza del Passus già incastrato nella colonna scanalata di rinforzo al pilastro maggiore sinistro della crociera, di fronte alla porta di accesso al cortile di collegamento con il palazzo arcivescovile e l’antico seminario, “…nello stesso piliero, dalla parte di dietro e che riguarda l’ala della chiesa, vedesi affisso il il passo di ferro alla misura del quale misurar si deve da’ napoletani cittadini, nella loro città e distretto,e da tutti gli altri contraenti che a tal misura si sottopongono, dicendo il Chioccarello, trattando dell’arcivescovo Umberto di Montauro (1308-1320,nda), nella fine, che tal passo da’ tempi antichissimi fu dato a conservare alla maggior chiesa di Napoli…”, reperto non menzionato nella descrizione del duomo del d’Engenio Caracciolo, menzionato invece da Bartolomeo Chioccarello (1575-1647), (Cfr. Antistatum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae catalogus ab apostolorum temporibus ad hanc usque nostram aetatem, et ad annum 1643) e da Carlo Celano (1625-1693), (Cfr. Notizie del bello, dell’antico e del curioso della citta di Napoli per i signori forastieri…, Napoli 1692), e da altri autori.

E’ noto attraverso la letteratura che colonne provenienti dalla distrutta basilica detta Stefanìa e dalla ridimensionata basilica cattedrale detta di Santa Restituta, a loro volta provenienti da un tempio sacro ad Apollo (Cfr. Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1950 – Cfr anche: Bartolommeo Capasso, Napoli greco-romana, Napoli 1905), o comunque da edifici termali di epoca greca e romana esistenti nell’area che poi verrà occupata dal complesso episcopale napoletano ricca, di acque sorgive, furono utilizzate fin dall’inizio dei lavori di costruzione del duomo angioino per rinforzare i pilastri che i terremoto del 10 settembre 1349, che provocò il crollo parziale della facciata dell’edificio, aveva dissestato, aggravando una situazione pregressa dovuta anche all’utilizzo di materiali e malte scadenti, come riferisce Mario Gaglione in: Crolli e ricostruzioni della Cattedrale nel trecento; Estratto da: Archivio storico per le province napoletane CXXVI dell’intera collezione, che trae le notizie relative ad un improvviso crollo di parti considerevoli del duomo angioino e di un generale collassamento della struttura, il giorno 1 aprile 1343, indipendentemente da eventi sismici, dovuto all’utilizzo di malte e materiali scadenti nella costruzione, sono in una supplica dell’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327-1358), al Papa Clemente VI (1342-1352), conservata nel faldone dei Registri delle suppliche, dell’Archivio Segreto Vaticano.

Il posizionamento della colonna, in origine scanalata con il Passus incastrato in essa a rinforzo del pilastro maggiore sinistro, dalla parte della navatella del Salvatore, secondo alcuni autori, corrisponderebbe a questa generale attività  di consolidamento e non risponderebbe ad attività di restayling attuate in epoche diverse, non riscontrabili, come qualcuno invece ritiene.

Questi autori non considerano invece la più probabile esigenza di conservare il listello canonico della unità di misura lineare bizantina, ancora in uso in età angioina, dove fu posto in antico, presso l’abside della basilica detta Stefanìa, posizionandolo nel nuovo edificio nello spazio sacro, accanto ad un simbolo del potere, il trono vescovile, che ne garantisse con la sacralità, la regolarità dell’uso, considerando piuttosto il supporto storico, la colonna, anche come utile rinforzo del pilastro maggiore.

Il Passus, afferma Ceva Grimaldi (cfr. Op.cit:) e con lui il Galante (Cfr. Op.cit:) era già da tempo incastrato in una colonna scanalata, presso la cappella di patronato della famiglia Caracciolo-Pisquizy, da lì trasferita e murata nel pilastro maggiore sinistro del duomo.

Notizia fantasiosa questa: entrambi riportano quanto altri hanno affermato nel tempo, ipotizzando immotivati trasferimenti del reperto, che certamente non avevano mai visto nei pressi della cappella dei Caracciolo-Pisquizy, e che invece non  hanno voluto volontariamente osservare accanto all’antico dossello del trono vescovile.

Il Passus fu incastrato in età ducale nella prima colonna a sinistra guardando l’Altare della basilica detta Stefanìa, nella stessa colonna, nell’area sacra dell’edificio, che ne garantiva la autenticità.

Pianta del duomo di Napoli, elaborata dall’archeologo Mons. Alessio Simmaco Mazzocchi, disegnata dal Sersale.

Il Ceva Grimaldi (Cfr. Op.cit) riferendo il posizionamento della colonna che sopporta il Passus in altro luogo, lo fa per affermare anche l’origine della autorità amministrativa pubblica del Collegio Canonicale di Santa Restituta, che non riconosceva al Collegio degli Ebdomadari, la fondazione giuridica atanasiana (sec. IX) negando anche l’esistenza della basilica gemina della cattedrale detta di Santa Restituta, la basilica detta Stefania, che secondo gli archeologi del passato, avrebbe avuto l’ingresso dal decumano superiore e che invece recenti scoperte nell’era archeologica della cittadella vescovile, fanno pensare ad  un altro ben diverso orientamento.

Il Liber Pontificalis (cfr. Op. cit) riferisce che il Vescovo Sant’Atanasio I ordinò tredici arazzi con scene evangeliche da sistemare negli intercolumni e nell’arco trionfale: “…Eodem enim opere (acu pictili) in ecclesia Stephania tredecim pannos fecit, evangelicam in eis depingens historiam; quos iussit de columnarum capitibus ad ornamentum pendere..”. 

Non è questo certamente il luogo per esprimere e confutare teorie sul dibattito circa l’esistenza o meno della basilica detta Stefanìa, ma da documenti antichi emergono probandi argomentazioni.

La basilica gemina della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, la Stefanìa, costruita da Stefano I (496-?) fu distrutta da un incendio, ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal duca e Vescovo Stefano II (756-789).

Nel 512 ci fu un violento terremoto di origine vulcanica che sconquassò Napoli; e poi la guerra gotica, l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edifici della cittadella vescovile, alla basilica detta Stefania e certamente anche alla parallela adiacente basilica detta di Santa Restituta, che dovette anche essa essere restaurata, se non addirittura parzialmente ricostruita fra l’VIII e il IX secolo, subendo forse nell’impianto planimetrico la totale modifica con la rotazione del suo asse di 180 gradi, e certamente fu dotata di una facciata monumentale verso Sud realizzata al posto della antica abside, e di uno spazio esterno porticato.

Immagine a “volo d’uccello” della ideale collocazione delle due basiliche napoletane, la cattedrale detta di Santa Restituta e la gemina detta Stefania.

Ipotesi proposta nella metà del ‘700 dal Canonico Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e pubblicata insieme ad alcune planimetrie del cartografo Sersale da A. Franchini nella seconda metà del ‘700 (Cfr. A. Franchini, Memorie intorno al sito della Chiesa Cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una, pubblicata a Napoli tra il 1750 e il 1754), è forse anche all’origine della tesi della presenza del Passus presso la cappella di patronato dei Caracciolo-Pisquizy, già oggetto di dissertazioni dai primi anni del ‘700 e che comunque citati autori non viderro mai in quel posto, perchè come affermato da altri autori, essa è da sempre murato con la colonna che lo sopporta, scanalata e poi lisciata nell’800, nel pilastro maggiore sinistro del duomo angioino.

Per il Ceva Grimaldi e per il Galante il Passus fu posto nei pressi della antica abside della basilica detta di Santa Restituta che secondo anche il Mazzocchi, si sviluppava circa nell’area occupata poi dalla costruzione angioina.

Ma costoro, raccogliendo notizie sparse, anche tradizioni orali, non riconoscendo l’esistenza della basilica detta Stefanìa, confondono le absidi antiche della cattedrale costantiniana, con le absidi della basilica sua basilica gemina, dove il Passus probabilmente fu posto in età giustinianea e da dove fu rimossa con il suo supporto e riposizionato, nella stressa area, nel pilastro maggiore sinistro dell’edificio angioino.

il reperto, sostenevano, si sarebbe trovato dopo la ricostruzione della basilica costantiniana in un luogo esterno ad essa.

Ipotsi assurda perchè al tempo della probabile modifica dell’assetto planimetrico della Santa Restituta  o della sua ricostruzione o ristrutturazione, il Passus costituiva ancora il listello canonico di raffronto della misura lineare, e Napoli era ducato bizantino al tempo del rescritto giustinianeo, lo era ancora nell’VIII- IX secolo e la basilica Stefanìa. svolgeva un ruolo preminente come sede vescovile del duca-Vescovo bizantino, in contrapposizione al clero romano.

Una diversa collocazione del Passus equivaleva a stravolgere il rescritto giustinianeo e la sua collocazione nel duomo angioino è giustificata dal suo utilizzo, anche in età angioina, come unità lineare di raffronto giuridica, nelle compravendite.

Planimetria generale del duomo di Napoli – Si evidenzia, in pianta, il luogo dove è murato il Passus.

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Il 5 dicembre 1456 un forte terremoto danneggiò il duomo e molti edifici cittadini (cfr. Matteo Villani, Historie; Cfr. B. Chioccarello, (op.cit); Cfr. San Giacomo della Marca (1393-1476), Sermone “de Anticristo” – Sermone “de adventu turcorum”), 

Nella torre angolare sinistra della facciata del duomo, detta tesoro vecchio, in una cappella realizzata al suo interno al tempo di Carlo II d’Angiò, nel 1283, raggiungibile attraverso una scala a lumaca, erano conservate le reliquie dei Santi venerati nel duomo, preziosi arredi, le ampolle con il Sangue di San Gennaro e il Suo cranio nei due reliquiari d’argento dorato fatti realizzare dallo stesso Carlo II nel 1303.

Le preziosissime ampolle caddero in terra e furono ritrovate sotto le macerie della torre miracolosamente intatte, protette da una grossa trave.

Il Sangue di San Gennaro, testimonia San Giacomo della Marca, fu ritrovato duro come un sasso.

Nei documenti che raccontano del terremoto non c’è riferimento ai danni ai due pilastri maggiori e al grande arco trionfale che chiude la navata centrale, risultato ancora integro al tempo degli ultimi lavori di restauro e consolidamento dell’edificio (1969-72)

Napoli – Duomo – Interno: il grande arco trionfale che chiude la navata centrale fotografato da una postazione insolita: dal centro dell’abside.

Furono disposti tempestivamente i piani di ricostruzione dell’edificio che si protrassero fino al 1471, dall’allora Arcivescovo, il Cardinale Rinaldo Piscicello (1451-1457) e continuati dagli Arcivescovi Cardinale Giacomo  Tebaldi (1458-1458) e Oliviero Carafa (1458-1484), con il contributo di Ferrante d’Aragona, del pontefice del tempo, Paolo II (1464-1484), del Cardinale Carafa, del popolo e di alcune famiglie nobili napoletane, che apposero sui pilastri ricostruiti con il loro contributo il proprio stemma, mentre quelli dell’aragonese, del Pontefice e del Carafa furono apposti sulla facciata dell’edificio, da dove poi sono stati rimossi nell’800, quando è stata costruita l’attuale facciata del duomo e sistemati sulla porta secondaria su piazza Cardinale Sisto Riario Sforza.

Napoli – Duomo – Interno: un pilastro della navatella del Salvatore, con ancora incastrato, in cima, lo stemma della famiglia Orsini che ne curò la ricostruzione. (Le famiglie che contribuirono alla ricostruzione dei pilastri della navata, furono nell’ordine: per la  navatella di Sant’Aspreno, Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo-Pisquizy, il pilastro maggiore destro non reca stemma. Sui pilastri della navatella del Salvatore, cominciando dall’ingresso: Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini, Popolo napoletano.

Accanto al dossello del trono vescovile, il settimo pilastro, non reca stemma, perchè restaurato a spese del popolo napoletano.

Il successivo pilastro maggiore, non subì danni e non dovette essere ricostruito: il passus era già incastrato nella colonna scanalata posta a rinforzo del pilastro stesso.

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Alcuni ritengono che il listello oggetto di questo studio non risalga all’età ducale bizantina di Napoli e che invece potrebbe essere stato posto in quel luogo in età angioina, oppure in esecuzione dell’editto aragonese di perequazione dei pesi e delle misure nel Regno di Napoli che stabiliva la collocazione di un regolo, misura lineare canonica, nelle principali chiese del Regno, nelle sedi dei Tribunali e nella Camere Baronali, con le unità di misura canoniche per i pesi e per i liquidi, così come già praticato in antico.

Napoli – Castel Capuano – Cortile interno, dove erano conservate le misure canoniche napoletane, lineari e per i pesi e i liquidi, per ordine di re Ferdinando I d’Aragona.

Nel primo caso gli angioini ereditarono il precedente sistema di misura già in uso nei territori del Regno di Napoli, quello giustinianeo, anche se con alcune modifiche, nel secondo caso, il listello, esaminato nella prima metà dell’800, risulto essere anteriore all’epoca aragonese, come affermato dal Visconti (Cfr. Ferdinando Visconti, Del sistema metrico della città di Napoli e  della uniformità col sistema de’ pesi e delle misure, Napoli, 1838).

Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo, (1364-1458), re di Napoli dal 1432, aveva provveduto alla perequazione dei pesi e delle misure nel Regno; il suo successore Ferdinando I (Ferrante d’Aragona (1424-1494), che regnò dal 1458, con un editto del 1480, emanato per contrastare gli abusi commessi dagli Ufficiali della Camere Baronali nei confronti dei vassalli e dei contadini, nella riscossione dei censi e nella raccolta delle granaglie, ordinò nuovamente la perequazione dei pesi e delle misure in tutto il Regno, uniformandoli a quelle già in uso a Napoli e dispose la collocazione in Castel Capuano, sede anche della Vicaria, delle misure canoniche di riferimento per i pesi, i liquidi e lineari, incastrate e incavate in in supporto di pietra ancora visibile nella prima metà del ‘700, quando in una supplica del 1778 sulla uniformità dei pesi e delle misure, diretta a Ferdinando I di Borbone (1751-1825), re del Regno delle due Sicilie con il nome di Ferdinando IV dal 1759, veniva citata la iscrizione che, incisa sulla pietra, ne autenticava i campioni incastrati e incavati in essa:

FERDINANDUS. REX. IN. UTILITAT  /  EM. RE. P. HAS. MENSURAS, PER. MAGIST  / ROS. RATIONALES. FIERI. MANDAVIT.

Ritratto di Ferdinando  I d’Aragona (Ferrante d’Aragona, 1424-1494) re di Napoli dal 1458.

Ferdinando Visconti (Cfr. Op.cit) riporta una descrizione dettagliata del Passus, rimosso temporaneamente dal suo antico supporto e riposizionato qualche decennio dopo, nella prima metà dell’800: “…Entrando nel duomo di Napoli, si vede nella faccia posteriore dell’ultimo pilastro a sinistra, un’asta di ferro nel pilastro medesimo, la quale per antica tradizione si crede da tutti che sia la misura del passo agrario di Napoli che è di palmi sette e mezzo: Tale sorta di campione è infisso molto in alto, e disposto in situazione verticale, talechè incomodissima cosa sarebbe il misurarlo con quella scrupolosa esattezza che al caso nostro si converrebbe senza staccarlo dal pilastro suaccennato. Una tale circostanza fu forse cagione perché la Commissione del 1811 non fece alcun conto alcuno di cotesto campione del duomo: Intanto nel mese di maggio 1837 si volle restaurare l’interno del duomo, ed in tale occasione il suddetto campione fu distaccato dal suo pilastro, e deposto nella sagrestia ove fu conservato. Si ebbe allora tutto l’agio di osservarlo e di misurarlo ciocche fu da noi praticato. Le estremità di quest’asta di ferro sono ricurve quasi ad angolo retto, ma senza formare un angolo preciso, giacchè i vertici sono ritondanti, e ciascuno presenta presso a poco il quadrante di un circoletto che avesse circa un’oncia di raggio. Ad una estremità si distingue un vestigio d’impiombatura da potersi col suo mezzo fissare con una certo precisione il punto della superfice esteriore dell’asta di ferro ove questa s’internava nel pilastro. L’altra estremità si osserva monca, perché la parte ch’era nel pilastro vi era rimasta infissa, e parea che quella rottura fosse stata recente. Tutta l’asta suddetta, sebbene apparisse molto antica, pure non sembra che la sua antichità possa giungere oltre i 500 anni, siccome alcuni credono: mentre essendo stata esposta per un tanto decorso di tempo… Attualmente però quel campione del duomo è stato reso del tutto inutile al suo oggetto, poichè avendolo di nuovo infisso nel pilastro dal quale era stato distaccato, ve lo hanno tanto internato che la sua esteriore superfice appena risalta su quella del pilastro, e quindi la sua lunghezza non è più quella che aveva prima che fosse distaccata…”.

Nel 1811 si costituì una commissione ed una successiva nel 1832, che presentò un progetto di sistema metrico uniforme nel Regno di Napoli.

Raccolse anche il parere favorevole del Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni, ma il progetto falli incontrando la opposizione del ceto nobiliare e mercantile che ancora in quegli anni imponeva pesi e misure falsate.

La testimonianza del Visconti conferma ulteriormente la nostra tesi circa la autenticità e la antichità del reperto e contraddice quanto affermato dal Ceva Grimaldi e dal Galante (Cfr. Op.cit.) confermando al presenza del passus infisso nella colonna incastrata nel pilastro maggiore di sinistra, fin dal tempo della costruzione dell’edificio angioino.

L’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Giuseppe Spinelli dal 1734 al 1754, promosse un’azione di restauro del duomo, continuando l’opera già iniziata dai suoi predecessori, urgente per i gravi dissesti provocati da due terremoti, nel 1731 e nel 1732.

Ritratto dell’Arcivescovo di Napoli Giuseppe Spinelli (1734-1753), Amministratore Apostolico dal 1753 al 1754, creato Cardinale nel 1753.

Il restauro dell’edificio, sospeso e poi continuato dai suoi successori, fu nuovamente interrotto per le vicende politiche del 1799 e la successiva occupazione francese; fu ripreso poi dall’Arcivescovo Cardinale Filippo Giudice Caracciolo (1833-1844), che promosse l’abbellimento interno del duomo, citato dal Visconti.

In quella occasione fu rimosso l’intonaco dai muri e dalle colonne, alle quali fu dato il lucido e molte di esse private della scanalatura antica, e furono coperti di marmi anonimi i pilastri.

Fu un vero disastro per il duomo, perchè molti preziosi marmi, opere d’arte, cimeli ed epigrafi andarono perduti.

Il passus come racconta il Visconti, fu rimosso dal supporto antico e riposizionato dopo avere tolta la scanalatura alla colonna, al termine dei lavori di abbellimento interno del duomo, completati non dall’Arcivescovo Giudice-Caracciolo, ma dal suo successore l’Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sorza (1845-1877) e fu scelta oculata, quella di rimuovere temporaneamente il reperto dal suo supporto: durante l’ultimo intervento di consolidamento e restauro del complesso vescovile (1969-72), qualcuno non conoscendone il valore storico, ritenne opportuno rimuovere “…un inutile pezzo di ferro che deturpava una antica colonna…”.

Il passus fu salvato dalla distruzione, dal Canonico Cimeliarca del Collegio Capitolare di Santa Restituta, Mons. Giuseppe Muller (1911-1998), che per puro caso si trovò a passare nei pressi del pilastro maggiore con i tecnici del cantiere, mentre un operaio si accingeva a rimuovere “il pezzo di ferro..”.

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Gli antichi conservavano in un luogo sacro i campioni delle unità di misura, per rapportarsi ad essi perchè, uso comune,  in ogni epoca della storia si frodava nella compravendite.

Nel biblico Libro dei Proverbi (Pr. 20,10) redatto intorno al 700 a. C. e che raccoglie anche detti attribuiti a Salomone (X sec. a.C.) troviamo uno stico che stigmatizza questo comportamento comune allora, come oggi:

Doppio peso e doppia misura  /  sono due cose in abominio al Signore”.

Rotolo della Torah.

A Roma le unità di misura canoniche per i liquidi e per i solidi, erano conservati nel tempio di Giove Tarpeio e le varie contrattazioni di commercio avvenivano invocando la divinità come testimone della genuinità del prodotto e garanzia delle misure.

Il de Lellis (Cfr. Op. cit), riporta una frase che trae da Quinto Remnio Palemone (5 – 65 d.C.), grammatico romano, tratta dalla sua opera Chorus poetarum, (folio 2863):

QUAM NE VIOLARE LICERET  /  SACRAVERE JOVI TARPEIO IN MONTE QUIRITES

Il campione della unità di misura lineare di base, il piede, simile nella lunghezza a quello greco, era conservato invece nel tempio di Giunone Moneta, sul Campidoglio, fatto costruire, secondo la tradizione da Lucio Furio Camillo, dopo la sua vittoria sugli aurunci (345 a.C.).

 Roma – Ricostruzione plastica del tempio di Giunona Moneta, sul Campidoglio.

E’ ricordato perchè in uno spazio recintato accanto ad esso erano allevate le oche sacre alla divinità, che starnazzarono dando l’allarme quando nel 396 a.C. i galli di Brenno posero l’assedio a Roma.

L’epiteto moneta, ossia ammonire, le deriva dal verbo latino monere, riferito all’avviso dell’assedio dato dalle oche capitoline. 

Nel 269 a.C. nei pressi del tempio venne costruita la zecca posta sotto la protezione della dea Moneta (uno degli attributi di Giunone) e all’interno del tempio era conservato il campione di riferimento del piede romano che per questo motivo era detto anche pes monetalis. 

A Pompei, nel muro perimetrale del tempio di Apollo, fu realizzato un ambiente che costituiva l’Ufficio pubblico per il controllo delle misure di capacità, la mensa ponderaria del mercato, come quella conservata nel museo romano della civiltà.

Roma, Museo della Civilta Romana, mensa ponderaria

Le misure della mensa ponderaria pompeiana, quando essa fu realizzata alla fine del II secolo a.C., erano ancora calibrate sul sistema di misura locale, osco, e al tempo di Augusto, quando la Città divenne colonia romana, furono ragguagliate alle unità di misura del sistema romano, come risulta dalla iscrizione apposta sul bordo di essa:

A(ulus) CLODIUS A(uli) F(ilius) FLACCUS N(umerius AUCAEUS N(umeri) F(ilius) ARELLIAN(us) CALEDUS D(uo) V(iri) I(ure) D(icundo) MENSURAS EXOEQUANDOS EX DEC(urionum) DECR(eto). 

Il cui significato è il seguente: “Aulus Clodius Flaccus, figlio di Aulis, Numerius Arcaeus Artellianus Caledus figlio di Numerius, duonviri con potere giurisdizionale (attesero) per deliberazione decurionale a ragguagliare le misure”.

Ma in essa non è stata trovata traccia della presenza di un listello per verificare le misure lineari.

Pompei scavi – La mensa ponderaria.

Probabilmente anche nel foro di Neapolis esisteva una mensa ponderaria nei pressi dell’erarium, individuato da Mario Napoli (Cfr. Op. cit.), nell’area sottostante il transetto della basilica di San Lorenzo Maggiore.

Oppure presso il tempio di Giove, sulla cui area fu costruita la basilica di San Paolo Maggiore, non certamente presso il tempio di Apollo, decentrato rispetto al foro nell’area che sarà poi  occupata dalla cittadella vescovile di Napoli, perchè pesi e misure non fossero falsati e violati.

Napoli – Basilica di San Paolo Maggiore, costruita sui resti del tempio di Giove al foro.

Neapolis, città di origine greca, divenne prima città foederata di Roma, pere circa due secoli (326-90 c:C.) e poi municipio romano, nel 90 a.C. con la lex Julia.

La Città conservò la sua grecità dopo l’aspra reazione che seguì la trasformazione da città foederata, in municipio: Roma dovette autorizzare il permanere, nella ufficialità, della lingua greca e degli usi e costumi greci.

Anche il sistema ponderale in uso nella Città, dovette rimanere nelle attività mercatali.

L’unità di misura lineare fondamentale nel mondo greco fu il piede nei suoi differenti valori. dorico, attico-calcidico, ionico.

“Il rilievo di Salamina” – Il cippo rinvenuto a Salamina, metteva a confronto il piede dorico, il piede attico e il cubito egizio.

Ma le scarse indagini archeologiche condotte nell’area del foro di Neapolis non hanno consentito il ritrovamento di strutture amministrative connesse con l’attività mercatale e strumenti relativi al sistema di misura dei solidi, dei liquidi e lineari romani, certamente perequati con la realtà locale, oppure se la Città, conservando la sua grecità, conservò anche il sistema metrico e dei pesi e delle misure greco.

Nell’84 a.C., Napoli patteggiò nella prima guerra civile per Mario contro Silla.

Con la vittoria di quest’ultimo entrò a far parte definitivamente della romanità, pur conservando le sue tradizioni greche. per lo scarso interesse di Roma nei confronti della Città, abbandonata al suo declini politico ed economico: la città principale della Campania Felix, era Capua, sede della guarnigione militare e del Tribunale.

La città fu vittima delle invasioni barbariche: dal VI secolo d.C. divenne bizantina, con Belisario nel 536, e nel 542 fu occupata da Totila e riconquistata dai bizantini di Belisario.

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Il de Lellis (Cfr. Op.cit.) riferisce quanto legge in Chioccarello (Cfr. Op.cit.), il quale discorrendo della attività politica e pastorale dell’Arcivescovo di Napoli Umberto d’Ormont (1308-1320), riferendo della presenza del reperto, incastrato nel pilastro maggiore sinistro del duomo angioino, dice che: “…tal passo dà tempi  antichissimi fu dato a conservare alla maggior Chiesa di Napoli ..e che anticamente fusse stato costume di conservarsi (nei luoghi sacri ndr.) i pesi e le misure acciocchè dagli huomini perversi e tristi, atterriti dalla religione de’ luochi ne’ quali si conservavano, non fussero violate, e così, i sudditi da pesi e misure ingiuste non venissero gravati…Anzi ciò fu poi con particolar legge dell’imperador Giustiniano stabilito, cioè che tutti i pesi e le misure si dovessero conservare in ciascheduna città…”.

Il riferimento è alla già citata Pragmatica Sanctio Pro Petitione Virgilii che costituì la base della giurisdizione imperiale in Italia per tutto il periodo della dominazione bizantina.

E’ necessario tracciare un profilo di Papa Vigilio e definire significato e valore giuridico di una pragmatica sanctio.

Vigilio, diacono romano, nato certamente negli ultimi anni del V secolo, fu ordinato Vescovo nel 531 e con l’appoggio di Belisario, Papa nel 537, dopo che questi depose Papa Silverio (536-537), costringendolo alla abdicazione e all’esilio sull’isola di Palmaria (isola di Ponza), dove morì lo stesso anno.

Probabile ritratto di Papa Vigilio.

Non è questo il luogo per esprimere giudizi sulla figura e l’operato di questo Pontefice il cui nome è legato alla posizione esitante assunta nella condanna dell’eresia monofisita (548) e la posizione assunta nel giudizio su i tre capitoli, scritti favorevoli al nestorianesimo; al suo rifiuto delle decretali del Concilio convocato da Giustiniano I a Costantinopoli nel 553; alla lotta contro l’ingerenza imperiale negli affari interni della Chiesa, dichiarando apertamente il suo riconoscimento delle sole decretali del Concilio di Calcedonia (451).

Questo provocò uno scisma che separò da Roma per circa 150 anni le Chiese d’Africa, della Gallia, dell’Italia settentrionale, dell’Illiria e della Dalmazia.

Il suo nome è legato alla Pragmatica Sanctio che per opinione comune si ritiene emanata da Giustiniano I per espressa richiesta i Papa Vigilio, ma si protende per ritenere che il nome del Pontefice fu usato per sfruttare comunque la sua autorità morale e per giustificare il potere bizantino in Italia.

Vigilio, malvisto dai romani per il suo carattere avido e violento nello stesso tempo, fu accusato di incerta ortodossia; nel 555 terminò la sua prigionia a Costantinopoli e ritornando a Roma, morì a Siracusa.

Pragmatica Sanctio  è definita una costituzione imperiale emanata con lo scopo di regolare in maniera definitiva ed uguale per tutti i sudditi un particolare tipo di relazioni giuridiche e i rescritti e per stabilire provvedimenti di carattere amministrativo, stabilire privilegi  per alcune categorie di persone, disporre l’organizzazione amministrativa di una provincia.

Veniva emanata su richiesta degli interessati: giuridicamente ad essa è riconosciuto un valore intermedio tra gli editti e le leggi e nelle controversie, prevalevano le ultime.

La Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, riconfermava tra le altre cose, la disposizione giustinianea che imponeva la presenza nelle principali chiese di Costantinopoli e delle città dell’impero, di listelli, misure canoniche di lunghezza, a cui rapportarsi nelle attività di compravendita di terreni, provvedimento non nuovo.

Giustiniano tentò di realizzare l’unità religiosa, politica ed amministrativa dell’impero, scontrandosi per questo, con i pontefici del tempo, Agapito (535-536), Silverio (536-537), costretto a dimettersi ed esiliato, Vigilio, e Pelagio I (556-561) a motivo delle scelte di costoro nella polemica contro le eresie, particolarmente quella monofisita, e delle scelte imperiali verso quest’ultima.

La pace religiosa non fu mai conseguita, come risultò effimera la restaurazione imperiale e l’unità politica e amministrativa e a nulla valse ogni tentativo di applicazione delle leggi del suo Corpus Julis Civilis per abbattere il sopruso, per un  giusto rapporto fra ceto nobiliare e popolo, e una giusta considerazione della donna nell’ambito della società bizantina; a lui si deve il merito di avere influito notevolmente sullo sviluppo della civiltà, imponendo una legislazione nuova scaturente dalla legislazione romana e di avere dato grande impulso alla cultura, dopo il periodo buio delle invasioni barbariche, consigliato e sostenuto nelle varie riforme da Teodora (497-548) imperatrice di Costantinopoli dal 527, che lo coadiuvava nella gestione del potere.

L’imperatrice di Costantinopoli Teodora (497-548) – Mosaico della basilica di San Vitale a Ravenna –  Dettaglio.

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Listelli canonici di raffronto per le misure lineari furono inviati anche a Roma, consegnati al Senato, come deposito degno della sua attenzione, perché disponesse la consegna degli stessi per la loro esposizione nelle chiese principali di tutte le province d’Italia sottoposte a Costantinopoli, perché dopo le invasioni barbariche, con l’istituzione dei censi si verificavano frodi nella raccolta delle granaglie e nei contratti di compravendita di terreni.

Costantinopoli – Ippodromo romano – Base dell’obelisco di Teodosio I (347-395) imperatore dal 379 – 

Già Teodiosio I (347-395), imperatore romano dal 378, per porre rimedio all’uso frequente di pesi falsati e misure lineari contraffatte, emise analogo provvedimento.

Il suo successore Onorio (384-423) imperatore romano d’occidente dal 395, ordinò ai governanti delle province si stabilire unità di misura lineari canoniche a cui rapportarsi nelle attività mercatali e nei contratti di compravendita di terreni, e unità di misura per i liquidi e per i solidi da utilizzarsi nelle riscossioni dei tributi e spedi a Roma listelli canonici, prototipi di misure lineari e di capacità, perché non venissero falsate e dispose che nei contratti venisse posta la seguente clausola: “…acceptus, ab imperatore mensuras, vel papa, vel senatus servabunt…”

L’imperatore romano Onorio (384-423), raffigurato nel “dittico di Probo” nel 406).

Il sopruso , allora come oggi, era diffusissimo, documentato fin dal IV secolo d.C. al tempo di Papa Gregorio Magno (590-604), quando gli appaltatori dei beni ecclesiastici imponevano pesanti gabelle ai coloni in luogo di quelle stabilite, come del resto facevano i feudatari, attraverso l’operato degli ufficiali, e poi faranno i baroni che raccoglieranno, tramite gli stessi ufficiali delle camere baronali, le gabelle e i tributi versati dai vassalli e dai contadini, utilizzando il tomolo signorile più voluminoso rispetto a quello stabilito e utilizzato per la compravendita delle stesse granaglie agli stessi contadini che le avevano raccolte, oppure utilizzavano nei contratti di passaggio di proprietà dei terreni, misure lineari falsate per frodare o l’uno o l’altro dei contraenti.

Liutprando,(circa 670-744), re longobardo d’Italia dal 712, narra Paolo Diacono (720-799), un monaco cassinese, storico, poeta e scrittore longobardo ma di formazione latina, nella sua Historia longobardorum, che fu un sovrano intelligente ed energico, amato e temuto dal suo popolo che in lui ammirava la saggezza e l’efficienza di governo.

Egli modificò ampiamente il vecchio codice promulgato da Rotari (606-652) re  dal 636, promulgando nuove leggi, divenendo dopo quest’ultimo il più grande dei legislatori longobardi.

Pagine dal Codice di Rotari.

Il suo corpus legislativo mirava ad affermare il diritto realizzando la giustizia, adempiendo alla volontà di Dio e il prologo della Liutprandi Legis, inizia con queste parole: “…Il cuore del re è nelle mani di Dio…” .

Con esso tentò di modificare e perequare il sistema dei pesi e delle misure giustinianee, in vigore nei territori occupati, con quello longobardo.

Liutprando impose una nuova misura lineare fondamentale: il piede, da lui detto pes liutprandi, per arginare le frequenti liti che nascevano per le frodi nel misurare i terreni

Il “pes liutprandi” impresso nella pietra incastrata nell’arcotrave del battistero di Firenze.

Secondo una leggenda, dotato di un piede molto grande, pensò di adottarlo come unità di misura fondamentale e lo appoggiò su una pietra dove l’impronta si impresse miracolasamente e decretò che quella doveva essere la misura canonica di lunghezza a cui rapportarsi nelle compravendite di terreni e stabilì anche nuove misure canoniche di raffronto per i solidi e per i liquidi.

L’impronta del piede di Liutprando è impressa su una pietra incastrata nel battistero di Firenze, fin dal 770: usata come campione di raffronto per le misure lineari di superficie, questa unità di misura fu utilizzata nell’Italia settentrionale fino a quando fu imposto il sistema metrico francese.

I

Pavia – Basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro – La tomba di Liutprando.

pes liutprandi, come unità di misura, non fu utilizzato nell’area di influenza romana e bizantina. dove rimase in uso il sistema  di misura giustinianeo, pur nelle leggere variazioni locali, ma sostanzialmente perequate al listello canonico di ragguaglio, il cui campione del duomo di Napoli costituisce l’unico esemplare superstite.

Entrambe le misure furono perequate e sostituite dal braccio, nel 1200, anche se continuarono ad essere utilizzate insieme.

Il braccio, unità di misura introdotta dai mercanti pisani, o secondo alcuni dai crociati di ritorno dalla Terra Santa, fu  calcolata rapportandola al Braccio di Cristo, la cui misura originaria fu forse ricavata dalla Immagine Sindonica e per questo accetta e stabilita con decreto pontificio.

Il riferimento al Braccio di Cristo nelle misure lineari medioevali, in alcune realtà locali dell’Italia settentrionale è frequente: il braccio torinese e il braccio fiorentino, per esempio, corrispondevano ad un terzo dell’Uomo della Sindone, (Cfr. Guzzelli, Le misure lineari medioevali e l’Effige di Cristo, Firenze 1899).

Questo studio, limitato alla sola esposizione del reperto considerato di epoca giustinianea, conservato nel duomo di Napoli, notizia anche dell’uso nel tempo di altre misure lineari e di misure per solidi e liquidi, introdotte nei vari periodi della storia, non fornendo di esse che poche immagini  di altri reperti di raffronto, perché non  esistono altri campioni di misura  canonici antichi come quello napoletano.

Si riproducono immagini di altri regoli, di altre realtà locali, risalenti al XVI – XVII secolo:

Bari – Facciata della basilica di San Nicola – Antico regolo di raffronto della unità di misura lineare.

Bologna – Palazzo Comunale – Nella scarpa dell’edificio è murato dal 1547, il regolo campione delle unità di misura lineare medioevale. 

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La suddivisione politica e amministrativa dell’Italia Meridionale portò, nel corso dei secoli, nelle diverse realtà locali, all’uso di diversi sistemi di misura.

La stessa misura lineare che secondo il progetto giustinianeo doveva essere comune in tutte le province dell’impero, risultò essere diversa anche negli stessi territori dell’Italia Meridionale, sottoposti alla autorità bizantina per lungo tempo.

Ne è un esempio la così detta pergamena aversana (Cfr. Giuseppe Guadagno, La pergamena aversana del 1143 dell’Archivio di Stato di Caserta – Significato storico, In: Rivista di terra di lavoro – Bollettino on-line dell’Archivio di Stato di Caserta – Anno I – Gennaio 2008), un rogito notarile per la compravendita di un terreno, stipulato nel 1143, che riporta la misura dell’appezzamento di terra, nel territorio della città di Aversa, calcolato in base alla misura ufficiale aversana, in vigore in quel tempo: il passus ecclesiae Sanctae Crucis de Aversa.

Il listello di raffronto di questa misura lineare aversana, era già conservato allora, nella chiesa della Santa Croce di Aversa che fu scelta come sua sede fin dal 1106, perché considerata la più antica chiesa parrocchiale del territorio, e sorgeva nei pressi dell’area mercatale, all’interno della murazione.

La chiesa è citata nei documenti del periodo, come edificio di culto per l’amministrazione dei Sacramenti agli abitanti della case, dei casali, delle ville del territorio e risultò inglobata insieme ad altri edifici all’interno delle difese realizzate dai normanni intorno al palazzo-castello adiacente ad un  altro edificio di culto aversano, la chiesetta votiva di San Paolo che poi costituirà il primo nucleo della cattedrale aversana.

Il palazzo divenne il castrum del primo conte di Aversa, quando il duca di Napoli Sergio IV offrì l’agglomerato di case che costituivano il villaggio di Aversa, al nobile normanno Rainulfo Drengot ( ? – 1045), nel 1027, creandolo conte di Aversa, in cambio del servizio militare mercenario dei normanni contro i longobardi di Capua.

Aversa – Lapide e busto di Rainulfo Drengot, primo conte di Aversa.

Il possesso del territorio di Aversa da parte del ducato di Napoli fa supporre l’uso da parte dei normanni del passus ferreus Sanctam ecclesiam neapolitanam di antica introduzione bizantina a Napoli, nei primi anni della investitura della contea e almeno fino al 1092, per poi decadere nell’uso, quando la alleanza normanna con i longobardi contro i bizantini di Napoli, portò alla guerra bizantino normanna (1050-1185).

Nel 1092, il passo napoletano, fu sostituito nelle contrattazioni aversane dal longobardo passus Laudanis Senioris Castaldei, a sua volta sostituito dalla misura detta Liberiana, anche essa di introduzione longobarda: il passus presbiteri Laudanis de Forignano Maiore, però. rimase  in uso ancora dopo il 1126, quando fu depositato il regolo di raffronto della nuova misura lineare aversana nella chiesa della Santa Croce.

Il ducato di Napoli, dalla sua fondazione al tempo della guerra gotica (535-553) condotta dal comandante bizantino Belisario, rimase bizantino per altri cinquecento anni, alternando la sua dipendenza da Costantinopoli attraverso l’esarcato di Ravenna prima, e poi attraverso l’autorità dello stratega di Sicilia, a periodi più o meno lunghi di autonomia politica, amministrativa e religiosa.

La Città era dotata di una struttura militare e di una struttura amministrativa civile e con il tempo andò aumentando l’importanza del clero con il conferimento al Vescovo anche di ampi poteri giurisdizionali civili.

Sotto il nome di periodo vescovile si indica l’arco di tempo compreso tra il 578 e il 670 che vide l’affermarsi in Città della carica vescovile come status di primaria importanza sia religiosa che civile dotata di potere temporale vero e proprio, oltre che spirituale.

Queste notizie anche se sintetiche e non esaustive del periodo storico, che fu caratterizzato dalla presenza bizantina a Napoli, risultano utili per meglio inquadrare il contesto politico-amministrativo e religioso che recepì le nuove disposizioni di legge, il Corpus Juris Civilis giustinianeo e applicò le disposizioni scaturenti dalla Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, per cui Napoli e le città del territorio del ducato bizantino, si dotarono della misura lineare canonica di raffronto, il Passus Ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.

Il ducato bizantino di Napoli, nel VI secolo, comprendeva anche i territori di Amalfi, Gaeta, l’area vesuviana, la penisola sorrentina, l’area flegrea, il territorio di Afragola, Pomigliano d’Arco, Caivano, Sant’Antimo, il giuglianese, il nolano, l’aversano, le isole di Ischia, Procida e nel IX secolo anche Salerno.

Fin  dalla costituzione al tempo della guerra gotica, fu un susseguirsi di tentativi di eliminazione del potente ducato bizantino, da parte dei longobardi di Benevento, Salerno, Capua e tentativi di invasione da parte dei corsari saraceni di Agropoli, ma anche da parte dei bizantini stessi che volevano riaffermare la loro supremazia sul ducato contro i tentativi di autonomia dei duchi.

Napoli dovette difendere anche la sua indipendenza dai pontefici che ritenevano usurpato ogni loro diritto sull’Italia Meridionale  da parte dei bizantini e da parte dei normanni che con la creazione del regno di Sicilia incominciavano l’occupazione della Penisola.

Roma – Oratorio di San Silvestro – Costantino che dona il potere temporale dell’occidente al Papa Silvestro I (314-335).

La così detta Donazione di Costantino, è un documento su cui per secoli la Chiesa di Roma ha fondato la legittimazione del suo potere temporale in occidente, sui grandi patriarcati ecclesiastici e il potere temporale di Roma sull’Italia Meridionale e su tutte le province e gli stati dell’Occidente.

Si attribuiva a Costantino questa donazione a Papa Silvestro I (314-335), basandola sulla leggendaria conversione al cristianesimo dell’imperatore e al suo Battesimo perché miracolasamente guarito dalla lebbra.

Il documento, contraffazione dell’VIII-IX secolo, finì per essere considerato autentico perfino dagli avversari al papato, e ne venne dimostrata la falsità solo nel secolo XVI.

I duchi di Napoli cercarono alleanze con i saraceni contro i longobardi di Benevento nell’836 e poi cercarono l’aiuto ai bizantini di Costantinopoli e agli amalfitani, contro i corsari saraceni agropolesi, nell’846 e nell’849; poi con i normanni contro i longobatdi di Capua e contro i normanni che costrinsero alla capitolazione il duca Sergio VII  nel 1137, decretando la fine del ducato autonomo di Napoli.

Al tempo della guerra gotica il complesso degli edifici vescovili napoletani, aveva già assunto una configurazione bel definita di cittadella, difesa da una torre, con ingresso dal largo di capuana, l’attuale piazzetta Cardinale Sisto Riario Sforza (Cfr. Tino d’Amico, L’intradosso ogivale del corrdoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, in: il blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com)

Le attività episcopali si concentravano intorno all’antico oratorio che fu, secondo la leggenda, la casa di Sant’Aspreno, inglobato nella basilica costantiniana , intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di santa Restituta, Cathedrae Matricis, sede del potente collegio capitolare e della Cattedra del Vescovo, dove esercitava la sua funzione pastorale, il suo ruolo di liturgo, il suo ufficio di cathecheta e dispensatore dei sacramenti, con accanto il battistero di San Giovanni in Fonte, il più antico dell’occidente cristiano, circondata da edifici sorti in epoca paleocristiana, di servizio al Vescovo, al clero, ai diaconi.

Napoli – Duomo – L’intradosso ogivale del passetto sottostante l’antico campanile a scavalco del vicus S. Laurentii ad Fontes – Il campanile fu costruito sulla antica torre di difesa alla cittadella vescovile napoletana.

La basilica detta di Santa Restituta, era affiancata da una basilica gemina, detta Stefanìa, separata da quest’ultima dal vicus Santae Laurentii ad fontes e destinata alla amministrazione diocesana, inizialmente di ruolo inferiore, come edificio di culto destinato al servizio.

La basilica detta Stefania al tempo della costituzione del ducato di Napoli, era già funzionante, fondata dal Vescovo Stefano I (496-513) e con l’arrivo dei bizantini vide attribuirsi gradatamente un ruolo amministrativo preminente, specialmente durante il periodo detto vescovile, intorno al 763 d. C., che sancì una indipendenza formale  da Costantinopoli con la presenza anche di un clero greco , accanto a quello latino.

Nella basilica detta Stefania probabilmente si officiava in rito greco e entrambe le basiliche avevano una cattedra episcopale, ma il Vescovo era uno solo e svolgeva la sua funzione alternandosi nella Santa Restituita e nella Stefania.

La attività amministrativa dei vescovi-duchi, o dei duchi-vescovi. o dei Vescovi e Duchi, era concentrata principalmente nella Stefania.

Il ducato di Napoli, prima di rendersi autonomo da Costantinopoli, recepì e attuò i rescritti del Corpus Juris Civilis e della  Pragmatica Sanctio Pro Petitione Vigilii, non solo nel campo prettamente giuridico, ma anche relativamente alle norme riguardanti le attività mercatali.

Recepì ed applicò quanto stabiliva la Pragmatica Sanctio circa la collocazione del listello di raffronto della misura lineare nella principale chiesa cittadina.

Esso fu posto all’interno della basilica detta Stefanìa per il suo ruolo espressamente amministrativo, in posizione orizzontale, perché potesse essere facilmente utilizzato nel raffronto delle misure lineari, presumo nei pressi dell’ingresso della basilica, dopo l’ultima ricostruzione dell’edificio al tempo del duca-vescovo Stefano II (755-800) e probabilmente esso era già in uso quando l’edificio fu distrutto dall’incendio e il suo utilizzo continuò anche dopo che Stefano II inaugurò la formale indipendenza da Costantinopoli.

La misura canonica di raffronto napoletana è citata prima dell’anno 1000, sostituita nella varie realtà locali nei territori ducali da misure di importazione longobarde, e poi, come risulta dalla citata pergamena aversana, nel territorio normanno di Aversa, da un misura canonica di raffronto detta aversana.

Quando fu diroccata la basilica detta  Stefania per far ricavare l’area per costruire la parte terminale e il transetto del nuovo edificio angioino, il regolo di ferro ancora in uso nella realtà napoletana, rimasto incastrato nella colonna scanalata che lo sopportava, posta a rinforzare il pilastro maggiore sinistro del nuoco edificio, accanto al trono vecovile.

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FONTI:

Crema Luigi – Manuale di storia dell’architettura antica – Milano 1957.

Ceva Grimaldi Francesco – Memorie istoriche della città di Napoli – Napoli,1857.

Chioccarelli Bartolomeo – Antistitum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae                   catalogus – Napoli, 1643.

Capasso Bartolommeo – Napoli greco-romana – Napoli 1905.

Celano Carlo – Motizie del bello, dell’antico, e del curioso della citta di Napoli per i signori forestieri – Napoli

d’Engenio Caracciolo Cesare – Napoli sacra, Napoli, 1624.

d’Amico Tino – tinodamico.wordpress.com

Liber Pontificalis – Edizione XVII sec.

Di Stefano Roberto – La cattedrale di Napoli – storia, restauri, scoperte, ritrovamenti –  Napoli 1975.

Fatiga Luigi – Il calendario marmoreo di Napoli – Napoli 1997.

Franchini A. – Memorie intorno al sito della chiesa cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una – Napoli, 1750-54.

Galante Gennaro Aspreno – Guida sacra della citta di Napoli – Napoli 1872.

Gaglione Mario – Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel trecento – Estratto da: Archivio storico per le province napoletane  – CXXVI dell’intera collezione.

Giovanni Diacono – Gesta episcoporum neapolitanorum (Chronicon) .

Guzzelli G. – Le misure linearimedioevali e l’Effige di Cristo – Firenze 1899.

Guadagno G. – La pergamena aversaana del 1143 dell’archivo di Stato di Caserta…. – in Bollettino on.line dell’Archivio di Stato di Caserta – Gennaio 2008.

Napoli Mario – Napoli greco-romana – Napoli 1959.

Notar Giacomo – Cronica di Napoli – Edizione 1845.

Quinto Remno Palemone – Chorus Poetorum

Summonte  Giovanni Antonio – Historie della città di Napoli e del Regno di Napoli – Napoli 1643.

San Giacomo della Marca – Sermones.

Strazzullo Francesco – opera omnia.

Treccani –

Villani Matteo – Historie.

Wikipedia.

Visconti Ferdinando – Del sistema metrico della città di Napoli e della uniformità del sistema de pesi e delle misure – Napoli 1838

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RIFERIMENTI FOTOGRAFICI:

Istagram

Wikipedia

Luca d’amore

d’Amico Tino

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Il “Ritiro delle Oblate di San Raffaele” sulla collina di Materdei di Napoli.

 

di  Tino d’Amico

Il Ritiro delle Oblate di San Raffaele sulla collina di Fonseca (Materdei) di Napoli, fu fondato nella seconda metà del ‘700, per raccogliere le prostitute pentite e risultò una delle maggiori istituzioni napoletane a carattere sociale.

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Nel 1734 alcuni missionari predicarono una Santa Missione tra gli abitanti della vallata della Sanità e della collina di Fonseca, detta di Materdei, per la presenza della chiesa dedicata a S.Maria Materdei, usando come centro per la loro opera di apostolato, la chiesa dedicata a S. Maria della Verità, detta di Sant’Agostino degli Scalzi costruita nella platea di Fonseca agli inizi del ‘600 dall’architetto napoletano Giovan Giacomo Di Conforto (1569-1630) al posto della antica chiesetta di S.Maria dell’Olivo, con accanto un piccolo convento che dopo il terremoto del 1693 subì trasformazioni e ampliamenti, e fu definitivamente ristrutturato e ampliato dall’architetto Giuseppe Astarita (1707-1775) che aveva bottega nella stessa platea di Fonseca, nelle case dell’antico monastero agostiniano.

Alcune prostitute che esercitavano la loro attività nella zona, furono prese da sincero pentimento per la loro vita peccaminosa e manifestarono ai padri missionari il desiderio di ridursi a vivere insieme, in una casa di preghiera, dove espiare i loro peccati.

I padri missionari riuscirono a raccogliere una somma di danaro che utilizzarono per l’acquisto di una casa sulla strada detta Salita della infrascata, nome che le derivava forse dalla presenza di proprietà della famiglia romana de’ Infrascato o, forse, perché aperta nel 1556, si inerpicava tra i campi ed era fiancheggiata di alberi: l’attuale via Salvator Rosa.

Napoli – Duomo –  Giuseppe Sammartino (1720-1793), monumento funebre dell’Arcivescovo di Napoli Cardinale Antonino Sersale (1754-1775), promotore e primo protettore del Ritiro delle Oblate.

La Casa fu posta sotto la protezione di Santa Margherita da Cortona (1247-1297), canonizzata qualche anno prima, nel 1728 che, di umili origini, rimasta orfana della madre, sottoposta a continue vessazioni  da parte della matrigna, giovanissima fuggì con un nobile del luogo e divenne la sua amante; nonostante la nascita di un figlio non si sposarono, vivendo per anni nel concubìnato, per l’opposizione della famiglia del giovane.

Il suo convivente però venne ucciso e il suo cane la guidò a scoprire il suo cadavere.

Rifiutata dalla famiglia del suo compagno e dalla stessa sua famiglia, si pose alla ricerca di un altro amante per procurasi di che vivere.

Per ispirazione divina incominciò un cammino di conversione e penitenza sotto la guida dei Frati Minori di Cortona, ricevendo rivelazioni divine durante le sue estasi.

Contemplando la Passione di Cristo, sperimentò sul suo corpo, alla presenza di numerosi testimoni, gli stessi patimenti, come viatico di conversione per la salvezza individuale.

Nella Casa sulla salita della Infrascata, le donne vissero in penitenza per circa un ventennio ed il loro numero aumentò tanto che l’Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Antonino Sersale (1754-1775) , durante la Santa Visita del 1754, notando che il luogo era troppo angusto per contenere tante persone, offrì una somma di danaro che insieme ad altre offerte raccolte tra la nobiltà napoletana, servì per l’acquisto di un ampio edificio che occupava una buona parte di un’insula della platea di Fonseca, con accanto un ampio giardino, sul quale venne edificata la chiesa esterna, dal 1759, su progetto di Giuseppe Astarita.

Napoli – Rione Materdei – Planimetria generale del RITIRO DELLE OBLATE DI SAN RAFFAELE – Piano terreno, chiesa, cortili e laboratorio.

Il complesso di edifici religiosi, Ritiro e chiesa esterna, dedicata all’Arcangelo Raffaele “…uno dei sette angeli che sono pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore…” (Tb.12,15), inviato da Dio “…nel medesimo tempo per guarire…” (Tb. 12,14) Tobia diventato cieco e Sara, la sposa del figlio Tobi “…invasata dal demonio e da uno spirito cattivo…” (Tb.6,8), bruciando nel braciere il cuore e il fegato del pesce ucciso da Tobi presso la riva del fiume  (Tb. 6,7-9),e a Santa Caterina da Cortona,  per le ragioni già esposte entrambi preposti alla guarigione dello spirito e del corpo, e la Congregazione delle Oblate fu aggregata alla Congregazione dei Servi di Maria che aveva sede nella  chiesa e nell’ annesso convento che un religioso dell’Ordine,  Agostino de Juliis aveva fondato nel 1585, dedicandola a S. Maria Materdei, chiesa che dava il nome popolare di Materdei alla platea di Fonseca.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – Il simulacro ligneo dell’Arcangelo Raffaele che riproduce la statua d’argento dell’Arcangelo, compatrono di Napoli dal 1797, venerata nel Tesoro di San Gennaro.

La chiesa esterna, costruita a partire dal 1759 (l’Arcangelo Raffaele diventerà compatrono di Napoli nel 1797), fu consacrata dall’Arcivescovo di Potenza  Mons.Carlo Gagliardi (1767-1778), il 4 novembre 1770, come si legge sulla lapide murata a sinistra entrando verso la sagrestia:

TEMPLUM  /  IN ARCANGELUM RAPHAELEM  /  DIVAMQUE MARGARITAM CORTONENSEM  /  QUO MAGIS OBSEQUII FIDES AUGEATUR  /  AC MULIERES MAIORI RELIGIONE PIETATIS  /  PRECES IN EO POSTULENT  /  QUAE IN ADIACENTIBUS SERVANTUR AEDIBUS  /  A PECCANDI LIBERTATE ABDUCTAE  /  IDQUE GENUS SOLUMMODO  /  SECUNDUM PIORUM HOMINUM VOLUNTATEM  /  LIBERALITATEMQUE IN EAS ADMITTENDAE  /  MORE MAIORUM SANTISQUE CEREMONIS  /  AB POTENTIAE URBIS EPISCOPO  /  PRIDIE NONAS NOVEMBRES ANNO MDCCLXX  /  NEAPOLITANAM  ECCLESIAM  /  EMINENTISSIMO  ANTONINO SERSALI  /  REGENTE  /  ATQUE MICHAELIS LIGNOLAE  /  CANONICI METROPOLITANI  /  CURA AC PROVIDENTIA CONSECRATUM..

La lapide murata sul timpano della facciata della chiesa, informa sulla finalità dell’opera, sulla dedicazione all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona e la data di fondazione:

TEMPLUM AUGUSTUM  /  OB RELIGIONIS OBSEQUIUM  /  IN ARCHANGELUM RAPHAELEM  /  DIVAMQ. MARGARITAM CORTONENSEM  /  QUO MULIERES A PECCANDI DEFORMITATE  /  AD POENITENDAM  /  VITAEQ. HONESTATEM  AMPLECTENDAM  PRONAS  /  AMBORUM PATROCINIO  /  EXCITENT ATQ: TUTENTUR  /  VIRORUM QUORUMDAM PIENTISSIMI  /  SUB TUTELA  AC OPERE SERSALI PONTIF. NEAP.  /  CONSTRUENDUM CURAVERUNT ANNO MDCCLXXIX.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – Facciata.

In alcuni locali al piano terra poi, aperti sulla strada detta Porteria San Raffaele, poco discosto dall’ingresso al Ritiro  venne realizzato un oratorio esterno con ambienti, sede di un Confraternita laica sotto il Titolo di San Raffaele, costituita con Regio Decreto  di Ferdinando I, il 16 ottobre 1798; fu la sede dei questuanti offerte per il mantenimento dell’opera, fino al luglio 1857, quando la Confraternita laica smise di questuare con l’accordo delle Oblate, obbligandosi a versare, per il mantenimento dell’opera otto ducati annui, tratti dal monte degli introiti dotali del Ritiro stesso.

Napoli – Ritiro delle Oblate di San Raffaele – L’ingresso della chiesetta esterna della “Confraternita dei questuanti” – Sotto l’ingresso al “Ritiro”.

Costoro utilizzavano una apposita cassetta di legno che aveva sulla mostra una placca di argento sbalzato che riproduceva l’episodio narrato nel biblico Libro di Tobia (Tb. 6,3-6): Tobi, accompagnato dal suo cane e dall’Arcangelo Raffaele, a lui non rivelatosi come tale, si ferma presso un fiume, afferra su comando dell’angelo un grosso pesce che tentava di assalirlo e su sua indicazione estrae dall’animale il fiele, il fegato e il cuore, per guarire dalla cecità il padre e liberare la sposa Sara dalla infestazione diabolica.

Una delle  cassettina, superstite, era ancora conservata tra i cimeli dall’ultimo Rettore della chiesa, il Sac. Giovanni Pinto, alla fine degli anni ’70 del passato secolo.

Napoli – Ritiro delle Oblate di San Raffaele – Barbacane di sostegno alle mura dell’antico palazzo sede delle “Pentite”, realizzato dall’Astarita prima della ristrutturazione.

Napoli – Ritiro delle Oblate di San Raffaele – Singolare balaustra alla base del barbacane realizzato dall’Astarita.

L’intero complesso poi, venne eretto in Ente Morale, con due Decreti Regi di Ferdinando I, datati 5 agosto 1786 e 21 luglio 1792: entrambi stabilirono che il Ritiro doveva servire unicamente per la riabilitazione morale delle pentite.

I canonici capitolari Michele Lignola, Rettore del Seminario Urbano di Napoli e Marco Celentano, canonico teologo e Rettore dello stesso Seminario (cfr: S. Sparano,  Memorie storiche per illustrare gli Atti della S. Napoletana Chiesa e gli Atti della Congregazione delle Apostoliche Missioni, Napoli MDCCLVIII) entrambi membri della prestigiosa Congregazione. detta anche degli Illustrissimi Preti, e il Presidente della Regia Camera della Sommaria, Pietro Lignola, fratello del primo, devolsero a beneficio dell’Ente gran parte del loro patrimonio ed istituirono una scuola per la istruzione delle fanciulle pericolanti ed un asilo per i bambini del popolo e furono sepolti nell’ipogeo della chiesa stessa.

In una relazione del 4 maggio 1780 (A.S.D. Ritiro di S. Raffaele e di S. Margherita da Cortona ) del Rettore della chiesa e del Ritiro, Sac. Gennaro Piccolo, è riportato l’impegno del Canonico Lignola per la costruzione della chiesa: “…Fo fede che io sottoscritto Rettore della Chiesa del ritiro sotto il titolo di San Raffaele Arcangelo e Margherita da Cortona sito sopra Materdei di questa città,costami de causa scientia aver sempre assistito in detto ritiro e alle fabbriche del medesimo, e delle sue case accosto a quello, qualmente in esso ritiro non vi è chiesa pubblica, ma questa fu fatta, e terminata nel 1769 essendosi aperta a 14 agosto del medesimo anno, l’edificazione di essa chiesa fu assolutamente fatta per opera dell’I.mo sig, Can, Michele Lignola protettore della medesima……”

Le fanciulle che una volta adulte chiesero di poter vestire l’abito monacale, costituirono il primo nucleo delle Oblate di San Raffaele, alla fine del ‘700, dedicandosi alla istruzione morale e scolastica delle Pentite e delle fanciulle ospiti del Ritiro.

Esse nel 1799, al tempo della Rivoluzione partenopea, e della successiva prima soppressione degli ordini religiosi durante il decennio francese, erano già in numero di 35 e nel 1861, la Comunità contava 63 Oblate e 61 educande, quando fu definitivamente soppressa in esecuzione delle leggi eversive sabaude.

Le Oblate di San Raffaele, rimaste a vivere nel Ritiro anche dopo l’incameramento dei beni, dopo il decennio francese e la soppressione sabauda, contribuirono ad incrementare i proventi della questua dei Confratelli di San Raffaele a Materdei, con la vendita dei lavori di cucito e ricamo eseguiti dalle pentite, vendite che consentirono alla Comunità di vivere agiatamente.

Nella chiesa vi sono alcune sepolture, deposito canonico di alcune Oblate, e altre lapidi attualmente non riproducibili  perché, alcune corrose e altre per la non facile frequentazione del tempio, visitabile solo in rare occasioni.

Dopo la soppressione sabauda le Oblate, rimasero ancora nel Ritiro  i cui beni incamerati dal nuovo Stato Unitario , confluirono nel IV gruppo Opere Pie, continuando la loro opera di sostegno morale e materiale alle pentite fino alla definitiva soppressione dell’Ente, considerato inutile con legge regionale, nei primi anni ’90 del passato secolo.

La Curia Arcivescovile Napoletana, considerando l’incidenza spirituale della chiesa sul territorio, chiese all’Amministrazione dl IV Gruppo Opere Pie, la cessione dell’immobile. ricordata con una lapide murata nel tempio:

QUESTO TEMPIO  /  DEDICATO ALL’ARCANGELO RAFFAELE  /  FIN DAL SECOLO DICIOTTESIMO  /  SACRO ALLA FEDE E ALLA CARITA’  /  DESTINATO DALLA SOLLECITUDINE PASTORALE  /  DELL’EMINENTISSIMO PRESULE  /  CARDINALE ALFONSO CASTALDO  /  ARCIVESCOVO DI NAPOLI  / ALLA MAGGIORE CURA E SANTIFICAZIONE DELLE ANIME  /  VENNE ALLO SCOPO CEDUTO  /  DALLE PIE CASE DI PRESIDIO E RIABILITAZIONE FEMMINILE  /  ESSENDO PRESIDENTE  /  IL CONTE FRANCESCO GARZILLI  /  E CONSIGLIERI L’ILL.  MONS. GIUSEPPE MULLER  /  DON MARCO ROCCO DI TORREPADULA  GR. UFF. FRANCESCO CALVOSA  /  L’ANNO MCMLXI.

San Francesco Saverio Maria Bianchi (1743-1815).

Fin dalla sua fondazione, la guida spirituale del Ritiro, fu affidata ad un Rettore nominato dall’Arcivescovo di Napoli e, dalla seconda metà dell’800 proposto e scelto di concerto tra la Curia Arcivescovile e la amministrazione del IV Gruppo Opere Pie, tra essi si ricordano il Canonici Capitolari Michele Lignola ed il fratello Pietro, che pur non essendo Sacerdote egualmente fondatore del Ritiro si adoperò a favore delle ospiti del sodalizio; Il Canonico Teologo Capitolare Marco Celentano; il Sac. Ferdinando Giannone, il cui corpo fu ritrovato incorrotto nella sepoltura, dopo il periodo di inumazione, e ricordato da una lapide terragna, nel comunichino a destra dell’Altare:

HIC IACET FERDINANDUS GIANNONE  /  HUIUS ECCLESIAE DIVO RAPHAELI ARCANGELO DICATAE  /  SEDULUS MODERATOR  /  SACRSQ. FIDELIUM HUC UNDIQUE CONFLUENTIUM  /  CONFESSIONIBUS EXCIPIENDIS  /  PERPETUO  ADDUCTUS  /  MORUM PURITATE ATQUE INTEGRITATE VITAEQ. INNOCENTIA  /  AC SIMPLICITATE  /  NULLI SECUNDUS  /  HIDROPISIAE MORBO LABORANS INOPINA MORTE PRAEREPTUS  /  SUMMO OMNIUM ORDINUM MOERORE  /  OBDORMIVIT IN D.NO XV KAL. DEC. ANN. MDCCCXXXII  /  EIUS CORPUS POSTRIDIE TUMULATUM ET TREDECIM  /  MENSIBUS EXPLETIS  /  PENE INCORRUPTUM REPERTUM  /  CUMUNI OBLATARUM MULIERUMQUE HEIC DEGENTUR CURA  /  UT AB ALIIS SEPARERETUR CADAVERIBUS  /  ET IN HAC PECULIARI ARCA DE INDUSTRIA REPOSITUM  /  CUTUM FUIT  /  STUDIO FRATRIS AC NEPOTIS EIUS MEMORIAE ADEMUM  /  VIXIT AN. LXX M. VI D. XVII.

Si ricordano ancora, per il loro zelo, i Sacerdoti Martusciello e Gennaro Perrella.

Il Barnabita San Francesco Saverio Maria Bianchi (1743-1815) canonizzato nel 1951, durante gli anni di apostolato a Napoli, si fermava spesso a confessare e predicare conferenze spirituali alle Oblate e alle donne ospiti del Ritiro.

Il suo pulpito, gelosamente conservato nella chiesa fino alla metà degli anni ’60 del passato secolo dall’allora Rettore Giovanni Pinto, fu consegnato alla Curia Arcivescovile, perché ne disponesse degnamente…e invece finì bruciato, durante i lavori di restauro al complesso episcopale napoletano (’69 – ’72).

Il complesso monastico da molti anni abbandonato e pericolante per il terremoto del 1980, oggetto di molti progetti di recupero sociale da parte della Amministrazione Comunale, nel cui patrimonio è confluito, aspetta che la mano impietosa del tempo lo cancelli definitivamente.

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Giuseppe Astarita (1707-1775), ma i dati anagrafici non sono certi, viveva in un edificio sulla Salita San Raffaele, proprietà degli Agostiniani Scalzi, per i quali era impegnato nella ristrutturazione del monastero e della chiesa, dopo il terremoto del 1693, nella stessa platea di Fonseca, quindi a pochi passi dalla chiesa dedicata a S. Maria della Verità (Sant’Agostino degli Scalzi), che stava ristrutturando e a pochi passi dal Ritiro della Immacolata Concezione, la cui chiesa esterna progettata dal suo maestro, Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745), era in costruzione dal 1743.

Napoli – Chiesa dedicata a S. Maria delle Verità (Sant’Agostino degli Scalzi) – Interno.

Nel Ritiro lascerà traccia del suo passaggio nel modello in scala, in pietra di piperno, del suo obelisco dell’Immacolata, presentato al concorso reale indetto da Carlo III di Borbone (1716-1788), re di Napoli dal 1731 al 1759.

Il  modello realizzato per documentare il suo progetto, scartato per il più spettacolare obelisco realizzato su disegno del suo maestro, nel 2003, per interessamento dello scrivente, e per l’impegno di altri, fu trasferito e posto nella vicina piazzetta Ugo Falcando a Materdei. (cfr. Tino d’Amico, Napoli: l’obelisco della piazza del Gesù – Ruolo e significato di un arredo urbano, in: tinodamico.wordpress.com).

Napoli – Piazza Ugo Falcando  a Materdei – Il modello in scala dell’obelisco dell’Immacolata, disegnato da Giuseppe Astarita.

La statua della Santa Vergine che fu posta sulla sommità è risultata essere una preziosa opera scultorea di Domenico Gagini (1420-1492), del 1470, capitata chissà poi come, nel costruendo Ritiro, proveniente forse dal palazzo Sanseverino, trasformato nella chiesa del Gesù, o forse da una cappelletta diroccata eretta nei primi anni del ‘600 e dedicata a Santa Maria sotto il titolo Regina del Paradiso, nei pressi dell’antico convento francescano di Santa Maria della Salute (oggi sede di una parrocchia dello steso titolo).

Napoli – Piazza del Gesù – Lo scenografico spettacolare obelisco dell’Immacolata, disegnato da Domenico Antonio Vaccaro.

Se così fosse, le altre sculture quattro-cinquecentesche presenti ancora nella chiesa parrocchiale da alcuni attribuite al Malvito, potrebbero essere invece attribuibili al Gagini (la chiesa attuale di Santa Maria della Salute fu costruita infatti nella seconda metà del ‘500, su una precedente chiesetta).

L’Astarita si pose sulla scena artistica napoletana di metà ‘700, come una delle figure più interessanti nel graduale passaggio dal gusto rococò alle più organiche strutturazioni spaziali di tipo pre-classicheggianti, che caratterizzarono l’architettura del periodo, fuori ormai dal dinamico virtuosismo teatrale e delle brillanti invenzioni della scuola del Solimena (1657-1747) (cfr. O. Ferrari).

Sull’ insula nella platea di Fonseca ,occupata dal palazzo acquisto e trasformato in Ritiro, progettò per le Oblate di San Raffaele la chiesa esterna deldedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona e disegnò una facciata ostinatamente concava che si ispirava ai modelli tradizionali, di gusto tardo barocco, le cui tematiche erano ampiamente diffuse nella architettura napoletana di metà ‘700.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – La faccita – Emerge il sapiente gioco chiaroscurale e la scenografica concavità rotta dalle torrette convesse.

Il prospetto concavo proposto dall’Astarita, che si inserisce  ortogonalmente nel muro anonimo dell’antico edificio trasformato in Ritiro per le pentite, creando un emiciclo, un piccolo slargo per tentare di rendere più leggibile la facciata stessa, e più fruibile lo spazio antistante, compresso nello stretto vicolo che la trasformazione urbanistica residenziale del Nuovo Rione Materdei , del primo ventennio del ‘900. allargherà notevolmente, favorendo con la maggiore fruizione dello spazio, anche una più comoda lettura del prospetto della chiesa, crea un sapiente gioco chiaroscurale ottenuto sovrapponendo due piani, scanditi da un doppio ordine di lesene raccordate ai muri dell’edificio, dalle volute ed accentuato dalla trabeazione concava che separa i due piani che con il gioco delle due torrette convesse ai lati del finestrone, soluzione non nuova per l’artista che tenta di conferire allo spazio profondità scenografica, rompendo la monotonia spaziale, con un virtuosismo teatrale, e tenta di articolare diversamente lo spazio, dandole una virtuale ampiezza articolando il prospetto nell’angusto umile spazio disponibile.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona –  Interno – L’ Altare maggiore disegnato dall’Astarita e gli angeli reggicorana del Sammartino.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Interno – La cantoria.

L’interno della chiesa, ripete temi architettonici del repertorio dell’Astarita che propone una semplice pianta a croce greca che va a configurare lo spazio limitato in maniera originale , ottenendo soluzioni già note come nella chiesa dedicata all’Arcangelo Michele, a Piazza Dante di Napoli, del Vaccaro.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Interno – Accesso dal maggiore Altare alla sagrestia.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Sezione assonometrica (M.Avena – G. Barbati – G. Scialdone)

L’elemento più notevole, forse, è l’originale cupola a calotta, priva di tamburo, di ridotto sviluppo verticale, che si lega in maniera diretta al semplicissimo invaso a croce greca, come in Sant’Anna a Capuana, dello stesso Astarita, e si raccordata sapientemente alle pareti attraverso un gioco di semplici riquadrature di stucco e lesene classiche che muovono il gioco chiaroscurale accentuato dalla luce che penetra dallo slanciato lanternino, che separa idealmente lo spazio sacro a cui conferisce la dovuta emergenza nella luce, dagli ambienti attigui in ombra che richiama la soluzione adottata dal Vaccaro in San Michele a Piazza Dante.

Quì la rigorosa unità chiaroscurale è rotta dagli Altari di marmi policromi ed era impreziosita  dal motivo di gioco delle gelosie dei coretti, affacciati sugli Altari, ormai scomparse e dalla coppia di angeli svolazzanti che reggono il baldacchino dell’Altare maggiore, sotto forma di corona.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Interno – La cupola.

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Dell’Astarita è anche il portale di piperno e stucco, di accesso al Ritiro su via Porteria San Raffaele, che nel riquadro conteneva una lapide, e anche l’ingresso alla chiesetta esterna dalla Confraternita dei questuanti di San Raffaele primitiva chiesetta esterna delle Oblate.

L’Astarita disegnò anche gli Altari laterali e il maggiore: su i due laterali sono ancora esposte due tele della scuola di Giuseppe Bonito (1707-1789), pittore  napoletano, di scene di carattere popolaresco. stimato il migliore nel genere, nell’Italia Meridionale del ‘700, allievo di Francesco Solimena, pittore tardo barocco dal quale apprese il sapiente uso dei chiaroscuri che applicò nei suoi quadri a carattere sacro.

Le tele rappresentano la Santissima Vergine Addolorata con Santa Maria Maddalena e S. Margherita da Cortona cui appare Gesù.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Scuola del Bonito – L’Arcangelo Raffaele che brucia incenso davanti al Trono dell’Altissimo circondato dalle Oblate e dalle donne loro affidate – Particolare.

Sul maggiore Altare era esposto fino al 1950 un altro quadro della stessa scuola che rappresenta l’Arcangelo Raffaele che brucia incenso davanti al trono dell’Altissimo, circondato da Oblate in orazione.

Dopo un necessario e lunghissimo restauro fu riconsegnato alla chiesa dalla Sovraintendenza nel 1990 e posto nel grande salone adiacente ad essa, che originariamente era un oratorio delle Oblate che raccolte in esso partecipavano alla S. Messa e raggiungevano i comunichini ai lati dell’Altare.

Al suo interno fu sistemato un altare di legno, disegnato dall’Astarita, oggi utilizzato nella sagrestia come mobile per sistemare i paramenti sacri necessari per le funzioni liturgiche.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – L’antico campanile a vela (  fotografata accanto alle campane,  la mia sposa )

La chiesa esterna delle Oblate, aveva un campanile a vela con alcune campane della seconda metà del ‘700 in lega d’argento.

Il campanile fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1980 e dovette essere abbattuto.

Le campane ricoverate sul terrazzo furono rubate nel 1983 e non fu il solo furto: nel, 1977, nel 1978, nel 1981, nel 1985 e nel 1987.

Furono rubati preziosi oggetti liturgici della oreficeria napoletana del ‘700, preziosi reliquiari e reliquie, e quadri e arredi sacri, donati dalla pietà popolare e dalla generosità di tanti che manifestavano la loro devozione verso l’Arcangelo Raffaele “medicina di Dio” per guarigioni, ma anche ex voto per matrimoni felici.

Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e Santa Margherita da Cortona – Ignoto napoletano del sec. XVIII – Madonna col Bambino e San Giovannino – Tela rubata

L’Arcangelo Raffaele infatti, è patrono delle coppie di nubendi e guida per coloro che cercano la sposa o lo sposo per la vita, per sempre.

Nel 1981 fu rubata anche la statua lignea di Tobi, che reggeva un grosso pesce e fu rubato anche il cagnolino, compagno di viaggio, come narrato nel biblico Libro di Tobia

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Ho raccontato la storia della fondazione del Ritiro delle Oblate di San Raffaele, e ho criticamente descritto l’edificio; occorre necessariamente narrare l’incidenza socio-religiosa di alcuni dei Sacerdoti Rettori che nel corso del passato secolo si sono succeduti a reggere la Rettoria di San Raffaele a Materdei: i reverendissimi Sacerdoti Gennaro Perrella, dal 1895 al 1943, che con il suo zelo, durante la costruzione del Nuovo Rione Materdei rese la chiesa delle Oblate punto di riferimento religioso e morale per le nuove famiglie che venivano ad abitare nella zona.

Dopo la morte del Sacerdote Perrella la chiesa fu chiusa per gli eventi bellici e dal 1946, fu affidata al Sacerdote Gennaro Lombardo, poi Parroco della Parrocchia intitolata a Santa Maria della Grazie alle due Porte all’Arenella.

A lui successe il Sacerdote Aldo Caserta che nel 1950 si dimise dall’incarico e gli successe il Sacerdote Giovanni Pinto, l’ultimo Rettore, che intraprese lavori di restauro alla chiesa e agli ambienti adiacenti, con l’intervento della Amministrazione del IV Gruppo Opere Pie, ma fu sensibile anche il contributo dei fedeli della zona.

L’ottimo Sacerdote, Rettore di San Raffaele,  ”  ‘0 rre ‘e Materdei “, come scherzosamente si definiva, ritratto durante una delle nostre passeggiate, sul lago d’Averno, nel 1968. 

Don Giovanni Pinto riservò le sue cure anche al sottostante ipogeo dove furono seppellite dal 1759 al 1823 le Oblate e le donne ospiti del Ritiro e non solo, come nell’altro cimitero sottostante il cortile dell’antico edificio.

I resti mortali, recuperati dalle sepolture terragne o dai depositi laterali aperti, come si usava, furono pietosamente raccolti dalla signorina Maria Stellato e calati nell’ ossario comune, profondo oltre quaranta metri, costituito dal cunicolo di areazione di un corridoio di collegamento delle ampie caverne sottostanti buona parte della platea e che vanno a collegarsi con le grotte dei tufari scavate dal vicino palazzo degli Ajerbo d’Aragona principi di Cassano, della prima metà del XVIII secolo alla salita S.Raffaele,  progettato da Ferdinando Sanfelice (1675-1748)  e continuato alla sua morte dall’Astrarita,  ed il vicino monastero cappuccino di Sant’Eframo Nuovo, sorto nel 1572 e che fu il primo degli insediamenti religiosi della platea di Fonseca.

L’ipogeo, grande come la soprastante chiesa ha un Altare in muratura sul quale è dipinto ad affresco una immagine della Santa Vergine col Bambino, l’altro cimitero, aperto nel cortile del Ritiro, pur conoscendone la collocazione non fu mai visitato, dallo scrivente come il sottostante ipogeo della cappelletta esterna dei Confratelli questuanti di San Raffaele.

Durante i lavori del 1958, si rese necessario un intervento massiccio alle sottofondazioni e necessari lavori di consolidamento e restauro ai muri portanti dell’edificio con scuci-cuci delle lesioni, lavori che garantirono la staticità della fabbrica durante il terremoto del 1980, limitando gli interventi successivi all’evento sismico alla realizzazione di un arcone di mattoni e qualche tompagnatura di consolidamento.

Nell’uno e nell’altro caso intervennero per i restauri i competenti Organi dello Stato.

Alla  prima fase dei lavori corrisponde anche la ristrutturazione degli ambienti, con la realizzazione della ampia casa canonica, la creazione della sagrestia, negli ambienti retrostanti il maggiore Altare, la creazione dell’ufficio del Rettore negli spazi occupati dalla antica sagrestia, a sinistra dell’ampio pronao interno, la nuova sistemazione del simulacro ligneo dell’Arcangelo Raffaele, che era su un piedistallo di pietra a sinistra del presbiterio, nello spazio a destra del pronao di ingresso al tempio.

Ultimo consistente intervento fa la realizzazione dell’ Altare Mensa, secondo le nuove norme liturgiche post-conciliari, consacrato dall’Arcivescovo Metropolita di Napoli, il Cardinale Corrado Ursi (1966-1987), di venerata memoria,  l’8 maggio 1969 e l’offerta di una nuova campana , benedetta dal Vicario Generale dell’Arcidiocesi napoletana, mons. Antonio Zama (1917-1988), vescovo Titolare di Blanda, poi Arcivescovo di Sorrento e Castellammare, per ricordare i 30 anni di servizio pastorale del Rettore, il Sacerdote Giovanni Pinto, e ne fu madrina la signorina Maria Stellato.

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Durante gli oltre quarant’anni di servizio sacerdotale il Rettore di San Raffaele, don Giovanni Pinto incrementò notevolmente la vita religiosa degli abitanti del Nuovo Rione Matedei, con attività apostoliche e caritative; creò scuole di catechismo per la preparazione annuale alle Prime Comunioni e alle Cresime dei fanciulli e delle fanciulle del quartiere, ma anche gruppi di Comunità di vita consacrata con riunioni settimanali di studio e preghiera per la formazione religiosa e morale dei giovani e delle ragazze.

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Napoli – Chiesa dedicata all’Arcangelo Raffaele e a Santa Margherita da Cortona – Un affollato turno di Prime comunione nel ’68 – Fanciulli e fanciulle accompagnate al primo incontro con Gesù Eucaristia, in processione, dalla mia sposa Pina, apprezzta catechista.

I gruppi giovanili erano impegnati anche nella distribuzione di sussidi e generi di prima necessità ai poveri, e il Rettore provvide anche ad aiutare economicamente giovani volenterosi, a proseguire negli studi.

Si costituì anche una piccola comunità di giovani donne consacrate che emettevano voti privati sotto forma di promessa, rinnovabile annualmente per condurre insieme una vita serena, moralmente sicura e di preparazione al futuro disegno che la Provvidenza Divina elaborava per ognuna di loro.

Tra esse ricordo Maria Stellato, Antonietta Rubini, e Pina che cinquant’anni fa scelsi come mia sposa per sempre, e sono convinto che l’Arcangelo Raffaele pose in essere il disegno di Dio elaborato su entrambi.

il complesso chiesastico dispone di ampi e luminosi spazi che negli anni ’70 del passato secolo accolsero una affollata scuola materna che rimase attiva fino alla morte della respansabile, Maria Stellato, nel 1983.

E’ giusto ricordare i Sacerdoti che collaborarono con il Rettore: Monsignor  Erberto D’Agnese (1904-1986), Canonico Capitolare teologo morale, che fu Vicario Generale dell’Arcidiocesi, il Canonico Salvatore Ancona, Monsignor Vincenzo  Ianniello, i Sacerdoti Luigi Labonia, Antonio Formisano, Vittorio Arcopinto,  Mons. Antonio Locci, Canonico Ebdomadario del duomo e il Canonico Branca, Cappellano militare durante la seconda guerra mondiale, reduce dall’assedio di Tobruc ed il Domenicano Girolamo Ducci, che fu Cappellano del vicino Istituto G.B. de la Salle ormai chiuso da anni.

Agli inizi degli anni ’90 dopo avere celebrato i cinquant’anni di sacerdozio, Padre Giovanni Pinto, per l’eta avanzata, era nato nel 1914, e gli acciacchi, fu costretto a dimettersi dall’incarico di Rettore.

La chiesa, chiusa per alcuni anni, è oggi affidata alla cura pastorale del Parroco della vicina chiesa dedicata a Santa Maria Materdei che dalla prima metà del ‘500 fu sede di una comunità di frati della Congregazione dei Servi di Maria alla quale fu aggregata la Congregazione delle Oblate di San Raffaele nella seconda metà del ‘700.

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Bibliografia.

A.S.D. Napoli – Sante Visite  —   Achivio IV Gruppo Opere Pie, Napoli  –  C.Celano,  Notizie del bello ecc., Napoli, ristampa 1860  –  G. A. Galante, Guida Sacra della Città di Napoli. Napoli 1872  –  G. Sigismondi, Descrizione della città di Napoli, Napoli, 1789  –  C. Conte, Gli Istituti di beneficenza a Napoli, Napoli 1884. –  A. Venditti, L’architetto Giuseppe Astarita, Napoli 1962.

 

La cappella dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente nel duomo di Napoli, patronato di Landolfo Crispano.

 

di: Tino d’Amico

Il 23 agosto 1372, morì Landolfo Crispano e fu sepolto nella cappella a lui concessa in patronato nel duomo angioino negli anni dell’episcopato di Giovanni Orsini (1327-1358) che, dopo i danni provocati all’edificio da i cedimenti strutturali del 1343 (cfr. M. Gaglione, Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel corso del trecento, in: Archivio Storico per le Province di Napoli, 2008) e quelli causati dal terremoto del 1349 (il crollo della facciata e ulteriori notevoli danni alle strutture) e le necessarie ricostruzioni, provvide anche alla configurazione dell’assetto liturgico interno, concedendo diritti di patronato su alcune cappelle e autorizzò l’erezione di Altari di patronato e sepolture lungo le pareti delle navatelle e del transetto, per raccogliere fondi necessari per il completamento dell’edificio.

La cappella aperta nello spazio angusto dell’angolo SUD del transetto, fu dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente.


Napoli – Duomo – L’angolo SUD del transetto, dove è aperta la cappella di patronato di Landolfo Crispano.

Durante il periodo angioino il culto della Santa ebbe uno straordinario impulso a Napoli e nel Regno, con la fondazione di edifici sacri e case religiose, ma anche di cappelle di venerazione e devozione concesse in patronato negli edifici religiosi di fondazione reale, per la omaggiante adesione della nobiltà agli orientamenti devozionali della Corte, che nutriva per la Maddalena Penitente una particolare dulia.

Molto contribuì anche la presenza templare presso la corte angioina.

Landolfo Crispano, di antica e nobile famiglia ascritta al patriziato napoletano nel Seggio di Capuana, che vantava ascendenze e presenze illustri nella Napoli ducale,  fu Gran Camerlengo e Regio Famigliare negli anni del regno di Roberto d’Angiò (1309-1343) e della prima Giovanna (1343-1381), principe del foro e maestro rationale; ma fu anche autore di versi e di un poema sacro sulla vita di Santa Maria Maddalena.

All’interno della cappella gli eredi gli eressero un monumento funebre che ci viene restituito dalla storia smembrato.

Nel 1721, poi, un decreto della Sacra Congregazione dei Riti , vietò la presenza di cadaveri in sepolcri elevati da terra: il già smembrato monumento funebre di Landolfo che occupava la parete di fondo del piccolo ambiente, fu definitivamente vuotato del suo contenuto e ancora differentemente sistemato: la lapide celebrativa già murata sulla parete destra, il gisant fu murato sulla parete sinistra del sacello, e la scritta identificativa   sul bordo anteriore della cassa  fu ritrascritta su una lapide e murata anch’essa sulla parete destra mentre la cassa posta sotto la mensa dell’Altare, fu rimossa ed  andata perduta.

Sorte comune di monumenti funebri di altri illustri personaggi eretti nel duomo napoletano rimossi e dei quali non resta, descrizione.

Durante l’ultimo restauro del 1746  la cappella fu chiusa con la sistemazione della preziosa balaustra marmorea con una nuova soprastante cancellata.

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Nel duomo di Napoli furono almeno cinque le cappelle e gli Altari dedicati a Santa Maria Maddalena, ma delle prime, solo due restano ancora a testimoniare il culto privato di antiche famiglie e la venerazione per la Santa, omaggiante adesione all’orientamento devozionale della Corte angioina: la cappella dedicata a Santa Maria Maddalena, patronato della estinta famiglia Seripando, aperta nella navatella di Sant’Atanasio I, concessa a Gualtiero Seripando che fu camariere di Carlo I d’Angiò (1266- 1285) e preposto (responsabile amministrativo) delle fabbriche del Regno al tempo di Carlo II (1285-1309) e di Roberto (1309-1343), negli anni della costruzione dell’edificio, e la cappella concessa in patronato a Landolfo Crispano, e dedicata a Santa Maria Maddalena Penitente, negli stessi anni, nell’angolo SUD del transetto.

Napoli – Duomo – Configurazione parziale dell’apparato liturgico interno del duomo nel sec. XVI, prima dell’intervento dell’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo – Si evidenziano le cappelle e li Altari dedicati a Santa Maria Maddalena.

Altre cappelle ed Altari e dedicate alla Santa ed erette nelle navatelle del duomo, fin negli intervalli dei pilastri, furono erette negli citati nelle Sante Visite dal 1574 e in più antichi documenti, furono poi diroccate nel corso dei lavori di restauro e ricostruzioni parziali dell’edificio dopo i vari terremoti succedutisi nel tempo e definitivamente durante il riassetto della configurazione dell’apparato liturgico interno, promosso dall’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1753/54), dopo il terremoto in due fasi del 1731/32: un Altare nella cappella di patronato dei Capece-Minutolo, citato nella Santa Visita del 1627 e del 1645, dedicato a Santa Maria Maddalena Penitente, eretto sotto una immagine della Santa, dipinta ad affresco, titolare di un antichissimo beneficio elencato nelle citate Sante Visite; la cappella dedicata a Santa Maria Maddalena patronato della famiglia Guindazzo, che fino al XVI secolo “…erat in columnis porticus Ecclesiae contra cappellam S.ta Susanna de Carbonis..” (cfr. Santa Visita dell’Arcivescovo Cardinale Ottavia Acquaviva d’Aragona (1605-1612) del 1607, ma citata anche nelle altre Sante Visite degli Arcivescovi succedutisi tra il 1574 e il 1605, anche se il Titolo era già stato trasferito con i benefici nell’Altare Maggiore, diroccata negli anni di governo pastorale dell’Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603), (cfr. Polizza del Banco della Pietà del 20 agosto 1612, emessa per il pagamento degli operai che provvidero a diroccare l’Altare); un Altare dedicato alla Santa nella cappella dedicata a San Nicola, patronato della famiglia Filomarino, aperta sulla navatella di Sant’Aspreno e la cappella sepolcrale, patronato della stessa famiglia, aperta sulla navatella di Sant’Atanasio I.

La cappella dedicata a San Nicola, patronato dei Filomarino, aperta sulla navatella di Sant’Aspreno (da non confondersi con un’altra cappella dedicata a San Nicola patronato della famiglia De Diano, aperta sulla stessa navatella) fu diroccata, insieme a quella dedicata Santa Maria, della famiglia Sicelmari, o Cavaselice, e  a quella dedicata alle Sante Caterina e Margherita dei Zuroli, nel 1607, per far posto alla costruenda nuova cappella del Tesoro di San Gennaro.

La cappella sepolcrale dei Filomarino, dedicata a Santa Maria Maddalena, aperta sulla navatella di Sant’Atanasio I, raccolse i resti mortali dei Filomarino, trasferiti dalla diroccanda cappella dedicata a San Nicola, non trasferiti nella nuova cappella di patronato eretta dall’Arcivescovo Cardinale Ascanio (1641-1666) nella basilica dedicata ai Santi Apostoli.

Essa poi, nei primi anni del ‘900 fu ridedicata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C., in occasione della sua canonizzazione e il suo compatronato e, Titolo e benefici antichi, furono trasferiti nell’Altare Maggiore del duomo.

Nella costantiniana basilica Cattedrale detta di Santa Restituta poi, esisteva un Altare eretto a lato dell’ antichissimo oratorio dedicato a Santa Maria del Principio, dedicato a Santa Maria Maddalena Penitente, concesso in antico, in patronato alla famiglia Caracciolo Guindazzo, citato nella Santa Visita dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), del 1580, diroccato durante gli interventi di ammodernamento barocco, dopo il terremoto del 1688.

 

Napoli – Duomo – Cantonale del transetto SUD – La cappella Crispano – La facciata ingombra da un  grande corpo d’orgono, che non consente l’accesso, costringe all’uso di questa antica fotografia.

All’interno delle antiche cappelle sulle quali esercitavano il diritto di patronato altre nobili famiglie napoletane, aperte lungo le navatelle del duomo e erette lungo le pareti del transetto, concesse tenendo conto di una configurazione topografica rappresentativa della corte angioina, e distribuite nel rispetto della dignità e del ruolo esercitato dai beneficiari del diritto, in vita, perché anche dopo la loro morte gli eredi fossero destinatari degli stessi privilegi acquisiti e concesse poi successivamente in patronato, nel tempo, ad altre famiglie per la loro estinzione, erano presenti riferimenti al culto della Santa che, con la fine del Regno angioino, andò definitivamente scemando.

Ricostruzione grafica dell’interno del duomo di Napoli elaborata da Amedeo Formisano.

Nella cappella di patronato della famiglia Capece Minutolo, sopravvissuta ai crolli e ai terremoti, costruita sulla antica cappella di patronato della stessa famiglia risalente al IX secolo, e dedicata da sempre a San Pietro e poi anche a Sant’Anastasia  dall’Arcivescovo Cardinale Arrigo (1389-1400), che fu del Titolo romano di Sant’Anastasia,  nel citato affresco di un ignoto pittore del trecento, attivo alla corte angioina, in una nicchia nella parete sinistra della prima campata, ad angolo con la contro facciata è ritratta Santa Maria Maddalena Penitente , nuda, coperta dai soli suoi lunghi capelli ramati e con le palme delle mani aperte verso l’osservatore.

I primi simboleggiano la ritrovata purezza attraverso la penitenza, non ostante la prorompente sensualità non ancora domata, e le seconde simboleggiano l’arrendersi a Dio, della Maddalena che è conscia di essere peccatrice ed invoca la misericordia divina; è un offrire se stessa a Dio, con il cuore commosso che innalza a Lui sentimenti irrompenti di adorazione, lode, ringraziamento ed esultanza per l’insperato incontro con il Risorto.

Napoli – Duomo – Cappella Cappella dedicata a San pietro patronato della famiglia Capece Minutolo – L’affresco della “Maddalena penitente” di ignoto pittore del trecento

Alla Maddalena era attribuito il ruolo di “Apostola degli Apostoli” per la testimonianza di fede resa della Risurrezione.

Secondo la “Legenda aurea” del domenicano Jacopo da Varagine (1228-1298), Maria Maddalena (di Magdala), che non era affatto una prostituta pentita, come è rappresentata nella iconografia occidentale, (il biblista R. Fabris, tenta di decifrare in maniera corretta la figura di questa donna e delle altre donne che seguivano Gesù e i discepoli nell’opera di evangelizzazione della Palestina (Fonte: http://www.aleteia.org/it/religione/intervista/gesù-maddalena), era in realtà una persona benestante, malata, guarita da Gesù, che insieme ad altre donne della sua stessa condizione sociale finanziavano la prima comunità dei seguaci del Cristo, nell’aiuto ai poveri (cfr. Lc. 8, 1-3).

Dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù a motivo della testimonianza resa nella Palestina, (cfr Mc. 16,  910; Gv. 20, 14-18) che raccoglieva adesioni alla nuova fede, fu posta con numerosi cristiani su un barca senza remi e spinta alla deriva, perché affondasse.

La barca approdò nel porto di Marsiglia dove la Santa insieme ai cristiani scampati al naufragio, iniziò una intensa attività di apostolato.

La “Legenda” si rifà alla “Vita di Maria Maddalena” di Rabanus Maurus che fu Arcivescovo di Magonza nel IX secolo, che narra anche del suo viaggio avventuroso per la Provenza e la predicazione del Vangelo di Gesù per quelle terre, supportata da numerosi miracoli, concludendo la sua vita in eremitaggio nella grotta della Saint Baume presso Aix en Provence, dove fu sepolta e dove Carlo II d’Angiò ritrovò le sue reliquie e si fece seppellire nel santuario a lei dedicato e da lui costruito

Il culto della Santa fu ampiamente recepito dalla famiglia reale francese che lo importò  in Italia Meridionale con Carlo II d’Angiò, traendone notevoli vantaggi, perché comprese il valore politico-religioso e, attraverso una pretesa sacralizzazione dinastica ad essa legata,  e grazie agli ordini religiosi pauperistici, Cistercensi e Domenicani e poi Francescani, ma anche i Serviti e i Celestini il culto ebbe notevole impulso dopo  il trasferimento della sede pontificia ad Avignone, in Provenza, dove la Santa predicò con successo il Vangelo di Cristo; nella Provenza, contea angioina, dove re Carlo II aveva ritrovato le reliquie della Santa ed aveva fondato una superba basilica per contenerle.

Con Roberto e la prima Giovanna la devozione e il culto verso Maria Maddalena Penitente, ebbe nuovo impulso in Provenza ma anche nel Regno di Napoli, con il rientro dalle crociate e con la presenza dei cavalieri templari che fecero della Santa Penitente la loro Patrona.

Al sentimento religioso della corte tendente al pauperismo e alla penitenza, per gli altri, si contrappose però un generale stato di lassismo dei costumi, anche per il comportamento morale di Giovanna I, richiamata aspramente anche da Santa Caterina da Siena (lettera n. 348).

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L’apparato liturgico originario del duomo angioino, compromesso dai frequenti crolli (cfr. M.Gaglione, op. cit.) e disastrosi terremoti, e successivamente riorganizzato, appare di non facile lettura e non è facilmente ipotizzabile una ricostruzione della antica disposizione rappresentativa delle cappelle di patronato che attraverso i pochi documenti superstiti dall’incendio del settembre del 1943, appiccato dai nazisti in fuga alle casse contenenti pergamene ed atti della cancelleria angioina , appare incompleta; infatti il progetto di realizzare un pantheon dinastico angioino nella cappella esterna all’edificio (la attuale sagrestia maggiore), dedicata a Ludovico d’Angiò (1274-1297) primogenito di Carlo II ed erede al trono di Napoli, rinunciatario al diritto di successione in favore del fratello Roberto, e del quale era in corso il processo di beatificazione (canonizzato nel 1317), proprio con Roberto d’Angiò fu accantonato per la fondazione della basilica dedicata all’Ostia Santa, detta di Santa Chiara (1310) destinata ad essere il cenotafio della famiglia reale e del suo entourage napoletano.

Napoli – Museo Nazionale di Capodimonte – Simone Martini (1284- 1344) – San Ludovico d’Angiò, Vescovo di Tolosa, che incorona il fratello Roberto re di Napoli – Tavola dipinta nel 1317 per la basilica napoletana dedicata a San Lorenzo.

Le devastazioni prodotte  dal terremoto del 1456, che distrusse gran parte dell’edificio,  rese necessario un massiccio consolidamento statico delle pareti dell’edificio anche con il tompagnamento di diversi finestroni, specialmente sul lato destro, prospiciente via Tribunali e l’attuale piazza Card. Sisto Riario Sforza, ma stravolse la configurazione planimetrica dell’apparato liturgico antico.

La cappella dedicata a Santa Maria Maddalena penitente, patronato di Landolfo Crispano, nel corso dei secoli, cadde nel totale abbandono: l’estinguersi della famiglia per le alienazioni e acquisizioni di nuovi feudi nel ‘500 e contratti di matrimonio, per tentare di ricostituire una linea genealogica maschile, mancante;  il trasferimento di titoli e beni nei contratti  matrimoniali, fece confluire il diritto di patronato esercitato, nella disponibilità della famiglia Caracciolo dei duchi di Miranda, nella seconda metà del 600.

Nel 1470, il restauro del duomo dopo il terremoto del 1456 era già completato, ma quali furono le dimensioni di questo intervento ricostruttivo per  più parti dell’edificio, non sono note.

I guasti prodotti all’apparato della cappella dai vari interventi di consolidamento statico del cantonale SUD del transetto e della parete soprastante, negli anni successivi, determinarono il restauro ricordato dalla lapide apposta al lato del quadro della Santa   di Nicola Vaccaro (1640-1709) figlio del più celebre Andrea, restauro che comportò anche sostanziali modifiche al monumento funebre che probabilmente risultava già parzialmente smembrato o, quanto meno, ridotto molto nella sua configurazione.

La relazione della santa Visita dell’Arcivescovo Cardinale Francesco Boncompagni (1626-2641), del 1627 (cfr. A. S. D. N., Atti della Santa Visita del Cardinale Francesco Boncompagni, I parte, I foll.185t.- 187t.) che descrive lo stato del luogo, impone ai proprietari degli obblighi da rispettare: “…mensa altaris cappellae S. Mariae Magdalenae de Crispanis dilatetur ex fabrica et provideatur  altari praedicto de omnibus necessariis pro celebrazione missarum, aptetur fenestra, cappella dealbetur et provideatur de baldachino apponendo supra imagines depictas expensis  cappellanorum, qui accedant ad celebrandum in eo missas, ad quas tenentur…”.

La relazione, però, non riporta quello che deturpava il prospetto del sacello: nel 1548, Giovanni Francesco de Palma, su commissione dell’Arcivescovo Cardinale Ranuccio Farnese (1544-1549) realizzò il nuovo organo del duomo, ponendolo su una cantoria appositamente costruita nell’intercolumnio tra la navata maggiore e l’ultima campata della navatella di Sant’Aspreno, con la mostra rivolta verso l’abside .

Alla cantaoria si accedeva per una scala a lumaca, difesa da un cancellata, e con ingresso dall’interno della cappella  di patronato dei Crispano, chiusa con un’altro cancello.

La mostra di questo organo, insieme a quello gemello costruito nel 1562, era chiuso dai pannelli dipinti dal Vasari  (1511-1574) posti ora sulla parete NORD del transetto, organi rimossi nel 1767, quando furono costruiti i due nuovi attuali

Una lapide riportata più avanti nel testo, informa che gli eredi, inumarono in essa anche i resti mortali di Domenico Crispano nella seconda metà del 1600 e, in esecuzione dei dettati della relazione della citata Santa Visita del 1627 poi, provvidero anche alla apertura della finestra e a far realizzare su disegno di Arcangelo Guglielmelli (1648-1723) la cornice intorno al quadro della Maddalena.

Al disotto del quadro, rimase la Mensa dell’Altare che copriva il sepolcro di Landolfo, così come informa una successiva relazione del 1741, più avanti riportata.

Nel 1686, pochi anni dopo la conclusione del restauro della cappella, un altro terremoto interessò Napoli e provocò nuovi danni all’edificio; cinquant’anni dopo, un altro e più rovinoso terremoto, il 29 novembre del 1732, annunciato da un altro evento sismico l’anno prima.

Napoli – Duomo – L’abside maggiore contraffortata e incatenata nel restauro dell’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603).

 

Il terremoto del 1732 fece gravissimi danni all’abside, già consolidata dall’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603), alle volte delle navate minori, lesionò i muri del transetto, specialmente nel lato SUD, risultato fin dal tempo della costruzione dell’edificio staticamente il più debole.

Durante la fase di consolidamento statico dell’edificio dopo il terremoto del 1456,realizzata con il notevole contributo reale aragonese, del Papa, di alcune famiglie nobile napoletane i cui stemmi compaiono ancora in cima ai pilastri ricostruiti o restaurati con il loro contributo e con il sacrificio del popolo napoletano (il più prezioso), si verificò la ridistribuzione dei diritto di patronato su alcune cappelle ad altre famiglie legate alla nuova dinastia al potere, ed il trasferimento di patronati goduti da famiglie estinte, agli eredi e vide la erezione nel corso degli anni di Altarini e cappellette votive fin negli intervalli dei pilastri, addossate alle pareti delle navatelle e in ogni spazio rimasto libero, determinando il caos liturgico la cui risoluzione con la loro eliminazione fu iniziata dall’Arcivescovo Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) e definitivamente risolto dall’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754), dopo il terremoto in due fasi del 1731-32.

Napoli – Duomo – Interno, navatella di Sant’Atanasio – In cima ad un pilastro è ancora in sito lo stemma apposto da una famiglia napoletana, curatrice della sua ricostruzione, dopo il terremoto del 1456.

I lavori di ricostruzione e restauro furono ripresi dall’Arcivescovo Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734) continuando il lavoro di consolidamento e restauro dell’edificio già quasi ultimato, iniziato dopo il terremoto del 1686, dallo zio, Arcivescovo Cardinale Antonio Pignatelli (1686-1691), poi Papa Innocenzo XII (1691-1700) e dall’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702), riprendendo il lavoro e disponendo interventi di scucitura e ricuciture delle ampie lesioni della parete SUD del transetto; la realizzazione di arconi di mattoni nella muratura e la modifica dei prospetti ogivali delle due cappelle lato SUD, con arconi di mattoni a tutto sesto e riempimento  degli spazi vuoti soprastanti, per creare un consistente rinforzo della parete che fu anche incatenata dai due cantonali, della cappella dei Crispano e della cappella dei Capece Minutolo.

L’arco ogivale della cappella dei Crispano fu egualmente modificato e il cantonale incatenato fino all’angolo opposto della navatella di Santi’Aspreno.

Il Regio Ingegnere F. Buonocore, con un documento del 1733, relazionava all’Arcivescovo Pignatelli sul lavoro di scucitura e ricucitura delle lesioni, fatto anche sulla cappella della Maddalena.

Una descrizione settecentesca dello stato del luogo la troviamo nella Relazione dello stato della Chiesa Metropolitana a tenore degli ordinamenti di S. E. il Sign. Cardinale Giuseppe Spinelli Arcivescovo nell’istruzione per la Santa Visita, a 20 settembre 1741: “….voltando a man diritta nella croce, viene la cappella della famiglia Crispano, larga palmi venti, profonda palmi dieci e dedicata a Santa Maria Maddalena penitente, della quale vi è un bellissimo quadro. Ha l’altare con la tavola sostenuta da due colonne, e sotto vi è un sepolcro, che ha intorno scritto:

Hic Jacet corpus magnifici militis et egregij legum doctoris D.ni Landulfi Crispani de Naeap. Magnae reginalis curiae magistri rationalis ac locumtenentis qui obij anno D.ni 1372 die 23 m. augusti II indict.

Dalla parte dell’Evangelio, a lato della cornice di stucco nella quale é posto il quadro, vi é una antica lapide di marmo con la seguente iscrizione in versi esamitri in caratteri gotici (una delle poche superstiti):   

CANDIDA SINDRESIS REDEMITUS TEMPORA SERTIS  /  LANDULPHUS CRISPANUS ADEST IN LEGE CANORUS  /  DOCTOR ERAT MILES AREMATUS FLORIDA LINGUA.  /  TEMPERIESQUE VIRI COMITIS CONIUNXERAT ASTRIS  /  REGIA GRANDAEVIQUE INSIGNIA NOBILIS AULAE ; /  FULGIDUS INQ. FORO DISPUNCTIS CALCULUS INGENS,   /  VIRQ. DEO MONDOQUE BONUS SUPER ALTA LEVATUS  /  COMPOSITIS FACTIS CLARUS SAPIENTIA CUNCTIS,  /  EXALTATA VIIS SERPIT LEVITERQUE SUSURRO  /  CONSILIUM  REGNI FUIT HIC PERDOCTUS APOLLO  /  AT QUOQ. MAGDALENES DEVOTE FACTA CANEBAT  /  URBANUS NOVIT PRUDENTEM PAPA SONORUM  /  LIMATASQUE VIAS SUPER AETHERA REMQUE LOCABAT  /  FORTUNANQUE SUAM PLACIDIS STRINGEBAT HABENIS,  /  MAGNAQ. IAM MORTIS IMMITIS VINCULA SPOERNENS  /  INQUIT IN EXTREMIS IGNITUR FULGIDA VIRTUS:  /  DULCIS MORTE VIRI TANDEM PAX FRANGITUR OMNIS  /  OCCIDIT INFELIX REGNI STATUS ARQUE PEPENDIT,  /  VERTILIS EX CENTUM TER MILLEQUE CIRCULUS ANNIS  /  SEPTUAGINTA SIMUL PARITER MIXTISQUE DUOBUS  /  FULSERAT INGENTI SOLIO REGNANTE IOANNA  /  INSITA BIS DENIS SAT TERTIA FLUXERAT ARDENS   /  AUGUSTIQUE DIES UNDENOS PECTINE DENSO  /  VOLVERAT INTEXENS INDICTIO CIRCITER ANNOS                                                   .                                                                                               Quali versi risuonano così in lingua volgare ( n.d.r. traduzione da P.De Stefano):

“Qui giace Landulfo Crispano, con le tempie ornate di stellate ghirlande. Costui era dottor facondo e cavalier armato, la cui fiorita lingua, l’affabilità di questo conte già vecchio, havea congionto alle stelle l’insegne regali della nobil corte. Fu grande e splendido nelle cause giuditiali; superata ogni difficultà de legge, fu alzato al cielo essendo stato huomo bono, eta a Dio et al mondo. Fu huomo moderato, chiaro per li gran fatti, la cui sapientia, esaltata, humile caminava per ogni via. Costui, con leggier mormorio, era reputato un altro Apollo instrutto del consiglio del Regno, et divotamente già componeva la vita et gesti di Magdalena. Papa Urbano lo conobbe dotto delle Muse; et solo le sue poesie, ma la robba, col farne bene ad altri, locava nel cielo, et la sua felicitàla moderava con facili redeni, e despregiando i gran legami del’aspra morte disse: “Nell’estremo s’infiamma la splendida virtù”. Finalmente ogni dolce pace si frange nella morte di tant’huomo; lo felice stato del Regno cascò et restò sospeso. Haveva all’hora voltato il cerchio degli anni mille trecento settanta dui, essendo Giovanna Regina del Regno, et fu nel giorno assai ardente d’augusto vinte tre, nel’anno della indittione circa undecima” (cfr. P. De Stefano – Descrizione dei luoghi sacri della città di Napoli, Napoli, 1560).

La relazione del 1741, continua: “…dalla parte dell’Epistola della medesima cornice vi è quest’altra iscrizione:

VETUSTUM  /  VETUSTISSIMAE CRISPANORUM FAMILIAE SACELLUM  / TEMPORIS  / INIURIA PAENE COLLAPSUM  /  AVITE PIETATIS NON IMMEMOR  / TRANSLATO DECENTIUM TUMULO  /  INSTAURAVIT CONCINNAVITQUE  /  D. DOMINICUS CRISPANUS  /  D. CAROLI ET D. ANNAE DE BALSAMO  /  PATRITIAE MESSANENSIS  /  FILIUS  /  TANTI STIPITIS UNICUM  GERMEN  /  ANNO A DEO HOMINE  /  MDCLXXVIII

La relazione del 1741, descrivendo la cappelle dedicata a Santa Maria Maddalena penitente, testimonia della presenza del gisant di Landolfo Crispano murato sotto la mensa dell’altare, non parla della presenza della sua cassa funebre (e nemmeno dell’ horreum).

Il citato decreto del 1721 della Sacra Congregazione dei Riti che vietava la presenza di cadaveri posti in sepolcri elevati da terra o sotto gli altari, fu recepito ed applicato con molto ritardo e nel duomo che durarono almeno fino al 1754, quando l’Arcivescovo Cardinale Spinelli lasciò definitivamente la Diocesi napoletana.

Ritratto dell’Arcivescovo Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754)

Nella relazione ad limina  del 24 ottobre 1747 il cardinale Spinelli informa anche  dei restauri del duomo di Napoli (A.S.V. Sacra Congregazione del Concilio, Relationes ad limina, Neapolis 1747) e cita anche lavori alla Cappella della Maddalena dei Crispano, conclusi appena l’anno prima.

Una lapide apposta sulla parete di fondo della cappella ricorda il restauro e la chiusura della stessa con una nuova balaustra marmorea con la soprastante nuova cancellata.

NUPERRIME ANNO MDCCXXXXVI ADUC VIVENS  /  TRANSLATO LANDULFI TUMULO  /  INSTANTIBUS  /  D. CAROLO ET D. NICOLAO EX D. ANT. MOCCIA  /  E CARFITII DUCIBUS SUSCEPTIS  /  PATERNAM PIETATEM  ASSEQUENTIBUS  /  MARMORIBUS CANCELLIS PICTURISQUE  / IN RECENTIOREM NOBILIOREMQ. FORMAM  /  REDACTUM  /  P. D.

Fu nel 1746 che il gisant di Landolfo Crispano privato della fascia identificativa fu definitivamente  murato sulla parete destra, nella incomoda posizione verticale e sopra di esso fu posta una lastra tombale che ricorda il luogo della sua sepoltura: nel muro forse è stato ricavo un piccolo loculo per contenere i suoi resti mortali.

HIC IACET CORPUS MAGNIFICI VIRI MILITIS  /  ET EGREGII LEGUM DOCTORIS DOMINI LANDULFI  /  CRISPANI DE NEAPOLI MAGNAE REGINALIS CURIAE  /  MAGISTRI RATIONALIS AC LOCUMTENENTIS  /  MAGNI CAMERARIJ REGNI SICILIAE REGINALIS  /  QUI OBIJT ANNO DOMINI MCCCLXXII DIE  /  VIGESIMO TERTIO MENSIS AUGUSTI  XI IND.  /  CUJUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE . AMEN

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Dello smembrato monumento funebre di Landolfo Crispano non esiste una descrizione della sua configurazione: gli autori antichi (Cesare d’Engenio Caracciolo, Pietro de Stefano, De Dominici, L.Loreto. S.D’Aloe, G.A.Galante) si soffermano a riferire della lapide celebrativa e del suo lungo testo inciso a caratteri francesi, murata già nella seconda metà del ‘500 sulla parete sinistra del sacello e nessuno riferisce del sarcofago e del gisant che appare di notevole fattura e che fu sotto la mensa dell’Altare della cappella, almeno fino al 1741.

Mons.Franco Strazzullo, cita documenti dell’Archivio Diocesano di Napoli che consentono di tracciare una storia del sito ma non del monumento funebre.

Gli anni che vanno dalla metà del ‘300 e i primi decenni del ‘400 (Landolfo Crispano morì nel 1372 e gli eredi, non avendo figli, gli eressero il monumento funebre negli anni immediatamente successivi, dopo un passaggio per una sepoltura provvisoria, come d’uso) furono caratterizzati dalla presenza di scultori di corte definiti dalla critica tinesco-bertinei, perchè dopo la morte di Tino di Camaino (1337) che propose nuove poetiche formali, caratterizzate da solidità e compattezza volumetrica delle figure, propose anche innovazioni nella configurazione degli apparati funebri che rese più celebrativi, lasciando traccia del suo nuove stile nella continuazione della sua bottega, e per buona parte del secolo, fino cioè all’arrivo a Napoli dei fratelli Giovanni e Pacio Bertini, dopo il 1343, chiamati da Giovanna I d’Angiò per costruire il monumento funebre di Roberto in Santa Chiara.

Nel monumento di Roberto è ampiamente avvertita l’influenza tinesca nel comune maestro, Giovanni Pisani, ma anche nella collaborazione alla esecuzione, di artisti della ancora attiva bottega di Tino.

Qualcosa di nuovo si verificò con l’arrivo a Napoli di Antonio Baboccio da Piperno, nei primi anni del ‘400, che importò stilemi legati alla scultura fiamminga e borgognona, con effetti plastici nuovi: robustezza  ma anche espressionismo nelle figure, non solo, ma anche elementi di chiaro gusto francese, veicolato attraverso le influenze di artisti gotici avignonesi, come scelta della corte angioina legata alla corte pontifica in Avignone, dove Giovanna I soggiornò per lunghi periodi.

Ma siamo fuori tempo: trent’anni dopo la morte di Landolfo.

Tino di Camaino importò a Napoli un nuovo tipo di monumento funebre, e ne costituì il prototipo nei  sepolcri gerarchici realizzati in Santa Chiara per gli appartenenti alla famiglia regnante, con baldacchino sorretto da colonne, gisant sulla cassa scolpita sulla faccia e su i lati, sollevata da terra da cariatidi, con la camera funebre difesa da tendine rette da angeli che la rendono discreta, intima, ma anche sepolture a parete, erette nelle cappelle di patronato, assegnate all’entourage reale, sulla scorta della importanza del ruolo rivestito a corte: la cassa, decorata o non decorata, sorretta da colonnette tortili, con il gisant o la lastra terragna utilizzata per la sepoltura provvisoria, a chiudere il sarcofago.

Nella chiesa di San Domenico in Collesano (PA), il sepolcro di Elvira Moncado e Antonio Ventimiglia, presenta il gisant della donna, realizzato nel 1406 e attribuito ad un ignoto scultore napoletano o toscano, a chiusura di una bassa cassa funebre che reca una fascia identificativa,  sorretta da animali.

Una struttura semplice, posta in uno spazio limitato, e che non ha nulla dei monumenti celebrativi angioini, reali o non.

Realizzato negli stessi anni in cui si realizzava a Napoli il sepolcro di Lanfolfo, hanno la stessa paternità nel così detto maestro durazzesco?

Quello che resta dello smembrato monumento funebre di Landolfo Crispano, dopo il terremoto del 1456, che arrecò molti danni proprio in quel cantonale Sud del transetto, e notevoli danni alla intera struttura, non ci consente uno ricostruzione della sua configurazione: forse fu una struttura architettonica del semplice, oppure come quello riprodotto in fotografia, un semplice sepolcro, con il gisant a chiusura di una bassa cassa sollevata da terra, con una fascia dedicatoria identificativa   e la grande lapide celebrativa murata sopra di essa, sulla parete di fondo del sacello: la grande lapide che ci fornisce l’immagine di un personaggio della corte angioina, che alla esperienza militare, univa anche quella forense e che era tenuto in gran conto dagli stessi sovrani per gli ottimi consigli che forniva nei frangenti politici ed esperto e fidato responsabili delle entrate reali.

Ci parla di un parsonaggio che certamente incontrò Boccaccio  e Petrarca durante il loro soggiorno napoletano e che con le sue canzoni  e i suoi versi cortesi allietò le feste e i convivi di corte, aggregandosi alle allegre compagnie che frequentavano il castello angioino.

Ma fu anche autore di letteratura morale e religiosa, autore di un testo sulla vita e le opere di Santa Maria Maddalena, non il solo, in verità, ma come gli altri, omaggiante l’orientamento del sentimento religioso della corte angioina, incline verso la figura della Santa, e che certamente contribui a rendere il progressivo e lento, ma sicuro cammino della lingua italiana, ancora compressa dal francesismo provenzale di corte e che lentamente tentava di sostituirsi ad esso preparando il terreno su cui poi si formerà la cultura rinascimentale.

Napoli – Duomo – Cappella della Maddalena dei Crispano – Il gisant del sepolcro di Landolfo Crispano – La cappella ingombra di materiali in deposito, non è accedibile.

Quello che resta del suo monumento, non ci consente la attribuzione di una paternità: è ascrivibile alla scuola di Tino di Camaino, attiva in duomo nella realizzazione di monumenti funebri per alcune famiglie titolari di diritto di patronato e impegnata ancora nella conclusione dei lavori nella cappella reale di San Ludovico d’Angio, monumenti andati perduti con il terremoto del 1456: di essi ci restato le due cariatidi della cappella Caracciolo Pisquizy nel duomo.

Perchè non attribuibile ai fratelli Bertini, perché Pacio certamente negli anni immediatamente seguenti il 1357, già era a Firenze. e forse il gisant è da attribuire al così detto maestro durazzesco e bottega, attiva per tutta la seconda metà del ‘300, formatosi con i Bertini, ritenuto vicino a Pacio Bertini stesso, per la posa naturale del defunto, per  le pieghe della veste cadenzata, per l’espressionismo del volto, nelle rughe della fronte e del labbro, per le mani a paletta che non hanno nulla a che vedere con la morbidezza e la flessuosità di molte altre figure attribuite invece ai fratelli Bertini.

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Segnalo lo stato di eccezionale abbandono della cappella, ingombra di attrezzi in disuso e l’ingresso occupato dal grande  organo recentemente posizionato, che non consentono la osservazione sia pur minima del sito.

 

 

 

 

La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli.

 

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di Tino d’Amico

L’autore nel suo studio.

Durante la attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di reliquie di Santi e Beati depositate nella cappella reliquiario del duomo di Napoli, ho rinvenuto una ciotola invetriata policroma, che presenta sul bordo interno, aggiunta in epoca ottocentesca la scritta informativa a caratteri gotici, del suo contenuto al momento del suo ritrovamento: VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

La data è quella della ricognizione canonica all’interno dell’Altare barocco della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, patronato della famiglia Capece-Galeota, nel duomo di Napoli, per la ricerca delle reliquie del copro di Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli (850-872) che la tradizione riteneva inumato nell’Altare della cappella.

Napoli – Duomo – il prospetto della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Il reperto la cui importanza è certamente non nel manufatto, ma nella sua integrità, perché trattandosi di comune vasellame da mensa ampiamente diffuso nell’Italia Meridionale nel limitare del sec. XIII e gli inizi del successivo, é a noi noto attraverso manufatti frammentari variamente recuperati: esso è una ciotola invetriata policroma a larga tesa, bordo leggermente inclinato verso l’interno, basso piede ad anello e presenta una decorazione interna a motivi geometrici ricurvi, campiti con punti di colori contrastanti, giallo ferraccia e verde ramino, su un fondo giallo ferraccia uniforme.

Esternamente, sullo stesso fondo giallo ferraccia , presenta una decorazione a macchie di colore verde ramino.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La ciotola angioina al momento del suo ritrovamento.

Spolverato, classificato, catalogato e inventariato, il prezioso manufatto è stato da me depositato nella lipsanoteca – S – scarabattola – W – e allo stesso ho attribuito il numero di inventario 677/b – S – W, perchè fu recuperato insieme al terriccio con frammenti ossei, rinvenuto anch’esso all’interno del sarcofago strigilato della cappella dei Capece-Galeota.

Al terriccio, contenuto in una busta di plastica trasparente e chiuso in un contenitore bianco legato con cordonetto rosso, come stabilisce il Codice di Diritto Canonico, ho attribuito il numero di inventario 677 – S – W.

Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La lipsanoteca dove ho riposto il reperto oggetto di questo articolo.

La singolarità del reperto non è il solo motivo di questa comunicazione: è il valore documentario della scritta informativa ottocentesca aggiunta suo suo bordo interno, che apre verso nuove indagini volte allo studio storico e critico del reperto, alla ricerca delle reliquie del corpo di Sant’Atanasio I, e tentare di dare una risposta al quesito agiografico sollevato dalla scoperta nel 1882 all’interno del sarcofago sottostante il cartibulum utilizzato come Altare Mensa , rinvenuto nascosto nella cassa dell’Altare barocco della cappella, di consistenti frammenti ossei che la Commissione presieduta dall’Arcivescovo Sanfelice attribuibuì al corpo di San Massimo, Vescovo di Napoli (356-362), per la fascia dedicatoria incisa sul bordo della Mensa; reliquie che la tradizione ritiene inumate insieme a quelle dei Santi Vescovi napoletani Fortunato ed Efebo (Efremo) nel corpo dell’Altare  della basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli, dove furono scoperte nel 1589.

Per la storia del loro ritrovamento, rimando al mio saggio Il cartibulum e il sarcofago strigilato del duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com.; questo lavoro, è dedicato alla sola ciotola angioina.

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Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli. Sorrento – Bas. di Sant’Antonio – Tela di Carlo Amalfi (1778).

Ricorrendo il primo millennio della morte del Vescovo di Napoli Sant’Atanasio I (850-872), si costituì una Commissione presieduta da Mons Gennaro Aspreno Galante (1842-1923), Sacerdote, storico, archeologo di fama internazionale, Canonico del Capitolo Cattedrale, per la ricerca di ciò che restava del suo corpo, che la tradizione riteneva inumato nell’Altare fanzaghiano realizzato al centro della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, fin dalla fondazione dell’edificio angioino, patronato della famiglia Capece-Galeota, che dal 1597 era diventata il luogo per la custodia e per l’adorazione delle Specie Eucaristiche, secondo le nuove linee pastorali del Concilio di Trento (1545-1567).

Napoli – Duomo – La cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio, come si presentava nei primi anni del passato secolo, con il ricomposto Altare fanzaghiano dopo la ricognizione canonica del 1882.

Trascorsero diversi anni prima che la Commissione di studiosi ed archeologi potesse incominciare le ricerche nella cappella per un susseguirsi di vicende storiche sfavorevoli, non ultima la morte dell’Arcivescovo del tempo, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1846-1877).

Finalmente il 26 e 27 giugno 1882, alla presenza del nuovo Arcivescovo, il Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897) si procedette alla ricognizione delle reliquie dei Santi Vescovi Stefano I (499-501), Giuliano (701 – ? ), Lorenzo (703-717), la cui presenza nell’Altare fanzaghiano risultava ampiamente documentata, per poi procedere alla ricerca delle reliquie  di Sant’Atanasio I, nel corpo dello stesso dell’Altare o altrove, all’interno della cappella.

Niente e nessun documento, noto alla Commissione, lasciava supporre il contenuto della cassa del prezioso Altare barocco e che disorientò studiosi ed archeologi.

La sera del 26 maggio ci fu una prima semplice esplorazione del sito e dell’Altare fanzaghiano e attraverso la retrostante fenestrella confessionis  si tentò di osservare l’interno della cassa.

Napoli – Duomo – Cortile interno – La fenestrella confessionis, reperto superstite dall’Altare di San Massimo nella cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio.

Fu aperto il solo lato sinistro dell’Altare barocco e si intravide parte di un più antico manufatto.

Il giorno seguente, 27 giugno, si continuò la esplorazione  dell’Altare: fu rimosso il paliotto barocco e si notarono prima una coppia di  trapezofori e poi la antica Mensa che sostenevano e che presentava sulla fascia anteriore la iscrizione latina seguita dalla Croce Monogrammatica MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR,  che strabiliò la Commissione di esperti: sotto la Mensa apparve nella sua interezza un sarcofago romano.

Eseguita la ricognizione delle reliquie contenute nella lenos, il sarcofago fu nuovamente chiuso e sigillato e i giorno successivo, 28 giugno, fu interamente ricomposto l’Altare barocco, nascondendo al suo interno nuovamente i preziosi reperti.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero del prezioso cartibulum e del sarcofago nel 1957.

La Commissione non avendo trovato documenti probanti delle reliquie di Sant’Atanasio I, e non essendo nemmeno certa di chi fossero i frammenti ossei ritrovati, composti nella ciotola, e quelli frammisti al terreno, parzialmente raccolto dall’interno del sarcofago,ritenne opportuno, anche per non disorientare i fedeli,ricomporre l’Altare fanzaghiano, nascondendo al suo interno cartibulum e sarcofago.

Prevalse il parere dell’Arcivescovo su quello dello storico e dell’archeologo, che in ossequi alla volontà del suo Vescovo, fece apporre sul bordo interno della ciotola la scritta identificativa del suo presunto contenuto nella lenos VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882.

Napoli – Duomo – Momenti del recupero dei preziosi manufatti nel 1957 – (Da: F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1959).

Mons. Gennaro Aspreno Galante redasse un accurato verbale della ricognizione – indagine archeologica: “…27 giugno 1882..  duo fabbri laevam altaris athanasiani latus, unde heri marmoream tabulam avulsimus , effodere coeperunt; nec mora vetustae mensae angulus marmoreus , quo mensae latus innitebatur;…antica pars altaris ecertiu cepit; avulsa prima tabula marmorea, deide lapidea congerie, vetus altare spectatur, magnam praeseferens vetustatem. Scilicet duo griphi alati, qui classicam, non mediaevi, aetatem reddebant, marmoream mensam sustinebant, cuius labrum hac epigraphe inscriptum erat: MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR…..Nullus sarcophago inscriptus erat titulus. Tum maceriem inter et pulverem Dominus meus mensam subiit, et sarcophago adhaerens aperiri iussit; amodo caute aperculo , me propius accedente, apparuit ossium ac pulveris congeries linteo albo obtecta, quod imas oras acu pictas et fimbriis exornatas habebat; duae potissimum tibiae dignoscebantur, vasculum etiam ligneum et patera fictilis miniribus ossibus plena erant, lignei insuper loculi fragmenta et soleae frustula. Dominus meus singula ossa, magna animi pietate et gaudio exosculatus mirantibus nobis ostendit, aeque iterum sarcophago composuit quaedam ossa minora, pateram, solae et lintei partem extra reservavit. Obseratus iterum sarcophagus plumbo obsignatus est…Sagrista altaris structuram eadem ipsa nocte iterum componere studebat, quae tamen incrastinum emendari debuit…” (cfr. A.Bellucci, Onoranze alla venerata memoria di Mons. G.A.Galante), Napoli 1925).

La memoria della ricognizione del 1882 è in una pergamena conservata presso la Curia Arcivescovile di Napoli, Archivio della santa Visita. fondo pergamenaceo n.70.

Di essa riporto il testo parziale per dovere di cronaca perché entrambe costituisco la relata autenticativa della ciotola angioina e del terriccio raccolto dall’interno della lenos, ma anche delle ossa, qualora venissero ritrovate.

“…Erat autem fimbriis satis exornatum atque ad imas oras acu pictum nihil admodum sui amiserat coloris  et fortitudinis. Quod reverenter evolventes duas invenimus tibias, unam integram, mutilam alteram: sinistrorsum vera patera fictilis aspiciebatur parvis ossibus plaena manum potissimum ac pedum; destrorsum vasculum ligneum rotondum ossium fragmentorum , vestium ac solearum simul congesta massa una tumuli pars obducta erat, nec lignei feretri frusta per ossa et cineres sparsa deerant, nec ferreae subscudes feretrum ipsum olim firmantes ubi sacrum cadaver positum fuerat. Tunc Nostris Ipsi manibus majora minoraque ossa sigillatim secrevimus, cinerem totum et pulverem in ima sarcophagi parte substravimus, duas autem tibias reverenter deosculantes et iis qui aderant,  exhibentes super cinerem in pace composuimus , parva vero ossa e patera fictilis et ligneo vasculo in aliam patinam transtulimus, omnia eodem ipso linteo obtegentes. Desuper vero lignea frusta collocavimus,retinentes tamen Nobis duo  pedem ossa, cranii fragmentum, molaris dentis, coronidem soleae frustulum ac ipsam fictilem pateram atque lintei partem….”

Napoli – Duomo – Il sarcofago del III sec. interamente recuperato, nel 1957.

L’Arcivescovo Sanfelice demandò al Vescovo di Nocera Mons Luigi del Forno (1885-1912), presente a Napoli per la sua consacrazione episcopale , la riconsacrazione del violato Altare, il 12 ottobre 1885, ridedicandolo al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I , che pose al suo interno alcuni frammenti ossei dei corpi di San Massimo, San Gaudioso, Santa Lucia, San Gregorio Magno, in una capsella plumbea che ho recentemente ritrovata all’interno della lipsanoteca sinistra della cappella reliquiario del duomo, dove fu riposta nel 1957 , quando l’Altare barocco fu definitivamente smontato per il recupero dei reperti archeologici che nascondeva.

Napoli – Duomo – la definitiva sistemazione nella cappella dell’Altare fanzaghiano, del cartibulum e del sarcofago.

L’Altare barocco, poi negli anni ’80 del passato secolo, dopo un restauro al ciclo di affreschi della cappella, fu ricomposto, integrando i pezzi mancanti, sulla parete di fondo del sacello e il prezioso cartibulum e il sarcofago rimasero posizionati al centro del piccolo presbiterio con intorno i lacerticoli del pavimento di riggiole napoletane del ‘500, rinvenute con la rimozione del manufatto fanzaghiano

Fu un intervento personale delll’ allora Cardinale Arcivescovo Mons. Michele Giordano (1987 – 2006).

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio – I lacerticoli dell’antico pavimento di riggiole napoletane del ‘500.

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Mons. Franco Strazzullo, (cfr. F. Strazzullo, Saggi storici sul duomo di Napoli, Napoli 1957), così conclude il capitolo dedicato alla scoperta dei reperti e delle reliquie  contenute nel sarcofago, e riporto brani del suo testo perché testimoniano la perplessità dell’ottimo Sacerdote, dello storico, dello studioso: “…restano ora da affrontare  due ordini di questioni, una agiografica (le ossa rinvenute nel sarcofago sono i resti di Sant’Atanasio…o di San Massimo), l’altra di interesse artistico (esame stilistico dell’Altare e del sarcofago). Mi rendo conto che a questo punto il lettore avrà tutta l’ansia di sapere a chi dei due Santi appartengono le reliquie contenute nel sarcofago…Nell’estate del 1957 S. Emin. il Cardinale Mimmi, nel desiderio di procedere alla ricognizione delle reliquie , nominò una Commissione di esperti, presieduta da Mons. Domenico Mallardo, e divisa in sezione scientifica e sezione storica. Fino ad oggi  un velo di silenzio è ancora steso sui lavori svolti , talchè sarebbe del tutto azzardato anteporre un giudizio. Per ora (1959 n.d.r.) non è stato ancora comunicato il risultato  a cui è pervenuta la Commissione scientifica…”, perché i resti mortali di San Massimo, sono venerati nella basilica catacombale di Sant’ Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli.

Napoli – Basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappucini di Napoli – La fenestrella confessionis aperta sul paliotto del maggiore Altare per consentire la venerazione delle reliquie dei Santi Vescovi Efebo, Fortunato e Massimo.

E ritengo che non si conoscerà mai il risultato della indagine scientifica: le reliquie raccolte nella lenos sono, almeno fino ad oggi (2017 n.d.r.) introvabili.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo o “degli Illustrissimi” – Elementi dell’Altare fanzaghiano, smontato nel 1957 e ivi depositati.

Devo necessariamente riferire che nel mese di febbraio 2015, il Cardinale Arcivescovo di Napoli, Mons. Crescenzio Sepe, dispose il restauro dell’ipogeo che custodisce le salme di alcuni Vescovi di Napoli e di altri deceduti in città.

Provvidi, su proposta capitolare, a redigere un elenco, ordinato secondo il cronologico delle varie date di deposito e corredato di necessarie notizie biografiche, delle salme, chiuse nei cofani, come prescrive il Codice di Diritto Canonico e le norme igieniche relative alle sepolture.

Furono sistemate nell’ipogeo restaurato, anche un cofano funebre contenete ossame raccolto da antiche sepolture del duomo, due cassette di zinco sigillate contenenti altro ossame e tre cassette di legno anonime,  contenenti i resti mortali di tre individui e alcuni canopi contenenti parti molli umane, ormai disseccate.

La provenienza di questi resti umani anonimi, è nel decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721, che vietava la presenza di corpi di defunti in sepolcri elevati da terra, oppure essi furono variamente recuperati durante i lavori ottocenteschi all’interno del duomo.

Con i cofani funebri e le cassette-contenitori di ossame, temporaneamente riposte nella cappella funebre del Cardinale Alfonso Castaldo, nello spazio della cripta di San Gennaro, fu riposta e da me osservata,  anche una cassetta di legno compensato chiaro, di fattura moderna, di grandezza e forma tipica delle cassette, contenitore di reperti di laboratorio, chiusa con una chiave la cui toppa risulta ottonata.

Potrebbe contenere i reperti ossei raccolti dal sarcofago e composti al suo interno per l’esame della Commissione costituita nel 1957.

Resta comunque aperta ogni ipotesi circa la attribuzione delle reliquie rinvenute all’interno della lenos, qualora esse venissero ritrovate e riconosciuta la loro origine, con elementi probanti e sottoposte ad accertamenti utilizzando i moderni sistemi di datazione e comparazione.

Ma questo riguarda solo la questione agiografica sulla datazione e identificazione delle reliquie ritrovate.

Mons. G.A,Galante, archeologo, filologo, storico dava importanza alla tradizione e per essa considerava le reliquie ritrovate, appartenenti al corpo di sant’Atanasio I, piuttosto che al corpo di San Massimo venerato nella chiesetta catacombale di Sant’Efremo dei Cappuccini dove erano state ritrovate nel 1589 (Cfr. Tino d’Amico, Op.Cit.)

Per il Galante le reliquie erano da attribuire al corpo del Santo Vescovo Atanasio I, anche perché come tali erano state venerate durante le Sante Visite, dagli Arcivescovi, certi della loro deposizione nell’Altare fin dal tempo della inaugurazione del duomo angioino e, delle Sante Visite, esistono verbali e relazioni.

L’Altare fanzaghiano poi, fu costruito alla fine del ‘600, dopo la Santa Visita del Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart, che lo vide al suo posto e che, per non riaccendere la allora placata polemica tra le due componenti clericali, Capitolare Vescovile e gli Ebdomadari decise l’occultamento dell’antico sia pur prezioso Altare e del sarcofago e non solo. (Cfr. Tino d’Amico, op.cit.),

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La storia della produzione ceramica nell’alto medioevo è argomento ampiamente e variamente trattato e le note che seguono servono per inquadrare storicamente il manufatto e tentare di dimostrare la sua appartenenza alla produzione ceramica comune napoletana, di epoca angioina.

Napoli nel medio evo aveva rapporti commerciali e culturali con il mondo islamico, contatti che si intensificarono dopo la espansione araba in Spagna e Sicilia.

Il Meridione d’Italia, dalla metà del IX secolo alla fine dell’XI, entrò nell’orbita culturale e politica bizantina (periodo ducale di Napoli) e Napoli svolse un  ruolo di mediazione culturale fra il mondo greco e il mondo latino.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – la ciotola angioina.

Nel XII secolo, poi, aumentarono sempre più i traffici delle principali città campane con i saraceni: Napoli, Salerno, Amalfi, Benevento furono volani per  un prezioso impulso alla circolazione delle merci, olio, vino, spezie, trasportate con manufatti ceramici, ma anche i flussi di pellegrini e soldati, imposero la necessità dell’uso di comune vasellame ceramico sulle navi, ma anche nei luoghi di sosta.

La libera circolazione di mercanti e viaggiatori, fu favorita dal trattato stipulato da Federico II con l’Emiro di Tunisi  nel 1231, che costituì il canale di penetrazione di produzioni artigianali locali verso l’oriente  e dall’oriente verso il Meridione d’Italia, dove giunsero anche oggetti comuni di produzione ceramica.

La circolazione di manufatti di provenienza araba e fra questi anche la ceramica invetriata che si diffuse nel Regno Svevo, favorì anche l’arrivo di artigiani che aprirono le loro botteghe nelle principali città e  a Napoli.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta Lecce.

Il trasferimento coatto, a partire dal 1223-25 e nel 1246 della colonia araba di Sicilia a Lucera e nei territori limitrofi con la creazione di un vero e  proprio ghetto arabo nella città, vide lo stabilirsi in quei territori anche di colonie di ceramisti che continuarono la loro attività manufatturiera: costoro riuscirono ad influenzare la già fiorente produzione ceramica locale e a diffondere la tecnica della invetriatura stannifera e verniciatura piombifera  verso il nord della penisola.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Particolare della ciotola angioina che evidenzia la scritta identificativa aggiunta dal Galante nel 1882.

Con gli angioini lo sviluppo degli scambi tra Meridione e Italia Centrale, fu favorita anche dai fiorenti rapporti con lo Stato della Chiesa, che rese più capillare la penetrazione della produzione ceramica di tipo siculo-arabo anche verso il nord.

Dopo la distruzione di Lucera del 1301, da parte di Carlo I d’Angiò ed il trasferimento a Napoli di artigiani provenienti da quella città, molti ceramisti impiantarono bottega nell’area del mercato e dell’antico foro.

Frammento di ciotola del XIV secolo, rinvenuta a Lecce.

La ceramica di epoca angioina prodotta nelle botteghe napoletan dalle quali certamente proviene la ciotola-fonticolo, e conosciuta attraverso frammenti rinvenuti nell’area del Castello Angioino, vasellame comune da mensa, nella forma maggiormente attestata , è un catino con orlo ingrossato e ricurvo verso l’interno, corpo a calotta emisferica ribassata e piede ad anello.

Presenta generalmente invetriatura gialla o verde oliva, con decorazioni di bruno e verde, abbastanza rozze, o giallo ferraccia e verde ramino.

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Prof. Tino d’Amico – CURRICOLO

Tino d’Amico è nato a Napoli nel 1947, dove risiede e svolge la sua attività culturale.

Terminati gli studi presso il Liceo Artistico, ha frequentato la Facoltà di Architettura; ha superato il Concorso Statale per l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole superiori di secondo grado e per un decennio ha insegnato Storia dell’Arte e Disegno negli istituti Magistrali e nei Licei Scientifici e Critica d’arte in un Liceo Classico.

Dal 1980 ha lavorato presso l’Amministrazione Comunale di Napoli come Funzionario Dirigente di alcune divisioni amministrative e dal 1996 come Dirigente Scolastico di gruppi di strutture scolastiche dipendneti dalla stessa Amministrazione, chiedendo di essere collocato a riposo nel 2010.

Poeta in lingua e dialettale, ha collaborato a giornali e periodici con articoli di Critica d’Arte e Critica letteraria, storiografia, sociologia, antropologia, biografia e napoletanità.

Pubblica attualmente sul blog di Tino d’Amico – tinodamico.wordpress.com saggi storici sul duomo di Napoli e articoli di varia cultura.

Nella Chiesa di Napoli è stato istituito Accolito ed esercita il suo ufficio liturgico nel duomo cittadino ed attualmente è impegnato nella classificazione, catalogazione, restauro ed inventario delle reliquie e dei reliquiari dei Santi e Beati venerati nella cappella lipsanoteca, nel servizio liturgico attivo, nelle varie catechesi agli adulti e in una fattiva collaborazione nel servizio della carità.

Felicemente sposato da quasi cinquant’anni, gode della presenza festosa di quattro nipoti.

Saggi ed articoli recentemente pubblicati:

  • L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad Fontes minore.
  • Napoli, Basilica del Carmine Maggiore – Il Crocefisso che chinò il capo per schivare un colpo di bombarda.
  • Di due frammenti di transenna, di un frammento di pluteo e di un pilastrino di epoca ducale nella cappella di San Lorenzo del duomo di Napoli.
  • Il bassorilievo della Madonna col Bambino nella cappella Carbone del duomo di Napoli, lastra marmorea superstite  di uno smembrato monumento funebre.
  • L’Albero di Jesse del duomo di Napoli, affresco di Lello de Urbne (da Orvieto ? ), elaborazione grafica della genealogia legale di Gesù; venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale del Figlio del Dio Vivente; omaggio sacralizzante della monarchia angioina attraverso la committenza vescovile e una discreta presenza templare.
  • Napoli – L’obelisco della piazza del Gesù – Ruolo e significato di un arredo urbano.
  • Il Cristo della parusia che cavalca il globo solare della cappella del Salvatore e di Sant’Atanasio I , nel duomo di Napoli.
  • Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli: un funerale da Montecassino; un morto che risuscita: una veduta di Napoli nel ‘500 dalla parte del Carmine; Sant’Eufebio morto che appare e celebra una liturgia nell’oratorio della catacomba.
  • La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli e le reliquie di San Massimo in Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli.
  • La Madonna col bambino in gloria di Diego de Siloe nella cappella Tocco del duomo di Napoli.
  • Il cartibulum ed il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli.
  • L’unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: il Passus Ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.
  • Il paliotto dell’Altare della cappella Capece-Minutolo del duomo di Napoli, inedito, singolare reperto bizantino proveniente dalla distrutta basilica detta Stefanìa .
  • La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “Vestibolo del Paradiso”.
  • Ritrovato nei depositi del duomo di Napoli il fonticolo delle reliquie di Sant’Agrippino, sesto Vescovo di Napoli (223-233). Il mistero delle iscrizioni dedicatorie.
  • Il Crocefisso romanico franco-iberico della cappella Caracciolo-Pisquizy del duomo di Napoli.
  • La palpitante unione con Gesù Crocefisso di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C.
  • Ritrovato nel reliquiario del duomo di Napoli il chirosalterio, manoscritto inedito di Sant’Andrea Avellino.
  • Don Dolindo Ruotolo Sacerdote napoletano.
  • Il ritiro di San Raffaele a Materdei.
  • San Francesco d’Assisi patrono dell’ecologia, e la possibile alleanza tra scienza e fede auspicata da Papa Francesco con la Lettera Enciclica LAUDATO SI.
  • Il trono dell’Arcivescovo Bernardo de Rodes (1368-1378) nel duomo di Napoli .
  • Un fumetto ante litteram in un ex voto marmoreo napoletano.

 

L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad fontes.

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di Tino d’Amico

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A sinistra del prospetto della cappella delle reliquie del duomo, un anonimo usciuolo aperto sulla parete della navatella di Sant’ Aspreno, introduce in alcuni ambienti che oggi consentono di raggiungere i vari livelli della torre campanaria.

Il primo e più ampio di essi è un corridoio lungo  circa 9 metri e largo 5, coperto da una volta ad arco leggermente acuto il cui vertice appare notevolmente ribassato rispetto al piano di calpestio attuale, decorata nell’intradosso da lacunari sfalsati, contornati da cornici aggettanti, in pietra di tufo, costituiti da elementi preventivamente lavorati fuori opera.

Non esistono altri simili esempi di decorazione, a parte la notevole analogia che si riscontra con la decorazione del passaggio sottostante il campanile della Cattedrale di Caserta Vecchia.

Decorazione unica nel suo genere, desunta dal mondo islamico, coacervo di stilemi, a loro volta desunti dalle diverse culture che andava introitando nella fase della espansione nel medio oriente e nell’Africa sahariana, che già nel VII secolo influenzava l’arte bizantina, che traeva da esso motivi di ispirazione, che poi trasmigreranno nella cultura artistica normanna, dal 1071, come sincretizzazione di elementi bizantini, arabi, romanici che troveremo per tutto il XII secolo e nella cultura federiciana.

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Da: Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974. – L’intradosso del sottopasso del campanile del duomo di Napoli e foto piccola, l’intradosso del sottopasso del campanile di Caserta vecchia.

Lungo le pareti, appena sotto l’imposta della ogiva, si osservano una serie di nicchiette appena accennate nella concavità: costituivano gli schienali degli scolatoi dei cadaveri.

Sconosciuto fino ai primi anni ’70 del passato secolo, fu ritrovato occasionalmente con il suo macabro contenuto.

La volta ogivale è la copertura del passaggio sottostante l’antico campanile del duomo, a scavalco del setto del cardine n.14, dello schema dell’impianto urbanistico di Napoli greco-romana, così come studiato e delineato da Bartolommeo (sic) Capasso nel 1901 e analizzato e riproposto da Mario Napoli nel 1951.

Esso, fin dal III – IV secolo d.C., costituiva la strada interna dell’ insula tripla che andava configurandosi come cittadella vescovile chiusa e indicato nel tratto, Vicus S. Larentii ad fontes, ed il cui basolato di pavimentazione fu parzialmente rinvenuto a circa tre metri di profondità rispetto alla quota media del piano di calpestio dell’insula, negli stessi anni ’70, rasente il muro orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta

planimetria

Da Bartolommeo Capasso – Napoli greco-romana, Napoli, 1901 – Si evidenzia la cittadella vescovile e il campanile a scavalco del vicus S. Laurentii ad fontes, tratteggiato in rosso.

L’accesso allo spazio chiuso della cittadella vescovile, avveniva in epoca paleocristiana e alto medioevale attraverso un Vicus Obliquo  che dalla Somma Piazza andava ad immettersi nel Cardine Major, indicato da sempre come Vicus Radii Solis, vicolo ancora oggi percorribile,  nello spazio di pertinenza degli ambienti del Collegio Capitolare.

Con la pianificazione interna dell’area intorno al VII – VIII secolo  e la realizzazione degli edifici episcopali, della probabile modifica planimetrica della Santa Restituta con la ricostruzione dell’abside a nord e la realizzazione del nuovo ingresso preceduto da un quadriportico a sud, della ricostruzione della sua basilica gemina detta Stefanìa, l’accesso alla cittadella venne a trovarsi naturalmente spostato sul Largo di Capuana, in posizione leggermente elevata, tenendo conto del declinare naturale del luogo, attraverso una preesistente torre di difesa,  che forse già era a scavalco del tratto del cardine n.14, raggiungendo il naturale piano di calpestio del Largo di Capuana, probabilmente mediante una piccola rampa o una scalea, soluzione già adottata altrove.

L’archeologo Mons. Enrico Tarallo (1881-1960), Canonico del Collegio Capitolare Metropolitano napoletano di Santa Restituta, elaborò nel 1931 una ipotetica planimetria dell’ insula episcopalis ,sulla scorta di occasionali suoi ritrovamenti e ricerche, ma non segnò su di essa il Vicus Obliquo, che tratteggio in rosso, e non riportò le tracce dei cardini 14 e 15: del primo, parte integrante dell’area interna della cittadella, non se ne conosceva il percorso, l’altro costituisce da sempre il viale  interno di collegamento degli uffici amministrativi della Diocesi.

La planimetria del Tarallo, risulta imprecisa relativamente alle porzioni di cardini dal Largo di Capuana verso sud, ma risulta di particolare interesse per la collocazione delle due basiliche e dell’ atrio paleocristiano, recentemente scoperto e ancora oggetto di studio che invece egli ritiene essere il quadriportico della Stefanìa; il Tarallo non tiene conto delle planimetrie elaborate nel ‘700 dal Canonico Capitolare napoletano e celebre archeologo Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e disegnate dal Sersale che ugualmente si riproduco:

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Planimetria elaborata da Mons. Enrico Tarallo dell’insula episcopalis e, sotto, la planimetria dell’area proposta dal Mazzocchi, della sovrapposizione della costruzione angioina sulle due basiliche, la paleocristiana detta di Santa Restituta e la bizantina detta Stefanìa. Il disegno “a volo d’uccello” fornisce una ideale ricostruzione dell’area, con la Santa Restituta orientata ancora nord-sud e la Stefanìa con i campanili e, a lato, gli edifici vescovili sul Vicus ad Plateam Capuanam.

Il cardine n.14 del quadro schematico delle platee, dei decumani, e dei cardini, elaborato da Bartolommeo Capasso e riproposto da Mario Napoli, parzialmente inserito con un setto nell’area della cittadella vescovile, fu indicato Vicus S. Laurentii ad fontes.

Esso aveva ed ha origine nel tratto della murazione della Platea Superiore (via Settembrini) da nord a sud e risulta indicato già in epoca medioevale, nei vari setti, come Vico Donnaregina; continua intersecando il decumano superiore nella Somma Piazza; attraversa interrato il cortile del palazzo arcivescovile, rasentando il lato occidentale dell’ atrio paleocristiano; continua interrato adiacente il lato orientale della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta e, come risulta anche dalle antiche planimetrie e disegni riprodotti , la separa dalla sua basilica gemina detta Stefanìa; continua interrato sotto le navate del duomo angioino e passando sotto il campanile a scavalco, per mezzo di una rampa o di una scalea, andava ad immettersi nel Largo di Capuana per poi continuare l’allineamento nel Vico Zuroli, e fino alla murazione meridionale nel setto, irregolare per l’orografia del luogo, indicato come Vico Canalone.

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Da: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee ( a b c ) e intitolazione dei cardini.

Il parallelo cardine n. 15, trae origine dalla stessa area adiacente la murazione e, nel setto iniziale, risulta ancora indicato come Vico Loffredo; continua interrato sotto la chiesetta di Santa Maria Ancillarum; attraversa la Somma Piazza che fino alla seconda meta del ‘600 non aveva la attuale configurazione, ma era piuttosto un setto del Decumano Superiore, per immettersi nello spazio interno della cittadella vescovile, dove da sempre è indicato come Vicus Cluso, rasente il lato orientale dell’atrio paleocristiano, separandolo dagli antichi edifici episcopali, dagli edifici per il clero e per i diaconi e dai granai e, passando sotto il transetto del duomo angioino andava e  va ad allinearsi, dopo aver attraversato il Largo di Capuana, nel Vicolo dei Carbonari e termina ancora  la sua corsa presso la murazione meridionale nel Vicolo di Sant’Arcangelo.

L’antico campanile a scavalco del tratto terminale  del Vicus S. Laurentii ad fontes, fu costruito sui resti di una torre di difesa della cittadella vescovile del VI-VII secolo, anche essa forse a scavalco del tratto terminale dello stesso Vicus come struttura difensiva dell’accesso all’area che già doveva configurarsi come spazio chiuso, torre di difesa costruita forse già al tempo delle guerre gotiche (535-553), come la  torre di difesa eretta all’inzio del vicino Vico Scassacocchi nello stesso periodo e della quale accennerò più avanti, antico cardine n.17 dello schema dell’impianto urbanistico elaborato da Mario Napoli.

napiDa: Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959 – Quadro schematico delle platee e dei cardini.

In essa era custodito, da un corpo di guardia, il tesoro del duomo: fu assaltata e depredata al tempo del Vescovo di Napoli Atanasio I (849-872) dai saraceni di Agropoli, a Napoli con il nipote dello stesso Vescovo, il duca bizantino Sergio, ariano e filosaraceno.

M. Baratta (1901, I terremoti d’Italia) cita un violento terremoto che nel 1180 avrebbe colpito Napoli, distruggendo gran parte della città, riportando una citazione che trae da un altro autore, il Capocci (1861, Catalogo de’ tremuoti….) che a sua volta cita Piney (1848, Memoire sur les tremblements de terre …) ma le fonti non sono confermabili perché vagamente specificate, non solo, ma di eventi sismici non si trova riferimento, nel sec.XII, come è molto dubbio un altro terremoto citato, del 1158.

Il dubbio terremoto del 1180 avrebbe atterrato l’antico campanile e molti degli edifici altomedioevali della cittadella vescovile.

Reggeva allora la Diocesi Sergio IV (circa 1168-1191); a lui successe Anselmo (1192-1215) e Tommaso (1215-1216).

La cronotassi riporta dopo di lui Pietro II (1216-1251) che avrebbe ricostruito il campanile nel 1233, sui resti della precedente torre campanaria, costruita a scavalco della parte terminale del citato Vicus S. Laurentii, costruita a sua volta sui resti della antica torre di difesa  del VI-VII secolo, certamente dopo il IX secolo, perché il posto di guardia fu assaltato  al tempo di Atanasio I, Vescovo di Napoli (849-872) per depredare il tesoro della Cattedrale in essa custodito, campanile crollato, come riferisce Camillo Tutini (1594-1670), forse con il dubbio terremoto del 1180.

Rimase in piedi solo il basamento attraversato nel senso nord-sud dal corridoio, già decorato nell’archivolto ad arco leggermente acuto, con quadroni sfalsati, contornati da cornici aggettanti, decorazione uguale a quella dell’intradosso dell’arco leggermente acuto che copre il corridoio del campanile a scavalco della strada di accesso al sagrato della Cattedrale di Caserta vecchia, terminato certamente quest’ultimo al tempo di Federico II dal Vescovo Andrea (1221-1240) che risiedeva in quel luogo perché la sede diocesana fu trasferita in un posto più sicuro per le frequenti scorrerie saracene, come riferisce una lapide posta sul lato sinistro del basamento:

POST CATHEDRAM STABILISC CATHEDRAVIT DOGMASUAE SEDIS QUI SINGULA CLARIFICAVIT QUAM DOMIBUS VARIIS ET CAMPANIS DECORATIV ANNIS COMPLETIS QUOS HIC CERNENDO LEGETIS MILLE DUCENTENIS BIS QUINIS BIS DUODENIS HUIC INSODATIV OPERI QUOD PREMICIATIV.

Entrambe le decorazioni delle volte dei corridoi non trovano analogo possibile raffronto, risultando uniche nel genere.

La costruzione della Cattedrale di Caserta vecchia, dedicata a San Michele, fu iniziata certamente nel 1113 dal Vescovo Rainulfo e terminata nel 1153.duomo-di-casertavecchia-facciata

Caserta Vecchia – La Cattedrale di San Michele – La facciata e il campanile a  scavalco della strada di accesso al sagrato.

In essa si fondono elementi della architettura siculo-araba, pugliese e benedettina cassinese.

La data di costruzione del suo campanile è assegnata dalla lapide al 1234, ma la lapide lascia intendere che il Vescovo Andrea, completò un lavoro già iniziato, spostando di molti anni addietro l’inizio della costruzione della torre.

Sia Camillo Tutini che Cesare d’Engenio Caracciolo (15…-1650), riportano il testo di due lapidi ritrovate alla base della torre campanaria napoletana, probabilmente al tempo della costruzione della cappella del Tesoro di San Gennaro, quando si rese necessaria la eliminazione di tre cappelle di patronato del duomo angioino e dell’ospizio atanasiano di Sant’Andrea, per recuperare lo spazio utile per la costruzione.

Esse ricordano la ricostruzione del campanile della basilica Stefania patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Pietro II (1216-1251) (cfr. F. Strazzullo) particolare che fa ritenere la decorazione dell’intradosso  del corridoio di Caserta vecchia, derivata dalla decorazione dell’intradosso del corridoio dell’antico campanile napoletano, se si da per vera la data 1234 del campanile casertano.

Concordemente i due autori affermano che le lapidi  furono utilizzate per ripavimentare  la gradinata di accesso al duomo durante i lavori effettuati negli anni di governo della Diocesi del Cardinale Arcivescovo Decio Carafa (1613-1626) per cui risulta impossibile ogni raffronto del testo: “….Sotto il campanile di questa Chiesa, a nostri tempi furono ritrovati i seguenti due marmi con li soscritti versi, i quali oggi non si veggono, perché furono guasti, e si adoperarono nella scala della porta maggiore di questa Chiesa, ne quali si faceva mentione di Pietro della Citta di Sorrento Arcivescovo di Napoli, che fu nell’anno 1233, come nè seguenti versi si legge: 

HANC PETRAM, PETRUS PRAESUL, AEDIFICAVIT, QUAM CHRISTUS PETRAM PETRO SIMONI SIMILAVIT, /  SURRENTI NATUS , PAESULIQ; NEAPOLITANUS /  MILLE TER UNDENIS ANNIS, DOMINIQ; DUCENTIS, /  DECANTENT TURBAE SURRENTI NATUS IN URBE, /  URBIS, P. SAUE’ PRAELATUS VERGILIANAE; /  QUEM DOMINUS ELEGIT, FAELICITER HOC OPUS EGIT.

ANNIS VIVENTIS DOMINI PER MILLE DUCENTIS, /  TER DENIS TERNIS SI SCRIPTA LEGENS LENE’ CERNIS. /  INTITULAT GESTA CURRENS INDICTIO SEXTA, /  TUNC ANNIS DOMINI TER DENI MILLE DUCENTI , /  TERNI CUM COEPIT HOC OPUS FAELICITER EGIT /  P. DE SURRENTO TUNC PRAESUL NEAPOLITANUS, SI BENE’ SCRIPTA LEGES, INDICTIO SEXTA CURREBAT. (cfr. Cersare d’Engenio Caracciolo, Napoli sacra).

Di questo campanile non  possediamo descrizione , ne immagini  cartografiche antiche e dobbiamo riferirci al coevo campanile di Caserta vecchia, per una ideale ricostruzione.

Il campanile di Caserta vecchia è alto 32 metri ed è largo alla base 8 metri, con 5 piani decorati con bifore.

E’ simile a quello della cattedrale di Aversa, e manifesta già influssi gotici.

Al vertice della struttura la cella di risonanza è ottagona con torrette cilindriche agli angoli.

Probabilmente anche il campanile napoletano, preesistente alla costruzione del duomo angioino presentava le stesse caratteristiche, comuni anche al campanile della chiesa napoletana di Santa Maria a Piazza, fondata nel IV secolo, il cui campanile preromanico in laterizi fu innalzato su un arco all’ingresso del Vicolo Scassacocchi.

Esso, del X-XI secolo, era a scavalco del vicolo e fu costruito su una torretta di difesa all’accesso e per la chiusura del vicolo stesso, al tempo delle guerre gotiche (535-553), anche essa era a scavalco del tratto di strada.

Era la torre campanaria più antica di Napoli e fu abbattuta nel 1924 per l’ampliamento delle vie della Vicaria Vecchia e di Forcella.

santa-maria-a-pizza-451x600Napoli, Via Vicaria vecchia, l’arco in laterizio, a scavalco dell’accesso al vicolo Scassacocchi, su cui fu elevato nel X o XI secolo il campanile della vicina chiesa paleocristiana di Santa Maria a Piazza, in una stampa di fine ‘800.

Allo stesso periodo risale il campanile superstite della chiesa napoletana di Santa Maria Maggiore alla Pietra Santa, del VI secolo.

Il suo campanile risalirebbe all’XI secolo ed è oggi una delle più antiche torri campanarie d’Italia.

E’ in laterizio ed è anch’esso a scavalco di un passaggio di accesso al sagrato della antica chiesa, ricostruita tra il 1653 e il 1678 da Cosimo Fanzago.

800px-napoli_-_chiesa_di_santa_maria_maggiore2Napoli, il campanile a scavalco della chiesa di Santa Maria Maggiore della Pietra Santa.

Il basamento dell’antico campanile del duomo fu ancora riutilizzato nella costruzione di un nuovo campanile, in età angioina, crollato con il terremoto del 1349, che non doveva essere dissimile dalle coeve torri campanarie napoletane di San Lorenzo Maggiore, di Santa Chiara e nella struttura come quello di San Pietro a Maiella, costruito anche esso in età angioina;   successivamente fu riutilizzato ancora, per la costruzione di un nuovo campanile patrocinato dall’Arcivescovo di Napoli Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456 che atterrò il preesistente e arrecò notevoli danni al duomo, in forme ridotte per motivi  di sicurezza, ampliando e rinforzando la base anche con torrette poligonali angolari. struttura poderosa, così come appare oggi nascosta dalla  fitta stratificazione edilizia della fine del ‘500, riprodotta anche nel rilievo cartografico di A. Baratta, della città di Napoli, nella mappa dell’area del duomo, del 1629.

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Napoli, il campanile della Basilica di San Lorenzo Maggiore in una vecchia fotografia  e il campanile della chiesa di San Pietro a Maiella.

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Da: Roberto Di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli, 1974 – Napoli, duomo, la poderosa mole del campanile, così come appare oggi, soffocato dalla stratificazione edilizia cinquecentesca.

Con lo spianamento dell’area  per la cotruzione del duomo angioino, alla fine del ‘200, il campanile, prima che un nuovo terremoto lo atterrasse, cessò di essere a scavalco del Vicus che risultò interrato nel tratto della cittadella vescovile.

La base dell’antico campanile, con il sottopasso, fu racchiusa in una nuova poderosa struttura poligonale rinforzata alla base da torrette esagonali sulla quale venne innalzata la torre campanaria angioina, che crollo con il terremoto del 1456.

Il corridoio, dopo la costruzione del duomo angioino e la concessione del diritto di patronato sulla adiacente cappella alla famiglia Carbone, da parte dell’Arcivescovo Bernardo di Rodes (1368-1378), che fu intitolata ai Santi Tiburzio e Susanna, titolo cardinalizio del napoletano Francesco Carbone (metà sec. XIV – 1405), morto a Roma ed in essa sepolto, divenne sagrestia accedibile attraverso una porta aperta sulla parete di destra della cappella stessa.

Smise di essere sagrestia della cappella, forse dopo il terremoto del 1456, divenedo accedibile da una porta aperta, oggi murata, sull’angolo sinistro dello spazio che poi divenne la cappella di patronato della famiglia Galluccio e sul finire dell’800 cappella delle reliquie del duomo.

Dopo la fondazione della Confraternita dei Bianchi del Santissimo Sacramento, nel 1549 da parte dell’Arcivescovo di Napoli Cardinale Gianpietro Carafa (1549-1555) eletto papa nel 1555 col nome di Paolo IV che assegnò ad essa,  come sede, gli ambienti ed una cappella realizzata nel primo livello del ricostruito campanile, in forma ridotta nella altezza, dal   Cardinale Rainaldo Piscicello (1451-1457) dopo il terremoto del 1456,  il corridoi murato negli accessi fu utilizzato  come scolatoio dei cadaveri dei confratelli della Confraternita

Ad esso si accedeva per i caritatevoli uffici di sepoltura, attraverso una botola aperta sul pavimento della cappella stessa.

Il corridoio/scolatoio, fu ritrovato occasionalmente, durante gli ultimi lavori di restauro al complesso Cattedrale (1969-1972) con ancora alcuni cadaveri seduti sugli scolatoi e le cantarelle recuperate sono utilizzate oggi, come vasi per piante nel cortile del palazzo arcivescovile, insieme ai rocchi di terracotta che costituivano le condotte dell’acqua piovana dai tetti del duomo.

Fu realizzato un nuovo accesso alla torre, creando una scala all’interno del poderoso basamento, che dall’usciulo sulla navatella di Sant’Aspreno, baipassando il corridoio, aggirandolo, consentiva raggiungere la cappella della Confraternita e il secondo livello della torre campanaria dove il Cardinale Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1590-1603), fece realizzare la casa per il Vicario Curato del duomo.

camp1Altre scale ricavate nella struttura consentono di raggiungere la cella campanaria, munita oggi di cinque campane:

La più antica fu fusa nel 1302, quando era Arcivescovo di Napoli il Beato Giacomo da Viterbo (1302-1307) e probabilmente è la prima delle campane poste sul  nuovo campanile angioino  e reca a caratteri gotici, la seguente iscrizione:

BEATI MORTUI QUI I DNO MORIUNTUR QUARTE INDI + AN DNI MCCCII. MENTE SCAM SPONTANEA HONORE DEO ET PATRIE LIBERACIONEM + PETRUS FILIUS MAGIRO ROMEO ME FECIT.

La campana più grande, a settentrione, fu fusa nel 1322, al tempo del Vescovo eletto Matteo Filomarino (1320-1322) e, come riferisce F. Strazzullo, in: neapolitanae ecclesiae cathedralis insriptionum thesaurus, Napoli 2000, si ruppe il 6 maggio del 1673, durante la processione delle reliquie di San Gennaro e fu fatta rifondere nello stesso anno dal Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685) che la benedisse il 19 maggio 1673;  reca gli stemmi cardinalizi del Caracciolo e la immagini dei Santi Compatroni, di San Gennaro,  del Reliquiario del Sangue e la seguente iscrizione, con una diversa data:

INNICUS TIT. S. CLEMENTIS S.R.E. PRESBiTER CARD. CARACCIOLUS ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS AD HONOREM GLORIOSI MARTIRIS ET EPISCOPI IANUARY PATRONI MEN. DECEMBRIS ANNO SALUTIS MCCCCCCLXXXIII.

La stessa campana reca un’altra iscrizione:

FELIX PULCRA NEAPOLIS FIDELIS ALMA CIVITAS EXSULTA  MENTE HUMILI IUBILIOVEE PRAECONIO TUO IANUARIO MARTIRE DEI INCLITO AC PRAESULE SANTISSIMO QUEM ROGA VOTO SUPPLICI UT MAGIS SEMPER FLOREAS ET SPIRITU PROFICIAS PESTIS CONTACTUM  ARCEAT BELLORUM MALA REPRIMAT MISERAM FAMEM AUFERAT FLAMMAS EXTINGUAT LITIUM EIUSQUE PATROCINIA HABERE  SEMPER SENTIAS ALLELUIA ALLELUIA ALLELUIA

La terza campana, seconda per grandezza, fu donata dal Cardinale Gianvincenzo Carafa (1530-1544), nel 1540 e reca la seguente iscrizione:

MENTEM SANTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERATIONEM VINCENTIUS CARRAFA EPISCOPUS PRENESTIENSIS SACRO SANTE ROMANE ECCLESIE CARDINALIS ET ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS ANNO DOMINI M CCCCC XXXX.

La campana posta ad occidente, reca la seguente iscrizione:

OPUS PRINCIPY DE AMORE REGY FUND ET CAIETANI EIUS FILIUS NEAP.

Sull’orlo superiore:

FLEO DEMONIS ET VENTI VIM PELLO CANTOQ. LAUDES CORPORA VIVA VOCO MORTUA VOCE.

Un’altra campana più piccola reca lo stemma del Cardionale Caraccioolo e la data del 1677, ed un’altra, fusa al tempo del Cardinale Luigi Ruffo Scilla datata 1822, recava la seguente iscrizione, riportata da Stanislao Aloe in: Tesoro lapidario napoletano, Napoli 1835, da dove sono tratte le iscrizione presenti sulle campane e qui riportate.

VERBUM CARO FACTUM EST ET HABITAVIT IN NOBIS ALOYSIUS S.R.E. CAR. RUFO ARCHIEP. NEAPOLITANOR. ERAT F.A.D. MDCCCXX.

Questa campana, riferisce Strazzullo, fu rifatta a spese del Card. Marcello Mimmi, Arcivescovo di Napoli (1952-1957), nel 1954.

Le campane, originariamente a slancio, nel 1972, al termine dei lavori di restauro all’area episcopale, inattive da molti anni, furono munite di un motore elettrico per il concerto, nelle ore canoniche, e nelle solennità liturgiche, a spese del Canonico del Capitolo Cattedrale, Vicario Episcopale per il duomo, Mons. Salvatore De Angelis (1894-1974) e solennemente benedette e inaugurate dal Cardinale Arcivescovo Corrado Ursi (1966-1987).

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Riproduco ora il rilievo planimetrico  della struttura e due sezioni della stessa, così come pubblicato sul citato testo di Roberto di Stefano, La Cattedrale di Napoli, storia, restauro, scoperte, ritrovamenti, Napoli 1974, con delle note grafiche esplicative da me aggiunte.

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La prima, rappresenta graficamente, con un tratteggio più fitto, la base dell’antico campanile , rinforzata con la poderosa struttura del campanile angioino, e con le torrette poligonali agli angoli, aggiunte dopo il terremoto del 1456, rappresentata con un tratteggio più rado.

Essa evidenzia chiaramente la planimetria dell’antico passaggio sottostante il campanile a scavalco del tratto terminale del Vicus S. Laurentii ad fontes.

I disegni successivi sono le planimetrie del primo e del secondo livello della torre campanaria: la cappella della Confraternita, al primo livello e le scale che conducono alla soprastante cella campanaria.ca2

La sezione della struttura  riprodotta nel disegno a lato, rappresenta alla base il passaggio a scavalco che appare molto ribassato rispetto al piano di calpestio originario del Vicus, che ho tentato di ridisegnare.

La sezione della torre campanaria, evidenzia ciò che resta del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus dell’antico campanile.

Anche in questo disegno ho tentato di collocare l’antico piano di calpestio del passaggio a scavalco del tratto terminale del Vicus, tentando di riferirlo alla quota del piano di calpestio del tratto del Vicus rapporto ai resti del tratto di strada romana emersi sul lato orientale della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, durante i lavori di restauro al complesso episcopale.

La stampa del disegno “a volo d’uccello” che ho postato, elaborato da Alessio Simmaco Mazzocchi, rappresenta una ricostruzione ideale della disposizione delle due Basiliche napoletane, la Santa Restituta e la sua gemina Stefanìa:  la Stefanìa aveva due campanili sulla facciata.

Quello di destra, guardando il disegno sopportava alla base una antichissima cappella che già dal VII-VIII secolo era intitolata a San Pietro ed era di diritto patronale della potente famiglia Capece-Minutolo che aveva fondaci e case al Vico Scassacocchi.

Su di essa poi, dopo lo spianamento dell’area per la costruzione del duomo angioino, fu costruita la attuale cappella dei Capece-Minutolo, intitolata a San Pietro.

L’altro campanile, costruito sui resti della torre di difesa, era a scavalco del tratto terminale del Vicus S.Laurentii ad Fontes .

L’antico campanile del duomo, a scavalco del Vicus e l’antico campanile di destra della Basilica detta Stefanìa, che sopportava alla base la cappella dei Capece-Minutolo, utilizzata come cripta sepolcrale dei membri della famiglia, la cui area di patronato risulta delineata sul pavimento del transetto antistante l’ingresso della attuale cappella dei Capece-Minutolo. risultano essere in asse, lungo il muro perimetrale sud del transetto.

Questo conferma la antichità del passaggio sottostante il campanile dell’IX-X secolo e la antichità della decorazione del suo archivolto, certamente precedente a quello della Cattedrale di Caserta Vecchia.

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Sorprende lo stato di abbandono in cui versa la struttura, la cappella della Confraternita restaurata negli anni ’70 del passato secolo e la cella campanaria, priva di reti protettive e ingombra di carcasse ed escrementi di uccelli.