L’obelisco di piazza del Gesù di Napoli – Ruolo e significato di un arredo urbano

di Tino d’Amico

gugliaimmacolata1La guglia dell’Immacolata, il singolare arredo urbano che domina la piazza del Gesù Nuovo e la collinetta della Trinità Maggiore, a cavallo fra la effimera architettura delle macchine di festa di legno e carta, che il popolo innalzava ed incendiava con i fuochi d’artificio, nelle piazze, in occasione delle feste religiose e civili, e a cui bisogna riferirsi per ricercare le sue remote origini (R.Pane) e l’arredo urbano, fine a se stesso, inteso come complesso architettonico-scultoreo, per abbellire una piazza, deve la sua realizzazione all’opera di un Gesuita, Padre Francesco Pepe, nato a Civita Campomarano nel 1684 e morto a Napoli nel 1759.

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Il culto della Vergine Maria a Napoli risale alle origini della cristianità.

Una delle più antiche immagini, se non la più antica in assoluto a Napoli è l’affresco nel vestibolo della catacomba di San Gaudioso, oggi quasi sbiadito, risalente al V-VI secolo.

Al periodo paleocristiano sarebbe ascrivibile l’affresco ricoperto poi da un mosaico, firmato e datato da Lello da Orvieto nel 1322, che rappresenta la Madonna con il Bambino in trono con ai lati San Gennaro e Santa Restituta, nel catino absidale dell’oratorio di Santa Maria del Principio, del II secolo realizzato, secondo la tradizione da Sant’Aspreno, primo Vescovo di Napoli in quella che era la sua casa, inglobato poi, come cappella laterale della costantiniana Basilica detta di Santa Restituta, la Cattedrale napoletana, prima della costruzione dell’adiacente Duomo angioino.

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Napoli, Duomo, Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Il mosaico attribuito al Maestro LELLO de Urbe (da Roma o da Orvieto?), rappresentante la Santissima Vergine Maria nel Titolo antichissimo di SANTA MARIA DEL PRINCIPIO.

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Le antiche immagine della Santa Vergine, venerate a Napoli sono la rappresentazione grafica dei dogmi celebrati dalle antiche feste mariane e riportate sul Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli, elaborato fra l’852 e l’884, dal Vescovo di Napoli Giovanni IV detto lo Scriba (838-849) e dal suo successore, Atanasio I (849-872): al 2 febbraio la PURIF(icazione) della S(an)ta MARIA (per mezzo di SIMEO(ne); al 25 marzo la ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE GESU’; al 15 agosto ASSUNZIONE della S(anta) MARIA; all’8 settembre la NATIVITA’ della S(anta) MARIA; al 9 dicembre la C(on)CEZIONE di S(ant’) ANNA di MARIA VER(gine).

La Vergine Santissima venerata nel titolo dell’Assunta è la Patrona principale di Napoli, San Gennaro, il Megalomartire, è Compatrono principale della Città ed all’Assunta è intitolato il Duomo angioino e Papa Pio IX con la Bolla INEFFABILIS DEUS, dell’8 dicembre 1854 proclamò solennemente il dogma della Concezione Immacolata di Maria, stabilendo la data per la celebrazione liturgica all’8 dicembre, ispirandosi al Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli.

Numerose poi sono le immagini antiche della Vergine Maria, venerate a Napoli negli attrributi più belli: Santa Maria della Sanità, della Verità, del Monte Carmelo, del Parto, della Provvidenza, della Salute, del Soccorso ecc.

Già prima della definizione del Dogma della Immacolata Concezione (1854), la predicazione gesuitica aveva fatto dell’Immacolata stessa il tema centrale di un apostolato capillare che favorì la rinascita del culto mariano ed il fiorire di iniziative atte alla glorificazione di Maria.

La corporazione degli armatori e dei marinai napoletani aveva fatto costruire sulla spiaggia, nel 1554, una chiesetta dedicata alla Vergine Maria, dove si fermavano a ringraziare la Madonna quando, dopo un fortunale, raggiungevano salvi la riva: è la chiesetta di Santa Maria di Portosalvo, restaurata ed isolata a metà della nuova via Marina.

img043Napoli, porto – La chiesetta dell’Immacolatella al porto.

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Agli inizi del ‘700 i lavori di ampliamento delle strutture portuali prevedevano la costruzione di un edificio sacro sul molo, realizzato poi da Domenico Antonio Vaccaro, per volere di Carlo III di Borbone, la chiesa dell’Immacolatella al molo, così chiamata perché sovrastata da una statua dell’Immacolata.

Un’altra importante testimonianza della venerazione  dei napoletani per la Vergine Maria è il santuario dell’Immacolata fatto costruire dalla Venerabile Suor Orsola Benincasa (1547-1618), al Corso Vittorio Emanuele, che, quando venne eretto (nel 1669) si trovava in posizione isolata e dominante sulla Città posta sotto la protezione della Madonna.

A Napoli, al principio dell’800, l’Immacolata apparve al diciannovenne Placido Baccher (1781-1851).

Fu l’inizio di una serie di apparizioni in cui la Vergine chiederà di essere venerata come l’Immacolata Concezione: a Parigi nel 1830 a Suor Caterina Labourè (1806-1876); a Roma, in Sant’Andrea delle Fratte, nel 1840, a Tobiolo  Ratisbonne; a la Salette, nel 1846, a due pastorelli; a Lourdes a Bernardette Soubirous, nel 1858, e poi ancora altre volte, e sempre qualificandosi come la “Immacolata Concezione”.

L’apostolato del Venerabile Don Placido Baccher diffuse sempre più il culto mariano a Napoli e la Madonnina da lui fatta realizzare per la chiesa del Gesù Vecchio fu l’ispiratrice dei membri dell’Almo Collegio dei Teologi, a Napoli con Papa Pio IX, per le note vicende  politiche ed impegnati nella definizione del Dogma dell’Immacolata Concezione.

Essi spesso si recavano a pregare e si riunivano nella chiesa del Gesù Vecchio.

Al tempo di San Giovanni IV lo Scriba, al 9 dicembre si festeggiava il Concepimento di Sant’Anna, Madre della Beata Vergine Maria, come riportato dal Calendario Marmoreo della Chiesa Napoletana, che fu redatto e fatto scolpire dallo stesso Vescovo Giovanni IV, servendosi di un  testo assai più antico.

img042Napoli, Duomo, atrio paleocristiano. L’antico CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA DI NAPOLI, particolare.

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Il Calendario Marmoreo della Chiesa Napoletana fu rinvenuto nel 1742, per caso, murato nella basilica di San Giovanni Maggiore e, trasportato nel palazzo arcivescovile, fu studiato dal Canonico Capitolare Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e poi dagli archeologi, Canonici Capitolari Gennaro Aspreno Galante (1843-1923) e Mons. Domenico  Mallardo (1887-1958) ed è attualmente esposto nella grande sala ipostila sottostante il palazzo arcivescovile; ad esso si ispirò, secondo gli agiografi, Papa Pio IX, per stabilire all’8 dicembre la festa dell’Immacola Concezione.

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La storia della realizzazione dell’obelisco dell’Immacolata è quanto mai banale: il Padre Pepe, eminente figura della vita religiosa napoletana, sorta di taumaturgo che curava ogni malattia facendo ingerire ai suoi fedeli infermi dei santini di carta sottilissima che riteneva miracolosi, riceveva spesso le confessioni e le confidenze di Re Carlo III di Borbone (1716-1788), re di Napoli dal 1731, che più volte si fermava a pregare nella chiesa del Gesù Nuovo, colpito dalla bellezza dell’Immacolata, posta sull’Altare maggiore e soprattutto entusiasmato dalle prediche che il Padre Pepe teneva a proposito del Dogma dell’Immacolata Concezione che in quegli anni si andava definendo.

img038Napoli, piazza del Gesù Nuovo – La guglia dell’Immacolata.

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Sull’Altare maggiore del Gesù Nuovo, originariamente vi era un quadro della Immacolata Concezione, opera di Girolamo Imparato (1549-1607), distrutto da un incendio nel 1639; esso fu sostituito da una statua lignea  e nel 1678 da una statua dell’Immacolata in argento e rame dorato.

Quando i gesuiti nel 1767 furono espulsi dal Regno di Napoli, parte degli oggetti di oro e di argento conservati nel tempio furono portati presso un  altro  collegio gesuitico La Nunziatella, trasformato in scuola militare,  per esser fusi insieme a quelli sottratti alle chiese del Regno, per farne monete; temendo l’indignazione popolare la statua dell’Immacolata non venne fusa ma affidata in custodia alle Clarisse di Santa Chiara.

Nel 1796, però, verrà fusa in seguito ad un decreto reale che ordinava la consegna alla zecca di tutti gli oggetti d’oro e d’argento delle chiese napoletane.

Sull’Altare della chiesa del Gesù Nuovo venne posta la vecchia statua dell’Immacolata, di legno, che verrà poi sostituita con l’attuale di marmo, opera di Antonio  Brusciolano (1823-1871),  nel 1859.

Fu Carlo III di Borbone che propose al padre Francesco Pepe di realizzare una edicola nella piazza, pechè i passanti potessero venerare la Vergine Immacolata anche dall’esterno del tempio.

img039Napoli, piazza del Gesù Nuovo – La facciata della chiesa gesuitica del Gesù.

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Il gesuita fece propria l’idea del sovrano e propose a Carlo III di realizzare la centro della piazza un obelisco in marmo con alla sommità una immagine della Immacolata, sul tipo di quelli che qualche tempo prima Francesco Picchiatti e Cosimo Fanzago avevano già realizzati in onore di San Domenico, in piazza San Domenico Maggiore, nel 1657 e in onore di San Gennaro, nella spiazzo sottostante l’ingresso secondario del Duomo, nel 1600.

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La piazza non era nuova ad un arredo urbano di quel tipo: in occasione della venuta a Napoli di Filippo V di Spagna, il 17 aprile 1702, fu realizzato da Lorenzo Vaccaro un monumento equestre del sovrano, prima di gesso, poi fuso nel bronzo.

Quest’ultimo, inaugurato nel 1705, venne distrutto a furor di popolo il 12 maggio di due anni dopo, in occasione dell’arrivo a Napoli della guarnigione austriaca.

Al concorso reale bandito per la realizzazione della guglia risultarono vincitori Domenico Antonio Vaccaro, Matteo Bottigliero e Francesco Pagano: questi ultimi due saranno impegnati dal 7 dicembre 1747, fino al 1750, insieme a fra’ Filippo D’Amato, un laico gesuita, ottimo marmoraro, alla realizzazione dell’obelisco, seguendo i disegni elaborati da Domenico Antonio Vaccaro, morto qualche anno prima, nel 1741, e che molto probabilmente fu l’autore del progetto.

img044Guglia dell’Immacolata – Dettaglio.

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Non a caso la scelta cadde su di loro, davanti a valenti artisti come il Lombardo, il Genoino, il Fiore, l’Astarita: essi erano i massimi esponenti della tradizione barocca napoletana.

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Napoli, piazzetta Ugo Falcando  a Materdei – La piccola guglia dell’Imacolata progettatata da Giuseppe Astarita per il concorso reale, trasferita dal chiostro dell’ex Conervatorio della Concezione, adiacente la piazzetta, su proposta iniziale dello scrivente e per interessamento della Amministrazione Comunale di Napoli, nel 2003. La statua della Santissima Vergine sulla cima, è copia dell’originale scultura consertvata nel Museo Civico del Maschio Angioino. Opera di Domenico Cagini, databile al 1470, proverrebbe dal  palazzo Sanseverino, trasformato nella chiesa gesuitica del Gesù Nuovo o, secondo altri, da una non più esistente cappella votiva nella zona detta della Costagliola.

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Con Domenico Antonio Vaccaro, il Bottigliero e il Pagano, muovevano dall’insegnamento di Lorenzo Vaccaro e del Solimena e dall’esempio del Fanzago e si imposero sulla scena artistica della Napoli ancora barocca ma aperta alle istanze rococò per la forte ed organica individualità.

La loro freschezza senza ripensamenti e la inventività si materializzava con immediatezza.

Essi, infatti, come Domenico Antonio Vaccaro, non si limitavano solo a disegnare e a proporre, ma eseguivano di persona gli ornati fondendo pitture e scultura con l’architettura, in una unicità creativa e in una coerenza formale.

Come il Vaccaro il principio informatore della loro arte fu un decorativismo pittorico ottenuto mediante il gioco della luce, che, infiltrandosi sapientemente fra le mosse superfici, esaltava e modellava gli spazi, arricchendo di mille toni il bianco dei marmi, conferendo una delicatezza ed una raffinatezza cromatica senza ricorrere agli artificiosi e pregiati materiali policromi.

Il Bottigliero fu certamente l’autore delle statue di San Francesco Borgia e di San Francesco Regis, il Pagano, invece,  fu l’autore della statua bronzea dell’Immacolata e di quelle di Sant’Ignazio e di San Francesco Saverio.

Carlo III voleva offrire i 100.000 ducati necessari per la realizzazione dell’opera, ma il Padre Pepe riuscì a convincere il sovrano a limitare la sua offerta alla sola esenzione delle gabelle relative al trasporto del materiale occorrente, preferendo che la guglia fosse realizzata con le sole offerte del popolo.

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Dal basamento si alzano tre spezzoni troco-piramidali: il più alto presenta quattro medaglioni con le immagini a rilievo di San Luigi Gonzaga e di San Stanislao Koska e i monogrammi di Gesù e Maria; al disotto di esso un successivo tamburo presenta storie della vita di Maria: la nascita, la purificazione, l’assunzione, la incoronazione.

Intorno ad esso alla base, corre una balaustra, con agli spigoli le già nominate statue dei Santi gesuiti, mentre al disotto di esso c’è un tamburo decorato con angeli vaganti e festoni ed un alto basamento con rosoni e lapidi dettate da Domenico Ludovico.

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L’obelisco ha un carattere popolare e nello stesso tempo miracolistico per l’iconografia devozionale delle figure dei santi gesuiti, per la mirabolante decorazione a mensole, fioroni ed angeli vaganti, tipica del barocco napoletano, variabile come il getto della fontana, come la fiamma crepitante, che si innalza e si abbassa, prende corpo, si assottiglia con il variare del vento, per esplodere in alto e presentare una immagine dell’Immacolata, ferma nella iconografia tradizionale e devozionale, centro della predicazione gesuitica del ‘700, punto di riferimento nel tessuto urbano per un popolo sempre alla ricerca di un santo protettore a cui votarsi nella ricerca del pane quotidiano

Esso si inserisce nel contesto urbano come centro di una fantasiosa irregolarità, nel caotico groviglio di conventi, palazzi, cupole, piazze e larghi, vicoli stretti e tortuosi e tagli netti nella maglia urbana.

img040Spaccanapoli da San Martino. – Emerge la statua della Immacolata che sovrasta la guglia fra le case del centro storico di Napoli.

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E’ l’episodio, l’emergenza che mira a sbigottire l’osservatore, offrendogli una prospettiva sempre nuova, una variante allo scansire regolare del bugnato della chiesa del Gesù Nuovo, il fiore all’occhiello, dopo l’opprimente, il fatiscente e caotico tessuto del centro storico.

Ridotta al rango di spartitraffico e di asse di rotazione delle auto e dei pullmann turistici che per fortuna non sostano più in piazza, la guglia resta pur sempre deturpata dalle scritte del grafomane di turno, capro espiatorio di tutte le situazioni politiche, occupazionali, personali, collettive, una delle sette,  otto madonne a cui indirizzare la bestemmia di rito, piuttosto che riconoscersi causa delle avversità della vita

Una particolarità: se si osserva la bella statua della Santissima Vergine, dando le spalle all’ingresso del Monastero delle Clarisse, il suo volto ci appare sorridente e protettivo; se invece si volge lo sguardo alla statua dando le spalle all’ingresso del glorioso Liceo Genovesi, si ha l’impressione di vedere in cima alla guglia l’immagine di una figura incappucciata che reca nella mano la falce….

Il Cristo della parusia che cavalca il globo solare, della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I nel duomo di Napoli.

di Tino d’Amico

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L’autore con la moglie Pina, durante una lezione nell’area archeologica del duomo .

Sul dorsale dell’Altare barocco  della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, patronato  della famiglia Capece-Galeota, la prima a sinistra dell’abside del duomo, è stato recentemente riposizionato un trittico la cui pala centrale, antichissima, risalirebbe al IX – X secolo e le portelle laterali, aggiunte in epoca successiva, sono attribuite ad Agnolo Franco (Napoli ? – 1455) dal De Dominici (cfr. Dizionario Biografico Universale, vol.V, Firenze 1859), e  a Tommaso de’ Stefani (Prima metà del ‘200 – 1310 c.), dal Galante (Guida Sacra della Città di Napoli, Napoli,1872), scarsamente leggibile per la infelice collocazione e per un infelice restauro dopo un banale incidente nei primi anni ’70 del passato secolo, di cui fui occasionale testimone.

La pala centrale, rappresenta il Cristo della Parusia che cavalca il globo solare e si propone luce del mondo, via, verità e vita,  con la mano parlante, cioè con la destra alzata, mentre compie il gesto dell’adlocutio (1) e la sinistra che regge il libro aperto al capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, versetto 6: “EGO SUM LUX MUNDI VIA, VERITAS ET VITA”.

L’icona, secondo Lorenzo Loreto (2) sarebbe copia della immagine mosaicata del Pantocràtore che era nel catino dell’abside della Basilica del Salvatore detta Stefania.

Napoli – Duomo – Planimetria – indica: orientamento del sito; il sito del battistero di San Giovanni in Fonte, antico luogo di aggregazione dei Preti Mansionari del Salvatore; la cappella del Salvatore Vetere e di S.Atanasio I, Vescovo di Napoli, dove è posto il trittico del Cristo della Parusia.

Tra il IX e il XII secolo, come riferisce anche Li Pira ( La Cattedrale di Napoli ed il Capitolo dei Canonici dalle origini al secolo XIV, Università degli Studi di Napoli – Dottorato di ricerca in storia – XXI ciclo),  si instaurò un clima di pacifica convivenza fra le due componenti clericali accreditate nel Complesso Cattedrale napoletano, organizzate nei due Istituti dei Preti Capitolari di Santa Restituta e dei Preti Mansionari, ai quali fu concessa, come luogo di aggregazione, la cappella del Salvatore realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, andato ormai in disuso dal IX-X secolo per la modifica della liturgia battesimale.

La pacifica antica convivenza fra le due componenti clericali mi porta a considerare due probabili origini della pala centrale del trittico, oggetto di questa studio: essa fu fatta dipingere appositamente dai Preti Mansionari della Cattedrale, fra il IX-X secolo oppure, icona bizantina del Cristo della parusia, fu recuperata da altro luogo, e sistemata sulla parete ad oriente (3) nella Cappella del Salvatore, dove già esisteva sulla stessa parete una immagine simile, ma con un diverso messaggio.

La icona  poi, fu trasferita dalla antica cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, per essere posta sulla parete ad oriente, nella cappella concessa alla famiglia Capece-Galeota fin dal tempo della inaugurazione del duomo angioino.

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Napoli – Duomo – La cappella  del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli, patronato della famiglia Capece-Galeota. (foto di Luca D’Amore).

Quando si incominciò a diroccare la Stefanìa per fare posto al costruendo nuovo duomo, furono recuperati, e poi successivamente riutilizzati all’interno del nuovo edificio, oppure altrove, numerosi reperti, come l’antependium, anche esso di epoca bizantina, del piccolo Altare della cappella dei Capece-Minutolo (cfr. Tino d’Amico, Il paliotto dell’Altare della cappella Capece-Minutolo nel duomo di Napoli, inedito e singolare reperto bizantino proveniente dalla distrutta basilica detta Stefania, in:tinodamico.wordpress.com); non sorprende quindi, il trasferimento e riutilizzo dell’antica icona,   all’interno del nuovo duomo angioino.

Certamente fu ritoccata nel sec. XIII dal de’ Stefani, successivamente, come riferisce Alessio Simmaco Mazzocchi (1684 – 1771), fu restaurata nel 1484, probabilmente da Agnolo Franco, autore del primitivo ciclo di affreschi della cappella, del 1414, con  le storie della vita di Sant’Atanasio I, che avrebbe aggiunto alla pala le due portelle laterali.

Gli affreschi della cappella poi, furono restaurati o rifatti, da Andrea de’ Lione (1610-1685) nel 1677. (cfr. Polizza di pagamento del Banco di Pietà di Napoli nel Giornale copia-polizze del Banco di Napoli mtr. 728 / 24.8.1672)

Andrea de’ Lione, allievo di Belisario Corenzio (1558-1646?), fu autore di scene movimentate di battaglie, ma anche di bucoliche pitture, subì l’influsso di Aniello Falcone (1600-1665)  e fu autore anche di affreschi in molte chiese napoletane.

Gli affreschi mostrano tutto il degrado risultante dalle copiose infiltrazioni d’acqua piovana per non mai risolti problemi di impermeabilizzazione della copertura del cupolino ad ombrello.

Il Galante riferisce anche di un restauro del dipinto, eseguito da Aniello d’Aloisio (1775 – 1855), durante il quale sarebbe sparita la fascia inferiore del trittico che riportava un riferimento ad Agnolo Franco, notizia presa dal Mazzocchi e dal Loreto, che però piuttosto che citare il probabile autore delle portelle, citava invece la committenza in un ebdomadario  (prete mansionario).

Napoli – Duomo – Cappella Capece-Galeota – Il trittico fu fotografato negli anni 1920-1930 dai FRATELLI ALINARI. La scheda di riferimento, cod. ACAF-033736-0000, lo classifica come “dipinto murale”.

La lastra fotografica conservata nell’ARCHIVIO FRATELLI ALINARI, probabilmente è l’unica fotografia del reperto, che ci rende l’immagine nella sua interezza, prima del citato incidente occorsogli e dell’ultimo infelice restauro conservativo che ha eliminato il gruppo di Angeli che emergeva alla sinistra del Salvatore, seduto su un trono poggiato sul globo solare, anche esso ormai quasi sparito, che si propone nel fulgore della Sua Rivelazione, attraverso un fascio di raggi dorati, anch’essi spariti, che gli facevano da sfondo, icona della parusia, cioè del dogma di fede del ritorno di Cristo, nel giorno del Giudizio Universale, come leggiamo nel testo di Luca, capitolo 1, versetti 78-79: “….il nostro Dio è bontà e misericordia: ci verrà incontro come luce che sorge, splenderà nelle tenebre per chi vive nell’ombra della morte e guiderà i nostri passi sulla via della pace….”

Il trittico, prima di essere riposizionato nella cappella dei Capece-Galeota, per un breve periodo fu esposto in una cappella nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

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All’epoca di Carlo II d’Angiò (1254 – 1309), re di Napoli dal 1285, Napoli, divenuta capitale del regno che unificava l’Italia Meridionale, fu dotata di una nuova Cattedrale, e le costruzioni che costituivano il vecchio complesso episcopale, alcune del IV – V secolo ed altre dell’VIII, furono trasformate o demolite (4).

La fondazione del nuovo duomo angioino, corrisponde alla elezione al pontificato di Papa Celestino V (1294 – 1294), che stabilì, suo malgrado, la sede temporanea del papato a  Napoli, ritenendo “opportuna” la protezione di Carlo II d’Angiò (cfr. Tino d’Amico, L’Albero di Jesse del duomo di Napoli….in: tinodamico.wordpress.com).

Il cantiere del duomo, che rispondeva più ad un disegno politico degli angioini, poi fallito con “il gran rifiuto” di Papa Celestino, che non alla  reale esigenza di dare al popolo un nuovo e più ampio luogo di culto, o assecondare le richieste vescovili e  stabilire così buoni rapporti con la Chiesa, si sviluppò incominciando dal settore orientale dell’ampia area creatasi con lo spianamento totale di tutte le costruzioni esistenti: la parte più antica dell’edificio risulterebbe essere l’abside con le Cappelle laterali, quella di destra di diritto patronale della potente famiglia Tocco dal 5 febbraio 1370, per concessione dell’Arcivescovo di Napoli Bernard III de Rodez (1368 – 1372) e quella di sinistra, patronato della famiglia Capece-Galeota, nobili del Sedile di Capuana, di cui si hanno notizie fin dal 1170, concessa probabilmente nello stesso periodo dallo stesso Arcivescovo Berrnard.

Dallo spianamento dell’area si salvò la antica cappella intitolata a  San Pietro,  patronato dei Capece-Minutolo fin dal tempo della Napoli ducale, che divenne l’ambiente ipogeo della nuova cappella di patronato della famiglia.

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Amedeo Formisano – Elaborazione grafica dell’edificio nei primi anni del 1300.

La cappella dei Capece-Galeota nel Dizionario Biografico Unversale (0p. Cit.) che cita il trittico posizionato dietro l’Altare fanzaghiano, è identificata anche come cappella Tocco, distinguendola dall’altra cappella Tocco, perché nella prima metà dell’800, l’ultimo discendente riconosciuto della famiglia Capece-Galeota, contraendo matrimonio, dalla consorte, ultima discendente della famiglia Tocco,  ricevette per successione con i beni dotali, anche i titoli dei Tocco di Montemiletto, famiglia ormai estinta, aggiungendo al proprio cognome anche quello dei Tocco.

La cappella dal 1597 fu destinata a luogo per la custodia e l’adorazione della Santissima Eucaristia (5) (cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum e il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli, in tinodamico.wordpress.com)

Il nuovo monumentale Altare costruito nella cappella per le esigenze del culto eucaristico, nascose al suo interno un cartibulum  utilizzato come Altare Mensa, eretto su un sarcofago romano che, era opinione comune,  conteneva al suo interno le reliquie del corpo di Sant’Atanasio I e di altri Vescovi napoletani, limitando con la sua mole la visione del trittico, la cui pala centrale, fin dal tempo della inaugurazione del nuovo duomo, e prima ancora della concessione della cappella da parte dell’Arcivescovo Bernard III de Rodez ai Capece-Galeota era già posizionata sulla parete dell’absidiola a fare da sfondo al prezioso cartibulum, fino ad allora utilizzato altrove come Altare Mensa e li trasferito con le stesse funzioni insieme al sarcofago.

Il cartibulum e il sarcofago  poi, furono occasionalmente ritrovati all’interno dell’Altare fanzaghiano, nella seconda metà dell’800 (cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum…op.cit).

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Napoli – Duomo – Cappella Capece-Galeota – Interno – (foto di Luca D’Amore). 

Il Titolo Dedicatorio del Salvatore Vetere fu attribuito alla cappella, per conservare all’interno dell’area del Complesso Episcopale, quello che fu il Titolo Dedicatorio della costantiniana Basilica Cattedrale napoletana, del sec. IV-V, intitolata ai Santi Apostoli, successivamente al Salvatore e detta di Santa Restituta, dalla metà del IX secolo (6), al tempo della inumazione delle reliquie del corpo della Santa Africana (7) al suo interno (8).

Con la costruzione dell’edificio angioino, la Basilica intitolata al Salvatore e detta Stefanìa, basilica gemina della Basilica Cattedrale intitolata anch’essa al Salvatore e detta di Santa Restituta, già modificata da tempo nel suo impianto planimetrico (9), fu di molto ridotta nella lunghezza delle navate, e il Titolo Dedicatorio del Salvatore, comune ai due edifici perché costituenti un unico complesso Cattedrale e a tutta l’area della Cittadella Vescovile, sarebbe andato perduto.

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Nella Cittadella Vescovile napoletana operavano, come già accennato, due Congregazioni Clericali, quella dei Canonici Capitolari di Santa Restituta, che venivano così chiamati perché, diretti collaboratori del Vescovo, clero ufficialmente  riconosciuto, i loro nomi erano riportati su una tabella  detta CAPITULUM esposta all’interno della basilica Cattedrale, e quella  dei Preti Mansionari della Stefania, la cui origine è controversa e non è questo il luogo per dare credito ad una o all’altra teoria.

Appare ancora incerto il luogo, la configurazione e il ruolo della Basilica intitolata al Salvatore, detta Stefania, in relazione alla Basilica  Cattedrale, intitolata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, e la storia del  Collegio Clericale dei Preti Mansionari, legata a doppio filo alla Basilica gemina della Cattedrale, detta Stefanìa, e quella dei Canonici Capitolari di Santa Restituta, ci aiuta ad ipotizzare un percorso da una originaria possibile antica collacazione della icona del Cristo della parusia e alla sua sistemazione nella cappella dei Capece-Galeota.

Gli studi più recenti concordano su una iniziale pacifica convivenza fra le due Congregazioni Clericali, di supporto l’una all’altra, nell’ambito dei due edifici che costituivano il Complesso Cattedrale napoletano (cfr. Li Pira op.Cit.).

Intorno all’VIII-IX secolo, forse ad opera di Atanasio I Vescovo di Napoli (849-872) si dovette procedere ad una riforma amministrativa della Chiesa napoletana già precedentemente incominciata al tempo di Stefano II, Vescovo di Napoli (756-799), per la presenza di un clero greco, accanto a quello romano, che proiettò la Congregazione Clericale di Santa Restituta in una posizione di maggiore peso, rispetto alla più umile Congregazione Clericale del Salvatore, anche perché ai primi, collaboratori diretti del Vescovo, furono concesse  prebende individuali, rendite e vitalizi, rispetto ai secondi, costretti a vivere di quanto traevano dall’esercizio del loro ministero.

I Confratelli del Salvatore, il Clero Mansionario della Basilica intitolata al Salvatore e detta Stefanìa, chiamati poi Ebdomadari, termine mutuato dal latino (hebdomadarius=settimanale, che si fa o ritorna ogni settimanaper indicare i Sacerdoti addetti al servizio liturgico per tutta una settimana o per un giorno stabilito nella settimana, che tennero, e questo è certo, per loro sede e per molto tempo la cappella intitolata al Salvatore, realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, che fin dal secolo IX-X era andato in disuso per la modifica della liturgia battesimale.

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Elaborazione grafica del complesso degli edifici della cittadella vescovile napoletana, di A. S. Mazzocchi, disegnata dal Cartografo A. Sersale.

Fra il IX e il XII secolo la pacifica convivenza fra le due componenti clericali, instauratasi nel corso degli anni, si incrinò per l’insorgere di contrasti sulle pompe, sulle spartizioni degli utili provenienti dai lasciti e dai legati, concessi anche alla Congregatio Salvatoris, ma anche per le interferenze dei componenti delle due Congregazioni, nelle assistenze spirituali e per i frutti derivanti dai funerali.

Il Clero Mansionario, privato dell’antico spazio di aggregazione nella cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, perché definitivamente espulsi dalla Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta (cfr. Li Pira, op.cit.; V. Lucherini, Ebdomadari versus canonici: il potere ecclesiale e la topografia medioevale del complesso episcopale napoletano in. Anuario de studios medioevales 36/2, Jiulio-dicembre del 2006),  sede storica del più potente Istituto Capitolare, ottenne, nella metà del ‘300, dall’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327 – 1358), a lavori quasi ultimati della costruzione del nuovo duomo angioino, come luogo di riferimento, l’utilizzo della cappella che già dalla fondazione dell’edificio risultava intitolata al Salvatore Vetere e concessa in patronato alla potente famiglia Capece-Galeota, diritto di patronato  poi confermato dall’Arcivescovo di Napoli Bernard III de Rodez (1368 – 1372), probabilmente il 5 febbraio 1370.

Per la presenza all’interno di essa del Clero Mansionario che riconosceva in Sant’Atanasio il fondatore della Congregazione e per la presunta presenza delle reliquie del suo corpo all’interno dell’antico sarcofago posto sotto l’Altare Mensa, la cappella fu detta anche di Sant’Atanasio; successivamente con decreto dell’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1412-1435)  al Titolo Dedicatorio del Salvatore Vetere fu aggiunto definitivamente anche quello di Sant’Atanasio

In essa i Confratelli del Salvatore trasferirono probabilmente, con  le loro cose, anche la antica icona del Cristo della parusia, loro simbolo aggregativo e aggiunsero ai lati della immagine le due portelle di San Gennaro e Sant’Atanasio I che ritenevano loro fondatore i cui resti mortali, era opinione comune, dovevano essere contenuti nel sarcofago posto sotto l’antico Altare Mensa (cfr. tino d’amico, il cartibulum…, op.cit).

La antichità del Titolo dedicatorio della cappella e la presenza in essa della icona del Salvatore, fin dal tempo della inaugurazione dell’edificio angioino (1314), è confermata da un’Istrumento rogato il 5 dicembre 1384, dal quale si apprende che l’Arcivescovo Nicola Zanasi (1384-1389) donava ad Enrico e Filippello Loffredo “…locum in Maiori Ecclesia Neapolitana videlicet locum in pilerio iuxta Cappella B. Athanasii iuxaymaginem sive figuram Salvatoris iuxa cippum positum ante Cappellam quondam bone memorie domini Humberti Archiepiscopi Neapolitani…”

Il documento faceva parte del supplemento delle pergamene dei monasteri soppressi, vol.342 n.108, ed era tra quelli dell’Archivio di Stato di Napoli fortunatamente ricopiati da Biagio Cantera, ricoverati nella Villa Montesano in San Paolo Belsito di Nola e bruciati dai nazisti in ritirata il 30 settembre del 1943 (866 casse, 31606 fasci e volumi, 54372 pergamene).

La presenza dell’icona nella cappella è confermata anche da documenti risalenti fino al 1450 e riferiti da Alessio Simmaco Mazzocchi (1686-1771)  nella secolare polemica dei Canonici Capitolari di Santa Restituta contro gli Hebdomadari, confutando il Chioccarelli (1575-1647) che scrive: “…hoc autem Collegium adhuc in Metropolitana  ecclesia perdurat, vocaturque Congregatio Hebdomadariorum Sancti Salvatoris veteris nuncupabatur, et Sanctum Athanasium erorum fondatorem appellant, et in eius rei mmeoriem ab antiquissimis temporibus ea Congregatio hoc sigillo usa est, atque adhuc utitur, ex altera parte est Salvatoris imago, et altera vero Sancti Athanasii eoruminstitrutoris et illam Hebdomadarij genuflexi cernuntur…”

Ma anche gli Atti della Santa Visita dell’Arcivescovo Mario Carafa (1565-1576), del 1574 che descrivono l’Altare (cfr. il cartibulum …….op.cit.) e accennano alla antica icona: “…dittam Cappellam fuit inventum habere conama ligneam depittam cum Immagine Salvatoris in medio et a latere sinistro cum Immagine S.ti Januarij e a dextro cum Immagine S.ti Attanasij et supra predittam conam adest alia cona parvula cum Immagine Beata Maria Virginis, ante quam extat lampas accensa…” ( si rifersisce alla immagine della Madonna delle Grazie, detta del Beato Rubino Galeota, poi sistemata a lato del trittico, sul sepolcro dello stesso Rubino Galeota, beato perché irrorato dalla Grazia, attraverso il latte che la Santa Vergine fa cadere su di lui, in preghiera).

E’ importante aggiungere a questa descrizione , quanto è riferito da un documento di Fabio e Ludovico Capece-Galeota , del 5 febbraio 1598, conservato nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Napoli: “…item come in piedi della Cona grande, et antiqua che sta in detta Cappella e proprio sotto i piedi dell’Immagine del SS.Salvatore che sta depinta in detta cona ci sta decritto di pittura l’infrascritto Epitafio videbicet: Cappellae domus Galiota cumvoluntate dictor. patronor. hoc opus fieri fecit Dominus Marchus Chionus Hebdomadarius Eccl. Neap. et Cappellanus predicti alteris ann.1484…”

La data secondo il Mazzocchi si riferisce alle sole tavole dei due Santi laterali e non alla immagine del Salvatore della quale riconosce l’antichità, datandola al 1379, anno della intitolazione della cappella al Salvatore Vetere e a Sant’Atansio I vescovo di Napoli.

Una fascia dedicataria nella cimasa, che riportava il nome del pittore Agnolo Franco (Napoli ? – 1455 c.) e del committente, scomparsa durante un restauro, ha generato l’equivoco sulla attribuzione anche della pala centrale allo stesso autore.

La attribuzione delle due portelle ad Agnolo Franco è confermata anche da G. B.Gennaro Rossi (Le belle arti – vol. II, Napoli, MDCCCXX). ma anche dalla data del decreto dell’Arcivescovo Niccolò De Diano (1411 – 1435) che dispose la definitiva assegnazione della cappella al Clero Mansionario, fatti salvi i diritti di patronato precedentemente concessi:  il pittore era attivo  a Napoli, nella prima metà del ‘400, impegnato in varie commesse anche all’interno del duomo..

Perché San Gennaro è rappresentato insieme a Sant’Atanasio I.

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Sorrento – Basilica di Sant’Antonio – Tela del 1778, di Carlo Amalfi: Sant’Atanasio I.

Sant’Atanasio I, secondo Giovanni Diacono  continuò il trasferimento dei corpi e delle reliquie dei Santi Vescovi di Napoli dalla catacomba, all’area della Cittadella Vescovile e fece restaurare un antico Oratorio esterno alla Basilica detta Stefanìa per riporvi il reliquiario che conteneva il cranio e le ampolle con il sangue di San Gennaro, reliquiario che si ritiene, era già conservato e offerto alla venerazione dei fedeli nella stessa Basilica Stefanìa (cfr. E.Moscarella, Considerazioni circa la più antica notizia conosciuta relativa alla Reliquia Ianuariana del Sangue, in: Januarius 8/9.1974.

Qualche anno prima del trasferimento della pala, dalla cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, nella cappella dei Capece-Galeota, e prima della definitiva assegnazione del luogo ai Preti Mansionari (1414), al tempo dell’Arcivescovo di Napoli Arrigo Minutolo (1389-1400), nel 1389, fu per la prima volta pubblicamente notato il miracolo della liquefazione del Sangue di San Gennaro.

La rappresentazione dei due Santi è legata forse a questo evento: la storia attribuisce  a Sant’Atanasio I (849 – 872) il trasferimento delle reliquie di San Gennaro, Cranio e Sangue, nell’area della Cittadella Vescovile dalla catacomba, o quanto meno, all’incremento del suo culto a Napoli, dopo il trafugamento delle reliquie del suo corpo da parte di Sicone (morto nell’832) e la loro inumazione  a Benevento.

La reliquia del Cranio e del Sangue chiuse in un unico reliquiario, rimasero a Napoli grazie ai buoni auspici del Vescovo di Benevento Urso, che portarono alla stipula di un trattato di pace tra Sicone e i napoletani, oppure tali reliquie si trovavano già a Napoli in un antico oratorio nella Cittadella Vescovile probabilmente fin dal V secolo.

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L’ipotesi che vado a formulare, suppone l’icona del Cristo della parusia venerata nella cappella del Salvatore, posizionata nel Battistero di San Giovanni in Fonte, luogo di aggregazione dei Preti Mansionari, fin dal IX secolo.

Ipotesi che non trova conferma e non trova conferma neanche l’altra, proposta da Lorenzo Loreto (op.cit) che vorrebbe l’immagine, in antico, esposta alla venerazione nella Basilica detta Stefanìa, copia della immagine del Pantocratore del catino dell’abside…perché poi?….e dove?.

Ritengo invece più attendibile la prima delle ipotesi: l’icona in un tempo imprecisato, fu posta nel Battistero di San Giovanni in Fonte, sulla parete ad oriente, dove già esisteva una immagine simile, ma con un contenuto diverso: la traditio legis.

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Napoli – Duomo – Battistero di San Giovanni in Fonte, il più antico dell’occidente cristiano –  LA TRADITIO LEGIS –  Mosaico del IV secolo.

In uno spicchio trapezoidale del cupolino ottagono, nel lato verso oriente, si osserva un lacerticolo di mosaico che rappresenta la scena della traditio legis: Cristo, in posizione eretta sul globo celeste, l’universo, barbuto e nimbato, porge a Pietro un rotolo parzialmente avvolto, sul quale si   legge: Dominus legem dat.

Traditio Legis = Consegna della Legge, chiaro riferimento al testo giovanneo (21, 15-20), brano conclusivo del suo Vangelo, considerato fondamento del Primato Petrino,  promessa di una vicinanza continua a sostegno dei credenti e di un ritorno glorioso alla fine dei tempi.

I mosaici del Battistero napoletano, il più antico dell’occidente cristiano, rappresentano i temi della iniziazione cristiana elaborati e proposti da Cirillo di Gerusalemme (313 – 387)  e introdotti a Napoli al tempo del Vescovo Severo (menzionato nel 393 circa) fondatore del Battistero

La Traditio Legis è l’epilogo di una storia, il discorso di addio di Gesù prima del ritorno al Padre, che lo glorificherà; è la promessa della glorificazione ai suoi discepoli che riconosceranno in Lui l’adempimento di ciò che aveva detto.

E’ la conferma di Pietro alla guida della Sua Chiesa e alla predicazione missionaria, mandato che si estenderà poi ai successori, nel tempo e nella storia, fino al Suo ritorno, nella parusia (Ap.22,17).

L’icona del Cristo della parusia, posta sulla stessa parete ad oriente, nella cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, rappresentava  l’attuarsi della promessa  di Gesù, rappresentava la parusia (Ap. 1,7), il momento del Suo ritorno, il momento in cui Egli porterà con se i suoi seguaci per i quali ha preparato un posto nei Cieli perché, scrive Giovanni nel suo Vangelo, (14,6) Egli è la luce del mondo, che illumina il cammino , è verità che conduce al Padre, e per la potenza della fede in Lui i suoi seguaci ottengono la vita.

Le due icone, quella mosaicata della Traditio Legis   e quella del Cristo della parusia, per i contenuti su esposti, appaiono come parte di un unico progetto, iniziato nel ciclo mosaicato del Battistero di San Giovanni in Fonte, che nel discorso catechetico illustra la via per raggiungere il Padre, propone la verità, attraverso scene tratte dalla vita di Gesù, continua con la conferma del primato petrino e la ascensione al cielo, e si conclude con la promessa del suo definitivo ritorno, la parusia.

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Nei primi anni ’70, come già raccontato, un banale incidente di cui fui testimone, rovinò il dipinto: l’improvvisa caduta di una considerevole massa d’acqua piovana, accumulatasi durante un forte temporale notturno nel terrazzino sottostante la grande bifora della cappella, per il canale di scolo ostruito.

La pressione prodotta dalla massa d’acqua frantumò le lastre alabastrine alla base del finestrone gotico e precipitando nell’interno della cappella, bagnò il trittico che, impregnatosi d’acqua, cominciò quasi subito a perdere consistenti frammenti di pittura.

L’opera non fu oggetto di un tempestivo intervento conservativo con l’applicazione di carta indiana per tenere ferma la pellicola di colore che cadeva e il restauro, a diversi anni di distanza, per i copiosi distacchi di pittura, ha reso quasi illegibile l’opera.

L’immagine centrale rappresenta il Cristo nello splendore della Sua rivelazione, che si propone via, verità e vita e la postura della figura e  il contenuto iconografco contribuiscono a  datare l’icona alla fine del medioevo, legandola alla commistione di elementi longobardi e bizantini che i vari restauri e ritocchi intervenuti nel corso dei secoli rendono difficile la netta distinzione e l’area  geografica di provenienza.

Gli accennati restauri e ritocchi hanno contribuito a rendere l’immagine un coacervo di indefinibili stili.

Le icone bizantine,  rappresentano ciò che la Scrittura insegna con la Parola: qui la figura è una immagine deI Cristo, Sovrano su tutte le cose, l’Onnipotente,  Maestoso e Sereno, seduto su un trono sorretto dagli Angeli, che emana un fascio di luce e compie il gesto dell’adlocutio, piuttosto che il gesto benedicente delle simili icone bizantine, per richiamare l’attenzione sulle parole del Libro aperto nella mano sinistra: E’  Cristo che nello splendore della Sua Rivelazione, si propone luce del mondo, via, verità e vita (Gv. 14,6).

Nel nimbo appaiono ancora accennate le tre lettere del nome di Dio, rivelato a Mosè sul Sinai, ancora ben leggibili invece, sulla lastra fotografica dei “FRATELLI ALINARI”.

E’ possibile ancora ipotizzare il colore degli abiti: probabilmente il rosso per il chiton, la tunica e il bleu per l’imation, il mantello, espressione, il primo, di potenza e dignità regale, il secondo della trascendenza.

Il trono, è poggiato sul globo solare: è il Cristo del ritorno, il Cristo della parusia (Ap. !,7 ; 22,20), momento in cui Egli, Giudice severo ma giusto e misericordioso, giudicherà il mondo e porterà con se i seguaci, ai quali ha preparato un posto nei Cieli perchè, scrive Giovanni nel suo Vangelo (14,6), Egli è la luce del mondo, che illumina il cammino ,  è la verità che conduce al padre, e per la potenza della fede in lui i suoi seguaci ottengo la virta.

E’ il Cristo Sole di giustizia che viene a visitarci, dall’alto, da oriente, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, come leggiamo nel Vangelo di Luca (1, 78-79), ma anche in Malachia (3,30), in Zaccaria (3,8), in Isaia (9,1; 42,7), in Giovanni (8,12).

L’invito alla sequela che caratterizza l’inizio del primo incontro dei discepoli con Cristo, caratterizza anche l’ultimo contatto con Pietro: l’immagine della Traditio Legis, ci propone Gesù che fino ad allora era stato il Pastore, ora nel tempo e nella Chiesa questo ufficio è affidato da Gesù stesso a Pietro e ai suoi successori.

Ortensio da Spinetoli, commentando il Cantico di Zaccaria (Lc. 1,67-80), così spiega il versetto 78-79: “… tutta la storia del Popolo di Istraele è un susseguirsi di azioni di Grazia (Verità) ma rimane ancora la manifestazione più importante che si attuerà con un intervento dall’alto…la visita di Dio è come un sole che si leva (dall’alto) e illumina il cammino del suo popolo….E’ per questo una visita di grazia… l’azione illuminante di Dio è una epifania (manifestazione) per tutti i figli del nuovo Israele peregrinante e sofferente. In vista di questa manifestazione/illuminazione, gli oppressi possono imboccare la via della pace che accorderà loro l’accesso ad una nuova esistenza serene e tranquilla, vivendo in santità ed attendendo alla giustizia (cfr. Ortensio da Spinetoli, Luca, il Vangelo dei poveri, Cittadella Editrice, Assisi 1982).

Il ritorno di Cristo alla fine dei tempi, il suo farsi presente alla fine della storia, non è un evento di cui saremo spettatori, ma è il definitivo dispiegarsi della risurrezione in noi, nell’umanità e nell’intero universo (cfr. M. Serent’ha, Gesù Cristo, ieri, oggi, sempre, Elledici Editrice).

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L’ipotesi che vado a proporre, considera l’icona recuperata dai Preti Mansionari chissà da dove, dalla antica Basilica Stefanìa  fin dal tempo della organizzazione del loro Collegio Clericale, probabilmente solo per la bellezza del manufatto e perchè rappresentava il Salvatore, titolo identificativo della loro Congregazione e, sistemata nella Cappella loro concessa all’interno dell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, divenne il loro simbolo aggregativo, così come i Canonici Capitolari di Santa Restituta riconoscevano e riconoscono come loro simbolo aggregativo la immagine della Santissima Vergine nell’oratorio di Santa Maria del Princpio, immagine che celebra l’antichità del culto mariano a Napoli (Capua, la principale città della Campania, sede consolare romana, nel 391 ospitò un Concilio Plenario dei Vescovi orientali e occidentali, presieduto dal promotore, Ambrogio, nel quale fu definita la dottrina riguardo alla Verginità perpetua di Maria, contestata dal Vescovo eretico Bonoso di Sardica).

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Napoli – Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Cappella di Santa Maria del Principio – La Santa Vergine tra san Gennaro e Santa Restituta . 

L’oratorio di Santa Maria del Principio è di poco posteriore e il Capitolo Cattedrale napoletano, secondo studi recenti, già esisteva.

Quando ai Preti Mansionari fu assegnata una nuova sede nel nuovo duomo angioino, nella cappella dei Capece-Galeota, trasferirono in essa anche la loro antica icona che il caso volle fosse posta sulla sola parete disponibile, ad oriente, da dove Cristo ritornerà, “verrà a visitarci dall’alto, come sole che sorge”, grazie alla bontà misericordiosa di Dio, “per rischiarare il cammino  a quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc. 1,78-79); ipotizzo ancora, la occasionale antica collocazione della icona nel Battistero di San Giovanni sulla unica parete disponile, ad oriente, ma non ritengo probabile un discorso teologico dei Preti Mansionari nel sistemare l’icona del Cristo della Parusia, sotto alla icona mosaicata del Cristo dell’addio.

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Napoli – Basilica Cattedrale di Santa Restituta – L’aula Battesimale.

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Nel 1983 fu pubblicato, a cura di Domenico Ambrasi e Ugo Dovere, una raccolta di Studi Januariani, in occasione del VI centenario della prima notizia storica della liquefazione del Sangue di San Gennaro (cfr. Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione San Tommaso d’Aquino, Studi Januariani, Campania Sacra, Rivista di storia sociale e religiosa del mezzogiorno, Napoli 1989.)

Nella raccolta è inserito uno studio di Vincenzo Pacelli sulla iconografia di San Gennaro dalle origini al settecento e fra le 73 immagini fuori testo, è riprodotta la portella di sinistra del trittico oggetto di questo studio.

La didascalia alla fotografia – a mio avviso – è errata: l’immagine dipinta sulla portella sinistra del trittico, non è San Gennaro, ma è Sant’Atanasio I e l’altra figura, quella a destra, che l’autore nella didascalia definisce “Sant’Aniello”, rappresenta San Gennaro e entrambe le portelle non sono poste ai lati di una “immagine dell’Eterno Padre”, ma ai lati di una icona bizantina che rappresenta  Il Cristo della parusia, speldore di Rivelazione via, verità e vita.

San Gennaro Compatrono Principale di Napoli (10) è idealmente posto alla destra di Cristo di cui è “…gran campione di Gesù Cristo, Santone nuosto, primmo cavaliere de la santa Chiesa, santo e ricco de li done della SS.Trinità e de l’Immacolata Concezione…S. Gennaro, miettece sotto lu manto de la Madonna e sotto lu mantiello tuoie , e accussì aiutace, defiennece, reparace da ogni disgrazia…..Oh! Guappone de la nostra Santa Fede, fa ‘a faccia tosta cu’ la SS. Trinità, presentela  li toie martirii e fance grazie….” come recita una delle preghiere in lingua napoletana seicentesca delle “parenti di San Gennaro”

A San Gennaro è affidato il ruolo di difensore di Napoli, a Lui spetta stare a destra di Cristo Giudice, per placare la sua ira, conseguenza dei peccati di Napoli e del suo popolo.

Ma non è questa polemica insulsa su un eventuale probabile o meno errore di una didascalia, è la attribuzione della figura ad un ignoto artista del XV secolo – inizi del XVI secolo che invece va  sottolineata.

Nella stesura di questo contributo, ho citato due probabili autori delle portelle l’uno della metà del ‘200 – inizi del ‘300, l’altro a cavallo fra il XV e il XVI secolo: le due portelle  furono aggiunte certamente nella seconda metà del secolo XV e gli inizi del XVI,  ai lati della antica icona del Cristo della parusia, che ipotizzo, senza elementi probanti , di origine bizantina, proveniente dalla antica Basilica detta Stefanìa e sistemata nella Cappella del Salvatore realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte.

Il Pacelli però, non tiene conto della fascia dedicatoria citata da Alessio Simmaco Mazzocchi e che Gennaro Aspreno Galante riferisce ancora presente nella seconda metà dell’800 che citava come autore delle portelle Agnolo Franco e riferiva anche il nome del committente: un ebdomadario.

La fascia dedicatoria, probabilmente è sparita durante il restauro ottocentesco del d’Aloisio, quando si rese necessario centinare i supportti lignei delle pitture.

Di Agnolo Fraco si conosce poco e le notizie biografiche le ricaviamo da Giorgio Vasari (vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, Firenze, 1550)  e dal De Dominici (op.cit) e da altri autori ottocenteschi che si rimandano notizie apprese dai due precenti.

La critica ha mostrato scarso interesse per la sua produzione artistica perchè Agnolo Franco opera in una fase di transizione che corrisponde al declino del regno angioino, alla conseguente caduta delle commesse  reali e nobiliari/nercantili ed ecclesistiche e all’arrivo a Napoli di artisti provenienti dal nord d’Italia e dal nord Europa insieme ai durazzeschi e poi agli aragonesi.

Operò in una fase di cambiamenti politici ed economici che influenzarono anche la già decadente cultura napoletana a cavallo fra il XV e il XVI secolo, ma fu anche testimone dei profondi cambiamenti della vita religiosa cittadina.

Le notizie biografiche che di lui si conoscono sono spesso fantasiose e nulla aggiungono o tolgono a qualche raro giudizio critico espresso sulla sua arte e non offrono nemmeno date certe della sua vita, attesa la attribuzione di suoi lavori all’interno del chiostro e della chiesa francescana napoletana di Santa Maria la Nova, attribuzioni di lavori che spostano il tempo in cui visse di oltre cinquant’anni rispetto alle incerte date, che concordano comunque nel considerare Agnolo Franco certamente attivo a Napoli nel 1455 per la presenza di documenti probanti.

Le due figure dipinte sulle portelle sono speculari, hanno simili paramenti pontificali e, mentre il San Gennaro regge il bastone pastorale con la giusta mano, la sinistra, il Sant’Atanasio lo regge con la destra.

Sono dettagli di poco conto giustificati da esigenze speculari nella costruzione delle due immagini, ma entrambi i due Santi rivolgono il loro sguardo al Cristo della Parusia ed hanno nella mano destra, il San Gennaro e nella mano sinistra, il Sant’Atanasio, il Libro sacro dei Vangeli.

Napoli – Duomo – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C., ex cappella Filomarino – Sarcofago del Canonico Capitolare Matteo Filomarino (+1400) – Immagine di San Gennaro.

Entrambi portano sul capo una mitra di molto più corta della mitra sul capo del San Gennaro di Santa Maria del Principio o del San Gennaro del perduto affresco di Montano d’Arezzo (cfr. V. Lucherini, Un nuovo affresco di Montano d’Arezzo nella cattedrale di Napoli e la committenza dell’Arcivesco Giacomo da Viterbo 1303-1308), come quelle delle altre immagini vescovili dello stesso periodo, presenti in duomo.

Il sacro Libro dei Vangeli dimostra il martirio sofferto da entrambi per l’annunzio della Parola di Dio con coraggio e dottrina: San Gennaro per questo fu martire e Sant’Atanasio I lo fu ma non con l’effusione del sangue, vivendo e lottando fra angherie e soprusi per la difesa della ortodossia contro l’arianesimo, e per non permettere l’islamizzazione del meridione d’Italia, morendo giovane ed esule mentre ritornava a Napoli per riprendere il governo pastorale della sua città ed allontanare un Vescovo usurpatore.

Il bastone pastorale è il segno del Ministero di Pastore del gregge nel quale lo Spirito Santo pone il Vescovo a reggere la Chiesa.

La mitra è simbolo di un fulgore di Santità che deve splendere nella attesa della parusia.

Se le antiche immagini di San Gennaro obbediscono ad uno schema codificato, a mezzo busto, sovente con la barba bianca, vestito con dignità vescovile, con volto altero e gesto benedicente, così come appare nelle immagini dipinte nelle catacombe e alto medioevali, così come lo dipinse anche Pietro Cavallini (1240 – 1330 c.) nella cappella Tocco del duomo di Napoli, dopo il Concilio di Trento (1545 -1563) esse mostrano e trasmettono l’idea di un Santo intercessore davanti all’Eterno Padre e alla Santissima Vergine Maria, Patrona Principale di Napoli.

L’immagine ricorrente dopo il Concilio tridentino è quella di un individuo più proteso verso la maturità che non quella di un giovane.

Gennaro infatti aveva circa trent’anni quando fu martirizzato, e giovane appare dipinto  nella portella destra del trittico, come nelle pitture catacombali ed altomedioevali; rara è l’immagine di San Gennaro barbuto.

Nella Cittadella Vescovile, quando furono dipinte le portelle, già esistevano immagini di San Gennaro ed il culto era ben radicato, legato alla prima documentata liquefazione del suo Sangue, registrata in una CRONACA al 17 agosto 1389 e alle successive documentate liquefazioni.

Il San Gennaro di Lello da Orvieto (Sec. XIV, attivo a Napoli nel 1322) del mosaico di Santa Maria del Principio, nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, quella del perduto affresco di Montano d’Arezzo (XIII – XIV sec.) , commissionato all’artista nel primo decennio del 1300 dall’Arcivescovo di Napoli Giacomo da Viterbo (1303 – 1308)  a noi noto attraverso una incisione pubblicata da Alessio Simmaco Mazzocchi (1684 -1771), il San Gennaro del battente destro del trittico della cappella dei Capece-Minutolo, opera certa di Tommaso de’ Stefani, (prima metà del ‘200 – 1310 circa) introdotto in duomo dopo la morte del Cardinale Arrigo Minutolo (1412), presentano come altre immagini del Santo Patrono  immediatamente successive (il sarcofago di Matteo Filomarino, Canonico Capitolare napoletano, morto nel 1400, nella Cappella intitolata a San Gennaro, ex Cappella Filomarino, dai primi anni del ‘900 intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, in duomo) presentano analoga postura, simili paramenti pontificali e accanto al Megalomartire, non compaiono ancora le ampolle con il suo Sangue che invece cominciano  a fare parte della iconografia Januariana tradizionale dopo il XVI secolo.

Nessuna immagine di San Gennaro di epoca anteriore presenta raffigurate le ampolle del Sangue.

Questi elementi contribuiscono a datare le due portelle alla fine del XV – inizi del XVI secolo e azzardare la attribuzione certa ad Agnolo Franco.

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La ricostruzione ipotetica delle vicende del trittico oggetto di questo studio, relativamente alla  antica collocazione della pala centrale  del Cristo della parusia e della successiva collocazione nella cappella dei Capece Galeota e della aggiunta delle due portelle, mi sembra armonizzarsi con fatti storici certi,  acquisterebbe più solidi fondamenti con una analisi approfondita ed una indagine che auspico anche per un maggiore studio critico del presunto autore Agnolo Franco, per una collocazione storica della sua attività, cominciando anche da una diversa sistemazione del trittico che ne consenta una maggiore e più agevole lettura e con un nuovo organico restauro considerando lo stato di degrado in cui attualmente è ridotto.

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DOCUMENTI – NOTE – DISCUSSIONI

1  –  Il gesto dell’adlocutio veniva fatto dagli oratori che stavano per prendere la parola e volevano richiamare l’attenzione. Consisteva nel tenere la destra alzata, con pollice, indice e medio ben aperti, chiudendo l’anulare e il mignolo. Il gesto poi passò nella iconografia cristiana. Nella prime immagini di Cristo, elaborate a mosaico e ad affresco nelle chiese paleocristiane, il Salvatore appare rappresentato nello stesso atteggiamento con nella mano sinistra il Libro aperto: il gesto vuole dare voce alla Parola scritta. Cristo intima l’ascolto di  quello che è riportato nel testo. Il gesto poi è passato a rappresentare nella pittura medioevale, Cristo giudice del quale è posto in evidenza il carattere autoritario. In epoca più tardi poi, il gesto riprodotto nelle immagini di Cristo povero e sofferente, ha assunto un carattere benedicente: è il gesto con il quale, nelle liturgie, il Pontefice e i Vescovi, invitano i fedeli a disporsi a ricevere la benedizione impartita ex Cathedra, cioè con l’autorità propria del loro carattere episcopale.

2 –  Cfr. Lorenzo Loreto, Guida per la sola Chiesa Metropolitana Cattedrale  Napoletana, Napoli, 1849. “…dietro l’Altare si vede l’antichissimo quadro di legno esprimente il nostro divino Salvatore, che tiene in mano un libro aperto, e nel mezzo si legge EGO SUM LUX MUNDI, VIA, VERITAS ET VITA; e sotto i piedi il sole. Questo dipinto si stima opera bizantina del duodecimo secolo, o pure del decimoterzo, tratto dall’immagine dell’antica Srefanìa, o pure conservato, quando fu diroccata da Carlo I (II) d’Angiò, per erigere la nuova attuale Cattedrale, dedicandola all’Assuntione di Maria Vergine, non volendo perciò abolire l’antico titolo, ch’era il Salvatore; ed intando si vede il Salvatore che calca il sole coi piedi, perché in questo luogo, era il tempio dedicato ad Apollo. Posteriormente vi furono aggiunte due intere figure di San Gennaro e S. Attanasio vestiti pontificalmente alla greca e si giudicano di Tommaso degli Stefani, che fiorì nel decimoterzo secolo. Le dette due figure, furono fatte fare da un Eddomadario della cattedrale di Napoli per sua divozione, perché fino allo scorso secolo vi si leggeva sotto le anzidette figure. Colla ristrutturazione della Cappella, il quadro del Salvatore è stato accomodato dalla parte di dietro dal mastrodascia con mettervi rinforzi, e fasce di legname; davanti poi D. Aniello d’Aloisio l’a in buona parte ripulito e restaurato…”. N.b. sbaglia il Loreto nell’asserire la esistenza del tempio di Apollo nell’area del duomo.

3  –  Papa Silvestro II (999-1003) con la bolla “Versus solem orienti” raccomandò l’orientamento delle chiese verso EST. Le chiese medioevali hanno l’abside verso EST e la facciata ad OVEST perché Cristo, Sole di giustizia, vincitore sulla morte, nella Parusia, ritornerà da oriente, il luogo astronomico verso cui è stato assunto in cielo (Mc. 16,19; Lc. 20,24-50). Sulla volta mosaicata del Battistero di San Giovanni in Fonte, su uno spicchio trapezoidale, posto ad oriente, è rappresentato l’episodio della ascensione: Cristo, in piedi sul globo celeste, è assunto in cielo (scena della traditio legis) e dallo stesso luogo astronomico, da oriente “…il sole di giustizia…” (Ml. 3,30) “…verrà a visitarci dall’alto come un sole che sorge…” (Lc. 1,78); vedi  anche “…L’Angelo che sale da oriente con il sigillo del Dio vivente…” (Ap.7,2); Mt. 24,27-30. Come nelle sinagoghe i Rotoli della TORAH, conservati nell’aron, erano e sono ancora collocati in modo da indicare la direzione della preghiera, verso il Tempio di Gerusalemme, nelle chiese la direzione è data dalla Croce simbolo della vittoria di Cristo sulla morte. La libertà di scelta dell’orientamento della Croce corrisponde alla attuazione dei decreti del Concilio di Trento (1445-1536). I primi cristiani, vedevano nel sorgere del sole il simbolo della risurrezione, annuncio della seconda venuta di Cristo (Parusia). Fin dal II secolo, nel mondo cristiano, la preghiera era rivolta verso oriente. La scelta del sito di fondazione di un nuovo luogo sacro, veniva generalmente celebrato solennemente all’alba del giorno  di Pasqua. In quel giorno il punto di levata del sole sull’orizzonte naturale locale, definiva solennemente la direzione verso cui l’asse della chiesa doveva essere diretto e verso cui l’abside doveva essere costruita (A.Gaspani). Il cantiere del duomo angioino fu inaugurato intorno al 1293, anche se i documenti della Cancelleria Angioina superstiti dall’incendio appiccato dai nazisti alle casse che li contenevano il 30 settembre 1943, riferiscono di deliberazioni reali necessarie per la realizzazione dell’edificio, dal 1294. La Pasqua a Napoli fu celebrata nel 1293 il 20 marzo, nel 1294 il 18 aprile, nel 1295 il 3 aprile. Nell’alba di una di queste Pasque si dovette stabilire solennemente l’orientamento del duomo angioino , ma i ripetuti eventi sismici hanno contribuito ad uno spostamento dell’asse terrestre, per cui appare oggi difficile ritrovare l’esatto punto di levata del sole all’alba di una delle tre citate date, che ha definito orientamento del duomo alla sua fondazione.

4  – La Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, fu notevolmente ridotta nella lunghezza, abbattendo tratti delle navate, gli intercolumni furono trasformati in archi ogivali e probalmente furono aperte numerose altre finestra per illuminare la navata e le cappelle laterali. Questo contribuì notevolmente a compromettere la staticità dell’edificio, che fu gravemente danneggiato durante il terremoto del 1456. La sua Basilica gemina, detta Stefania, fu interamente demolita per la costruzione del nuovo Duomo angioino.

5  –  Al tempo della sistemazione dell’abside, promossa dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo (1596 – 1602), per il consolidamento delle strutture portanti, compromesse per lo scavo della sottostante cripta di San Gennaro, la Santissima Eucaristia era conservata ancora in una cassetta posta sull’antico Altare  collocato al centro del transetto e consacrato dall’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1411 – 1435) e dedicato all’Arcangelo Michele e a San Gennaro, l’8 maggio 1412. Il Gesualdo fece realizzare un nuovo Altare al centro dell’abside e destinò la cappella dei Capece-Galeota, a cappella per la custodia e l’adorazione della Santissima Eucaristia, in applicazione della Decretale del Concilio di Trento, XIII sessione, Cap. VI – 11 ottobre 1551, sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia.

6  –  La Cattedrale napoletana, sarebbe stata fondata insieme a quella di Capua, nel IV-V secolo (Capua, definita l’altra Roma, la Caput Campaniae, era una delle più importanti città romane ed era Sede Consolare della Campania; Napoli, città foederata di Roma , aveva conservata la sua autonomia e con essa la sua grecità e per questo aveva un ruolo minore rispetto alla più importante Capua), probabilmente poco tempo dopo, e intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore, e detta di Santa Restituta dal VII-VIII secolo (date comunque approssimative) quando furono inumate al suo interno le reliquie del corpo della Santa Africana, trasferite a Napoli nel 429 dagli esuli della persecuzione vandalica di Genserico (la notizia non collima con il leggendario approdo del suo corpo ad Ischia). Le sue reliquie, inizialmente inumate nella catacomba napoletana (forse una parte di esse), furono traslate ed inumate nella Cittadella Vescovile, prima che fossero trasferite nella Basilica detta Stefanìa, i corpi dei Santi Vescovi napoletani, al tempo del Vescovo Giovanni IV detto lo scriba (842-849) e del suo successore Atanasio I (849-872) che pare abbia trasferito all’interno del complesso Cattedrale napoletano anche il Cranio e le Ampolle con il Sangue di San Gennaro, che depose in una cappella già esistente in episcopio e da lui fatta appositamente rinnovare, come riferisce Giovanni Diacono nel Liber Pontificalis. Il Calendario marmoreo di Napoli, scolpito non oltre l’episcopato di Atanasio I, discepolo e successore di Giovanni IV, al quale è attribuita la redazione, suggella al 16 maggio la Memoria Liturgica del N(a)T(ale) S(anta) RESTITUTA. ma non riporta la Memoria Liturgica della dedicazione della Basilica Cattedrale, già Intitolata al Salvatore, alla Santa Africana, o fa Memoria di altre intitolazioni; Non riporta nemmeno la Memoria della Traslazione della sue reliquie, e questo fa supporre che al tempo di Giovanni IV esse non erano state ancora deposte nella Basilica Cattedrale, spostando di almeno 100 anni il tempo della denominazione comune della Basilica Cattedrale, intitolata al Salvatore, alla Santa Africana e, altresì fa supporre che il Titolo Dedicatorio antico del Salvatore, non sia mai stato modificato nemmeno quando esso fu condiviso con quello della Basilica gemina costruita dal Vescovo Stefano I (496-?) parallela alla Basilica detta di Santa Restituta, separata da questa dal Vicus S. Laurentii ad Fontes Minores, e detta Stefanìa, dal nome del suo fondatore. Il Calendario Marmoreo infatti, riporta al 6 agosto la

Napoli – Cittadella Vescovile – Area archeologica – Il calendario marmoreo della Chiesa di Napoli, sec. IX – Particolare. (Sono disponibili poche immagini fotografiche: il sito è attualmente interessato da indagine archeologica).)

Memoria Liturgica della TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE N(ost)RO GE(sù) CR(isto), Titolo comune alle due Basiiche e riporta la Memoria Liturgica della DEDIC(azione) della BASIL(ca) STEFAN(ia), (ovv.: di STEFAN(o) Vescovo), al primo di dicembre; al 29 giugno quello del N(a)T(ale) S(an) PIETRO AP(osto)LO e al 30 giugno, N(a)T(ale) S(an) PAO(lo) AP(osto)LO. Ai Santi Apostoli, come già riferito, era Intitolata la più antica Basilica Cattedrale napoletana. La Basilica detta Stefanìa fu distrutta da un incendio tra il 538 e il 555 e ricostruita dal Vescovo-Duca di Napoli Stefano II (756 – 789). Il Calendario Deciano, così detto perché elaborato al tempo del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ottavio Acquaviva d’Aragona (1605 – 1612) e promulgato per tutta la Diocesi durante il Sinodo Diocesano iniziato dall’Acquaviva e concluso dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Decio Carafa (1613 – 1626), fissa all’8 gennaio la Memoria Liturgica della DEDICATIO S. M. DE PRINCIPIO, da celebrarsi il tutta la Diocesi napoletana (cfr.: G. Sparano, Memorie storiche per illustrare gli atti della Napoletana Chiesa e gli atti della Congregazione della Apostoliche Missioni, Napoli MDCCLXVIII). La Memoria Liturgica celebra l’antichità dell’oratorio di Santa Maria del Principio, luogo della antica sede della Cattedra Episcopale napoletana, luogo dell’inizio dell’insediamento del cristianesimo a Napoli e l’antichità del culto mariano (Capua nel 391, fu sede di un Concilio Plenario dei Vescovi orientali e occidentali, presieduto dal suo promotore, Ambrogio di Milano (333 – 397), nel quale fu definita la dottrina riguardo alla Perpetua Verginità di Maria, contestata dal Vescovo eretico Bonoso di Sardica. Al Concilio fu presente anche il Vescovo di Napoli Severo (364 – 410), ma non celebra una Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica Cattedrale a Santa Restituta d’Africa. La presenza sul Calendario Marmoreo della Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica detta Stefanìa, piuttosto che della Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica Cattedrale detta di Santa Restrituta, fa supporre che la prima, in quel tempo avesse un ruolo principale rispetto alla antica Cattedrale. Il periodo storico

Napoli – Cittadella Vescovile – Area archeologica – Il calendario marmoreo della Chiesa di Napoli- Particolare.

della elaborazione del Calendario Marmoreo, è caratterizzato dalla autonomia del Ducato di Napoli da Bisanzio, mentre in Diocesi si contrapponevano un clero bizantino e un clero romano, anche se apparentemente una tacita convivenza sembrava esistesse fra le due componenti. Ma il complesso della antica Cattedrale sede del potente Istituto Capitolare, era ed è sempre stato di rito latino. La Stefanìa invece. ricostruita più volte al tempo dei Duchi-Vescovi o dei Vescovi-Duchi e dei Duchi e Vescovi e viceversa, che governarono il Ducato napoletano, era retta da un clero bizantino. Anche nella Stefanìa c’era una Cattedra Episcopale e si ritiene che essendo la Basilica più prossima all’adiacente antico palazzo vescovile, avesse un ruolo preminente come chiesa episcopale, con un ruolo essenzialmente amministrativo e non catechetico-liturgico, ruolo proprio della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, per la presenza in essa della antica Cattedra Episcopale. Ho citato la notizia della traslazione del Cranio e del Sangue di san Gennaro dalla Basilica Catacombale di San Gennaro Extra Moenia . nella Basilica detta Stefanìa  al tempo del Vescovo Atanasio I. La presenza delle Reliquie del Cranio e del Sangue di San Gennaro nella Stefanìa. o comunque in una cappella adiacente, all’interno della Cittadella Vescovile, può trovare conferma dal loro trasferimento successivo nell’Oratorio intitolato a San Gennaro nel Tesoro Vecchio, al tempo di Carlo II d’Angiò, prima di procedere alla demolizione della Stefanìa per far posto al nuovo duomo angioino (cfr. Tino d’Amico, Gli sportelli superstiti del gesuita pietro Provedi per l’Oratorio di San Gennaro nel Tesoro vecchio del Duomo di Napoli ecc…, in: il blog di tino – https://tinodamico.wordpress.com, 2015), oratorio che non va confuso con un altro intitolato a San Gennaro, accanto all’ingresso del Tesoro Vecchio, diroccato dal terretomoto del 1456, poi trasformato in cappella di patronato dei Filomarino e nei primi anni del ‘900, in cappella intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, dopo avere subito nel ‘700 altra trasformazione. Ritengo che l’oratorio in antico servisse per cerimonie liturgiche legate alla venerazione delle Sacre Ampolle, conservate nel Tesoro Vecchio, prima della costruzione della nuova grande  cappella del Tesoro, e non do ragione a chi ritiene questo spazio utilizzato come sacrestia antica del duomo (cfr. Tino d’Amico, L’albero di Jesse del duomo di napoli…op.cit).  Ma questo mi porta ancora a considerare che il bassorilievo attribuito al Fanzago o al Vaccaro, posto recentemente nel postergale del nuovo Altare Mensa del duomo di Napoli, non rappresenti San Gennaro, ma piuttosto il Santo defunto in paramenti episcopali sia Atanasio I. Ma questo è argomento di un altro studio ancora in elaborazione. Per le notizie relative al Calendario Marmoreo di Napoli, cfr. Luigi Fatica, Il Calendario Marmoreo di Napoli, Napoli 1997.

7  –  Santa Restituta d’Africa (III sec. – 304), forse originaria di Cartagine o di Tenizia, l’attuale Biserta in Tunisia, si sarebbe formata alla scuola di Cipriano di Cartagine. Durante la persecuzione di Diocleziano del 304, fu arrestata con un gruppo di cristiani ad Abitina e martirizzata a Cartagine nel 304. Varie Passioni medioevali raccontano del suo martirio: la tradizione vuole che Restituta e i compagni furono posti, la prima agonizzante su una barca e i compagni di martirio, morti su un’altra. Le barche date alle fiamme furono sospinte verso il mare aperto. Quella di Restituta approdò all’isola di Acuaria (Ischia) dove fu sepolta nella località detta Eraclius, dove poi sorse una Basilica paleocristiana, dove ora sorge un santuario. Parte del suo corpo fu traslato nella Catacomba napoletana e da li trasferita poi nella Basilica Cattedrale del Salvatore detta poi di Santa Restituta, forse nell’VII – VIII secolo. Il suo culto è legato alla persecuzione vandalica di Genserico del 429, quando furono portati a Napoli anche i corpi di altri martiri, compagni di Restituta, dagli esuli africani, dal Vescovo Quodvultdeus (V secolo – morto a Napoli nel 454). I loro resti mortali furono inumati inizialmente nella Catacomba e poi trasferiti altrove per essere definitivamente sistemati nel Duomo angioino, in una cripta sottostante il braccio sinistro del transetto, accedibile dalla botola antistante il cenotafio del Cardinale Arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza. La stessa cripta, ritengo, potrebbe contenere le mai trovate reliquie del corpo di Atanasio I cfr. Tino d’Amico, Il Cartibulum ed il sarcofago ecc., op.cit.

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Napoli – Basilica Cattedrale di Santa Restituta – Il Pantocràtore.

8 –  Giovanni Diacono, cronista napoletano (seconda metà del IX sec. – prima metà del X) Rettore della Diaconia napoletana di San Gennaro (San Gennaro all’Olmo), è ritenuto unico autore di una Cronaca dei Vescovi di Napoli, dalle origini alla fine del IX secolo, che studi recenti attribuiscono a tre diversi autori coevi. Da essa si ricava la notizia della inumazione dei corpi dei Santi Vescovi napoletani nella Basilica detta Stefanìa e dei corpi di altri Santi Vescovi all’interno della Cittadella Vescovile. I corpi dei Vescovi incominciarono ad essere inumati nelle Chiese, dopo il Concilio di Magonza (813) che nel Canone III dispone la sepoltura di Vescovi, Abati, e altri individui di vita esemplare, nelle Chiese Cattedrali (cfr. Giuseppe Samchez, La Campania sotterranea, Napoli 1813).

9  –  La Basilica detta Stefanìa, costruita dal Vescovo Duca di Napoli Stefano I (497 – ?) fu distrutta da un incendio. Ricostruita fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca-Vescovo di Napoli Stefano II (756 – 789); nel 512 ci fu un violento terremoto che sconquassò Napoli; e poi l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edifici della Cittadella Vescovile, alla Basilica detta Stefanìa e anche alla parallela Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta che dovette anche essa essere restaurata, se non parzialmente ricostruita fra il VII e l’VIII secolo, subendo nell’impianto planimetrico la totale rotazione, di 180 gradi. rispetto all’assetto originario che aveva le absidi a sud e ingresso a nord e ritengo probabile la presenza di due absidi, una a nord e l’altra a sud, come recentemente ipotizzato. Nella varie ristrutturazioni e modifiche dell’assetto planimetrico della Basilica detta di Santa Restituta, restò immune l’area dell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, il cui uso liturgico è testimoniato ancora nell’VIII – IX secolo ed il cui vestibulum ebbe il piano di calpestio notevolmente rialzato per la realizzazione della nuova abside. L’ingresso al complesso battesimale e alla antica primitiva Basilica detta di Santa Restituta, probabilmente era comune, dal Vicus obliquo: l’ingresso alla primitiva casa di Aspreno, secondo la leggenda trasformata nell’oratorio di Santa Maria del Principio? Non sappiamo comunque se l’atrio antistante la Basilica e il Battistero era porticato, oppure entrambi gli edifici erano in qualche modo collegati all’atrio paleocristiano recentemente riportato in luce nell’area del Palazzo arcivescovile.

10 –  Patrona principale della città di Napoli, è la Santissima Vergine Maria Assunta, a lei fu intitolata il nuovo duomo angioino dall’Arcivescovo Umberto d’Ormont (1038 – 1320) nel 1314,  ed è Lei che appare effigiata al centro nelle immagini dei Santi Compatroni. Compatrono Principale è il Megalomartire San Gennaro, al quale furono affiancati sei Compatroni minori: I Santi Vescovi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Sant’Agnello Abate. Mons. Franco Strazzullo in: San Gennaro “Defensor Civitati” e il voto del 1577, Napoli 1987, citando il Calendario Lotteriano del XIII secolo, fa notare che prima del XV secolo, i Compatroni di Napoli erano di numero inferiore, e l’Officium Sanctorum ac Protectorum Civitatis Partenopae, redatto fra il 1512 e il 1525, riporta i nomi di soli quattro di essi: Aspreno, Agrippino, Gennaro, Atanasio I, che sono chiamati Defensor apud Deum e non sono nominato come tali Eufebio, Severo, Agnello. Nel Calendario Lotteriano redatto fra il 1294 e il 1310, Strazzullo nota anche che sono menzionati  come Patroni di Napoli solo San Gennaro e Sant’Agripino. Ma già nel 1500, fa notare, che nel soffitto della Cappella Carafa nel duomo di Napoli, le formelle marmoree che rappresentano i Compatroni, ritraggono con San Gennaro, anche i Santi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Agnello ed evidenzia che gli stessi Santi sono stati tutti e sette effigiati negli sportelli dell’antico organo del Duomo, dipinti dal Vasari (1511 – 1574). E lo stesso artista poi, nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, del 1550, parlando del lavoro da lui eseguito, dichiara di avere dipinto per il duomo di Napoli, solo quattro compatroni. Probabilmente in antico, i Compatroni principali di Napoli erano soltanto due, San Gennaro e Sant’Agrippino, come risulta dal Liber Pontificalis Ecclesiae Neapolitanae, redatto nel IX secolo e come risulta da un documento del 1183 del Vescovo Sergio IV (1168 – 1192), ad essi si affiancarono altri Santi Protettori della Città, ma non come Compatroni. Agli antichi Compatroni furono affiancati, a partire  dalla seconda metà del ‘600,  altri Santi Compatroni minori: San Tommaso d’Aquino, Sant’Andrea Avellino, Santa Patrizia, San Francesco di Paola, San Domenico, San Giacomo della Marca, San Francesco Saverio, Santa Teresa d’Avila, Sant’Antonio di Padova, San Filippo Neri, San Gaetano, San Severo, già venerato come Compatrono, ma non ancora inserito nell’elenco ufficiale, San Nicola, San Gregorio Armeno, Santa Chiara, San Biagio, San Pietro Martire, San Giuseppe, San Michele Arcangelo, San Francesco d’Assisi, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, San Giovanni Battista, San Francesco Borgia, Santa Candida Minore, Santa Maria Egiziaca. Nel ‘700 se ne aggiunsero altri: Sant’Antonio Abate, Sant’Ignazio de Loyola, Santa Maria Maddalena Penitente, Sant’Irene, Sant’Emidio, San Raffaele Arcangelo. Altri ancora nell’800: Sant’Anna, San Luigi Gonzaga, Sant’Agostino, San Vincezo Ferrer, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Francesco Caracciolo, San Francesco de Geronimo, San Giovanni Giuseppe della Croce, San Pasquale Baylon, San Rocco, San Gioacchino. E finalmente nel ‘900: Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, Santa Lucia, Santa Gertrude, Santa Rita.

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Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli: un funerale da Montecassino; un morto che risuscita; una veduta di Napoli nel ‘500 dalla parte del Carmine; Sant’Eufebio morto che appare e celebra una liturgia nell’oratorio della catacomba.

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di Tino d’Amico

 

 

 L’autore e la consorte Pina, durante una lezione nell’area archeologica del duomo.

 

 

 

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Alla Santissima Vergine Maria Assunta in cielo,

Patrona Principale della città di Napoli,

Titolare del duomo di Napoli.

Al Megalomartire San Gennaro,

Compatrono Principale di Napoli.

Al Santi Compatroni di Napoli.

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Gaetano Filangieri di Satriano (Documenti per la storia, le arti, le industrie delle Province napoletane, vol. V, Napoli 1891) riferisce che il 3 novembre 1595, furono sistemati nell’Oratorio di San Gennaro, l’antico Tesoro del Duomo, 8 sportelli lignei intagliati dal senese Pietro Provedi, con le immagini dei Compatroni di Napoli.

Oggetto di questo lavoro che ha solo carattere documentario,  sono le quattro portelle lignee superstiti, intagliate dal Provedi, che ho avuto occasione di osservare durante la mia attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di Reliquie di Santi e Beati, venerate nel Reliquiario del duomo di Napoli, abbandonati alla polvere e ai tarli.

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Carlo II d’Angiò destinò, la torre scalare della navatella del Salvatore per riporre le reliquie dei Compatroni di Napoli e quelle di alcuni Santi, e dispose la diversa collocazione in altri luoghi, anche fuori della Cittadella Episcopale, delle reliquie di altri Santi, fino ad allora collocate in vario modo nella Basilica del Salvatore detta Stefanìa, che si andava diroccando per far posto al costruendo nuovo duomo (1).

Realizzato un Oratorio intitolato a San Gennaro, al primo livello della torre, raggiungibile attraverso una scala di legno a lumaca, vi furono in esso riposti, probabilmente in apposite scarabattole, i reliquiari antichi, gli antichi fonticoli con le reliquie, la suppellettile liturgica preziosa (2), in sei nicchie ricavate nel muro, i busti reliquiari dei Santi Compatroni,  e in due nicchie ai lati dell’Altare dell’oratorio, a sinistra il busto/reliquiario antico di San Gennaro e a destra il reliquiario contenente le ampolle con il Sangue.

Napoli – Duomo – I prezioso reliquiario del Sangue di San Gennaro, esposto sul Maggiore Altare.

Entrambi i reliquiari di San Gennaro, furono poi sostituiti con quelli di argento dorato, offerti dallo stesso Carlo II nel 1303, che fece realizzare anche un armadio di argento, perché fossero più degnamente conservati nelle due nicchie, il reliquiario del Cranio e quello del Sangue, che venivano mostrati attraverso la finestra ricavata nella parete destra dell’oratorio,  recentemente riaperta sulla navata del duomo, al popolo radunato al suo interno, orante e impetrante “il Segno del Sangue” (Cfr. Corrado Cardinale Ursi, Omelie), sicura protezione del Megalomartire per i suoi fedeli.

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Napoli – Duomo – Cappella del tesoro – Maestri orafi francesi, Etienne Godefroy, Milet d’Auxierre, Guillaume de Verdelay – Busto/reliquiario di San Gennaro, il Megalomartire, dono di Carlo II d’Angio

Nelle nicchie, furono sistemati i busti reliquiari lignei sdei Santi Compatroni Agnello Abate, Agrippino, Aspreno, Atanasio I, Eufebio e Svero (3) e vi rimasero fino a quando i reliquiari sostituiti con gli attuali busti d’argento, furono trasferiti ed esposti alla venerazione nella nuova cappella del Tesoro di San Gennaro, a partire dalla seconda metà del ‘600.

Le antiche nicchie ricavate lungo le pareti dell’oratorio,  sono ancora individuabili dietro gli stalli del coro seicentesco realizzato dall’intagliatore napoletano Giuseppe Torre, per la antica sede della Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ neri, nel Battistero di San Giovanni in Fonte il 31 maggio 1598  e  poi trasferito ed adattato alle pareti dell’oratorio, nuova sede della Compagnia  dal 1657.16255996738_dd227b24b2_b

Napoli – Duomo – Sede della Compagnia della  morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ neri – L’oratorio interno nella torre scalare della navatella del Salvatore – L’Altare.

Franco Strazzullo (Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis Inscriptionum Thesaurus, Napoli, 2000) riporta il rogito stilato dal notaio Marco Antonio De Vivo il 31 maggio 1598, tra Fabrizio Funicella procuratore della Congrega de’ Neri o della Morte e l’intagliatore in legno Giuseppe Torre, per la realizzazione del coro ligneo (cfr. A.S.N., Notai del cinquecento, Marco Antonio de Vivo di Napoli, scheda 265, protocollo 23, ff. 36v. – 37 v.).

L’atto notarile testimonia la presenza della Congregazione nella Basilica di Santa Restituta, nel Battistero di San Giovanni in fonte, dove esiste ancora la bocca della fossa comune che raccoglieva le spoglie mortali dei destinatari dell’opera di misericordia compiuta dai congregati.

Esso fu poi trasferito ed adattato alle pareti dell’oratorio, nuova sede della Congregazione de’ Neri, dal 1657.

Nel corso dei secoli si verificarono diversi eventi sismici disastrosi che danneggiarono gravemente la costruzione angioina: nel 1293, nel 1310, nel 1456, nel 1688 e poi ancora nel 1693, nel 1697, nel 1702, nel 1731, nel 1732, nel 1733, nel 1751, nel 1760, nel 1805 ed almeno altre due scosse telluriche più o meno disastrose, nel corso dell’800 e quelle verificatesi durante il passato secolo.

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Ricostruzione dell’interno del duomo di Napoli in una sezione Est-Ovest disegnata da Amedeo Formisano.

Il terremoto del 5 dicembre 1456 fu uno dei più disastrosi e danneggiò particolarmente l’ala destra del duomo, facendo parzialmente crollare il torrione del Tesoro,  tratti della parete destra dell’edificio e la Cappella Reale Angioina e fu un miracolo che le preziose ampolle contenenti il Sangue di San Gennaro non si ruppero (4).

I lavori di ricostruzione di interi tratti murari dell’edificio e di rinforzo e parziale ricostruzione dei pilastri della navata, furono eseguiti con rapidità fra il 1464 e il 1471, con il contributo del Sovrano aragonese, del Pontefice del tempo, Papa Paolo II (1464-1471),  del Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo di Napoli (1458-1484), e con quello raccolto fra la nobiltà e il popolo napoletano (5), tanto che si poterono solennemente celebrare nel riaperto edificio le nozze di Ferrante d’Aragona (1423-1494) con Giovanna d’Aragona (1455-1517), come raccontato nella  Cronica di notar Giacomo, il 4 settembre 1477 (6).

Il voto di Maria di Toledo, Duchessa d’Alba del 1557.

Nel 1557, nel corso della guerra per il possesso del Regno di Napoli, fu posto l’assedio da parte del francese Duca di Guisa, a capo dell’esercito di Enrico III di Francia, alleato con il Papa Paolo IV (1555-1559), il napoletano Giovanni Pietro Carafa, contro Filippo II di Spagna, alla Cittadella fortificata di Tronto, posta in posizione strategica rispetto al vecchio confine settentrionale del Viceregno Spagnolo di Napoli con lo Stato Pontificio.

Gli spagnoli, comandati da Don Fernando Alvarez de Toledo, Duca d’Alba, Vicerè di Napoli dal 1556 al 1558, difesero strenuamente la fortezza contro il più forte esercito francese, tanto che questi ultimi, non riuscendo ad espugnarla, nel mese di aprile dello stesso anno 1557, abbandonarono l’impresa, togliendo improvvisamente l’assedio e riparando nella città di Ancona, nel territorio dello Stato Pontificio.

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Don Fernando Alvarez de Toledo, duca d’Alba e Donna Maria de Toledo, duchessa d’Alba, ritratti in un quadro esposto nella sede della Compagnia della Morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri.

Durante l’assedio alla Cittadella,  Maria di Toledo, Duchessa d’Alba, moglie di Don Fernando, il Vicerè, temendo la morte del marito, fece voto a San Gennaro, di abbellire a sue spese l’Oratorio del Tesoro del duomo.

L’improvviso abbandono dell’assedio della Cittadella da parte dei francesi, fu ritenuto un miracolo e per onorare il voto fatto, Vicerè e Viceregina disposero gli abbellimenti promessi al Tesoro del duomo, dove erano conservate le reliquie dei Santi Compatroni, abbellimenti che certamente non videro mai conclusi e forse nemmeno avviati, perché il Vicerè Duca d’Alba, nel 1558, al termine del suo mandato a Napoli, ricevette alti incarichi che lo portarono per le Corti d’Europa.

Con la somma di danaro destinata dalla Duchessa d’Alba, fu costruita la attuale scala a lumaca in muratura, per accedere più agevolmente all’oratorio nella torre, al posto di quella di legno, angioina, riattata dopo il terremoto del 1456, perché in quello stesso anno, il 13 dicembre 1577, Memoria Liturgica della traslazione delle reliquie  di San Gennaro da Montevergine a Napoli, il tesoriere capitolare Marino Catalano, cadde per le scale, recando le ampolle del Sangue in duomo e fu un miracolo che non si ruppero.

Nel tempo, poi, fu posto sull’Altare dell’oratorio un quadro rappresentante “La Natività di Gesù”, di Fabrizio Santafede (1560-1634); furono affrescate le volte e le pareti da Giovanni Bernardo Lama (1508-1579), affreschi poi ritoccati e parzialmente rifatti da Belisario Corenzio (1558-1640) e gli affreschi di Paolo de Maio (1703-1784), che rappresentano “San Gennaro”, San Francesco”, Santa Restituta”: questi abbellimenti però furono realizzati molto tempo dopo, quando  gli ambienti furono assegnati alla Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri che, nella sacrestia, conservarono esposto il ritratto del Vicerè e della Viceregina, di autore ignoto e posero un quadro di “San Giuseppe”, attribuito alla scuola di Luca Giordano.

Per completare gli abbellimenti dell’Oratorio del Tesoro del Duomo, con il lascito  di donna Castanza del Carretto, nel 1595,  le nicchie contenenti i busti reliquiari dei Santi Compatroni, furono chiuse con otto portelle lignee intagliate da Pietro Provedi o Provechi. (cfr. Banco del Popolo – A 3 novembre 1595 la Congregatione de l’Oratorio di Napoli per polizza del Padre Antonio Talpa paga D.ti 38,45 a Pietro Provechi a compimento di D.ti 80 per lo prezzo di otto portelle che have intagliate per lo Tesoro del Arcivescovato di Napoli, et detta Congregatione li paga perché tenea in confidenza d.ti denari della quandam Sig,ra Costanza del Carretto che li havea lasciati per questo effetto. (Ar. S.P.N., XLII, p. 222).

Di esse, quelle che chiudevano le nicchie con il busto di San Gennaro  e il reliquiario del Sangue e  quelle poste a chiudere le nicchie con i busti di Sant’Aspreno e Sant’Agrippino sono andate perdute.

Quelle che chiudevano le nicchie dei reliquiari di Sant’Atanasio I, Sant’Agnello Abate, Sant’Eufebio e San Severo, dopo vari utilizzi nella cappella sepolcrale dell’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595), realizzata accanto alla nuova sacrestia del duomo, ex cappella Reale angioina, e utilizzata anche, a partire dalla seconda metà del ‘600,  come cappella delle reliquie, furono poste poi a chiudere quattro scarabattole delle lipsanoteche nella nuova cappella reliquiario del duomo di Napoli, realizzata dal Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, Arcivescovo di Napoli (1878-1897), nel 1891.

Sulle pareti dell’oratorio, furono murate alcune epigrafi: la più antica ricorda il voto a San Gennaro della Viceregina e l’inizio dei lavori di abbellimento eseguiti a sue spese per onorare il voto:

D.O.M. /  DUM FERDINANDUS TOLETUS ALBAE DUX / ITALIAE PROREGE PRAESIDET / TRUENTOQUE INVICTA VIRTUTE HOSTES / REGNI NEAPOLITANI FINIBUS ARCET MARIA TOLETA EIUS UXOR  /  DIVO IANUARIO AEDICULAM HANC EX SUO DICAT  /  ET VOTI COMPOS ORNAT  /  AN. SALUTIS MDLVII.

La seconda ricorda la concessione dell’oratorio dopo la inaugurazione della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro (7) da parte del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ascanio Filomarino (1642-1666), alla Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri.

DUDUM AMPLIORE AUGUSTIOREQUE SEDE DIVO IANUARIO CONSTITUTA / AEDICULAM IAM VACUAM  / COLLEGIUM DIVAE RESTITUTAE VIRG. ET MART. SIBI RECEPIT  /  QUO STATO QUOD. DIE CORPORATI  /  VELUT ABDITO, IN RECESSU PIE SANCTEQ. DEUM COLANT  / ACTUM AUCTORITATE ASCANII PHILAMARINI / S.R.E. CARD. ARCHIEP. NEAP. / ASSENTIENTE CAPITULO DIE III NONAS IUN. AN MDCXLVIII.

Una terza epigrafe fu murata all’esterno dell’oratorio a ricordo di un necessario restauro dopo anni di abbandono dopo  il trasferimento delle reliquie di San Gennaro e dei Santi Compatroni nella nuova cappella del tesoro e delle reliquie degli altri Santi e della suppellettile sacra preziosa nella nuova sacrestia del duomo, realizzata dall’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595).

D. O. M.  / HAS AEDES. / A MARIA TOLETA DUCIS ALVAE CONSORTE / DIVO IANUARIO DICATAS  / EIUSDEM ALIORUMQUE REGNI PATRONORUM / RELIQUIIS OLIM INSIGNES   DEINDE   DIVAE RESTITUTAE SODALIBUS CONCESSAS  /  LONGA VETUSTATE IAM LABORANTES / IN VENUSTIOREM HANC FORMAM / REDIGI CURARUNT  /  EIUSDEM SODALITII FRATRES  /  A. D. MDCXCVI.

La Compagnia della morte o Confraternita di Santa Restituta de’ Neri, fu fondata dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Mario Carafa (1565-1576).

img067Pianta del duomo di Napoli – A: il sito della torre scalare della navatella del Salvatore, sede dell’antica cappella del tesoro del duomo, realizzata da Carlo II d’Angiò – B: il sito della cappella delle reliquie del duomo, realizzata dall’Arcivescovo Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, nel 1891.

I confratelli vestivano “il sacco nero” ed intervenivano per carità, alle esequie degli indigenti che, morendo  senza avere stabilito  un luogo dove essere seppelliti, venivano portati nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, e calati nella  sepoltura ricavata nella grande cisterna romana sotto il Battistero di San Giovanni in Fonte, che fu dato in uso alla Compagnia della morte il 5 ottobre 1567, e che stabilì in esso la sede, l’oratorio e nel pavimento aprì la fossa sepolcrale nel 1577.

Il Cardinale Arcivescovo di Napoli Ascanio Filomarino (1642-1666) concesse gli ambienti del tesoro vecchio ormai non più in uso dalla inaugurazione della nuova cappella del tesoro di San Gennaro e il trasferimento in delle reliquie dei Compatroni in essa e nella nuova sacrestia del duomo (8), alla Compagnia della morte quando, nella prima metà del ‘600, incominciò la ricostruzione del Palazzo Arcivescovile e per comodità di accesso nella Basilica detta di Santa Restituta, sede della sua Cattedra Episcopale, fece realizzare la scala di collegamento fra lo scalone d’onore del nuovo Palazzo e gli ambienti dell’antico Battistero, ridotti così a locali di transito e deposito di suppellettili.

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Napoli – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca sinistra.

Le Sacre Reliquie venerate nel duomo di Napoli, oltre cinquemila reperti di I, II, III, IV classe, furono raccolte nella seconda metà del ‘600, in due lipsanoteche sistemate nel retro della sacrestia, nella cappella funebre dell’Arcivescovo Annibale Di Capua, intitolata alla “Madonna del pozzo” utilizzando per chiudere le scarabattole almeno 6 degli otto sportelli lignei intagliati dal Provedi, e in uno stipo ricavato nel muro, sull’Altarino della sacrestia, chiuso da una pala di Giovanni Balducci (1560-1631) rappresentante la “Madonna col Bambino ed i Santi Gennaro e Agnello Abate”.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Tavola di Giovanni Balducci detto il Cosci: la Madonna col Bambino tra San Gennaro e Sant’Agnello Abate – Sullo sfondo una veduta di Napoli nel ‘500. 

Delle due lipsanoteche, una certamente andò distrutta nell’incendio durante il terremoto del 1731, mentre erano in corso i rifacimenti disposti dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Francesco Pignatelli (1703-1734) all’interno della sacrestia, o durante un furto di arredi sacri preziosi negli stessi anni, e con essa andarono perduti i portelli scolpiti dal Provedi con le immagini di Sant’Aspreno e Sant’Agrippino, mentre quelli posti a chiudere le nicchie con il reliquiario del Cranio di San Gennaro e le Ampolle del Sangue, andarono dispersi al tempo della inaugurazione della nuova cappella del tesoro di San Gennaro ed il successivo  trasferimento nella nuova sacrestia maggiore di ogni cosa presente nell’oratorio del tesoro vecchio.

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Napoli  – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca destra.

Per disposizione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza (1845-1877), furono sistemate temporaneamente nella cappella intitolata alla “Madonna del pozzo” anche alcuni reliquari pervenuti in duomo al tempo della soppressione degli Ordini Religiosi durante il decennio francese (1806-1816) e successivamente quelli provenienti dai monasteri, conventi e chiese soppresse in esecuzione delle leggi eversive emanate dal governo sabaudo, immediatamente dopo l’unità d’Italia e, per disposizione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897), anche quelli recuperati dalle chiese abbattute per i “lavori pel risanamento di Napoli” dopo la grave epidemia di colera che colpì la città nel 1884.

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Napoli – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca di fondo e l’Altarino.

Il Cardinale Sanfelice d’Acquavella,  dispose la loro temporanea sistemazione nella “Cappella della Madonna del pozzo”, per conservarle degnamente ed esporle alla venerazione dei fedeli, in attesa della realizzazione di una sola cappella per contenere tutte le reliquie venerate nell’area della cittadella episcopale, utilizzando e trasformando per tale scopo la “cappella dello Spirito Santo”, di diritto di patronato della famiglia Galluccio, ormai estinta da tempo,  senza alterarne l’architettura interna, modificando solo l’aspetto esterno e realizzando al suo interno le lipsanoteche di legno sulle tre pareti disponibili, lasciando in loco l’antico Altare con ancora sul retro le armi dei Galluccio, ricoprendolo nella faccia a vista con nuovi marmi,  e conservando il quadro che rappresenta “la Pentecoste”, di Andrea Malinconico e le lapidi celebrative dei Galluccio utilizzando sapientemente le quattro superstiti portelle lignee del Provedi per chiudere quattro scarabattole. (cfr. Tino d’Amico, La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “vestibolo del Paradiso”, in: tinodamico.wordpress.com)

Le portelle superstiti di Pietro Provedi.

Gli sportelli superstiti di Pietro Provedi, utilizzati per chiudere le quattro scarabattole delle lipsanoteche della cappella delle Reliquie del duomo di Napoli, ritraggono sulle facce a vista i tre Santi Vescovi Compatroni di Napoli, Atanasio I, Eufebio, Severo e Sant’Agnello Abate, in posizione frontale a mezzo busto,  e con le insegne espiscopali, i primi tre, mentre Sant’Agnello è ritratto con l’abito eremitico e nella mano sinistra la caratteristica Croce con la bandierina crociata; i pannelli sul retro rappresentano, quello di Sant’Atanasio, la traslazione dei suoi resti mortali da  Montecassino verso Napoli, mentre gli altri illustrano interventi miracolosi attribuiti ai tre Compatroni, mentre erano ancora in vita, oppure già defunti.

Sant’Atanasio I .

Le notizie agiografiche su Sant’Atanasio I, le ricavo da Lorenzo Loreto (Memorie storiche de’Vescovi ed arcivescovi della Santa Chiesa Napolitana, Napoli, 1839).

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Quando Atanasio I fu eletto Vescovo di Napoli, dal popolo e dal clero cittadino, nell’849 circa, aveva 18 anni ed era Diacono, discepolo del Vescovo San Giovanni IV detto “lo scriba” (839-circa 849), suo predecessore nella carica episcopale; fu consacrato a Roma il 15 marzo da Papa San Leone IV (847-855).

Figlio del Duca bizantino di Napoli, Sergio (840-860), ottenne dal padre beni dotali per rifornire i due edifici, la Basilica cattedrale detta di Santa Restituta e la sua Basilica gemina detta Stafanìa, retti dal clero latino e greco e che costituivano l’unico complesso Cattedrale napoletano,  di libri liturgici e nuovi arredi sacri perché il precedente corredo liturgico era stato rubato o distrutto dai saraceni ed ottenne anche nuove rendite per il clero e per il collegio clericale degli Ebdomadari da lui istituito sul modello di quello romano per la celebrazione liturgica quotidiana.

Ma si preoccupò anche di edificare un luogo di ricovero per i pellegrini, i poveri e gli infermi nei pressi dell’atrio di accesso della Basilica detta Stefanìa, dotandolo cospiquamente.

Per la sua cultura e spiritualità fu invitato a partecipare al Sinodo Romano convocato da Papa Nicola I (855-858 circa), contro il Vescovo Giovanni di Ravenna che tentava di rendere la sua diocesi autocefala sul modello di quelle bizantine, e per questo vessava e imponeva forti tributi alle Chiese suffraganee della sede episcopale ravennate.

Nell’anno 846 fu distrutta dai saraceni Misenum e Atanasio I ottenne dal padre l’unione amministrativa delle due diocesi e l’assegnazione a quella napoletana di tutti i beni immobili della Chiesa di Misenum.

Dispose anche il trasferimento a Napoli del corpo di San Sosso, compagno nel martirio, di San Gennaro, trasferimento che avvenne poi, dopo il ritrovamento delle sue reliquie, al tempo del Vescovo Stefano III (898-907 circa).

Alla morte del padre Sergio, successe nel governo della città il nipote di Atanasio I, Sergio II che, filosaraceno, lo cacciò dalla cittadella episcopale napoletana e dopo un periodo di carcerazione, lo relegò nel cenobio benedettino del Castrum Lucullianum, (Castel dell’Ovo) dopo l’intervento del popolo e del clero latino e greco, in rivolta contro Sergio II a favore del Vescovo.

Il nipote Duca Sergio II, con l’aiuto dei saraceni di Agropoli, depredò il tesoro e tentò di far assassinare lo zio che intanto aveva chiesto aiuto all’imperatore Ludovico che allora era in Benevento.

Questi inviò in suo aiuto il Prefetto di Amalfi per liberarlo e condurlo  presso il fratello, il Vescovo di Sorrento Stefano, per poi raggiungere Roma, dove ci fu un tentativo di avvelenamento da parte di un congiunto di Sergio II.

Papa Adriano II (867-872) invitò l’imperatore Ludovico a rimettere il Vescovo legittimo alla guida della diocesi napoletana, ma colto da malore Atanasio I, durante il viaggio verso Napoli, scortato dall’imperatore, a Veroli il 15 luglio 872, morì e fu sepolto nell’oratorio di San Quirico, da dove il suo corpo fu traslato in Montecassino. per essere poi trasferito a Napoli dal Vescovo Duca Atanasio II (877-903) ed inumato nell’oratorio di San Gennaro Extra Moenia, accanto al corpo del Vescovo San Giovanni detto “lo scriba”.

Il corpo fu poi trasferito nel duomo di Napoli in un imprecisato giorno del XV secolo e sepolto nella cappella del Salvatore Vetere (9) e le varie ricerche condotte nel corso dei due ultimi secoli per ritrovare i suoi resti mortali, non hanno dato esito positivo.

Probabilmente il trasferimento del corpo di Sant’Atanasio I dall’oratorio di San Gennaro Extra Moenia, nella cappella del Salvatore Vetere nel duomo di Napoli, avvenne quando l’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1412-1435), nel 1414, concesse privilegi e rendite e confermò il luogo come sede del Collegio clericale degli Ebdomadari (cfr. Tino d’Amico, il cartibulum ed il sarcofago strigilato della cappella Capece Galeota del duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com)

Il Loreto riporta il testo della lapide che, a suo dire, doveva coprire il suo sepolcro nella cappella del Salvatore Vetere, ma non dice da dove l’abbia ricavato: HIC JACET CORPUS S. ATHANASII CONFESSOR ET EPISCOPI NEAPOLITANORUM. CAPUT VERO IN THESAURI SACELLO HORIFICE CONDITUR ARGENTEA ATQUE AUREA THECA RECLUSUM.

Testo epigrafico che non è riportato in Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis inscriptionum thesaurus, di Franco Strazzullo, pubblicato nel 2000.

La  vicenda terrena di Sant’Atanasio I risulta riassunta nel Martirologio Romano, al 15 luglio: “Neapoli in Campania S. Athanasii ejusdem Civiatis Episcopi, qui ad impio nepote Sergio multa passus ac sede pulsus Verulis confectus aeruminis in provit in coelum tempore caroli calvus”.

Dopo molti secoli, nel 1628, Sant’Atanasio I, già venerato come Compatrono di Napoli, fu annoverato fra i Santi protettori del Regno di Napoli, perchè aveva sofferto, pregato ed operato perchè le terre del sud d’Italia non venisero islamizzate, come l’Africa di San Cipriano e di Sant’Agostino.

La portella ritrae, sulla faccia a vista, Sant’Atanasio I a mezzobusto, nella posizione frontale comune a tre dei quattro pannelli superstiti,  rivestito con i paramenti episcopali.

Il restrostante pannello documenta la traslazione del corpo di Sant’Atanasio I, dalla Abbazia di Montecassino a Napoli, per essere inumato il 13 luglio forse dell’anno 877 nell’atrio della Basilica di San Gennaro Extra Moenia, nell’oratorio del Vescovo Lorenzo (primo quarto dell’VIII secolo circa), accanto al sarcofago del Vescovo San Giovanni IV detto “lo scriba” (838-849 circa) per esser poi trasferito definitivamente in Duomo, nel XIII secolo, come riferisce G. M. Fusconi (9).

1800159_452348898229314_1227640763_oIl Provedi ha rappresentato il trasporto a spalla del feretro, scortato dagli Ebdomadari in cotta, con il particolare copricapo ed il libro nella mano, sussidio per la celebrazione della liturgia delle ore, e pone alla testa del corteo la Croce processionale propria del Collegio Clericale degli Ebdomadari, privilegio concesso anche ad essi, come già al più antico Capitolo Cattedrale e motivo di secolari contese sul diritto di precedenza, durante le solenni processioni

Dalla porta di ingresso all’Abbazia di Montecassino, dove i monaci assistono mesti alla partenza del corteo funebre, consolati e trattenuti dall’Abate sull’uscio, per eviatre che alcuni di essi più facinorosi impedissero la partenza del feretro, a motivo dei numerosi miracoli avvenuti presso la sepoltura del Santo Vescovo, si snoda la processione lungo un sentiero in discesa tagliato fra le rocce, circondato da una folta vegetazione e da piante di olivo e querce e dalle loro cime si affaccia Sant’Atanasio I rivestito delle insegne episcopali, che mostra la strada verso Napoli e il suo gradimento per il ritorno a casa, finalmente, dopo tante peripezie.

L’olivo è simbolo di pace, castità, giustizia, sapienza, rigenerazione; la quercia, di dignità, maestà, forza, tutti tratti caratteristici della vita e dell’episcopato di Sant’Atatasio I.

San Severo.

La successiva portella, quello che chiude la scarabattola d’angolo della lipsanoteca sinistra, ritrae sulla faccia a vista, San Severo, che fu Vescovo di Napoli, secondo la comune cronotassi dal 363 circa al 409 circa, secondo Domenico Ambrasi (S. Severo, un Vescovo di Napoli nell’mminente medio-evo (364-410) – Storia – Arte – Culto – Napoli, 1974) dal 364 al 410: il Gesta Epsicoporum Neapolitanorum redatto fra il VI e il IX secolo, cita Severo presente a Napoli circa nell’anno 393.1781856_452349468229257_1671504962_o

Sono scarse le notizie certe su San Severo e quello che di lui si narra, è la trasposizione nel tempo di verie leggende fiorite sulla sua vita.

Cercherò di rendere quanto certo o comunque documentabile (Cfr. Sergio Mattironi, Sant’Agnello di Napoli, Abate, in: Santi Beati e Testimoni).

Considerando il particolare  periodo storico durante il quale esercitò a Napoli il suo ministero episcopale, immediatamente successivo alla concessione di ogni libertà religiosa ai cristiani , dovette certamente impegnarsi nella predicazione e nella formazione del suo popolo che avvertiva l’ostilità dei non credenti ed era insidiato nella fede dalle eresie, specialmente quella ariana che ben presto da arianesimo teologico, degenerò in arianesimo politico, causando molte persecuzioni anche in Occidente, facendo vittime illustri e fra queste il Vescovo di Napoli San Massimo,   esiliato in Oriente fra il 355 e il 356, dove morì, poco prima che il nuovo imperatore Giuliano l’Apostata decidesse, nel febbraio del 56, il rientro in patria di tutti i Vescovi esiliati.

All’inizio del suo ministero pastorale Severo viaggiò in Oriente e riportò a Napoli i resti mortali del suo predecessore Massimo.

Il viaggio in Oriente fu occasione per condurre a Napoli anche maestranze di formazione e cultura orientale alle quali Severo affidò le sue costruzioni: la Basilica  extramurana, detta di San Severo, nell’area cimiteriale presso la catacomba di San Gaudioso, dove inumò i corpi di San Fortunato e San Massimo; la Basilica urbana con l’abiside “mirabile”, nella zona di Forcella e il Battistero di San Giovanni in  Fonte, riconosciuto come il più antico d’Occidente, costruito secondo una prassi sacramentaria che riprende schemi in uso in Oriente, derivati dalle Catechesi Battesimali e Mistagogiche di San Cirillo di Gerusalemme probabilmente da lui introdotte in Occidente ed utilizzate come testi catechetici

Amico di Sant’Ambrogio incontrato a Capua durante il Concilio Plenario campano del 392, che fu uno dei Concili più importanti per l’Occidende, fatto riunire proprio da San’Ambrogio, a Capua, sede del Consolare della Regione, per risolvere la questione sulla successione delle Sede Episcopale di Antichia  e ribadire la piena comunione con tutti quelli che in Oriente professavano la vera fede, secondo il Simbolo Niceneo-Costantinopolitano, condannando e sconfessando così definitivamente l’arianesimo.

Severo fu anche , amico di San Paolino di Nola, ma anche del pagano Quinto Aurelio Simmaco, con il quale nel rispetto delle proprie libertà religiose intratteneva ottimi rapporti epistolari e amico  dei Vescovi campani, con i quali era in perfetta comunione..

Il Calendario Marmoreo di Napoli alla data del XXVIIII aprile riporta: D (e) P (osizione di S (an) SEVERO V (esco) VO N (ost) RO.

DSC03001bIl retrostante pannello, coglie l’attimo conclusivo della leggendaria resurrezione di un morto,  per scagionarsi da una accusa infamante e salvare la sua famiglia dalla schiavtù per onorare un debito non contratto.

Il Martirologio Romano, al 30 aprile, scrive di San Severo: A Napoli in Campania S. Severi Episcopi, qui inter alia admiranda, mortuum de sepulcro excitavit ad tempus, mendacem creditorem viduae, et pupillorum falsitatis argueret”, episodio leggendario, narrato in una “Vita di San Severo” dell’XI secolo.

Questa la leggenda: Si rivolse al Vescovo Severo, per ottenere giustizia, accompagnata dai figli piccoli, una donna, vedova da qualche tempo, minacciata di essere ridotta in schiavitù insieme alla prole, secondo la legge vigente, fino a quando non avesse interamente onorato un debito contratto dal marito che già in vita aveva  protestato di non essere debitore nei confronti dell’individuo, anch’esso presente dinanzi al Vescovo, che invece si dichiarava   creditore.

Severo, secondo la leggenda, accompagnato dal suo clero e dal popolo, condusse la donna con i piccoli e il presunto creditore, presso la sepoltura dell’uomo e, richiamatolo in vita, lo invitò a sbugiardare quell’individuo, perchè a lui non doveva niente.

Il Provedi tesse il racconto ambientandolo presso una archiettura antica, disegnata in perfetta prospettiva centrale: quello che rimaneva ancora dell’edificio termale della “Regio Furcillensis”, al Carminello ai Mannesi, per intenderci, oppure la scena è ambientata in quello che rimaneva della Basilica Severiana Extra Moenia?

Al centro della scena,  è ritratto da un lato  il Vescovo Severo circondato dal suo clero e dall’altro lato il defunto risuscitato, fuori dal sepolcro, che indica il creditore mendace che atterrito tenta la fuga, trattenuto da un energumeno, che fra la folla assiste all’evento miracoloso.

Sant’Agnello Abate.

DSC02996bIl successivo pannello, quello dell’angolo opposto destro, ritrae Sant’Agnello Abate: dei quattro ritratti questo è forse il più realistico, a figura quasi intera, rivestito dell’abito eremitico, con la caratteristica bandierina crociata.

La fonte più antica che racconti di Agnello, è un Libellus Miraculorum del X secolo, attribuito ad un suddiacono della Chiesa napoletana, un tal Pietro.

Sulla collina di Caponapoli, dove c’erano ancora i resti dell’agorà greca, il Vescovo di Abitina d’Africa, Settimio Celio Gaudioso (+ circa 453), in fuga dal suo paese per l’invasione vandalica, fondò un monastero basiliano che prese il suo nome (il monastero era detto popolarmente “del settimo cielo” o sulla strada “al settimo cielo” per deformazione popolare del nome del suo fandatore, ritratto sull’arcobaleno in una formella marmorea posta sull’ingresso laterale della chiesa…rubata).

Di questo monastero divenne Abate, Agnello, che forse morì fra il 590 e i primi anni del secolo successivo .

Fu annoverato fra i Compatroni di Napoli nel XV secolo: lo si ritrae, come su questo pannello, con la bandierina crociata nella mano destra, ossia con il Vessillo della Croce.

Fra i tanti miracoli operati da Dio per sua intercessione, a favore del popolo bisognoso e nel pericolo, è menzionato il suo intervento in difesa di Napoli durante l’assedio dei Longobardi, nel 581.

In quell’anno, Agnello era certamente ancora in vita, ma pare vivesse nascosto in un eremo fuori Città perchè la fama della sua santità affollava la cella, impedendogli la preghiera.

I longobardi già dalla fine del IV secolo, avevano tentato la espansione territoriale da Benevento verso il mare.

Nel 581 posero l’assedio alla Città ma trovarono notevoli difficoltà nell’espugnarla per le possenti opere murarie costruite in tutta fretta dai bizantini, dopo che la precedente antica murazione era stata distrutta dall’ostrogoto Teia, nel 552 o 553.

Secondo la leggenda, Agnello contribuì in prima persona a fugare i longobardi, apparendo in contemporanea in più punti diversi sulla murazione cittadina, dove più cruenta era la battaglia, ad incitare i napoletani alla difesa.

DSC02997Per la storia: i longobardi non riuscirono ad entrare in Città nemmeno nel successivo tentativo di Arechi di Salerno e Ariulfo di Spoleto, nel 592, grazie all’aiuto nella organizzazione della difesa cittadina del tribuno Costanzo inviato da Papa Gregorio Magno (590 – 604) che tentava di sottrarre alla autorità bizantina la Città: i napoletrani rifiutarono ogni possibile protezione pontificia, optando per la autonomia.

Sulla faccia retrastante della portella, il Provedi ha rappresentato un momento dell’assedio longobardo della Città, ambientando la scena dalla parte della fortezza  presso la chiesa del Carnine, detta “lo sperone”, non esistente ancora al tempo dell’episodio narrato perchè costruita sul mare alla fine del XIV secolo.

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Napoli – La murazione angioino-aragonese dalla parte della porta del Carmine così come appariva nel ‘500, quando Pietro Provedi realizzò le portelle.

Essa fu  demolita definitivamente nei primi anni del ‘900 e il pannello, confrontato con le immagini superstiti del luogo, fotografa la murazione cittadina come appariva alla fine del ‘500.

Ponendo sapientemente in primo piano i longobardi, atterriti dalla apparizione improvvisa su una nube di Sant’Agnello con il Vessilo della Croce,  accompagnato da Angeli in armi, pone nei secondi piani  scene degradanti di battaglia con sullo sfondo, tratti della murazionela cupola della chiesa del Carmine e parte del suo campanile, ma non quello di Fra’ Nuvolo e più oltre fra le case si intravvede la cupola della chiesa di San Pietro Martire.

Fa da collegamento fra  cielo e terra l’asta di una bandiera che dalle mura cittadine sembra volere penetrare la nube per confermare la tempestività e la concretezza dell’intervento divino  nella battaglia, raccordando il trascendente con il concreto.

Sant’Eufebio.

1920510_452348604896010_1446542622_nSulla faccia a vista della quarta portella è rappresentato Sant’Eufebio nella posizione comune per i Santi Vescovi ritratti nella altre due precedenti, mentre la parte retrostante del pannello l’apparizione miracola di Sant’Eufebio, morto da tempo, che celebra Messa nel suo Oratorio catacombale.

Il Calendario Marmoreo di Napoli, compilato nel IX secolo, riporta: M(ese) MAGGIO – G(iorni) XXXI…….al XXIII DEP(osizione) di S(ant’) EFEBO V(esco)VO.

Il Chronicon Episcoporum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, di Giovanni Diacono (il Codice latino Vaticano 5007), dice di Sant’Eufebio: “Ephebus Epiuscopus pulcher corpore, pulcherior mente, plebi Dei sanctissimus praefuit, et fideliter ministravit”.

Il Vescovo Eufebio è citato anche nel Catalogo detto Bianchiniano del X secolo e il secondo volume dei Prolegomeni alle vite dei Sommi Pontefici, di Anastasio Bibliotecario (815 – 878), antipapa nell’855, perdonato e riammesso come bibliotecario vaticano nell’877, di lui fornisce il tempo del governo episcopale ma, la cronotassi vescovile napoletana, relativamente ai primi secoli del cristianesimo a Napoli è imprecisa e molti nomi di Vescovi appaiono leggendari, come il tempo del loro servizio episcopale: “Euphebi sedit annos VIII. Fuit temporibus Cornelii, Licii, Stephani Papae; et Decii, et Galli, et Velusiani, et Emiliani, etr Valeriani, et Galleni Imp.”, assegnandoli come tempo del servizio episcopale, quello compreso fra il 251 e il 257.

Dal citato Chronicon apprendiamo anche che per le invasioni barbariche, il suo corpo, dalla primitiva sepoltura presso la catacomba che da lui porta il nome,  fu traslato nella Basilica detta Stefanìa.

La cronotassi vescovile napoletana, per i primi secoli è imprecisa e molti nomi di Vescovi appaiono imprecisi e attribuiti a personaggi anche leggendari, come il tempo del loro servizio episcopale, certo è che intorno alla primitiva sepoltura di Eufebio presso la catacomba si sviluppò un culto che riprese dopo la traslazione dei suoi resti dalla Stefanìa, pare nel IX secolo, culto che continuò nel tempo e rifiorì con l’arrivo dei Cappuccini nella prima metà del ‘500, che costruirono sulla catacomba il loro primo convento napoletano.

I documenti citati, sono unanimamente riconosciuti come probanti della reale esistenza di Eufebio, o Efebo, o Efremo, deformazione popolare del suo nome.

Quel poco che ci permette di ricostruire la sua esperienza terrena è sempre derivato dalle leggende fiorite nel tempo.

Nel IV secolo, furono sepolti nella catacomba anche i corpi dei Vescovi Fortunato (menzionato nel 342/344), Massimo (menzionato nel 355) e nel secolo successivo anche quello di Orso (circa 393 circa 431), i primi due immediatamente successori di Eufebio sulla Cattedra Episcopale di Napoli, secondo la comune cronotassi.

Anche i corpi di Fortunato e Massimo furono traslati nella Stefanìa e ritornarono nella catacomba dopo il 1283, in esecuzione di un decreto di Carlo II d’Angiò che stabiliva una diversa collocazione di tutti i defunti, Vescovi o no, inumati nella Basilica Stefanìa, dovendosi diroccare l’edificio per fare posto al nuovo duomo.

Quando nel 1589 furono ritrovati i corpi di Eufebio, Fortunato, Massimo ed Orso dal Provinciale dei Cappuccini napoletani Evangelista da Lecce, i corpi dei primi tre furono rinvenuti in due distinti contenitori nell’Altare dell’oratorio sulla catacomba: in una cassa furono trovati i resti mortali di due individui che una lamella plumbea autenticava come i corpi di Fortunato ed Massimo.

Napoli – Chiesa catacombale di Sant’Efremo (Efebo) Vecchio de’ Cappuccini di Napoli – Altare Maggiore, la fenestrella confessionis delle reliquie di Sant’Efebo, San Fortunato e San Massimo.

Nell’altra invece fu rinvenuto solo il corpo di Efebo, mentre quello di Orso era in una sepoltura discosta dall’Altare.

I Cappuccini volevano trasferire le reliquie del corpo di uno dei tre Santi  nella chiesa del loro nuovo convento della Concezione (Sant’Eframo Nuovo), nella zona detta “della Salute” , e chiesero al Nunzio Apostolico di Napoli Alessandro Gloriero di presentare la loro istanza al Papa Sisto V (1585-1590) per le necessarie autorizzazioni.

Una notte, però, il Pontefice sognò i Santi Vescovi Fortunato e Massimo che lo invitavano a non adoperarsi perché i loro corpi fossero separati, giacendo insieme da 800 anni nell’unica sepoltura.

Fu così che rimasero nella stessa cassetta i resti mortali di San Fortunato e San Massimo e in un’altra quelli di sant’Efebo e riposte entrambe nel nuovo Altare della chiesetta conventuale presso la catacomba

Chi riporta la storia parla di 800 anni di comune sepoltura in uno stesso contenitore dei corpi di Fortunato ed Eufebio, ma certamente non conosceva la vicenda della traslazione delle reliquie nella Stefania nel IX secolo, reliquie deposte in due differenti luoghi (cfr. Tino d’Amico, il Cartibulum e il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com) e il ritorno delle reliquie  dopo il 1283 nella catacomba: forse fu allora che i resti mortali di Fortunato e Massimo furono posti insieme in un unico contenitore, provvisoriamente, per la traslazione, e non potendo più procedere ad una separazione e  certa attribuzione dei resti, essi rimasero inumati insieme (cfr. Antonio Bellucci, la catacomba di Sant’Eufebio presso il convento Cappuccini di Napoli, – Edizioone a cura di Fiorenzo Mastroianni in: quaderni storici dei Cappuccini di Napoli, Napoli 2001.

Il Cappuccino Padre Fiorenzo Mastroianni, ha composto, un sonetto per giustificare l’eterno abbraccio dei due Santi i cui corpi sono contenuti nello stesso fonticolo:

 Il Libellus Miraculorum Sancti Euphebi, atribuita dal Mazzocchi ad un autore del XIII secolo  riporta la storia del miracolo rappresentato sulla faccia interna della portella dedicata a Sant’Eufebio: il Provedi rappresenta il Santo che morto secoli addietro, appare per celebrare il Divino Sacrificio mentre un gruppo di Angeli Musicanti, si affaccia da una nuvola, ed altri Angeli torciferi sono in adorazione, e  partecipano alla Celebrazione Eucaristica ed altri Angeli lo assistono mentre, celebra in paramenti episcopali.

Questa la storia: un sacerdote andava quotidianamente all’oratorio di Sant’Eufebio presso la catacomba, per celebrare Messa.

Il chierico che lo assisteva nella celebrazione, un giorno si recò per tempo  all’oratorio per preparare l’occorrente per la Santa Messa, e  notò che da uno spiraglio del portone e dalla fenestrella laterale dell’edificio, fuoriusciva copioso fumo di incenso.

DSC02994Essendo la porta ancora chiusa con l’unica chiave in possesso del sacerdote e a lui affidata per accedere nella cappella e preparare per la Santa Messa, prima di aprire la porta, spiò  attraverso la toppa della serratura, e vide la chiesetta inondata di luce ed un Sacerdote in paramenti episcopali che pontificava circondato da Angeli.

L’episodio riportato nel Libellus, illustrato dal Provedi sulla portella di sant’Eufebio.  è narrato anche il un raro opuscolo del 1525 intitolato: Officium Santi Januarii Episcopi una cum officio Santi Athanasii, Anelli, Aspreni, Agrippini, Eufebi et Severi nec non cum officio Sanctae Restitura et Candida unuquam ante impressum: Et cautum est privilegio ac excommunicationis late sententia ne quis per decennium imprimere audeat…Explicit officium sanctorum – ac protectorum civitatis parthenope. Jmpressum Neapoli Anno Domini. M.CCCCC.XXV  Die XV. mensis decembris. Laus Deo…

L’opuscolo del 1525, riferisce l’archeologo Sac. A. Bellucci, al foglio 61, incomincia l’ufficio In festa Sancti Euphebi Episcopi et confessori e la lezione quarta e quinta racconta della apparizione di Sant’Eufebio moltissimi anni dopo la sua morte nell’oratorio della catacomba per celebrarvi Messa.

Lo stesso episodio è riportato da Mons. Paolo Regio, Vescovo di Vico Equense, che racconta di Sant’Eufebio nella sua opera Le vite de Sette Santi Protettori della Citta di Napoli descritte dal Regio – Napoli, Giuseppe Cacchi, 1573, ristanpato nel 1579.

Pietro Provedi.

Ritengo che il citato Officium costituisca la traccia offerta al Provedi dalla commitenza, il Capitolo Cattedrale di Napoli, per la realizzazione dei Pannelli dei compatroni: il Tesoro Vecchio, prima della fondazione della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro, nella seconda metà del ‘600 era governato dal Capitolo Cattedrale napoletano.

Pietro Provedi, o Provechi, nacque a Siena nel 1562 e morì a Napoli nel 1623.

Quasi nulla si conosce sulla sua formazione artistica: fu incisore di metalli e poi intagliatore di legnami, attività che certamente apprese presso qualche bottega senese o fiorentina, dove il manierismo, svincolandosi da ogni riferimento ai grandi artisti del rinascimento, riconosceva alle nuove emergenze, la abilità artistica, supportata da una cultura eclettica, da una formazione universale anche profondamente religiosa e da un comportamento etico-sociale che consentiva loro di rapportarsi con la nuova committenza, non solo ecclesiastica.

A Napoli entrò in contatto con una delle tante botteghe di intagliatori, impegnate tra cinquecento e seicento, nella produzione di manufatti che ancora oggi appare difficile attribuire certamente ad una o all’altra di esse e tracciare collegamenti tra nomi ed opere: Le numerose botteghe dedite all’intaglio, erano dotate di un capo bottega a cui venivano intestati i contratti e di numerosi collaboratori che eseguivano il lavoro, aiutati da altri maestri spesso dello stesso nucleo familiare, per cui risulta impossibile assegnare la paternità di un manufatto ad uno piuttosto che ad un altro artigiano, pur assegnando certamente ad una bottega la paternità di un progetto.

Spesso solo procedendo per analogia, è possibile  individuare la bottega di appartenenza dei gruppi di artigiani impegnati nello stesso luogo nella realizzazione di uno stesso progetto, anche quando i singoli elementi sono recuperati  avulsi dal contesto originario.

Delle quattro portelle lignee superstiti è certa la paternità per la presenza di polizze di pagamento intestate al Provedi, ma niente ci consente di individuare la bottega di formazione dell’intagliatore, nè se operasse in autonomia o legato ad un gruppo di artigiani.

Procedendo per analogia, confrontando la stesura delle varie opere certamente attribuite, è possibile in qualche modo legare la sua attività al Tortelli.

La bottega di Benvenuto Tortelli, menzionata attiva fra il 1558 e il 1591,  fu una delle più fiorenti; in essa si formarono Giovanni Battista Vigilante, intagliatore di cui si hanno notizie fra il 1579 e il 1598 e Nunzio Ferrario che fu attivo a Napoli fra il XVI e il XVII secolo, ed era impegnata nella realizzazione in luoghi diversi, di molti progetti che richiedevano la collaborazione di esperti disegnatori e abili intagliatori che gravitavano nella bottega stessa, creando una fitta rete di collaborazioni, risolta con artigiani legati anche da stretti rapporti di parentela, amicizie, discepolato, concorrenze, associazionismo, che trovarono poi nei cantieri napoletani della controriforma sostenuti dagli ordini religiosi,  importanti commesse, non solo a Napoli.

Non è da escludere la probabile collaborazione del Provedi, nei primi anni della sua presenza a Napoli,  anche nella  bottega dei Mollica, considerando il successivo sodalizio artistico proprio con i Mollica durante la costruzione e decorazione della chiesa del Gesù Nuovo, durante il primo quarto del ‘600 e la particolare richiesta proprio ai Mollica, inizialmente,  e poi ad altre botteghe, di manufatti realizzati sotto la sua direzione e supervisione, anche per la provincia gesuitica sarda,  intagliati, colorati, indorati, sgraffiati e decorati anche ad estofado, sviluppando e favorendo un proficuo commercio fra Napoli, e  i vari centri del Mediterraneo.

L’ambiente artistico napoletano del primo ‘500 era dominato da due personalità: Girolamo Santacroce (fine del 400 – 1537) allievo e collaboratore dell’Ordonez (1490 circa -1520 circa) e Giovanni da Nola (1478 -1559).

Quest’ultimo iniziò la sua attività di intagliatore del legno, nella bottega di Pietro Belverte (prima metà del ‘500) per poi entrare in contatto con i Malvito, impegnati ancora nella realizzazione della cappella del Succorpo del duomo napoletano.

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Napoli – Basilica della Santissima  Annunziata – La sacrestia.

Gli anni compresi fra il 1540 e il 1570 furono monopolizzati nel campo della scultura dalla bottega di Giovanni da Nola e  di  Annibale Caccavello dove Salvatore Caccavello, figlio o omonimo collaboratore, nel 1571 era impegnato con  Girolamo D’auria (1577-1620) e Nunzio Ferrario, nella Sacrestia della Basilica della Santissima Annunziata.

Ma a Napoli era già presente il Vasari intorno al 1544 e Pietro Bernini, attivo a Napoli, nel duomo, nella Cappella Brancaccio, che proponeva i canoni del manierismo, come reazione all’armonia, all’ordine e alla perfezione del XV secolo.

Il manierismo si caratterizzò con una pragmatica ricerca di virtuosismo stilistico ed eleganza formale, abbandonando l’equilibrio rinascimentale, privilegiando piuttosto la complessità, la drammaticità, il movimento, elementi già presenti nelle opere dei maestri del rinascimento.

Girolamo D’Auria (1566 – 1621), che fra il 1586 e il 1590, esegue nel duomo di Napoli il sepolcro di Giovan Battista Capece – Minutolo, ed intaglia fra il 1577 e il 1579 nella sacrestia della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore di Napoli, gli armadi con bassorilievi rappresentanti scene del Vecchio e del Nuovo Testamento con profeti e santi, lavoro poi continuato servendosi della collaborazione di altri artigiani e scolari della bottega di Giovanni da Nola (1478 – 1559).

Di alcuni di essi conosciamo i nomi, Salvatore Caccavello  e Nunzio Ferrario (1578-1604), artisti già gravitanti nell’orbita della bottega del Tortelli.

Colpisce l’analogia dell’intaglio, della composizione, del discorso narrativo, del disegno delle architetture del Provedi, nei suoi pannelli per il tesoro del duomo di Napoli, con alcuni intagli della Sacrestia della Santissima Annunziata.

Anche se non è possibile ricostruire il percorso artistico del Provedi e la storia della commessa delle portelle per il tesoro vecchio del duomo napoletano, emerge la possibile traccia di un cammino che lo conduce all’interno del duomo di Napoli, attraverso  una sua  probabile collaborazione con il D’Auria nella realizzazione del monumento Capece-Minutolo,  e poi nella Sacrestia della Santissima Annunziata.

Nel 1604 il Provedi entrò a far parte dell’Ordine dei Gesuiti, ma certamente fin dal 1601, dimorava come novizio nella primitiva Residenza dell’Ordine, infatti in quegli anni risulta già collaboratore con il Valeriano nella  costruzione del  Gesù Nuovo.

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Napoli – Chiesa del Gesù nuovo – Interno

Nel 1613 fu scelto come architetto della Compagnia di Gesù nella Provincia napoletana e progettò chiese e Residenze per l’Ordine nell’Italia Meridionale: la chiesa napoletana del Gesù Vecchio, suo capolavoro,  che per tutto il ‘600 fu modello per i primi edifici barocchi di Napoli; la chiesa del Santissimo Rosario, a Paola; la chiesa di Gesù e Maria a Castellammare di Stabia; il complesso del Carminello al mercato di Napoli e collaborò negli ampliamenti e ricostruzione di altri edifici della Provincia, ma il suo maggiore impegno, fino alla morte avvenuta nel 1623, fu la chiesa del Gesù Nuovo.

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Napoli – Basilica del Gesù vecchio – Interno.

Scultore pressochè ignorato dalla storiografia a proposito della sua indiscutibile maestria nell’intagliare il legno, che emerge dalle portelle oggetto di questa analisi il Provedi, apprezzato invece come architetto gesuita, ebbe il merito di aprire già in pieno manierismo verso l’esplosione del barocco napoletano.

Se le portelle sono le uniche opere superstiti della sua produzione dell’intaglio, emerge da esse la sua tendenza verso una maniera tenera, verso una forma elegante e mossa, fresca, , visionaria  e fantasiosa che conferisce alla superficie trattata un palpabile impatto emozionale.

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DOCUMENTI – NOTE – DISCUSSIONI

1 –  La basilica gemina della costantiniana Cattedrale napoletana intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e a partire dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta, la Stefania, anch’essa intitolata al Salvatore, costruita da Stefano I, Vescovo di Napoli (496 -?); fu distrutta da un incendio e ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca e Vescovo di Napoli Stefano II (756-789). Essa era separata dalla basilica costantiniana, dal Vicus S. Laurentii ad Fontes (un tratto è stato riportato alla luce negli anni ’70 del passato secolo) e  costituiva la strada di accesso alla cittadella episcopale napoletana, con l’ingresso difeso da una torre di epoca romana su i cui resti fu poi costruita e ricostruita l’attuale “torre campanaria”, ed andava ad occupare quasi interamente l’area dell’attuale transetto del duomo angioino (cfr. Tino d’Amico, L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S.Laurentii ad Fontes, in: tinodamico.wordpress.com)

2 –  La presenza nell’oratorio della suppellettile sacra preziosa, e dei paramenti liturgici preziosi, ha indotto qualcuno a considerare la possibilità che il luogo fosse anche la sagrestia del  duomo angioino. Ipotesi che non trova fondamento, perché l’oratorio è posto al primo livello della torre non facilmente accedibile e oltremodo scomodo per consentire lo snodarsi di una lunga “processione di ingresso” in Chiesa, discendendo attraverso una precaria scala a lumaca, processione composta per la maggior parte da preti anziani. Essendo la Basilica costantiniana detta di Santa Restituta sede del Capitolo Cattedrale ed essa stessa sede della Cattedra del Vescovo, ignorano forse costoro, quanto prescrive il rituale che prevede che il Vescovo venga rivestito dei paramenti liturgici e munito delle sue insegne, sedendo sul faldistorio, dando inizio cosi, da liturgo, dalla sua sede episcopale, alle  solenni funzioni e disponendo l’inizio dell’ingresso processionale del clero, dei preti mansionari e dei canonici capitolari verso il maggiore Altare, che nel  nuovo duomo napoletano, in antico era, al centro del transetto. II Vescovo attraversava per intero lo spazio della navata centrale e raggiungeva il dossello realizzato dall’Arcivescovo Bernard III di Rodez (1368-1379), spazio sacro che fu poi occupato dal coro ligneo, realizzato al tempo dell’Arcivescovo Cardinale Decio Carafa (1613-1626) (il coro antico, era posto di fronte al dossello, tra il secondo e terzo intercolumnio) e,  dopo avere baciato e incensato l’Altare immagine di Cristo, che è Sacerdote, Vittima e Altare, raggiungeva il trono. La sagrestia dopo il terremoto del 1456, e fino alla trasformazione della  cappella di San Ludovico nella attuale sagrestia maggiore, dall’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), dopo il 1581, fu la  cappella di San Lorenzo, o di San Paolo de Humbertis, dove si paravano i sacerdoti, per le funzioni non presiedute dal Vescovo, precedentemente, a mio avviso, era  quell’ambiente poi trasformato in “cappella sepolcrale” dei Filomarino e tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 nella attuale cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C.. L’ambiente forse, fu utilizzato per sagrestia prima del disastroso terremoto del 1456, quando crollarono con la torre scalare anche considerevoli tratti delle pareti dell’edificio per poi divenire “cappella sepolcrale” dei Filomarino, quando costoro cedettero la loro antica cappella di patronato, aperta sulla navatella di Sant’Aspreno, per fare posto alla costruenda nuova Cappella del Tesoro, quando già era in funzione la nuova sagrestia (cfr. Tino d’Amico, L’Albero di Jesse del duomo di Napoli….in: tinodamico.wordpress.com).

3 –  Patrona Principale della città di Napoli, è la Santissima Vergine Maria Assunta, che appare sempre effiggiata al centro nelle immagini dei Santi Compatroni. Compatrono Principale è il Megalomartire San Gennaro, al quale furono affiancati sei Compatroni minori: I Santi Vescovi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Sant’Agnello Abate. Mons. Franco Strazzullo in: San Gennaro “Defensor Civitatis” e il voto del 1577, Napoli, 1987, citando il Calendario Lotteriano del XIII secolo, fa notare che prima del XV secolo, i Compatroni di Napoli erano di numero inferiore, e l’Officium Sanctorum ac Protectorum Civitatis Partenopae, redatto fra il 1512 e il 1525, riporta i nomi di solo quattro di essi: Aspreno, Agrippino, Gennaro, Atanasio I, che sono chiamati Defensor apud Deum e non sono nominati come tali Eufebio, Severo e Agnello. Nel Calendario Lotteriano  redatto fra il 1294 e il 1310, Strazzullo nota che sono menzionati come Patroni di Napoli solo San Gennaro e sant’Agrippino. Ma già nel 1500, fa notare come nel soffitto della cappella Carafa nel Duomo di Napoli, le formelle marmoree che rappresentano i Compatroni, ritraggono con San Gennaro, anche i Santi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Agnello ed evidenzia che gli stessi Santi sono stati tutti e sette effigiati negli sportelli dell’antico organo del Duomo, dipinti dal Vasari (1511-1574). E lo stesso artista poi, nel suo Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, del 1550, parlando del lavoro eseguito, dichiara di avere dipinto per il Duomo di Napoli, solo quattro compatroni. Probabilmente in antico, i Compatroni principali di Napoli erano soltanto due, San Gennaro e sant’Agrippino, come risulta dal Liber Pontificalis Ecclesiae Neapolitanae, redatto nel IX secolo e come risulta da un documento del 1183 del Vescovo Sergio IV (1168-1192), ad essi si affiancarono altri Santi protettori della città, ma non come Compatroni. Gli sportelli scolpiti da Pietro Provedi e sistemati all’interno dell’oratorio di San Gennaro, nel 1586, oggetto di questo studio, riportano, i quattro  sportelli superstiti riutilizzati per chiudere quattro scarabattole della cappella delle reliquie del Duomo di Npoli nel 1891,  le immagini di Sant’Atanasio I, Sant’Eufebio, Sant’Agnello Abate e San Severo, e sul retro episodi agiografici degli stessi; due certamente riportavano le immagini di sant’Aspreno e Sant’Agrippino, andati distrutti, forse durante l’incendio all’interno della sacrestia maggiore, durante un furto di arredi sacri preziosi nel corso di uno dei tanti restauri dell’ambiente al tempo dell’Arcivescovo Francesco Pignatelli, degli altri due non conosciamo chi fossero i Santi ritratti probabilmente rappresentavano uno San Gennaro e l’altro il reliquiario del Sangue. Il mobile d’argento che conteneva il busto e il reliquiario, realizzato da Carlo II d’Angiò, andò perduto probabilmente durante il disastroso terremoto del 1456. Agli antichi compatroni furono affiancati, a partire dalla seconda metà del ‘600, da altri Santi Compatroni minori: San Tommaso d’Aquino, Sant’Andrea Avellino, Santa Patrizia, San Francesco di Paola, San Domenico, San Giacomo della Marca, San Francesco Saverio, Santa Teresa d’Avila, Sant’Antonio di Padova, San Filippo Neri, San Gaetano, San Severo, già venerato come Compatrono, ma non ancora inserito nell’elenco ufficiale, San Nicola, San Gregorio Armeno, Santa Chiara, San Biagio, San Pietro Martire, San Giuseppe, San Michele Arcangelo, San Francesco d’Assisi, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, san Giovanni Battista, San Francesco Borgia, Santa Candida Minore, Santa Maria Egiziaca. Nel ‘700 se ne aggiunsero altri: Sant’Antonio Abate, Sant’Ignazio de Loyola, Santa Maria Maddalena Penitente, Sant’Irene, Sant’Emidio, San Raffaele Arcangelo. Altri ancora nell’800: Sant’Anna, San Luigi Gonzaga, Sant’Agostino, San Vincenzo Ferrer, Sant’Alfonso Maria de’ Liguoiri, San Francesco Caracciolo, San Francesco de Geronimo, San Giovanni Giuseppe della Croce, San Pasquale Baylon, San Rocco, San Gioacchino. E finalmente nel ‘900: Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, Santa Lucia, Santa Gertrude, Santa Rita.

4  –  San Giacomo della Marca (1394-1476) nel “Sernone de Antichristo” descrive il terremoto del 1456, raccontando che diroccò quasi interamente il torrione e caddero a terra le reliquie dei Santi conservate nell’oratorio e le ampolle con il sangue di San Gennaro, trovato duro come pietra, furono miracolosamente recuperate intatte. E nel “Sermone de adventu turcorum” parla delle distruzioni operate nel Regno di Napoli dal terremoto e ancora del crollo del torrione del Duomo, che conteneva la reliquie dei Santi e la suppellettile sacra (cfr. codice 46bis, Archivio Municipale di Monteprandone). I danni alla torre del Tesoro vecchio per il terremoto  sono documentati anche da Angelo di Costanzo, (p.341; Ar. S.P.N., X, pp. 350-358) “1456, 4 dicembreSuccesse poi l’anno 1456, nel quale fu per tutto il Regno un terremoto più orrendo che fosse stato mai per molti secoli, perché caddero molte cittadi…e molte castella per diverse province del Regno, e cadde in Napoli l’arcivescovato”. La cronaca di Notar Giacomo include fra i danni “la torre dello Episcopato dove era el sangue del glorioso sancto Iennaro et miraculose foro trovati due travi sopra le carafelle dove non patero lesione alcuna (Cronaca di Napoli di Notar Giacomo, P. 97). (Strazzullo op.cit).

5  –  I pilastri della navata furono restaurati e parzialmente ricostruiti con il contributo delle famiglie nobili dei Sedili di Napoli che apposero in cima ad ognuno di essi il proprio stemma: i pilastri del lato sinistro della navata, recano gli stemmi delle famiglie Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo Pisquizy; quelli del lato destro della navata, recano gli stemmi delle famiglie Dura, del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini. Il settimo pilastro, quello accanto al dossello del trono vescovile, non porta insegna nobiliare, perché restaurato con il contributo popolare.Gli stemmi del Pontefice, dell’Aragonese e del Carafa furono posti sulla ricostruita  facciata del Duomo: furono rimossi al tempo della realizzazione della attuale ottocentesca facciata e murati sull’ingresso secondario dalla parte di piazza Cardinale Sisto Riario Sforza.

6  –  La Tavola Strozzi, dipinta forse da Francesco Rosselli, così chiamata perchè rinvenuta a Firenze in palazzo Strozzi nel 1901, rappresenta secondo alcuni critici, il trionfo di Ferrante d’Aragona dopo la battaglia al largo di Ischia, contro Giovanni d’Angiò, pretendente al trono di Napoli, del 7 luglio 1465, secondo altri rappresenta un trionfo navale organizzato per omaggiare Lorezo de’ Medici giunto a Napoli nel 1479 per stipulare un trattato di pace con Ferrante d’Aragona, grazie alla mediazione di Filippo Strozzi detto il Vecchio. Era in origine la spalliera di un letto, disegnato probabilmente da Benedetto da Maiano e datato 1472-1473. Fa da sfondo una veduta della città di Napoli dal mare, a volo d’uccello, e mostra molti edifici ricostruiti dopo il terremoto del 1456, e fra questi il ricostruito Duomo. La citata Cronica di Notar Giacomo, manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli, narra fatti avvenuti a Napoli e nel Regno di Napoli dal tempo dei romani al 1511. La sua redazione è compresa fra il XV e il XVI secolo e ne è probabile autore un tal Notar Giacomo della Morte, ancora vivo certamente nel 1524.

6  –  La Cappella del Tesoro di San Gennaro, è il particolare risultato di un voto fatto dai napoletani  in un particolare momento storico ricco di eventi tragici. Nel 1527 la guerra, la peste e la carestia mietevano vittime a migliaia: il 13 gennaio di quell’anno, anniversario della traslazione delle reliquie di San Gennaro  in Città da Montevergine (13 gennaio 1497) i napoletani fecero voto di costruire al Santo Patrono Gennaro una nuova e più bella cappella per contenere le sue reliquie ed invocarono per suo tramite la Divina Misericordia perché la Città e il Regno fessero liberati dalla peste, dalla guerra e dalla carestia. Il voto fu solennemente sottoscritto dagli Eletti della Città, con pubblico strumento rogato per Notar Vinvenzo de’ Rossis, davanti all’Altare maggiore del Duomo. Riporto il testo integrale del rogito: “Die XIII Januarii 1527, Neapoli. In maiori Ecclesia Neapolitana coram nobis constitutis magnificis dominis Elettis Civitatis Neapolitanae quiu, moti fervore devotionis, promettono et fanno voto donare dell denari pubblici di questa Città ducati undecimillia, videlicet mille d’oro per lo Tabernacolo della Ven. Eucharistia et Sacramento et dieci millia altri per lo Sacello da riponere lo reliquiario del Beato Januario Protettore di questa Città acciò che interceda avanti lo cospetto de Dio per la liberatione dalla pestre di questa Citta.” . Seguono le firme dei rappresentanti dei cinque Sedili Nobili ( Capuano, Nido, Montagna, Portanova e Porto), più il rappresentante del Sedile del Popolo. Raccolta una ingente somma di danaro, l’8 giugno 1608 fu posta la prima pietra per l’erezione della nuova Cappella del Tesoro con una Bolla di fondazione di Papa Paolo V (1605-1621) e un breve di Papa Urbano VIII (1623-1644) che confermò il patrocinio laico della cappella stessa. Si raccolsero 500.000 scudi, contro i previsti 10.000 e i lavori furono ultimati nel 1646.

7  –  La Cappella Reale, fu fondata da Carlo II d’Angiò (1248-1309), re di Napoli dal 1285, mentre erano ancora in corso i lavori per la costruzione del Duomo e destinata ad accogliere le salme degli angioini di Napoli, che in attesa di una definitiva sistemazione, giacevano ancora in sepolture provvisorie. Adiacente al Duomo, assolutamente indipendente da esso, accedibile solo dall’esterno, fu intitolata a San Ludovico d’Angiò, nato a Nocera (Sa) nel 1274, frate francescano, consacrato Vescovo di Tolosa da Papa  Bonifacio VIII, a 22 anni, morto a Chateau de Brignoles nel 1297, sepolto a Marsiglia, canonizzato da Papa Giovanni XXII nel 1317, secondogenito del re Carlo II (il primogenito Carlo Martello, morì nel 1295 di peste; per successione la corona del Regno spettava a Ludovico, ma questi, prendendo l’abito francescano, rinunciò ad ogni diritto di successione in favore del fratello Roberto). Il terremoto del 1456 danneggiò gravemente la Cappella Reale, affrescata da Giotto, che rimase impraticabile per circa un secolo. L’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595), fece trasformare la diroccata Cappella Reale in sacrestia del Duomo, aprendo l’attuale ingresso sul braccio destro del transetto e murando l’antico ingresso dalla corte interna del complesso degli edifici episcopali, nel 1581, ponendo interamente, davanti ad esso il grande stipo di castagno, per contenere i paramenti sacri, ancora in uso, e fece costruire, adiacente ad essa la cappella della Madonna “del pozzo”, il retro sacrestia, dove si costruì anche l’elegante sepolcro. La lapide sepolcrale chiarisce la destinazione d’uso per cui fu realizzata la cappellina: come luogo per la sua sepoltura e luogo per pararsi da parte dei Vescovi, dei Canonici, dei Sacerdoti, prima di andare a celebrare Messa. La cappella fu intitolata alla Madonna “del pozzo”, Titolo che era di una antica cappella “…posta in lo tenimento di Capuana, et proprio quando si cammina da “puzzo bianco”…per andare a Santi Apostoli a mano destra…” (cfr. P. Di Stefano, Descrizione de’ luoghi sacri della città di Napoli, Napoli, 1560; cfr. anche C.Celano,  Notizie del bello, dell’antico, del curioso….Napoli IIIa ediz. 1758).  Lo spazio antistante l’antico palazzo arcivescovile era chiamato “pozzo bianco”, perché c’era un pozzo pubblico ornato di marmi bianchi. Il vicolo incidente sul piccolo largo e indicato come Vicolo Loffredo era intersecato da un altro vicolo detto Vico Filomarino perché lungo di esso questa famiglia possedeva case, un giardino e una cappelletta intitolata alla Madonna “del pozzo” ,perché nei pressi del “pozzo bianco”, proprietà che furono vendute nel 1531 alla famiglia di Capua, che a sua volte le rivendette nel 1554 ai Galluccio. La chiesetta fu diroccata per far posto alla ristrutturanda chiesa dei Santi Apostoli  affidata ai Padri Teatini nel 1530, e dal 1581 al costruendo convento dell’Ordine. Dopo questa data il Titolo e i benefici della cappelletta furono trasferiti alla cappella del retro-sacrestia dall’Arcivecovo Annibale di Capua, perché sia l’uno che gli altri non andassero perduti. Sull’Altare della cappella fu posto un quadro di Silvestro Buono (?-1480), forse l’antica immagine venerata nella cappelletta della Madonna “del pozzo” andato comunque perduto.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Il lavabo.

La attuale sagrestia  è frutto di un successivo lavoro di restauro promosso dal Cardinale Francesco Pignatrelli Arcivescovo di Napoli (1703-1734), conseguente ad un disastroso terremoto che provocò numerosi dissesti e crolli alle absidi del duomo e al transetto, verificatosi il 29 novembre 1732. La cappellina della Madonna “del pozzo”  è un susseguirsi di tre ambienti: il luogo del lavabo e altri due ambienti intercomunicanti, il primo come luogo per il monumento sepolcrale dell’Arcivescovo Di Capua ed il secondo coperto da una elegante cupoletta.

8  –  Cfr. Tino d’Amico, Op. Cit. – Vedi anche Ennio Moscarella, S. Atanasio Vescovo di Napoli, in: Il Rievocatore, n.11-12 1972

9  –  Secondo G. M. Fusconi (Cfr. G.M. Fusconi, Sant’Atanasio Vescovo in Santi, Beati e Testimoni) nel secolo XIII le reliquie del corpo di Sant’Atanasio furono traslate nella Cattedrale e poste sotto l’Altare della Cappella del Santissimo Salvatore. Motizia imprecisa: nel secolo XIII il Duomo di Napoli e la Cappella del Santissimo Salvatore non esistevano ancora; la costruzione dell’edificio angioino iniziò dopo il 1283 e fu inaugurato nella prima metà del 1300, nel secolo XIV quindi, dopo crolli interni dovuti al collassamento delle strutture per l’utilizzo di materiali scadenti ed un terremoto. La realizzazione della Cappella intitolata fin dal tempo della fondazione dell’edificio al Salvatore Vetere (Cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum.. op.cit.) è di questo periodo, anche se risulta la più antica, con quella opposta lateralmente all’abside, di Sant’Aspreno, escludendo la presistente più antica Cappella dei Capece-Minutolo di Canosa (Cfr. Tino d’Amico, L’antependium (frontale) dell’Altare della Cappella dei Capece-Minutolo nel Duomo di Napoli, in: il blog di Tino – htpp//tinodamico.wordpress.com). La traslazione delle reliquie del Corpo di Sant’Atanasio I in Duomo, a mio avviso, sarebbe avvenuta quando, l’Arcivescovo Niccolò de Diano (1412-1435) nel 1414 concesse privilegi, rendite e fornì di una sede stabile nella Cappella del Salvatore Vetere, da allora detta nche di Sant’Atanasio I, il Collegio Clericale degli Ebdomadari, fondato da Sant’Atanasio I per la celebrazione liturgica quotidiana nei due edifici che costituivano la Catedrale napoletana, la Basilica detta di Santa Restituta e la Basilica detta Stefanìa e concesse loro una sepoltrura nello spazio antistante la Cappella stessa (cfr. Tino d’Amico, op.cit.)

 

 

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La Madonna col Bambino in gloria di Diego de Siloe nella cappella Tocco del duomo di Napoli.

di Tino d’Amico

La ripulitura, dopo decenni di abbandono, del bassorilievo della MADONNA COL BAMBINO IN GLORIA di Diego De Siloe, della cappella Tocco nel Duomo di Napoli, con un intervento disposto dalla Sopraintendenza nel corso dei lavori di consolidamento e restauro del complesso Cattedrale, fornisce l’occasione per la citazione di questo prezioso manufatto poco conosciuto, nel contesto di una più generale presentazione del patrimonio storico, artistico e architettonico giacente nel Duomo napoletano che non appare sufficientemente inserito nei circuti culturali ed è fugace meta di un grand tour centrato esclusivamente sul grande contenitore che è la Cappella del Tesoro di San Gennaro.

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Napoli – Duomo – Cappella di Sant’Aspreno, patronato della famiglia Tocco di Montemiletto – Diego de Siloe – La Madonna col Bambino in gloria – Bassorilievo.

Il bassorilievo che rappresenta la MADONNA COL BAMBINO IN GLORIA, fu posto nella prima metà del ‘700 nell’abside della cappella di diritto patronale della famiglia Tocco, intitolata fin dalla fondazione del Duomo angioino (1283) a Sant’Aspreno, da Leonardo Tocco, al termine del restauro del sacello dopo il terremoto del 1732 e la replica del 1733, come informa la lapide posta nella stessa parete absidale, restauri rientranti nel più vasto piano di consolidamento dell’edificio angioino (1) disposti dall’allora Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1754), che interessarono la parte absidale , maggiormente danneggiata ed in particolare la parete frontale del transetto, intervenendo sulle imposte degli archi gotici di accesso alle due cappelle laterali, rinforzandola, raddoppiandone la struttura muraria (2).

LEONARDUS TOCCUS

ACHAIAE MONTISQ. MILITUM PRINCEPS

HUIUS NOMINI V

DUX POPULI ET PRIMAE CLASSIS HISPANIARUM MAGNAS

MAIORUM IMITATUS PIETATEM

ET EXIMIUM IN S. ASPRENUM CULTUM

SACROS EIUS CINERES ET OSSA

EX VETERI MARMOREA RUDI CAPSA ERUTA

ET IN CYPRIA PYXIDE DECENTER CONDITA

IN ALTARI AB SE ELECTIS LAPIDIBUS EXTRUCTO

CONFLUENDI PIO POPULO PATERE DEDIT

PAVIMENTO SEPTO CANCELLIS

SUMPTUOSO  EX AURICALCO ORNATU MUNITIS

PICTURIS NOVO LUMINE ADSPERSIS

REFECTISQ. VITREIS FENESTRIS

ANTIQUUM GENTILITY SACELLI SPLENDOREM

RECENTIORUM OPERUM ELEGANTIA MUNIFICENTIAQ. AUXIT

ANNO D. MDCCL

I Tocco, di origine longobarda, derivavano il loro nome dalla Signoria di Tocco, un paese del beneventano dove erano presenti già nell’anno 1000.

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Planimetria del duomo di Napoli che indica il sito della cappella Tocco, intitolata a Sant’Aspreno, primo Vescovo di Napoli.

La famiglia si divise in due rami: i Tocco delle Bande e i Tocco delle Onde.

Questi ultimi furono influenti nobili dei seggi di Capuana e Nilo ed esponenti di primo piano alla corte angioina, inviati a conquistare la Romania e l’Epiro e a governare autonomamente, per conto dei sovrani angioini (3)e aragonesi, quelle terre e l’Acaia, governo che esercitarono come despoti, e furono Grandi di Spagna.

La loro potenza aumentò con il matrimonio di Maddalena Tocco con l’imperatore bizantino Costantino XI Paleologo (4)

Il ramo delle Bande si estinse molto presto, quello delle Onde si estinse a metà dell’800 e beni e titoli passarono ai Capece Galeota duchi della Regina per il matrimonio di Maria Maddalena Tocco-.Cantelmo-Stuart con Francesco Capece Galeota della Regina.

Il diritto patronale sulla cappella fu concesso dall’Arcivescovo Bernard de Rodez III (1368-1378) a Pietro Tocco, conte di Martina, con istrumento rogato per notar Pietro Zerola, come riferisce il Parscandolo.

Napoli – Duomo – Prospetto della cappella di Sant’Aspreno, patronato della famiglia Tocco di Montemiletto.

Fondatore della famiglia fu Guglielmo da Tocco ( ? – 1335) i cui resti mortali dovrebbero essere  ancora nel sarcofago di destra (5), nello spazio retrostante l’Altare settecentesco, che dovrebbe contenere anche quelli del figlio, l’Abbate Nicola, menzionato sulla fascia dedicatoria come venerabile:

+ HIC IACET CORPORA MAGNIFICI MILITIS DOMINI GULLELMI DE TOCCO MAGISTRI CABELLANI CLARAE MEMORIAE DOMINI PRINCIPIS TARENTI QUI ANNO DOMINI MCCCXXXV DIE XXII SEPTEMBRIS OBIIT. ET VENERABILIS ABBATIS  NICOLAI DE TOCCO FILII EIUS QUI ANNO DOMINI MCCCXLVII DIE XVIII APRILIS OBIIT QUORUM IN PACE ANIMAE REQUIESCANT. AMEN.

L’altro sarcofago dovrebbe contenere i resti mortali di Ludovico Tocco:

+ HIC IACT CORPUS MAGNIFICI MILITIS DOMINI LUDOVICI DE TOCCO IUNIORIS SENESCALI HOSPICII CLARAE MEMORIAE DOMINI ROBERTI IMPERATORIS COSTANTINOPOLITANI ACHAYE ET TARENTI PRINCIPIS QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCLX DIE XI MENSIS DECEMBRIS CUIUS ANIMA IN PACE REQUIESCAT. AMEN.

Il monumento funebre di Giovanni Jacopo De Tocco a destra nel presbiterio della cappella è un’opera di straordinaria bellezza: attribuito a Giovan Tommaso Malvito è da molti assegnato a Diego De Siloe, almeno il tondo della Vergine col Bambino e i due angioletti reggi torce.

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Napoli – Duomo – Il monumento funebre di Giovanni Giacomo Tocco nella cappella di Sant’Aspreno, patronato della famiglia Tocco

L’attribuzione del tondo al De Siloe, non dovrebbe costituire una deriva della critica, se si considera che l’artista era a Napoli, impegnato già in varie commesse legate al cantiere Carafa aperto in Duomo dai Malvito, e Giovan Tommaso Malvito è autore anche del pannello posto sul monumento funebre di Papa Innocenzo IV : entrambe le opere denunciano un sodalizio fra i due artisti.

I Malvito, padre e figlio, furono fra i maggiori esponenti della corrente lonbarda, presente a Napoli dalla metà del ‘400 e il primo decennio del ‘500, autori di pregevoli opere di gusto rinascimentale e Giovan Tommaso, figlio di Tommaso Malvito, con un trattamento più morbido della materia e un disegno più accurato dei panneggi si discosta alquanto dalla corrente lombarda, secca e scarna, aprendosi verso il classicismo romano, mostrando di accoglie ed apprezzare le istanze introdotte nei primi anni del ‘500 dal De Siloe e dall’Ordonez.

I Malvito, produssero ancora nei primi anni del ‘500, opere caratterizzate da purissimo stile rinascimentale: Giovan Tommaso, è l’autore della più alta espressione plastica del rinascimento napoletano, la statua di Olivievo Carafa in atteggiamento orante che è già fuori dalla corrente della pastica rinascimentale lombarda.

IOANNIACOBO DE TOCCHO PROTONOTARIO APOST.

IN ROMANA CURIA AUCTIS HONORIB. ATQ.

FORTUNIS HONORIFICE VERSATO

AIGIASIUS DE TOCCHO

FRATI BENEMERENTI

VIXIT ANN. XXXXVIII OBIIT VII OCT. MDXX.

A sinistra, di fronte al monumento di Giovanni Jacopo, c’è una nicchia vuota incorniciata da elementi araldici della famiglia, la cui lapide sottostante riassume al vicenda umana e comunica le ragioni della trasmisione dei titoli e dei beni del ramo dei Tocco delle Onde da parte dell’ultimo dei principi, al nipote, non avendo eredi diretti: la nichia vuota è l’immagine eloquente di un passato che si conclude e di un  futuro che si apre verso l’ignoto.

IOANNES BAPTISTA DE TOCCO MONTIS MILITUM

PRINCEPS

NULLIS AB UXORE PORTIA CARACCIOLA A AVELLINI PRINCIPIS FILIA

SUSCEPTIS LIBERIS CAROLU ET LEONARDUM SUMMAE SPEI

ADOLESCENTULOS AB INSUBRIBUS ACCIVIT EDUCATOSQ. HEREDES EX ASSE INSTITUIT

QUOD E TOCCIS SUIS ROMANIAE EPIREQUE DESPOTIS

ACHAIAE AETOLIAE ET ACARNANIAE PRINCIPIBUS

ORIRENTUR

AC LEONARDUM PRIMUM LEUCADIS DUCEM CEPHALENTIAE ZACYNTHIQ.

ET PETRUM MARTINAE COMITE GUGLIELMI TOCCORUM

 REGULI FILIOS COMMUNES AVOS

REFERRENT

VIVENS ET HIC IN AVITO SACELLO MONUMENTUM POSUIT ET QUA PROVIDENTIA

FAMILIAE ORBITATI PROSPEXIT EADEM MEMORIAE

CONSULUIT

ANNO A PARTU VIRGINIS MDCXVII.

Al termine dei lavori di restauro, il 2 agosto 1748, in occasione della intitolazione a Sant’Aspreno del nuovo Altare, il Cardinale Arcivescovo di Napoli Giuseppe Spinelli, riportò processionalmente le reliquie di Santo Vescovo di Napoli, nella ripristinata cappella, con l’intervento di tre Vescovi, dei Parroci della città, dei seminaristi dei due Seminari cittadini, della Collegiata di San Giovanni Maggiore (l’Istituto clericale degli Ebdomadari) e del Capitolo Cattedrale (6), ponendo l’antica urna marmorea, repositorium di ciò che restava del corpo del Santo, con la scritta dedicatoria antica

CORPUS S. ASPRENI PRIMI NEAPOLIT.  EPISCOPI

all’interno della aediculae , ispezionabile dalla fenestrella confessionis aperta nel postergale, celebrando il giorno successivo la Memoria Liturgica di Sant’Aspreno (7). 

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Napoli – Duomo – Cappella di Sant’Aspreno, patronato Tocco di Miontemiletto – Il fonticolo delle reliquie del corpo di Sant’Aspreno.

Il nuovo Altare fu disegnato da Giuseppe Astarita, attivo a Napoli fra il 1745 e il 1774, e i pezzi  dell’antico furono utilizzati per comporre altri Altari nel Duomo:  forse due figure a mezzotondo che rappresentano due degli Evangelisti, e buona parte dei pezzi dell’Altare  realizzato  nella cappella di San Lorenzo, detta di San Paolo de Humbertis, sede della Congregazione degli illustrissimi Preti di propaganda, provengono dallo smembrato Altare e altre due figure che rappresentano altri due Evangelisti, compaiono murate nella parete accanto all’ingresso al Battistero di San Giovanni in Fonte, nella basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Il bassorilievo della Madonna col Bambino in gloria forse costituiva la cona dell’Altare cinquecentesco e se la nostra ipotesi dovesse trovar riscontro, i citati frammenti dell’antico Altare della cappella Tocco possono senza dubbio esere attribuiti al De Siloe, se non a Giovan Tommaso Malvito che negli stessi anni  lavorava al cenotafio di Giovanni Jacopo Tocco.

L’antico Altare fu realizzato nella prima metà del ‘500 quando la cappella fu oggetto di un radicale intervento di restauro al tempo del Cardinale Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603) perché si temeva il crollo dell’abside del Duomo indebolita  per la realizzazione del succorpo di San Gennaro e le cui strutture portanti e le pareti presentavano gravi lesioni.

La muratura esterna dell’abside venne consolidata con contrafforti e per garantire una maggiore stabilità furono tompagnate due delle altissime bifore e parzialmente le altre tre, trasformate in monofore, lavori che determinarono certamente  interventi alle opere murarie della cappella Tocco il cui lato sinistro poggia sulle strutture portanti dell’abside, e comportarono la necessaria sistemazione dell’ambiente interno della cappella e la  copertura  dei primitivi affreschi del Cavallini  che fu attivo a Napoli fra la fine del ‘200 e il primo decennio del 1300, affreschi, questi, affini a quelli della cappella Brancaccio in San Domenico Maggiore: di essi restano figure dei Santi Aspreno e Gennaro, barbuto, di  Apostoli e Angeli entro complesse architetture e decorazioni  dipinte con riquadri a finto mosaico, che sembrano derivare direttamente dalla decorazione di Santa Cecilia a Trastevere.

Gli affreschi del Cavallini furono ricoperti dall’attuale restaurato ciclo   di Agostino Tesauro (1501-1546), con storie della vita di Sant’Aspreno a sua volta rinfrescato e integrato anche con motivi decorativi di scarso valore da Filippo Andreoli (circa 1700-1734) un allievo del Solimena.

Un progetto di qualche decennio fa prevedeva lo strappo degli affreschi del Tesauro per il recupero del ciclo pittorico del Cavallini.

Durante la rimozione degli affreschi dell’Andreoli e il restauro  del ciclo pittorico del Tesauro, è stata rinvenuta la nicchia monofora della parete destra, superstite delle monofore che si aprivano intorno alle pareti della cappella ed è stato ritrovato anche l’ingresso alla torre scalare che fu riempita  al tempo dei lavori di consolidamento dell’abside disposti dal Gesualdo.

Non è improbabile che essa costituiva anche l’ingresso al sottostante ipogeo della famiglia.

Gli affreschi del Tesauro narrano episodi della vita di Sant’Aspreno.

Cominciado da sinistra, in alto:

L’incontro di San Pietro con Santa Candida.

Santa Candida che porta il bastone di San Pietro a Sant’Aspreno.

Santa Candida e Sant’Aspreno guarito dalle infermità, si recano da San Pietro.

Il Battesimo di Sant’Aspreno.

Sant’Aspreno che guarisce un cieco.

Sant’Aspreno che guarisce uno storpio.

Sant’Aspreno che guarisce un  paralitico.

– Sant’Aspreno consacrato Vescovo da San Pietro.

Sant’Aspreno che predica.

La morte di Sant’Aspreno.

Una coppia di sposi ottiene al nascita di un figlio per intercessione di Sant’Aspreno.

La costruzione della chiesa dedicata a Sant’Asreno, ex voto  dei genitori del neonato.

I genitori del neonato che ringraziano Sant’Aspreno.

– La guarigione di un artritico.

La guarigione di un nefritico.

La guarigione di un malato polmonare.

La guarigione di un  malato grave.

La TABELLA della esposizione delle reliquie venerate nel Duomo di Napoli, redatta al tempo del Cardinale Arcivescovo Giacomo Cantelmo (1691-1702), murata nel retro sacrestia, al 3 agosto, solennità liturgica di Sant’Aspreno (8), autorizzava la esposizione e venerazione della reliquia del suo cranio chiuso nel busto d’argento conservato nella cappella del Tesoro di San Gennaro e del bastone di Sant’Aspreno, che dovrebbe essere quello a lui donato da San Pietro, nella cappella a lui intitolata, la cappella Tocco.

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Napoli – duomo – Cappella delle reliquie – La reliquia del bastone di San Pietro.

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La reliquia del  bastone di San Pietro, incapsulata in un reliquiario  di argento filigranato con le insegne del Cardinale Arcivescovo di Napoli Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897) stata recentemente da noi ritrovata nella cappella delle reliquie del duono di Napoli, dove è conservata.

Completo le notizie sulla cappella, riportando la lapide posta davanti al suo ingresso, a chiudere la bocca del sottostante sepolcro della famigla:

D.  O.  M.

ANTIQUAE TOCCORUM FAMILIAE SACELLUM

IN SANCTI ASPRENI EPISCOPI MEMORIAM DICATUM  

PER TEMPORIS LONGAEVITATEM INFORME

LEONARDUS DE TOCCO EIUS NOMINIS QUINTUS

ACHAJAE AC MONTISMILITUM PRINCEPS

INTER HISPANOS PRIMI ORDINIS MAGNATES

IAMPRIDEM CAROLI VI IMP. INTIMUS ACTUALIS STATUS CONSILIARIUS

ATQUE AMPLISSIMO VENETORUM PATRICIATUI RESTITUTUS  

AB SERENISSIMO CAROLO BORBONIO UTRIUSQUE SICILIAE REGE

IN IPSO REGNI INGRESSU ULTERIORIS PRINCIPATUS VICARIUS GENERALIS

MOX INTIMUS EIUSDEM CUBICULARIUS CREATUS

INQUE CELSI ORDINIS EQUITUM S. IANUARII CUM PRIMIS ELECTUS

INSTAURARI ATQUE ELEGANTIUM EXORNARI CURAVIT

UNAQUE MORTALITATIS MEMOR IN SPEM RESURRECTIONIS

GENTILITIUM HOCCE CONDITORIUM POSTERIS P.

AERAE CHRISTIANORUM A. MDCCXXXXV.

La lampada eucaristica pendente dal vertice della ogiva dell’arco di accesso alla cappella è stata recentemente trasferita dalla cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, di diritto patronale della famiglia Capece Galeota, dalla seconda metà del ‘500 luogo per la conservazione e l’adorazione delle Specie Eucaristiche, e posta a pendere davanti alla cappella di Sant’Aspreno, oggi luogo della custodia Eucaristica e della celebrazione quotidiana della liturgia delle ore e della santa Messa, per la inagibilità del sacello per le copiose infiltrazioni d’acqua dai tetti.

Essa ricorda il primo Congresso Eucaristico Nazionale celebrato a Napoli, nel Duomo, dal 19 al 22 novembre 1891, incentrato sulla Eucaristia ed è auspicabile il ritorno del prezioso reperto al suo posto originario.

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Nel 1503 Napoli diventa la capitale del viceregno spagnolo.

La sperata nuova svolta politica, economica e culturale non si verificò perchè tutte le attività passarono sotto il controllo del governo centrale spagnolo.

Nemmeno nel campo delle arti si registrò una produzione di valenza tale, i cui contenuti, declinando verso le nuove tendenze stilistiche, potevano confrontarsi con le correnti europee e italiane, aperte già verso le nuove istanze riformiste, sganciate ormai dalla cultura rinascimentale, dopo la sorpresa dei grandi: Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Donatello… e la successiva produzione manierista.

Emersero episodi significativi, ma isolati, prodotti da artisti per lo più di importazione spagnola e fra questi, due che saranno  capiscuola: Bartolomeo Ordonez (1480-1520) e Diego De Siloe (1496-1563), che pur manifestando ancora la loro appartenenza alla cultura iberica intrisa di goticismo,  stemperato nel rinascimento italiano, denunzieranno una marcata e profonda italianizzazione, perché arriveranno a Napoli passando attraverso le capitali europee, ed assorbendo le nuove istanze culturali.

L’ambiente artistico napoletano, fino al ‘400, prima metà del ‘500 era dominato dalla presenza dei Malvito, padre e figlio, impegnati nel cantiere del Succorpo di San Gennaro, nel Duomo.

Entrambi lombardi di nascita e formazione , indirizzavano la schiera di artisti e collaboratori provenienti dalla Lombardia, dalla Toscana e da Roma, chiamati dalla committenza Carafa, verso istanze stilistiche rinascimentali, ma pur sempre lombarde: secche e scarne.

Ciò nonostante Giovan Tommaso  Malvito, si mostrò aperto  verso il classicismo romano e assecondando la sua formazione lombarda  mostrò di apprezzare le novità introdotte dal De Siloe.

I due spagnoli,  sono riconosciuti capiscuola, ma loro presenza a Napoli fu breve per lasciare una feconda eredità stilistica aperta verso le nuove tendenze controriformiste e scarsa fu la loro produzione che spesso oggi difetta nelle attribuzioni certe ad uno o all’altro o sfocia in attribuzioni senza fondamento che spesso invece dovrebbero essere maggiormente incanalate nella produzione di artisti come, per esempio, Giovanni Merliani da Nola e viceversa.

Nell’opera dell’Ordonez ed in quella del De Siloe, è presente l’influenza michelangiolesca , ma anche la particolare suggestione dello “stiacciato” donatelliano.

In questa  bassorilievo di particolare bellezza, il De Siloe  dimostra di  restare ancorato alle istanze pittoriche rinascimentali e di aderire al classicismo di Raffaello, nella stesura dei volumi e nell’accurato disporre dei panneggi, non rifiutando posture michelangiolesche su uno snodarsi della storia nello stiacciato donatelliano.

Napoli – Duomo – Sagrestia Maggiore  – Cappella di Santa Maria “del pozzo” (retro-sagrestia) – Monumento funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595) – Madonna col Bambino, attribuita a Diego de Siloe, utilizzata per decorare il monumento in epoca successiva.


Il lavoro non ha finalità critiche, ma piuttosto è nostra intenzione documentare un prezioso manufatto poco conosciuto, ma che per meriterebbe una maggiore attenzione, realizzando anche una sua diversa illuminazione che consenta una maggiore lettura dell’opera e contribuisca a far risaltare tutta la sua bellezza per la fruizione gioiosa di un bene da parte dei visitatori della struttura che ignari passano fra le pietre del Duomo di Napoli.

Diceva Franco Strazzullo, a ragione, che ogni pietra del Duomo di Napoli è un pezzo di storia, un capolavoro del genio umano.

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NOTE  E  DISCUSSIONI

1 –  Furono gravemente danneggiate e parzialmente rovinarono le pareti dell’abside, le volte delle navate laterali, i muri del transetto. Cadde l’Altare maggiore e i muri verso la sacrestia che dovette essere ricostruita perdendo la sua impronta gotica.

2 –  Gli interventi urgenti disposti dal Cardinale Arcivescovo Francesco Pignatelli, interessarono il consolidamento di tutte le strutture dell’edificio, la ricostruzione delle volte laterali e della sacrestia e l’inizio del consolidamento murario della parete frontale del transetto, lavori poi continuati dal Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli che comportarono anche la definitiva trasformazione decorativa interna dell’edificio più consona alle nuove esigenze liturgiche.

3 –  Carlo I d’Angiò fu anche principe di Taranto, Principe dell’Acaia, Re di Gerusalemme e attraverso vari martrimini contratti dopo vedovanze, raccolse titoli regali relativamente alla Romania, all’Ungheria e dell’Epiro.

4 – Teodora (Maddalena) Tocco ( ? -1429) sposò nel 1427 Costantino XI Paleologo, despota, di Morea che fu imperatore bizantino dal 1449 al 1453.

5 –  Nel 1721 un Decreto della sacra Congregazione dei Riti, vietò la presenza di cadaveri in sepolcri elevati da terra e, probabilmente, come avvenne con i resti di altri defunti inumati in Duomo, si provvide ad aprire i due sepolcri e depositare le spoglie dei titolari nella fosse comune sottostante la cappella. Nessun documento noto, però registra la apertura dei sarcofagi dei Tocco: bisognerebbe ricercare ulteriori notizie nel “registro delle inumazioni”  depositato nell’Archivio del Duomo se ancora esistente, e fra le carte del prezioso “Archivio dei Tocco di Montemiletto”, che raccoglie carte di famiglia dal 1250 al 1805, depositato nell’Archivio di Stato di Napoli. Ma la storia della famiglia non è oggetto di questa analisi.

6 –  Cfr. F. Strazzullo, I diari dei cerimonieri della Cattedrale di Napoli, una fonte per la storia napoletana, Napoli 1961.

7 –  Cfr. Luigi Fatica, Il calendartio marmoreo di Napoli, Napoli 1997. Il Calendario marmoreo di Napoli, scolpito nel IX secolo, negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV detto lo Scriba, che fu Vescovo di Napoli dall’842 all’849, o negli anni dell’episcopato di Sant’Atanasio I che fu Vescovo di Napoli dall’850 all’872, assegna al 3 agosto la Memoria Liturgica della DEP(osizione) di ASPREN(o) V(esco)VO.

8 –  Cfr. Atti degli Apostoli (28,13-14) “…e di qui (da Malta, n.d.a.) costeggiammo, giungendo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma…”  E’ accertata storicamente la esistenza di Aspreno, al tempo di Traiano e di Adriano, attribuendo al suo episcopato la durata di 23 anni. Non morì martire perchè Napoli, città di origine greca, federata di Roma, conservò usi e costumi greci e anche libertà rerligiose, che la resero esente dalle varie persecuzioni che coinvolsero invece il territorio circostante. Secondo la leggenda, San Pietro nel suo viaggio verso Roma, risalendo la penisola dalla Sicilia, sostò a Napoli. A Napoli incontrò una anziana donna inferma, Santa Candida Seniora che, guarita,si fese battezzare. La donna informò Pietro della lunga infermità di Aspreno al quale l’Apostolo inviò il suo bastone da viaggio, per tramite della donna, perchè appoggiandosi ad esso, nel nome di Cristo Signore, si presentasse a lui. Così avvenne e dopo averlo guarito definitivamente con l’imposizione dello stesso bastone, lo catechizzò, lo battezzò e ordinò Vescovo della comunità cristiana che già era fiorente a Napoli. Il cristianesimo probabilmente giunse a Napoli con i mercanti ebrei che possedevano vari fondaci in città. Il bastone che San Pietro, donò a Sant’Aspreno, è conservato nel reliquiario del Duomo di Napoli. Recentemente è stato da noi ritrovato, restaurato, classificato, catalogato ed inventariato. Aspreno fu sepolto nell’oratorio di Santa Maria del Principio o, secondo studi recenti supportati da nuove scoperte,  prima nella catacomba napoletana, da dove poi il suo corpo fu traslato nella Stefania al tempo del Vescovo di Napoli San Giovanni IV lo Scriba, redattore del citato Calendario Marmoreo, e con la costruzione del nuovo Duomo angioino, le sue reliquie furono definitivamente deposte nell’Altare della cappella a lui intitolata, la prima a destra dell’abside maggiore, già di diritto patronale della potente famiglia Tocco.

IL cartibulum ed il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli.

 

di Tino d’Amico

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L’autore con la moglie Pina durante una lezione nell’area archeologica del duomo di Napoli. 

Il saggio documenta il ritrovamento  del cartibulum e del sarcofago strigilato, nel duomo di Napoli, nella cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, antico patronato della famiglia Gapece-Galeota, nascosti per duecento anni all’interno del prezioso Altare barocco, scoperti durante una ricognizione canonica, nel 1882 al suo interno che, interamente smontato per il recupero dei reperti  nella prima metà del ‘900, è stato ricomposto nei primi anni ’90 del passato secolo sulla parete di fondo del sacello.

Apre verso nuove indagini volte alla conoscenza del sito archeologico del duomo di Napoli,  allo studio storico dei reperti, alla ricerca delle reliquie di Sant’Atanasio I Vescovo di Napoli, mai ritrovate.

Ripropone l’irrisolto quesito agiografico, sollevato dalla scoperta nel 1882, all’interno del sarcofago sottostante l’antico Altare, di reliquie attribuibili al corpo di San Massimo Vescovo di Napoli, per la fascia dedicatoria incisa sul bordo  della Mensa, reliquie che la tradizione ritiene invece inumate  insieme a quelle dei Santi Fortunato ed Efebo (Efremo) nel corpo dell’Altare della basilica catacombale di Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli, dove furono ritrovate nel 1589.

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Mons .Franco Strazzullo, nel 1991, pubblicò un suo studio sul cartibulum e sul sarcofago strigilato, scoperti nel 1882 e recuperati nel 1957: l’occasione fu la ricomposizione del prezioso altare barocco, all’interno della cappella dei Capece-Galeota, intitolata, fin dal tempo della costruzione del duomo angioino al Salvatore Vetere e successivamente anche a Sant’Atanasio I Vescovo di Napoli, alla conclusione dei restauri del ciclo di affreschi che la adornano , ma non fornisce risposta sulla provenienza dei reperti di epoca imperiale, e non motiva  l’occultamento dei reperti al suo interno (cfr. F.Strazzullo, Un Altare barocco e un sarcofago romano nel duomo di Napoli, in: “Rendiconti” della Accademia  di archeologia, lettere, belle arti, Napoli, vol.LXIII (1991-1992).

Era opinione comune che l’Altare della cappella del Salvatore Vetere, antico patronato della famiglia Capece-Galeota contenesse al suo interno consistenti reliquie di Sant’Atanasio I che fu Vescovo di Napoli dall’850 circa  all’872.

Figlio del duca di Napoli Sergio I, che dichiarando la sua investitura ducale ereditaria, rese la Città autonoma dal controllo bizantino, nacque forse nell’832 e fu destinato alla carriera ecclesiastica dal padre, in alternativa al fratello Gregorio, destinato alla carriera politica e che gli successe come Gregorio III duca di Napoli.

Formatosi alla scuola di Giovanni IV detto lo Scriba Vescovo di Napoli   che posto  a capo della Chiesa napoletana dal duca Bono, resse la Diocesi fino all’849 in sostituzione del deposto Vescovo Tiberio (821-839), Atanasio a diciassette anni fu ordinato diacono dallo stesso Giovanni IV e l’anno dopo, a diciotto anni, gli successe nella carica episcopale, come si disse “ab universo clero e omniquae plebe”, ma probabilmente fu eletto alla sede vescovile direttamente dal padre Sergio I (allora la carica episcopale era soggetta alla nomina ducale), che così riusciva a concentrare nelle sue mani il potere civile ed ecclesiastico.

L’anno successivo, comunque, la elezione episcopale di Atanasio I, fu confermata da Papa Leone IV.

Il governo episcopale di Atanasio I fu caratterizzato da un intenso impegno apostolico: diede nuovo impulso alla vita spirituale diocesana; riorganizzò il clero; istituì scuole per i chierici e per i futuri sacerdoti; fondò  e riorganizzò  moralmente i monasteri (quello di San Gennaro foris sito, San Gennaro extra moenia, dove poi fu sepolto, al quale assegnò un Abate e un clero stabile, fu da lui riformato); istituì un Collegio di sacerdoti mansionari, gli Ebdomadari, addetti al servizio liturgico quotidiano nella basilica gemina della Cattedrale e per la collaborazione ai membri del Collegio Capitolare Vescovile; fondò uno xnodochion, cioè un ospizio per i poveri e i pellegrini presso l’ingresso della basilica detta Stefanìa, la basilica gemina della Cattedrale detta Santa Restituta;  si prodigò nella riforma della liturgia diocesana.

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Pietro Provedi (sec. XVI), portella lignea che ritrae Sant’Atanasio I Vescovo di Napoli. (cfr. Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli lignei per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli in: tinodamico.wordopress.com)

Alla morte del fratello, il duca Gregorio III, succeduto al padre Sergio I, l’Italia meridionale e il ducato napoletano in particolare, già soggetto ad invasioni da parte dei bizantini, dei longobardi, dei franchi si alleò con i saraceni di Agropoli, favoriti questi ultimi dal nuovo duca di Napoli, Sergio II, figlio di Gregorio III, filo saraceno ed ariano.

Intorno all’870  si riaccese il conflitto tra l’autorità politica, rappresentata da Sergio II e quella vescovile che, nella difesa della ortodossia romana, tentava la autonomia dal potere politico.

Atanasio fu arrestato ed imprigionato con parte del suo clero, ma contro il duca Sergio II insorse in sua difesa sia il clero latino che il clero greco e, liberato, fu costretto a fuggire dalla Città, riparando temporaneamente nel piccolo cenobio di Castel dell’Ovo da lui stesso riorganizzato, dopo avere sigillato il tesoro della Chiesa di Napoli e comminata la scomunica nei confronti di chiunque lo avesse violato e depredato.

Sergio II che mirava alla sua rapina, aiutato dai saraceni di Agropoli, assaltò la torre di difesa della cittadella vescovile, dove era custodito il tesoro (cfr. L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad Fontes in: tinodamico.wordpress.com) e se ne impossessò.

Atanasio riuscì a fuggire da Napoli per raggiungere Ludovico II re dei Franchi che alleato con al Chiesa romana era in lotta con i bizantini,  e tentava di rompere l’alleanza del duca di Napoli con i Saraceni.

Papa Adriano II (867-872), confermò la scomunica alla Città, ma Atanasio ritenendosi responsabile di essa nei confronti del suo popolo, tentò di raggiungere Roma, dopo un breve soggiorno a Sorrento presso il nipote Stefano, Vescovo della Diocesi, passando per Benevento dove era accampato l’esercito di re Ludovico.

Ottenuta la cancellazione della scomunica, con l’appoggio del Pontefice, riprese il cammino verso Napoli, scortato dal re dei franchi che aveva ricevuto dal Papa l’ordine di ridare al quarantenne Vescovo la autorità che gli era stata usurpata ma, durante il viaggio, si ammalò gravemente nel monastero benedettino cassinese di San Quirico, presso Veroli, dove morì il 15 luglio dell’872.

Fu sepolto nella vicina Abbazia di Montecassino, da dove poi nell’877 il suo corpo fu trasferito a Napoli dal suo successore Atanasio II (877-898) eletto Vescovo della Città dopo un lungo periodo di vacanza di sede, ed inumato nell’oratorio cimiteriale costruito da San Lorenzo Vescovo di Napoli (701-716), presso il portico che congiungeva la catacomba di San Gaudioso con quella di San Gennaro (Cfr. D. Ambrasi, San Severo, un Vescovo di Napoli nell’immediato medioevo, Napoli,1974). 

E. Moscarella (cfr. Sant’Atanasio Vescovo di Napoli, in: Il Rievocatore, n.11/12 – 1978) riferisce che: “…la tomba di S. Atanasio Vescovo di Napoli, fu venerata per circa quattro secoli nell’atrio, o oratorio, o cripta cimiteriale di San Lorenzo Vescovo di Napoli, dove si venerava anche la tomba di San Giovanni IV Lo Scriba, Vescovo di Napoli”.

Questa cripta si trovava nel “portico di San Gennaro” ,che sembra andasse dai pressi della catacomba detta di San Gaudioso a quella detta di San Gennaro,  (cfr vita di Sant’Atanasio, Cod. Corsiniano, della prima metà del sec. XII, proveniente dal monastero napoletano dei Santi Severino e Sossio, e riportato dal Parascandolo in  Memorie storiche-critiche-diplomatiche della Chiesa di Napoli, Napoli, 1847-51)..

E, a proposito della traslazione delle reliquie di S.Atanasio I in duomo, Moscarella  cita D.Mallardo, (cfr. Calendario inedito della Chiesa napoletana, in Rivista di scienze e lettere, Napoli 1932).

Questo calendario è della fine del XIII secolo, e per primo riporta al 5 aprile una celebrazione della traslazione di Sant’Atanasio Vescovo di Napoli; poiché la traslazione da Montecassino a Napoli avvenne il giorno 1 agosto dell’877, se ne dedurrebbe, secondo il Mallardo, che la celebrazione del 5 aprile, dipenda dalla traslazione delle reliquie del Santo dalla zona catacombale al duomo, traslazione avvenuta nel secolo XIII, perché nel Calendario tertulliano, del secolo XII, non è menzionata una traslazione di Sant’Atanasio I.

Le reliquie di S. Atanasio I secondo la tradizione, furono inumate definitivamente, nella cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, di diritto patronale  della famiglia Capece-Galeota, a sinistra del maggiore Altare.

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Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – Pietro Provedi (Sec. XVI), portella lignea che riproduce la traslazione delle reliquie del corpo di sant’Atanasio I dalla Abbazia di Montecassino alla catacomba napoletana.

Molti secoli dopo, nel 1675, Sant’Atanasio I fu annoverato fra i Santi Compatroni di Napoli e del Regno, perché aveva sofferto, pregato ed operato perché le terre del sud d’Italia non venissero islamizzate, come l’Africa di  San Cipriano e di Sant’Agostino.

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Non è solo la vicenda storica e la testimonianza di fede legata alle reliquie di Sant’Atanasio I, né la storia della cappella, strettamente legata,  alla presunta presenza delle reliquie del Santo inumate in essa, l’oggetto di questo saggio, quanto piuttosto  il sarcofago strigilato e il cartibulum sovrastante utilizzato come Altare, che porta incisa sul bordo della Mensa la scritta dedicatoria ad un altro Santo Vescovo napoletano, San Massimo (356-362), inseriti e dimenticati, nella poderosa struttura dell’Altare barocco della cappella realizzato su disegno di Cosimo Fanzago (1591-1678), dopo il 1668 e la probabile risposta al quesito agiografico posto dalle reliquie rinvenute all’interno del sarcofago.

Il cantiere del duomo angioino, si sviluppò incominciando dal settore orientale: la parte più antica dell’edificio risulterebbe essere l’abside con le due cappelle laterali, quella di destra, patronato della potente famiglia Tocco dal 7 febbraio 1370, per concessione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Bernardo III di Rodez (1368-1378) e quella di sinistra, patronato dei Capece-Galeota, nobili del Sedile di Capuana, di cui si hanno notizie fin dal 1170 .

La sepoltura più antica presente all’interno della cappella, è quella di Rubino Galeota, che fu maresciallo del Regno delle due Sicilie, morto l’8 maggio 1412.

15095499_706006519566306_4960896699173512252_nNapoli – Duomo – La cappella del Salvatore Vetere e di sant’Atanasio I.

Il Titolo Dedicatorio del Salvatore Vetere, fu attribuito alla cappella per conservare all’interno della cittadella vescovile, quello che fu il titolo dedicatorio anche della costantiniana basilica Cattedrale napoletana, del IV secolo, intitolata al Salvatore, successivamente ai Santi Apostoli e detta di Santa Restituta dalla metà  del IX secolo, al tempo della inumazione delle reliquie del corpo della Santa africana al suo interno, Titolo Dedicatorio comune anche alla basilica gemina  della Cattedrale, detta Stefanìa e alla intera cittadella vescovile.

Con la costruzione dell’edificio angioino, la Stefanìa fu diroccata e la basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, fu di molto ridotta nella lunghezza delle navate e il Titolo Dedicatorio, comune ai due edifici di culto, anche perché canonicamente costituenti un unico complesso Cattedrale, sarebbe andato definitivamente perduto.

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Una querelle che attraversa un millennio di storia della Chiesa napoletana, contrappose i due Istituti di preti addetti al servizio dell’episcopio.

Nella cittadella vescovile napoletana conviveva un clero gerarchicamente strutturato in un Istituto Capitolare vescovile, i cui membri erano i collaboratori diretti del Vescovo e, clero ufficialmente riconosciuto, i loro nomi erano riportati su una TABELLA affissa nella basilica Cattedrale e detta CAPITULUM e, fino a qualche decennio fa, un clero mansionario, organizzato in un Collegio variamente denominato e detto degli Ebdomadari che a partire dal XVI secolo si fecero chiamare Confratelli del Salvatore, anche se già nel 1213, un documento attesta l’esistenza di una Congregatio Salvatoris fondata o comunque organizzata dal Vescovo di Napoli Sant’Atanasio I, destinata a curare la solenne celebrazione della liturgia quotidiana, ad imitazione di quanto già si faceva a Roma, nella basilica lateranense e di occuparsi di ogni altra attività di ministero in appoggio ai membri dell’Istituto Capitolare di Santa Restituta, in un tempo in cui era in atto una riforma della Chiesa napoletana, oscillante fra Roma e Costantinopoli, avviata già al tempo del Vescovo Stefano II (756-799), per allentare la tensione  fra il clero latino e quello greco: Napoli infatti, Ducato Bizantino, era governata da un Duca eletto dall’Esarca di Ravenna e successivamente dallo Stratega di Sicilia, che spesso esercitava anche il potere vescovile (Cfr. F. Li Pira, La cattedrale di Napoli ed il capitolo dei canonici dalle origini al secolo XV, Università degli Studi Federico II, Dottorato di ricerca in storia – XXI ciclo).

Gli Ebdomadari tennero la loro sede per molto tempo nella cappella del Salvatore, realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, che a partire dal IX-X secolo era andato in disuso, per la modifica della liturgia battesimale e la loro presenza all’interno della basilica di Santa Restituta fu una delle cause che contribuì ad acuire il contrasto fra le due componenti clericali, in lotta per attribuzioni di potere, pompe, rendite e assistenze spirituali.

Per tentare di concludere una vicenda che si trascinava ormai da troppo tempo, alcuni Arcivescovi emanarono disposizioni per disciplinare le attività delle due componenti clericali, riassunte poi nelle Costituzioni Sinodali promulgate dall’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327-1358), nel 1334, confermate dai suoi successori, e parzialmente modificate nel tempo da particolari concessioni e privilegi anche pontifici, all’Istituto Capitolare Vescovile , per accrescerne il potere (Cfr. F. Li Pira, Op.Cit.),  come fece Pietro Tomacelli, Canonico Primicerio del Capitolo Cattedrale napoletano, quando poi divenne  Papa Bonifacio IX (1389-1404).

La definiva intitolazione della cappella dei Capece-Galeota, già dedicata al Salvatore fin dalla fondazione del Duomo angioino, anche a Sant’Atanasio I, avvenne quando l’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1412-1435), nel 1414, concesse privilegi e rendite agli Ebdomadari che probabilmente già “si appoggiavano” in essa e continueranno a farlo, nella convinzione che il sarcofago posto sotto l’antico Altare, conteneva le reliquie del corpo del Santo Vescovo loro fondatore.

A confermare la sede della Congregazione del Salvatore nella cappella dei Capece-Galeota, contribuiscono atti e documenti probanti.

Bartolomeo Chioccareli, nel 1643 (cfr. Antistitum praeclarissimae Neapolitanae Ecclesiae catalogus ab Apostolorum temporibus ad hanc usque nostra aetatem, et ad annum MDCXLIII), scrive: “…Hoc autem Collegium adhuc in Neapolitana ecclesia perdurat, vocaturque Congregatio Hebdomadariorum, quae priscis temporibus Congregatio Hebdamadariorum Sancti Salvatoris veteris nuncupatur, et Sanctum Athanasium eorum fundatorem appellant, ac praedicant, et in eius rei memoriam ab antiquissimis temporibus ea Congregatio hoc sigillo usa est, atque adhuc utitur, ex altera parte est Salvatoris imago, ex altera vero Sancti Athanasii eorum instituitoris, ante illam Hebdomadarij genuflexi cernuntur…”, .e conferma la presenza  di un cimeliarca a capo della Congregazione.

Ma non è la polemica tra i Capitolari e gli ebdomadari che interessa in questa storia, quanto piuttosto, attraverso scritti e documenti, ritrovare elementi probanti o presunti tali, utili a fornire la conferma della tradizione della presunta presenza del corpo di Sant’Atanasio I inumato nell’Altare della cappella, che poi è la origine della intitolazione della stessa anche al Santo Vescovo: corrisponderebbe a questo periodo la collocazione, sulla parete di fondo della cappella, della antica preziosa Icona del Salvatore che cavalca il sole, ai lati della quale furono aggiunte nel ‘400 le due portelle con San Gennaro e Sant’Atanasio I in abiti pontificali (cfr. Tino d’Amico, Il Cristo della parusia che cavalca il globo solare, della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, nel duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com), la cui presenza ab antico è confermata negli Atti della Santa Visita del Cardinale Mario Carafa “…dittam Cappellam fuit inventum inventum habere conam ligneam depittam cun Immagine Salvatoris in medio e a latere cum Imagine S.ti Januarij et a dextro cum immagine S.ti Attanasij…”

15037216_706006489566309_2406488999484896984_nNapoli – Duomo – La cappella del Salvatore vetere e di Sant’Atanasio I dei Capece-Galeota.

In un atto notarile del 5 dicembre 1384 poi, riportato da F. Strazzullo che lo ricava da B. Cantera, documento andato distrutto il 30 settembre 1943 e che era custodito nel Supplemento delle pergamene dei monasteri soppressi, è rogota la donazione da parte dell’Arcivescovo Nicola Zanasio (1384-1389), di uno spazio tra la cappella di San Lorenzo (detta di San Paolo de Humbertiis e successivamente degli Illustrissimi) e la cappella “..B. Athenasii iuxta ymaginem sive figuram Salvatoriis..” ad Enrico e Filippello Loffredo, per fabbricarvi la propria cappella di patronato.

A confermare la notizia della presenza delle reliquie di Sant’Atanasio inumate nella cappella concorre anche la presenza, sulla facciata del duomo, sull’ingresso secondario a sinistra entrando, di una statua di Sant’Atanasio di Antonio  Baboccio da Piperno (1351-1421 c.) e l’attribuzione alla navatella del titolo  identificativo di Sant’Atanasio, come l’altra, la navatella di destra intitolata a Sant’Aspreno, per la presenza del suo corpo inumato nella cappella detta di Sant’Aspreno, patronato dei  Tocco, segnalata con la presenza della statua del Santo Vescovo, dello stesso autore, sulla porta laterale destra.

Agli Ebdomadari fu assegnata nel tempo, anche la cura della antica Basilica di San Giovanni Maggiore e smisero l’utilizzo della cappella quando fu loro concesso, da parte del Cardinale Arcivescovo Francesco Buoncompagni (1621-1641) l’uso di alcune stanze costruite a ridosso della cappella della famiglia Seripando, sul fianco sinistro dell’edificio angioino, accedibili dal Cortile della Curia, poi eliminate durante gli ultimi lavori di restauro al complesso (1968-72).

Napoli – Duomo – Le stanze degli ebdomadari a ridosso della cappella dei Seripando, prima che fossero definitivamente abbattute nel corso dei restauri al complesso, negli anni ’69-’72 del passato secolo.

Già da tempo essi utilizzavano un sepolcro che con decreto del 10 ottobre 1414 dell’Arcivescovo Niccolò de Diano, divenne la loro sepoltura, al centro del coro, che  allora si sviluppava nella navata centrale, dal dossello del trono vescovile, fino alla campata di accesso alla basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

La lapide antica posta sulla sepoltura, che porta sulla fascia dedicatoria la data del decreto del de Diano, è quella murata attualmente alla parete sinistra dell’androne di accesso al Duomo dal Cortile della Curia: fu posta alla bocca della sepoltura al tempo dello stesso Arcivescovo in concomitanza con alcuni lavori e con la dedicazione del nuovo Altare al centro del transetto all’Arcangelo Michele e a San Gennaro, l’8 maggio del 1412 e che era ancora al suo posto al tempo della Santa Visita del 1574, del Cardinale Arcivescovo Mario Carafa (1565-1576).

Napoli – Duomo – Cortile della Curia – La antica lapide sepolcrale degli ebdomadari.

La lapide antica fu sostituita con la attuale, posta al tempo dei rifacimenti all’interno del duomo, disposti dal Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1754) conseguente il disastroso terremoto del 1732 e della sua replica del 1733.

Nella parte descrittiva del duomo di Napoli, gli Atti della Santa Visita del Cardinale Carafa, (1574) citano il sarcofago strigilato ed il cartibulum posto al centro del piccolo presbiterio, ancora utilizzato come Altare della cappella di patronato: “…accessit ad visitandam cappellam sub vocabulo S.ti Salvatoris Veteris, que construtta est inter dictum Altare de domo Loffredo et sepulcrum Ill.mi Cardinalis Buczuti nuncupati. In medio huius cappelle inventum fuit altare cum tabula marmorea desuper sita supra quatuor arpias marmoreas, et a tergo ditti Altaris est quedam cancella ferrea, et perquisitus dittus sacrista quid sibi velit illa cancella ferrea in altari posita, dixit adesse tumulatum in ditto Altari Corpus S.ti Attanasij olim Episcopi neap. et patroni ditte Civitatis, et quod de hoc sit publica vox et fama…” (Cfr. Curia Arciv. di Napoli, Archivio di Santa Visita, Atti dell’Arc. Mario Carafa, vol. II fol.121 t°).

Domenico Confuorto (Cfr. Giornali di Napoli dal 1679 al 1699, a cura di Nicola Nicolini, Napoli 1930), relaziona sulla Visita Pastorale fatta al duomo il 13 aprile1692, dal Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702):

L’Arcivescovo, dopo avere visitato il tabernacolo che, dal 1597, il Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) aveva tolto dall’Altare maggiore del duomo che era al centro del transetto quando realizzò il nuovo Altare nell’abside, e che era una cassetta di legno posta ai lati dell’Altare, e che aveva posto  sull’ Altare Mensa della cappella Gapece-Galeota che da allora era diventata la cappella per la custodia e l’adorazione del Santissimo Sacramento secondo le nuove disposizioni liturgiche del Concilio di Trento (1545-1567), osservò la pietra sacra dell’Altare e “…poi vi andò da dietro e riconobbe il luogo dove stava sepolto il corpo di Sant’Attanasio…” .

L’Altare barocco che racchiudeva al suo interno il cartibulum ed il sarcofago romano, fu realizzato certamente dopo la Santa Visita del Cardinale Arcivescovo Giacomo Cantelmo Stuart, quando i due preziosi reperti erano ancora al centro della cappella, al loro posto  nel 1692, perché li vide il Cardinale Cantelmo.

L’Istituto dei Preti Mansionari, i Confratelli del Salvatore, successivamente detti Quarantisti, fu ristrutturato nel 1957, con Decreto del Cardinale Arcivescovo Marcello Mimmi (1952-1958) e poi definitivamente recentemente soppresso.

La cappella ha alle pareti un ciclo di affreschi quasi illeggibili del 1677, molto rovinato dalle infiltrazioni d’acqua piovana dai tetti, eseguiti da Andrea di Lione (1610-1685), come risulta dalle polizze di pagamento del Banco di Pietà (Cfr. Giornale copia-polizze mtr. 728/24.8.1672), che rappresentano episodi della vita di Sant’Atanasio I.

Completo le necessarie notizie sul sito, ricordando che la lampada eucaristica oggi pendente dal vertice dell’ogiva di ingresso alla cappella patronato della famiglia Tocco, la prima a destra del maggiore Altare e intitolata a Sant’Aspreno, primo Vescovo di Napoli, le cui reliquie sono venerabili attraverso una fenestrella confessionis aperta sul postergale dell’Altare settecentesco, oggi luogo per la custodia e l’adorazione delle Specie Eucaristiche, per la inagibilità della cappella Capece-Galeota,  fu posta davanti all’Altare del Santissimo Sacramento, per ricordare il Primo Congresso Eucaristico Nazionale, celebrato a Napoli nel 1891, incentrato sulla Eucaristia ed il suo culto ed è auspicabile il ritorno del prezioso manufatto al suo posto originario.

Napoli – Duomo – Cappella Tocco o di Sant’Aspreno – L’urna settecentesca contenete le reliquie del corpo del primo Vescovo di Napoli .

L’edicola posta sulla destra, chiusa da una grata, fu realizzata nel 1888, per contenere la preziosa reliquia del piede di sant’Anna  (tre piedi !) ed altre reliquie provenienti dalla cappella del palazzo Tocco di Montemiletto pervenuto in proprietà insieme al trasferimento dei titoli alla famiglia Capece-Galeota, a seguito di matrimonio contratto nel 1806 da Francesco con Maria Maddalena Tocco Cantelmo Stuart, titoli e proprietà riconosciuti nel 1888 e 1889.

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Ricorrendo il primo millennio della morte del Vescovo di Napoli Sant’ Atanasio I (circa 849-circa 872), si costituì una Commissione presieduta da Mons. Gennaro Aspreno Galante (1842-1923), sacerdote, storico e archeologo di fama internazionale, Canonico del Capitolo Cattedrale, per la ricerca di ciò che restava del suo corpo, perché reliquie del suo cranio già dal 1620, erano custodite in un busto reliquiario d’argento di Tommaso Montani, allievo del Naccherino (1550-1622) e dei fratelli vicentini Cristoforo e Giandomenico Monterossi, attivi a Napoli certamente dal 1588, nella cappella del Tesoro di San Gennaro, realizzato in sostituzione di un più antico reliquiario ligneo, conservato fino ad allora nel tesoro vecchio del duomo,  in cima alla torre scalare sinistra della facciata.

Trascorsero diversi anni prima che la Commissione di studiosi ed archeologi potesse incominciare le ricerche delle reliquie del corpo del Santo Vescovo, dove la tradizione le poneva e venerava, nella cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I,  per un susseguirsi di vicende storiche sfavorevoli, non ultima la morte dell’Arcivescovo del tempo, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1846-1877).

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, nei primi anni del passato secolo, con l’Altare barocco, ricomposto dopo la ricognizione canonica del 1882, delle reliquie conservate al suo interno.

Finalmente il 26 e 27 giugno 1882, alla presenza del nuovo Arcivescovo, il Cardinale Guglielmo Sanfelice (1878-1897) si procedette alla ricognizione delle reliquie dei Santi Vescovi Stefano I, Lorenzo e Giuliano, custoditi nell’Altare fanzaghiano, e si diede inizio alla ricerca di ciò che restava del corpo di Sant’Atanasio I che la tradizione collocava al suo interno.

Niente e nessun documento lasciava supporre la sorpresa, per quanto contenuto all’interno  del prezioso Altare, e che spiazzò i membri della Commissione di archeologi costituita per la ricognizione canonica e presieduta dall’Arcivescovo Sanfelice.

Napoli – Duomo – La antica fenestrella confessionis restrostante l’Altare fanzaghiano, rimossa e abbandonata nel cortile della Curia.

La sera del 26 giugno ci fu una prima semplice esplorazione del sito e dell’Altare fanzaghiano e attraverso la fenestrella confessionis del retroaltare si tentò di osservare l’interno della cassa.

Fu aperto il solo lato sinistro dell’Altare barocco e si intravide parte di un antico Altare.

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I – Fasi del recupero dell’antico Altare nel 1957.

Il giorno seguente, 27 giugno, a tarda ora, si continuò l’esplorazione dell’Altare: fu rimosso il paliotto e si notarono prima i trapezofori e poi l’antica Mensa che sostenevano, che presentava sulla fascia anteriore una iscrizione latina seguita da una Croce monogrammatica,  che strabiliò la Commissione di esperti.

Il sarcofago risultò contenuto fra due lastre di marmo, aperte in  alto con un tondo protetto da una grata di ferro: una lastra superstite, giace nel cortile della Curia.

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio – Fasi della ricognizione canonica e del recupero dei resti dell’antico Altare, nel 1957,  contenuti nell’Altare barocco. Si nota la fenestrella confessionis.

Rimossa la parte anteriore, apparve nella sua interezza il sarcofago romano e il sovrastante cartibulum, utilizzato come Altare.

Eseguita la ricognizione canonica delle reliquie il sarcofago fu nuovamente chiuso e sigillato e il giorno successivo 28 giugno, fu interamente ricomposto l’Altare barocco nascondendo al suo interno nuovamente i preziosi reperti.

Mons. Gennaro Aspreno  Galante redasse un accurato verbale della ricognizione-indagine archeologica che portò alla scoperta, all’interno dell’Altare barocco, del  sarcofago del III secolo, posto fra una coppia di trapezofori del I secolo, che reggevano una Mensa marmorea che da un lato, sul bordo, recava la scritta, ascrivibile alla seconda metà  IV-V secolo: MAXIMUS EPISCOPUS QUI CONFESSOR, seguita da una CROCE MONOGRAMMATICA.sdc11907

Napoli – Duomo – Il cartibulum ed il sarcofago strigilato cosi come appare oggi, al centro del presbiterio e, sulla parete di fondo della absidiola, il ricostruito Altare barocco.

“27 giugno 1882: “Hodie occidente dei solus petivi aedem cathedralem…..(segue elenco partecipanti alla ricognizione)…ad S. Athanasii sacellum accessit sub horam noctis primam. Adhibitis  aliis quoque tribus fabris,…coram Antistite nobisque omnibus,…antica pars altaris everti cepit; avulsa primum tabula marmorea, deinde lapidea congerie, vetus altare spectatur, magnam praeseferens vetustatem. Scilicet duo griphi alati, qui classicam, non mediaevi, aetatem reddebant, marmoream mensam sustinebant, cuius labrum hac epigraphe inscriptum erat: MAXIMUS EPISCOPUS QUI ET CONFESSOR (segue incisa una Croce monogrammatica). …Inter trapezophoros et supermixam mensam marmorea tabula obducta erat instar transennae haud tamen perforatae, fenestrella aderat, non tamen orbicularis in medio, sed arcuata ad imam transennae partem, ferreis clathris ferreoque reticulo obserata. Transenna amoveri non potuit quin prius frangeretur, qua tandem amota apparuit sarcophagus, veteri Romanorum more, ut ajunt, constructus, qui quidem ethnico primum usui destinatus postea abrasis imagungulis, titulo aliisque ornamentis, christiano tumulo inservit….Nullus sarcophago inscriptus erat titulus. Tum maceriem inter et pulverem Dominus meus mensam subiit, et sarchophago adhaerens aperiri iussit: amodo caute aperculo, me proprius accedente, apparuit ossium ac pulveris congeries linteo albo obtecta, quod imas oras acu pictas et fimbriis exornatas habebat; duae poitissimum tibiae dignoscebantur, vasculum etiam ligneum et patera fictilis minoribus ossibus plenas erant, lignei in super loculi fragmenta, et soleae frustula….Observatus iterum sarcophagus plumbo obsignatus est….anceps haerebam utrum Athanasii solius an ipsius cum caeteris tribus, Stephano, Juliano et Laurentio, lipsana, an revera Maximi ossa reperto sarcophago tegentur. Sagrista altaris structuram eadem ipsa nocte iterum componere studebat, quae tamen in crastinum amandari debuit.”. (cfr. Bellucci A. Onoranze alla venerata memoria di Mons. G.A. Galante, Napoli, 1925). e la memoria della ricognizione è in una pergamena conservata presso la Curia Arc. di Napoli, Archivio della Santa Visita, fondo pergamenaceo n.70.

Sorrento – Basilica di Sant’Antonio – tela del 1778 di Carlo Amalfi: Sant’Atanasio I.

La Commissione, non avendo trovato documenti probanti delle reliquie di Sant’Atanasio I, e non essendo nemmeno certa di chi fossero i frammenti ossei ritrovati, composti in nella ciotola di terracotta di epoca angioina, e quelli frammisti a terriccio, parzialmente raccolti dall’interno del sarcofago, ritenne opportuno, anche per  non disorientare i fedeli, ricomporre l’Altare barocco, nascondendo nuovamente al suo interno cartibulum e sarcofago,

sdc11908Napoli – Duomo – Uno dei due trapezofori che reggono la Mensa del cartibulum.

L’Arcivescovo Sanfelice demandò  al Vescovo di Nocera, Mons. Luigi del Forno (1885-1912), presente a Napoli per la sua consacrazione episcopale,  la riconsacrazione del violato Altare, il 12 ottobre 1885, ridedicandolo al Santissimo Salvatore e a Sant’Atanasio I, ponendo al suo interno alcuni frammenti ossei dei corpi di San Massimo, San Gaudioso, Santa Lucia, San Gregorio Magno, in una capsella plumbea recentemente da me ritrovata  all’interno della lipsanoteca sinistra della cappella delle Reliquie del Duomo di Napoli, dove fu riposta nel 1957, quando l’altare barocco fu definitivamente smontato per il recupero dei reperti archeologici che conteneva.

I reperti ossei rinvenuti all’interno della lenos, certamente ricoverati nella cappella reliquiario del duomo, insieme alla ciotola  angioina, non sono stati da me reperiti, all’interno delle lipsanoteche.

Durante la attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di reliquie dei Santi e Beati, depositate nella cappella reliquiario del duomo, ho ritrovato la ciotola che fu rinvenuta all’interno del sarcofago nel 1882 e che conteneva frammenti ossei attribuiti dalla tradizione al corpo di Santr’Atanasio I (almeno dal 1300) e anche da Mons. G.A.Galante, oppure al corpo di  San Massimo, come proposto dall’Arcivescovo Sanfelice a motivo della fascia dedicatoria scolpita sul bordo anteriore della Mensa, che per confermare la sua tesi, prelevò alcuni di essi che incapsulò in una teca autenticandoli come reliquie di San Massimo.

Prevalse il parere dell’Arcivescovo su quello dello storico e archeologo, che in ossequio alla volontà del suo Vescovo fece apporre sul bordo interno della ciotola, la scritta identificativa del suo presunto contenuto al momento del suo ritrovamento nella lenos: VAS IN QUO FRAGMENTA CORPORI S. MAXIMI EP. QUI ET CONFESSOR INVENTA SUNT A. 1882, senza alcuna certezza scientifica o storica.

Il Galante, infatti, nel suo verbale della ricognizione canonica del 1882, precisa che lui stesso cercò all’interno del sarcofago qualche elemento identificativo che consentisse comunque una  qualunque attribuzione.

sdc11979Napoli – Duomo – Cappella reliquiario – La ciotola angioina rinvenuta nel sarcofago strigilato. (Cfr. Tino d’Amico – La ciotola angioina del reliquiario del duomo di Napoli e le reliquie di San Massimo in Sant’Efremo Vecchio dei Cappuccini di Napoli in: tinodamico.wordpress.com).

Circa ottant’anni dopo, l’archeologo napoletano, il Sacerdote Domenico Mallardo (1887-1958), ottenne dal Cardinale Marcello Mimmi, Arcivescovo di Napoli (1952-1958) di riprendere la ricerca archeologica nella cappella, anche per recuperare il prezioso cartibulum ed il sarcofago, rimasti nascosti nell’Altare barocco, demandando ad una Commissione scientifica, lo studio dei reperti ossei. 

Il 14 maggio 1957 l’Altare fanzaghiano fu interamente smontato e fu riportato alla luce il cartibulum e il sarcofago strigilato che fu interamente svuotato dei residui di terriccio contenente ancora sospesi frammenti ossei anonimi che, raccolto, imbustato e conservato altrove, e recentemente da me  collocato nella lipsanoteca sinistra della cappella delle reliquie del duomo di Napoli, dove già da tempo era stata depositata anche la ciotola angioina, fortunatamente integra e da me recentemente ritrovata, e i reperti ossei raccolti dal suo interno nel 1882, che non ho ritrovato (Cfr. Tino d’amico, La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “vestibolo del paradiso” in, tinodamico.wordpress.com)

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo o di San Paolo degli Humbertiis detta anche “degli Illustrissimi Preti di Propaganda”: i pezzi dell’antico Altare barocco in deposito al suo interno, prima della ricomposizione nel 1990-91.

Cartibulum e sarcofago rimasero al loro posto originario, almeno dalla seconda metà del 1300, al centro della cappella dei Capece-Galeota e fu recuperata anche una parte dell’antico pavimento della cappella di riggiole napoletane del ‘500.

Napoli – Duomo – Cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio – Lacerticoli dell’antico pavimento quattrocentesco.

L’Altare barocco, invece, fu temporaneamente depositato nella vicina cappella di San Lorenzo detta degli Illustrissimi Preti di Propaganda, per essere poi recentemente ricomposto sulla parete di fondo della cappella che lo conteneva dopo un intervento di restauro al ciclo di affreschi e al luogo, disposti dall’Arcivescovo di Napoli il Cardinale Michele Giordano (1987 – 2000).

Resta comunque aperta ogni ipotesi  circa la attribuzione delle reliquie rinvenute all’interno del sarcofago: se appartengono al corpo di Sant’Atanasio o al corpo di San Massimo.

Qualora esse venissero ritrovate, potrebbero essere sottoposte ad accertamenti utilizzando i moderni metodi di datazione e comparazione, e determinare se esse appartengono al corpo di un anziano, vissuto nel IV secolo, San Massimo il cui corpo à venerato in Sant’Efremo vecchio dei cappuccini di Napoli, dove fu trasferito al tempo della costruzione del duomo angioino, oppure, ipotesi da non escludere, i reperti ossei recuperati all’atto della ricognizione canonica, appartengono al corpo di un uomo della apparente età di quarant’anni,  vissuto nel IX secolo, a Sant’Atanasio I , considerando che la tradizione attribuisce la presenza del corpo di Sant’Atanasio I nel duomo di Napoli nella cappella a lui intitolata fin dal tempo della costruzione dell’edificio angioino.

A tal proposito ritengo utile riportare la relazione che fra Evangelista da Lecce inviò al Vescovo di Sorrento Mons. Paolo Regio, dopo la scoperta dei presunti resti dei Santi Efebo, Fortunato e Massimo nel corpo dell’Altare della chiesa catacombale di Sant’Efremo  Vecchio dei Cappuccini di Napoli, nel 1589.

Ecco quanto scrisse in data 16 dicembre 1589 a Mons. Paolo Regio il P. Evangelista da Lecce: “… una sera delli XX del mese passato di Novembre a’ due hore di notte, essendo andato nel predetto luogo di Sant’Eufebio a questo effetto:…..si cominciò a rompere un poco detta fabrica, o cascia,… si cominciarono à scoprire certi pezzi di marmo a guisa di mattoni  sottili un dito, o più o meno; chi più lungo d’un palmo, chi meno. Tra i quali vi fu uno di più grossezza circa tre dita, con certe lettere concave, che dicono: HIC REQUI…Ma non si può leggere si seguita scit o scunt; perchè è rotto. Appresso cominciarono a scoprirsi le benedette ossa in tanta quantità, che bastano à fabricare un corpo humano integro; fuor che la testa che si pretende esser quella, che stà nel Thesoro dell’Arcivescovado di Napoli. Havemo di ben ritrovata una parte di mascella, con uno o due denti molari:….Il seguente giorno fecimo intendere questo successo a Monsignore Reverendissimo Alessandro Gloriero,Chierico di Camera, Nuncio di Sua Santità…et in sua presentià si sfabricò tutto il detto altare grande perpendicolare; et ivi si ritrovò un altro corpo senza testa, qual pur si dice, che sta nel medesimo Thesoro dell’Arcivescovado di Napoli….et ivi stette tanto, finchè s’è trovato il terzo, che fu (come tenemo) San Fortunato, con la testa et con lo corpo integro…”.

Il Nunzio Gloriero, relazionò all’allora Pontefice, Papa Sisto Vi, il quale approvò il ritrovamento ed ordinò che i tre corpi con ogni debita riverenza fossero ben custoditi finchè ad essi si potesse dare una più onorevole sepoltura.

Il padre cappuccino F. Mastroianni, a commento di quanto riportato dal Bellucci nel testo citato, circa il ritrovamento dei tre corpi all’interno dell’Altare della chiesetta catacombale conventuale riferisce che con essi non fu trovato elemento identificativo per autenticare le reliquie e riferisce anche di un documento conservcato nell’Archivio Segreto Vaticano, Registro CCCCXIV Nicolai V, de Curia, lib. IX, tom. XXX, del 1450, che parla  della esistenza della chiesa catacombale, ma non della esistenza dei tre corpi inumati in essa.

Nel 1591, fu costruito nella chiesa di Sant’Efremo Vecchio un nuovo Altare maggiore di marmo, e sotto la Mensa vennero collocate le reliquie in due distinte casse di piombo: in una si posero leossa ed i frammenti di Sant’Efebo, nell’altra quanto era rimasto di quelle di San Fortunato e di San Massimo. (cfr. A. Bellucci, La catacomba di sant’Eufebio presso il convento cappuccino di Napoli, Edizione a cura di Fiorenzo Mastroianni, napoli 2001).

Cesare d’Engenio Caracciolo in Napoli sacra, opera pubblicata nel 1624, per garantire l’autenticità dei tre corpi, inventa il ritrovamento con essi di una piastra di piombo identificativa, sconosciuta agli stessi padri cappuccini e agli autorevoli testimoni presenti allo scoprimento dei tre corpi.

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Devo necessariamente riferire che nel mese di febbraio 2015, il Cardinale Arcivescovo di Napoli, Mons. Crescenzio Sepe, dispose il restauro dell’ipogeo che custodisce le salme imbalsamate di alcuni Vescovi di Napoli ed altri deceduti in  città.

Provvidi su proposta capitolare, a redigere un elenco ordinato secondo il cronologico delle varie date di deposito, corredato di necessarie notizie biografiche delle salme chiuse nei sarcofagi, come prescrive il Codice di Diritto Canonico e le norme igieniche relative alle sepolture.

Furono sistemati nell’ipogeo restaurato, anche un cofano funebre contenente ossame, raccolto da antiche sepolture del duomo,due cassette di zinco sigillate, contenenti altro ossame anonimo e tre altre cassette di legno, anonime, contenenti resti mortali di tre individui e alcuni canopi contenenti parti molli umane, residui di imbalsamazioni, ormai disseccate.

La raccolta di questi resti umani anonimi, è dovuta forse al Decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721, che vietava la presenza di corpi di defunti in sepolcri rialzati da terra, oppure essi furono variamente recuperati durante lavori ottocenteschi all’interno del duomo.

Con i cofani funebri e le casse contenenti ossame, temporaneamente riposte nella cappella funebre del Cardinale Alfonso Castaldo nello spazio della cripta di San Gennaro, fu riposta e da me osservata anche una cassetta-contenitore del tipo di quelle utilizzate nei laboratori scientifici per contenere reperti da esaminare, chiusa, mancante di chiave, con toppa ottonata.

Potrebbe contenere i reperti ossei raccolti dal sarcofago e composti al suo interno per l’esame della Commissione scientifica costituita nel 1957, il cui esito  non è stato mai comunicato.

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Franco Strazzullo (cfr. Saggi storici sul duomo di Napoli.  Napoli 1959) dedica un ampio capitolo alla “questione agiografica” relativamente alla presenza di presunte reliquie del corpo di San Massimo nella chiesetta  catacombale di Sant’Efremo vecchio dei cappuccini di Napoli  e nell’Altare della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I.

Dopo un lungo escursus storico sul peregrinare delle reliquie sia di San Fortunato I e di San Massimo dalla basilica estramurara nella valle della Sanità, riferendosi agli studi di Domenico Mallardo, che afferma il trasferimento nella basilica Stefanìa al tempo del Vescovo di Napoli San Giovanni IV detto lo Scriba, che ripose i corpi di San Massimo e di San Fortunato nell’oratorio esterno al corpo della Stefania, accedibile comunque dall’interno della basilica. ponendoli simmetricamente, quello di Fortunato I “parti dextrae introeuntibus, sursum, ubi est oratorium”; quello di San Massimo “in partis levae introeuntibus , si pone una domanda che appare legittima: perché i corpi dei tre Santi furono poi più volte trasferiti per ritornare, almeno quello di Sant’Efebo, alla sua iniziale sepoltura: la sua catacomba, atteso che San Giovanni IV trasferì nella Stefania anche i corpi dei Santi Vescovi Aspreno, Epitimito, Marone, Agrippino, Efebo, Fortunato I, Giovanni I e Sotero?.

Napoli – Duomo – Il cartibulum e il sarcofago strigilato.

E quali documenti o elementi probanti garantirebbero la  attribuzione ai tre Santi Efebo, Fortunato I e Massimo, le  reliquie recuperate nel 1589 dall’Altare della chiesetta catacombale intitolata a Sant’Efebo: non pare sufficiente la incompleta relazione del Cappuccino Evangelista da Leccio al Vescovo Paolo Regio, nella quale parla del ritrovamento di corpi e non di possibili elementi identificativi, considerando anche la non convinzione di F. Strazzullo del trasferimento delle reliquie (almeno di San Massimo) in concomitanza con la costruzione dell’edificio angioino, mancando copia del decreto, da più parti citato, della disposizione di Carlo II al trasferimento dei corpi dei Santi Vescovi  dalla diroccanda Stefania, altrove, decreto andato distrutto nell’incendio appiccato dai nazisti in fuga nel settembre del 1943 ai documenti della cancelleria angioina, conservati nell’Archivio di Stato.

C’è da dire inoltre che spesso è citata la presenza del cranio di San Massimo in duomo, ma  esso è confuso con quello di San Massimo Cumano, che era conservato nello stipo delle reliquie sull’Altare della Sacrestia Maggiore, in una teca di argento, che poi fu fusa durante il decennio francese (1806-1815) e la reliquia andata smarrita nella cappella reliquiario, e nessun elemento identificativo mi consente di attribuire a San Massimo Cumano  o San Massimo Vescovo di Napoli e Confessore uno dei due crani da me ritrovati all’interno di una lipsanatoca, perché l’altro cranio, presenta caratteristiche anatomiche che contribuiscono ad assegnarlo al corpo di una donna.

Nello stesso errore di persona incorre il redattore della TABELLA riportata successivamente.

Reliquie di Sant’Atanasio I, forse del suo capo, sono nella Cappella del Tesoro di San Gennaro, dove sono anche reliquie di sant’Efebo, ma non di San Massimo.

A tal proposito cito dalla TABELLA SACRARUM RELIQUIARIUM QUAE IN HAC METROPOLITANA OSSERVANTUR ET DIERUM QUIBUS PUBBLICAE VENERATIONI EXPONENTUR, redatta dal Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart, Arcivescovo di Napoli (1691-1702), fatta murare all’ingresso della Sagrestia maggiore del duomo e che,  dopo varie peregrinazioni è attualmente posta sulla parete sinistra della cappella funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), retro sagrestia del duomo:

Mense aprile: die V, caput S. Athanas P. in capp. tehesauri.

Mense maio: die XXIII, caput S. Eupheb. Ep. N. et P. in capp. tehesauri.

In sacello sacristiae maioris – mense octobri – Die XXX, caput S. Max. in statua argent.

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Mons. Domenico Ambrasi (op. cit.) descrivendo le fondazioni del Vescovo di Napoli San Severo (364-410), riportate nel Chronicon Episcoporum neapolitanorum, di Giovanni Diacono, dice che esse furono quattro basiliche, di cui due certamente individuate: quella  urbana della regione di Forcella, detta di San Giorgio Maggiore e quella dell’area cimiteriale, la piccola basilica di San Severo, eretta come luogo per la sua sepoltura, poco distante dalla basilica di San Fortunato, di fronte a quella di San Gaudioso, citando successivamente la fondazione del complesso degli edifici battesimali adiacenti la costantiniana basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, il cui battistero risulta essere il più antico d’occidente.

L’indicazione precisa dei luoghi permise al Mallardo di individuare nella antiche strutture murarie visibili in alcuni locali terranei del vicolo dei Lammatari, a Napoli, nei pressi della basilica di Santa Maria della Sanità, ciò che restava della basilica severiana e, dice, ancora Ambrasi, che in essa furono inumati i corpi dei  Santi Vescovi napoletani Fortunato  e Massimo.

San Massimo, Vescovo di Napoli, menzionato in alcuni documenti del 355, svolse probabilmente il suo servizio episcopale tra il 347 3 il 359.

Difese i decreti del Concilio di Nicea, del 325, opponendosi all’arianesimo, la cui eresia raccoglieva adesioni fra il clero, le autorità civili e la gente comune della sua Napoli, che era indotta ad aderirvi.

Per la sua strenua difesa della ortodossia nicenea, tra il 355 e 356, fu esiliato in  oriente, insieme ad altri Vescovi che come lui combattevano l’arianesimo e sostituito dall’ariano Zosimo fra il 355 e il 363.

E’ considerato per questo martire e confessore della fede e il suo culto è legato all’episcopato di San Severo (364-410) che riportò dall’Africa a Napoli le sue spoglie mortali.

Venerato come Santo dalla Chiesa napoletana, il Calendario marmoreo del IX secolo ne fissa la memoria liturgica al 21 di aprile: N(a)T(ale) di S(an) MASSIMO V(esco)VO CON(fessore).

Il suo culto fu definitivamente confermato il 12 settembre 1840 dalla Sacra Congregazione dei Riti.

La scritta posta sulla fascia anteriore della Mensa del Cartibulum, ascrivibile al IV-V secolo, potrebbe in realtà essere di epoca successiva, quando i resti mortali di San Severo, San Fortunato e San Massimo, dalla basilica sepolcrale di San Severo furono trasferiti nella basilica del Salvatore detta Stefania, la basilica gemina della Cattedrale napoletana detta di Santa Restituta,  al tempo del Vescovo di Napoli San Giovanni IV detto lo Scriba (842-872)

Secondo Giovanni Diacono il corpo di San Fortunato fu deposto in un oratorio esterno al corpo di fabbrica della ecclesiae Stefaniae partis dectere introeuntibus sursum e quello di San Massimo in oratorio ecclesiae Stefaniae parte laevas introeuntibus, ma non dice da chi e quando, probabilmente, come ritiene D. Mallardo dal Vescovo San Giovanni IV lo Scriba (842-849)  , che trasferì nella basilica anche i corpi dei Santi Vescovi Aspreno, Epitimito, Marone, Agrippino, Efebo, Giovanni I e Sotero.

Forse il sarcofago con il corpo di San Massimo fu posto nello stesso oratorio e su di esso fu posto, come Altare, il cartibulum: dall’oratorio adiacente la Stefanìa il sarcofago, vuoto delle reliquie di San Massimo, e il sovrastante Altare, fu trasferito altrove alla fine del 1200, quando insieme alla basilica Stefania furono diroccate anche le costruzioni adiacenti, per far posto al duomo angioino.

Napoli – Chiesa di Sant’Efremo dei cappuccini di Napoli – Fenestrella confessionis del Maggiore Altare che consente di venerare le reliquie dei Santi Vescovi Efebo, Fortunato I e Massimo.

Ciò che restava del corpo di San Massimo, tranne il suo cranio, fu poi trasferito ed inumato dove poi fu ritrovato, nella catacomba costruita da Sant’Efebo che fu Vescovo di Napoli circa nel 250.

Stessa sorte toccò alle reliquie di San Fortunato I ad eccezione del suo cranio

Napoli – Duomo – Cappella delle reliquie – Pietro Provedi, (sec. XVI), portella lignea che ritrae sant’Efebo.

Sant’Efebo fu Vescovo di Napoli tra la fine del III e gli inizi del IV secolo: poco o nulla si conosce di lui.

Il nome gli attribuisce un bell’aspetto; fu taumaturgo e si dice di lui che difese strenuamente la comunità cristiana a lui affidata.

Fu sepolto nella catacomba a lui intitolata, da dove il suo corpo, forse nel IX secolo fu trasferito nella Stefania al tempo del Vescovo Giovanni IV lo Scriba, da dove poi fu riportato nuovamente nella sua catacomba.

Il calendario marmoreo lo ricorda al 23 maggio: DEP(osizione) di S(ant’)EFEBO V(esco)VO.

Sulla catacomba di sant’Efebo, fu costruito al posto di una più antica cappella, nel 1530, il convento dei Cappucini e la chiesa di Sant’Efremo, corruzione popolare di Sant’Efebo, nel cui Altare maggiore, o comunque nelle sue immediate adiacenze, furono poste accanto a quelle di Sant’Efebo e di Orso I, Vescovo di Napoli, nipote e successore di San Severo,  le reliquie dei corpi dei Santi Fortunato e Massimo, ritrovate poi nel 1589, prive del cranio.

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Rimasero probabilmente tra i materiali di risulta, accantonati nel cantiere del costruendo duomo, il cartibulum e il sarcofago  che una volta terminati i lavori per la costruzione dell’edificio, furono utilizzati per fornire di un prezioso Altare la cappella dei Capece-Galeota e all’interno del sarcofago furono, forse, poste le reliquie del corpo di Sant’Atanasio I.

La cappella dei Capece-Galeota, fu intitolata fin dalla fondazione del duomo angioino, al Salvatore Vetere  e successivamente fu intitolata anche a Sant’Atanasio I, mai a San Massimo;  la successiva intitolazione anche a Sant’Atanasio e la tradizionale venerazione delle sue reliquie nella cappella,  fa supporre la loro presenza, inumate nel sarcofago sottostante l’Altare.

Mons. G. A. Galante era  convinto che le reliquie rinvenute nel sarcofago appartenevano al corpo di Sant’Atanasio I, come la tradizione garantiva e la venerazione portata ad esse durante le documentate Sante visite degli Arcivescovi, nel corso degli ultimi secoli, anche perché le reliquie del corpo di San Massimo erano in Sant’Eframo Vecchio dei cappuccini ed erano oggetto di venerazione in quel luogo, dove erano state ritrovate e riconosciute tali.

Il cartibulum  poi, chiaramente frutto di assemblaggio di reperti antichi ed il sarcofago, recuperati dal cantiere del duomo angioino, e utilizzati per fornire di un Altare  di pregio la cappella del Salvatore Vetere dei Capece-Galeota e forse per contenere i resti mortali di Sant’Atanasio I, trasferiti dall’oratorio adiacente la basilica di San Gennaro extra moenia, dagli Ebodomadari che in quella cappella erano stati stabiliti come sede,fin dal tempo della inaugurazione dell’edificio.

Per l’archeologo Galante, il titolo sepolcrale identificativo di san Massimo inciso sull’orlo anteriore della Mensa, non era stato scalpellato e sostituito, magari con quello di Atanasio I.

Come sul finire del ‘600, la secolare polemica tra i Capitolari e gli Ebdomadari aveva assunto toni accesi,per cui i preziosi reperti e il sarcofago che la tradizione riteneva contenitore delle reliquie del corpo di Sant’Atanasio insieme al cartibulum fu nascosto all’interno del nuovo Altare barocco, e si decise anche di limitare il culto delle reliquie del Santo Vescovo nel giorno della sua memoria liturgica nella sola cappella del tesoro di San Gennaro, e quelle di san Massimo nella sagrestia maggiore, secondo il dettato della TABELLA SACRARUM RELIQUIARIUM, compilata dall’Arcivescovo Cantelmo Stuart, così per l’Arcivescovo Sanfelice che per non alimentare nuovamente la polemica tra le due componenti clericali, finalmente placata, prevalse la scelta di far tempestivamente ricomporre l’Altare barocco nascondendo i preziosi reperti al suo interno: la prudenza prevalse  su qualunque altro interesse culturale e cultuale: a conferma de quo, autenticò anche frammenti ossei  che incapsulò in un reliquiario sposto nella cappella delle reliquie del duomo, identificandoli come reliquie di San Massimo e similmente dispose  perché sul bordo interno della preziosa ciotola angioina rinvenuta all’interno del sarcofago, fosse riportata la nota identificativa del contenuto al momento del suo ritrovamento cioè i presunti “frammenti del corpo di San Massimo”.

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Napoli – Duomo – Cappella reliquie.

Intitolò però, il Sanfelice, la cappella dei Capece-Galeota nuovamente al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I.

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Il cartibulum era il tavolo generalmente rettangolare, solitamente costituito da un piano di marmo sorretto da trapezofori, che nella domus, era posto nellatrio, davanti all’ impluvio, la vasca per la raccolta delle acque piovane, dal lato del tablinio, la sala fra l’atrio e il peristilio, il porticato del giardino interno, usata come luogo di ricevimento.

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Modello di trapezoforo romano.

Esso era utilizzato per porre in mostra la ricchezza della casa, l’argenteria e la suppellettile preziosa, oppure era utilizzato fuori dal contesto della domus, per altri scopi, anche come banco da bottega, oppure nei templi, per riporre oggetti necessari al culto.

Generalmente era rettangolare, ma esistevano cartibuli di forme diverse, come la delfica, tavolo circolare a tre piedi, utilizzato nel triclinio, il monopodium, sorretto da una figura umana o animale, a tutto tondo e l’abacus, di forma quadrata, utilizzato come supporto di preziosi elementi di arredo.

I trapezofori erano i supporti su cui poggiava la mensa, particolarmente decorati con protomi, assemblate ad elementi animali, generalmente felini, che separatamente la reggevano agli angoli.

La loro origine era nell’antico Egitto e nell’area mediorientale e ellenistica e il loro uso perdurerà per tutta l’età imperiale.

Accanto al trapezoforo comune, costituito da elementi semplici, isolati agli angoli della mensa, sono stati rinvenuti altri costituiti da elementi zoofori contrapposti, come protomi antropomorfe o animali, solitamente alati, i grifoni, e scolpiti in un’unica lastra di marmo.

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Disegno di grifone.

Essi sviluppano alla base una particolare ricca decorazione floreale e vegetale che a volte vale a qualificarli per l’uso, per la datazione e l’area di provenienza.

Il sarcofago il cui uso è noto, è legato, a partire dal II secolo d.C. all’abbandono del sistema della cremazione del cadavere per l’inumazione.

Il loro diffondersi fu favorito da un periodo di serenità per la comunità cristiana, sottoposta a persecuzioni, durante tutta la seconda metà dello stesso II secolo d.C., ma anche dalla aumentata richiesta da parte di cristiani che progressivamente andavano ad occupare posti di rilievo nella amministrazione dello Stato.

La tipologia dei sarcofagi pagani e cristiani è sostanzialmente la stessa: la lenos, la vasca che conteneva il cadavere, variava per forma, grandezza, decorazione, ma aveva una origine comune nella vasca utilizzata per la fermentazione del vino.

Molti sarcofagi utilizzati per sepolture, dopo il secondo secolo appaiono essere riutilizzati per contenere altri cadaveri, dopo avere sfrattato il precedente inquilino.

Il sarcofago strigilato oggetto di questa nostra analisi, dalla tipica decorazione a bande verticali ricurve che richiamano lo strumento metallico utilizzato dagli atleti, dopo le gare, per detergersi dalla crosta di sudore e polvere, chiamato strigile, databile fra la fine del II secolo e gli inizi del III, fu certamente recuperato nell’area cimiteriale cittadina, l’attuale quartiere dei Vergini e della Sanità e riutilizzato per contenere i resti mortali del Vescovo Massimo, dopo avere sfrattato il precedente inquilino, di età non adulta, e deposto nella piccola basilica costruita da San Severo, nei pressi della catacomba.

Confermerebbe l’ipotesi del suo riutilizzo la imago clipeata scalpellata e la tabella anch’essa scalpellata, posta sul coperchio.

Esso di m.1,18 di base esterna e di m 1 di base interna, per una altezza della vasca di m.0,34 e 0,46 con coperchio e tabella è assegnabile al III secolo perché il  labbro superiore presenta una decorazione ed ovoli e freccette e viticci sull’orlo inferiore.

La decorazione del coperchio a tetto, è di derivazione ellenistico-romana e denuncia nel suo insieme l’origine, nella produzione di una bottega pagana anche per la presenza di antefisse ai lati della imago clipeata.

Su lati curvi  è ripetuta la scena del leone che azzanna e divora una bestia e sullo sfondo della stessa è abbozzata la figura del bestiario con la ferula, avvolto in un pallio, scena tipica dei sarcofagi del III secolo.

La figura scolpita  sulla tabella, parzialmente scalpellata, è di non facile interpretazione : rappresenterebbe un orante o forse qualcuno che compie il gesto dell’adlocutio, per la disposizione asimmetrica delle braccia

La scena forse vuole veicolare attraverso il gesto del catecheta la certezza della immortalità : il simbolismo della morte è rappresentata infatti dai leoni azzannanti.

Dalla basilica cimiteriale, dove era stato trasferito dalla catacomba, per essere riutilizzato dopo avere scalpellato ogni elemento che tradisse la sua origine pagana, il sarcofago fu trasferito con il suo contenuto, in epoca imprecisata, nella Stefania, certamente dopo che l’edificio fu gravemente danneggiato da un incendio tra il 538 e 555 e la prima successiva ricostruzione disposta dal Vescovo Giovanni II (circa 540- ?).

L’edificio fu distrutto da un altro incendio nel secolo VIII e ricostruito dal Duca-Vescovo Stefano II (756-789).

Il Chronicon , riferisce del trasferimento di molte reliquie di Santi Vescovi napoletani dalla catacomba alla basilica Stefania, da parte del Vescovo San Giovanni IV lo Scriba, e riferisce anche che il suo sarcofago fu posto in un oratorio dedicato a Santo Stefano, accedibile dall’interno dell’edificio, il cui ingresso era sul tratto del decumano medio, sul largo di Capuana, (piazza Cardinale Sisto Riario Sforza).

Accanto ad esso già esisteva l’ospedale atanasiano che andava ad occupare lo spazio compreso fa l’attuale campanile, costruito sulla torre di difesa e di accesso alla cittadella vescovile, e parzialmente l’area utilizzata poi per costruire la cappella del Tesoro di San Gennaro.

Sul sarcofago fu assemblato, come Altare mensa il cartibulum, secondo un uso liturgico già adottato fin dal II secolo, di celebrare la Santissima Eucaristia su un Altare costruito sopra o presso la tomba di un martire.

La citata scritta dedicatoria a San Massimo, fu apposta sul bordo anteriore del piano mensa, già decorato con ovoli e glifi, fra la fine del IV secolo e gli inizi del V, o forse poco dopo e fa supporre la sua origine come primitivo Altare di San Massimo nella basilica di San Fortunato.

Il sarcofago, vuotato delle reliquie di San Massimo, trasferite nella catacomba di Sant’Efremo, quando si cominciò a diroccare la basilica Stefania per far posto al costruendo duomo angioino e l’assemblato cartibulum già utilizzato come Altare Mensa, accantonati nel cantiere, furono poi utilizzati nella cappella dei Capece-Galeota.

La presenza di un tempio romano dedicato ad Apollo,  è confermata dai ritrovamenti archeologici ma la sua collocazione sullo scacchiere dell’area della cittadella vescovile non è stata ancora risolta: da esso provengono le colonne utilizzate già in epoca costantiniana per la costruzione della prima basilica Cattedrale detta poi di Santa Restituta e la grande vasca di basalto nero, utilizzata come fonte battesimale, prima nella basilica Cattedrale e poi in Duomo.

Sulla stessa area esistevano anche fabbriche di epoca imperiale i cui elementi strutturali sono stati ritrovati durante l’ultima indagine archeologica (1969-72), e forse ambienti termali, per la presenza di molte acque sorgive.

E’ da queste fabbriche di epoca imperiale che provengono i tropezofori,  probabilmente non il piano mensa, assemblata con essi per realizzare il cartibulum

La spessa lastra di marmo rettangolare (m. 2,08 x 1,40 x 0,08)  presenta sulla fascia, nei quattro lati, una decorazione di ovoli e glifi, e negli angoli un motivo a volute e su quella anteriore reca la scritta apocrifa dedicatoria a San Massimo, in carattere capitale romano.

Essa poggia su una coppia di trapezofori (di m.0,81 di altezza) che rappresentano due coppie di grifoni alati contrapposti, con zampa leonina, separati alla base da un motivo di foglie d’acanto, i cui caulicoli sviluppano un elegante intreccio che sale verso l’alto.

Le foglie di acanto spinoso li fanno derivare, come area di realizzazione, più greca che romana, dove è tipica la pianta di acanto spinoso.

L’immagine del grifone, animale mitologico associato ad Apollo che lo cavalcava trainando il carro del sole, fu ampiamente utilizzata  dalla cristianità medioevale perché generata dalla unione di un animale terrestre e di un animale del cielo, come simbolo quindi della doppia natura , terrestre e divina di Cristo.

L’Altare è simbolo del Cristo ed esprime nel suo simbolismo anche i concetti teologici a Lui legati, in sintonia con quanto insegna a confessare il Concilio di Calcedonia (451): “un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità; vero Dio e vero uomo, composto di anima razionale e di corpo; consustanziale al Padre per la divinità, consustanziale a noi per l’umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato (Eb.4,15); generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità e, in questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza, nato da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l’umanità”.

L’utilizzo del cartibulum come Altare, la cui mensa è retta dalla coppia di trapezofori che rappresentano grifoni alati, assume un chiaro significato liturgico-cristologico: Cristo nella unità delle due nature umana e divina è allo stesso tempo Altare, Vittima e Sacerdote, ed è lo stesso Cristo che sembra doversi ravvisare nell’Altare d’oro posto davanti al Trono dell’Altissimo, evocato dall’Apocalisse (Ap.8,3)

L’utilizzo del cartibulum pagano, come Altare, non è anacronistico.

L’acanto, poi, con i suoi caulicoli, in epoca augustea assunse un forte significato simbolico: il Nuovo Impero individuava nell’Età Augustea il ritorno dell’Età dell’Oro attraverso il culto di Apollo di cui l’imperatore stesso si dichiarava discendente.

Nella simbologia cristiana l’acanto è immagine della risurrezione e della immortalità, perché pianta che cresce spontanea in terreni non coltivati, ed era in antico utilizzata  per simboleggiare il cammino spirituale, disseminato di spine, come le foglie spinose presenti su questi trapezofori.

Resta comunque irrisolta la questione agiografica: a chi appartengono i frammenti ossei recuperati dall’interno del sarcofago, a San Massimo, per il titolo funebre identificativo o a Sant’Atanasio I, secondo una avallata tradizione?

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L’ unità di misura lineare bizantina del duomo di Napoli: il passus ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam.

di Tino d’Amico

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L’autore e la moglie Pina sullo scalone d’onore del castello angioino.

A mio nipote  Mattia Pio

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NAPOLI  – DUOMO

Il pilastro maggiore dalla parte della navatella del Salvatore con il passus incastrato nella colonna d’angolo. (Foto di Luca D’Amore).

Il listello che fu il campione della unità di misura lineare giustinianea ed a cui nei vari periodi della nostra storia, in ogni contratto commerciale in cui si rendeva necessaria la misura canonica di riferimento, i contraenti dovevano rapportarsi e citare a garanzia da ogni frode, definito nei rogiti come Passus ferreus Sanctam Ecclesiam Neapolitanam è incastrato da sempre in una colonna del pilastro maggiore sinistro, dalla parte della navatella del Salvatore del duomo di Napoli, accanto al dossello dell’antico trono vescovile.

Il reperto, a parer nostro, è di epoca bizantina (VI secolo d.C.) e fu posto nella basilica gemina (1), sussidiaria della Cattedrale napoletana detta di Santa Restitura, nella basilica detta Stefanìa, in esecuzione di uno dei capitolati della Pragmatica Sanctio pro petitione Virgilii, emanata dall’imperatore Giustiniano I, il 14 agosto 554 per “…. portare rimedio ai mali che la tyrannorum bellica confusio e la gothica ferocitas….” avevano portato all’Italia durante la guerra gotica, e con lo scopo di riaffermare i diritti dei proprietari da ogni usurpazione, alleggerire la pressione tributaria, riordinare il sistema dei pesi e delle misure, più equamente amministrare la giustizia, riordinare l’annona, disciplinare il corso della moneta.

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NAPOLI – DUOMO

Planimetria generale del complesso Cattedrale – E’ evidenziato il luogo del pilastro maggiore che sopporta, dalla parte della navatella del Salvatore, la colonna con incastrato il PASSUS FERREUS SANCTAM ECCLESIAM NEAPOLITANAM.

Con la emanazione della  Pragmatica Sanctio, Giustiniano promulgava in tutti i territori dell’impero il suo Corpus juris civilis del 524, che nella Novella CCXXVIII, Cap. XIII, V, stabiliva un nuovo sistema dei pesi e delle misure, abolendo il precedente confusionario sistema dei re goti che diversamente e arbitrariamente applicato nei territori dell’impero, favoriva nel commercio e nella raccolta dei censi da parte dei feudatari e degli appaltatori dei beni ecclesiastici, la frode nei confronti del popolo minuto.

Il Corpus Juris stabiliva anche che all’interno delle principali chiese di ogni città dell’impero, dovevano essere conservati i campioni delle unità di misura affinchè ognuno potesse rapportarsi ad essi in ogni controversia, rescritto confermato dalla Pragmatica Sanctio.

Uso questo conservato anche in epoche successive dai longobardi e dai  governi succedutisi in Italia, fino alla definitiva applicazione del sistema decimale francese, adottato progressivamente in Europa e poi in tutto il mondo,  fino al recepimento  del sistema internazionale unico delle misure del 1960.

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Gennaro Aspreno Galante(2) riferisce una notizia ripresa da Francesco Geva Grimaldi (3): per il entrambi il Cardinale Giuseppe Spinelli, Arcivescovo di Napoli dal 1734 al 1754, durante i lavori di abbellimento del duomo angioino dopo il disastroso  terremoto del 1732, lavori iniziati dal suo predecessore il Cardinale Francesco Pignatelli, (1703-1734), avrebbe fatto trasferire dalla cappella della famiglia Caracciolo-Pisquizy, la seconda della navata  destra del duomo, e incastrare nel pilastro maggiore di sinistra  la colonna scanalata  che sopportava da tempo immemorabile il passus.

Del passus, però, scrive il Summonte (4), che, nel pilastro maggiore sinistro, “….verso la porta si scorge un pezzo di ferro affisso in alto che per antica tradizione si ritiene essere la vera misura del passo napoletano, questo passo viene nominato in molti antichi strumenti e in particolare in uno del 1260 stipulato sotto re Manfredi…è di sette palmi e un terzo. Non mancano documenti anteriori che attestano l’uso di questo passo in Napoli e dintorni come regolo campione anche prima dei re svevi e normanni: Uso questo non esclusivo della Chiesa di Napoli….”.

La notizia riportata dal Galante e prima ancora dal Ceva Grimaldi, appare inesatta, se confrontata con quanto affermato dal Summonte e dal de Lellis (5), che muore a Napoli nel 1688, nel suo celebre manoscritto redatto intorno al 1654, che riferisce della presenza del passus già incastrato nella colonna di rinforzo del pilastro maggiore sinistro della crociera, di fronte alla porta di accesso al cortile di collegamento con il palazzo arcivescovile e l’antico seminario, “…nello stesso piliero, dalla parte di dietro e che riguarda l’ala della chiesa, vedesi affisso  il passo di ferro alla misura del quale misurar si deve da’ napoletani cittadini, nella loro città e distretto, e da tutti gli altri contraenti che a tal misura si sottopongono , dicendo il Chioccarello, trattando dell’arcivescovo Umberto di Montauro (nda. 1308-1320), nella fine, che tal passo da’ tempi antichissimi fu dato a conservare alla maggior chiesa di Napoli….”, reperto non menzionato nella descrizione del duomo, del d’Engenio (6), del 1624, menzionato invece dal Chioccarello (7) e dal Celano nel 1629 (8) e da altri autori.

E’ noto attraverso la letteratura che colonne provenienti dalla distrutta basilica detta Stefanìa e dalla ridimensionata e ruotata nel suo assetto planimetrico basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, a loro volta provenienti da un tempio sacro ad Apollo (9), o comunque da edifici termali di epoca greco-romana esistenti nell’area che poi verrà occupata dal complesso episcopale napoletano (10), furono utilizzate fin dall’inizio dei lavori di costruzione del duomo angioino per rinforzare i pilastri che il terremoto del 10 settembre 1349, che provocò il crollo parziale della facciata dell’edificio, aveva dissestato, aggravando una situazione pregressa dovuta anche all’utilizzo di materiali e malte scadenti (11).

Il posizionamento della colonna scanalata con il passus incastrato in essa a rinforzare il pilastro maggiore di sinistra, dalla parte della navatella del Salvatore, secondo alcuni autori, corrisponderebbe a questa generale attività di consolidamento e non risponderebbe ad attività di restayling attuata in epoche diverse, non riscontrabili, come qualcuno ritiene.

Questi autori non considerano invece la più probabile esigenza di conservare il listello campione della unità di misura lineare bizantino, ancora in uso in epoca angioina, dove fu posto in antico, presso l’abside della basilica detta  Stefanìa, posizionandolo nel nuovo edificio accanto ad un simbolo del potere, il trono vescovile, che ne garantisse  con la sacralità, la regolarità dell’uso, considerando piuttosto il supporto storico, la colonna, come rinforzo del pilastro maggiore sinistro.

Il passus, afferma Ceva Grimaldi e con lui il Galante, era già da tempo incastrato in una colonna scanalata, presso la cappella della famiglia Caracciolo-Pisquizy, da li trasferita e murata nel pilastro maggiore sinistro del duomo.

Notizia fantasiosa questa: entrambi riportano quanto altri hanno affermato nel tempo, ipotizzando immotivati trasferimenti del reperto, che certamente non avevano  mai visto nei pressi della cappella dei Caracciolo-Pisquizy, e  che invece non hanno volontariamente voluto osservare accanto all’antico dossello del trono vescovile.

Hanno invece preso posizione chiara, entrambi gli studiosi, nella polemica che contrapponeva il potente Capitolo Cattedrale al più umile Collegio degli Ebdomadari, e nell’acceso dibattito sulla esistenza o meno della sede storica di quest’ultimi, la basilica detta Stefania, negando la sua esistenza e negando così la loro istituzione atanasiana.

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NAPOLI – COMPLESSO EPISCOPALE – AREA PALEOCRISTIANA

Il CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA NAPOLETANA – Dettaglio.

Oggetto ancora di dissertazioni, l’esistenza della basilica detta Stefanìa è confermata dalla data della memoria liturgica della sua dedicazione, fissata sul Calendario marmoreo della Chiesa di Napoli, scolpito nel IX secolo, negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV  detto Lo Scriba, che fu Vescovo di Napoli dall’842 all’849 o negli anni dell’episcopato  di Sant’Atanasio I che fu Vescovo di Napoli  dall’850 all’872, ed assegnata al giorno 1 dicembre: “…DEDIC(azione) (della) BASILI(ca) STEFAN(ia), (ovvero: di STEFAN(o Vescovo)…” (12).

La citazione  della memoria liturgica della Dedicazione della basilica gemina detta Stefania, piuttosto che quella della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, o comunque della memoria della Dedicazione di entrambe, fa supporre che al tempo della redazione del Calendario marmoreo (sec IX) la basilica del Salvatore, detta Stefania, ricoprisse un ruolo preminente rispetto all’altra basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Nel 661 i poteri civili e militari vennero accentrati in un dux nominato dall’imperatore d’oriente e sottoposto all’esarca di Ravenna e, con la fine dell’esarcato, allo stratega di Sicilia.

Nello stesso periodo il ducato napoletano cominciò a costituirsi come stato indipendente: nel 763 Stefano II riuscì a rendere indipendente da Bisanzio il ducato napoletano e il dux aveva anche l’autorità vescovile sulla diocesi.

A Napoli si riscontrava già da tempo una contrapposizione fra clero bizantino e clero romano, anche se apparentemente una tacita convivenza sembrava esistere fra le due componenti.

Anche nella basilica detta Stefanìa fu posta la Cattedra Vescovile e il governo della città era nelle mani di un Vescovo-Duca, o Duca-Vescovo, o Vescovo e Duca, comunque bizantino, e questo fa supporre un ruolo preminente della basilica, non solo amministrativo, ma anche come sede del governo liturgico-pastorale della diocesi.

Il passus fu incastrato in epoca bizantina nella prima colonna a sinistra guardando l’Altare della basilica detta Stefanìa o, forse, incastrato nella stessa colonna, posta accanto all’ingresso principale della basilica stessa.

Il Ceva-Grimaldi riferendo il posizionamento della colonna che sopporta il passus  in altro luogo, lo fa per affermare anche l’origine della autorità amministrativa pubblica del Collegio Canonicale che aveva ed ha sede nella antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituta che non riconosceva al Collegio degli Ebdomari la fondazione giuridica atanasiana, negando l’esistenza della Cattedrale, detta Stefanìa, che solo una accurata indagine archeologica può confermare o meno.

Il Calendario Marmoreo, riferimento certo, fu scoperto occasionalmente nel 1734, rimuovendo delle lastre di marmo murate nella basilica di San Giovanni Maggiore e solo nei primi anni del passato secolo fu oggetto di approfonditi studi storici e filologici: gli autori citati non conoscevano certamente il Calendario.

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Planimetria del complesso cattedrale di Napoli, elaborata da Alessio Simmaco Mazzocchi e disegnata dal cartografo Sersale.

L’ipotesi della modifica planimetrica della basilica Cattedrale costantiniana (13), ipotesi proposta  nella metà del ‘700 dal Canonico Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e pubblicata insieme ad alcune planimetrie del cartografo Sersale da A. Franchini nella seconda metà del ‘700 (14), è forse anche all’origine della tesi della presenza del passus presso la cappella dei Caracciolo-Pisquizy, già oggetto di dissertazioni dai primi anni del ‘700 e che comunque i citati autori non videro mai in quel posto, perché come affermato da altri autori, esso  è da sempre murato con la colonna che lo sopporta, scanalata e poi lisciata nell’800,  nel pilastro maggiore sinistro  del duomo angioino.

Per il Ceva Grimaldi e per il Galante il passus fu posto nei pressi della antica abside della basilica detta di Santa Restituta che secondo anche il Mazzocchi, si sviluppava circa nell’area occupata poi dalla costruzione angioina.

Ma costoro, raccogliendo notizie sparse, anche orali, non riconoscendo l’esistenza della basilica detta Stefania, confondevano le absidi antiche della Cattedrale costantiniana detta di Santa Restituta, con le abside della basilica gemina della Cattedrale, detta Stefania, dove il passus probabilmente fu posto in epoca giustinianea e da dove fu rimosso con il suo supporto e riposizionato, nella stessa area, nel pilastro maggiore sinistro dell’edificio angioino.

Il reperto, sostenevano, si sarebbe trovato dopo la ricostruzione della Cattedrale detta di Santa Restituta in un luogo esterno ad essa.

Ipotesi assurda perchè al tempo della modifica dell’assetto planimetrico della Santa Restituta e della sua ricostruzione o ristrutturazione, il passus costituiva ancora il listello di raffronto canonico delle misure lineari, e Napoli era  Ducato bizantino al tempo del rescritto giustinianeo, lo era ancora nell’VIII-IX secolo e la basilica detta Stefanìa, svolgeva un ruolo preminente, come sede vescovile del Duca-Vescovo bizantino, in contrapposizione al clero romano.

Una diversa collocazione del listello, equivaleva a stravolgere il rescritto giustinianeo e la sua collocazione nel duomo è giustificata dal suo utilizzo, anche in epoca angioina, come unità lineare di raffronto giuridico, nelle compravendite.

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Ricostruzone, in un disegno di A. Formisano, dell’assetto del Duomo angioino prima del terremoto del 1456

Il 5 dicembre 1456 un forte terremoto danneggiò il duomo e molti edifici cittadini (15).

Crollò parzialmente la parete della navatella del Salvatore, la torre angolare accedibile dalla stessa navatella, detta tesoro vecchio, molte sezioni delle pareti e delle volte della navatella del Salvatore e della navatella di Sant’Aspreno e i pilastri risultarono gravemente lesionati.

Si verificarono danni anche alla cappella reale di San Ludovico d’Angiò, la attuale sacrestia e all’abside e al suo catino.

Nei documenti che raccontano del terremoto non c’è riferimento di danni ai due pilastri maggiori e al grande arco trionfale che chiude la navata centrale, risultato ancora integro al tempo degli ultimi lavori di consolidamento e restauro all’edificio (1969-72).

Furono disposti tempestivamente i piani di ricostruzione dell’edificio che si protrassero fino al 1471, dall’allora Arcivescovo, Cardinale Rinaldo Piscicello (1451-1457) e continuati dagli Arcivescovi  Cardinale Giacomo Tebaldi (1458-1458) e Oliviero Carafa (1458-1484), con il contributo di Ferrante d’Aragona, del Pontefice del tempo, Paolo II (1464-1471) del Cardinale  Carafa, del popolo e di alcune famiglie nobili napoletane, che apposero sui pilastri ricostruiti con il loro contributo il proprio stemma (16) mentre quelli dell’aragonese, del Pontefice e del Carafa furono apposti sulla facciata dell’edificio, da dove poi sono stati rimossi nell’800, quando è stata costruita la attuale, e recentemente sistemati, insieme ad altri stemmi, nel cortile delle pietre.

Accanto al dossello del trono vescovile, il settimo pilastro, non reca stemma, perché ricostruito a spese del popolo napoletano.

Il successivo pilastro maggiore,  non subì danni e non dovette essere ricostruito: il passus era già incastrato nella colonna scanalata posta  a sostegno del pilastro stesso,  e non fu mai rimosso.

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Alcuni ritengono che il listello oggetto di questo studio non risalga al periodo ducale bizantino di Napoli e che invece potrebbe essere stato posto in quel luogo in epoca angioina, oppure in esecuzione dell’Editto aragonese di perequazione deì pesi e delle misure nel Regno di Napoli che stabiliva la collocazione di un regolo, misura lineare canonica, nelle principali chiese del Regno, nelle sedi dei Tribunali e nelle Camere Baronali, con le unità di misura canoniche per i pesi e per i liquidi, così come già  in antico.

Nel primo caso gli angioini ereditarono il precedente sistema di misura già in uso nei territori del Regno di Napoli, quello giustinianeo, anche se con alcune modifiche, nel secondo caso il listello, esaminato nella prima metà dell’800,  risultò essere anteriore all’epoca aragonese, come affermato dal Visconti.

Alfonso I d’Aragona detto il Magnanimo (1364-1458), re di Napoli dal 1432, aveva provveduto alla perequazione dei pesi e delle misure nel Regno: il suo successore Ferdinando I (Ferrante d’Aragona, 1424-1494), che regnò dal 1458, con un Editto del 1480, emanato per contrastare gli abusi commessi degli Ufficiali delle Camere Baronali nei confronti dei vassalli e dei contadini, nella riscossione dei censi e nella raccolta delle granaglie, ordinò nuovamente la perequazione dei pesi e delle misure in tutto il Regno, uniformandole a quelle già in uso a Napoli e dispose la collocazione in Castel Capuano, sede anche della Vicaria, delle misure canoniche di riferimento per i pesi, i liquidi e lineari, incastrate e incavate in un supporto di pietra ancora visibile nella prima metà del ‘700 quando in una supplica del 1778 sulla uniformità dei pesi e delle misure,  diretta a Ferdinando  I di Borbone (1751-1825) Re delle Due Sicilie con il nome di Ferdinando IV dal 1759, veniva citata la iscrizione che, incisa sulla pietra, ne autenticava i campioni incastratri e incavati su di essa:

FERDINANDUS. REX. IN. UTILITAT-

EM. RE. P. HAS. MENSURAS, PER. MAGIST-

ROS. RATIONALES. FIERI. MANDAVIT.

Ferdinando Visconti (17), riporta una descrizione dettagliata del passus, rimosso temporaneamente dal suo antico supporto e riposizionato qualche decennio dopo, nella prima metà dell’800.

“…..Entrando nel duomo di Napoli, si vede nella faccia posteriore dell’ultimo pilastro, a sinistra un’asta di ferro infissa nel pilastro medesimo, la quale per antica tradizione si crede da tutti che sia la misura del passo agrario di Napoli che è di palmi sette e mezzo: Tale sorta di campione è infisso molto in  alto, e disposto in situazione verticale, talechè incomodissima cosa sarebbe il misurarlo con quella scrupolosa esattezza che al caso nostro si converrebbe senza staccarlo dal pilastro suaccennato. Una tale circostanza fu forse cagione perchè la Commissione del 1811 non fece conto alcuno di cotesto campione del duomo: Intanto nel mese di maggio 1837 si volle restaurare l’interno del duomo, ed in tale occasione il suddetto campione fu distaccato dal suo pilastro, e deposto nella sagrestia ove fu conservato. Si ebbe allora tutto l’agio di osservarlo e di misurarlo ciocchè fu da noi praticato. Le estremità di quell’asta di ferro sono ricurve quasi ad angolo retto, ma senza formare un angolo preciso, giacchè i vertici sono ritondati, e ciascuno presenta presso a poco il quadrante di un circoletto che avesse circa un’oncia di raggio. Ad una estremità si distingue un vestigio d’impiombatura da potersi col suo mezzo fissare con una certa precisione il punto della superfice esteriore dell’asta di ferro ove questa s’internava nel pilastro. L’altra estremità si osserva monca, perchè la parte ch’era nel pilastro vi era rimasta infissa, e parea che quella rottura fosse stata recente. Tutta l’asta suddetta, sebbene apparisse molto antica, pure non sembra che la sua antichità possa giungere oltre i 500 anni, siccome alcuni credono: mentre essendo stata esposta per un  tanto decorso di tempo….Attualmente però quel campione del duomo è stato reso del tutto inutile al suo oggetto, poichè avendolo di nuovo infisso nel pilastro dal quale era stato distaccato, ve lo hanno tanto internato che la sua esteriore superfice appena risalta su quella del pilastro, e quindi la sua lunghezza non è più quella che aveva prima che fosse distaccata…” (18)

La testimonianza del Visconti conferma ulteriormente la nostra tesi circa la autenticità e la antichità del reperto e contraddice  quanto affermato dal Ceva Grimaldi e dal Galante (19) confermando la presenza del passus infisso nella colonna incastrata nel pilastro maggiore di sinistra, fin dal tempo della costruzione dell’edificio angioino.

Il Cardinale Giuseppe Spinelli Arcivescovo di Napoli dal 1734 al 1754, promosse un’azione di restauro del duomo, continuando l’opera già iniziata dai suoi predecessori, urgente per i gravi dissesti provocati da due terremoti, nel 1732 e nel 1733.

Il restauro dell’edificio, sospeso e poi continuato dai suoi successori, fu nuovamente interrotto per le vicende politiche del 1799 e la successiva occupazione francese;  fu ripreso poi dal Cardinale Filippo Giudice-Caracciolo, Arcivescovo di Napoli dal 1833 al 1844, che promosse l’abbellimento interno del duomo, citato dal Visconti.

In quella occasione fu rimosso l’intonaco dai muri e dalle colonne, alle quali fu dato il lucido e molte di esse private della scanalatura antica e  furono coperti di marmo anonimo i pilastri.

Fu un vero disastro per il duomo perché molti preziosi marmi, opere d’arte, cimeli ed epigrafe andarono perduti.

Il passus, come racconta il Visconti, fu rimosso dal supporto antico e riposizionato al suo posto al termine dei lavori, completati non dal Cardinale Arcivescovo Giudice-Caracciolo, ma dal suo successore il Cardinale Sisto Riario Sforza, Arcivescovo di Napoli dal 1845 al 1877 e fu una scelta oculata, quella di rimuovere temporaneamente il reperto dal suo supporto: durante gli ultimi interventi di restauro al complesso angiono (1969-72), qualcuno non conoscendone il valore storico, ritenne opportuno rimuovere “…un inutile pezzo di ferro che deturpava una antica colonna…”.

Il passus fu salvato dalla distruzione, dal Canonico Cimiliarca del Collegio canonicale di Santa Restituta, Mons. Giuseppe Muller, che per puro caso si trovò nei pressi del pilastro maggiore con i tecnici del  cantiere, mentre un operaio si accingeva a rimuovere “il pezzo di ferro”.

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Gli antichi conservavano in un luogo sacro i campioni delle unità di misura, per rapportarsi ad esse perché, uso comune, in ogni epoca della storia si frodava nelle compravendite.

Nel biblico Libro dei Proverbi, (Pr. 20,10) redatto intorno al 700 a.C. e che raccoglie anche detti attribuiti a Salomone (X secolo a.C.) troviamo  uno stico che stigmatizza questo comportamento comune allora, come oggi:

 Doppio peso e doppia misura

sono due cose in abominio al Signore

A Roma le unità di misura canoniche per i liquidi e i solidi, erano conservate nel tempio di Giove Tarpeio e le varie contrattazioni di commercio avvenivano invocando la divinità come testimone della genuinità del prodotto e garanzia delle misure.

Il de Lellis (20), riporta a tal proposito una frase che trae da Quinto Remmio Palemone (21):

quam ne violare liceret

sacravere Jovi Tarpeio in monte Quirites

Il campione della unità di misura lineare di base, il piede, simile nella lunghezza a quello greco, era conservato invece nel tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio (22)..

A Pompei, nel muro perimetrale del tempio di Apollo fu realizzato un ambiente che costituiva l’ufficio pubblico per il controllo delle misure di capacità, la mensa ponderaria del mercato.

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POMPEI SCAVI

La mensa ponderaria presso il tempio sacro ad Apollo.

Queste misure alla fine del II secolo a.C., quando essa fu realizzata, erano ancora calibrate sul sistema di misura locale, osco, e al tempo di Augusto, quando la città divenne colonia romana, furono ragguagliate alle unità di misura del sistema romano, come risulta dalla iscrizione apposta:

A(ulus) CLODIUS A(uli) F(ilius) FLACCUS N(umerius) ARCAEUS N(umeri) F(ilius) ARELLIAN(us) CALEDUS D(uo) V(iri) I(ure) D(icundo) MENSURAS EXOEQUANDOS EX DEC(urionum) DECR(eto). Il cui significato è il seguente: “Aulus Clodius Flaccus, figlio di Auluis, Numerius Arcaeus Artellianus Caledus figlio di Num,erius, duoviri con potere giurisdizionale (attesero) per deliberazione decujrionale a ragguagliare le mìsure metriche”.

Ma in essa non è stata rinvenuta traccia della presenza di un listello per verificare le misure lineari.

Probabilmente anche nel FORO di Neapolis esisteva una mensa ponderaria nei pressi dell’aerarium, individuato da Mario Napoli (23) nell’area sottostante il transetto della basilica di San Lorenzo Maggiore.

Oppure presso il tempio di Giove, sulla cui area fu costruita la basilica di San Paolo Maggiore, non certamente presso il tempio di Apollo, decentrato rispetto al FORO, nei pressi di quella che sarà poi la cittadella vescovile di Napoli, perché pesi e misure non fossero falsati e violati.

Neapolis, città di origine greca, divenne prima città foederata di Roma, per circa due secoli (326-90 a.C.) e poi municipio romano, nel 90 a.C.con la lex Julia.

La città conservò la sua grecità dopo l’aspra reazione che seguì la trasformazione da città foederata, in municipio: Roma dovette autorizzare il permanere, nella ufficialità, della lingua greca e di usi e costumi greci.

Anche il sistema ponderale già in uso nella città dovette rimanere nelle attività mercatali.

L’unità di misura lineare fondamentale nel mondo greco fu il piede nei suoi differenti valori, dorico, attico-calcidico, ionico.

Ma le scarse indagini archeologiche condotte nell’erea del FORO di Neapolis non hanno consentito il rinvenimento di una mensa ponderale ne elementi tali da poter comprendere l’uso nella attività mercatale napoletana del sistema di misura romano certamente perequato, oppure se, conservando la città la sua grecità, il sistema metrico rimase quello greco.

Nell’84 a.C, Napoli patteggiò nella prima guerra civile per Mario contro Silla.

Con la vittoria di quest’ultimo entrò a  far parte definitivamente della romanità, pur conservando le sue tradizioni greche, per lo scarso interesse di Roma nei confronti della città, abbandonata al suo declino politico ed economico: la città principale della Campania Felix, era Capua sede della guarnigione militare e anche del Tribunale.

La città fu vittima delle invasioni barbariche; dal VI secolo d. C. divenne bizantina, con Belisario nel 536, e nel 542 fu occupata da Totila.

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Il de Lellis (24) riferisce quanto legge in Chioccarello (25), il quale discorrendo della attività politica e pastorale dell’Arcìvescovo di Napoli Umberto d’Ormont (1307-1320), riferendo della presenza del reperto, incastrato nel pilastro maggiore sinistro del duomo di Napoli dice che : “…tal passo dà tempi antichissimi fu dato a conservare alla maggior Chiesa di Napoli…e che anticamente fusse stato costume di conservarsi (nei luoghi sacri n.d.a.) i pesi e le misure acciocchè dagli huomini perversi e tristi, atterriti dalla religione de’ luochi ne’ quali si conservavano, non fussero violate, e così, i sudditi da pesi e misure ingiuste  non venissero gravati…Anzi ciò fu poi con particolar legge dell’imperador Giustiniano stabilito, cioè che tutti i pesi e le misure si dovessero conservare in ciascheduna città…”.

Il riferimento è alla citata Pragmatica sanctio pro petitione Virgilii che costituì la base della giuirisdizione imperiale in Italia per tutto il periodo della dominazione bizantina.

La Pragmatica sanctio non fu emanata dietro esplicita richiesta di Papa Virgilio (26) come comunemente si ritiene ma il suo nome fu usato per sfruttare la sua riconosciuta autorità morale  e religiosa e per giustificare il potere bizantino in  Italia (27).

Emanata da Giustiniano I (482-565) imperratore bizantino dal 527 (28) riconferma la disposizione giustinianea che imponeva la presenza nelle principali chiese di Costantinopoli e delle città dell’impero, di listelli, misure canoniche di lunghezza, a cui rapportarsi nella attività di compravendita di terreni, provvedimento non nuovo.

Listelli canonici di raffronto per le misure lineari furono inviati anche a Roma, consegnati al Senato, come deposito degno della sua attenzione, perchè disponesse la consegna degli stessi per la loro esposizione nelle chiese principali di tutte le province d’Italia sottoposte a Costantinopoli, perchè dopo le invasioni barbariche, con l’istituzione dei censi si verificavano frodi nella raccolta delle granaglie e nei contratti di compravendita di terreni.

Già Teodosio I (347-395), imperatore romano dal 378, per porre rimedio all’uso frequente di pesi falsati e misure lineari contraffatte, emise analogo provvedimento.

Il suo successore Onorio (384-423), imperatore romano d’occidente dal 395, ordinò ai governanti delle province di stabilire unità di misura lineari canoniche a cui rapportarsi nelle attività mercatali e nei contratti di compravendita di terreni, e unità di misura per i liquidi e per i solidi da utilizzarsi nella riscossione dei tributi e spedì a Roma modelli-prototipi di misure lineari e di capacità, perchè non venissero falsate e dispose che nei contratti venisse posta la clausola …acceptus, ab imperatore mensuras, vel papa, vel sanatus servabunt…” (29).

Il sopruso, allora come oggi, era diffusisssimo, documentato fin dal VI secolo d.C. al tempo di Papa Gregorio Magno (590-604), quando gli appaltatori dei beni ecclesiastici imponevano pesanti gabelle ai coloni in luogo di quelle stabilite, come del resto facevano i feudatari, attraverso l’operato degli ufficiali, e poi faranno i baroni che raccoglieranno, tramite gli stessi ufficiali delle camere baronali, le granaglie e i tributi versati dai vassalli e dai contadini, utilizzando il tomolo signorile più voluminoso rispetto a quelo stabilito e utilizzato per la compravendita delle stesse granaglie agli stessi contadini, oppure utilizzavano nei contratti di passaggio di proprietà dei terreni, misure lineari falsate per frodare o l’uno o l’altro dei contraenti.

Liutprando (circa 690-744), re longobardo d’Italia dal 712, secondo Paolo Diacono (30), intelligente ed energico, amato e temuto dal suo popolo che in lui ammirava la saggezza e l’efficienza nel governo, modificò ampiamente il vecchio Codice promulgato da Rotari (606-652) re longobardo dal 636, è promulgò nuove leggi, divenendo dopo quest’ultimo il più grande dei legislatori longobardi.

Il suo Corpus legislativo mirava ad affermare il diritto realizzando la giustizia, adempiendo alla volontà di Dio.

….il cuore del re è nelle mani di Dio….così recita il prologo della Liutprandi leges.

Con esso tentò di modificare e perequare il sistema dei pesi e delle misure giustinianee, in vigore nei territori occupati, con quello longobardo.

Liutprando impose una nuova misura lineare fondamentale: il piede, da lui detto PES LIUTPRANDI, per arginare le frequenti liti che nascevano per le frodi nel misurare i terreni.

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FIRENZE – BATTISTERO –

Il Pes Liutprandi riprodotto in una antica colonna.

Secondo una leggenda, dotato di un piede molto grande, pensò di adottarlo come unità di misura fondamentale e lo appoggiò su una pietra, dove l’impronta si impresse miracolosamente e decretò che quella doveva essere la misura canonica di lunghezza a cui rapportarsi nelle compravendite di terreni e stabilì anche nuove misure canoniche di raffronto per i solidi e i liquidi.

L’impronta del piede di Liutprando, è impressa su una pietra incastrata in un  pilastro del Battistero di Firenze, fin dal 770: usata come campione di raffronto per le misure lineari di superfice e questa unità di misura fu utilizzata nell’Italia settentrinale fino al XIX secolo, quando  entrò in uso il nuovo sistema metrico francese.

Il pes Liutprandi, come unità di misura non fu utilizzato nell’area di influenza romana e biìzantina, dove rimase in uso il sistema di misura giustinianeo, pur nelle leggere variazioni locali, ma sostanzialmente perequate al listello canonico di ragguaglio, il cui campione del duomo di Napoli costituisce l’unico esemplare superstite.

Entrambe le misure furono perequate e sostituite dal braccio, intorno al 1200, anche se continuarono ad essere utilizzate insieme.

Il braccio, unità di misura introdotta dai mercanti pisani, o secondo alcuni dai crociati di ritorno dalla Terra Santa, fu calcolata rapportandola al braccio di Cristo, la cui misura originaria fu forse ricavata dalla immagine sindonica e per questo accettata e stabilita con decreto pontificio.

Il riferimento al braccio di Cristo, nelle misure lineari medioevali, in alcune realtà locali dell’Italia settentrionale è frequente: il braccio torinese e fiorentino, per esempio, corrispondeva ad un terzo dell’Uomo della Sindone  (31).

Questo studio, limitato alla sola esposizione del reperto considerato di epoca giustinianea, conservato nel duomo di Napoli, notizia dell’uso nel tempo di altre misure lineari e di misure per solidi e liquidi, introdotte nei vari periodi della storia, non fornendo notizie di reperti di raffronto, perché non esistono campioni di misure canoniche che permettano di verificare i sistemi introdotti, tranne qualche raro campione di misura per solidi o liquidi, realizzato secondo l’arbitrio del ceto nobiliare e utilizzato nelle diverse realtà locali.

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La suddivisione politica e amministrativa dell’Italia Meridionale portò, nel corso dei secoli, nelle diverse realtà locali, all’uso di diversi sistemi di misura.

La stessa misura lineare che secondo il progetto giustinianeo doveva essere comune in tutte le Province dell’Impero, risultò essere diversa anche negli stessi territori dell’Italia Meridionale, sottoposti alla autorità bizantina per lungo tempo.

Ne è di esempio la pergamena aversana (32), un rogito notarile per la compravendita di un terreno, stipulato nel 1143, che riporta la misura dell’appezzamento di terra, nel territorio della città di Aversa, calcolato in base alla misura ufficale aversana in vigore in quel tempo: il passus ecclesiae Sanctae Crucis de Aversa.

Il listello di raffronto di questa misura lineare aversana, era già conservato allora, nella Chiesa della Santa Croce di Aversa che fu scelta come sua sede fin dal 1106, perché considerata la più antica chiesa parrocchiale del territorio, e sorgeva nei pressi dell’area mercatale, all’interno della murazione.

La chiesa è citata in documenti del periodo come edificio di culto per l’amministrazione dei Sacramenti agli abitanti della case, dei casali, delle ville del territorio e risultò inglobata insieme ad altri edifici all’interno delle difese realizzate dai normanni intorno al palazzo-castello adiacente ad un altro edificio di culto aversano, la chiesetta votiva di San Paolo che poi costituirà il primo nucleo della cattedrale aversana.

Il palazzo divenne il castrum del primo Conte di Aversa, quando il Duca di Napoli Sergio IV offrì l’agglomerato di case che costituivano il villaggio di Aversa, al nobile normanno Rainulfo Drengot ( ? – 1045), nel 1027 creandolo Conte di Aversa, in cambio del servizio militare mercenario dei normanni contro i longobardi di Capua.

Il possesso del territorio di Aversa da parte del ducato di Napoli fa supporre l’uso da parte dei normanni del passus ferreus S. Eccles. Neap. di antica introduzione bizantina a Napoli, nei primi anni della investitura della contea e almeno fino al 1092, per poi decadere nell’uso, quando la alleanza normanna con i longobardi contro i bizantini di Napoli, portò alla guerra bizantino-normanna (1050-1185).

Nel 1092 il passo napoletano, fu sostituito nelle contrattazioni aversane dal longobardo passus Laudanis Senioris Castaldei, a sua volta sostituito dalla misura detta Liberiana, anche essa di introduzione longobarda: il passus presbiteri Laudanis de Forignano Maiore, che rimase in uso ancora dopo il 1126, quando fu depositato il regolo di raffronto della nuova misura lineare aversana nella chiesa della Santa Croce.

Il Ducato di Napoli, dalla sua fondazione al tempo della guerra gotica (535-553) condotta dal comandante bizantino Belisario (500 – 565) rimase bizantino per altri cinquecento anni, alternando la sua dipendenza da Costantinopoli attraverso l’esarcato di Ravenna prima e poi attraverso l’autorità dello Statega di Sicilia, a peridi più o meno lunghi di autonomia politica, amministrativa, religiosa.

La città era dotata di una struttura militare e di una struttura amministrativa civile e con il tempo andò aumentando l’importanza del clero con il conferimento al Vescovo di ampi poteri giurisdizionali civili.

Sotto il nome di periodo vescovile si indica l’arco di tempo compreso fra il 578 e il 670 che vide l’affermarsi in città della carica vescovile come status di primaria importanza sia religiosa che civile dotata di potere temporale vero e proprio, oltre che spirituale.

Queste notizie, anche se sintetiche e non esaustive del periodo storico, che fu caratterizzato dalla presenza bizantina a Napoli, risultano utili per meglio inquadrare il contesto politico-amministrativo e religioso che recepì la nuove disposizioni di legge, il Corpus Juris Civilis giustinianeo e applicò le disposizioni scaturenti dalla Pragmatica Sanctio pro petitione Virgilii, per cui Napoli e le città del territorio del ducato bizantino si dotarono della misura lineare canonica di raffronto, il passus ferreus S. Eccles. Neap.

Il Ducato bizantino di Napoli, nel VII secolo, comprendeva anche i territori di Amalfi, Gaeta, l’Area Vesuviana, la Penisola Sorrentina, l’Area Flegrea, il Territorio di Afragola, Pomigliano d’Arco, Caivano, Sant’Antimo, il Giuglianese, il Nolano, l’Aversano, le Isole di Ischia e Procida e nel IX secolo anche Salerno.

Fin dalla costituzione al tempo della guerra gotica, fu un susseguirsi di  tentativi di eliminazione del potente Ducato bizantino, da parte dei vicini longobardi di Benevento, Salerno, Capua e tentativi di invasione da parte dei corsari saraceni di Agropoli, ma anche da parte dei bizantini che volevano riaffermare la loro supremazia sul Ducato contro i  tentativi di autonomia dei duchi.

Napoli dovette anche difendere la sua indipendenza dai Pontefici che ritenevano usurpato ogni loro diritto sull’Italia Meridionale da parte dei bizantini (33) e da parte dei normanni che con la creazione del Regno di Sicilia incominciavano l’occupazione della Penisola.

I Duchi di Napoli cercarono alleanze con i saraceni contro i longobardi di Benevento nell’836 e poi cercarono aiuto ai bizantini di Costantinopoli e agli amalfitani, contro i corsari saraceni agropolesi, nell’846 e nell’849 ; poi con i normanni contro i longobardi di Capua e contro i normanni che costrinsero alla capitolazione il Duca Sergio VII di Napoli nel 1137, decretando la fine del Ducato autonomo di Napoli.

Al tempo della guerra gotica, il complesso degli edifici vescovili napoletani, aveva già assunto una configurazione ben definita di cittadella, difesa da una torre, con ingresso dal largo di Capuana, l’attuale piazzetta Cardinale Sisto Riario Sforza (34).

Le attività episcopali si concentravano intorno all’antico oratorio che fu la casa di Sant’Aspreno (35), inglobato nella costantiniana basilica intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, Cathedrae Matricis, sede del potente collegio capitolare  (36) e della Cattedra del Vescovo, dove esercitava la sua funzione pastorale, il suo ruolo di liturgo, il suo ufficio di catecheta e dispensatore dei Sacramenti, con accanto il Battistero di San Giovanni in Fonte, il più antico dell’occidente cristiano, circondata da edifici sorti in epoca paleocristiana, di servizio al Vescovo, al clero e ai diaconi.

La basilica detta di Santa Restituta, era affiancata da una basilica gemina detta Stefanìa, separata da quest’ultima dal vicus Santcate Laurentii ad Fontes e destinata alla amministrazione diocesana, di ruolo inferiore, come edificio di culto destinato al servizio.

La Stefanìa, al tempo della costituzione del Ducato di Napoli, era già funzionante, fondata dal Vescovo Stefano I (496-513) e con l’arrivo dei bizantini vide attribuirsi gradatamente un ruolo amministrativo preminente, specialmente durante il periodo detto vescovile, intorno al 763, che sancì una indipendenza formale da Costantinopoli, con la presenza anche di un clero greco, accanto ad un clero romano.

Nella Stefanìa probabilmente, si officiava in rito greco ed entrambe le basiliche avevano una Cattedra episcopale, ma il Vescovo era uno solo e svolgeva la sua funzione alternandosi in Santa Restituta e nella Stefanìa.

La attività amministrativa dei Vescovi-Duchi, o dei Duchi-Vescovi, o dei Vescovi e Duchi, era concentrata principalmente nella Stefanìa.

Il Ducato di Napoli, bizantino, sottoposto alla autorità dell’Esarcato di Ravenna prima, e poi allo Stratega di Sicilia, prima di rendersi autonomo da Costantinopoli, recepì e attuò i rescritti del Corpus Juris Civilis e della successiva Pragmatica Sanctio pro petitione Virgilii, non solo nel campo prettamente giuridico ma anche relativamente alle norme riguardanti le attività mercatali.

Recepì ed applicò quanto stabiliva la Pragmatica Sanctio circa la collocazione del listello di raffronto delle misure lineari nella principale chiesa cittadina.

Esso fu posto all’interno della basilica detta Stefania, per il suo ruolo espressamente amministrativo, in posizione orizzontale, perché potesse essere facilmente raffrontato, presumiamo nei pressi dell’ingresso, dopo l’ultima ricostruzione della basilica al tempo del Duca-Vescovo Stefano II (755-800) e probabilmente esso era già in uso quando l’edificio fu distrutto dall’incendio e da un terremoto in quegli anni, e il suo utilizzo continuò anche dopo che Stefano II inaugurò la formale indipendenza da Bisanzio.

La misura canonica di raffronto napoletana è citata prima dell’anno 1000, sostituita nelle varie realtà locali nei territori ducali da misure di importazione, longobarde e poi, come risulta dalla citata pergamena aversana, nel territorio normanno di Aversa, da una misura canonica di raffronto aversana.

Quando fu diroccata la Stefanìa per far posto al nuovo duomo angioino, il regolo di ferro, ancora in uso nella realtà napoletana, rimase incastrato in una colonna scanalata posta a rinforzare il pilastro maggiore sinistro dell’edificio, accanto al trono vescovile, al tempo dei primi dissesti alla struttura (37).

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NAPOLI – PIAZZETTA CARD: SISTO RIARIO SFORZA

Ingresso secondario al duomo. Si nota la torre campanaria costruita sulla torre di difesa della cittadella episcopale, a scavalco del Vicus S. Laurentii ad Fontes.

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Il reperto oggetto di questo studio è l’unico esemplare superstite, dei tanti listelli di ferro posti nelle chiese principali delle città sottoposte alla autorità bizantina, e non solo, sostituiti nel tempo con altri, con il mutare dei governi, e l’imposizione di nuovi pesi e misure, anch’essi andati perduti.

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NOTE  E  DISCUSSIONI

1 –  Cfr. Treccani, Il mondo dell’archeologia . Le basiliche gemine erano diffusissime nei complessi episcopali paleocristini. Le due aule destinate al culto, affiancate, spesso avevano in comune il battistero, come a Napoli, anche se poi si riscontra in alcuni casi una diversa disposizione. Pare che le basiliche gemine, facessero parte di un progetto unitario, anche se realizzate in epoche diverse non lontane nel tempo e la loro funzione risultasse essere complementare nelle due aule, sul piano liturgico. Comunque non è certa una risposta unica sul loro uso che appare diversamente organizzato nel tempo. Probabilmente una delle due aule era destinata al Culto Eucaristico e l’altra alla amministrazione dei Sacramenti. Ma certamente una delle due svolgeva un ruolo principale di Cathedrae matricis, distinta dall’altra basilica di ruolo inferiore. Ruolo principale che gli derivava dalla presenza della Cattedra del Vescovo e utilizzata per questo motivo come luogo della pastorale diocesana e quindi non soltanto dall’essere ekklesia della cittadella vescovile. Questo ancor più ci fa ritenere giusta, salva poi diversa interpretazione da parte dei liturgisti e degli studiosi di archeologia cristiana, la nostra tesi sulla distinzione fra la Cattedrale napoletana dedicata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta d’Africa, sede della Cattedra del Vescovo, con il titolo comunemente e impropriamente attribuito al duomo angioino, di Cattedrale di Napoli, che è da ritenersi come ekklesia vescovlie, dove il Vescovo, vertice di una ben definita struttura gerarchica e referente della comunità civile di cui è l’espressione autorevole, esercita la sua funzione di liturgo, anche se nella complementarietà i due edifici napoletani si completano.

Cfr. anche L. Crema, Manuale di storia dell’architettura antica, Milano 1967. Le due basiliche gemine, secondo il Crema, erano dette una hiemalis (invernale) e dedicata alla Santa Vergine e l’altra aestivalis, termini non giustificati da semplice necessità stagionale, il loro essere, quanto piuttosto allo svolgimento di un tema caro all’arte cristiana dei primi secoli: l’accostamento del Kyrios e della sua Sposa Ekklesia. Nelle basiliche gemine è espressa la condizione della Chiesa sulla terra: il già e il non ancora; il nascondimento e al tempo stesso la rivelazione del Regno di Dio. Ciò che in Cristo era visibile (Dio incarnato) passa nel mistero. Quando venne la pienezza dei tempi, il Kyrios, lo Sposo, Cristo, era fisico-sensibile, ora nel presente, nel mistero rivelato, si accosta alla sua Sposa, l’Ekklesia, fisico-misterica. .Accostamento che avviene attraverso il rinnovare, il ripresentare l’azione salvifica da parte della Sposa, l’Ekklesia: sono le nozze mistiche dell’Agnello di Dio ad essere celebrate nel mistero, in cui la Sposa custodisce lo Sposo, adornandolo nella liturgia e restituendogli l’amore. Così il vecchio Adamo, diventa il nuovo Adamo in Cristo (cfr. Odo Casel, Il mistero del culto cristiano, Wikipedia).E’ attraverso il culto misterico svolto nelle due basiliche complementari che il Dio rivelato, il Cristo, il Kyrios diventa nuovamente realtà sensibile e sorgente di vita, di salvezza, nella liturgia celebrata dal Vescovo nella sua funzione di catecheta e liturgo, e si attua attraverso le nozze mistiche il Regno di Dio. Il duomo angioino è dedicato all’Assunta: questo non ha nulla a che vedere con quanto precedentemente affermato circa la Dedicazione della attuale Cattedrale napoletana alla Santa Vergine, quanto piuttosto ad altre motivazioni di carattere storico.

2 –  Cfr. Gennaro Aspreno Galante, Guida Sacra della città di Napoli, Napoli 1872.

3 –  Cfr. Francesco Ceva Grimaldi, Memorie storiche della città di Napoli, Napoli 1857.

4 –  Cfr. Giovanni Antonio Summonte (sec.metà ‘500-1602), Historia della città di Napoli e del Regno di Napoli, Napoli MDCCLXIII.

5 –  Cfr. Carlo de Lellis, Aggiunta alla Napoli Sacra del D’Engenio.

6 –  Cfr. Cesare D’Engenio Caracciolo, Napoli sacra, Napoli, MDCXXIV.

7 –  Cfr. B. Chioccarello, Antistitum praeclariissimae naepolitanae ecclesiae catalogus, Napoli 1843.

8 –  Cfr. Carlo Celano, Delle notizie del bello, dell’antico, e del curioso della città di Napoli per i signori forestieri, giornata prima, Napoli 1962.

9 –  Cfr. Mario Napoli, Napoli greco-romana, Napoli, 1959 e Cfr. Bartolommeo Capasso, Napoli greco.romana, Napoli 1905.

10 –  Il complesso degli edifici episcopali, in epoca tardo antica e alto medioevale, andò ad occupare uno spazio decentrato rispetto al Foro, spazio che si trasformò ben presto nell’insula quadrupla che si estende per circa 30.000 metri quadrati, compresa fra il cardine oggi via Duomo), da Nord a Sud e il cardine ad Plateam Capuana (vico Sedil Capuano), similmente orientato, e da Est ad Ovest, fra il decumano superiore, nel tratto di Somma Piazza (largo Donnaregina) e il decumano medio (via Tribunali) nello spazio della platea capuana (largo Sisto Riario Sforza). L’area risultante, già interessata da un primitivo insediamento cristiano, fin dal costituirsi in epoca tardo antica, andò a fagocitare le adiacenti insule minori, inglobando tratti di tre cardini più un vicus obliquo, che da somma piazza si immette ancora, anche se non più percorribile perchè corte interna degli edifici capitolari, nel cardine di via duomo, configurandosi già nel VII-VIII secolo così come appare oggi. Il vicus obliquo, costituiva l’accesso al primitivo insediamento cristiano e al successivo complesso costantiniano della basilica detta di Santa Restituta. Nell’insula compresa tra il vicus obliquo e il tratto superiore del cardine scoperto negli anni ’70 del passato secolo, nell’erea occupata oggi dal palazzo arcivescovile, dall’ex Istituto Calasantio e dagli ambienti in uso dal Capitolo Cattedrale di Napoli, accanto ad edifici preesistenti forse termali ed un tempio, furono costruiti i primi edifici di culto e poi in epoca costantiniana una basilica dedicata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta d’Africa, non l’attuale, non orientata come attualmente appare, ma con ingresso a Nord, dallo stesso vicus obliquo, il battistero e gli altri edifici tardo antichi recentemente individuati, e successivamente la sua basilica gemina, dedicata anch’essa al Salvatore e detta Stefanìa.

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Napoli – Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Il Battistero più antico dell’occidente cristiano: l’aula battesimale e la  vasca.

11 –  Cfr. Mario Gaglione, Crolli e ricostruzioni della Cattedrale di Napoli nel trecento. Estratto  da: Archivio storico per le province napoletane CXXVI dell’intera collezione. Notizie relative ad un improvviso crollo di parti considerevoli del Duomo angioino e di  un generale collassamento della struttura, il giorno 1 aprile 1343, indipendentemente da eventi sismici, dovuto all’utilizzo di malte e materiali scadenti nella costruzione, sono in una supplica dell’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327-1358), al Papa Clemente VI (1342-1352), conservata nel Registri delle suppliche dell’Archivio Segreto Vaticano.

12 –  Cfr. Luigi Fatiga, Il Calendario marmoreo di Napoli, Napoli 1997.

13 –  La basilica gemina della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, la Stefanìa, costruita da Stefano I (496-?) fu distrutta da un incendio, ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca e Vescovo Stefano II (756-789). Nel 512 ci fu un violento terremoto di origine vulcanica che sconquassò Napoli; e poi la guerra gotica, l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edifici della cittadella vescovile, alla basilica detta Stefanìa e certamente anche alla parallela adiacente basilica detta di Santa Restituta, che dovette anche essa essere restaurata, se non addirittura parzialmente ricostruita fra l’VIII e il IX secolo, subendo nell’impianto planimetrico la totale modifica con la rotazione del suo asse di 180 gradi, e certamente fu dotata di una facciata monumentale verso Sud realizzata al posto della antica abside, e di uno spazio esterno porticato.

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A VOLO D’UCCELLO: ricostruzione grafica settecentesca della cittadella vescovile nel secolo VIII-IX, al tempo del Ducato napoletano. Emerge la struttura della antica basilica Cattedrale  detta di Santa Restituta e la sua basilica gemina detta Stefanìa, separate dal vicus S. Laurentii ad Fontes  Minores, recentemente (anni ’70 del passato secolo, venuto alla luce.

14 –  Cfr. A. Franchini, Memorie intorno al sito della Chiesa Cattedrale di Napoli, e dell’essere stata sempre una, pubblicata a Napoli fra il 1750 e il 1754.

15 –  Cfr. Matteo Villani, Historie;  Cfr. B. Chioccarello, op. cit.;  Cfr. San Giacomo della Marca (1393-1476), Sermone “de Anticristo” – Sermone “de adventu turcorum”. Nella torre angolare sinistra della facciata del duomo, detta Tesoro vecchio, in una cappella realizzata al suo interno al tempo di Carlo II d’Angiò, nel 1283, raggiungibile attraverso una scala a lumaca, erano conservate le reliquie dei Santi venerati nel duomo, preziosi arredi, le ampolle con il preziosissimo Sangue di San Gennaro e il suoi cranio nei due reliquiari d’argento fatti realizzare dallo stresso Carlo II nel 1303. Le preziose ampolle caddero in terra e furono ritrovate sotto le macerie della torre miracolosamente intatte, protette da una grossa trave. Il Sangue di San Gennaro, testimonia San Giacomo della Marca, fu ritrovato duro come un sasso.

16 –  Su i sette pilastri della navatella di Sant’Aspreno, cominciando dal transetto, si notano ancora gli stemmi delle famiglie Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo-Pisquizy. Il pilastro maggiore  destro non reca stemma. Su i pilastri della navatella del Salvatore, cominciando dall’ingresso: Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini e sul pilasatro accanto al dossello del trono vescovile, nessuno stemma, a ricordo del contributo popolare, il più prezioso…Il pilastro maggiore di sinistra, quello che sopporta la colonna con incastrato il passus, non reca stemma.

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NAPOLI – DUOMO, INTERNO – NAVATELLA DETTA DEL SALVATORE .

Il quinto pilastro. E’ visibile alla sommità lo stemma della famiglia Orsini, che ne curò la ricostruzione dopo il terremoto del 1456. (foto di Luca D’amore).

17 –  Cfr. Ferdinando Visconti, Del sistema metrico della città di Napoli e della uniformità col sistema de’ pesi e delle misure, Napoli 1838.

18 –  Nel 1811 si costituì una Commissione ed una successiva nel 1832, che presentò un progetto di sistema metrico uniforme per il Regno di Napoli: Raccolse anche il parere favorevole del Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni, ma il progetto fallì incontrando la opposizione del ceto nobiliare e mercantile che ancora in quegli anni imponeva pesi e misure falsate.

19 –  Cfr. Op. cit.

20 –  Cfr. Op. cit.

21 –  Quinto Remmio Palemone (5 – 65 d.C.) grammatico romano. La frase è tratta da: Chorus poetarum, folio 2863.

22 –  Questo tempio fu fatto costruire, secondo la tradizione, da Lucio Furio Camillo, dopo la sua vittoria sugli aurunci (345 a.C.). E’ ricordato perché in uno spazio recintanto accanto ad esso erano allevate le oche sacre alla divinità, che starnazzarono dando l’allarme quando nel 396 a.C. i galli di Brenno posero l’assedio a Roma. L’epiteto moneta, ossia ammonire, le deriva dal verbo latino monere, riferito dall’avviso  dell’assedio dato dalle oche capitoline. Nel 269 a.C. nei pressi del tempio venne costruita la zecca posta sotto la protezione della dea Moneta (uno degli attributi di Giunone) e all’interno del tempio era conservato il campione di riferimento del piede romano che per questo motivo era detto anche pes monetalis.

23 –  Cfr. Op.cit.

24 –  Cfr. Op.cit.

25 –  Cfr. Op. cit.

26 –  Vigilio, diacono romano, nato certamente negli ultimi anni del V secolo, fu Ordinato Vescovo nel 531 e con l’appoggio di Belisario, Papa nel 537, dopo che questi depose Papa Silverio (536-537) costringendolo alla abdicazione e all’esilio sull’isola di Palmaria (Isola di Ponza) dove morì lo stesso anno. Non è il luogo questo per esprimere giudizi sulla figura e l’operato di questo Pontefice il cui nome è legato alla posizione esitante assunta nella condanna dell’eresia monofisita (548) e la posizione assunta nel giudizio su i tre capitoli, scritti favorevoli al nestorianesimo, al suo rifiuto delle decretali del Concilio convocato da Giustiniano I a Costantinopoli nel 553, e alla lotta contro l’ingerenza imperiale negli affari interni della Chiesa, dichiarando apertamente il suo riconoscimento delle sole decretali del Concilio di Calcedonia (451). Questo provocò uno scisma che separò da Roma per circa 150 anni le Chiese d’Africa, della Gallia, dell’Italia settentrionale, dell’Illiria e della Dalmazia. Il suo nome è legato alla Pragmatica Sanctio che per opinione comune si ritiene emanata da Giustiniano I per espressa richiesta di Papa Vigilio, ma si protende per ritenere che il nome del Pontefice fu usato per sfruttare comunque la sua autorità morale e per giustificare il potere bizantino in Italia. Vigilio, malvisto dai romani per il suo carattere avido e violento nello stesso tempo, fu accusato di incerta ortodossia. (cfr. Enciclopedia Treccani). Nel 555 terminò la sua prigionia a Costantinopoli e ritornando a Roma, morì a Siracusa.

27 –  Cfr. Treccani, Enciclopedia italiana. Pragmatica Sanctio è definita una Costituzione imperiale, emanata con lo scopo di regolare in maniera definitiva ed uguale per tutti i sudditi un particolare tipo di relazioni giuridiche e i rescritti e per stabilire provvedimenti di carattere amministrativo, stabilire privilegi per alcune categorie di persone, disporre l’organizzazione amministrativa di una provincia. Veniva emanata su richiesta degli interessati: Giuridicamente ad essa è riconosciuto un valore intermedio fra gli editti e le leggi e nelle controversie, prevalevano le ultime.

28 –  Giustiniano tentò di realizzare l’unità religiosa, politica e amministrativa dell’impero, scontrandosi per questo, anche in maniera burrascosa con i Pontefici del tempo, Agapito (535-536), Silverio (536-537) costretto a dimettersi ed esiliato, Vigilio (vedi nota 26) e Pelagio I (556-561) a motivo delle scelte di costoro nella polemica contro le eresie, particolarmente quella monofisita, e delle scelte imperiali verso quest’ultima. La pace religiosa non fu mai conseguita, come risultò effimera la restaurazione imperiale e l’unità politica e amministrativa e a nulla valse ogni tentativo di applicazione delle leggi del suo Corpus Juris Civilis  per abbattere il sopruso, per un giusto rapporto fra ceto  nobiliare e popolo, ma a  Giustiniano si deve il merito di avere influito notevolmente sullo sviluppo della civiltà, imponendo una legislazione nuova scaturente dalla legislazione romana e di avere dato grande impulso alla cultura, dopo il periodo buio delle invasioni barbariche. Non diversamente farà Carlo Magno, verso l’anno 800.

29 –  Negli anni 378-395 d.C. quando era imperatore Teodosio, era Vescovo di Napoli San Severo (357-400) e la basilica Cattedrale napoletana, intitolata ai Santi Apostoli, già esisteva. A Teodosio successe Onorio (395-423) mentre era Vescovo di Napoli ancora San Severo, a cui successe il nipote Orso fino al 402. Giustiniano emanò il suo Corpus Juris Civilis nel 529 e la Pragmatica Sanctio nel 554. La basilica gemina della Cattedrale napoletana, la Stefanìa fu fondata da Stefano I, Vescovo di Napoli dal 496, che governò la diocesi presumibilmente fino al 513, quando l’Italia settentrionale era già stata invasa dagli ostrogoti, ostacolati dal bizantino Belisario e la città di Napoli stava per entrare nell’orbita di Costantinopoli (guerre gotiche 535-553) e nasceva il Ducato di Napoli con il leggendario Conone, posto a capo del Ducato da Belisario stesso.

30 –  Paolo Diacono (720-799), monaco cassinese, storico, poeta e scrittore longobardo ma di formazione latina, è autore di una Historia longobardorum, che si interrompe al tempo di Liutprando.

31 –  Cfr. Guzzelli, le misure lineari medioevali e l’Effige di Cristo, Firenze 1899.

32 –  Cfr. Giuseppe Guadagno, La pergamena aversana del 1143 dell’Archivio di Stato di Caserta – Significato storico, in Rivista di Terra di Lavoro – Bollettino on-line dell’Archivio di Stato di Caserta – Anno I – Gennaio 2008.

33 –  La così detta Donazione di Costantino, è un documento su cui per secolo la Chiesa di Roma aveva fondato la legittimazione del suo potere temporale in occidente, sui grandi patriarcati ecclesiastici e il potere temporale di Roma, sull’Italia Meridionale e su tutte le Province e gli Stati d’occidente. Si attribuiva a Costantino questa  donazione a Papa Silvestro I ( 314-335), basandola sulla leggendaria conversione al cristianesimo dell’imperatore e al suo Battesimo perché miracolosamente guarito dalla lebbra. Il documento, contraffazione dell’VIII-IX secolo, fini per essere considerato autentico perfino dagli avversari al papato, e ne venne dimostrata la falsità solo nel XVI secolo.

34 –  L’accesso alla cittadella vescovile avveniva attraverso una rampa che metteva in comunicazione la piazza di Capuana con il vicus S.Laurentii ad Fontes, che separava le due basiliche, passando sotto la torre-campanile a sinistra della facciata della Stefanìa, costruita su i resti di una torre di difesa del VII-VIII secolo. Il passetto sottostante il campanile a scavalco del tratto di strada, presenta, nella volta ogivale, una decorazione arabo-normanna simile a quella della volta del coevo passetto del campanile del Duomo di Caserta Vecchia. Il Campanile napoletano fu costruito almeno cinquant’anni prima della costruzione angioina, realizzato sui resti di un altro più antico campanile ugualmente a scavalco del tratto di strada, dall’Arcivescovo di Napoli Pietro di Sorrento (1216-1247), come riferito in: Memorie in difesa delle prerogative dell’insegne collegio de’ sacri ministri della cattedrale di Napoli chiamati Ebdomadarj, Napoli MDCCXXII, “…Pietro di Sorrento Arcivescovo di Napoli nell’anno 1233 edificò un campanile presso lo spedale di S.Attanasio, ed all’altro della Stefanìa…”. Questa torre campanaria crollò con il terremoto del 1349, quando i lavori di costruzione dell’edificio angioino erano già ultimati e non fu ricostruito: di esso rimane il poderoso ristrutturato basamento. La torre di difesa, del VII-VIII secolo conteneva il tesoro della Cattedrale e fu assaltata dal nipote del Vescovo di Napoli Atanasio I (849-872), il Duca di Napoli Sergio, ariano e filosaraceno che, imprigionato lo zio Vescovo, rapinò gli oggetti sacri preziosi in esso custoditi.

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NAPOLI – DUOMO – INTERNO

Il passetto a scavalco del vicus S.Laurentii ad Fontes  minore, sottostante la torre di difesa allaccesso alla cittadella vescovile e poi sottostante il campanile costruito sulle preesistenti strutture. La figura piccola ritrae l’arco a scavalco della strada sottostante il  campanile della Cattedrale di Caserta Vecchia: entrambi i passetti presentano simile decorazione a quadroni aggettanti.

35 –  Trasformato poi nella Cappella di Santa Maria del Principio, nella navata destra della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

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NAPOLI – DUOMO – BASILICA CATTEDRALE DETTA DI SANTA RESTITUTA

Il prezioso mosaico attribuito a Lello de Urbe (detto da Orvieto) del 13014 – La Santa Vergine in trono con ai lati San Gennaro e Santa Restituta – Catino absidale della cappella di Santa Maria del Principio, primo oratorio cristiano di Napoli.

36 –  I Canonici Capitolari venivano così chiamati perché, collaboratori diretti del Vescovo, clero ufficialmente riconosciuto perché sacerdoti effettivamente ordinati dal Vescovo, i loro nomi erano riportati su una tabella affissa nella basilica Cattedrale e detta appunto Capitulum.

37 –  Cfr. Op. cit. Mario Gaglione.

Il paliotto dell’Altare della cappella Capece-Minutolo del duomo di Napoli, inedito e singolare reperto bizantino proveniente dalla distrutta basilica detta Stefanìa.

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Tino d’Amico

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Nella cappella di patronato della famiglia Capece-Minutolo, nell’angolo del transetto a destra della cappella di Sant’Aspreno, è conservato un prezioso reperto proveniente dalla distrutta basilica gemina della basilica cattedrale detta di Santa Restituta, dedicata al Salvatore e detta  Stefanìa (1), utilizzato come antependium dell’Altare del sacello.

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Napoli – Duomo – Planimetria del complesso degli edifici – Il sito della cappella di patronato della famiglia Capece-Minutolo.

Alla base della fenestrella aperta sul paliotto (l’antependium) dell’Altare, fu incisa la seguente iscrizione a caratteri gotici, dalla quale apprendiamo che esso  fu fatto collocare in quel luogo dal Cardinale Filippo Minutolo (? – 1301) che fu Arcivescovo di Napoli dal 1283 al 1301 (2):

+ PHILIPPUS ARCHIEPISCOPUS

FILIUS DOMINI LANDOLFI CAPICE DICTI MINUTULI

ME POSUIT.

Il piccolo Altare fu riposizionato sotto il monumento funebre da un altro Minutolo, Arrigo (? – 1412), Cardinale del Titolo romano di Sant’Anastàsia, Arcivescovo di Napoli dal 1389 al 1400, che fece ampliare la cappella costruendo la tribuna, per contenere il suo maestoso sepolcro e fece porre come dorsale, sul bordo della Mensa, un presepio, che sembra fuori luogo: fin dal IV secolo, già ai tempi di Papa Gregorio Magno, al 25 dicembre si celebravano nella basilica romana di Sant’Anastàsia al Palatino, antichissimo e prestigioso Titolo cardinalizio, le tre Messe natalizie, della notte, dell’aurora e del giorno e la seconda era dedicata alla Santa e la celebrazione era di diritto pontificio (3).

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Napoli – Duomo – Cappella Capece-Minutolo – interno – Il monumento funebre di Arrigo Mitutolo; sul dorsale dell’Altare, si osserva il presepio.

Il Collegio Capitolare di Santa Restituta, per omaggiare Arrigo Minutolo nel suo Titolo Cardinalizio cominciò, dal tempo della sua promozione alla sede metropolita napoletana (1389), a celebrare all’Altare della cappella dei Capece Minutolo, la Messa dell’aurora del 25 dicembre, come avveniva nella basilica romana sul colle Palatino.

L’Altare non fu mai Dedicato ai Santi Pietro e Anastàsia, ma la cappella fu intitolata dallo stesso Arrigo ai due Santi, a San Pietro antico titolare della cappella, fin dall’VIII secolo e Sant’Anastàsia in ricordo della sua incardinazione romana.

Questo ha fatto confondere le figure di Aronne e Zaccaria riprodotte sulla lastra marmorea bizantina utilizzata come frontale del piccolo Altare, con San Pietro e Sant’Anastàsia.

Il Duca e Vescovo di Napoli Stefano II (756-789) dispose la ricostruzione della basilica intitolata al Salvatore e detta Stefanìa, perché la più antica era stata distrutta da un incendio, e dispose anche la ricostruzione della cappella di San Pietro, posta sotto il campanile di sinistra della basilica.

In epoca imprecisata, molto tempo prima della costruzione del duomo angioino, la cappella fu concessa in patronato alla potente famiglia  Capece-Minutolo.

Il patronato si estendeva anche allo spazio antistante la cappella delimitato ancora sul pavimento del transetto dell’edificio con la seguente iscrizione:

ANTIQUA  SACELLI  DOMINORUM  MINUTULORUM  ARCA  IN  FRONTE  PALMI  XXIII  IN AGRO  PALMI  XXIX  EORUNDEM  MARMORIBUS  STRATA  KAL.  MARTII  ANNO  MDCCLVI.

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Napoli – Duomo – Cappella Capece-Minutolo – Sepolcro di Arrigo Minutolo: il presepio.

Il cantiere del duomo fu impiantato nel 1281 e i lavori, che iniziarono nel 1283, come risulta dai registri angioini, anche se la effettiva fondazione del duomo la si assegna al 1294, incominciarono con lo spianamento della basilica detta Stefanìa, dall’area Sud-Est, distruggendo la cappella di San Pietro dei Capece-Minutolo.

La cronotassi dei Vescovi di Napoli, dal 1281 al 1285, registra una vacanza di sede, alla quale fu poi promosso nel 1285 Filippo Minutolo che curò la ricostruzione della distrutta cappella di famiglia recuperando, probabilmente, il manufatto oggetto di questo studio, fra i marmi di risulta della diroccata basilica detta Stefanìa  per utilizzarlo come frontale per l’Altare del sacello.

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Il manufatto utilizzato come antependium (frontale, paliotto) dell’Altare, è una lastra marmorea di metri 1 di altezza, per metri 1,10 di base, determinata ai lati da due pilastrini di base quadrangolare di cm.10 di lato, che recano sulla normale una decorazione litomorfa che sale da due vasi alla base, e sul fianco appaiono diversamente comunemente decorati.

La Mensa, più grande, è sorretta agli spigoli anteriori da due colonnine tortili, aggiunte in epoca medioevale, al tempo del riposizionamento del piccolo Altare  sotto il sepolcro di Arrigo Minutolo che, Cardinale del Titolo romano  di Santa Anastàsia, intitolò anche alla Santa la Cappella di famiglia, che da allora sarà la cappella dei Santi Pietro e Anastàsia dei Capece-Minutolo.

Al centro, alla base del frontale, si apre la fenestrella confessionis , di cm.30 di altezza per cm.27, che mette in comunicazione con l’interno della cassa che costituisce la base della Mensa dell’Altare, chiusa per gli altri lati da lastre prive di decorazione, realizzate con marmi diversi: non è possibile ispezionare internamente la cassa, per la presenza nel vano della fenestrella, di un contenitore di legno dorato medernamente e anonimamente incorniciato, posto dalla parte proprietaria della cappella, con all’interno un vaso di cristallo contenente una capsella reliquiario.

Una ispezione interna risulterebbe utile per verificare l’esistenza o meno di tracce di decorazioni sia sul retro del frontale  che sulle altre lastre marmoree che chiudono  la cassa.

Al disotto della fenestrella, su due righi, fu incisa la citata scritta a caratteri gotici che ricorda la data della collocazione dell’Altare all’interno della cappella.

La fenestrella è sormontata da una grossa Croce potenziata (4), affiancata da due colombelle di pasta vitrea svolazzanti, ed è inquadrata da due colonne tortili con capitelli corinzi, sulle quali poggia un archetto trionfale, sovrastante la Croce; l’estradosso dell’archetto trionfale sopporta la cima fiorita dell’Albero della Croce.

Ai lati della fenestrella sono graffite a tutto campo le immagini di Aronne e Zaccaria, padre di Giovanni il Battista, il primo e l’ultimo sacerdote dell’Antico Testamento, che in abiti sacerdotali incensano verso di essa.

Antichi Tabernacoli e antichi Altari.

In età apostolica, i fedeli si comunicavano durante la celebrazione della Santa Messa e le porzioni di Pane Eucaristico che avanzavano erano conservate per gli infermi e i moribondi e ad essi venivano inviate per mezzo dei diaconi (5).

Il Pane Eucaristico veniva conservato nei primi secoli del cristianesimo, sia nella case dei fedeli che nelle Domus Ecclesiae.

Come e dove fossero conservate le Specie Eucaristiche nella case private, non abbiamo informazioni, sappiamo però, da alcune fonti, che Esse erano devotamente ravvolte in un telo di lino bianco riposto in una apposita cassetta o contenitore, certamente conservata in un luogo in onore, nella casa, forse in edicole a muro come gli antichi larari della Domus.

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Pompei scavi – Un antico larario a tempietto.

Le Costituzioni Apostoliche, disposizioni canonico-liturgiche del 375-380 circa, al capitolo VIII n:13 indicavano i diaconi come  custodi della Santissima Eucaristia che La riponevano in un ambiente adiacente l’abside della basilica chiamato in oriente Pastoforio e in occidente Secretarium o Sacrarium, all’interno di una apposita credenza incassata nel muro o in una cassetta chiamata conditorium.

Ma non si ha notizia della conservazione delle Specie Eucaristiche all’interno delle fenestrelle degli stipiti degli Altari.

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Limoges – Francia – Colomba Eucaristica.

E’ a partire dal IX secolo che l’Eucaristia viene conservata solo nelle chiese e non più nelle case perché si temono profanazioni legate anche alle varie dispute sulla presenza reale di Cristo: Essa veniva riposta in un Propitiatorium, contenitore a cassetta posto sull’Altare, o nella sagrestia in una apposita cassetta o credenza, incassata nel muro, oppure nella Colomba Eucaristica, pendente dal ciborio o posta su un tavolino accanto all’Altare, la cui forma è chiaramente allusiva allo Spirito Santo, manifestatosi anche come Colomba.

Dal XIII secolo in Italia e in Germania, compare il più comune, sicuro e pratico Tabernacolo incassato nel muro accanto ad altre soluzioni, come la Torre Sacramentaria, in uso fino al XVII secolo, specie nel nord dell’Europa, posta accanto all’Altare, che lasciava scorgere in un contenitore di vetro un’Ostia consacrata, perché i fedeli in adorazione potessero vederLa.

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Germania – Norimberga – Lorenzkirke – La torre sacramentaria.

Dal Concilio di Trento in poi, è storia ben nota, con le più alte espressioni d’arte applicata alle Custodie Eucaristiche (6).

Gli Altari in epoca apostolica,  erano semplici tavole che venivano poste al centro dell’Assemblea e subito rimosse, perché si dava più importanza alla narrazione dei fatti della vita di Gesù e alla catechesi e la Celebrazione Eucaristica avveniva se era presente un presbitero.

A partire dalla seconda metà del IV secolo in oriente, cominciarono ad essere utilizzati Altari fissi, di limitate dimensioni che ritroveremo in occidente nel VI secolo (7) con la Mensa sostenuta da un blocco stipite o ceppo, monolitico, a base quadrangolare, abbastanza massiccio e presentavano il reconditorio delle reliquie nella superficie inferiore, in una piccola nicchia ricavata nella faccia anteriore del blocco.

L’apertura della nicchia veniva detta fenestrella confessionis perchè i sepolcri dei martiri erano designati quali confessionis: i martiri erano stati messi a morte per avere confessato di credere in Cristo, confessione permanente ricordata dallo loro tomba.

La fronte di questi Altari monoliti, presenta delle decorazioni intorno alla fenestrella, decorazione che non  sempre era presente sulle altre facce del blocco di pietra.

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Ravenna – Battistero Neoniano – Altare del V secolo.

E’ il caso degli Altari peleocristiani superstiti di Parenzo, di Sant’Apollinare Nuovo e di sant’Apollinare in Classe, a Ravenna; dell’Altare del Battistero Neoniano di Ravenna; dell’Altare di Bagnocavallo: di quello del sacello napoletano di Sant’Aspreno; di Santa Maria del Priorato a Roma; della catacomba di Panfilio che presentano il repositorio delle reliquie al centro o alla base del manufatto e sono variamente decorati con motivi iconografici cristologici, come le colombelle o i fiori che simboleggiano la risurrezione di Gesù, la Croce gemmata potenziata, con le lettere apocalittiche                .reliquiari25

Croazia – Parec – Fronte di altare del VI secolo 

Altri Altari si configuravano, in epoca paleocristiana e altomedioevale, con la Mensa poggiata su un supporto che assumeva la forma di cassa costituita da lastroni di marmo incastrati talvolta in quattro pilastrini d’angolo che non avevano funzione di sostegno, ma solo decorativa.Questi Altari presentavano decorazioni sulle quattro facce laterali e la fenestrella a volte veniva aperta nella faccia posteriore ed erano destinati a contenere il deposito di numerose reliquie.

La Mensa dell’Altare della cappella di patronato della famiglia Capece Minutolo nel duomo di Napoli, poggia su due colonnine tortili aggiunte in epoca medioevale, poste agli angoli anteriori di essa e su una cassa marmorea che presenta nella fronte decorata la fenestrella confessionis.

Considerando la sua configurazione, il frontale è stato da sempre ritenuto residuo decorativo di un Altare tardo antico, testimonianza artistica bizantina del tempo della Napoli ducale, tesi che non trova riscontro.

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Napoli – Sacello di Sant’Aspreno al porto.

Ho evidenziato l’uso di conservare il Pane Eucaristico in apposite nicchie ricavate nel muro delle absidi o nella sagrestia: esse venivano chiamate aedicula, repositorium, armarium, conditorium, sanctorum, che riproducevano il tipo comune di edicola pagana, a tempietto con colonne e timpano e decorazioni sulla facciata, come i larari delle domus romane, all’interno delle quali il Pane Eucaristico veniva conservato in appositi contenitori, le pissidi (8).

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Roma – Catacomba di Panfilio – Altare in un sacello privato del VI secolo.

Confrontando le dimensioni degli Altari paleocristiani ed altomedioevali superstiti, da me precedentemente citati, notiamo che esse sono nettamente inferiori alla lastra di marmo utilizzata come antependium dell’Altare a cassa, nella cappella dei Capece Minutolo: l’altezza dei monoliti è pressochè comune anche con la cassa dell’Altare della cappella; non sempre su di essi veniva posta una Mensa utilizzando invece come piano Mensa la faccia superiore del blocco di pietra, frequentemente variamente decorata con una Croce al centro ed una bordura presente sui lati.

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Pozzuoli  (Napoli) – Santuario di San Gennaro alla Solfatara – Monolite dell’Altare della antica cappella, che la tradizione orale ha da sempre ritenuto essere il cippo su cui fu decapitato il Megalomartire San Gennaro – Accanto: ricostruzione grafica dell’antico Altare, di G. Gaeta. (da: E. Moscarella, La “Pietra di S. Gennaro alla Solfatara” di Pozzuoli, Edit. Dehoniane, 1975).

La larghezza e la profondità dei monoliti è nettamente inferiore, oscillante fra i 70/80 centimetri di larghezza per una profondità di 50/60 centimetri.

Questa particolarità contribuisce a considerare la lastra marmorea utilizzata come antependium dell’Altare della cappella dei Capece Minutolo non realizzata come frontale di un Altare sia pur antico, quanto piuttosto come fronte di una aedicula, repositorium di Specie Eucaristiche, proveniente dal pastoforio della diroccata basilica detta Stefanìa e per la iconografia che presenta, non consente di ipotizzare la sua origine in una aedicula contenente una preziosa reliquia della Santa Croce, ipotesi da noi pur accennata e proposta.

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La decorazione presente sul frontale sviluppa un tema cristologico: la superiorità del Sacerdozio di Cristo su quello dell’Antico Testamento, per la unicità del Suo sacrificio, rispetto alla inutile ripetizione degli antichi (9).  

Ermeneutica delle immagini graffite dell’antependium.

Considerato quanto esposto circa la custodia per il Pane Eucaristico, in epoca paleocristiana e altomedioevale, appare probabile la originaria funzione del reperto, come fronte della aedicula, custodia per le Specie Eucaristiche della basilica Stefanìa, la sua provenienza, l’ipotesi del suo recupero dai marmi di risulta mentre si provvedeva a diroccare l’edificio per far posto al costruendo duomo angioino, ed il suo reimpiego nella ricostruita cappella di San Pietro dei Minutolo ad opera dell’Arcivescovo Filippo Minutolo, alla fine del ‘200.

Il tema iconografico svolto sul frontale, esplica la dottrina della presenza reale di Cristo nella Santissima Eucaristia conservata  nella antica aedicula della Stefanìa.

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Nella tradizione ebraica il Tabernacolo era la dimora di JHWH, il Dio Vivente, portatile, usato dagli israeliti come Santuario durante la loro peregrinazione nel deserto.

Esso fu realizzato da Mosè seguendo le indicazioni ricevute direttamente da JHWH (Es.26-27).

Simile ad una tenda nascondeva al suo interno il Santo dei Santi, che conteneva l’Arca dell’Alleanza, il Candelabro, la tavola della presentazione dei pani e l’altare dell’incenso.

Quando il popolo di Israele. da nomade divenne stanziale, Salomone intorno al 950 a.C. costruì sulla spianata della collina settentrionale di Gerusalemme, il monte Moria, il Tempio, seguendo le istruzioni date da JHWH a Mosè in Esodo 26-27.

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Il Tempio di Salomone – Ricostruzione ideale.

Il vero architetto del Tempio fu considerato JHWH stesso, per cui ai suoi elementi furono da sempre attribuiti significati simbolici, presi a modello.

All’interno del Santo dei Santi era custodita l’Arca dell’Alleanza che conteneva la “Tavole della Legge”, la Torah.

Il Sommo Sacerdote, una volta l’anno, nel giorno del Kippur entrava nel vestibolo del Tempio, il Santo, oltre il quale c’era il Santo dei Santi.

Davanti al vestibolo del Tempio si innalzavano due colonne di bronzo, tortili secondo la tradizione, chiamate  Boaz, che simboleggiava il concetto della forza e l’altra, quella di sinistra, chiamata Jachin, che simboleggiava il concetto della stabilità.

Il Tempio di Salomone fu distrutto da Nabucodonosor nel 586 a.C. e ricostruito in epoca persiana, al tempo di Ciro e completato nel 515.

Fu però ricostruito interamente da Erode il Grande a partire dal 55 a.C. e definitivamente distrutto dai romani nel 70 d.C.

La vicenda storica non ci consente di avere una descrizione dettagliata dell’edificio.

Secondo alcuni le due colonne poste ai lati dell’ingresso del vestibolo del Tempio, sopportavano, al disopra dei capitelli, due grossi bacili che contenevano uno il fuoco e quello di destra l’acqua.

Il fuoco voleva simboleggiare il globo celeste e per traslato l’uomo celeste, l’acqua l’uomo terreno.

Entrambi esprimevano il concetto della attività e passività dell’Energia Divina: il sole e la luna, il bene e il male, la luce e le tenebre.

In mezzo ad esse passava, sostandovi, il sommo sacerdote nel giorno del Kippur, prima di accedere nel Santo dei Santi e raggiungere l’Arca dell’Alleanza, la presenza immanente di JHWH in mezzo al suo popolo.

Nella misteriosa speculazione esoterica ebraica, la sefirot, che tenta di spiegare la relazione dell’uomo con JHWH trascendente e inaccessibile, le due colonne vorrebbero anche significare la misericordia, Jachin, e la giustizia, Boaz.

Poste all’ingresso del santuario volevano significare che JHWH giusto e misericordioso con la Sua presenza immanente nel Santo dei Santi, rende stabile la Sua dimora in mezzo agli uomini, in eterno.

Il sommo sacerdote, sostando fra le due colonne diveniva il testimone muto della virtù dell’equilibrio, personificando così la caratteristica dell’Atteso, del Messia, Sommo ed Eterno Sacerdote, il Sacerdote Misericordioso  Fedele, cioè accreditato presso JHWH, che con il Suo Sacrificio, rende l’uomo giustificato per la fede e in pace con JHWH (Rm.5,1).

La lastra di marmo utilizzata come frontale dell’Altare della cappella, presenta la fenestrella inquadrata da due colonne tortili sormontate da due capitelli corinzi, sui quali poggia un archetto trionfale sovrastante una Croce potenziata con ai lati due colombelle di pasta vitrea, chiara rappresentazione grafica dell’ingresso del Tabernacolo del Tempio di Gerusalemme, davanti al quale si alzavano la due colonne Jachin e Boaz.

Al vertice dell’estradosso dell’archetto trionfale, emerge la cima fiorita dell’Albero della Croce.albero-vita

L’Albero della Croce-Albero della vita, nel mosaico absidale di una basilica paleocristiana.

Secondo una leggenda (10) il legname utilizzato per la costruzione della Croce, fu ricavato da un albero nato da uno dei tre semi, di cedro, di cipresso, di pino, chiaro riferimento trinitario, posti nella bocca di Adamo quando fu sepolto; secondo un’altra versione della stessa leggenda, nella bocca di Adamo, quando fu sepolto, fu posto un ramoscello dell’Albero della Vita, uno dei due alberi del giardino di Eden, menzionati nel racconto bibblico della creazione (Genesi 2,39) e chi si cibava di esso, avrebbe goduto della vita eterna.

La versione più complessa della storia è un’altra e la ritroviamo nella Leggenda aurea: Set, figlio di Adamo, ritrovata la via per l’Eden, vede sui rami dell’Albero della Vita un neonato, visione profetica della salvezza del genere umano.

Riceve in dono dall’angelo guardiano alcuni semi con l’incarico di sepperli insieme al corpo del Progenitore quando questi sarà morto.

Dai semi e cioè dal corpo di Adamo, nascono tre alberi  che innestati e trapiantati più volte dai Patriarchi si fondono in uno solo: sarà questo, secolo dopo secolo, a fornire il legno per la Croce di Cristo che verrà innalzata sul luogo stesso in cui Adamo fu sepolto (11).

Un ramo dell’Albero della Vita fu donato, secondo un’altra versione della stessa  leggenda, a Set, terzo figlio di Adamo, dall’Arcangelo Michele:  il ramo crebbe e divenne albero  e fornì il legname per la Croce (12).

L’Albero della Vita, sull’antependium  bizantino è radicato nel Santo dei Santi, luogo della presenza immanente di JHWH in mezzo al suo popolo; ad esso fu appeso Cristo che con il Suo Sacrificio, Sacerdote, Vittima e Altare, Figlio Unigenito del Dio Vivente, generato ab aeterno, è il nuovo Adamo: è attraverso la Sua passione, morte e risurrezione che si realizza la riconciliazione dell’umanità con Dio, la Nuova ed Eterna Alleanza.

Ma la fede in Israele era in un Dio terribile, che tuonava dal Tabernacolo: in esso ora risiede l’Amore nascosto che aspetta che noi andiamo a cercarlo, ponendo i nostri passi nei suoi passi, facendo della nostra vita una imitazione della sua vita.

Amore che aspetta, fin dal tempo di Adamo, appeso ad una Croce; Amore che raccoglie tutto il peccato dell’uomo di ieri, di oggi, di domani, e che costituisce il termine della nostra ricerca dell’assoluto; direttrice dell’inizio del nostro cammino catartico, perchè è il Suo sacrificio che ci purifica e ci conduce finalmente al Padre, Egli è il solo che Dio ha destinato a  ricapitolare il libro della storia dell’uomo e dell’universo.

Come : camminando verso il Dio vivente percorrendo la via della saggezza e della conoscenza, raggiungendo l’equilibrio che toglie il velo, quello stesso velario che nascondeva l’Arca agli occhi del sacerdote, nel Tempio, squarciato da cima a fondo, come raccontato nei Vangeli (Mt.27,51; Mc.15,38; Lc.23,45) nel momento stesso in cui Cristo con la sua morte in Croce è entrato nel nuovo Santuario e lì ha posto la Sua dimora eterna.

L’Albero della vita, immagine teologica di JHWH, di Colui che è la Norma, era per Israele radicato in Eden, qui immagine teologica di Dio Uno e Trino, è radicato nel Tabernacolo, luogo della presenza reale del Cristo, l’Emmanu-El, Dio fra gli uomini, (Ap.21,3) la Norma.

Giovanni nel Prologo al suo Vangelo dice …il Verbo si fece carne e dimorò fra noi…”.

Il Tabernacolo, quindi, dimora di JHWH in mezzo al Suo popolo nella antica Gerusalemme, ora è la dimora del VERBO, l’abitazione dell’Emmanu-El, del Dio fra gli uomini (Ap.21,3).

Scrive Settimio Cipriani, commentando la Lettera agli Ebrei (13), che Cristo è stato costituito da Dio Sommo Sacerdote…e il Suo Sacerdozio è superiore a quello levitico rappresentato dalle due figure di Aronne: il primo sacerdote del Vecchio Testamento e Zaccaria,  padre di Giovanni il Battista, il primo sacerdote che compare nel Nuovo Testamento, perché può salvare per sempre quelli che per suo mezzo si avvicinano a Dio, intercedendo in loro favore; Zaccaria, l’ultimo dei sacerdoti dell’Antico Testamento.

Il culto di Aronne e Zaccaria che incensano verso il Santo dei Santi era ombra delle cose celesti…Con il nuovo culto, tutto spirituale, Cristo inaugura la Nuova Alleanza, predetta dai profeti.

La superiorità del culto si basa soprattutto sulla superiorità dell’unico Sacrificio di Cristo, su quelli dell’Antico Testamento, tutti materiali e carnali e perciò incapaci di purificare secondo coscienza.

Cristo invece, offrendo il Suo stesso Sangue ha espiato i peccati di tutti e con la sua morte è diventato mediatore di una migliore Alleanza che costituisce anche il vero Nuovo Testamento dell’Amore.

La superiorità del sacrificio di Cristo, risulta soprattutto dalla sua unicità in confronto alle inutili ripetizioni degli antichi sacrifici.

Quì il riferimento alla Lettera paolina ai Romani (5,11-12) è chiaro: attraverso l‘Albero della Croce fiorito, …la giustificazione – scrive Cipriani – è anche una meravigliosa restaurazione della rovina compiuta da Adamo…Cristo è il nuovo capo spirituale dell’umanità: in questa Sua funzione ricapitolativa ed egemonica Egli è meravigliosamente prefigurato dal primo Adamo, figura di colui che doveva venire (1Cor.10,6). Ciò che il primo Adamo ha distrutto, il secondo Adamo restaura…Adamo aveva introdotto nel mondo il peccato, e come inevitabile conseguenza la morte…Cristo, invece, farà di nuovo regnare la Grazia, mediante la giustizia che ci introduce già nella vita eterna…(14).

Il Pane Eucaristico conservato nel Tabernacolo, testimonianza del Risorto, è il solo vero cibo capace di garantire ai fedeli (le colombelle sono raffigurazioni della Risurrezione mediante la sequela della Croce) che di esso si cibano, il passaggio dalla morte alla vita, grazie proprio alla Croce, che da strumento di morte, diventa strumento di vita eterna.

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La brevità dello spazio non consente di approfondire ancor più il valore del manufatto bizantino, utilizzato come antependium del piccolo Altare della cappella dei Capece-Minutolo; consente invece di non tacere sulla singolarità della decorazione graffita che svolge un tema iconografico cristologico, ermeneutico, al tempo del dibattito sulla necessità o meno della iconoclastia e la affermazione della ortodossia.

Emerge da esso la ricchezza delle tradizioni culturali e religiose che lo hanno prodotto, generato da un crogiulo ricco di filoni di culture cristiane provenienti dal bacino mediterraneo.

Non è tanto da considerare la più varia possibile provenienza del manufatto, quanto piuttosto la comunione di fede sostanziale, integra, fra le comunità cristiane napoletane, quella latina e quella greca, integrate in un tempo di profonde lacerazioni e tensioni storico-teologiche coeve ben note.

Ben poche sono le testimonianze artistiche superstiti del periodo ducale napoiletano, per le distruzioni operate dalle calamità naturali e dalle mano dell’uomo.

Della considerevole produzione plastica e decorativa napoletana, del periodo bizantino, restano pochi frammenti e non utili per un raffronto con la decorazione presente sul frontale dell’Altare, frammenti, per altro, solo ipoteticamente assegnabili ad un arredo liturgico, assegnabili a diverse botteghe artigiane operanti a Napoli in età bizantina e altomedioevale che produssero manufatti con contenuti iconogarfici di chiara derivazione orientale.

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NOTE  E  DISCUSSIONI.

1 – Il complesso degli edifici episcopali, in epoca tardo antica e alto medioevale, andò ad occupare uno spazio decentrato rispetto al FORO, spazio che si trasformò ben presto nell’insula quadrupla che si estende per circa 30.000 metri quadrati, compresa fra il cardine radii solis (oggi via Duomo), da Nord a Sud e il cardine ad plateam capuana (vico Sedil Capuano), similmente orientato, e da Est a Ovest, fra il decumano superiore nel tratto di Somma Piazza (largo Donnargina) e il decumano medio (via Tribunali) nello spazio della platea capuana (largo Sisto Riario Sforza).  L’area risultante, già interessata da un primitivo insediamento cristiano, fin dal costituirsi in epoca tardo antica, andò a fagocitare le adiacenti insule minori, inglobando tratti di tre cardini più un vicus obliquo, che da somma piazza si immette ancora, anche se non più percorribile perchè corte interna degli edifici capitolari, nel cardine radii solis, configurandosi già nel VII-VIII secolo così come appare oggi. Il vicus obliquo, costituiva l’accesso al primitivo insediamento cristiano e al successivo complesso costantiniano della basilica detta di Santa Restituta. Nell’insula compresa tra il vicus obliquo e il tratto superiore del cardine scoperto negli anni ’70 del passato secolo, nell’erea occupata oggi dal palazzo arcivescovile, dall’ex istituto scolastico Calasantio e dagli ambienti in uso dl Capitolo Cattedrale di Napoli, accanto ad edifici preesistenti forse termnali ed un tempio sacro ad Apollo, furono costruiti i primi edifici di culto e poi in epoca costantiniana una basilica dedicata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta d’Africa, non l’attuale, non orientata come attualmente appare, ma con ingresso a Nord, dallo stesso vicus obliquo,  il Battistero e gli altri edifici tardoantichi recentemente individuatri e successivamente la sua basilica gemina, dedicata anch’essa al Salvatore detta Stefanìa.

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Elaborazione grafica del Sersale (1700) della sovrapposizione del duomo angioino sulle preesistenti basiliche gemine: la bsilica Cattedrale detta di Santa Restituta, ridotta nella sua lunghezza, e la Basilica del Salvatore detta Stefania diroccata. La seconda immagine riproduce con un ideale “volo d’uccello” la configurazione planimetrica delle due basiliche, così come le ha immaginate l’archeologo Alessio Simmaco Mazzocchi nel 1700.

La Stefanìa costruita dal Vescovo di Napoli Stefano I (496-?) fu distrutta da un incendio, ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca e Vescovo Stefano II (756-789). Nel 512 ci fu un violento terremoto di ogine vulcanica che sconquassò Napoli; e poi la guerra gotica, l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edfici della cittadella vescovile, alla basilia Stefania e certamente anche alla parallela adiacente basilica detta di Santa Restiututa, che dovette essere anche essa restaurata, se non addirittura parzialmente ricostruita fra l’VIII e il IX secolo, subendo nell’impianto planimetrico la totale modifica con la rotazione del suo asse di 180 gradi, e certamente fu dotata di una facciata monumentale verso sud realizzata al posto della antica abside, e di uno spazio esterno porticato. La basilica detta Stefanìa, pare avesse anche essa una facciata monumentale  verso Sud, con due campanili: quello di sinistra a scavalco del tratto di strada di accesso alla cittadella vescovile, realizzato su una torre di difesa del VI-VII secolo che poi costitui la struttura di base sulla quale fu realizzato il campanile medioevale, crollato per l terremoto del 1349 e mai più ricostruito, e quello di destra che alla base conteneva già un antico oratorio individuato come l’oratorio di San Pietro dei Minutolo.

2 – Giovanni Boccaccio ambienta la conclusione della seconda novella della quinta giornata del Decamerone, nella Cappella dei Capece-Minutolo. Il sepolcro di Filippo Minutolo, citato nel Decamerone, attribuito ad Arnolfo di Cambio, è quello a destra dell’Altare del sacello, come informa la fascia dedicatoria:

MAGNANIMUS CONSTANS PRUDENS FAMAQ. SEREN. PHIPILLUS PRESUL MORUM DULCEDINE PLENUS PATRIAE DECUS ET FLOS ALTA PROPAGO HIC SILETTEGITUR IACET HIC PROBITATIS YMAGO.

In esso rimasero le spoglie mortali del Arcivescovo Filippo fino al 1721, quando in esecuzione di un decreto della Sacra Congregazione dei Riti, che vietava la presenza di cadaveri in sepolcri elevati da terra, furono esumate e, trovate intatte e flessibili, sistemate nude in una cassa di legno nella cripta della cappella e offerte alla curiosità dei turisti. Il Cardinale Alfonso Castaldo, Arcivescovo di Napoli (1958-1966), nel 1965 decretò la definitiva inumazione delle sue spoglie mortali, nell’antico sarcofago. Nel 1721, sulla fascia laterale del sarcofago fu apposta la seguente iscrizione:

Cineres tam Enrici Minutoli s.r.e.c. / et archiepiscopus neapolitani / quam Ursi archiepiscopi salernitani / in hoc sacello repèerta non sunt sed tantum / corpus d. Philippi Minutoli eiusdem ecclesiae / presul quod anno d.ni 1721 die vero / decima mensis octobris sub presulato Francisci Pignatelli s.r.e.c. opera patri d. Francisci Capicy / Minutoli c.r. deputati totius familiae minutolorum subtus sacrarium eiusdem / sacelli decentiuus reposuit ut decretis s.c. ritum pareret.

Al disotto della iscrizione settecentesca fu apposta la iscrizione che ricorda la definitiva inumazione della salma di Filippo Minutolo nel sarcofago antico:

A.D. MCMLXV / cineres d. Philippi Minutoli arch.neap. / desiderio totius familiae minutolorum / ex sacrario huius sacelli hoc in monumento / reconditi sunt /  annuente Alfonso Castaldo/ s.r.card. et arch.neap.

3 – (Cfr. AA.VV. a cura di D.Sartore e A.M. Triacca, Nuovo dizionario di liturgia, Edizioni Paoline). Anàstasis (= risurrezione): con tale nome Eteria definisce la zona Ovest della chiesa del S. Sepolcro di Gerusalemme, in cui si trova il sepolcro di Cristo. In quel luogo, durante l’ottava pasquale, il vescovo teneva le mistagogie ai neofiti. Per estensione, il nome fu applicato anche ad altrre basiliche dell’antichità. La antichissima basilica romana intitolata a S. Anastàsia, martire della persecuzione neroniana, in antico era forse utilizzata come sede per le catechesi ai neofiti romani.

4 – (Cfr: Wikipedia). La Croce potenziata, è una Croce greca con tutti i bracci uguali che terminano con una Croce in Tau, da ciò il suo nome. La Croce potenziata è da sempre simbolo cosmico attraverso il numero quattro che rimanda ai quattro punti cardinali, all’infinito e ai quattro elementi primordiali e sta a significare la presenza cosmica della potenza divina. La presenza della Croce greca sulla lastra utilizzata come antependium del piccolo Altare, recuperata, probabilmente, fra i marmi di risulta del cantiere del Duomo angioino, dall’Arcivescovo Filippo Minutolo, è una ulteriore conferma della sua provenienza dalla basilica detta Stefanìa, che basilica gemina della basilica Cattedrale napoletana, detta di Santa Restituta, al tempo della costituzione del Ducato di Napoli, era già funzionante, fondata dal Vescovo Stefano I (496-513) e con l’arrivo dei bizantini vide attribuirsi gradatamente un ruolo amministrativo preminente, specialmente durante il periodo detta vescovile, intorno al 763, con la presenza di un clero greco, accanto ad un clero romano. Nella Stefanìa, probabilmente, si officiava in rito greco ed in essa era concentrata la attività pastorale-amministrativa e politica del Vescovo-Duca, e fu il Vescovo-Duca Stefano II (756-799), bizantino, che ricostruì l’edificio distrutto da un incendio. La presenza sul manufatto della Croce potenziata, poi, contribuisce a datarlo fra il VII e l’VIII secolo e collocarlo nell’ambito della Chiesa bizantina, in un tempo in cui anche a Napoli si celebrava la vittoria dell’imperatore Eraclio, nel 628, sui persiani di Crosoe II, che avevano occupato Gerusalemme nel 614 e avevano trafugato tutti i tesori e le reliquie e fra queste la Vera Croce che fu riportata a Gerusalemme nel 630, con la Memoria liturgica della Esaltazione della Croce, come commemorazione del ritorno trionfale della Vera Croce a Gerusalemme. Il Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli, redatto e scolpito nel IX secolo, negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV detto lo Scriba, che fu Vescovo di Napoli dall’842 all’849, o negli anni dell’episcopato di Sant’Atanasio I che fu Vescovo di Napoli dall’850 all’872, assegna al 3 maggio la Memoria Liturgica del RITROVAMENTO (della) S(anta) CROCE da parte di Sant’Elena nel 320 e al 14 settembre la  Memoria Liturgica della PAS(sione di) S(an) CIPR(iano) ED ESAL(tazione) della S(an)TA CROCE. San Cipriano di Cartagine denunciò con i suoi scritti la necessità dell’unione dei cristiani con i rispettivi vescovi e con questi con il Vescovo di Roma, successore di Pietro sulla Cattedra romana da lui fondata, unità attraverso Cristo, morto sulla Croce per la salvezza di tutti, e perché si costituisse un solo gregge con un solo Pastore. Il Calendario, fu redatto per gli usi liturgici delle due componenti confessionali, romana e bizantina che a Napoli convivevano autonomamente e in pace nei due riti, anche se in alcuni periodi di forte influenza bizantina nel governo della Città che cercava l’autonomia da Costantinopoli, attraverso Vescovi-Duchi o Duchi-Vescovi, o Vescovi e Duchi e viceversa, nominati dall’Esarca di Ravenna prima e poi dallo Stratega di Sicilia, il rito greco ebbe una maggiore ascendenza popolare.  

5 – Entrambe le materie comuni del pane e del vino, utilizzate ieri come oggi e in futuro, come materia per il Sacrificio Eucaristico, transustanziate per la potenza di Dio, diventano oggi, come ieri e come avverrà sempre, vero Corpo e vero Sangue di Gesù Cristo. La Celebrazione Eucaristica era articolata diversamente, perchè allora veniva data maggiore importanza alla narrazione dei fatti della vita di Gesù e alla catechesi, ma non era diversa nella sostanza, dalle attuali Celebrazioni. La Messa era ed è e sarà sempre il memoriale della passione del Signore, che non significa solo ricordo, commemorazione di ciò che avvenne allora, ma per la la potenza di Dio, ciò che avvenne allora è reso presente, attuale, durante ogni Messa, in ogni luogo, in ogni tempo, ieri come oggi e come lo sarà fino alla fine dei tempi, cioè la presenza reale, viva, operante nella Assemblea Liturgica di Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità: presenza che si protrae nel tempo attraverso le Specie Eucaristiche consacrate e conservate nei tabernacoli, in ogni luogo e in ognì tempo. Le parti fondamentali della Messa sono due, strettamente correlate; La Liturgia della Parola, durante la quale è Dio stesso, che attraverso la proclamazione, la lettura pubblica dei Sacri Testi, parla ai fedeli riuniti nel Suo nome e la Liturgia Eucaristica che celebra il memoriale della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo.  I fedeli convocati, riuniti dai riti di introduzione, formano una comunità orante in cammino verso la meta escatologica; si dispongono ad ascoltare la Parola e la catechesi; celebrano insieme l’Eucaristia e processionalmente continuano il loro andare verso Cristo  presente e vivo in mezzo a loro, Pane vivo disceso dal cielo, (Gv.6,33); ricevono il Pane Eucaristico, il Corpo di Cristo nel cavo della mano destra e dopo si accostano al calice per ricevere il Suo Sangue, come avveniva in epoca apostolica (cfr. San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimale XXIII) e, come avviene oggi in attuazione della riforma liturgica conciliare. Al termine della Messa ricevono il mandato che scioglie l’Assemblea: ANDATE. La locuzione latina ITE MISSA EST, è diventata oggi la formula comune di congedo, al termine della Celebrazione Eucaristica: tradotta letteralmente significa: ANDATE (l’offerta) E’ STATA MESSA. L’offerta è la materia del Sacrificio, il Pane Eucaristico transustanziato in vero Corpo di Cristo che il presbitero poneva negli appositi contenitori, perché fosse portato dai diaconi agli ammalati, agli assenti, perché anche essi,  fossero  parte della comunità orante, godendo degli stessi benefici scaturenti dalla partecipazione alla  Eucaristia, che significa rendimento di grazie a Dio per il dono ineffabile del Figlio Suo Unigenito, morto e risorto per la salvezza di tutti e i pezzi di Pane Eucaristico che avanzavano venivano conservati come viatico per i moribondi, non come termine di culto.

6 – Cfr. dom Cassian Folson OSB, Breve storia della custodia dell’Eucaristia.

7 – (Cfr. Nuovo Dizionario di Liturgia, a cura di D. Sartore e A.M. Triacca, Ed. Paoline. …L’Altare, Mensa del Signore, tavola del cenacolo e della locanda di Emmaus è anche l’immagine teologica di Cristo stesso, la roccia vivente di cui parla San Paolo (1Cor. 10,4). Per i cristiani non vi è che un solo Altare, come non vi è che un solo Tempio, il Cristo, allo stesso tempo, Vittima, Sacerdote e Altare del suo sacrificio. E’ quel Cristo mediesimo che sembra doversi ravvisare nello “Altare d’Oro posto davanti al Trono” evocato dall’Apocalisse (8,3). Simbolo del Cristo, l’Altare antico non tarda ad accogliere, al momento della sua dedicazione, le reliquie dei Martiri, associando al sacrificio di Cristo quello dei suoi testimoni. Perciò esso attinge il suo significato dall’Apocalise (6,9), dove il Veggente evoca l’Altare sotto il quale vede …le vittime di coloro che furono immolati a causa della Parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa….

8 – (Cfr. Cathopedia). Fin dai primi secoli del cristianesimo, il Pane Eucaristico veniva conservato, non come termine di culto, ma per essere utilizzato come conforto per gli ammalati e viatico per i moribondi, in appositi contenitori che avevano forma comune, come il cestino (canistrum, cista), così come appaiono in alcuni cicli mosaicati e in quelli ravennati. E’ a partire dal IX secolo, che  con le Decretali di Leone I (847-855), si specifica la forma delle pissidi, come vaso sacro destinato a contenere l’Eucaristia, ed il luogo dove contenerle, la Custodia Eucaristica, meglio stabilita con specifiche indicazioni nel X secolo, relativamente al posto dove doveva essere collocata e la sua difesa da ogni possibile profanazione. Variamente collocata in epoca altomedioevale: sospesa anche al ciborio (pisside pensile), e dal XIII secolo conservata in Tabernacoli sugli Altari, o vicini ad essi, la sua forma andava mutando nel tempo, passando dal piccolo contenitore a torre, a forma di colomba o di pellicano, con un  piede sottostante, per sostenerla, divenne custodia anche come termine di culto, per l’Adorazione Eucaristica stabilita dal Concilio di Trento (1545-1563).

9 – Cfr. Lettrera agli Ebrei.

10 – Cfr.  Jacopo da Varagine, (sec. XIII), La leggenda della Vera Croce.

11 – Cfr. Jacopo Manna, L’Albero di Jesse nel medioevo italiano un prfoblema di iconografia, 2001

12 –  (Cfr. G. Giraudo, In unum Corpus. Trattato mistagogico sull’Eucaristia, San Paolo, 2001). Nello spazio esuberante di grazia, in Eden (Gen.3), Dio e Adamo si incontrano e si muovono nel mutuo rispetto di ciò che è proprio del Creatore e di ciò che è proprio della sua creatura: il proprio di Adamo è nell’essere stato plasmato dalla terra e nell’avere ricevuto da Dio il soffio della vita; il proprio di Dio è descritto attraverso l’immagine di due Alberi: quello della Vita che designa Dio in quanto origine fondale del soffio della vita e perciò il solo Essere immortale; l’altro, è l’Albero della conoscenza del Bene e del Male, che designa Dio il solo a cui compete dare alla sua creatura la Norma, la regola di vita che da Lui solo procede. Alberi che appaiono come unico attributo divino, e stendere la mano contro l’Albero della scienza del Bene e del Male, equivale stendere la mano contro la Norma, la Legge, ossia ribellarsi a Colui al quale compete la Norma stessa, attendando contro l’origine fondale della vita. Gesù Cristo, è veramente uomo e veramente Dio, nella unità delle due persone di Figlio eterno del Padre. Ed è proprio questo essere veramente Dio e veramente uomo che attua l’unione tra Dio e l’umanità: L’iniziativa è di Dio Padre che ha progettato ab aeterno, di unire a se, in Cristo, l’umanità: Il Sommo Sacerdote, uomo, entra nel Santo dei Santi e ne riesce uomo come prima, Cristo Gesù, vero Dio e vero uomo, è entrato una volta sola nel Santuario ed è presente nel Santo dei Santi in eterno, Egli è l’Emmanu-EL, Dio con noi, il solo in grado di riconciliare, Sacerdote, Vittima e Altare, l’umanità con Dio.

13 – Cfr. Settimio Cipriani, Le Lettere di San Paolo, Ed. Cittadella, Assisi 1965.

14  – Cfr. Settimio Cipriani, op.cit.