Di due frammenti di transenna, di un frammento di pluteo e di un pilastrino di epoca ducale nella cappella di San Lorenzo del duomo di Napoli.

 di  Tino d’Amico

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Il complesso vescovile napoletano, raccoglie al suo interno alcuni preziosi sconosciuti manufatti, testimonianze inedite che, anche se frammentarie, sono utili per la comprensione dello sviluppo delle arti plastiche nell’Italia Meridionale e non solo, o quanto meno, per la conoscenza della attività di artisti provenienti dall’Oriente, residenti in Città e nei territori del ducato bizantino e i loro rapporti con Bisanzio e più in generale con il mondo mediorientale, siro-palestinese, sasanide, attraverso esperienze culturali ed artistiche documentate già a partire dal VII secolo e per tutto il periodo ducale napoletano (sec. VII – 1135).

Nell’ambito della ricerca e dello studio delle ricostruzioni e trasformazioni dell’assetto interno dell’edificio angioino all’indomani del disastroso terremoto del 1456 e l’interesse per l’occasionale riutilizzo di manufatti provenienti dagli arredi liturgici delle due antiche cattedrali napoletane, sia nel cantiere angioino , che nei cantieri aperti in occasione delle ricostruzioni o restauri , dopo documentati successivi eventi sismici, per poi essere definitivamente accantonati, od eliminati a discarica, o essere alienati in epoche successive, sorprende ancora la scoperta ed il recupero nel corso  degli ultimi lavori di consolidamento e restauro del duomo  (1969-72) di reperti provenienti dagli edifici alto medioevali dell’area episcopale, riposti poi, dopo il recupero, in spazi inidonei, scarsamente evidenziati,  ignorati e sottovalutati, nonostante il loro  valore documentario anche per la continuità dell’utilizzo nel tempo di particolari arredi liturgici all’interno dell’edificio.

Certamente il problema che si impone è la valutazione stilistica di un manufatto, perché privo di ogni riferimento possibile del contesto liturgico per cui fu realizzato:  lo spianamento angioino dell’area su cui sorgerà il duomo, le spoliazioni, le distruzioni e ricostruzioni nel tempo, la mancanza di elementi descrittivi degli antichi edifici che costituivano il complesso cattedrale, non rendono possibile una collocazione dei manufatti recuperati, dall’apparato liturgico antico.

Non è possibile nemmeno una datazione certa e nemmeno se appartenevano realmente all’arredo liturgico dell’antico complesso vescovile, o provengono da distrutti edifici.

Fanno eccezione il prezioso antependium (frontale) dell’Altare della cappella di patronato della famiglia Capece-Minutolo (cfr. Tino d’Amico, Duomo di Napoli – Il frontale (antependium) dell’Altare della cappella Capece-Minutolo, in: tinodamico.Wordpress.com).

I due plutei marmorei, raffiguranti l’uno scene della vita del patriarca biblico Giuseppe e l’altro, storie di San Gennaro e altri Santi, nella cappella di Santa Maria  del  Principio nella antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Il campione della unità di misura lineare bizantina (cfr. Tino d’Amico, Duomo di NapoliIl campione della unità di misura lineare bizantina, in: tinodamico.wordpress.com), incastonato ancora nel suo antico supporto, e sistemato  in epoca angioina nel pilastro dell’arco trionfale, al termine della navata grande del duomo, dalla parte della navatella detta del Salvatore. 

La lapide con l’epitaffio di Bono,  console e duca di Napoli   (832-834),   proveniente dalla chiesa abbaziale  di Santa  Maria a Piazza diroccata parzialmente al tempo dei lavori pel risanamento di Napoli, all’indomani della epidemia di colera del settembre 1884;

Il prezioso calendario marmoreo della Chiesa di Napoli, del IX secolo e un frammento di transenna murato accanto all’ingresso al Battistero di San Giovanni in Fonte .camp-1

Napoli – Duomo – Planimetria generale – Si evidenzia la cappella di San Lorenzo.

Le pareti della cappella di San Lorenzo, Vescovo (VIII sec.) del duomo di Napoli, detta degli Illustrissimi preti di propaganda (cfr. Tino d’Amico, L’albero di Jesse: affresco di Lello de Urbe )da Orvieto?, in: tinodamico.wordpress.com) sono il supporto espositivo di manufatti scultorei , recuperati all’interno dell’area del complesso vescovile durante gli ultimi lavori di consolidamento e restauro (1969-72), provenienti da antichi edifici di culto all’interno della stessa area , distrutti per lo spianamento del sito per la costruzione dell’edificio angioino, da cappellette e Altarini di patronato sparsi all’interno dell’edificio, diroccati dal terremoto del 1456 oppure eliminati a partire dalla seconda metà del ‘600 per l’adeguamento liturgico del complesso cattedrale e gli abbellimenti settecenteschi del Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1753), nel corso dei lavori di ricostruzione, consolidamento e restauro dopo il terremoto del 1732/33, manufatti tagliati, scalpellati o occasionalmente rinvenuti e  trasferiti a discarica, per riempire vuoti strutturali e consolidare tratti murari e fondazioni.

Oggetto di questa analisi sono due frammenti di una transenna, di cm. 35 x 60, utilizzati come pedate di  scalini, un pluteo di cm. 70 x 30 ed un pilastrino, in origine di sezione quadrata, ma tagliato nel riutilizzo nel senso della diagonale, di cm. 98 x 20, riposto in un angolo del sito, in posizione capovolta.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – I frammenti di transenna.

I due frammenti di transenna appaiono decorati con una serie di nastri che si intersecano formando losanghe, sistema decorativo aniconico desunto da stoffe di produzione sasanide (V-VII sec.).

La decorazione del frammento di pluteo presenta un diverso criterio compositivo, formato da cerchi vitinei che inscrivono pavoni intenti a beccare racimi d’uva.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Il frammento di pluteo.

Sistema decorativo ampiamente utilizzato nel periodo paleocristiano e alto medioevale , desunto da, manufatti suntuali in genere, comunque da oreficerie e tessuti di produzione orientale e di importazione attraverso i citati canali.

Il frammento di transenna potrebbe essere un reperto dal  portico paleocristiano scoperto inglobato nella struttura del palazzo arcivescovile napoletano e ancora in corso di scavo e studio, mentre il frammento di pluteo potrebbe essere un reperto dalla transenna ottagona che circondava, come d’uso, la vasca battesimale in San Giovanni in  Fonte, i cui elementi erano intervallati da colonnine che reggevano il tegurium , la copertura della vasca, e reggevano anche i velari calati per proteggere il pudore cristiano quando venivano battezzate le donne.

Il tralcio vitineo è sinonimo di sacrificio, di abbondanza traboccante dell’amore divino, dal sacrificio cruento di Cristo sulla Croce; il pavone che becca i racimi d’uva è simbolo di risurrezione e di vita eterna.

La vita eterna, godimento celeste, si raggiunge con la partecipazione al sacrificio di Cristo, attraverso la Santissima Eucaristia..

Il frammento di pilastrino, ornato in origine su tutti e quattro lati perché sostegno di un protiro o di un ciborio, e doveva essere visto da tutti e quattro i lati, fu segato nel senso diagonale e riutilizzato con altra finalità.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Il frammento di pilastrino.

Probabilmente poggiava su un leone ed era sormontato da un capitello con abaco, o da una mensola/capitello di impostazione per una voltina.

Anch’esso come i due precedenti reperti segnalati, dimostra la derivazione artistica da una scuola di importazione orientale fiorente a Napoli nei primi tempi del ducato, considerando la semplicità e la stilizzazione del decoro a semplici foglioline di palma, simbolo di vittoria, che  il colore stesso della pianta, sempreverde, simboleggia la vita eterna raggiunta dopo il martirio, trae origine dalle comuni fasce decorative dell’abbigliamento bizantino, che si ritroveranno per un lungo svolgere di anni.

Esso pur non evidenziando una probabile collocazione d’origine e una sicura datazione, che potrebbe essere testimonianza di un antico martyrium, esistente nell’area vescovile e diroccato, insieme ai frammenti di transenna e al frammento di pluteo, apre verso la comprensione dello svolgersi della scultura in Campania fra il VII e il IX secolo, facendo emergere dall’oblio, manufatti riposti altrove e dimenticati che, pur comuni prodotti derivati da manufatti suntuali, comuni al tempo del ducato, evolvendosi ed esprimendosi nell’ornato con girari e figure di animali fantastici trovano nelle stoffe orientali la loro matrice e nel mondo bizantino forme più schiette, portando a suggerire l’esistenza di botteghe artigiane trapiantate a Napoli ed operanti prima ancora di costituire vere e proprie scuole stilistiche.

Dopo la conclusione della guerra greco-gotica (536-553) i bizantini incominciarono ad esercitare sulle province del Meridione d’Italia un potere che non fu solo politico-militare, e attraverso gli scambi culturali, favoriti dall’incremento degli scambi commerciali, avviarono una politica di integrazione per mezzo dell’introduzione di colonie artigiane bizantine che influenzarono con il loro operato l’architettura, la scultura, le arti suntuali, con modelli desunti dall’arte sasanide, siro-palestinese.

Gli stessi pellegrinaggi verso i luoghi santi e dall’oriente verso Roma poi, favorirono l’introduzione di modelli ampiamente sperimentati nelle arti minori desunti dalle oreficerie, dalle stoffe e dai manufatti in genere, attraverso anche la circolazione di reliquie di Santi poste in reliquari finemente lavorati, e avvolti in tessuti anche serici che finirono per costituire il modello della produzione di manufatti elaborati da artigiani autoctoni.

A Napoli esisteva una fiorente documentata comunità di mercanti e di artigiani provenienti da Bisanzio e nei territori calabri  erano presenti colonie greco-egiziane che con le loro Chiese  intrattenevano intensi rapporti con i Paesi di origine.

Inoltre a Napoli conviveva, più o meno pacificamente, un clero autoctono, latino ed un clero di importazione, bizantino, che esercitavano in comune il loro ministero nelle due basiliche Cattedrali, la Santa Restituta, sede della unica Cattedra vescovile, con un ruolo decisamente liturgico-pastorale e la Stefanìa che disponeva anche di una Cattedra vescovile, edificio utilizzato essenzialmente dal clero bizantino per attività amministrative e sacramentali.

Integrazione politico-culturale-religiosa, favorita anche dalla presenza di Pontefici siro-palestinesi tra il VII e l’VIII secolo:  Giovanni V (685-686), Conone (686-687), Sisinnio I (708-708), Costantino I (708-715), Gregorio III (731-741).

Il Cardinale Arcivescovo di Napoli Francesco Boncompagni (1621-1641) concesse agli Ebdomadari del duomo l’utilizzo di alcune stanze costruite a ridosso della cappella di patronato della famiglia Seripando, sul fianco sinistro dell’edificio angioino, accedibili dal cortile interno, poi eliminate negli anni 1979-72 , fatte realizzare dall’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), nel 1581, quando trasformò la cappella reale angioina intitolata a San Ludovico, in sacrestia del duomo ed In quella occasione furono utilizzati, probabilmente, i frammenti di transenna e il frammento di pluteo come pedate della scalinata di accesso alle stanze, insieme a pedate ricavate segando lastre sepolcrali nel senso longitudinale, esposte nella stessa cappella di San Lorenzo.

Il bassorilievo della Madonna col Bambino nella cappella Carbone del duomo di Napoli – Lastra marmorea superstite di uno smembrato monumento funebre.

di Tino d’Amico

A Pina.

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Napoli – Duomo. Cappella dei Santi Tiburzio e Susanna – Patronato Famiglia Carbone – La lastra marmorea della Madonna col Bambino.

Oggetto di questo saggio è una lastra marmorea, posizionata nella prima metà dell’800, sulla faccia interna del pilastro di destra che sostiene l’arco di accesso alla Cappella che sotto il Titolo di Santa Susanna, nel Duomo di Napoli, è detta Cappella Carbone perché fin dalla fondazione dell’edificio angioino fu concessa in patronato alla antica famiglia ascritta al Seggio di Capuana; al suo interno si osserva ancora il superbo monumento funebre  di Francesco Carbone, Cardinale del Titolo romano di Santa Susanna (Napoli metà XIV sec. – Roma 1405).

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Napoli – Duomo – La cappella dei Santi Tiburzio e Susanna, patronato della antica famiglia  Carbone. Al centro il monumento funebre del Cardinale Francesco Carbone di Antonio Baboccio da Piperno.

La lastra marmorea, verosimilmente proveniente dalla  fronte di un sarcofago, a motivo del suo eccessivo sviluppo verticale, ritengo piuttosto elemento decorativo superstite di uno smembrato sepolcro a parete andato parzialmente distrutto durante uno dei tanti eventi sismici, di natura geologica e vulcanica, che hanno coinvolto Napoli nel corso della sua storia.

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Napoli – Duomo – Planimetria del blocco edilizio – Si evidenzia il luogo dove è attualmente murata la lastra marmorea della Vergine col Bambino, nella cappella di patronato della antica famiglia Carbone

Non è attualmente ascrivibile ad alcun autore: scarsamente citata negli studi storico-artistici sull’edificio, ad essa non è stato mai attribuito alcun significato specifico perché la sua interpretazione d’origine non è stata mai oggetto di codificazione in uno specifico programma di analisi iconografica sulla determinazione dei dati stilistici anche perché nota solo a pochi a motivo della sua scarsa visibilità.

La mia ricerca tenterà di dare una risposta all’iniziale utilizzo e collocazione del manufatto all’interno dell’edificio angioino; di fornire una lettura iconografica della lastra marmorea; e attraverso una analisi stilistica, tentare di determinare la sua datazione.

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Il terremoto  del 4/5 dicembre 1456, come riferisce  Bartolomeo Chioccarelli nel suo Antistitum praeclarissimae neapolitanae ecclesiae catalogus, del 1643, provocò  il crollo quasi totale del duomo angioino, che appena ultimato, il 10 settembre 1349 (100 anni prima) , un altro terremoto aveva gravemente danneggiato, con il crollo del campanile e della facciata e gravi lesioni alle strutture portanti e ai pilastri, già compromessi da crolli e cedimenti durante la costruzione dell’edificio per l’utilizzo di malte scadenti e per inadeguate fondazioni.

Il sisma provocò la caduta della torre sinistra detta Tesoro vecchio, della facciata e crolli e danni gravissimi alle pareti e alle volte della navata laterale detta del Salvatore  e danni considerevoli alle pareti e alle volte della navata detta di Sant’Aspreno, ma anche gravissimi danni ai pilastri della navata centrale e all’abside.

Il Cardinale Rinaldo Capece Piscicelli, Arcivescovo di Napoli (1451-1457) incominciò i lavori di ricostruzione e restauro dell’edificio ottenendo anche l’aiuto economico del nuovo re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona, lavori continuati certamente durante il brevissimo governo della Diocesi dell’Arcivescovo Giacomo Tebaldi (1458) e conclusi dal Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo di Napoli dal 1458 al 1484 che ritornò poi, dopo avere ceduto il governo della Diocesi al fratello Alessandro Carafa, dal 1484 al 1503, come Amministratore Apostolico fra il 1503 e il 1505.

Il Carafa ottenne l’aiuto economico anche dall’allora Pontefice Paolo II, il veneziano Pietro Bardi (1464-1471) e coinvolse nei restauri la nobiltà e il popolo napoletano.

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Napoli – Duomo – La facciata ricostruita dopo il terremoto del 1456, in una vecchia stampa della seconda metà del ‘600.

I primi apposero in cima al pilastro o ai pilastri restaurati o ricostruiti con il personale contributo economico, il blasone familiare (sui pilastri dal lato della navata di Sant’Aspreno, dalla porta principale, si vedono gli stemmi  delle famiglie Del Balzo, Capece Zurlo, Pignatelli, Capece Piscicelli, Orsini, il quinto e il sesto, e Caracciolo Svizzeri; sui sette pilastri della navata sinistra detta del Salvatore, Dura, Del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, il quinto e il sesto, e sul settimo nessuna insegna, perché  il popolo napoletano, non volle apporre nessun simbolo al pilastro restaurato o ricostruito con il contributo economico frutto di collette e offerte spontanee)..

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Napoli – Duomo –  La facciata così come si presentava nella seconda metà dell’800, prima della sua ricostruzione.

Nel 1470, gli interventi all’edificio dovevano essere già conclusi, anche se l’abside era ancora oggetto di importanti lavori per lo scavo della sottostante Cappella Carafa, che poi si rivelò un serio problema statico  per la già compromessa tribuna del duomo, che dovette esser oggetto di ulteriori urgenti e improcrastinabili  lavori negli anni successivi: il 14 settembre 1476, nel duomo angioino appena inaugurato, furono celebrate le nozze di Ferdinando I d’Aragona, Ferrante I d’Aragona, (1424-1494) re di Napoli dal 1458 al 1494, con Giovanna d’Aragona (1454-1517) sua cugina, che sposava in seconde nozze , dopo la vedovanza dal 1465, da Isabella di Chiaromonte (1426-1465).

Le nozze furono officiate da Rodrigo Borgia, il futuro Papa Alessandro VI (1492-1503) assistito da 40 Vescovi, inviato a Napoli da Sisto IV (1471-1484) per incoronare la nuova regina di Napoli, il 18 settembre, nella chiesa  dell’Incoronata (il Regno di Napoli era feudo della Chiesa Romana).

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Il terremoto del 1456 provocò notevoli danni anche alla cappella reale di San Ludovico che minacciava di crollare e ai monumenti funebri degli angioini in essa sepolti, che andarono parzialmente distrutti, e per conservare la loro memoria, furono trasferiti e parzialmente ricomposti sull’abside, dove rimasero fino al 1596, quando il Cardinale Alfonso Gesualdo, Arcivescovo di Napoli (1596-1603), iniziò i lavori per il nuovo assetto della tribuna, destinata a contenere anche il suo monumento funebre.

I resti mortali dei re angioini furono riposti in casse di legno e depositati nell’Oratorio esterno di San Marciano; le statue di Carlo I in paramenti regali, seduto sulla pelle di un leone e di Carlo Martello furono sistemate sul muro esterno della porta piccola del duomo, e vi rimasero fino alla metà del XVII secolo, ma non furono riutilizzate sul monumento funebre ai reali angioini sulla controfacciata, fatto realizzare da Domenico Fontana nel 1599, dal vicerè conte di Olivares sostituite da nuove statue, perchè quelle antiche erano andate perdute: quella di Carlo Martello certamente opera di Michelangelo Naccherino, che è anche il probabile autore delle statue di Carlo I e di Clemenza.

Camillo Minieri Riccio non parla però della sorte del monumento funebre di Andrea d’Ungheria che era nella stessa cappella di San Ludovico e che smembrato incominciò a peregrinare, per il duomo insieme a quel che restava del suo corpo.

Le varie sistemazioni dei marmi superstiti all’interno del duomo e ultimamente presso la porta di ingresso alla basilica di Santa Restituta, può condurre a ritenere il bassorilievo oggetto di questo saggio, parte dello smembrato monumento dello sventurato ungherese.

Fra i marmi  nel “cortile delle pietre” esiste murata la lapide cinquecentesca del ricomposto monumento, nella nuova sacrestia, fatto realizzare al tempo di Annibale di Capua.

La lastra marmorea della cappella Carbone, non può essere assemblata  con quel che resta del monumento funebre di Andrea, diversa per il marmo usato, diversa anche stilisticamente.

Ho citato il distrutto Oratorio di San Marciano, di esso ci fornisce una dettagliata descrizione, poco prima che fosse definitivamente abbattuto, Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) in un testo del 1753, dedicato ai Santi Vescovi della Chiesa di Napoli, descrizione riportata da V. Lucherini in: Un nuovo affresco di Montano d’Arezzo nella cattedrale di Napoli e la committenza dell’Arcivescovo Giacomo da Viterbo (1303-1308): il Mazzocchi non parla di monumenti funebri o arredi liturgici all’interno della distrutta Cappella, che nella metà del ‘700 era in via smantellamento, che possano condurre ad una ipotetica antica collocazione del manufatto.

L’Oratorio, esterno alla porta piccola del Duomo, era sulla scalinata dal largo di Capuana (Piazza Sisto Riario Sforza), su un piccolo spiazzo a destra, nell’area del campanile, ed era raggiungibile attraverso alcuni scalini.

Edicola molto piccola ma  conteneva, secondo la descrizione che ne fa il Mazzocchi, uno straordinario ciclo di affreschi trecenteschi, attribuiti dalla Lucherini a Montano d’Arezzo.

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Napoli – Piazza Cardinale Sisto Riario Sforza – La scalinata dell’ingresso secondario al duomo. Sulla destra esisteva, fino alla metà del ‘700 il diroccato Oratorio di San Marciano e sui pilastri  del portale di accesso furono poste dopo il 1456 le statue di Carlo I e Carlo II andate perdute.

Si susseguirono dopo il terremoto del 1456 altri eventi sismici di natura geologica e vulcanica che arrecarono ulteriori danni all’edificio angioino, che resero necessari al suo interno lavori di restauro e ricostruzioni strutturali.

Riporto le date degli eventi sismici di natura geologica che interessarono Napoli: 1686, 5 giugno 1688, 1693, 1731 e successiva replica del 1732, 1805 e poi a seguire fino ai nostri giorni, eventi sismici intervallati da eruzioni vulcaniche che coinvolsero più o meno Napoli, come quella del 19 settembre del 1697, mentre erano in corso i festeggiamenti in onore di San  Gennaro.

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Dopo il terremoto del 1456, incominciarono lavori di restauro e di consolidamento alle strutture, ma furono anche avviate sostanziali modifiche all’assetto interno del duomo.

I restauri all’abside cominciarono non prima del 1484, al tempo del Cardinale Alessandro Carafa (1484-1503); ripreso poi, al tempo del Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603) che dovette provvedere al ripristino statico della struttura che minacciava di crollare per lo scavo della sottostante cripta di San Gennaro.

Quelli promossi dal Gesualdo furono occasione per il trasferimento dei resti mortali dei sovrani angioini, dalla tribuna all’Oratorio esterno di San Marciano, ma andarono perdute le iscrizioni tombali, e i monumenti sepolcrali stessi che furono smembrati e i pezzi distribuiti un po dovunque; si persero anche le tombe dell’Arcivescovo Bertrand de Meissenier (1358-1362) e del Cardinale Rinaldo Piscicelli (1451-1457), ma anche le loro spoglie mortali e non sappiamo con certezza come fossero le loro sepolture.

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Napoli – Duomo – La meravigliosa navata dopo gli interventi settecenteschi.

Il Gesualdo chiamò a Napoli Giovanni Balducci Cosci (1560-1631)  per affrescare le pareti e le volte dell’abside destinata a contenere il nuovo Altare Maggiore del duomo, reso raggiungibile da una sola ampia scalinata dal piano del transetto e il suo sepolcro, poi trasferito, smembrato, accanto all’ingresso della Basilica di Santa Restituta al tempo del Cardinale Giuseppe Spinelli.

Il Cardinale Decio Carafa (1613-1626) rifece il coro al centro della navata maggiore, fece realizzare il soffitto cassettonato, realizzò il fonte battesimale utilizzando al preziosa vasca di porfido nero che era nella Basilica di Santa Restituta, e continuò l’attività iniziata dal Gesualdo di eliminazione di cappelle, cappellette, edicole votive e altarini di patronato distribuite all’interno del duomo e che costituivano un serio intralcio alla liturgia solenne celebrata al maggiore Altare.

Il Cardinale Filomarino (1641-1666) si preoccupò più di dare una degna sepoltura ai suoi antenati i cui resti furono recuperati dalla antica cappella di patronato quando questa fu abbattuta per fare posto alla nuova Cappella del Tesoro.

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Napoli – Duomo – Planimetria del blocco edilizio – Ricostruzione del sec. XVI. E’ evidenziato il sito della antica cappella di patronato della famiglia Filomarino, nel Titolo di San Nicola, da dove proverrebbe la lastra marmorea, e  le due adiacenti cappella, a sinistra dei Zurlo, intitolata alle Sante Caterina e Margherita, a destra dei Cavaselice, intitolata a Santa Maria Sic Maris. La Planimetria, però, non riporta le altre due cappelle, di Sant’Andrea presso la torre campanaria e di Santa Maria della Stella, presso l’ingresso del duomo, a destra, patronato dei Caracciolo, tutte diroccate per fare posto alla nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro.

Anche il Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685) continuò la attività di riordino liturgico all’interno del duomo, ma si preoccupò anche di interventi strutturali alle pareti e di abbellimenti con nuove opere d’arte.

Nel 1688, il 15 giugno, un nuovo terremoto causò notevoli danni alle volte delle navate laterali, fece crollare il pulpito, e provocò numerose lesioni anche alla Cappella del Tesoro.

Il Cardinale Antonio Pignatelli (1686-1691, poi Papa Innocenzo XII) provvide ad un rapido intervento di restauro all’intero edificio.

Il 29 novembre del 1732 ci fu un nuovo violento terremoto che fece crollare tratti dell’abside e le volte delle navate laterali e provocò notevoli danni ai muri del transetto.

Il Cardinale Francesco Pignatelli (1703-1734) che aveva da poco tempo concluso un ciclo di lavori di restauro all’interno del duomo, alla crociera e alla tribuna iniziati da Antonio Pignatelli a conclusione di quelli iniziati da Innico Caracciolo, dovette ricominciare daccapo e dovette attendere qualche tempo, perché il terremoto sembrava non finire.

Il Suo successore il Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1754) trovò le condizioni statiche dell’abside gravemente compromesse, ed elaborò un radicale progetto di restauro dell’edificio, del transetto e della tribuna, sulla scorta di progetti già elaborati dai suoi successori, realizzando il rinforzo della parete ad oriente e delle strutture portanti della tribuna che il progetto di Paolo Posi (1708-1776) rese meravigliosamente scenografica, così come appare oggi, con l’ampio spazio rialzato antistante il presbiterio e l’ampia scalinata di accesso, distribuita su tre livelli.

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Lo Spinelli trasferì il coro dal centro della navata maggiore, sulla tribuna e distribuì sui pilastri i busti dei Vescovi di Napoli e dei Compatroni che decoravano la fascia marmorea esterna del coro.

Nel corso dei secoli precedenti, si erano moltiplicati all’interno del duomo, in ogni spazio disponibile, altari, altarini, cappelle e cappellette ed edicole votive e furono disposti lungo il perimetro delle navate, anche monumenti funebri che i predecessori dello Spinelli avevano già incominciato ad eliminare, scontrandosi con i titolari dei diritti di patronato ed  a partire dai primi anni del ‘700, si incominciò ad eliminare alcuni sepolcri vuotati del loro contenuto, in esecuzione di un Decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1721 che vietava la presenza di cadaveri in tombe elevate da terra.

Rimase ancora qualche memoria funebre e in particolare la Cappella di Santa Maria del Soccorso, antico patronato di Ciarletta Caracciolo, situata a sinistra entrando in duomo, posizionata sulla controfacciata, fra la porta principale e l’ingresso della navata laterale detta del Salvatore,  amministrata da un “Monte” a lui intitolato, che esercitava il diritto sul pavimento del duomo, curandone periodicamente il ripristino ed aveva al suo interno opere di Dionisio Lazzari (1617-1689)

Negli anni del governo della Diocesi, da parte di Antonio Pignatelli, fra il 1688 e il 1689, furono eseguite all’interno del duomo importanti lavori e la Cappella fu restaurata su disegno di Giovan Domenico Vinaccia.

Anche essa poi fu definitivamente diroccata al tempo del Cardinale Filippo Giudice Caracciolo (1833-1844), insieme a quella dei Marciano (non l’Oratorio esterno di San Marciano, già diroccato, che non era patronato della famiglia Marciano), una edicola dei Minutolo, l’altare dello Spirito Santo, esterno alla cappella, la cappella di Bartolomeo di Capua e quella dei Dentice del Pesce.

Il Cardinale Filippo Giudice Caracciolo per abbellire il duomo, fece eliminare tutti gli intonaci dalle pareti e dai pilastri, fece lucidare le colonne di granito e ricoprire tutto con nuovi stucchi , ma fece eliminare  dall’interno dell’edificio sepolcri e memorie superstiti e qualche edicola che ancora sopravviveva,

I marmi della cappella del Soccorso, furono recuperati: la balaustra, fu utilizzata per la cappella Carbone, la inferriata parte per la cappella Crispano e parte per chiudere poi l’accesso esterno alla cripta dei vescovi ed altri reperti ricoverati altrove.

Durante i lavori disposti da Filippo Giudice Caracciolo, sparirono definitivamente memorie, opere d’arte, altari ed edicole ancora esistenti, andati definitivamente perduti, alienati o trafugati, ma certamente il bassorilievo della cappella Carbone non viene dalla diroccata cappella del Soccorso.

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Ho tracciato sommariamente la storia dei lavori di restauro e ammodernamento interno del duomo, per tentare di dare una origine al manufatto, ricostruire un  ipotetico percorso all’interno del sacro edificio e ritrovare la sua originaria collocazione.

Lorenzo Loreto nella sua Guida per la sola Chiesa Metropolitana Cattedrale di Napoli , del 1849, parla del  bassorilievo, descrivendo la Cappella di Santa Susanna, detta Cappella Carbone dall’antico diritto patronale della famiglia: “…nel pilastro che sostiene l’arco della cappella, in cornu Epistolae nell’interno del muro, vi è incastrata una immagine di Maria SS. scolpita in marmo, che stava nel pilastro avanti Santa Restituta  e quando si scovrirono i pilastri, si ebbe cura di toglierla da dentro il piperno e per non farne perdere la memoria, si è quì conservata…”

Lorenzo Loreto si riferisce ai lavori di abbellimento interno del duomo disposti dal Cardinale Filippo Giudice Caracciolo e continuati dal suo successore, il Cardinale Sisto Riario Sforza (1845-1877), ma pur essendo l’unico autore a citare la lastra marmorea, non parla della sua antica collocazione.

La lastra marmorea fu posta, forse al tempo del Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666), oppure al tempo del Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1756), dopo il terremoto del 1732/33, sul IV  pilastro “…avanti Santa Restituta…”, il pilastro della navata, dal lato della navatella del Salvatore, ricostruito o restaurato dopo il terremoto del 1456 dalla famiglia Baraballo e che reca ancora sulla sommità il blasone di questa famiglia.

Allora la Basilica Cattedrale di Santa Restituta aveva due ingressi, uno dei quali fu murato al tempo del Cardinale Guiuseppe Spinelli che ricompose lungo la navatella, il monumento funebre del Cardinale Alfonso Gesualdo, trasferedolo dalla tribuna, smembrandolo ed utilizzando alcuni elementi della struttura per il nuovo portale di accesso alla Basilica e conservando ai lati dell’ingresso le memorie di G.B. Filomarino, di Tommaso Filomarino, e di Marco Antonio Filomarino e ricollocando sulla tompagnatura del secondo ingresso alla Basilica il sepolcro michelangiolesco di Alfonso Carafa, Arcivescovo di Napoli (1557-1565), deceduto a 25 anni: a 14 anni Canonico Capitolare di Santa Restituta, a 17 anni Cardinale a 18 anni Arcivescovo di Napoli.

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Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Lo spazio della memoria della famiglia Filomarino. —- A: Il IV pilastro della navata, ricostruito con il contributo della famiglia Baraballo dopo il terremoto del 1456 e dove nel ‘600 fu murata la lastra marmorea della Madonna col Bambino.  —- B:  La nuova cappella di patronato della famiglia Filomarino (dal 1600), ristrutturata e intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe di N.S.G.C.,  dalla seconda metà dell’800. —– 1 – 2 – 3: Memorie di personaggi illustri della famiglia Filomarino, —- 4 Il luogo dove è murata la lastra tombale dal monumento funebre di Trudella Filomarino (+ 25 settembre 1335), figlia del Siniscalco del Duca di Calabria, Loffredo Filomarino.

Il manufatto potrebbe essere parte di un’arca sepolcrale della cappella della famiglia Baraballo, eliminata da uno dei titolari del diritto di patronato succeduti a Enrico Baraballo, dal 1705 Giacomo Milano d’Aragona  principe d’Ardore, subentrato ai di Franco, titolari dal 1614, a loro volta subentrati ai Caracciolo, negli anni del terremoto del 1456.

Nel corso dei secoli, durante i passaggi di proprietà, la cappella sepolcrale della antica famiglia Baraballo, ascritta al Seggio di Capuana fin dall’XI secolo, che evava acquisito i diritti di patronato fin dalla fondazione del duomo angioino, fu oggetto di restauri, di abbellimenti, ma anche di notevoli interventi per consolidare la parete del transetto alla cui base è allocata, con l’abbassamento dell’arco di ingresso per la creazione di un nuovo arcone piattabanda di mattoni e l’incatenamento e lavori di cuci-scuci, dopo il terremoto del 1732/33.

La antica collocazione del manufatto, riteniamo,  potrebbe  essere in una delle tre cappelle della navatella di Sant’Aspreno, diroccate per reperire l’area per la nuova grande cappella del Tesoro di San Gennaro, a partire dal 1608: Le cappelle interne al duomo dei Filomarino, Zurolo e Cavaselice e i due oratori esterni di Santa Maria della Stella e di Sant’Andrea.

Il Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666) raffinato amante dell’arte fece eseguire pregiati lavori nella cappella di famiglia nella Basilica dei Santi Apostoli fra il 1635 e il 1647, dove trasferì i resti mortali dei suoi antenati e si preoccupò di ampliare, restaurare e abbellire il palazzo arcivescovile, riservando al duomo solo interventi di ordinaria manutenzione, preoccupandosi però di dare una diversa sistemazione alle tombe e alle memorie familiari recuperate dalla antica diroccata cappella di famiglia, all’interno del duomo e realizzando nello spazio sottostante il tesoro vecchio, utilizzato per molto tempo come sacrestia del duomo, il deposito dei resti mortali di altri familiari rimasti senza una sistemazione, ambiente poi trasformato nella cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe nella metà dell’800.

lapideNapoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C. – Lastra tombale di Gregorio Filomarino ( + 1 marzo 1324) e fronte dello smembrato sarcofago del Canonico Capitolare di Santa Restituta, Matteo Filomarino, morto nel 1400. – Entrambi reperti provenienti dalla diroccata antica cappella dei Filomarino nella navatella di Sant’Aspreno.  Si citano come esempi di sepoltura con lastra terragna e di fronte di sarcofago clipeato.

Lo spazio della navatella del Salvatore, antistante l’ingresso alla Basilica di Santa Restituta, si configurò, al tempo del Filomarino, come una sorta di spazio della memoria familiare, appare allora probabile l’utilizzo del manufatto recuperato dall’interno della cappella di famiglia per sacralizzare quello spazio, sorta di pantheon della famiglia.

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Con l’arrivo a Napoli degli angioini, giunsero anche numerosi artisti, artigiani, e orafi di corte che in qualche modo, complice la committenza reale e della nuova nobiltà d’oltralpe, riuscirono ad imporre un modo nuovo di fare arte, secondo stilemi francesi, che vuoi per ragioni di vicinanza alla corte, vuoi per interesse per le nuove proposte stilistiche, finirono per incidere notevolmente sulla produzione artistica autoctona, a cavallo fra la seconda metà del ‘200 e il ‘300.

Il portato francese, fu ampiamente accolto ed imitato da artisti meridionali che incominciarono a produrre opere, anche se ancora nel solco della tradizione romanica, aperte alle nuove espressioni d’oltralpe.

Sulla dominante nuova componente franco-gotica, nella prima metà del ‘300, andò gradatamente ad innestarsi una nuova corrente, orvietana, dove nell’ambito del cantiere del duomo, si incontravano ed operavo artisti toscani con artisti provenienti dal nord  Italia e dalle regioni francesi, aperti agli apporti di artisti centro italiani, laziali che, chiamati dalla corta angioina per la decorazione del costruendo duomo, portarono alla affermazione di un nuovo filone, già introdotto attraverso il Cavallini e Lello de Urbe, che con l’arrivo a Napoli di Tino di Camaino (1285-1337) , nel 1323, venne ad amalgamarsi al preesistente substrato locale ancora gotico-francesizzante.

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Napoli – Duomo – Transetto lato Sant’Aspreno – Cappella Capece Minutolo – Sarcofago di Orso Minutolo, Arcivescovo di Salerno, di Tino di Camaino – Si cita comne sempio di sarcofago con il fronte clipeato e il gisant (defunto rappresentato con i simboli del suo status disteso sul sarcofago).

Tino di Camaino e la sua bottega costituiranno il punto di riferimento per l’ambiente artistico napoletano e a lui è ascrivibile la codificazione a Napoli di monumenti funebri che fino al ‘400 inoltrato costituiranno lo schema fisso per le sepolture nobiliari e che certamente dovette costituire anche lo schema dei monumenti funebri reali  della cappella di San Ludovico nel duomo  e delle arche sepolcrali distribuite all’interno delle cappelle di patronato e probabilmente lungo le pareti delle navatelle del Salvatore e di Sant’Aspreno e per i Vescovi, sulla tribuna, cadute con il terremoto del 1456.

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Napoli – Duomo – Cappella Capece Minutolo. Esempio di monumento funebre cuspidato: La tomba del Cardinale Enrico Minutolo.

Il tema del sepolcro cuspidato a baldacchino, poggiato alla parete, con l’immagine del defunto giacente sul coperchio della cassa, decorata sulla faccia a vista  con figure familiari o immagini sacre, quando essa non conteneva al suo interno anche il corpo di  un altro defunto la cui immagine  appariva scolpita sulla fronte,  posta entro una camera sepolcrale con tendaggi retti da angeli e alla sommità statue a tutto tondo o bassorilievi con Santi e Madonne, ascrivibile a Tino di Camaino e alla sua scuola, anche nella forma più semplice di un sarcofago pensile su colonnine, poggiato alla parete, con la fronte e le testate scolpite e l’iscrizione dedicatoria  sull’intero perimetro della gisant, il capo poggiato su un cuscino e i simboli del suo status, la spada se milite o un prezioso abito, costituì lo schema dei monumenti funebri al tempo della dinastia angioina, schema poi ripreso anche nel tempo successivo.

Costituivano la decorazione della fronte della cassa, quando al suo interno non era contenuto altro cadavere, medaglioni o quadrilobi, con temi figurativi specifici, generalmente una immagine della pietà, angeli, motivi floreali  e stemmi.

Appare  comunque diffusa a Napoli, ma anche altrove , in seno alla nobiltà inferiore, anche la sepoltura detta terragna, con l’immagine del defunto scolpita sulla lastra, palaudato secondo il suo status, con la iscrizione dedicatoria e gli stemmi a cornice, deposta sulla fossa sepolcrale, anche questa tipologia di sepoltura ascrivibile alla scuola tinesca.

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Il bassorilievo della cappella Carbone nel duomo di Napoli, è un scultura trecentesca, sconosciuta ai più per la sua infelice collocazione, elemento di uno smembrato monumento funebre collocato all’interno dell’edificio angioino, in una cappella di patronato, supponiamo quella dei Filomarino, diroccata insieme ad altre per fare posto alla costruenda cappelle del Tesoro di San Gennaro, o lungo le pareti delle navatelle di Sant’Aspreno e del Salvatore.

Il manufatto non è stato mai oggetto di studio, catalogato, schedato: l’unica notizia che lo riguarda è quella del Loreto che ci informa sulla sua collocazione sul pilastro antistante l’ingresso alla Basilica di Santa Restituta, nell’area configurata come sorta di spazio della memoria della famiglia Filomarino e questo particolare ci ha fatto rilevare una certa analogia, nel volto, nella inclinazione del capo e nelle mani, ma non nel panneggio della veste, morbido e avvolgente, con una lastra terragna o comunque fronte  del sarcofago di Trudella Filomarino (+ 1325 ), figlia di Loffredo Filomarino (+ 1335), un notabile della corte del Duca di Calabria,  murato nella parete di sinistra entrando nella cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe che fu patronato dei Filomarino  che in essa raccolsero antichi sepolcri , lapidi, memorie e resti mortali degli antenati, quando fu diroccata la antica cappella di patronato nella navatella di Sant’Aspreno.

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Napoli – Duomo – Navatella del Salvatore – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C. – Lastra tombale di Trudella Filomarino ( +1325 ) figlia del Siniscalco del Duca di Calabria, Loffredo Filomarino ( + 1335)

Dopo il terremoto del 1732/33, il Cardinale Giuseppe Spinelli iniziò un programma di restauro dell’edificio che perse la sua originaria configurazione architettonica e decorativa interna.

Le intenzioni dello Spinelli erano buone , ma si incominciarono a perdere molte memorie e marmi antichi, utilizzati anche come soglie e gradini, quando  nel corso dei lavori non furono abbandonati nel cortile dell’arcivescovado per essere alienati, rottamati o trafugati.

Furono scompaginati altari, altarini, cappelle e cappellette e sarcofagi e monumenti funebri ancora superstiti e molte lastre tombali terragne furono nascoste sotto il nuovo pavimento anche al tempo dei successori dello Spinelli e al tempo di Filippo Giudice Caracciolo.

Delle iscrizioni antiche esiste un lapidario pubblicato nel 1835  da Stanislao Aloe  (Tesoro lapidario napoletano) e molte di quelle antiche andate perdute sono riportate in Napoli sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo e nella Aggiuta alla Napoli Sacra del de Lellis, edite entrambe nella seconda metà del ‘600.

Il reperto certamente proveniente da una struttura funebre  il cui schema fu introdotto al tempo degli angioini e ripreso e codificato da Tino di Camaino e dalla sua scuola e ampiamente diffuso nell’Italia meridionale

Non è un capolavoro assoluto, ed è certamente una stanca ripetizione di modelli comuni della produzione tinesca napoletana del ‘300 ed è ampiamente riscontrabile la analogia con i clipei modanati delle fronti dei sarcofagi dello stesso periodo, anche se non è un clipeo e non è parte della fronte di un sarcofago.

Il disegno appare duro, il rilievo schiacciato, l’immagine disposta in sofferenza su un fondo anonimo, in maniera quasi squilibrata e malamente contenuta nello spazio circoscritto.

Essa è caratterizzata da una resa statica incerta e da un trattamento ancora più  incerto del braccio e delle mani assai dimensionate, come le mani di Trudella della citata lastra terragna,  che spuntano anche in maniera innaturale dalla manica e dal retro della figura del Bambino.

Il panneggio appare grossolano, non come quello del citato coperchio della lastra sepolcrale di Trudella, molto più morbido e raffinato, se vogliamo, come molto dimensionato  e grossolano è il Bambino trattenuto sulle ginocchia dalla Madre, che regge il suo braccio destro innaturalmente atteggiato nelle dita nel gesto dell’adlocutio, così come il braccio e la mano sinistra che innaturalmente stringe un uccello non bene riconoscibile nella specie, simbolo comunque  di resurrezione: l’anima del defunto per la sua fede spera nella resurrezione  ed il godimento eterno del Paradiso.

La figura è incorniciata in uno spazio contenuto da un archetto trilobato poggiato su capitelli classicheggianti che negli angoli di raccordo del trilobo propongono fiori di anemone, simbolo di speranza e di attesa,  della risurrezione.

Il gesto dell’adlocuzio vuole indicare che Cristo è Via, Verità e Vita e chi crede in Lui, risorgerà per la vita senza tramonto, premio di un cammino iniziato alla scuola di Maria che, come scrive Gregorio Nisseno, favorisce l’ingresso alla giustificazione, generando l’autore della luce, proponendo come guida il Figlio Suo che offre al fedele e, sorreggendo con la destra  il Suo braccio, invita ad ascoltarlo.

L’ALBERO DI JESSE del duomo di Napoli: affresco di Lello de Urbe (da Orvieto ?) – Elaborazione grafica della genealogia legale di Gesù; venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale del Figlio Unigenito del Dio Vivente; omaggio sacralizzante della monarchia angioina attraverso la committenza vescovile e una discreta presenza templare.

di Tino d’Amico

 

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Alla Santissima  Vergine Maria

Madre del mio Signore

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Napoli – Duomo – Il grande affresco dell’ALBERO DI JESSE, nella cappella di San Lorenzo Vescovo, detta di San Paolo de’ Humbertis o “degli Illustrissimi preti”.

L’affresco dipinto sulla contro facciata della cappella detta degli Illustrissimi preti, nel duomo di Napoli, rappresenta un  ALBERO DI JESSE, icona della tradizione orientale, che è la venerazione di Maria Santissima nella Concezione Verginale  di Gesù, Figlio Unigenito del Dio Vivente (Mt. 16,16) nato da una donna, per opera dello Spirito Santo (Lc. 1,35), vero Dio e vero uomo, senza con ciò cessare di essere Dio, come ci insegna a confessare il Concilio di Calcedonia (451 circa) “…un solo e medesimo Figlio di Dio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità; vero Dio e vero uomo, composto di anima razionale e di corpo; consustanziale al Padre per la divinità, consustanziale a noi per l’umanità; simile in tutto a noi, fuorché nel peccato (Eb. 4, 15); generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità e in  questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza nato da Maria Vergine, Madre di Dio, secondo l’umanità…” (cfr. Cat .Chiesa. Catt.: 389-511).

Maria è vera Madre di Dio (Theotokos): titolo a Lei attribuito dal Concilio di Efeso (431).

Il Cristo dell’affresco, è presentato come sintesi delle promesse messianiche di JHWH, riferite dal profeta Natan a Davide:

(cfr. 2° Libro di Samuele, 7,12-16); “…Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome ed io renderò stabile per sempre il suo regno. Io gli sarò Padre ed egli mi sarò Figlio. Se farà il male, lo castigherò con verga d’uomo, e con colpi che danno i figli d’uomo, ma non ritirerò da lui il mio favore…La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre…”

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Foto ALINARI, che ritrae  l’affresco ancora integro, nella prima metà del passato secolo.

Il brano della profezia di Natan è la prima espressione del messianismo regale, per cui ogni re della dinastia davidica sarà una icona del messianismo regale, sarà una immagine del re ideale che deve venire.

Essa è costruita su una opposizione: non è Davide che farà una casa (un tempio) a JHWH, è invece JHWH che farà una casa (una dinastia) a Davide.

La promessa concerne la permanenza della dinastia davidica sul trono di Israele: è il testo della ALLEANZA di JHWH con Davide e la dinastia, e lascia intravvedere un discendente nel quale JHWH si compiacerà (cfr. BIBBIA DI GERUSALEMME, ed. Dehoniana)

La profezia è applicata da Isaia, (Is. 7,14), Michea (Mi. 4,14), Aggeo (Ag. 2,23), ma anche Atti, (2,30) a Cristo e qui alla casa regnante angioina, e rende il sovrano immagine del Messia davidico.

Profezie confermate dal profeta Isaia (Is.11, 1), “….Un germoglio spunterà sul tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici…”

L’inizio del poema messianico , che precisa l’origine e i tratti essenziali del Messia futuro: Egli sarà di ceppo davidico; sarà riempito di Spirito Profetico; farà regnare tra gli uomini la giustizia , riflesso terrestre della santità di Dio; ristabilirà la pace paradisiaca frutto della conoscenza di Dio.

Lo stico, che da il titolo all’affresco, è applicato al sovrano regnante, per rendere sacra la sua autorità regale: egli è il germoglio nuovo di una dinastia ormai quasi estinta, che non a caso sceglie come simbolo araldico il giglio, il giglio di Francia.

Profezie annunciate molti secoli prima dall’indovino Balaam (Libro dei Numeri, 24,17), che mandato a maledire Israele accampato nella pianura di Moab alla fine del suo peregrinare nel deserto, benedisse invece di maledire il popolo che JHWH si era scelto come suo popolo e profetizzò sulla venuta del Messia e su i frutti che essa avrebbe portato:

“…io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele…”

La stella era nell’antico Oriente segno di un dio e di conseguenza di un re divinizzato e la profezia è applicata al futuro Messia  di Israele, legata nello scettro, alla benedizione di Giacobbe a Giuda in Genesi 49,10 ed è applicata anche alla rinascita della Chiesa, sotto la guida di un grande Pastore (cfr. Sac. Dolindo Ruotolo, LA SACRA SCRITTURA, vol. 4), ma qui,  chiaramente riferita alla monarchia davidica e al futuro Messia, per traslato ad un re sacralizzato: il sovrano angioino allora regnante:Roberto.

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img084Napoli – Duomo – Il sito della Cappella di San Lorenzo Vescovo, o di San Paolo de’ Umbertis, detta “degli Illustrissimi preti”, nell’angolo destro del transetto.

Il dogma di fede della Concezione Verginale di Gesù, Figlio Unigenito del Dio Vivente, così come iconograficamente esposto, rappresentato sulle pareti di alcune chiese Cistercensi della Francia nord-occidentale, della Germania, dell’Italia, fino nelle regioni balcaniche, ma anche su alcune  vetrate dipinte e sulle pagine miniate di manoscritti e libri corali, tra l’ XI e il XIII secolo, fu utilizzato anche in alternativa ai metodi repressivi cruenti della inquisizione contro l’eresia catara.

Il tema veicolava la particolare devozione dell’Ordine Cistercense per la Santissima Vergine Maria, e fu ripreso dai Domenicani e dai Francescani ed utilizzato come strumento di propaganda catechetico-didattico contro l’eresia catara, ma fu utilizzato anche per affermare il particolare legame dei Cistercensi con la corona francese.

Matteo, premettendo al suo Vangelo la successione genealogica e legale del Figlio di Maria, il Figlio Unigenito del Dio Vivente, attraverso la assunzione legale  della paternità da parte di  Giuseppe, collega Gesù ai principali depositari  delle promesse messianiche, mettendo in rilievo anche  il contributo umano di presenze straniere, attraverso donne che entrano a far parte della narrazione e che hanno in comune con la Santa Vergine l’avere generato una discendenza in maniera non regolare, in virtù di un matrimonio o di una unione conclusa fuori dalle vie ordinarie per la legge israelitica, esalta la eccezionalità del Concepimento Verginale del Figlio di Dio, dato sconvolgente per la teologia di Israele,  punto cardine della dogmatica cristiana, attuazione nel tempo e nella storia della promessa di salvezza della umanità

Il brano di Genesi 3, 15: “…io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe  e la tua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno…”   definito protovangelo, 

Napoli – Duomo – Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Santissima Vergine Immacolata di Nicola Treglia, argento sbalzato del 1793.

lascia intravvedere un primo barlume di salvezza per l’umanità attraverso una donna: “…perennemente nemica di satana perché Immacolata fin dal primo istante del suo concepimento…” Dio annunzia la donna che doveva essere nemica di satana e doveva dare alla luce il Figlio che doveva schiacciare il capo dell’infernale dragone. Il seme di satana sono i demoni, il seme della Donna Benedetta è il Redentore. Egli è chiamato con tutta ragione seme della Donna, perché Maria lo generò dal suo senza concorso di uomo…” (cfr Sac. Dolindo Ruotolo, LA SACRA SCRITTURA, Vol. 1).

Presentando Giuseppe termine della storia genealogica, palaudato in un manto rosso simbolo di regalità, che conferma la sua ascendenza regale in Davide,  anello di congiunzione indispensabile, per dimostrare la discendenza di Gesù dalla casa di Davide, conferisce al Figlio Eterno del Dio Vivente  tutti i diritti ereditari derivanti dalla discendenza davidica, anche attraverso Maria  che è al centro del nuovo evento creazionale, e della quale nulla  si sa relativamente alla sua ascendenza genealogica ma che la si suppone appartenente alla stessa stirpe davidica, perché a lui promessa in sposa, secondo l’usanza del tempo, (Lc. 1,27)  (1).

Il tema della genealogia di Gesù, come riferimento alla genealogia dinastica comincia ad apparire nella Francia nord-occidentale, anche sui portali delle cattedrali a partire dalla seconda metà del XII secolo, ma anche sulle vetrate dipinte e nei luoghi eretti come pantheon  della casa regnante francese, come a Saint-Denis, come immagine della  sacralizzazione dell’istituto monarchico, attraverso una successione dinastica genealogica legittimata e garantita da un preteso intervento divino: il sovrano felicemente regnante, sintesi di una successione dinastica, consolidata anche attraverso matrimoni e alleanze politiche, è il nuovo evento creazionale, apertura verso una nuova età dell’oro, inaugurata dalla nuova dinastia al potere, annunciato anche da Virgilio, sovente rappresentato insieme alla Sibilla Cumana fra i saggi e  i profeti dipinti negli ALBERI DI JESSE, che certamente estranei alla genealogia di Gesù, sono citati in riferimento alla IV egloga delle Bucoliche: “…L’ultima epoca del responso di Cuma è finito; nasce da capo il gran ordine dei secoli. La vergine ormai torna, i regni di saturno tornano già una nuova stirpe scende dai cieli…”

Gli antichi, nei versi di Virgilio, leggevano l’annunzio della imminente nascita di un figlio ad una vergine, che avrebbe portato l’umanità verso una rinascita, verso la salvezza, verso la felicità, attraverso una dinastia al potere.

Francia – Amies – Cattedrale – Portale detto “Bibbia  di Amies” – Sec. XIII.

L’affresco, riunendo in un’unica scena dipinta, l’albero genealogico di Gesù, e il dogma del Suo Concepimento Verginale nel Seno di Maria, la Chiesa, recuperava il ruolo dei Libri Profetici dell’Antico Testamento, utilizzando un programma iconografico fortemente didattico e formativo, corollario alle BIBBIE DEI POVERI affrescate sulle pareti delle chiese romaniche e gotiche e  tentava così di contrastare l’eresia catara: il mezzo di propaganda mediatico probabilmente si rivelò più raffinato ed efficace della attività inquisitoria della tortura e della repressione armata della crociata albigese (A. Bazzoli), ma anche utile strumento didattico per veicolare i contenuti dogmatici della Chiesa Cattolica attraverso una catechesi per immagini, comprensibile a tutti.

Tema insolito a Napoli, quello trattato da questo affresco; insolito per i contenuti,  per le sue dimensioni, e per la sua collocazione, su una parete interna di una cappella destinata a contenere sepolture e su una contro facciata, in una posizione non visibile.

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Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Interno – La contro facciata che sopporta l’affresco ancora integro – Foto della seconda metà del passato secolo.

La committenza dell’affresco da parte di Umberto d’Ormont, il potente Arcivescovo Metropolita, che aveva assunto il controllo totale sulle attività amministrative e liturgiche della Diocesi e sul potente Collegio Capitolare di Santa Restituta, con le Costituzioni Capitolari del 1317, grazie all’appoggio di Roberto d’Angiò,  potrebbe trovare la sua ragion d’essere nell’omaggio riconoscente al proprio re e amico, per l’essere stato posto in si alta dignità, attraverso la  sacralizzazione della dinastia, per mezzo della similitudine della esposizione genealogica di Gesù, accostata a quella di un casato che nel corso dei secoli aveva dato chiari e duraturi esempi di fedeltà alla Chiesa di Roma, nello spazio sacro del nuovo edificio, dove andava costituendosi una sorta di pantheon della famiglia regnante.

La presenza al vertice dell’affresco della icona della Vergine in cinta, in atteggiamento di  preghiera così come appare nelle icone dette Platytere, venerate nei  contenuti iconografici e teologici dai Cavalieri Templari, apre verso nuovi scenari interpretativi dell’affresco e la ricerca delle ragioni della sua collocazione all’interno della cappella, argomento di successiva indagine dello scrivente.

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Umberto d’Ormont, Arcivescovo Metropolita di Napoli.

Umberto d’Ormont, nobile prelato francese nativo della Borgogna, che aveva ricoperto incarichi di rilievo presso la corte di Luigi IX, re di Francia dal 1226 al 1270, giunse a Napoli probabilmente in seguito al matrimonio di Carlo I d’Angiò (1226-1285)  con la seconda moglie Margherita di Borgogna (1250-1308), nel 1268, l’anno successivo alla morte della prima moglie Beatrice di Provenza (1234-1267), e a Napoli ritrovò l’amico Ayglerio, monaco benedettino, anche egli nativo della Borgogna e come lui impegnato con incarichi di rilievo presso la corte di Luigi IX, entrambi amici di vecchia data di Carlo I d’Angiò: Ayglerio su proposta/imposizione reale al Collegio Capitolare di Santa Restituta, era diventato intanto Arcivescovo di Napoli (1266-1281) per nomina di Clemente IV (1265-1268), il provenzale Guy Foucois.

Il d’Ormont  iniziò a ricevere importanti incarichi durante il regno di Carlo II, a partire dal 1285, già “Collettore delle decime di Terra di Lavoro” al tempo di Carlo I, Abate di Santa Maria a Piazza, dal 1288 diventò Abate di San Giorgio Maggiore, la più importante chiesa cittadina dopo la Cattedrale napoletana,  detta di Santa Restituta.

141-bNapoli – Museo Diocesano – Lellus de Urbe (da Orvieto ?) – Ritratto dell’Arcivescovo Metropolita Umberto d’Ormont.

La Bolla Papale del 7 marzo 1308, di Clemente V (1305-1334), l’aquitano Bertrand de Gouth emessa in Avignone, confermò la sua elezione ad Arcivescovo Metropolita napoletano, imposta da Carlo II al Collegio Canonicale di Santa Restituta nel 1307, carica che occupò fino al 1320, anno della morte.

Il riconoscimento della sua fedeltà alla corte angioina giunse nel 1318, quando re Roberto d’Angiò (1277-1343), re di Napoli dal 1309, dovendosi recare ad Avignone diventata sede pontificia, lo nominò Consigliere particolare del suo primogenito Carlo, duca di Calabria (1298-1328), vicereggente del Regno.

Nello stesso anno Giovanni XXII (1316-1334), il francese Jacques Duese, lo scelse da Avignone, pur non essendo Cardinale come Commissario Apostolico per la compilazione degli Atti del processo di Canonizzazione di Tommaso d’Aquino (1225-1274), nomina che lo rese di statura ecclesiastica elevata e che si svolse, a Napoli.

 

Napoli, Duomo – Cappella del Tesoro di San Gennaro – Maestro Etienne Godefroy, Milet d’Auxerre, Guillaume de Verdelay, orafi provenzali: Busto-reliquiario del Cranio di San Gennaro, dono di Carlo II d’Angiò, 1305.

La sua vicinanza alla corte angioina e la sua amicizia  con il sovrano fu tale che nel 1305 pare, facesse da modello per gli orafi francesi  che realizzarono il busto-reliquiario del cranio di San Gennaro, dono dell’amico Carlo II al Santo Compatrono principale della Città e del Regno (Patrona di Napoli è la Santissima Vergine nel titolo dell’Assunta e ad essa è intitolata anche il nostro duomo).

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Il magister LELLU…de Urb…e…, cioè LELLO de URBE, da Roma (da Orvieto?)

L’affresco è  attribuito a Lellus, un artista di formazione romana per alcuni, orvietano per altri ed è più probabile, se si legge correttamente la iscrizione che reca la sua firma, al mosaico di Santa Maria del Principio, nella basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, “Lellu…de Urb…e…”, cioè Lello de Urbe, da Roma, identificato da F. Bologna con un  tal Lello da Orvieto, attivo certamente fra Napoli e il Lazio nella prima metà del XIV secolo (cfr. V.Lucherini, 1313 – 1320: il così detto Lello da Orvieto, mosaicista e pittore a Napoli tra committenza episcopale e canonicale, Barcellona 2008)  che la critica definisce erede del cavallinismo giottesco napoletano (cfr. F. Bologna; P. Leone De Castris; C.D’alberto) e che fu l’autore, certamente per il duomo di Napoli, del citato mosaico absidale della cappella di Santa Maria del Principio, (2) e di alcune opere realizzate per la appella funebre dell’Arcivescovo d’Ormont : l’affresco dell’ ALBERO DI JESSE, il ritratto per il suo monumento funebre, ora esposto nel Museo Diocesano napoletano, un polittico di Santa Maria del Principio, utilizzato come pala d’Altare nella stessa Cappella, oggi presso la collezione Lorenzelli di Bergamo (cfr. Lucerini), dove è stato individuato e di altre opere sparse fra Lazio e Napoli ed a lui sono forse ascrivibili i  lacerticoli dei disegni preparatori di affreschi emersi durante gli ultimi lavori di restauro sull’architrave della porticina di accesso a quella che fu la sacrestia della Cappella, che rappresentano scene della Crocifissione di Gesù.

Napoli – Duomo – Basilica Cattedrale di Santa Restituta – Mosaico di Lellus de  Urbe (Orvieto): Santa del Principio.

Il citato polittico di Santa Maria del Principio, potrebbe essere quello che Franco Strazzullo (cfr. Restauri del duomo di Napoli tra ‘400 ed ‘800, Napoli 1991), tra le opere dipinte a Napoli per la cappella di San Lorenzo, riferendosi al De Dominici (Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani, Napoli 1742), cataloga fra quelle prodotte a Napoli da Lello de Urbe, o da Orvieto, attribuite ad un fantasioso Maestro Stefanone dal De Dominici.

La “Madonna della Neve” era una tavola raffigurante “…la Vergine col Bambino in campo d’oro, e dai lati tre quadretti per parte, in uno la detta Vergine che apparisce in sogno al Pontefice, nel secondo il detto Papa che concede la festa della suddetta immagine; per la qualcosa effigiò nel terzo la processione che si fa dal popolo e dal clero, portando l’immagine mentovata; e negli altri tre vi sono espresse varie miracolose azioni di detta Vergine, operate per mezzo di questa sua immagine…” (De Dominici, Op.Cit.).

Lo studio iconografico del polittico di Santa Maria del Principio della collezione Lorenzelli, qualora si trattasse della stessa opera, potrebbe giustamente attribuire la corretta intitolazione al  polittico  della Madonna della neve ;e conferirgli la giusta paternità; quello esposto nel duomo, comunque, è andato disperso nei lavori di restauro all’edificio promossi dal Cardinale Spinelli (1743-44) ma fu certamente osservato dal De Dominici, almeno fino al 1741 sull’Altare intitolato appunto alla Madonna della Neve, eliminato al tempo dei predetti lavori.

Patronato della famiglia Caracciolo di Brienza, questo Altare si trovava nei pressi della  antica scala di accesso alla cripta di San Gennaro, accanto all’ingresso della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I: F. Bologna (I pittori alla corte angioina  di Napoli (1266-1414)… Roma, 1969)  attribuisce il polittico al pennello di Lello de Urbe, o da Orvieto.

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SDC12207Napoli, Duomo – Cappella di San Lorenzo Vescovo – Interno . I lacerticoli dei disegni preparatori che decoravano ad affresco l’architrave dell’ingresso alla antica sacrestia della Cappella.

Lellus,  o romano o orvietano, probabilmente già attivo a Napoli prima del 1313, dove giunse  insieme ad altri artisti  e artigiani reclutati nel cantiere del duomo di Orvieto, per la corte angioina, da Ramo di Paganello, per eseguire decorazioni, pitture e mosaici nel costruendo duomo, era impegnato come artista di corte, quando nel 1314 ricevette le due importanti commesse: la realizzazione del mosaico di Santa Maria del Principio, dal potente Collegio Capitolare e quasi contemporaneamente la commessa per la realizzazione del grande affresco per la cappella funebre che il potente Arcivescovo Metropolita stava approntando per se e per gli appartenenti al suo entourage.

L’arte pittorica di Magister Lellus è spesso confusa con quella di Pietro Cavallini (1240c.-1330c.) e l’attribuzione ad uno o all’altro di lacerticoli di affreschi sia in Santa Maria Donnaregina Vecchia che nello stesso duomo di Napoli appare arduo: secondo alcuni critici nell’ALBERO DI JESSE del duomo si nota l’intervento diretto del Cavallini.

Entrambi partendo da tradizionali schemi iconografici bizantini osservati a Roma, luogo della formazione comune, propongono un cromatismo nuovo ed una nuova concezione spaziale attraverso un colore compatto che conferisce alle figure nuova vivacità plastica.

Entrambi lavorano a Napoli al servizio della corte angioina a partire dal 1308: Magister Lellus, al completamento  delle due commesse, quella capitolare e quella vescovile, pare ritornasse a Roma.

Ritornato a Napoli, nel 1324, nell’affresco dinastico angioino che dipinse nel coro della Basilica dell’Ostia Santa detta di Santa Chiara, il Cristo in maestà con a lato la Santa Vergine e sotto i piedi re Roberto, i figli Carlo di Calabria e Ludovico Vescovo di Tolosa e Santa Chiara e dall’altro lato San Giovanni Evangelista, la regina Sancia, la principessa Giovanna, San Francesco e Sant’Antonio, rivela il distacco dalle influenze del cavallinismo per una più sentita adesione alle influenze giottesche napoletane.

Napoli – Chiesa di Donnaregina vecchia – Affreschi del coro delle monache delk Cavallini e aiuti (Magister Lellus de Urbe (da Orvieto?).

Magister Lellus,  la cui esistenza è testimoniata solo dalla firma incompleta appasta in calce al mosaico di Santa Maria del Principio, dipinse a Napoli oltre l’Albero di Jesse, e alcune scene, ormai lacerticoli, del ciclo di  affreschi in Santa Maria Donnaregina Vecchia, anche i lacerticoli di affreschi emersi accanto alla porta di ingresso al Battistero napoletano di San Giovanni in Fonte e lacerticoli di affreschi con Compatroni, Apostoli e Angeli emersi sotto il ciclo di affreschi rinascimentali della cappella Tocco.

Napoli – Basilica dell’Ostia Santa detta di Santa Chiara – Coro delle monache – Cristo in gloria tra santi francescani e i reali angioini attribuito al Magister Lellus de Urbe (da Orvieto ? ) – affresco.

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La cappella di San Lorenzo

La cappella che Umberto d’Ormont fece edificare nel transetto del duomo, dedicandola a San Lorenzo, nelle Costituzioni Orsiniane (1330) è denominata cappella S. Paoli. 

Negli Atti della Santa Visita del Cardinale Alfonso Carafa (1557-1565) del 1557, essa appare identificata come cappella di  San Paolo de Umbertis e non se conosce la ragione, e nemmeno Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) storico, filologo, archeologo, Canonico Capitolare napoletano individuò l’origine della sua nuova identificazione, forse già comune al tempo del Carafa: “…utrum quod Humbertum Archiep. (sub quo hodierna Cathedralis enceniata fuit) auctorem habuerit, an quod in ea sepultus, an vero quod Umbetorum familiae patronatus fuerit ignoro…”.

Il d’Ormont, forse, l’aveva destinata a cappella funebre per se e  per quelli che come lui erano particolarmente legati alla casa angioina, sorta di pantheon per contenere anche le sepolture dei futuri  Vescovi di Napoli,  che immaginava francesi, come lui, nell’ala destra del transetto del nuovo duomo, spazio sacro, che andava configurandosi come luogo celebrativo destinato ad accogliere le tombe dei reali, con la costruzione della cappella intitolata a San Ludovico d’Angiò (1274-1297), fin dalla fondazione dell’edificio, al tempo dell’Arcivescovo Filippo Minutolo (1285-1301).

Fu intitola a San Lorenzo Vescovo di Napoli nell’VIII secolo, titolo che le fu attribuito alla cappella per trasferimento di quello di una antica basilica paleocristiana, diroccata per far posto al costruendo duomo e che era nell’area del seminario sersaliano e i cui resti furono osservati da L. Loreto ( cfr. Memorie storiche dei Vescovi ed Arcivescovi della Santa Chiesa Neapolitana, Napoli 1836), intitolazione confermata alla inaugurazione dell’edificio angioino nel 1314 e alla sua dedicazione alla Santissima Vergine Assunta, Patrona principale della città di Napoli, da parte del d’Ormont, che però fin dall’inizio la identificò come cappella di San Paolo, forse perché aperta sull’angolo sinistro del transetto, contrapposta alla cappella di famiglia dell’Arcivescovo Filippo Minutolo (1288-1301) sull’angolo destro, intitolata a San Pietro, costruita, pare, sotto il campanile di destra, all’ingresso della Basilica del Salvatore detta Stefania, fin dal VI-VII secolo .

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Assonometria del duomo di Napoli – Ricostruzione grafica dell’edificio al tempo della sua inaugurazione (1317), proposta da Amedeo Formisano.

Dopo l’inaugurazione del duomo, nella cappella furono trasferite le sepolture di personaggi illustri: Il monumento funebre di Papa Innocenzo IV (1243-1254), morto a Napoli, nel palazzo arcivescovile, e sepolto nella basilica Cattedrale napoletana detta di Santa Restituta.

Il sepolcro che al suo interno contiene ancora i resti mortali del Pontefice (cfr. L.Loreto, Op. cit.), secondo B. Chioccarelli, nella basilica Cattedrale di Santa Restituta, doveva essere una semplice sepoltura terragna; l’Acivescovo Umberto gli costruì il sontuoso monumento nella cappella, così come appare oggi, anche se assemblato con elementi originale, posto sulla parete sinistra del transetto: “….Innocentii insuper quarti Romani Pontificis corpus obscuro in loco,  et minus digne tanto Pontifice, iacere cernens, in marmoreum sublime supulcrum musive opere compactum in maiori ecclesia collocavit, atque leoninis versibus inscriptionem apposuit…”  

Napoli – Duomo – Monumento funebre di Papa Innocenzo IV .

Franco Strazzullo però, in : Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis inscriptionum thesaurus, Napoli, 2000, riporta una notizia che trae da Nicola de Curbio, Vita Innocentii IV (Baluze, Miscellanea, Tomo I) secondo cui fu sepolto nella Stefanìa in “speciosa et celebri sepultura”.

Nel corso dei secoli, poi, subì diverse ricollocazioni, conservando la forma attuale, così come fu ricomposto al tempo dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595).

Il sepolcro dell’Arcivescovo Ayglerio (1266-1281), anche esso poi,  trasferito, smembrato, disperso come i suoi resti mortali.

L’epitaffio funebre è riportato dal Chioccarelli (Op.Cit); per il monumento funebre di Ayglerio, Cfr. Antonio Delfino, Il monumeno dell’Arcivescovo Ayglerio scomparso dal duomo di Napoli, in: Scritti di storia dell’arte per il settantesimo dell’Associazione napoletana per i monumenti e il paesaggio, Napoli 1991.

La tomba del Vescovo Stefano di Santa Maria in Trastevere, che venne a Napoli insieme a Papa Innocenzo IV: fu sepolto nella basilica cattedrale detta di Santa Restituta da dove poi la sua tomba fu trasferita nella cappella e anche essa andata perduta con il suo deposito.

Stefano de Normandis dei Conti ( ? – 1254) nipote di Papa Innocenzo III, Cardinale Diacono di Sant’Adriano al Foro nel 1216,  fu  Arcidiacono di Norfolk, nella Diocesi di Norwich; nel 1228, Cardinale Presbitero di Santa Maria in Trastevere; nello stesso anno nominato Arciprete della Basilica Vaticana; nel 1231; Cardinale Vicario di Roma, dal 1244 al 1251; a Napoli, al seguito di Papa Innocenzo IV, dove morì l’8 dicembre 1254, cinque giorni prima del suo Pontefice (13 dicembre 1254).

La tomba dell’Arcivescovo Umberto, che probabilmente non aveva nulla di monumentale come riferisce il Chioccarelli: “…sepultus est in suo sacello, cumque aliis sepulchra liberaliter atque satis honorifice construxissit, Sancto nempe Romano Pontifici, atque Archiepiscopo eius concivi, et predecessori, sibi tamen minime paravit , attamen Clerus ad boni pastoris nomen posteris tradendum inscriptionem hanc in eius sacello…”.

Cesare d’Engenio Caracciolo (Napoli Sacra, 1623) riporta la breve epigrafe sul sepolcro del d’Ormont:

ANNO DOMINI 1320 III IND. DIE 13 IULIJ OBIJT DOMINUS UMBERTUS DE MONTEAUREO NATIONE BURGUNDUS VENERAB. NEAP. ARCHIEPISCOPUS, QUI SEDIS ANNOS XI  I MENS, I I I XXVII I ( ? ).

Con il sepolcro andarono disperse anche i resti mortali del d’Ormont.

La cappella fu utilizzata come sagrestia del duomo, dopo il terremoto del 1456 e fino al 1580, come si legge negli Atti della Santa Visita dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595): “..eadem die (31 gennaio 1580) accesserunt ad visitandam capellam sub invocatione  S.ti Pauli de Umbertis, ubi ad presens exercetur officium sacrestie ditte majoris ecclesie…”.

Successivamente lo stesso di Capua, trasformando la cappella di San Ludovico in sagrestia del duomo, assegnò il sacello al seminario: “..fuit per dominum Annibalem Archiepiscopum concessa preditta familiae de Loffredo. Ibidem per prius  semper excerbatur offiocium sacristiae. Ad presens autem est ad usum cappellae siminari”, come risulta da un intercalare allegato agli Atti della Santa Visita del di Capua, datato 1582 e forse in quell’anno furono smembrate e disperse le sepolture presenti nella cappella, e fu trasferito fuori di essa il sepolcro di Innocenzo IV.

Nel metà del ‘600 nella cappella fu posto sull’Altare, realizzato assemblando marmi di risulta da smembrati arredi, ed eretto in una absidiola affrescata da Giovanni Balducci detto il Cosci (1560-1631) ricavata scavando un vano nella muratura, il trittico di G. Antonio Santoro (sec.XVII) che rappresenta la Visita della Santa Vergine a Santa Elisabetta, con ai lati San Nicola e Santa Restituta.

Napoli -. Duomo – Cappella di San Lorenzo, o di San Paolo de’ Umbertis, o degli Illustrissimi Preti – Tela del Santoro sull’Altare della cappella: Visita di Maria a Santa Elisabetta, con ai lati San Nicola e Santa Restituta.

Fanno parte degli stessi marmi recuperati da smembrati arredi liturgici, due simili figure scolpite e sistemate nel muro della parete di sinistra della porta di accesso al Battistero di San Giovanni in Fonte.

La cappella fu concessa nel 1646 dal Cardinale Ascanio Filomarino (1641-1666) alla Congregazione della Apostoliche Missioni (gli Illustrissimi Preti) fondata dal Sac. Sansone Carnevale, che morto di peste nel 1656, fu posto in una sepoltura terragna al centro della cappella (cfr. G. Sparano, Memorie storiche per illustrare gli atti della Santa Metropolitana Chiesa ecc…, Napoli 1768).

La lapide della sepoltura è andata distrutta durante i lavori di restauro al duomo del 1969/72 e sostituita con una lastra anonima; ne conosciamo il testo che ricaviamo dal Tesoro lapidario napoletano, di Stanislao d’Aloe, del 1835:

SAMPSONI CARNEVALIO / DOMO NEAP. / PRINCIPIS HUIUS ECCLESIAE  CAN THEOL. / APOSTOLICI DEO LUCRANDORUM ANIMORUM / ANIMARUM / ELEGANTIORIBUS LITTERIS NON UNIUIS LINGUAE / PERITIA SACRISQUE DISCIPLINIS / CUM PRIMIS EX CULTU / PROPAGANDI / CHRISTIANI NOMIS STUDIO / FLAGRANDISSIMO / QUI DUM CONTAGIO EFFECTIS / MULTAM OFFENET OPEN / DECESSIT SEXTILI MENSE  ANNI MDCLVI / VIRO DE CHRISTIANA PER EGREGIE MERITO / SODALES MONUMENTUM PONENDUM / CURAVERUNT.

Il ritratto benedicente del d’Ormont con sulla cuspide l’immagine di San Paolo, ora nel Museo Diocesano, che la critica attribuisce allo stesso Magister Lellus, nel 1643 era ancora nella cappella, come riferisce il Chioccarelli (Op.Cit)“…Humberti tandem integrum simulachrum in eius sacelli parietibus depictum cernitur…”, accanto all’Altare.

Ma l’Altare a cui si riferisce il Chioccarelli non era più quello antico del sacello, posto sulla parete di fondo della cappella, dove già era stata aperta la porta di accesso al seminario, ed eretto  l’attuale Altare con gli affreschi del Balducci e il trittico del Santoro.

Il titolo per tutto il seicento rimase quello di San Paolo de Umbertis, come si legge negli Atti della Santa Visita del Cardinale Decio Carafa (1613-1626) del 1615: “..ad idem altare  est translatum beneficium sub S. Paulo de Umbertis, in cuius capella per prius exercebantur officium sacristiae dicta maioris ecclesiae, et no aliter fuit huc usque constructum altare prout ex decreto visitationis eiusdem maioris ecclesiae  late die 14 mensis martii 1580″.

Negli Atti della Santa Visita del Cardinale Innico Caracciolo (1667-1685), del 1668, la cappella è detta ancora “cappella S.ti Pauli de Umbertis et hodie est seminarj..” e nella Santa Visita  del Cardinale Giacomo Cantelmo  (1691-1702), del 1694, è citata con altro titolo: “…successive accessit ad cappellam vulgo detta del seminario sub tItulo Visitationis B.M, Virginis”

Franco Strazzullo riferisce un istrumento datato 24 maggio 1792 con il quale il Cantelmo concedeva ancora alla Congregazione della Apostoliche Missioni il semplice uso della antica cappella del detto seminario sotto il titolo di S. Maria della Visitazione, “nella stessa guisa avuto, come fu a detta venerabile Congregazione detto uso conceduto fino dell’anno 1646, tempo in cui detta cappella fu fondata”.

La cappella restava in uso alla Congregazione  e contemporaneamente al seminario, che ne possedeva le chiavi per accedervi e celebrare Messa.

Nella cappella funebre realizzata dal d’Ormont  non furono sepolti i Vescovi francesi suoi successori: Bertrand I de Meissenier (o Meyshones) (1358-1362), fu posto provvisoriamente in una cassa di legno nell’abside, dove era ancora al tempo dei lavori disposti dal Cardinale Alfonso Gesualdo (1596-1603), dove poi fu risistemata al termine dei lavori di consolidamento dell’abside, (cfr. Relazione dello stato della Chiesa Metropolitana….Redatta nel 1743 dal Can. Economo e Tesoriere del duomo – Ms. fascio 17 dell’Archivio Segreto degli Arcivescovi, – Curia di Napoli, Archivio di Santa Visita); Pierre Amiehl de Brenac (1363-1365) , poi Arcivescovo di Embrun, dove morì; Bernard II du Bosquet (1365-1368), dimissionario; Bernard III de Rodez (1368-1379) deposto perché aderì allo scisma d’occidente (1378-1417) nella obbedienza avignonese.

Ho riportato brani dalle relazioni delle Sante Visite e indagato su quant’altro riferisca dell’arredo liturgico della cappella: nessuno degli autori antichi cita l’affresco dell’ALBERO DI JESSE.

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Il mai realizzato pantheon degli angioini.

Era opinione comune che Carlo II d’Angiò avesse innalzata la Cappella di San Ludovico d’Angiò  come pantheon della famiglia reale, perché in essa furono sistemate in sepolture provvisorie, in attesa della realizzazione di sontuosi monumenti funebri, le salme di Carlo I (1226-1285), re di Napoli dal 1266, di Carlo Martello d’Angiò (1271-1295), figlio primogenito di Carlo II, erede del trono di Napoli, morto prematuramente forse di peste, e di Clemenza d’Asburgo (1267-1293 o 1295) moglie di Carlo Martello dal 1281, morta forse di peste insieme al marito, o qualche anno prima, di parto, e che Dante incontra nel Paradiso insieme al marito (Canto IX) trasferite poi altrove, forse  nell’abside del Duomo, dopo il terremoto del 1456 che le danneggiò gravemente e sistemate poi sulla contro facciata nel 1599 per disposizione del Vicerè di Napoli Conte di Olivares che fece costruire da Domenico Fontana i nuovi sepolcri con le nuove statue reali che ornavano le tombe antiche, certamente quella di Carlo I di Michelangelo Nacherino (1550-1622), probabile autore anche della altre due.

img074Napoli, Duomo, “cortile delle pietre” – Ingresso alla Cappella Reale di San Ludovico d’Angiò, trasformata in sacrestia del Duomo, dall’Arcivescovo Annibale di Capua.

Ipotesi quella del pantheon reale, non confermata e che la moderna storiografia ritiene  poco attendibile, considerando la Cappella di San Ludovico (1274-1297) solo come  monumento celebrativo del Santo, canonizzato nel 1317 e non come cenotafio reale: un pantheon non più realizzato forse anche per i gravi problemi statici che si verificarono alla intera struttura della fabbrica angioina, mentre erano ancora in corso i lavori di costruzione con crolli e cedimenti dovuti alla inadeguatezza delle fondazioni e all’utilizzo di materiali scadenti,  tanto che l’Arcivescovo Giovanni III Orsini (1327-1358) dovette chiedere aiuti economici al Pontefice Clemente VI (1342-1352) che risiedeva in Avignone, per un grave cedimento strutturale verificatosi il giorno 1 aprile 1343, dissesto poi ulteriormente accentuato e aggravato dal  terremoto del 10 settembre 1349 (cfr. Mario Gaglione, Crolli e ricostruzioni della cattedrale di Napoli nel trecento, Napoli 2008).

L’intenzione di realizzare nella Cappella di San Ludovico il pantheon della casa reale la spiegherebbe l’unica apertura verso l’esterno, il suo essere indipendente dal Duomo, per affermare sulla cittadinanza e sulla Chiesa di Napoli il prestigio della casata che poteva vantarsi di avere generato un Santo, Ludovico.

La Cappella di San Ludovico non fu cenotafio reale angioino, anche se in essa furono sistemati i monumenti funebri di Carlo I, di Carlo Martello e di Clemenza d’Ungheria, lo fu invece la Basilica dell’Ostia Santa, detta di Santa Chiara fondata da Roberto d’Angiò (1277-1343) re di Napoli dal 1309 e dalla regina Sancia d’Aragona, principessa di Maiorca (1285-1345) consorte di re Roberto  dal 1304,  monaca Clarissa, nel convento di Santa Croce dopo la morte del marito, dove prese i voti nel 1344 e dove mori e fu tumulata e da dove qualche anno dopo, la sua salma, fu traslata e tumulata in Santa Chiara.

Quello che ha fatto supporre il sacello come pantheon degli angioino, era la presenza di una statua di Carlo I in trono posta sulla parete del transetto corrispondente al fianco della cappella all’interno del duomo e, pare, l’esistenza di una statua di Carlo II sull’ingresso della cappella di San Lorenzo, dove pare esistesse un altro affresco dell’Albero di Jesse, ma di dimensioni ridotte.

Le due statue, comunque non sono da individuarsi con quelle che furono poste ai lati dell’ingresso al duomo, in cima alla scalinata dalla piazza di Capuana (oggi piazza Cardinale Sisto Riario Sforza), andate perdute.

img086Napoli – Basilica dell’Ostia Santa detta di Santa Chiara – Quello che resta del monumento funebre di Roberto d’Angiò dopo il bombardamento aereo americano  del 4 agosto 1943.

La Basilica dell’Ostia Santa o del Corpo di Cristo, la prima costruita dopo il Miracolo di Bolsena del 1264 e detta di Santa Chiara fin dalla sua fondazione, consacrata nel 1340, raccolse le spoglie mortali dei membri della dinastia angioina di Napoli: essa è il vero pantheon dinastico degli angioini.

La cappella di San Ludovico d’Angiò, fu trasformata in sagrestia del duomo come ho riferito, dall’Arcivescovo Annibale di Capua, a partire dal 1594, per stabilire definitivamente un degno luogo per conservare gli arredi liturgici e costituire lo spazio sacro, dove i Sacerdoti potevano pararsi prima di andare a celebrare Messa, recuperando anche la struttura abbandonata e semidiroccata (3)

Ad essa che era indipendente dal duomo, si accedeva da quello che è oggi il cortile della curia, nella parte terminale del Vicus cluso.

L’attuale ingresso dal transetto fu aperto nel 1581, quando fu definitivamente chiuso quello antico e fu realizzato il grande stipo di castagno con lo stemma del di Capua sulla sua contro facciata.

L’Arcivescovo di Capua fece costruire anche la cappellina del retro-sagrestia, per porvi il suo monumento funebre, preceduta da uno spazio con il lavamano per i Sacerdoti che si preparano per andare a celebrare Messa.

Fu intitolata alla Madonna “del pozzo”, titolo che era di una antica cappella “…posta in lo tenimento di Capuana, et proprio quando si cammina da “puzzo bianco”…per andare a Sant’Apostoli a man destra…” (cfr. P,di Stefano, Descrizione de’ luoghi sacri della città di Napoli, Napoli 1560; cfr. anche C.Celano, Notizie del bello, dell’antico del curioso…Napoli IIIa ediz.1758).

Lo spazio antistante l’antico palazzo arcivescovile era chiamato “pozzo bianco”, perché c’era un pozzo pubblico ornato di marmi bianchi.

Il vicolo incidente sul piccolo largo e indicato come Vico Loffredo era intersecato da un altro vicolo detto Vico Filomarino perché lungo di esso questa famiglia possedeva case, un giardino e una cappelletta intitolata alla Madonna “del pozzo”, perché nei pressi del “pozzo bianco”, proprietà che furono vendute nel 1531 alla famiglia di Capua, che a sua volta rivendette nel 1554 ai Galluccio.

La chiesetta fu diroccata per far posto alla ristrutturanda chiesa dei Santi Apostoli, affidata ai Padri Teatini nel 1530, e dal 1581 al costruendo convento dell’Ordine.

Dopo questa data il Titolo e i benefici furono trasferiti alla cappella del retro-sagrestia dall’Arcivescovo Annibale di Capua, perché sia l’uno che gli altri, non andassero perduti.

Sull’Altare della cappella fu posto un quadro di Silvestro Buono ( ? – 1480), forse l’antica immagine venerata nella diroccata cappella della Madonna “del pozzo”, andata comunque smarrita.

Nel 1688 si verificò un fortissimo terremoto (stimato intorno all’XI° grado della scala Mercalli)  che interessò il Sannio, dove fece migliaia di vittime e provocò anche danni a Napoli, al duomo,  alla basilica Cattedrale detta di Santa Restituta e alla sagrestia.

Era allora Arcivescovo il Cardinale Antonio Pignatelli, (1686-1691) eletto poi Papa Innocenzo XII (1691-1700) che intraprese i restauri del duomo continuati poi dall’Arcivescovo Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart (1691-1702) e dal Cardinale Arcivescovo Francesco Pignatelli (1703-1734), nominato dopo un anno di amminstrazione apostolica.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Giovanni Balducci detto il Cosci, la pala della Madonna col Bambino tra San Gennaro e Sant’Agnello, Compatrono principale della Città, con la Santa Vergine Assunta, l’uno e Patrono l’Altro. Tra i due Santi e sotto i piedi della Santa Vergine è dipinta una veduta di Napoli verso Pozzuoli dove San Gennaro fu martire.

Francesco Pignatelli continuò l’opera  iniziata dallo zio Pontefice: restaurò anche la sagrestia, face realizzare un nuovo Altarino al suo interno incorniciando con marmi pregiati la tavola di Giovanni Balducci Cosci (1560-1631) che rappresenta la Madonna col Bambino tra i Santi Gennaro e Agnello posta a chiusura dello stipo delle reliquie, fin dal tempo dei lavori del di Capua e che dovette essere poi rifilata quando fu poi inserita nella nuova cornice marmorea: riporto le polizze di pagamento al Balducci e all’artigiano che la sistemò nella antica cornice.

  • Banco del Popolo – A 5 settembre 1600. D. Rotilio Gallicini paga D.ti 5 a Giovanni Balducci pittore pel quadro della Madonna con S.to Gennaro et Anello che egli have dipinto per ordine suo sopra l’altare della sagrestia del arcivescovato di Napoli et sono per final pagamento delli D.ti 30 che sie li dovevano, et per la pittura di D.ti 40 et per l’oltremare posto di suo (Ar.S.A.N, XLIV, p. 380).
  • Banco del popolo – A 20 luglio 1600. D. Rotilio Gallicino paga D.ti 3 a Gio.Antonio Guerra per ultimo et final pagamento di un ornamento di legno tanto per intagliatura et squadratura di esso come per il legname et per un telaio fatto per il quadro della sacrestia, atteso che have avuti altri D.ti 14, che in tutto sono D.ti 17. (Ar.S.P.N., XXXIX p.865)

Il Pignatelli fece costruire sopra la sagrestia alcune stanze per riporre gli arredi sacri, accedibili  dal portichetto bisomo sul fianco sinistro del lavamano e raggiungibili per mezzo di una scala chiocciola, ambienti poi eliminati durante i lavori di restauro al duomo (1969-72).

L’Arcivescovo Annibale non fu deposto nel suo monumento funebre, ma in una sepoltura terragna sul lato sinistro dell’Altarino.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Monumento funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua – Madonna col Bambino attribuita al Gagini o al De Siloe.

Sul monumento è stata posta una preziosa Madonna col Bambino, di alabastro, attribuita a Domenico Gagini (1420-1492) attivo a Napoli al cantiere dell’arco di trionfo di Alfonso d’Aragona dal 1457 al 1458 e da altri a Diego de Siloe (1495-1563), attivo a Napoli e nel cantiere della Cappella Carafa dal 1514 al 1528),  ma essa non fu realizzata per il monumento del di Capua, perché la data della realizzazione e la presenza a Napoli dei due artisti non collimano.

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Gli angioini di Napoli.

La storia dinastica degli angioini di Napoli e dei Vescovi della Diocesi durante gli anni dei re francesi, costituisce una prima chiave di lettura dell’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli, ed appare la più probabile, considerando l’affresco come simbolico omaggio, attraverso la  sacralizzazione della genealogia, reso alla casa angioina al potere;  la seconda è nei contenuti teologici, esplicitati sull’affresco nei primi anni del ‘300, per la presenza ancora a Napoli di un gruppo di eretici catari, attraverso una attività inquisitoriale preventiva e attraverso una complessa attività catechetica e liturgica.

La presenza poi, al vertice dell’affresco della Santa Vergine così come  nella icona venerata dai Templari nella chiesa di Santa Maria della Libera in Campobasso, apre verso una terza possibile lettura dell’opera.

La seconda generazione degli angioini di Napoli, aveva incominciata una operazione di immagine per affermare i rapporti sempre più stretti con la  corona francese e con il papato che aveva stabilita la sua sede in Avignone, città della Provenza, feudo degli angioini di Napoli, attraverso la sacralizazione della  dinastia e la scelta di Vescovi e clero che operassero in linea con il loro progetto politico-dinastico.

La stessa attività di restayling cittadino, iniziata da Carlo I d’Angiò anche con la fondazione di edifici religiosi serviva a costruire l’immagine del buon governo e l’alleanza imposta fra la Chiesa locale con la dinastia al potere diventava il collettore di inziative volte a fornire una immagine sacralizata del sovrano.

Charles_de_France_(1220-1285),_comte_d'Anjou

Ritratto di Carlo I d’Angiò.

Il d’Ormont costruì il sontuoso monumento funebre ad Innocenzo IV (1243-1254) nella Cappella che aveva destinata a sua Cappella funebre, perché fu il Pontefice che offrì per primo la corona del Regno di Sicilia a Carlo d’Angiò fondatore della dinastia angioina napoletana e che comprendeva anche l’Italia Meridionale.

Offrì, la corona del Regno di Sicilia, anche a Riccardo di Cornovaglia, prima ancora che a Carlo, e poi a Enrico III d’Inghilterra che la accettò per il suo figlio Edoardo, ancora fanciullo.

La storia poi della investitura del Regno di Sicilia e poi Regno di Napoli a Carlo I d’Angiò è  ben nota: Carlo d’Angiò corse in soccorso del Papa contro Federfico II.

Papa Innocenzo IV non offrì certamente per caso il Regno di Napoli a Carlo: Egli fu il Papa della plenitudo potestatis, cioè della pienezza del potere temporale della Chiesa contro l’autorità imperiale, rappresentata allora da Federico II e, favorendo la ascesa degli Stati nazionali europei contro lo Svevo,  determinò la ascesa della monarchia francese.

Carlo d’Angiò vassallo della Chiesa, lo avrebbe aiutato a liberare il Regno di Sicilia dallo scomodo Svevo, miscredente e forse cataro e dai suoi eredi e avrebbe assicurato alla Chiesa una ben cospicua  rendita con il censo della chinea, l’annuale tributo di vassallaggio, concordato poi, fra Papa Clemente IV (1265-1268), il francese Guy Foucois e Carlo I d’Angiò, ammontante a 8.000 once d’oro, consegnato annualmente al Pontefice in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo, offerto in groppa ad una mula bianca (la chinea), tributo pagato ancora al tempo degli ultimi Borboni di Napoli, anche se trasformato e ridotto di entità.

Sull’antico epitaffio, quello composto da Umberto d’Ormont, sistemato sul monumento funebre del Pontefice da lui realizzato  nella Cappella detta di San Paolo de’ Humbertis e trasferito poi all’esterno insieme al monumento funebre, dall’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), c’è scritto che Innocenzo STRAVIT INIMICUM CHRISTI COLUBRUM FEDERICUM, cioè: ABBATTE’ IL NEMICO DI CRISTO, IL DRAGO FEDERICO.

Innocenzo IV però, è ricordato anche per avere imposta la tortura come strumento ecclesiastico per estorcere confessioni,  nei processi inquisitori, dando maggiore impulso alle cruente disposizioni di Papa Gregorio IX (1227-1241), con la Bolla AD EXTIRPANDA del 15 maggio1252.

La realizzazione del sepolcro di Papa Innocenzo IV all’interno della Cappella che nelle intenzioni dell’Arcivescovo d’Ormont doveva costituire il pantheon dei Vescovi di Napoli, devoti ai reali angioini, fa ritenere più probabile la prima chiave di lettura proposta per l’affresco dell’ALBERO DI JESSE, come omaggio sacralizzante dell’istituto monarchico, accanto ad un pantheon dinastico progettato e non realizzato, in uno spazio sacro che comunque andava costituendosi come tale per la presenza della Cappella reale di San Ludovico e, secondo anche F. Strazzullo per la presenza delle due citate statue, di Carlo I e Carlo II.

Una cronaca settecentesca, poi, riferisce della presenza di un’altro ALBERO DI JESSE, dipinto sulla parete di accesso alla Cappella, sul transetto del Duomo, emerso e ricoperto durante i lavori disposti dal Cardinale Giuseppe Spinelli (1734-1753), dopo il disastroso terremoto del 1732 e la realizzazione dello scenografico nuovo spazio dell’Altare maggiore.

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L’affresco come strumento catechetico-didattico contro i catari.

Una seconda chiave di lettura dell’affresco, e che  comunque  propongo, è nella simbologia: non decorazione sia pur complessa di una parete, per stupire l’osservatore, quanto piuttosto esposizione di un concetto teologico, rappresentazione grafica del domma di fede della presenza storica di Gesù, vero Dio e vero uomo, Dio discendente da uomini, nato da una Donna per grazia di Dio.

Il catarismo, dal greco KATAROS = PURO, fu un movimento eretico che negava uno dei  misteri principali della fede cristiana, il Concepimento Verginale di Gesù, Seconda Persona della Santissima Trinità, nel Seno Immacolato di Maria Santissima, domma della fede cristiana e, come conseguenza negava di Gesù Cristo, l’essere veramente uomo e veramente Dio, cioè la natura umana e la natura divina non confuse in Lui, ma unite nell’unica Persona del Figlio di Dio.

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Arresto di catari ad Albì, nel corso della crociata detta albigese.

I catari negavano che lo Spirito Santo fu inviato a santificare il Grembo della Vergine Maria e a fecondarlo divinamente, facendo si che Ella concepisse il Figlio Eterno del Padre in una umanità tratta dalla Sua.

Il movimento  cataro si diffuse nel basso medioevo e in particolare tra il 1150 e il 1250, come eresia dualista che si fondava essenzialmente sul rapporto oppositivo tra materia e spirito, eresia che traeva origine dal MANICHEISMO e da altri movimenti eretici gnostici, giunti in Europa agli inizi del XII secolo attraverso i crociati e i pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.

Partendo dalla contrapposizione del regno celeste e il regno di questo mondo, predicata da Gesù, i catari rifiutavano tutti i beni materiali e le espressioni della carne. professando un dualismo secondo cui Dio e il male rivaleggiavano per il dominio sulle anime.

Gesù, poi, avrebbe avuto solo in apparenza un corpo mortale e, convinti della sua divinità, sostenevano che era venuto sulla terra come un angelo in sembianze umane.

Accusavano inoltre il Dio Creatore, di essere un dio malvagio, satana e per questa ragione rifiutavano di cibarsi di carne e di ogni cibo da essa derivata; rifiutavano il sesso e il matrimonio, origine attraverso la procreazione di altri esseri malvagi; rifiutavano l’Antico e il Nuovo testamento e il progetto divino di salvezza della umanità; rifiutavano la rivelazione di Dio per mezzo del suo Figlio; non credevano nella Verginità di Maria , prima, durante e dopo il parto.

I catari rifiutavano anche ogni Sacramento della Chiesa che accusavano di essere al servizio di satana.(cfr. Wikipedia, alla voce Catarismo).

La Chiesa aveva adottata una linea morbida nei confronti del catarismo, facendo ricorso a missioni popolari predicate dai monaci, Cistercensi in massima parte e rimuovendo Vescovi e clero incapaci che con il loro comportamento davano scandalo.

Molto contribuì nella iniziale lotta contro l’eresia, che si diffuse per l’Europa, fondando anche nell’Italia centro-settentrionale vescovati catari paralleli alla Chiesa ufficiale,  la nascita di nuovi ordini mendicanti: perfino Domenico di Guzman (San Domenico) tentò di arginare la diffusione dell’eresia, organizzando pubblici dibattiti che non sortirono gli effetti sperati.

Lo stesso Francesco d’Assisi è stato recentemente associato, per le affinità delle sue scelte e per il suo pauperismo, al catarismo, ipotesi azzardata e costruita sulla non conoscenza del francescanesimo: Francesco non è stato mai cataro, ne tanto meno, un simpatizzante del movimento, perché fu sottomesso ed obbediente alla Chiesa di Roma ed il suo fu un  credo incrollabile nelle verità della fede cristiana (cfr. Dino Messina, Dan Francesco cataro? Un’eresia storica)

Il suo lodare e ringraziare Dio per il creato e per tutto ciò che aveva posto a disposizione delle sue creature per il sostentamento  lo pone in antitesi al catarismo.

Nel 1208 Papa Innocenzo III promosse una crociata contro i catari della Linguadoca.

Si radunarono nei pressi di Carcassonne molti signori e prelati francesi con un esercito di 10.000 armati e molti altri si radunarono nei pressi di Lione muovendosi contro il  sud della Francia,  della Linguadoca e contro la Provenza per conquistare le terre del conte di Tolosa che aveva aderito al catarismo e a nulla pare servisse il suo ritorno nella Chiesa cattolica.

Molti degli armati erano mossi dal desiderio di predare piuttosto che da un sano fervore antieretico.

Le città catare di Albì, Carcassonne e Beziere furono assediate, conquistate, depredate e gli abitanti mandati sommariamente al rogo.

Veduta della città francese di Albi.

Stessa sorte toccò ad altre comunità catare della Francia sud-occidentale e la stessa Tolosa e la Provenza furono depredate e dovette intervenire il nuovo sovrano di Francia, Luigi IX, il Santo, perché la contea indipendente di Tolosa rientrasse nei territori della corona.

Per combattere l’eresia Papa Gregorio IX introdusse l’inquisizione che operò con metodi cruenti e poco ortodossi, fra il 1223 e il 1255.

In Italia i catari si stabilirono nel territori del centro-nord ma furono catturati dopo il lungo assedio della città di Sirmione, dove si erano rifugiati, e alcune centinaia di essi furono bruciati sui roghi, nell’arena di Verona.

Veduta della città francese di Carcassonne.

Alcuni superstiti si rifugiarono a Napoli, tentando di raggiungere la Sicilia, dove il catarismo aveva trovato terreno fertile al tempo di Federico II, che pur condannando l’eresia di per se stessa, come reato di lesa maestà, non permise l’esercizio della inquisizione nei territori del suo Regno, anche perchè, pare fosse egli stesso cataro.

A Napoli i catari risultavano presenti, ancora nei primi anni del 1300, e l’inquisizione cominciò ad esercitare il suo potere dal 1268/69, con l’arresto di un centinaio di catari, la cui presenza nel Regno è accertata ancora fra il 1307 e il 13078. ultimi anni di episcopato del predecessore del d’Ormont, il Beato Giacomo da Viterbo (1302-1307).

E’ necessario affermare i principi dottrinali del cristianesimo, contestati dal catarismo.

La dottrina cristiana è sintetizzata nel Simbolo Apostolico e nel Simbolo Niceneo-Costantinopolitano, del V secolo: un unico Dio, vivo e vero, onnipotente, eterno, misericordioso, perfettissimo; diverso e distinto dall’universo e dal mondo che ha creato; invisibile, inimmaginabile, trascendente.

Il suo Essere è misterioso.

Egli è tre persone uguali nella Persona Divina, ma distinte nella loro relazione: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.

Dio è vicino all’uomo, conoscibile dall’uomo e nel suo amore si è fatto vicino all’umanità, manifestando il suo amore,   rivelandosi al popolo di Israele e poi inviando ad esso e a tutta l’umanità il suo Figlio Unigenito, che ha rivelato il Padre e ha offerto la sua vita per la remissione dei peccati.

Il Padre e il Figlio hanno inviato lo Spirito Santo, comunicato ai credenti anzitutto nel battesimo.

Coloro che credono in Cristo, accettando il Battesimo entrano a far parte della comunità della Chiesa, articolata secondo una gerarchia di ministeri che nel cattolicesimo hanno una valenza sacramentale

Tutti i membri della Chiesa, sono chiamati alla santità e a realizzarla concretamente secondo il loro stato di vita.

Il cristianesimo propone una dottrina morale che ha alla sua  base il decalogo (cfr. Dt. 5, 1-22) che è stato perfezionato da Cristo con i suoi insegnamenti, soprattutto con le beatitudini (cfr. Lc. 6,20-23)  e il duplice comandamento dell’amore.

Il cristiano vive una intensa vita di preghiera, scandita dalla formula del Pater noster; dalla celebrazione domenicale della Eucaristia; riconosce sette Sacramenti: Battesimo, Cresima, Eucaristia, Penitenza, Unzione dei malati, Ordine Sacro, Matrimonio;  professa la speranza della vita eterna, nella quale ognuno riceverà la retribuzione di quanto fatto nel bene  e nel male, negli stati di vita beata e dannata e nel temporaneo stato di purificazione.

Tutti i cristiani attendono la risurrezione dei morti, alla fine dei tempi, quando Cristo ritornerà nella sua gloria. (Sintesi da: Cathopedia, alla voce  cristianesimo)

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Rogo di catari.

La fine del catarismo in Italia è collegata alla ascesa al potere di Carlo I d’Angiò e alla affermazione del partito guelfo.

L’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli, dipinto negli anni del regno del suo successore Carlo II, può apparire legato alla complessa attività catechetica e liturgica messa in piedi per fornire attraverso la esposizione grafica della genealogia legale di Gesù, uno strumento didattico nella azione preventiva.

La presenza all’interno della cappella del monumento funebre di Papa Innocenzo IV, che combattè l’eresia autorizzando e rendendo più cruenta la tortura nei processi inquisitori, ma che forse più che combattere l’eresia, combattè l’imperatore che considerava eretico, Federico II di Svevia e i suoi successori, per attuare un preciso disegno politico che prevedeva come condizione essenziale l’annessione ai territori pontifici del Regno di Sicilia, che allora comprendeva anche l’Italia meridionale e la investitura dei nuovi territori come feudo privilegiato della Chiesa ad un membro della fedelissima monarchia francese, è una conferma dell’essere l’affresco uno strumento di propaganda  del potere reale, omaggio sacralizzante della dinastia angioina da parte dell’Arcivescovo Metropolita che doveva la sua investitura e la  sua autorità proprio alla casa regnante.

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Lettura dell’affresco del Duomo di Napoli.

Il contenuto iconografico degli ALBERI DI JESSE  non fu utilizzato solo come preziosa decorazione di salteri,  di facciate e pareti di chiese (molti affreschi sono scomparsi, pochi i reperti superstiti), ma attraverso la elaborazione grafica della genealogia umana di Gesù di Nazaret, così come enunciata nel primo capitolo del Vangelo di Matteo, pur nella complessità del tema trattato, rappresentava la affermazione della presenza storica di Gesù, un Dio discendente da uomini, nato da una donna.

Il contenuto teologico che enunciava, aveva una sua collocazione nella BIBBIA DEI POVERI, come strumento didattico per una catechesi capillare indirizzata alle popolazioni rurali e cittadine del medioevo europeo, di contrasto al dilagare dell’eresia catara.

Esso appariva schematizzato e organizzato secondo un sistema classificatorio che lo rendeva facilmente comprensibile alle masse, un DAZIBAO,  giornale murale scritto a grandi caratteri, usato in Cina fin dai tempi dinastici, per trasmettere notizie alle popolazioni e permettere la lettura a tutti perché facilmente comprensibile e leggibile da tutti, perché scritto a caratteri ideografici, che trovava nell’Abate Suger di Saint-Denis la sua teorizzazione.

Sugerio di Saint-Denis (1180-1154), Abate di Saint-Denis dal 1127 al 1140, fu reggente di Francia, durante l’assenza di Luigi VII per la crociata (1147-1149), tra il 1127 e il 1140 ricostruì Saint-Denis.

A lui viene attribuita la concezione e la relativa espressione dell’architettura gotica che attraverso una simbologia schematizzatrice classifica gli spazi e nell’utilizzo sapiente della luce, proietta verso l’alto la forma architettonica per un ideale congiungimento dell’uomo con Dio


Francia, Basilica di Saint-Denis – Vetrata dell’ALBERO DI JESSE – Vetrata di destra della Cappella centrale dedicata alla Santa Vergine – Schema iconografico proposto dall’Abate Suger che pose antenati spirituali e antenati naturali, insieme, nella genealogia umana di Gesù di Nazaret per confermare la sua divinità e umanità, e l’essere la sintesi delle promesse messianiche; insieme antenati spirituali e materiali della dinastia reale francese per sacralizzare il sovrano felicemente regnante.

Considerati come validi strumenti didattici e catechetici, venivano  ampiamente utilizzati dai Cistercensi,  che li facevano dipingere, durante la loro predicazione contro il catarismo, che negava l’umanità di Gesù, che essi dimostravano attraverso la esposizione grafica della sua genealogia umana, legale, confermando ed affermando il suo essere vero uomo e vero Dio, erede e sintesi delle profezie e delle promesse messianiche.

A partire dal XII secolo, gli ALBERI DI JESSE furono dipinti anche in funzione sacralizzante della monarchia francese.

In alcune cattedrali francesi e nelle chiese abbaziali dell’Ordine, sulle facciate , sulle pareti interne e sulle vetrate dipinte, il tema dell’ALBERO DI JESSE, fu proposto per affermare lo stretto legame della Chiesa e dei Cistercensi, con la casa regnante angioina, specialmente in quelle chiese abbaziali che godevano del privilegio reale e il d’Ormont era Cistercense, come lo era Ayglerio, l’Arcivescovo di Napoli, suo amico e conterraneo, ritrovato a Napoli al suo arrivo presso la corte angioina.

Orvieto – Duomo – Facciata: il pilastro dell’Albero di Jesse, il cui schema compositivo sembra richiamare quello proposto da Magister Lellus nel suo Albero di Jesse per il duomo.

Il sovrano veniva paragonato a Gesù e la Vergine Madre, alla dinastia reale che, al vertice, produceva il suo germoglio, il giglio di Francia, simbolo della monarchia, applicando ad essa la profezia di Isaia (Is. 11,1) “…un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalla sua radice…”.

L’omaggiare della genealogia della famiglia reale attraverso la esposizione grafica della genealogia di Gesù, fu proposto per la prima volta in una vetrata della abbazia Cistercense di Saint-Denis , dove sono concentrate le tombe dei reali francesi: attraverso una presunta/pretesa investitura divina, la dinastia, che poneva le sue radici nei Capetingi e in un Goffredo V conte d’Angiò (1113-1151) detto il Bello e Plantageneta, perché portava sull’elmo e sullo stemma un ramo di Ginestra, sepolto non a Saint-Denis, ma nella Cattedrale di  Le Mans,  rappresentato come Jesse, addormentato, riconosceva a lui solo il privilegio di avere  generato attraverso i legami dinastici, la nuova età dell’oro, che si stava attuando proprio allora, appunto attraverso l’illuminato buon governo: il sovrano felicemente regnante, veniva  sacralizzato dalla investitura divina, trasmessa poi la associazione al trono del figlio primogenito, quando il padre era ancora in vita attraverso un preteso potere taumaturgico che i plantageneti esercitavano sul popolo anche per mezzo della sola immagine del sovrano, potere che ancor più sacralizzava la monarchia.La esposizione grafica della genealogia di Gesù dipinta nel Duomo di Napoli, è una serie rigorosa di personaggi maschili, intervallati dalla presenza di profeti e individui che nella storia dinastica di Gesù hanno solo il ruolo di congiunzione fra i vari anelli genealogici, o ruoli marginali, o che con essa  hanno nulla a che vedere, apparentemente,

Albero di Jesse – Particolare: la Santa Vergine nell’ateggiamento della Madonna della Libera così come venerata dai Templari; al vertice dell’affresco la figura del Redentore; L’Arcangelo Gabriele che annuncia il concretizzarsi nel tempo e nella storia della promessa del protovangelo; il profeta Michea e nell’angolo sotto l’Angelo Annunziante il profeta Zaccaria.

ma anche dalla presenza di quattro donne straniere con storie matrimoniali irregolari, che annunciano la quinta Donna della storia genealogica, la Santissima Vergine  Maria, dipinta sull’affresco napoletano, nel gesto arrendevole alla Volontà Divina, invocante la Misericordia Divina, orante per la umanità in attesa della Grazia scaturente dal suo seno verginale, rappresentata nella genealogia di Jesse, che pone le sue radici in Adamo e attraverso di esso, nel Creatore. come leggiamo nella genealogia di Gesù proposta da Luca nel cap.3 del suo vangelo (Lc. 3, 23-38).

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Identificazione di alcuni dei personaggi rappresentati sull’affresco dell’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli. (Elaborazione grafico-interpretativa dell’autore).

L’atteggiamento  della santa Vergine dipinta al vertice  evoca l’immagine della MADONNA DELLA LIBERA, intercedente, liberatrice Platytera, cioè più ampia dei cieli, che contiene Colui che i cieli non possono contenere invocata nel titolo di Madonna della Libera, intercedente, liberatrice, così come venerata in Campobasso nella chiesa dello stesso Titolo, risalente al tempo di Celestino V (1290), con le palme delle mani rivolte verso l’osservatore e su di esse e sul collo dipinta una croce templare.

“…Il segno delle mani elevate è  un gesto assai significativo, che troviamo frequentemente nei racconti biblici. Venne usato da Mosè sul monte e dagli ebrei quando pregavano, indubbiamente anche Gesù pregava così e così pregavano i cristiani nei primi secoli. Prevalse poi il segno delle mani giunte, parimenti bello ed efficace, per l’influsso delle religioni orientali, ma il Sacerdote continuò a pregare con le mani elevate, specialmente durante la celebrazione eucaristica. In varie parti del mondo tuttora i fedeli innalzano a Dio la preghiera, in privato e in pubblico, con le mani elevate. L’alzare le mani verso il cielo, quando si parla con Dio, è un gesto naturale, direi, istintivo; è un  arrendersi a Dio, quando si è consci di essere peccatori e si invoca la misericordia divina: è uno slanciarsi verso il Padre,quando si gioisce di sentirsi suoi figli; è un aprirsi nell’amore a tutti i fratelli e a tutte le creature, che vivono e si incontrano nel cuore del Padre di tutti; è un offrire se stessi a Dio, quando il cuore, commosso, innalza a Lui sentimenti irrompenti di adorazione, di lode, e di ringraziamento; è un implorare lo Spirito divino, mentre si esprime l’anelito verso i beni eterni; è un impennare le ali dell’anima e del corpo per staccarsi da tutto ciò che è terreno e deteriore nel mondo e lanciarsi verso il Cielo, nostra eterna dimora col Padre e il Figlio e lo Spirito Santo…”. – Corrado Cardinale Ursi, Arcivescovo Metropolita di Napoli

Il brano del Cardinale Ursi, di venerata memoria, spiega l’icona della Santa Vergine al vertice dell’affresco e per la sua lettura non bisogna  lasciarsi ingannare dal primitivo istintivo, percorribile appagamento estetico, ma piuttosto tendere alla comprensione del contesto storico-politico che ne ha determinato la composizione, cercare nella committenza e nel sovrano felicemente regnante, le ragioni di una scelta iconografica  e di un doveroso omaggio dinastico, considerare anche che la immagine della Madonna della Libera, riprodotta sull’ALBERO DI JESSE del Duomo di Napoli è un chiaro, ma misterioso riferimento ai Templari: nulla però aiuta ad individuare le regioni di una pur discreta presenza dei cavalieri templari, se non in una ipotetica committenza, accanto a quella vescovile.

Per la lettura dell’affresco, bisogna necessariamente partire dalla immagine del dormiente alla base della icona, Jesse il betlemita, e dalle due figure ai suoi lati: il profeta Isaia e l’indovino Balaam, cavalcante l’asina.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – affresco dell’Albero di Jesse – Particolare: Re Davide.

Jesse il betlemmita è il padre di Davide, colui che lega la sua futura discendenza a quella di Giuseppe, e la ascendenza di questi in Giuda, in Giacobbe, in Abramo, in Noè, fino ad Adamo e attraverso questi a Dio Creatore, secondo la genealogia di Gesù, proposta nel Vangelo di Luca (Lc. 3, 33-38).

Il personaggio rappresentato in  cima all’ALBERO è erroneamente ritenuto Gioacchino, il cui nome non compare nella genealogia di Gesù proposta da Matteo e non compare in storie bibliche, tranne che nei Vangeli Apocrifi,  attribuendogli una discendenza davidica, non confermata ufficialmente e comunque non confermabile perché probabilmente mai esistito.

Secondo gli Apocrifi, sposò Anna, già avanti negli anni, forse per la norma del levirato, e non ebbero figli.

Un Angelo apparve ad entrambi mentre erano i due luoghi diversi, per annunciare loro una prossima futura maternità di Anna.

Napoli – Duomo – Cappella di San Lorenzo – Affresco dell’Albero di Jesse – Particolare: Giuseppe.

I due incontrandosi a Gerusalemme nella loro casa presso la Porta Aurea, si salutarono con un casto bacio coniugale e Anna concepì in quel momento Maria Santissima, l’Immacolata.

A questa storia poetica,  narrata dagli Apocrifi, è collegata la memoria liturgica del Concepimento di Maria l’Immacolata celebrata in antico nelle Chiese orientali e fissata anche nel Calendario Marmoreo di Napoli al 9 dicembre: C(on)cezione  di S(ant’) ANNA di MARIA VER(gine).

Il personaggio rappresentato non è Gioacchino, ma Giuseppe che assunse la paternità legale di Gesù, prendendo con sé la sua sposa, la quale , senza che egli la conoscesse, partorì un figlio che egli chiamò Gesù (Mt. 1,25).

Giuseppe pur non volendo coprire con il suo nome un bambino di cui ignorava il padre, rifiutò di consegnare al rigore della legge (Dt. 22, 20ss) questo mistero che egli non comprendeva.

 Albero di Jesse – Particolare – Il profeta Isaia.

Isaia evocò dopo circa 400 anni, la storia di Davide, con un oracolo profetico, riservato alla discendenza di Jesse, annunciando il Messia , che avrebbe portato un regno di pace e di giustizia, frutto della rettitudine di coscienza degli uomini e una armonia totale dell’intero creato.

L’oracolo di Isaia è trascritto nel cartiglio recato dall’angelo indicato dal profeta, dipinto a sinistra, alla base dell’affresco, e da il titolo alla icona: “….un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici…” (Is.11, 1).

Nell’angolo opposto dell’affresco è ritratto l’indovino Balaam.

Al tempo del soggiorno degli Israeliti nella pianura di Moab, ad est del Giordano, Balak, re di Moab, temeva l’ invasione del suo regno.

Si rivolse allora a Balaam, sacerdote ed indovino medianita, perché maledicesse Israele.

Ma Dio ordinò a Balaam di non  maledire il suo popolo, ma piuttosto di benedirlo nel Suo nome.

Albero di Jesse – Particolare -L’indovino Balaam che cavalca l’asina.

Balaam temendo l’ira di Balak, non volle dare ascolto al comando di Dio recato da un Angelo e, sellata la sua asina si avviò verso l’accampamento israelita, ma apparve l’Angelo che colpendo con una spada l’asina, la spingeva contro le rocce perché deviasse la sua strada e ritornasse indietro.

L’indovino cominciò a percuoterla con la sua verga, ed essa allora parlò invitandolo a non colpirla.

L’Angelo di Dio apparve nuovamente a Balaam che temendo la vendetta divina su di  lui, pur condotto da Balak presso gli accampamenti israeliti, cominciò a benedire il popolo di Dio e ad annunziare la futura nascita del Messia: “…Come sono belle le tue tende Giacobbe,  le tue dimore Israele!  Sono come torrenti che si diramano,  come giardini lungo un fiume….. …Io lo vedo, ma non ora,  io lo contemplo, ma non da vicino:  Una stella spunta da Giacobbe  e uno scettro sorge da Israele….” (Nm. 24, 5-6; 17).

La nascita di una nuova stella era considerata presso i popoli antichi, l’annuncio della nascita di un re: “…Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo…” (Mt. 2,2), chiesero i Magi ad Erode, e lo scettro, simbolo di potere regale, qui si lega alla benedizione di Giacobbe, ai suoi figli (Gn. 49,8):  “…Giuda, te loderanno i tuoi fratelli;  la tua mano sarà sulla nuca dei tuoi nemici;  davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre.  ….non sarà tolto lo scettro da Giuda  ne il bastone del comando tra i suoi piedi,  finché verrà colui al quale esso appartiene  e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli…” .

Jesse è discendente di Giuda e Giuseppe, “…lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, il Cristo…” (Mt. 1,16), che è discendente di Jesse: la umanità di Gesù, secondo la legge pone le sue radice in Adamo perché Jesse poneva la su ascendenza in Adamo.

 Albero di Jesse – Giuseppe con ai lati la profetessa Anna e  Simeone.

Isaia, incomincia a profetizzare a Gerusalemme a partire dall’anno della morte di re Ozia, quindi nel 742 a.C.

Ad esso vengono attribuite le profezie messianiche, alcune delle quali utilizzate per omaggiare la casa regnate angioina:

Is.7,14 – “… Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà EMMANUELE…”; Is. 35,5-6 – “…Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa…”  

La casa regnante angioina inaugura il tempo della nuova età dell’oro, e alla profezia di Isaia fa eco quella vaticinata dalla Sibilla Cumana che  annuncia prossima a venire l’età dell’oro, riportata da Virgilio nella IV egloga delle Bucoliche: “… l’ultima epoca del responso di Cuma è  finito; nasce da capo il gran ordine dei secoli.  La Vergine ormai torna, i regni di Saturno tornano  già una nuova stirpe scende dall’alto dei cieli….”

Carlo-II-d-Angiò
Ritratto di Carlo II d’Angiò

Entrambi, Virgilio e la Sibilla Cumana sono ritratti alla base dell’Albero: Virgilio descrive l’arrivo venturo di un puer (le cui identificazioni sono state molteplici: dal figlio del suo protettore Asinio Pollione fino addirittura a Gesù) che sarà  portatore di una radicale rivoluzione futura della vita degli uomini che potranno godere di una età straordinaria di pace e benessere dopo il periodo tragico delle guerre.

Carlo I d’Angiò capostipite della linea Capetingi-Angiò, attiva nel Regno di Napoli, propagazione della dinastia reale francese avrebbe inaugurato la nuova età dell’oro, e la dinastia reale è il fiore che germoglia sul virgulto germinato dal tronco secco della dinastia, il giglio, simbolo della casa regnante francese.

Carlo I conquistò e consolidò il Regno che Carlo II rese potente con un governo illuminato ed una apertura ai commerci con il medio oriente, alla cultura e alle arti; Roberto, profondamente legato alla Chiesa di Roma, sarà testimone della conclusione dinastica attraverso il passaggio del regno nella mani della nipote, la regina Giovanna.

Le profezie messianiche, riferite a Gesù di Nazaret, vennero qui applicate al  fondatore della dinastia angioina di Napoli, per omaggiare il suo buon governo,  nel luogo dove il suo successore, Carlo II, aveva programmata la costruzione di un pantheon dove degnamente seppellire i membri della famiglia reale, non più realizzato per i ricordati eventi, non ultimo il cedimento strutturale dell’edifico angioino, optando per il completamento della Cappella reale, intitolata al figlio primogenito, Ludovico, rinunciatario al trono di Napoli, a favore del fratello, l’altro suo figliolo, Roberto.

Roberto porterà a compimento la costruzione della Cappella reale, ma fonderà intorno al 1310 la Basilica dell’Ostia Santa, detta di Santa Chiara, che destinerà come pantheon della famiglia reale, stabilendo un gruppo di francescani, fin dalla fondazione, alla  sua ufficiatura perché sia Roberto che la regina Sancia erano particolarmente devoti al Santo d’Assisi.

Re Roberto era solito partecipare alle funzioni solenni e private nelle chiese dell’Ordine, utilizzando l’abito di Terziario francescano, e con il saio francescano è rappresentato sul suo monumento funebre e così parato si fece seppellire in esso:  è ritratto re Roberto sull’affresco, nei panni di Giuseppe, vestito con il saio di terziario francescano ma con sulle spalle il manto rosso regale.

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Roberto d’Angiò, ritratto in abiti regali ma con il saio Francescano, era infatti terziario francescano.

Sui rami del grande ALBERO, sono dipinti sapienti, profeti e personaggi che entrano a pieno titolo o marginalmente nella storia genealogica di Gesù e tutti hanno sul capo un’aureola.

Essa a partire dal II-III secolo veniva utilizzata anche in maniera laica per indicare particolare deferenza nei confronti del personaggio ritratto, già appartenente al mondo dell’Aldilà, non santo, considerato comunque di particolare rispetto, con venerazione, come i Capetingi-Angiò e il loro preteso potere taumaturgico, ricevuto per trasmissione dinastica.

Per poterli identificare tutti occorrerebbe un accurato restauro dei cartigli che ognuno di essi presenta e leggere il brano di riferimento nel racconto biblico, che spesso non li contempla affatto.

Il secondo ordine di rami, quello che ha origine dai fianchi di Salomone seduto in trono con i simboli regali, sopporta quattro figure femminili, straniere e con situazioni matrimoniali irregolari: Tamar, Racab, Rut, Betsabea.

 Albero di Jesse – Particolare di figura femminile.

Esse guardano verso la quinta Donna della genealogia di Gesù, Colei che è portatrice della maternità impossibile all’uomo, ma non a Dio: “…Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo…” (Mt.1, 16).

TAMAR: vissuta fra il XIX e il XVI secolo a.C., donna cananea, moglie di Er figlio maggiore di Giuda, e in seguito, per vedovanza, secondo la legge del levirato, del fratello di questi, Onan, che non volle concepire con lei un erede al fratello e per questo fu punito da Dio.

Quando alla morte prematura di Onan, Giuda rifiutò di darle in marito il suo terzo figlio, Sela, Tamar si travesti da prostituta e sedusse Giuda e gli generò due gemelli: Fares, primogenito e Zara secondo.

Nella genealogia di Matteo, Fares è un ascendente di Jesse.

RUT: vissuta nel XII sec. a.C., donna moabita, dopo la morte del marito Maclon, accompagnò la suocera Noemi a Betlemme paese di origine di Maclon, dove sposò Booz per la legge del levirato.

Rut è antenata di Davide.

RACAB: vissuta nel XIII secolo a.C., meretrice cananea di Gerico, ospitò e nascose i due esploratori mandati da Giosuè a Gerico, ottenendo in cambio salva la vita con la sua famiglia, alla conquista della città: E’ la madre di Booz, che a sua volta generò da Rut, Obed, il padre di Jesse, che generò Davide.

E’ citata, per la sua fede, nella Lettera agli Ebrei (Eb.11,31) e, come modello di fede che  si esprime attraverso le opere, è esaltata nella Lettera di Giacomo (Gm. 2,25).

BETSABEA: vissuta nell’XI-X secolo a.C., moglie prima di Uria, poi di Davide che la osservò dalle terrazze della reggia, mentre faceva il bagno, e se ne innamorò (è rappresentata con i piedi nudi e coperta da una veste larga) e mandò sulle prime linee in battaglia Uria, perché fosse ucciso per prenderla in moglie.

E’ la madre di Salomone.

Ai lati di Giuseppe, la profetessa Anna e il vecchio Simeone.

Le figure femminili che compaiono insolitamente nella genealogia, perché l’elenco degli ascendenti in Israele riporta solo i nomi maschili, stanno a dimostrare che Gesù è Salvatore non solo del popolo ebraico, ma anche di quelli che erano definiti gentili.

Tamar e Racab sono cananee e Rut moabita, mentre Betsabea sarebbe stata sposata ad uno straniero, Uria, ma pare fosse una israelita.

La loro presenza nella genealogia di Gesù è considerata in contrasto con la norma introdotta da Esdra che vietava i matrimoni misti, per conservare la purezza della razza ebraica (Esd. 10, 10).

Vengono citate per sottolineare il ruolo di importanti figure femminili per paragonarle implicitamente alla quinta Donna citata nella genealogia: Maria.

Nonostante la struttura patriarcale della società ebraica, la realizzazione del piano di salvezza di Dio ha richiesto il libero arbitrio di donne fuori del comune.

Il terzo ordine di rami, sopporta una donna ed un uomo, avanti negli anni.

Non fanno parte della genealogia di Gesù ma sono citati nel Vangelo di Luca: la profetessa Anna e il vecchio Simeone (Simeone al Cap.2, 36-38 e Anna al Cap. 2, 25-35)

Albero di Jesse – Particolare – Salomone e ai lati Virgilio e la Sibilla Cumana

Il Vecchio Simeone e la profetessa Anna, non guardano la Vergine Madre incinta e il germoglio del virgulto del tronco di Jesse, perché lo vedranno appena nato, al tempio di Gerusalemme, ma indicano il nascituro nel seno della Madre.

“…Ora lascia, o Signore, che il tuo servo  vada in pace secondo la tua parola;  perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,  preparata da te davanti a tutti i popoli,  luce per illuminare le genti  e gloria del tuo popolo Israele….” 

Così Simeone riconosce nel Bambino il Messia annunziato mente la  profetessa Anna, invece, si mise a lodare Dio e a parlare del Bambino a quanti aspettavano il Messia di Israele.

L’ultimo ordine di rami sopporta due profeti: Zaccaria che indica l’Angelo della annunciazione e il Cristo e Michea che annuncia il luogo della nascita di Gesù.

Zc. 2,14 “…Gioisci, esulta, figlia di Sion  perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te  Oracolo del Signore…” Zc.9,9 “…esulta grandemente figlia di Sion,  giubila, figlia di Gerusalemme!  Ecco, a te viene il tuo re.   Egli è giusto e vittorioso,   umile, cavalca un’asino,  un puledro figlio d’asina…”

Zaccaria profetizza intorno al VI sec. a.C.: contemporaneo del profeta Aggeo, con il quale esercitò per un certo tempo il ministero profetico, è un veggente, che annuncia ciò che vede,  la presenza visibile di Dio in mezzo al suo popolo.

Indica l’Angelo Gabriele che, come lui, annuncia il concretizzarsi delle promesse messianiche, annunciate nello scorrere dei millenni della storia di Israele.

(Mic. 5,1) “…E tu, Betlemme di Efrata  così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda,  da te mi uscirà colui  che deve essere il dominatore di Israele,   le sue origini sono dall’antichità…”

Michea profetizza nell’VIII sec. a.C.: contemporaneo circa, di Amos, Acaz e Ezechia, non deve essere confuso con l’altro profeta Michea citato in 1Re 22,9.

Dio avvisa il suo popolo che il Messia nascerà dalla stirpe di Davide (Davide è vissuto fra l’XI e il X secolo a.C) e in Betlemme, la città in cui nacque Davide e nelle cui campagne pascolava il gregge del padre Jesse, quando fu scelto e unto re di Israele.

La Vergine in trono dell’affresco: Icona della Concezione della Vergine, Platìtera (“più ampia dei cieli”, che contiene Colui che i cieli non possono contenere)  invocata nel Titolo di Madonna della Libera , venerata dai Cavalieri Templari, Vergine dell’Albero di Jesse?

Quasi tutti i personaggi ritratti sul grande affresco guardano o indicano la Donna che deve partorire e il germoglio del virgulto del tronco di Jesse, sul quale aleggia lo Spirito Santo, che è rappresentato avulso dalla scena , al disopra del grande albero,  nell’atteggiamento di Cristo Re, nella mandorla, sulla cui cornice sono ancora visibili le tracce delle colombelle: i Sette Doni dello Spirito Santo.

Madonna platytera o Madre di Dio del Segno, dal greco , più ampia.

La Santissima Vergine è raffigurata con le braccia aperte verso l’alto, nell’atteggiamento tipico di chi prega, nella funzione di interceditrice e cela nel grembo il Figlio suo,  che viene nella gloria,  dipinto al vertice  del grande affresco: il giglio di Francia, il sovrano che si annuncia come il germoglio della radice di Jesse, profetizzato da Isaia, nella presunta/pretesa investitura divina della riconsolidata dinastia angioina,

Come la Madonna della Libera, venerata a Campobasso, non presenta sul petto il medaglione con l’immagine di Cristo, ma contiene il Figlio suo nel grembo arrotondato, cinto da una cintura, come usavano le donne incinte di Israele e il manto aperto lascia intravvedere la condizione di prossima al parto, portata con orgoglio.

L’immagine sembra richiamare la benedizione pronunciata nei confronti di Gesù,. da una donna sconosciuta di Israele e riportata nel Vangelo di Luca: “…Beato il ventre che ti ha portato…” (Lc. 11,27).

La Santissima Vergine dispensatrice di tutte le Grazie, che scaturiscono dal suo seno verginale, inaugura la nuova età dell’oro, attraverso il Figlio suo, l’Emmanuele, che al vertice dell’Albero dinastico, sacralizza il sovrano che rappresenta, il quale per la sua pretesa/presunta investitura divina, dispensa grazie su grazie al suo popolo,  anche attraverso il preteso potere taumaturgico che i plantageneti esercitavano sui sudditi, per mezzo della sola immagine del re, dipinta, potere sacralizzante della monarchia.

L’immagine al vertice dell’affresco,  pare legata alla Madonna della Libera di Campobasso, e alla presenza a Napoli di Celestino V e di alcuni Cavalieri Templari, amministratori del tesoro reale, trae origine da raffigurazioni bizantine importate in Italia dai Templari stessi: essa presenta le palme delle mani  rivolte verso l’osservatore, e al centro delle stesse sono dipinte due croci ad otto punte, ancora visibili, anche se lacerticoli di tracce e al collo reca  un pendaglio con una croce simile, così come nelle immagini della Madonna della Libera e particolarmente in quella di Campobasso.

L’immagine della Vergine presente sull’affresco,  che è  anche simbolo della Chiesa universale racchiusa e protetta  dal suo Grembo Verginale, che attende il parto, apertura verso tempi migliori, beneaugurante e benedicente la dinastia reale angioina , di per se, dice ben poco, se non fosse una riproduzione della Madonna della Libera e questa non fosse la Vergine patrona dei Templari e sulla icona non ci fossero dipinti  simboli templari (le croci ad otto punte)  che riconducono ad una discreta presenza di questi Cavalieri in un tempo immediatamente precedente la soppressione dell’Ordine anche nel Regno di Napoli, nel 1312, al tempo di Clemente V (1305-1314).

Alcuni membri della famiglia angioina erano Templari e lo erano pare, Carlo I e Carlo II: sta di fatto che entrambi concessero all’Ordine proprietà per le loro Commende  e donativi per le loro case: essi godevano della fiducia dei reali francesi ai quali prestavano anche denaro su pegno.

Carica di cavalieri templari in Terra Santa.

Carlo I nominò un certo Templare Arnulfo, tesoriere e custode della  Torre dell’oro, del Maschio angioino, a cui successe un altro Templare, Guidone, fra il 1268 e il 1269 e croci e simboli templari sono stati scoperti disegnati sui muri dei camminamenti di ronda del castello angioino e Templari erano anche alcuni collettori dei dazi nel Regno, come il Cavaliere sepolto nel Duomo, non  solo, ma alcuni di essi erano alle dirette dipendenze dei Papi e godevano di privilegi pontificiIl Gran Maestro dei Templari Jaques de Molay soggiornò nel Maschio angioino al tempo di Celestino V (1294) e nel 1295 era ancora a Napoli, e dovette passare per il Regno di Napoli, quando nel suo viaggio di ritorno in Francia, nel 1303, con il tesoro dell’Ordine, sostò, e la sosta è documentata, con i suoi 2000 cavalieri nell’Ospitale di Santa Caterina di Montecalvo per essere poi nell’ottobre del 1307 in Francia quando incominciò la persecuzione di Filippo il Bello, cugino di Carlo II di Napoli, per mettere le mani sull’ingente tesoro dei Templari: Carlo II incominciò la sua azione repressiva contro i Cavalieri, con la confisca dei loro ingenti beni fra il 1312 e il 1322, gli anni del governo della Arcidiocesi napoletana di Umberto d’Ormont e della realizzazione dell’affresco.

Napoli – Duomo – Cappella Capece-Minutolo – La Maddalena (attribuita a Montano d’Arezzo)

Nel Duomo angioino in un affresco dello stesso periodo, all’interno di una Cappella di patronato, è rappresentata Maria Maddalena, nuda, ma coperta solo dai suoi lunghi capelli: ìl ritratto non è nascosto, ma è occultato e la Maddalena era fra i Santi patroni dell’Ordine Templare perché, vissuta accanto a Gesù, era ritenuta depositaria di particolari Rivelazioni segrete e su un  antico sarcofago in un’altra cappella di patronato è ritratto un cavaliere in armi con la sua spada, una spada templare.

La presenza templare nel Duomo di Napoli, sarà certamente oggetto di altro studio.

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NOTE  E  DISCUSSIONI 

1  –  Il Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo del II secolo dopo Cristo, riporta la storia di Gioacchino e Anna, genitori  della Vergine Maria. Anna, dopo un lungo periodo di sterilità, ottiene da JHWH  la grazia del concepimento di Maria che a tre anni è condotta al Tempio, ivi lasciata al servizio di JHWH, in adempimento di un voto fatto. La storia è costruita sulla falsariga di quella del concepimento del profeta Samuele (1Sam. cap.1). Dio sceglie Maria gratuitamente da tutta l’eternità perchè fosse la Madre del suo Figlio Unigenito e per tale missione essa fu concepita Immacolata cioè, per grazia di Dio e in previsione dei meriti Gesù, fu preservata dal peccato originale, fin dal concepimento nel seno di Anna. Il domma della Immacolata Concezione di Maria fu proclamato con la bolla di Papa Pio IX, del 1854 INEFFABILIS DEUS, ma la festa era già celebrata nella Chiesa Orientale fin dal VII secolo e nell’Italia Meridionale, territorio dell’impero bizantino, nello stesso periodo, come è confermato anche dal CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA DI NAPOLI, redatto intorno al IX secolo, da porsi non oltre l’episcopato di Giovanni IV lo Scriba (842-849) o di Atanasio I (850-872), entrambi Vescovi di Napoli. Il CALENDARIO NAPOLETANO pone al giorno 9 dicembre la C(on)CEZIONE di S(ant’)ANNA di MARIA VERGINE e prima della definizione del Calendario Romano che include la festa nel 1476, essa era festeggiata già anche a Roma. Pio V, nel 1570, promulgando il nuovo UFFICIO LITURGICO, stabilì la festa della Immacolata Concezione di Maria, estesa poi nel 1708 da Papa Clemente XI a tutta la Chiesa Cattolica.

2  –  La Cattedrale napoletana, sarebbe stata fondata insieme a quella di Capua, nel IV-V secolo (Capua, definita l’altra Roma, la Caput Campaniae, era una delle più importanti città romane  ed era Sede Consolare della Campania; Napoli, città foederata di Roma, aveva conservata la sua autonomia e con essa la sua grecità e per questo aveva un ruolo minore rispetto alla più importante Capua), probabilmente poco tempo dopo, e intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, dal VII-VIII secolo (date comunque approssimative) quando furono inumate al suo interno le reliquie della santa Africana, trasferite a Napoli nel 429 dagli esuli della persecuzione vandalica di Genserico (la notizia non collima con il leggendario approdo del suo corpo ad Ischia) da dove comunque forse furono trasferite e inizialmente inumate nella catacomba napoletana (o forse una parte di esse), da dove furono poi traslate ed inumare nella Cittadella Vescovile, prima che fossero trasferite ed inumate nella Basilica detta Stefania i corpi dei Santi Vescovi napoletani, al tempo del Vescovo Giovanni IV detto lo Scriba (842-849) e del suo successore Atanasio I (849-872) che pare abbia trasferito all’interno del complesso Cattedrale napoletano anche il Cranio e le Ampolle con il  Sangue di San Gennaro, che depose in una Cappella già esistente in episcopio e da lui fatta appositamente rinnovare, come riferisce Giovanni Diacono nel Liber Pontificalis. Il Calendario Marmoreo Napoletano, scolpito non oltre l’episcopato di Atanasio I discepolo e successore di Giovanni IV, al quale è attribuita la redazione, suggella al 16 maggio la Memoria Liturgica del N(a)T(ale) S(anta) RESTITUTA, ma non riporta la Memoria Liturgica della dedicazione della Basilica Cattedrale già intitolata al Salvatore, alla Santa Africana, o fa Memoria di altre intitolazioni. Non riporta nemmeno la Memoria della traslazione delle sue reliquie, e questo fa supporre che al tempo di Giovanni IV  esse non erano ancora deposte nella Basilica Cattedrale, spostando di almeno 100 anni il tempo della denominazione comune della Basilica Cattedrale intitolata al Salvatore, alla Santa Africane e fa supporre che il Titolo Dedicatorio antico del Salvatore, non sia mai stato modificato, nemmeno quando esso fu condiviso con quello della Basilica gemina costruita dal Vescovo Stefano I (496-?) parallela alla Basilica detta di Santa Restituta, separata da questa dal Vicus S. Laurentii ad Fontes Minores, e detta Stefania, dal nome del suo fondatore, se la ricerca archeologica sull’area riuscirà a dimostrare l’esistenza o meno di questa seconda Basilica gemina. Il Calendario Marmoreo infatti, riporta al 6 agosto la Memoria Liturgica della TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE N(ost)RO GE(sù) CR(isto), Titolo comune alle due Basiliche e riporta la Memoria Liturgica della DEDIC(azione della) BASIL(ica) STEFAN(ia), ovvero di STEFAN(o Vescovo), al primo di dicembre; al 29 giugno quella del N(a)T(ale di) S(an) PIETRO AP(osto)LO e al 30 giugno, N(a)T(ale di) S(an) PAO(lo) AP(osto)LO. Ai Santi Apostoli, come già riferito, era intitolata la più antica Basilica Cattedrale napoletana. La Basilica detta Stefania, si racconta, fu distrutta da un incendio tra il 538 e il 555 e ricostruita  dal Vescovo-Duca di Napoli Stefano II (756-789). Il Calendario Deciano, così detto perché elaborato al tempo del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ottavio Acquaviva d’Aragona (1605-1612) e promulgato per tutta la Arcidiocesi durante il Sinodo Diocesano, iniziato dall’Acquaviva d’Aragona e concluso dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Decio Carafa (1613-1626), fissa all’8 gennaio la Memoria Liturgica della DEDICATIO S. M. DE PRINCIPIO, da celebrarsi in tutta la Arcidiocesi napoletana (Cfr. G. Sparano, Memorie storiche per illustrare gli atti della Napoletana Chiesa e gli atti della Congregazione delle Apostoliche Missioni, Napoli, MDCCLXVIII), Memoria Liturgica che il Capitolo Cattedrale oggi celebra il12 gennaio e che celebra l’antichità dell’Oratorio di Santa Maria del Principio, luogo della antica sede della Cattedra Vescovile napoletana, luogo dell’inizio dell’irradiamento del cristianesimo a Napoli e l’antichità del culto mariano (Capua nel 391, fu sede di un Concilio Plenario dei Vescovi orientali e occidentali, presieduto dal suo promotore, Ambrogio di Milano (333-397), nel quale fu definita la dottrina riguardo la Perpetua Verginità di Maria, contestata dal Vescovo eretico Bonoso di Sardica. Al Concilio fu presente anche il Vescovo di Napoli Severo (364-410), ma non celebra  una Memoria Liturgica della dedicazione della Basilica Cattedrale a Santa Restituta d’Africa. La presenza sul Calendario Marmoreo della sola  Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica detta Stefania e non della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, fa supporre che la prima , in quel tempo, avesse un ruolo principale  rispetto alla antica Cattedrale, salvo poi a considerare il Calendario, come Proprio del Tempo, per le celebrazioni liturgiche del clero bizantino convivente apparentemente tacitamente, accanto al clero romano, in quel periodo a Napoli, dove officiava nella Basilica detta Stefania ed aveva sede nella Basilica di San Giovanni Maggiore, dove fu poi ritrovato il prezioso reperto, nel 1700. Ma il complesso della antica Cattedrale sede del potente Istituto Capitolare, era ed è sempre stato di rito latino. La Stefania, invece , ricostruita più volte al tempo dei Duchi-Vescovi o dei Vescovi-Duchi o dei Duchi e Vescovi e viceversa, che governarono il ducato di Napoli, era retta da un clero bizantino. Anche nella Stefania c’era una Cattedra Vescovile e si ritiene che essendo la Basilica più prossima all’adiacente antico palazzo del Vescovo, avesse un ruolo preminente come chiesa episcopale, con un  ruolo essenzialmente amministrativo e non catechetico-liturgico, ruolo proprio della Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, per la presenza in essa della antica Cattedra Vescovile di Aspreno, primo Vescovo di Napoli. Ho citato la notizia della traslazione del Cranio e del Sangue di San Gennaro dalla Basilica Catacombale severiana di San Gennaro Extra Moenia, nella Basilica detta Stefania al tempo del Vescovo Atanasio I. La presenza delle reliquie del Cranio e del Sangue di San Gennaro nella Stefania, o comunque in una Cappella adiacente, all’interno della Cittadella Vescovile, può trovare conferma dal loro successivo trasferimento nell’Oratorio intitolato a San Gennaro nel Tesoro Vecchio, al tempo di Carlo II d’Angiò, prima di procedere alla demolizione della Stefania, per far posto al nuovo Duomo angioino (cfr: Tino d’Amico, Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel Tesoro Vecchio del Duomo di Napoli, in il blog di Tino d’Amico  – tinodamico.Wordpress.comoratorio che non  va confuso con un altro intitolato a San Gennaro, accanto all’ingresso del Tesoro Vecchio, diroccato dal terremoto del 1456, poi trasformato in Cappella di patronato della famiglia Filomarino e nei primi del ‘900 in Cappella intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, dopo avere subito nel ‘700 altra trasformazione. Ritengo che l’oratorio citato, in antico servisse  per cerimonie liturgiche legate alla venerazione della sacre Ampolle, conservate nel Tesoro Vecchio, prima della costruzione della nuova grande Cappella del Tesoro di San Gennaro, e dò ragione a chi ritiene questo ambiente utilizzato come sacrestia antica del Duomo. Ma questo mi porta a considerare  che il bassorilievo attribuito a Cosimo Fanzago o al Vaccaro , posto recentemente  nel postergale del nuovo Altare del Duomo, non rappresenti San Gennaro, ma  il defunto dormiente in paramenti episcopali sia Atanasio I: Ma questo è argomento di altro studio. Per le notizie relative al Calendario Marmoreo, cfr. Luigi Fatica, Il Calendario Marmoreo di Napoli, Napoli, 1997. Ricordo a chi l’ha conosciuto, la sua prematura scomparsa.  

3  –  Relativamente alla storia della trasformazione della antica Cappella  Reale angioina  intitolata a San Ludovico Cfr. Tino d’Amico, La Cappella delle reliquie del Duomo di Napoli, Vestibolo del Paradiso, in. il blog di Tino d’Amico, https://tinodamico.wordpress.com .  Dopo il terremoto del 4/5 dicembre 1456, la Cappella fu utilizzata come sacrestia del duomo, almeno fino alla fine del ‘500. Il terremoto diroccò buona parte dell’ala destra dell’edificio angioino, facendo danni gravissimi alle strutture: cadde la torre scalare di destra detta Tesoro vecchio dove erano riposte le reliquie dei Santi Compatroni e dei Santi Vescovi di Napoli e gli arredi preziosi. Cadde dal reliquiario che la conteneva  la teca con le ampolle delle reliquie del Sangue di San Gennaro che miracolosamente non si infransero. La antica sacrestia del Duomo, ritengo, era collocata, come già riferito, nell’ambiente sottostante l’oratorio di San Gennaro nel Tesoro vecchio. Questo ambiente chiuso sulla navata, accedibile dalla adiacente Cappella Teodoro, fu ceduto ai Filomarino, in sostituzione della Cappella di patronato aperta sulla navata di sinistra che fu diroccata insieme alle Cappella dei Zurolo e dei Cavaselice, nei primi anni del ‘600 per fare posto alla costruenda Cappella del Tesoro di San Gennaro. Nello spazio ricavato dalla ex sacrestia del duomo, i Filomarino raccolsero i resti mortali dei loro ascendenti, che non furono posti nella Cappella di Famiglia nella vicina Basilica dei Santi Apostoli. Per le funzioni solenni gli Arcivescovi si paravano, come di uso liturgico comune, sedendo sulla Cattedra, o sul faldistorio dove indossavano le insegne episcopali della autorità amministrativa-religiosa che esercitavano sul popolo, dell’essere doceta, catecheta e liturgo. La sede della Cattedra Episcopale di Napoli è la antica basilica Cattedrale detta di Santa Restituita e da essa procedevano processionalmente verso l’Altare Maggiore del nuovo Duomo angioino che era al centro del transetto e raggiungevano il trono vescovile, posto ancora nel suo sito originario. Il coro si sviluppava al centro della navata.

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L’obelisco di piazza del Gesù di Napoli – Ruolo e significato di un arredo urbano

di Tino d’Amico

gugliaimmacolata1La guglia dell’Immacolata, il singolare arredo urbano che domina la piazza del Gesù Nuovo e la collinetta della Trinità Maggiore, a cavallo fra la effimera architettura delle macchine di festa di legno e carta, che il popolo innalzava ed incendiava con i fuochi d’artificio, nelle piazze, in occasione delle feste religiose e civili, e a cui bisogna riferirsi per ricercare le sue remote origini (R.Pane) e l’arredo urbano, fine a se stesso, inteso come complesso architettonico-scultoreo, per abbellire una piazza, deve la sua realizzazione all’opera di un Gesuita, Padre Francesco Pepe, nato a Civita Campomarano nel 1684 e morto a Napoli nel 1759.

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Il culto della Vergine Maria a Napoli risale alle origini della cristianità.

Una delle più antiche immagini, se non la più antica in assoluto a Napoli è l’affresco nel vestibolo della catacomba di San Gaudioso, oggi quasi sbiadito, risalente al V-VI secolo.

Al periodo paleocristiano sarebbe ascrivibile l’affresco ricoperto poi da un mosaico, firmato e datato da Lello da Orvieto nel 1322, che rappresenta la Madonna con il Bambino in trono con ai lati San Gennaro e Santa Restituta, nel catino absidale dell’oratorio di Santa Maria del Principio, del II secolo realizzato, secondo la tradizione da Sant’Aspreno, primo Vescovo di Napoli in quella che era la sua casa, inglobato poi, come cappella laterale della costantiniana Basilica detta di Santa Restituta, la Cattedrale napoletana, prima della costruzione dell’adiacente Duomo angioino.

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Napoli, Duomo, Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Il mosaico attribuito al Maestro LELLO de Urbe (da Roma o da Orvieto?), rappresentante la Santissima Vergine Maria nel Titolo antichissimo di SANTA MARIA DEL PRINCIPIO.

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Le antiche immagine della Santa Vergine, venerate a Napoli sono la rappresentazione grafica dei dogmi celebrati dalle antiche feste mariane e riportate sul Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli, elaborato fra l’852 e l’884, dal Vescovo di Napoli Giovanni IV detto lo Scriba (838-849) e dal suo successore, Atanasio I (849-872): al 2 febbraio la PURIF(icazione) della S(an)ta MARIA (per mezzo di SIMEO(ne); al 25 marzo la ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE GESU’; al 15 agosto ASSUNZIONE della S(anta) MARIA; all’8 settembre la NATIVITA’ della S(anta) MARIA; al 9 dicembre la C(on)CEZIONE di S(ant’) ANNA di MARIA VER(gine).

La Vergine Santissima venerata nel titolo dell’Assunta è la Patrona principale di Napoli, San Gennaro, il Megalomartire, è Compatrono principale della Città ed all’Assunta è intitolato il Duomo angioino e Papa Pio IX con la Bolla INEFFABILIS DEUS, dell’8 dicembre 1854 proclamò solennemente il dogma della Concezione Immacolata di Maria, stabilendo la data per la celebrazione liturgica all’8 dicembre, ispirandosi al Calendario Marmoreo della Chiesa di Napoli.

Numerose poi sono le immagini antiche della Vergine Maria, venerate a Napoli negli attrributi più belli: Santa Maria della Sanità, della Verità, del Monte Carmelo, del Parto, della Provvidenza, della Salute, del Soccorso ecc.

Già prima della definizione del Dogma della Immacolata Concezione (1854), la predicazione gesuitica aveva fatto dell’Immacolata stessa il tema centrale di un apostolato capillare che favorì la rinascita del culto mariano ed il fiorire di iniziative atte alla glorificazione di Maria.

La corporazione degli armatori e dei marinai napoletani aveva fatto costruire sulla spiaggia, nel 1554, una chiesetta dedicata alla Vergine Maria, dove si fermavano a ringraziare la Madonna quando, dopo un fortunale, raggiungevano salvi la riva: è la chiesetta di Santa Maria di Portosalvo, restaurata ed isolata a metà della nuova via Marina.

img043Napoli, porto – La chiesetta dell’Immacolatella al porto.

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Agli inizi del ‘700 i lavori di ampliamento delle strutture portuali prevedevano la costruzione di un edificio sacro sul molo, realizzato poi da Domenico Antonio Vaccaro, per volere di Carlo III di Borbone, la chiesa dell’Immacolatella al molo, così chiamata perché sovrastata da una statua dell’Immacolata.

Un’altra importante testimonianza della venerazione  dei napoletani per la Vergine Maria è il santuario dell’Immacolata fatto costruire dalla Venerabile Suor Orsola Benincasa (1547-1618), al Corso Vittorio Emanuele, che, quando venne eretto (nel 1669) si trovava in posizione isolata e dominante sulla Città posta sotto la protezione della Madonna.

A Napoli, al principio dell’800, l’Immacolata apparve al diciannovenne Placido Baccher (1781-1851).

Fu l’inizio di una serie di apparizioni in cui la Vergine chiederà di essere venerata come l’Immacolata Concezione: a Parigi nel 1830 a Suor Caterina Labourè (1806-1876); a Roma, in Sant’Andrea delle Fratte, nel 1840, a Tobiolo  Ratisbonne; a la Salette, nel 1846, a due pastorelli; a Lourdes a Bernardette Soubirous, nel 1858, e poi ancora altre volte, e sempre qualificandosi come la “Immacolata Concezione”.

L’apostolato del Venerabile Don Placido Baccher diffuse sempre più il culto mariano a Napoli e la Madonnina da lui fatta realizzare per la chiesa del Gesù Vecchio fu l’ispiratrice dei membri dell’Almo Collegio dei Teologi, a Napoli con Papa Pio IX, per le note vicende  politiche ed impegnati nella definizione del Dogma dell’Immacolata Concezione.

Essi spesso si recavano a pregare e si riunivano nella chiesa del Gesù Vecchio.

Al tempo di San Giovanni IV lo Scriba, al 9 dicembre si festeggiava il Concepimento di Sant’Anna, Madre della Beata Vergine Maria, come riportato dal Calendario Marmoreo della Chiesa Napoletana, che fu redatto e fatto scolpire dallo stesso Vescovo Giovanni IV, servendosi di un  testo assai più antico.

img042Napoli, Duomo, atrio paleocristiano. L’antico CALENDARIO MARMOREO DELLA CHIESA DI NAPOLI, particolare.

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Il Calendario Marmoreo della Chiesa Napoletana fu rinvenuto nel 1742, per caso, murato nella basilica di San Giovanni Maggiore e, trasportato nel palazzo arcivescovile, fu studiato dal Canonico Capitolare Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) e poi dagli archeologi, Canonici Capitolari Gennaro Aspreno Galante (1843-1923) e Mons. Domenico  Mallardo (1887-1958) ed è attualmente esposto nella grande sala ipostila sottostante il palazzo arcivescovile; ad esso si ispirò, secondo gli agiografi, Papa Pio IX, per stabilire all’8 dicembre la festa dell’Immacola Concezione.

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La storia della realizzazione dell’obelisco dell’Immacolata è quanto mai banale: il Padre Pepe, eminente figura della vita religiosa napoletana, sorta di taumaturgo che curava ogni malattia facendo ingerire ai suoi fedeli infermi dei santini di carta sottilissima che riteneva miracolosi, riceveva spesso le confessioni e le confidenze di Re Carlo III di Borbone (1716-1788), re di Napoli dal 1731, che più volte si fermava a pregare nella chiesa del Gesù Nuovo, colpito dalla bellezza dell’Immacolata, posta sull’Altare maggiore e soprattutto entusiasmato dalle prediche che il Padre Pepe teneva a proposito del Dogma dell’Immacolata Concezione che in quegli anni si andava definendo.

img038Napoli, piazza del Gesù Nuovo – La guglia dell’Immacolata.

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Sull’Altare maggiore del Gesù Nuovo, originariamente vi era un quadro della Immacolata Concezione, opera di Girolamo Imparato (1549-1607), distrutto da un incendio nel 1639; esso fu sostituito da una statua lignea  e nel 1678 da una statua dell’Immacolata in argento e rame dorato.

Quando i gesuiti nel 1767 furono espulsi dal Regno di Napoli, parte degli oggetti di oro e di argento conservati nel tempio furono portati presso un  altro  collegio gesuitico La Nunziatella, trasformato in scuola militare,  per esser fusi insieme a quelli sottratti alle chiese del Regno, per farne monete; temendo l’indignazione popolare la statua dell’Immacolata non venne fusa ma affidata in custodia alle Clarisse di Santa Chiara.

Nel 1796, però, verrà fusa in seguito ad un decreto reale che ordinava la consegna alla zecca di tutti gli oggetti d’oro e d’argento delle chiese napoletane.

Sull’Altare della chiesa del Gesù Nuovo venne posta la vecchia statua dell’Immacolata, di legno, che verrà poi sostituita con l’attuale di marmo, opera di Antonio  Brusciolano (1823-1871),  nel 1859.

Fu Carlo III di Borbone che propose al padre Francesco Pepe di realizzare una edicola nella piazza, pechè i passanti potessero venerare la Vergine Immacolata anche dall’esterno del tempio.

img039Napoli, piazza del Gesù Nuovo – La facciata della chiesa gesuitica del Gesù.

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Il gesuita fece propria l’idea del sovrano e propose a Carlo III di realizzare la centro della piazza un obelisco in marmo con alla sommità una immagine della Immacolata, sul tipo di quelli che qualche tempo prima Francesco Picchiatti e Cosimo Fanzago avevano già realizzati in onore di San Domenico, in piazza San Domenico Maggiore, nel 1657 e in onore di San Gennaro, nella spiazzo sottostante l’ingresso secondario del Duomo, nel 1600.

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La piazza non era nuova ad un arredo urbano di quel tipo: in occasione della venuta a Napoli di Filippo V di Spagna, il 17 aprile 1702, fu realizzato da Lorenzo Vaccaro un monumento equestre del sovrano, prima di gesso, poi fuso nel bronzo.

Quest’ultimo, inaugurato nel 1705, venne distrutto a furor di popolo il 12 maggio di due anni dopo, in occasione dell’arrivo a Napoli della guarnigione austriaca.

Al concorso reale bandito per la realizzazione della guglia risultarono vincitori Domenico Antonio Vaccaro, Matteo Bottigliero e Francesco Pagano: questi ultimi due saranno impegnati dal 7 dicembre 1747, fino al 1750, insieme a fra’ Filippo D’Amato, un laico gesuita, ottimo marmoraro, alla realizzazione dell’obelisco, seguendo i disegni elaborati da Domenico Antonio Vaccaro, morto qualche anno prima, nel 1741, e che molto probabilmente fu l’autore del progetto.

img044Guglia dell’Immacolata – Dettaglio.

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Non a caso la scelta cadde su di loro, davanti a valenti artisti come il Lombardo, il Genoino, il Fiore, l’Astarita: essi erano i massimi esponenti della tradizione barocca napoletana.

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Napoli, piazzetta Ugo Falcando  a Materdei – La piccola guglia dell’Imacolata progettatata da Giuseppe Astarita per il concorso reale, trasferita dal chiostro dell’ex Conervatorio della Concezione, adiacente la piazzetta, su proposta iniziale dello scrivente e per interessamento della Amministrazione Comunale di Napoli, nel 2003. La statua della Santissima Vergine sulla cima, è copia dell’originale scultura consertvata nel Museo Civico del Maschio Angioino. Opera di Domenico Cagini, databile al 1470, proverrebbe dal  palazzo Sanseverino, trasformato nella chiesa gesuitica del Gesù Nuovo o, secondo altri, da una non più esistente cappella votiva nella zona detta della Costagliola.

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Con Domenico Antonio Vaccaro, il Bottigliero e il Pagano, muovevano dall’insegnamento di Lorenzo Vaccaro e del Solimena e dall’esempio del Fanzago e si imposero sulla scena artistica della Napoli ancora barocca ma aperta alle istanze rococò per la forte ed organica individualità.

La loro freschezza senza ripensamenti e la inventività si materializzava con immediatezza.

Essi, infatti, come Domenico Antonio Vaccaro, non si limitavano solo a disegnare e a proporre, ma eseguivano di persona gli ornati fondendo pitture e scultura con l’architettura, in una unicità creativa e in una coerenza formale.

Come il Vaccaro il principio informatore della loro arte fu un decorativismo pittorico ottenuto mediante il gioco della luce, che, infiltrandosi sapientemente fra le mosse superfici, esaltava e modellava gli spazi, arricchendo di mille toni il bianco dei marmi, conferendo una delicatezza ed una raffinatezza cromatica senza ricorrere agli artificiosi e pregiati materiali policromi.

Il Bottigliero fu certamente l’autore delle statue di San Francesco Borgia e di San Francesco Regis, il Pagano, invece,  fu l’autore della statua bronzea dell’Immacolata e di quelle di Sant’Ignazio e di San Francesco Saverio.

Carlo III voleva offrire i 100.000 ducati necessari per la realizzazione dell’opera, ma il Padre Pepe riuscì a convincere il sovrano a limitare la sua offerta alla sola esenzione delle gabelle relative al trasporto del materiale occorrente, preferendo che la guglia fosse realizzata con le sole offerte del popolo.

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Dal basamento si alzano tre spezzoni troco-piramidali: il più alto presenta quattro medaglioni con le immagini a rilievo di San Luigi Gonzaga e di San Stanislao Koska e i monogrammi di Gesù e Maria; al disotto di esso un successivo tamburo presenta storie della vita di Maria: la nascita, la purificazione, l’assunzione, la incoronazione.

Intorno ad esso alla base, corre una balaustra, con agli spigoli le già nominate statue dei Santi gesuiti, mentre al disotto di esso c’è un tamburo decorato con angeli vaganti e festoni ed un alto basamento con rosoni e lapidi dettate da Domenico Ludovico.

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L’obelisco ha un carattere popolare e nello stesso tempo miracolistico per l’iconografia devozionale delle figure dei santi gesuiti, per la mirabolante decorazione a mensole, fioroni ed angeli vaganti, tipica del barocco napoletano, variabile come il getto della fontana, come la fiamma crepitante, che si innalza e si abbassa, prende corpo, si assottiglia con il variare del vento, per esplodere in alto e presentare una immagine dell’Immacolata, ferma nella iconografia tradizionale e devozionale, centro della predicazione gesuitica del ‘700, punto di riferimento nel tessuto urbano per un popolo sempre alla ricerca di un santo protettore a cui votarsi nella ricerca del pane quotidiano

Esso si inserisce nel contesto urbano come centro di una fantasiosa irregolarità, nel caotico groviglio di conventi, palazzi, cupole, piazze e larghi, vicoli stretti e tortuosi e tagli netti nella maglia urbana.

img040Spaccanapoli da San Martino. – Emerge la statua della Immacolata che sovrasta la guglia fra le case del centro storico di Napoli.

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E’ l’episodio, l’emergenza che mira a sbigottire l’osservatore, offrendogli una prospettiva sempre nuova, una variante allo scansire regolare del bugnato della chiesa del Gesù Nuovo, il fiore all’occhiello, dopo l’opprimente, il fatiscente e caotico tessuto del centro storico.

Ridotta al rango di spartitraffico e di asse di rotazione delle auto e dei pullmann turistici che per fortuna non sostano più in piazza, la guglia resta pur sempre deturpata dalle scritte del grafomane di turno, capro espiatorio di tutte le situazioni politiche, occupazionali, personali, collettive, una delle sette,  otto madonne a cui indirizzare la bestemmia di rito, piuttosto che riconoscersi causa delle avversità della vita

Una particolarità: se si osserva la bella statua della Santissima Vergine, dando le spalle all’ingresso del Monastero delle Clarisse, il suo volto ci appare sorridente e protettivo; se invece si volge lo sguardo alla statua dando le spalle all’ingresso del glorioso Liceo Genovesi, si ha l’impressione di vedere in cima alla guglia l’immagine di una figura incappucciata che reca nella mano la falce….

Il Cristo della parusia che cavalca il globo solare, della cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I nel duomo di Napoli.

di Tino d’Amico

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L’autore con la moglie Pina, durante una lezione nell’area archeologica del duomo .

Sul dorsale dell’Altare barocco  della cappella intitolata al Salvatore Vetere e a Sant’Atanasio I, patronato  della famiglia Capece-Galeota, la prima a sinistra dell’abside del duomo, è stato recentemente riposizionato un trittico la cui pala centrale, antichissima, risalirebbe al IX – X secolo e le portelle laterali, aggiunte in epoca successiva, sono attribuite ad Agnolo Franco (Napoli ? – 1455) dal De Dominici (cfr. Dizionario Biografico Universale, vol.V, Firenze 1859), e  a Tommaso de’ Stefani (Prima metà del ‘200 – 1310 c.), dal Galante (Guida Sacra della Città di Napoli, Napoli,1872), scarsamente leggibile per la infelice collocazione e per un infelice restauro dopo un banale incidente nei primi anni ’70 del passato secolo, di cui fui occasionale testimone.

La pala centrale, rappresenta il Cristo della Parusia che cavalca il globo solare e si propone luce del mondo, via, verità e vita,  con la mano parlante, cioè con la destra alzata, mentre compie il gesto dell’adlocutio (1) e la sinistra che regge il libro aperto al capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, versetto 6: “EGO SUM LUX MUNDI VIA, VERITAS ET VITA”.

L’icona, secondo Lorenzo Loreto (2) sarebbe copia della immagine mosaicata del Pantocràtore che era nel catino dell’abside della Basilica del Salvatore detta Stefania.

Napoli – Duomo – Planimetria – indica: orientamento del sito; il sito del battistero di San Giovanni in Fonte, antico luogo di aggregazione dei Preti Mansionari del Salvatore; la cappella del Salvatore Vetere e di S.Atanasio I, Vescovo di Napoli, dove è posto il trittico del Cristo della Parusia.

Tra il IX e il XII secolo, come riferisce anche Li Pira ( La Cattedrale di Napoli ed il Capitolo dei Canonici dalle origini al secolo XIV, Università degli Studi di Napoli – Dottorato di ricerca in storia – XXI ciclo),  si instaurò un clima di pacifica convivenza fra le due componenti clericali accreditate nel Complesso Cattedrale napoletano, organizzate nei due Istituti dei Preti Capitolari di Santa Restituta e dei Preti Mansionari, ai quali fu concessa, come luogo di aggregazione, la cappella del Salvatore realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, andato ormai in disuso dal IX-X secolo per la modifica della liturgia battesimale.

La pacifica antica convivenza fra le due componenti clericali mi porta a considerare due probabili origini della pala centrale del trittico, oggetto di questa studio: essa fu fatta dipingere appositamente dai Preti Mansionari della Cattedrale, fra il IX-X secolo oppure, icona bizantina del Cristo della parusia, fu recuperata da altro luogo, e sistemata sulla parete ad oriente (3) nella Cappella del Salvatore, dove già esisteva sulla stessa parete una immagine simile, ma con un diverso messaggio.

La icona  poi, fu trasferita dalla antica cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, per essere posta sulla parete ad oriente, nella cappella concessa alla famiglia Capece-Galeota fin dal tempo della inaugurazione del duomo angioino.

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Napoli – Duomo – La cappella  del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, Vescovo di Napoli, patronato della famiglia Capece-Galeota. (foto di Luca D’Amore).

Quando si incominciò a diroccare la Stefanìa per fare posto al costruendo nuovo duomo, furono recuperati, e poi successivamente riutilizzati all’interno del nuovo edificio, oppure altrove, numerosi reperti, come l’antependium, anche esso di epoca bizantina, del piccolo Altare della cappella dei Capece-Minutolo (cfr. Tino d’Amico, Il paliotto dell’Altare della cappella Capece-Minutolo nel duomo di Napoli, inedito e singolare reperto bizantino proveniente dalla distrutta basilica detta Stefania, in:tinodamico.wordpress.com); non sorprende quindi, il trasferimento e riutilizzo dell’antica icona,   all’interno del nuovo duomo angioino.

Certamente fu ritoccata nel sec. XIII dal de’ Stefani, successivamente, come riferisce Alessio Simmaco Mazzocchi (1684 – 1771), fu restaurata nel 1484, probabilmente da Agnolo Franco, autore del primitivo ciclo di affreschi della cappella, del 1414, con  le storie della vita di Sant’Atanasio I, che avrebbe aggiunto alla pala le due portelle laterali.

Gli affreschi della cappella poi, furono restaurati o rifatti, da Andrea de’ Lione (1610-1685) nel 1677. (cfr. Polizza di pagamento del Banco di Pietà di Napoli nel Giornale copia-polizze del Banco di Napoli mtr. 728 / 24.8.1672)

Andrea de’ Lione, allievo di Belisario Corenzio (1558-1646?), fu autore di scene movimentate di battaglie, ma anche di bucoliche pitture, subì l’influsso di Aniello Falcone (1600-1665)  e fu autore anche di affreschi in molte chiese napoletane.

Gli affreschi mostrano tutto il degrado risultante dalle copiose infiltrazioni d’acqua piovana per non mai risolti problemi di impermeabilizzazione della copertura del cupolino ad ombrello.

Il Galante riferisce anche di un restauro del dipinto, eseguito da Aniello d’Aloisio (1775 – 1855), durante il quale sarebbe sparita la fascia inferiore del trittico che riportava un riferimento ad Agnolo Franco, notizia presa dal Mazzocchi e dal Loreto, che però piuttosto che citare il probabile autore delle portelle, citava invece la committenza in un ebdomadario  (prete mansionario).

Napoli – Duomo – Cappella Capece-Galeota – Il trittico fu fotografato negli anni 1920-1930 dai FRATELLI ALINARI. La scheda di riferimento, cod. ACAF-033736-0000, lo classifica come “dipinto murale”.

La lastra fotografica conservata nell’ARCHIVIO FRATELLI ALINARI, probabilmente è l’unica fotografia del reperto, che ci rende l’immagine nella sua interezza, prima del citato incidente occorsogli e dell’ultimo infelice restauro conservativo che ha eliminato il gruppo di Angeli che emergeva alla sinistra del Salvatore, seduto su un trono poggiato sul globo solare, anche esso ormai quasi sparito, che si propone nel fulgore della Sua Rivelazione, attraverso un fascio di raggi dorati, anch’essi spariti, che gli facevano da sfondo, icona della parusia, cioè del dogma di fede del ritorno di Cristo, nel giorno del Giudizio Universale, come leggiamo nel testo di Luca, capitolo 1, versetti 78-79: “….il nostro Dio è bontà e misericordia: ci verrà incontro come luce che sorge, splenderà nelle tenebre per chi vive nell’ombra della morte e guiderà i nostri passi sulla via della pace….”

Il trittico, prima di essere riposizionato nella cappella dei Capece-Galeota, per un breve periodo fu esposto in una cappella nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

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All’epoca di Carlo II d’Angiò (1254 – 1309), re di Napoli dal 1285, Napoli, divenuta capitale del regno che unificava l’Italia Meridionale, fu dotata di una nuova Cattedrale, e le costruzioni che costituivano il vecchio complesso episcopale, alcune del IV – V secolo ed altre dell’VIII, furono trasformate o demolite (4).

La fondazione del nuovo duomo angioino, corrisponde alla elezione al pontificato di Papa Celestino V (1294 – 1294), che stabilì, suo malgrado, la sede temporanea del papato a  Napoli, ritenendo “opportuna” la protezione di Carlo II d’Angiò (cfr. Tino d’Amico, L’Albero di Jesse del duomo di Napoli….in: tinodamico.wordpress.com).

Il cantiere del duomo, che rispondeva più ad un disegno politico degli angioini, poi fallito con “il gran rifiuto” di Papa Celestino, che non alla  reale esigenza di dare al popolo un nuovo e più ampio luogo di culto, o assecondare le richieste vescovili e  stabilire così buoni rapporti con la Chiesa, si sviluppò incominciando dal settore orientale dell’ampia area creatasi con lo spianamento totale di tutte le costruzioni esistenti: la parte più antica dell’edificio risulterebbe essere l’abside con le Cappelle laterali, quella di destra di diritto patronale della potente famiglia Tocco dal 5 febbraio 1370, per concessione dell’Arcivescovo di Napoli Bernard III de Rodez (1368 – 1372) e quella di sinistra, patronato della famiglia Capece-Galeota, nobili del Sedile di Capuana, di cui si hanno notizie fin dal 1170, concessa probabilmente nello stesso periodo dallo stesso Arcivescovo Berrnard.

Dallo spianamento dell’area si salvò la antica cappella intitolata a  San Pietro,  patronato dei Capece-Minutolo fin dal tempo della Napoli ducale, che divenne l’ambiente ipogeo della nuova cappella di patronato della famiglia.

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Amedeo Formisano – Elaborazione grafica dell’edificio nei primi anni del 1300.

La cappella dei Capece-Galeota nel Dizionario Biografico Unversale (0p. Cit.) che cita il trittico posizionato dietro l’Altare fanzaghiano, è identificata anche come cappella Tocco, distinguendola dall’altra cappella Tocco, perché nella prima metà dell’800, l’ultimo discendente riconosciuto della famiglia Capece-Galeota, contraendo matrimonio, dalla consorte, ultima discendente della famiglia Tocco,  ricevette per successione con i beni dotali, anche i titoli dei Tocco di Montemiletto, famiglia ormai estinta, aggiungendo al proprio cognome anche quello dei Tocco.

La cappella dal 1597 fu destinata a luogo per la custodia e l’adorazione della Santissima Eucaristia (5) (cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum e il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli, in tinodamico.wordpress.com)

Il nuovo monumentale Altare costruito nella cappella per le esigenze del culto eucaristico, nascose al suo interno un cartibulum  utilizzato come Altare Mensa, eretto su un sarcofago romano che, era opinione comune,  conteneva al suo interno le reliquie del corpo di Sant’Atanasio I e di altri Vescovi napoletani, limitando con la sua mole la visione del trittico, la cui pala centrale, fin dal tempo della inaugurazione del nuovo duomo, e prima ancora della concessione della cappella da parte dell’Arcivescovo Bernard III de Rodez ai Capece-Galeota era già posizionata sulla parete dell’absidiola a fare da sfondo al prezioso cartibulum, fino ad allora utilizzato altrove come Altare Mensa e li trasferito con le stesse funzioni insieme al sarcofago.

Il cartibulum e il sarcofago  poi, furono occasionalmente ritrovati all’interno dell’Altare fanzaghiano, nella seconda metà dell’800 (cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum…op.cit).

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Napoli – Duomo – Cappella Capece-Galeota – Interno – (foto di Luca D’Amore). 

Il Titolo Dedicatorio del Salvatore Vetere fu attribuito alla cappella, per conservare all’interno dell’area del Complesso Episcopale, quello che fu il Titolo Dedicatorio della costantiniana Basilica Cattedrale napoletana, del sec. IV-V, intitolata ai Santi Apostoli, successivamente al Salvatore e detta di Santa Restituta, dalla metà del IX secolo (6), al tempo della inumazione delle reliquie del corpo della Santa Africana (7) al suo interno (8).

Con la costruzione dell’edificio angioino, la Basilica intitolata al Salvatore e detta Stefanìa, basilica gemina della Basilica Cattedrale intitolata anch’essa al Salvatore e detta di Santa Restituta, già modificata da tempo nel suo impianto planimetrico (9), fu di molto ridotta nella lunghezza delle navate, e il Titolo Dedicatorio del Salvatore, comune ai due edifici perché costituenti un unico complesso Cattedrale e a tutta l’area della Cittadella Vescovile, sarebbe andato perduto.

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Nella Cittadella Vescovile napoletana operavano, come già accennato, due Congregazioni Clericali, quella dei Canonici Capitolari di Santa Restituta, che venivano così chiamati perché, diretti collaboratori del Vescovo, clero ufficialmente  riconosciuto, i loro nomi erano riportati su una tabella  detta CAPITULUM esposta all’interno della basilica Cattedrale, e quella  dei Preti Mansionari della Stefania, la cui origine è controversa e non è questo il luogo per dare credito ad una o all’altra teoria.

Appare ancora incerto il luogo, la configurazione e il ruolo della Basilica intitolata al Salvatore, detta Stefania, in relazione alla Basilica  Cattedrale, intitolata ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e detta di Santa Restituta, e la storia del  Collegio Clericale dei Preti Mansionari, legata a doppio filo alla Basilica gemina della Cattedrale, detta Stefanìa, e quella dei Canonici Capitolari di Santa Restituta, ci aiuta ad ipotizzare un percorso da una originaria possibile antica collacazione della icona del Cristo della parusia e alla sua sistemazione nella cappella dei Capece-Galeota.

Gli studi più recenti concordano su una iniziale pacifica convivenza fra le due Congregazioni Clericali, di supporto l’una all’altra, nell’ambito dei due edifici che costituivano il Complesso Cattedrale napoletano (cfr. Li Pira op.Cit.).

Intorno all’VIII-IX secolo, forse ad opera di Atanasio I Vescovo di Napoli (849-872) si dovette procedere ad una riforma amministrativa della Chiesa napoletana già precedentemente incominciata al tempo di Stefano II, Vescovo di Napoli (756-799), per la presenza di un clero greco, accanto a quello romano, che proiettò la Congregazione Clericale di Santa Restituta in una posizione di maggiore peso, rispetto alla più umile Congregazione Clericale del Salvatore, anche perché ai primi, collaboratori diretti del Vescovo, furono concesse  prebende individuali, rendite e vitalizi, rispetto ai secondi, costretti a vivere di quanto traevano dall’esercizio del loro ministero.

I Confratelli del Salvatore, il Clero Mansionario della Basilica intitolata al Salvatore e detta Stefanìa, chiamati poi Ebdomadari, termine mutuato dal latino (hebdomadarius=settimanale, che si fa o ritorna ogni settimanaper indicare i Sacerdoti addetti al servizio liturgico per tutta una settimana o per un giorno stabilito nella settimana, che tennero, e questo è certo, per loro sede e per molto tempo la cappella intitolata al Salvatore, realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, che fin dal secolo IX-X era andato in disuso per la modifica della liturgia battesimale.

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Elaborazione grafica del complesso degli edifici della cittadella vescovile napoletana, di A. S. Mazzocchi, disegnata dal Cartografo A. Sersale.

Fra il IX e il XII secolo la pacifica convivenza fra le due componenti clericali, instauratasi nel corso degli anni, si incrinò per l’insorgere di contrasti sulle pompe, sulle spartizioni degli utili provenienti dai lasciti e dai legati, concessi anche alla Congregatio Salvatoris, ma anche per le interferenze dei componenti delle due Congregazioni, nelle assistenze spirituali e per i frutti derivanti dai funerali.

Il Clero Mansionario, privato dell’antico spazio di aggregazione nella cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, perché definitivamente espulsi dalla Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta (cfr. Li Pira, op.cit.; V. Lucherini, Ebdomadari versus canonici: il potere ecclesiale e la topografia medioevale del complesso episcopale napoletano in. Anuario de studios medioevales 36/2, Jiulio-dicembre del 2006),  sede storica del più potente Istituto Capitolare, ottenne, nella metà del ‘300, dall’Arcivescovo di Napoli Giovanni Orsini (1327 – 1358), a lavori quasi ultimati della costruzione del nuovo duomo angioino, come luogo di riferimento, l’utilizzo della cappella che già dalla fondazione dell’edificio risultava intitolata al Salvatore Vetere e concessa in patronato alla potente famiglia Capece-Galeota, diritto di patronato  poi confermato dall’Arcivescovo di Napoli Bernard III de Rodez (1368 – 1372), probabilmente il 5 febbraio 1370.

Per la presenza all’interno di essa del Clero Mansionario che riconosceva in Sant’Atanasio il fondatore della Congregazione e per la presunta presenza delle reliquie del suo corpo all’interno dell’antico sarcofago posto sotto l’Altare Mensa, la cappella fu detta anche di Sant’Atanasio; successivamente con decreto dell’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1412-1435)  al Titolo Dedicatorio del Salvatore Vetere fu aggiunto definitivamente anche quello di Sant’Atanasio

In essa i Confratelli del Salvatore trasferirono probabilmente, con  le loro cose, anche la antica icona del Cristo della parusia, loro simbolo aggregativo e aggiunsero ai lati della immagine le due portelle di San Gennaro e Sant’Atanasio I che ritenevano loro fondatore i cui resti mortali, era opinione comune, dovevano essere contenuti nel sarcofago posto sotto l’antico Altare Mensa (cfr. tino d’amico, il cartibulum…, op.cit).

La antichità del Titolo dedicatorio della cappella e la presenza in essa della icona del Salvatore, fin dal tempo della inaugurazione dell’edificio angioino (1314), è confermata da un’Istrumento rogato il 5 dicembre 1384, dal quale si apprende che l’Arcivescovo Nicola Zanasi (1384-1389) donava ad Enrico e Filippello Loffredo “…locum in Maiori Ecclesia Neapolitana videlicet locum in pilerio iuxta Cappella B. Athanasii iuxaymaginem sive figuram Salvatoris iuxa cippum positum ante Cappellam quondam bone memorie domini Humberti Archiepiscopi Neapolitani…”

Il documento faceva parte del supplemento delle pergamene dei monasteri soppressi, vol.342 n.108, ed era tra quelli dell’Archivio di Stato di Napoli fortunatamente ricopiati da Biagio Cantera, ricoverati nella Villa Montesano in San Paolo Belsito di Nola e bruciati dai nazisti in ritirata il 30 settembre del 1943 (866 casse, 31606 fasci e volumi, 54372 pergamene).

La presenza dell’icona nella cappella è confermata anche da documenti risalenti fino al 1450 e riferiti da Alessio Simmaco Mazzocchi (1686-1771)  nella secolare polemica dei Canonici Capitolari di Santa Restituta contro gli Hebdomadari, confutando il Chioccarelli (1575-1647) che scrive: “…hoc autem Collegium adhuc in Metropolitana  ecclesia perdurat, vocaturque Congregatio Hebdomadariorum Sancti Salvatoris veteris nuncupabatur, et Sanctum Athanasium erorum fondatorem appellant, et in eius rei mmeoriem ab antiquissimis temporibus ea Congregatio hoc sigillo usa est, atque adhuc utitur, ex altera parte est Salvatoris imago, et altera vero Sancti Athanasii eoruminstitrutoris et illam Hebdomadarij genuflexi cernuntur…”

Ma anche gli Atti della Santa Visita dell’Arcivescovo Mario Carafa (1565-1576), del 1574 che descrivono l’Altare (cfr. il cartibulum …….op.cit.) e accennano alla antica icona: “…dittam Cappellam fuit inventum habere conama ligneam depittam cum Immagine Salvatoris in medio et a latere sinistro cum Immagine S.ti Januarij e a dextro cum Immagine S.ti Attanasij et supra predittam conam adest alia cona parvula cum Immagine Beata Maria Virginis, ante quam extat lampas accensa…” ( si rifersisce alla immagine della Madonna delle Grazie, detta del Beato Rubino Galeota, poi sistemata a lato del trittico, sul sepolcro dello stesso Rubino Galeota, beato perché irrorato dalla Grazia, attraverso il latte che la Santa Vergine fa cadere su di lui, in preghiera).

E’ importante aggiungere a questa descrizione , quanto è riferito da un documento di Fabio e Ludovico Capece-Galeota , del 5 febbraio 1598, conservato nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Napoli: “…item come in piedi della Cona grande, et antiqua che sta in detta Cappella e proprio sotto i piedi dell’Immagine del SS.Salvatore che sta depinta in detta cona ci sta decritto di pittura l’infrascritto Epitafio videbicet: Cappellae domus Galiota cumvoluntate dictor. patronor. hoc opus fieri fecit Dominus Marchus Chionus Hebdomadarius Eccl. Neap. et Cappellanus predicti alteris ann.1484…”

La data secondo il Mazzocchi si riferisce alle sole tavole dei due Santi laterali e non alla immagine del Salvatore della quale riconosce l’antichità, datandola al 1379, anno della intitolazione della cappella al Salvatore Vetere e a Sant’Atansio I vescovo di Napoli.

Una fascia dedicataria nella cimasa, che riportava il nome del pittore Agnolo Franco (Napoli ? – 1455 c.) e del committente, scomparsa durante un restauro, ha generato l’equivoco sulla attribuzione anche della pala centrale allo stesso autore.

La attribuzione delle due portelle ad Agnolo Franco è confermata anche da G. B.Gennaro Rossi (Le belle arti – vol. II, Napoli, MDCCCXX). ma anche dalla data del decreto dell’Arcivescovo Niccolò De Diano (1411 – 1435) che dispose la definitiva assegnazione della cappella al Clero Mansionario, fatti salvi i diritti di patronato precedentemente concessi:  il pittore era attivo  a Napoli, nella prima metà del ‘400, impegnato in varie commesse anche all’interno del duomo..

Perché San Gennaro è rappresentato insieme a Sant’Atanasio I.

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Sorrento – Basilica di Sant’Antonio – Tela del 1778, di Carlo Amalfi: Sant’Atanasio I.

Sant’Atanasio I, secondo Giovanni Diacono  continuò il trasferimento dei corpi e delle reliquie dei Santi Vescovi di Napoli dalla catacomba, all’area della Cittadella Vescovile e fece restaurare un antico Oratorio esterno alla Basilica detta Stefanìa per riporvi il reliquiario che conteneva il cranio e le ampolle con il sangue di San Gennaro, reliquiario che si ritiene, era già conservato e offerto alla venerazione dei fedeli nella stessa Basilica Stefanìa (cfr. E.Moscarella, Considerazioni circa la più antica notizia conosciuta relativa alla Reliquia Ianuariana del Sangue, in: Januarius 8/9.1974.

Qualche anno prima del trasferimento della pala, dalla cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, nella cappella dei Capece-Galeota, e prima della definitiva assegnazione del luogo ai Preti Mansionari (1414), al tempo dell’Arcivescovo di Napoli Arrigo Minutolo (1389-1400), nel 1389, fu per la prima volta pubblicamente notato il miracolo della liquefazione del Sangue di San Gennaro.

La rappresentazione dei due Santi è legata forse a questo evento: la storia attribuisce  a Sant’Atanasio I (849 – 872) il trasferimento delle reliquie di San Gennaro, Cranio e Sangue, nell’area della Cittadella Vescovile dalla catacomba, o quanto meno, all’incremento del suo culto a Napoli, dopo il trafugamento delle reliquie del suo corpo da parte di Sicone (morto nell’832) e la loro inumazione  a Benevento.

La reliquia del Cranio e del Sangue chiuse in un unico reliquiario, rimasero a Napoli grazie ai buoni auspici del Vescovo di Benevento Urso, che portarono alla stipula di un trattato di pace tra Sicone e i napoletani, oppure tali reliquie si trovavano già a Napoli in un antico oratorio nella Cittadella Vescovile probabilmente fin dal V secolo.

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L’ipotesi che vado a formulare, suppone l’icona del Cristo della parusia venerata nella cappella del Salvatore, posizionata nel Battistero di San Giovanni in Fonte, luogo di aggregazione dei Preti Mansionari, fin dal IX secolo.

Ipotesi che non trova conferma e non trova conferma neanche l’altra, proposta da Lorenzo Loreto (op.cit) che vorrebbe l’immagine, in antico, esposta alla venerazione nella Basilica detta Stefanìa, copia della immagine del Pantocratore del catino dell’abside…perché poi?….e dove?.

Ritengo invece più attendibile la prima delle ipotesi: l’icona in un tempo imprecisato, fu posta nel Battistero di San Giovanni in Fonte, sulla parete ad oriente, dove già esisteva una immagine simile, ma con un contenuto diverso: la traditio legis.

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Napoli – Duomo – Battistero di San Giovanni in Fonte, il più antico dell’occidente cristiano –  LA TRADITIO LEGIS –  Mosaico del IV secolo.

In uno spicchio trapezoidale del cupolino ottagono, nel lato verso oriente, si osserva un lacerticolo di mosaico che rappresenta la scena della traditio legis: Cristo, in posizione eretta sul globo celeste, l’universo, barbuto e nimbato, porge a Pietro un rotolo parzialmente avvolto, sul quale si   legge: Dominus legem dat.

Traditio Legis = Consegna della Legge, chiaro riferimento al testo giovanneo (21, 15-20), brano conclusivo del suo Vangelo, considerato fondamento del Primato Petrino,  promessa di una vicinanza continua a sostegno dei credenti e di un ritorno glorioso alla fine dei tempi.

I mosaici del Battistero napoletano, il più antico dell’occidente cristiano, rappresentano i temi della iniziazione cristiana elaborati e proposti da Cirillo di Gerusalemme (313 – 387)  e introdotti a Napoli al tempo del Vescovo Severo (menzionato nel 393 circa) fondatore del Battistero

La Traditio Legis è l’epilogo di una storia, il discorso di addio di Gesù prima del ritorno al Padre, che lo glorificherà; è la promessa della glorificazione ai suoi discepoli che riconosceranno in Lui l’adempimento di ciò che aveva detto.

E’ la conferma di Pietro alla guida della Sua Chiesa e alla predicazione missionaria, mandato che si estenderà poi ai successori, nel tempo e nella storia, fino al Suo ritorno, nella parusia (Ap.22,17).

L’icona del Cristo della parusia, posta sulla stessa parete ad oriente, nella cappella del Salvatore nel Battistero di San Giovanni in Fonte, rappresentava  l’attuarsi della promessa  di Gesù, rappresentava la parusia (Ap. 1,7), il momento del Suo ritorno, il momento in cui Egli porterà con se i suoi seguaci per i quali ha preparato un posto nei Cieli perché, scrive Giovanni nel suo Vangelo, (14,6) Egli è la luce del mondo, che illumina il cammino , è verità che conduce al Padre, e per la potenza della fede in Lui i suoi seguaci ottengono la vita.

Le due icone, quella mosaicata della Traditio Legis   e quella del Cristo della parusia, per i contenuti su esposti, appaiono come parte di un unico progetto, iniziato nel ciclo mosaicato del Battistero di San Giovanni in Fonte, che nel discorso catechetico illustra la via per raggiungere il Padre, propone la verità, attraverso scene tratte dalla vita di Gesù, continua con la conferma del primato petrino e la ascensione al cielo, e si conclude con la promessa del suo definitivo ritorno, la parusia.

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Nei primi anni ’70, come già raccontato, un banale incidente di cui fui testimone, rovinò il dipinto: l’improvvisa caduta di una considerevole massa d’acqua piovana, accumulatasi durante un forte temporale notturno nel terrazzino sottostante la grande bifora della cappella, per il canale di scolo ostruito.

La pressione prodotta dalla massa d’acqua frantumò le lastre alabastrine alla base del finestrone gotico e precipitando nell’interno della cappella, bagnò il trittico che, impregnatosi d’acqua, cominciò quasi subito a perdere consistenti frammenti di pittura.

L’opera non fu oggetto di un tempestivo intervento conservativo con l’applicazione di carta indiana per tenere ferma la pellicola di colore che cadeva e il restauro, a diversi anni di distanza, per i copiosi distacchi di pittura, ha reso quasi illegibile l’opera.

L’immagine centrale rappresenta il Cristo nello splendore della Sua rivelazione, che si propone via, verità e vita e la postura della figura e  il contenuto iconografco contribuiscono a  datare l’icona alla fine del medioevo, legandola alla commistione di elementi longobardi e bizantini che i vari restauri e ritocchi intervenuti nel corso dei secoli rendono difficile la netta distinzione e l’area  geografica di provenienza.

Gli accennati restauri e ritocchi hanno contribuito a rendere l’immagine un coacervo di indefinibili stili.

Le icone bizantine,  rappresentano ciò che la Scrittura insegna con la Parola: qui la figura è una immagine deI Cristo, Sovrano su tutte le cose, l’Onnipotente,  Maestoso e Sereno, seduto su un trono sorretto dagli Angeli, che emana un fascio di luce e compie il gesto dell’adlocutio, piuttosto che il gesto benedicente delle simili icone bizantine, per richiamare l’attenzione sulle parole del Libro aperto nella mano sinistra: E’  Cristo che nello splendore della Sua Rivelazione, si propone luce del mondo, via, verità e vita (Gv. 14,6).

Nel nimbo appaiono ancora accennate le tre lettere del nome di Dio, rivelato a Mosè sul Sinai, ancora ben leggibili invece, sulla lastra fotografica dei “FRATELLI ALINARI”.

E’ possibile ancora ipotizzare il colore degli abiti: probabilmente il rosso per il chiton, la tunica e il bleu per l’imation, il mantello, espressione, il primo, di potenza e dignità regale, il secondo della trascendenza.

Il trono, è poggiato sul globo solare: è il Cristo del ritorno, il Cristo della parusia (Ap. !,7 ; 22,20), momento in cui Egli, Giudice severo ma giusto e misericordioso, giudicherà il mondo e porterà con se i seguaci, ai quali ha preparato un posto nei Cieli perchè, scrive Giovanni nel suo Vangelo (14,6), Egli è la luce del mondo, che illumina il cammino ,  è la verità che conduce al padre, e per la potenza della fede in lui i suoi seguaci ottengo la virta.

E’ il Cristo Sole di giustizia che viene a visitarci, dall’alto, da oriente, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, come leggiamo nel Vangelo di Luca (1, 78-79), ma anche in Malachia (3,30), in Zaccaria (3,8), in Isaia (9,1; 42,7), in Giovanni (8,12).

L’invito alla sequela che caratterizza l’inizio del primo incontro dei discepoli con Cristo, caratterizza anche l’ultimo contatto con Pietro: l’immagine della Traditio Legis, ci propone Gesù che fino ad allora era stato il Pastore, ora nel tempo e nella Chiesa questo ufficio è affidato da Gesù stesso a Pietro e ai suoi successori.

Ortensio da Spinetoli, commentando il Cantico di Zaccaria (Lc. 1,67-80), così spiega il versetto 78-79: “… tutta la storia del Popolo di Istraele è un susseguirsi di azioni di Grazia (Verità) ma rimane ancora la manifestazione più importante che si attuerà con un intervento dall’alto…la visita di Dio è come un sole che si leva (dall’alto) e illumina il cammino del suo popolo….E’ per questo una visita di grazia… l’azione illuminante di Dio è una epifania (manifestazione) per tutti i figli del nuovo Israele peregrinante e sofferente. In vista di questa manifestazione/illuminazione, gli oppressi possono imboccare la via della pace che accorderà loro l’accesso ad una nuova esistenza serene e tranquilla, vivendo in santità ed attendendo alla giustizia (cfr. Ortensio da Spinetoli, Luca, il Vangelo dei poveri, Cittadella Editrice, Assisi 1982).

Il ritorno di Cristo alla fine dei tempi, il suo farsi presente alla fine della storia, non è un evento di cui saremo spettatori, ma è il definitivo dispiegarsi della risurrezione in noi, nell’umanità e nell’intero universo (cfr. M. Serent’ha, Gesù Cristo, ieri, oggi, sempre, Elledici Editrice).

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L’ipotesi che vado a proporre, considera l’icona recuperata dai Preti Mansionari chissà da dove, dalla antica Basilica Stefanìa  fin dal tempo della organizzazione del loro Collegio Clericale, probabilmente solo per la bellezza del manufatto e perchè rappresentava il Salvatore, titolo identificativo della loro Congregazione e, sistemata nella Cappella loro concessa all’interno dell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, divenne il loro simbolo aggregativo, così come i Canonici Capitolari di Santa Restituta riconoscevano e riconoscono come loro simbolo aggregativo la immagine della Santissima Vergine nell’oratorio di Santa Maria del Princpio, immagine che celebra l’antichità del culto mariano a Napoli (Capua, la principale città della Campania, sede consolare romana, nel 391 ospitò un Concilio Plenario dei Vescovi orientali e occidentali, presieduto dal promotore, Ambrogio, nel quale fu definita la dottrina riguardo alla Verginità perpetua di Maria, contestata dal Vescovo eretico Bonoso di Sardica).

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Napoli – Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta – Cappella di Santa Maria del Principio – La Santa Vergine tra san Gennaro e Santa Restituta . 

L’oratorio di Santa Maria del Principio è di poco posteriore e il Capitolo Cattedrale napoletano, secondo studi recenti, già esisteva.

Quando ai Preti Mansionari fu assegnata una nuova sede nel nuovo duomo angioino, nella cappella dei Capece-Galeota, trasferirono in essa anche la loro antica icona che il caso volle fosse posta sulla sola parete disponibile, ad oriente, da dove Cristo ritornerà, “verrà a visitarci dall’alto, come sole che sorge”, grazie alla bontà misericordiosa di Dio, “per rischiarare il cammino  a quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc. 1,78-79); ipotizzo ancora, la occasionale antica collocazione della icona nel Battistero di San Giovanni sulla unica parete disponile, ad oriente, ma non ritengo probabile un discorso teologico dei Preti Mansionari nel sistemare l’icona del Cristo della Parusia, sotto alla icona mosaicata del Cristo dell’addio.

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Napoli – Basilica Cattedrale di Santa Restituta – L’aula Battesimale.

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Nel 1983 fu pubblicato, a cura di Domenico Ambrasi e Ugo Dovere, una raccolta di Studi Januariani, in occasione del VI centenario della prima notizia storica della liquefazione del Sangue di San Gennaro (cfr. Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione San Tommaso d’Aquino, Studi Januariani, Campania Sacra, Rivista di storia sociale e religiosa del mezzogiorno, Napoli 1989.)

Nella raccolta è inserito uno studio di Vincenzo Pacelli sulla iconografia di San Gennaro dalle origini al settecento e fra le 73 immagini fuori testo, è riprodotta la portella di sinistra del trittico oggetto di questo studio.

La didascalia alla fotografia – a mio avviso – è errata: l’immagine dipinta sulla portella sinistra del trittico, non è San Gennaro, ma è Sant’Atanasio I e l’altra figura, quella a destra, che l’autore nella didascalia definisce “Sant’Aniello”, rappresenta San Gennaro e entrambe le portelle non sono poste ai lati di una “immagine dell’Eterno Padre”, ma ai lati di una icona bizantina che rappresenta  Il Cristo della parusia, speldore di Rivelazione via, verità e vita.

San Gennaro Compatrono Principale di Napoli (10) è idealmente posto alla destra di Cristo di cui è “…gran campione di Gesù Cristo, Santone nuosto, primmo cavaliere de la santa Chiesa, santo e ricco de li done della SS.Trinità e de l’Immacolata Concezione…S. Gennaro, miettece sotto lu manto de la Madonna e sotto lu mantiello tuoie , e accussì aiutace, defiennece, reparace da ogni disgrazia…..Oh! Guappone de la nostra Santa Fede, fa ‘a faccia tosta cu’ la SS. Trinità, presentela  li toie martirii e fance grazie….” come recita una delle preghiere in lingua napoletana seicentesca delle “parenti di San Gennaro”

A San Gennaro è affidato il ruolo di difensore di Napoli, a Lui spetta stare a destra di Cristo Giudice, per placare la sua ira, conseguenza dei peccati di Napoli e del suo popolo.

Ma non è questa polemica insulsa su un eventuale probabile o meno errore di una didascalia, è la attribuzione della figura ad un ignoto artista del XV secolo – inizi del XVI secolo che invece va  sottolineata.

Nella stesura di questo contributo, ho citato due probabili autori delle portelle l’uno della metà del ‘200 – inizi del ‘300, l’altro a cavallo fra il XV e il XVI secolo: le due portelle  furono aggiunte certamente nella seconda metà del secolo XV e gli inizi del XVI,  ai lati della antica icona del Cristo della parusia, che ipotizzo, senza elementi probanti , di origine bizantina, proveniente dalla antica Basilica detta Stefanìa e sistemata nella Cappella del Salvatore realizzata nell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte.

Il Pacelli però, non tiene conto della fascia dedicatoria citata da Alessio Simmaco Mazzocchi e che Gennaro Aspreno Galante riferisce ancora presente nella seconda metà dell’800 che citava come autore delle portelle Agnolo Franco e riferiva anche il nome del committente: un ebdomadario.

La fascia dedicatoria, probabilmente è sparita durante il restauro ottocentesco del d’Aloisio, quando si rese necessario centinare i supportti lignei delle pitture.

Di Agnolo Fraco si conosce poco e le notizie biografiche le ricaviamo da Giorgio Vasari (vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, Firenze, 1550)  e dal De Dominici (op.cit) e da altri autori ottocenteschi che si rimandano notizie apprese dai due precenti.

La critica ha mostrato scarso interesse per la sua produzione artistica perchè Agnolo Franco opera in una fase di transizione che corrisponde al declino del regno angioino, alla conseguente caduta delle commesse  reali e nobiliari/nercantili ed ecclesistiche e all’arrivo a Napoli di artisti provenienti dal nord d’Italia e dal nord Europa insieme ai durazzeschi e poi agli aragonesi.

Operò in una fase di cambiamenti politici ed economici che influenzarono anche la già decadente cultura napoletana a cavallo fra il XV e il XVI secolo, ma fu anche testimone dei profondi cambiamenti della vita religiosa cittadina.

Le notizie biografiche che di lui si conoscono sono spesso fantasiose e nulla aggiungono o tolgono a qualche raro giudizio critico espresso sulla sua arte e non offrono nemmeno date certe della sua vita, attesa la attribuzione di suoi lavori all’interno del chiostro e della chiesa francescana napoletana di Santa Maria la Nova, attribuzioni di lavori che spostano il tempo in cui visse di oltre cinquant’anni rispetto alle incerte date, che concordano comunque nel considerare Agnolo Franco certamente attivo a Napoli nel 1455 per la presenza di documenti probanti.

Le due figure dipinte sulle portelle sono speculari, hanno simili paramenti pontificali e, mentre il San Gennaro regge il bastone pastorale con la giusta mano, la sinistra, il Sant’Atanasio lo regge con la destra.

Sono dettagli di poco conto giustificati da esigenze speculari nella costruzione delle due immagini, ma entrambi i due Santi rivolgono il loro sguardo al Cristo della Parusia ed hanno nella mano destra, il San Gennaro e nella mano sinistra, il Sant’Atanasio, il Libro sacro dei Vangeli.

Napoli – Duomo – Cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C., ex cappella Filomarino – Sarcofago del Canonico Capitolare Matteo Filomarino (+1400) – Immagine di San Gennaro.

Entrambi portano sul capo una mitra di molto più corta della mitra sul capo del San Gennaro di Santa Maria del Principio o del San Gennaro del perduto affresco di Montano d’Arezzo (cfr. V. Lucherini, Un nuovo affresco di Montano d’Arezzo nella cattedrale di Napoli e la committenza dell’Arcivesco Giacomo da Viterbo 1303-1308), come quelle delle altre immagini vescovili dello stesso periodo, presenti in duomo.

Il sacro Libro dei Vangeli dimostra il martirio sofferto da entrambi per l’annunzio della Parola di Dio con coraggio e dottrina: San Gennaro per questo fu martire e Sant’Atanasio I lo fu ma non con l’effusione del sangue, vivendo e lottando fra angherie e soprusi per la difesa della ortodossia contro l’arianesimo, e per non permettere l’islamizzazione del meridione d’Italia, morendo giovane ed esule mentre ritornava a Napoli per riprendere il governo pastorale della sua città ed allontanare un Vescovo usurpatore.

Il bastone pastorale è il segno del Ministero di Pastore del gregge nel quale lo Spirito Santo pone il Vescovo a reggere la Chiesa.

La mitra è simbolo di un fulgore di Santità che deve splendere nella attesa della parusia.

Se le antiche immagini di San Gennaro obbediscono ad uno schema codificato, a mezzo busto, sovente con la barba bianca, vestito con dignità vescovile, con volto altero e gesto benedicente, così come appare nelle immagini dipinte nelle catacombe e alto medioevali, così come lo dipinse anche Pietro Cavallini (1240 – 1330 c.) nella cappella Tocco del duomo di Napoli, dopo il Concilio di Trento (1545 -1563) esse mostrano e trasmettono l’idea di un Santo intercessore davanti all’Eterno Padre e alla Santissima Vergine Maria, Patrona Principale di Napoli.

L’immagine ricorrente dopo il Concilio tridentino è quella di un individuo più proteso verso la maturità che non quella di un giovane.

Gennaro infatti aveva circa trent’anni quando fu martirizzato, e giovane appare dipinto  nella portella destra del trittico, come nelle pitture catacombali ed altomedioevali; rara è l’immagine di San Gennaro barbuto.

Nella Cittadella Vescovile, quando furono dipinte le portelle, già esistevano immagini di San Gennaro ed il culto era ben radicato, legato alla prima documentata liquefazione del suo Sangue, registrata in una CRONACA al 17 agosto 1389 e alle successive documentate liquefazioni.

Il San Gennaro di Lello da Orvieto (Sec. XIV, attivo a Napoli nel 1322) del mosaico di Santa Maria del Principio, nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, quella del perduto affresco di Montano d’Arezzo (XIII – XIV sec.) , commissionato all’artista nel primo decennio del 1300 dall’Arcivescovo di Napoli Giacomo da Viterbo (1303 – 1308)  a noi noto attraverso una incisione pubblicata da Alessio Simmaco Mazzocchi (1684 -1771), il San Gennaro del battente destro del trittico della cappella dei Capece-Minutolo, opera certa di Tommaso de’ Stefani, (prima metà del ‘200 – 1310 circa) introdotto in duomo dopo la morte del Cardinale Arrigo Minutolo (1412), presentano come altre immagini del Santo Patrono  immediatamente successive (il sarcofago di Matteo Filomarino, Canonico Capitolare napoletano, morto nel 1400, nella Cappella intitolata a San Gennaro, ex Cappella Filomarino, dai primi anni del ‘900 intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, in duomo) presentano analoga postura, simili paramenti pontificali e accanto al Megalomartire, non compaiono ancora le ampolle con il suo Sangue che invece cominciano  a fare parte della iconografia Januariana tradizionale dopo il XVI secolo.

Nessuna immagine di San Gennaro di epoca anteriore presenta raffigurate le ampolle del Sangue.

Questi elementi contribuiscono a datare le due portelle alla fine del XV – inizi del XVI secolo e azzardare la attribuzione certa ad Agnolo Franco.

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La ricostruzione ipotetica delle vicende del trittico oggetto di questo studio, relativamente alla  antica collocazione della pala centrale  del Cristo della parusia e della successiva collocazione nella cappella dei Capece Galeota e della aggiunta delle due portelle, mi sembra armonizzarsi con fatti storici certi,  acquisterebbe più solidi fondamenti con una analisi approfondita ed una indagine che auspico anche per un maggiore studio critico del presunto autore Agnolo Franco, per una collocazione storica della sua attività, cominciando anche da una diversa sistemazione del trittico che ne consenta una maggiore e più agevole lettura e con un nuovo organico restauro considerando lo stato di degrado in cui attualmente è ridotto.

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DOCUMENTI – NOTE – DISCUSSIONI

1  –  Il gesto dell’adlocutio veniva fatto dagli oratori che stavano per prendere la parola e volevano richiamare l’attenzione. Consisteva nel tenere la destra alzata, con pollice, indice e medio ben aperti, chiudendo l’anulare e il mignolo. Il gesto poi passò nella iconografia cristiana. Nella prime immagini di Cristo, elaborate a mosaico e ad affresco nelle chiese paleocristiane, il Salvatore appare rappresentato nello stesso atteggiamento con nella mano sinistra il Libro aperto: il gesto vuole dare voce alla Parola scritta. Cristo intima l’ascolto di  quello che è riportato nel testo. Il gesto poi è passato a rappresentare nella pittura medioevale, Cristo giudice del quale è posto in evidenza il carattere autoritario. In epoca più tardi poi, il gesto riprodotto nelle immagini di Cristo povero e sofferente, ha assunto un carattere benedicente: è il gesto con il quale, nelle liturgie, il Pontefice e i Vescovi, invitano i fedeli a disporsi a ricevere la benedizione impartita ex Cathedra, cioè con l’autorità propria del loro carattere episcopale.

2 –  Cfr. Lorenzo Loreto, Guida per la sola Chiesa Metropolitana Cattedrale  Napoletana, Napoli, 1849. “…dietro l’Altare si vede l’antichissimo quadro di legno esprimente il nostro divino Salvatore, che tiene in mano un libro aperto, e nel mezzo si legge EGO SUM LUX MUNDI, VIA, VERITAS ET VITA; e sotto i piedi il sole. Questo dipinto si stima opera bizantina del duodecimo secolo, o pure del decimoterzo, tratto dall’immagine dell’antica Srefanìa, o pure conservato, quando fu diroccata da Carlo I (II) d’Angiò, per erigere la nuova attuale Cattedrale, dedicandola all’Assuntione di Maria Vergine, non volendo perciò abolire l’antico titolo, ch’era il Salvatore; ed intando si vede il Salvatore che calca il sole coi piedi, perché in questo luogo, era il tempio dedicato ad Apollo. Posteriormente vi furono aggiunte due intere figure di San Gennaro e S. Attanasio vestiti pontificalmente alla greca e si giudicano di Tommaso degli Stefani, che fiorì nel decimoterzo secolo. Le dette due figure, furono fatte fare da un Eddomadario della cattedrale di Napoli per sua divozione, perché fino allo scorso secolo vi si leggeva sotto le anzidette figure. Colla ristrutturazione della Cappella, il quadro del Salvatore è stato accomodato dalla parte di dietro dal mastrodascia con mettervi rinforzi, e fasce di legname; davanti poi D. Aniello d’Aloisio l’a in buona parte ripulito e restaurato…”. N.b. sbaglia il Loreto nell’asserire la esistenza del tempio di Apollo nell’area del duomo.

3  –  Papa Silvestro II (999-1003) con la bolla “Versus solem orienti” raccomandò l’orientamento delle chiese verso EST. Le chiese medioevali hanno l’abside verso EST e la facciata ad OVEST perché Cristo, Sole di giustizia, vincitore sulla morte, nella Parusia, ritornerà da oriente, il luogo astronomico verso cui è stato assunto in cielo (Mc. 16,19; Lc. 20,24-50). Sulla volta mosaicata del Battistero di San Giovanni in Fonte, su uno spicchio trapezoidale, posto ad oriente, è rappresentato l’episodio della ascensione: Cristo, in piedi sul globo celeste, è assunto in cielo (scena della traditio legis) e dallo stesso luogo astronomico, da oriente “…il sole di giustizia…” (Ml. 3,30) “…verrà a visitarci dall’alto come un sole che sorge…” (Lc. 1,78); vedi  anche “…L’Angelo che sale da oriente con il sigillo del Dio vivente…” (Ap.7,2); Mt. 24,27-30. Come nelle sinagoghe i Rotoli della TORAH, conservati nell’aron, erano e sono ancora collocati in modo da indicare la direzione della preghiera, verso il Tempio di Gerusalemme, nelle chiese la direzione è data dalla Croce simbolo della vittoria di Cristo sulla morte. La libertà di scelta dell’orientamento della Croce corrisponde alla attuazione dei decreti del Concilio di Trento (1445-1536). I primi cristiani, vedevano nel sorgere del sole il simbolo della risurrezione, annuncio della seconda venuta di Cristo (Parusia). Fin dal II secolo, nel mondo cristiano, la preghiera era rivolta verso oriente. La scelta del sito di fondazione di un nuovo luogo sacro, veniva generalmente celebrato solennemente all’alba del giorno  di Pasqua. In quel giorno il punto di levata del sole sull’orizzonte naturale locale, definiva solennemente la direzione verso cui l’asse della chiesa doveva essere diretto e verso cui l’abside doveva essere costruita (A.Gaspani). Il cantiere del duomo angioino fu inaugurato intorno al 1293, anche se i documenti della Cancelleria Angioina superstiti dall’incendio appiccato dai nazisti alle casse che li contenevano il 30 settembre 1943, riferiscono di deliberazioni reali necessarie per la realizzazione dell’edificio, dal 1294. La Pasqua a Napoli fu celebrata nel 1293 il 20 marzo, nel 1294 il 18 aprile, nel 1295 il 3 aprile. Nell’alba di una di queste Pasque si dovette stabilire solennemente l’orientamento del duomo angioino , ma i ripetuti eventi sismici hanno contribuito ad uno spostamento dell’asse terrestre, per cui appare oggi difficile ritrovare l’esatto punto di levata del sole all’alba di una delle tre citate date, che ha definito orientamento del duomo alla sua fondazione.

4  – La Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, fu notevolmente ridotta nella lunghezza, abbattendo tratti delle navate, gli intercolumni furono trasformati in archi ogivali e probalmente furono aperte numerose altre finestra per illuminare la navata e le cappelle laterali. Questo contribuì notevolmente a compromettere la staticità dell’edificio, che fu gravemente danneggiato durante il terremoto del 1456. La sua Basilica gemina, detta Stefania, fu interamente demolita per la costruzione del nuovo Duomo angioino.

5  –  Al tempo della sistemazione dell’abside, promossa dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo (1596 – 1602), per il consolidamento delle strutture portanti, compromesse per lo scavo della sottostante cripta di San Gennaro, la Santissima Eucaristia era conservata ancora in una cassetta posta sull’antico Altare  collocato al centro del transetto e consacrato dall’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1411 – 1435) e dedicato all’Arcangelo Michele e a San Gennaro, l’8 maggio 1412. Il Gesualdo fece realizzare un nuovo Altare al centro dell’abside e destinò la cappella dei Capece-Galeota, a cappella per la custodia e l’adorazione della Santissima Eucaristia, in applicazione della Decretale del Concilio di Trento, XIII sessione, Cap. VI – 11 ottobre 1551, sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia.

6  –  La Cattedrale napoletana, sarebbe stata fondata insieme a quella di Capua, nel IV-V secolo (Capua, definita l’altra Roma, la Caput Campaniae, era una delle più importanti città romane ed era Sede Consolare della Campania; Napoli, città foederata di Roma , aveva conservata la sua autonomia e con essa la sua grecità e per questo aveva un ruolo minore rispetto alla più importante Capua), probabilmente poco tempo dopo, e intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore, e detta di Santa Restituta dal VII-VIII secolo (date comunque approssimative) quando furono inumate al suo interno le reliquie del corpo della Santa Africana, trasferite a Napoli nel 429 dagli esuli della persecuzione vandalica di Genserico (la notizia non collima con il leggendario approdo del suo corpo ad Ischia). Le sue reliquie, inizialmente inumate nella catacomba napoletana (forse una parte di esse), furono traslate ed inumate nella Cittadella Vescovile, prima che fossero trasferite nella Basilica detta Stefanìa, i corpi dei Santi Vescovi napoletani, al tempo del Vescovo Giovanni IV detto lo scriba (842-849) e del suo successore Atanasio I (849-872) che pare abbia trasferito all’interno del complesso Cattedrale napoletano anche il Cranio e le Ampolle con il Sangue di San Gennaro, che depose in una cappella già esistente in episcopio e da lui fatta appositamente rinnovare, come riferisce Giovanni Diacono nel Liber Pontificalis. Il Calendario marmoreo di Napoli, scolpito non oltre l’episcopato di Atanasio I, discepolo e successore di Giovanni IV, al quale è attribuita la redazione, suggella al 16 maggio la Memoria Liturgica del N(a)T(ale) S(anta) RESTITUTA. ma non riporta la Memoria Liturgica della dedicazione della Basilica Cattedrale, già Intitolata al Salvatore, alla Santa Africana, o fa Memoria di altre intitolazioni; Non riporta nemmeno la Memoria della Traslazione della sue reliquie, e questo fa supporre che al tempo di Giovanni IV esse non erano state ancora deposte nella Basilica Cattedrale, spostando di almeno 100 anni il tempo della denominazione comune della Basilica Cattedrale, intitolata al Salvatore, alla Santa Africana e, altresì fa supporre che il Titolo Dedicatorio antico del Salvatore, non sia mai stato modificato nemmeno quando esso fu condiviso con quello della Basilica gemina costruita dal Vescovo Stefano I (496-?) parallela alla Basilica detta di Santa Restituta, separata da questa dal Vicus S. Laurentii ad Fontes Minores, e detta Stefanìa, dal nome del suo fondatore. Il Calendario Marmoreo infatti, riporta al 6 agosto la

Napoli – Cittadella Vescovile – Area archeologica – Il calendario marmoreo della Chiesa di Napoli, sec. IX – Particolare. (Sono disponibili poche immagini fotografiche: il sito è attualmente interessato da indagine archeologica).)

Memoria Liturgica della TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE N(ost)RO GE(sù) CR(isto), Titolo comune alle due Basiiche e riporta la Memoria Liturgica della DEDIC(azione) della BASIL(ca) STEFAN(ia), (ovv.: di STEFAN(o) Vescovo), al primo di dicembre; al 29 giugno quello del N(a)T(ale) S(an) PIETRO AP(osto)LO e al 30 giugno, N(a)T(ale) S(an) PAO(lo) AP(osto)LO. Ai Santi Apostoli, come già riferito, era Intitolata la più antica Basilica Cattedrale napoletana. La Basilica detta Stefanìa fu distrutta da un incendio tra il 538 e il 555 e ricostruita dal Vescovo-Duca di Napoli Stefano II (756 – 789). Il Calendario Deciano, così detto perché elaborato al tempo del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ottavio Acquaviva d’Aragona (1605 – 1612) e promulgato per tutta la Diocesi durante il Sinodo Diocesano iniziato dall’Acquaviva e concluso dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Decio Carafa (1613 – 1626), fissa all’8 gennaio la Memoria Liturgica della DEDICATIO S. M. DE PRINCIPIO, da celebrarsi il tutta la Diocesi napoletana (cfr.: G. Sparano, Memorie storiche per illustrare gli atti della Napoletana Chiesa e gli atti della Congregazione della Apostoliche Missioni, Napoli MDCCLXVIII). La Memoria Liturgica celebra l’antichità dell’oratorio di Santa Maria del Principio, luogo della antica sede della Cattedra Episcopale napoletana, luogo dell’inizio dell’insediamento del cristianesimo a Napoli e l’antichità del culto mariano (Capua nel 391, fu sede di un Concilio Plenario dei Vescovi orientali e occidentali, presieduto dal suo promotore, Ambrogio di Milano (333 – 397), nel quale fu definita la dottrina riguardo alla Perpetua Verginità di Maria, contestata dal Vescovo eretico Bonoso di Sardica. Al Concilio fu presente anche il Vescovo di Napoli Severo (364 – 410), ma non celebra una Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica Cattedrale a Santa Restituta d’Africa. La presenza sul Calendario Marmoreo della Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica detta Stefanìa, piuttosto che della Memoria Liturgica della Dedicazione della Basilica Cattedrale detta di Santa Restrituta, fa supporre che la prima, in quel tempo avesse un ruolo principale rispetto alla antica Cattedrale. Il periodo storico

Napoli – Cittadella Vescovile – Area archeologica – Il calendario marmoreo della Chiesa di Napoli- Particolare.

della elaborazione del Calendario Marmoreo, è caratterizzato dalla autonomia del Ducato di Napoli da Bisanzio, mentre in Diocesi si contrapponevano un clero bizantino e un clero romano, anche se apparentemente una tacita convivenza sembrava esistesse fra le due componenti. Ma il complesso della antica Cattedrale sede del potente Istituto Capitolare, era ed è sempre stato di rito latino. La Stefanìa invece. ricostruita più volte al tempo dei Duchi-Vescovi o dei Vescovi-Duchi e dei Duchi e Vescovi e viceversa, che governarono il Ducato napoletano, era retta da un clero bizantino. Anche nella Stefanìa c’era una Cattedra Episcopale e si ritiene che essendo la Basilica più prossima all’adiacente antico palazzo vescovile, avesse un ruolo preminente come chiesa episcopale, con un ruolo essenzialmente amministrativo e non catechetico-liturgico, ruolo proprio della basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, per la presenza in essa della antica Cattedra Episcopale. Ho citato la notizia della traslazione del Cranio e del Sangue di san Gennaro dalla Basilica Catacombale di San Gennaro Extra Moenia . nella Basilica detta Stefanìa  al tempo del Vescovo Atanasio I. La presenza delle Reliquie del Cranio e del Sangue di San Gennaro nella Stefanìa. o comunque in una cappella adiacente, all’interno della Cittadella Vescovile, può trovare conferma dal loro trasferimento successivo nell’Oratorio intitolato a San Gennaro nel Tesoro Vecchio, al tempo di Carlo II d’Angiò, prima di procedere alla demolizione della Stefanìa per far posto al nuovo duomo angioino (cfr. Tino d’Amico, Gli sportelli superstiti del gesuita pietro Provedi per l’Oratorio di San Gennaro nel Tesoro vecchio del Duomo di Napoli ecc…, in: il blog di tino – https://tinodamico.wordpress.com, 2015), oratorio che non va confuso con un altro intitolato a San Gennaro, accanto all’ingresso del Tesoro Vecchio, diroccato dal terretomoto del 1456, poi trasformato in cappella di patronato dei Filomarino e nei primi anni del ‘900, in cappella intitolata a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, dopo avere subito nel ‘700 altra trasformazione. Ritengo che l’oratorio in antico servisse per cerimonie liturgiche legate alla venerazione delle Sacre Ampolle, conservate nel Tesoro Vecchio, prima della costruzione della nuova grande  cappella del Tesoro, e non do ragione a chi ritiene questo spazio utilizzato come sacrestia antica del duomo (cfr. Tino d’Amico, L’albero di Jesse del duomo di napoli…op.cit).  Ma questo mi porta ancora a considerare che il bassorilievo attribuito al Fanzago o al Vaccaro, posto recentemente nel postergale del nuovo Altare Mensa del duomo di Napoli, non rappresenti San Gennaro, ma piuttosto il Santo defunto in paramenti episcopali sia Atanasio I. Ma questo è argomento di un altro studio ancora in elaborazione. Per le notizie relative al Calendario Marmoreo di Napoli, cfr. Luigi Fatica, Il Calendario Marmoreo di Napoli, Napoli 1997.

7  –  Santa Restituta d’Africa (III sec. – 304), forse originaria di Cartagine o di Tenizia, l’attuale Biserta in Tunisia, si sarebbe formata alla scuola di Cipriano di Cartagine. Durante la persecuzione di Diocleziano del 304, fu arrestata con un gruppo di cristiani ad Abitina e martirizzata a Cartagine nel 304. Varie Passioni medioevali raccontano del suo martirio: la tradizione vuole che Restituta e i compagni furono posti, la prima agonizzante su una barca e i compagni di martirio, morti su un’altra. Le barche date alle fiamme furono sospinte verso il mare aperto. Quella di Restituta approdò all’isola di Acuaria (Ischia) dove fu sepolta nella località detta Eraclius, dove poi sorse una Basilica paleocristiana, dove ora sorge un santuario. Parte del suo corpo fu traslato nella Catacomba napoletana e da li trasferita poi nella Basilica Cattedrale del Salvatore detta poi di Santa Restituta, forse nell’VII – VIII secolo. Il suo culto è legato alla persecuzione vandalica di Genserico del 429, quando furono portati a Napoli anche i corpi di altri martiri, compagni di Restituta, dagli esuli africani, dal Vescovo Quodvultdeus (V secolo – morto a Napoli nel 454). I loro resti mortali furono inumati inizialmente nella Catacomba e poi trasferiti altrove per essere definitivamente sistemati nel Duomo angioino, in una cripta sottostante il braccio sinistro del transetto, accedibile dalla botola antistante il cenotafio del Cardinale Arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza. La stessa cripta, ritengo, potrebbe contenere le mai trovate reliquie del corpo di Atanasio I cfr. Tino d’Amico, Il Cartibulum ed il sarcofago ecc., op.cit.

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Napoli – Basilica Cattedrale di Santa Restituta – Il Pantocràtore.

8 –  Giovanni Diacono, cronista napoletano (seconda metà del IX sec. – prima metà del X) Rettore della Diaconia napoletana di San Gennaro (San Gennaro all’Olmo), è ritenuto unico autore di una Cronaca dei Vescovi di Napoli, dalle origini alla fine del IX secolo, che studi recenti attribuiscono a tre diversi autori coevi. Da essa si ricava la notizia della inumazione dei corpi dei Santi Vescovi napoletani nella Basilica detta Stefanìa e dei corpi di altri Santi Vescovi all’interno della Cittadella Vescovile. I corpi dei Vescovi incominciarono ad essere inumati nelle Chiese, dopo il Concilio di Magonza (813) che nel Canone III dispone la sepoltura di Vescovi, Abati, e altri individui di vita esemplare, nelle Chiese Cattedrali (cfr. Giuseppe Samchez, La Campania sotterranea, Napoli 1813).

9  –  La Basilica detta Stefanìa, costruita dal Vescovo Duca di Napoli Stefano I (497 – ?) fu distrutta da un incendio. Ricostruita fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca-Vescovo di Napoli Stefano II (756 – 789); nel 512 ci fu un violento terremoto che sconquassò Napoli; e poi l’iconoclastia, gli assalti dei saraceni e dei longobardi, eventi negativi che arrecarono danni agli edifici della Cittadella Vescovile, alla Basilica detta Stefanìa e anche alla parallela Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta che dovette anche essa essere restaurata, se non parzialmente ricostruita fra il VII e l’VIII secolo, subendo nell’impianto planimetrico la totale rotazione, di 180 gradi. rispetto all’assetto originario che aveva le absidi a sud e ingresso a nord e ritengo probabile la presenza di due absidi, una a nord e l’altra a sud, come recentemente ipotizzato. Nella varie ristrutturazioni e modifiche dell’assetto planimetrico della Basilica detta di Santa Restituta, restò immune l’area dell’antico Battistero di San Giovanni in Fonte, il cui uso liturgico è testimoniato ancora nell’VIII – IX secolo ed il cui vestibulum ebbe il piano di calpestio notevolmente rialzato per la realizzazione della nuova abside. L’ingresso al complesso battesimale e alla antica primitiva Basilica detta di Santa Restituta, probabilmente era comune, dal Vicus obliquo: l’ingresso alla primitiva casa di Aspreno, secondo la leggenda trasformata nell’oratorio di Santa Maria del Principio? Non sappiamo comunque se l’atrio antistante la Basilica e il Battistero era porticato, oppure entrambi gli edifici erano in qualche modo collegati all’atrio paleocristiano recentemente riportato in luce nell’area del Palazzo arcivescovile.

10 –  Patrona principale della città di Napoli, è la Santissima Vergine Maria Assunta, a lei fu intitolata il nuovo duomo angioino dall’Arcivescovo Umberto d’Ormont (1038 – 1320) nel 1314,  ed è Lei che appare effigiata al centro nelle immagini dei Santi Compatroni. Compatrono Principale è il Megalomartire San Gennaro, al quale furono affiancati sei Compatroni minori: I Santi Vescovi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Sant’Agnello Abate. Mons. Franco Strazzullo in: San Gennaro “Defensor Civitati” e il voto del 1577, Napoli 1987, citando il Calendario Lotteriano del XIII secolo, fa notare che prima del XV secolo, i Compatroni di Napoli erano di numero inferiore, e l’Officium Sanctorum ac Protectorum Civitatis Partenopae, redatto fra il 1512 e il 1525, riporta i nomi di soli quattro di essi: Aspreno, Agrippino, Gennaro, Atanasio I, che sono chiamati Defensor apud Deum e non sono nominato come tali Eufebio, Severo, Agnello. Nel Calendario Lotteriano redatto fra il 1294 e il 1310, Strazzullo nota anche che sono menzionati  come Patroni di Napoli solo San Gennaro e Sant’Agripino. Ma già nel 1500, fa notare, che nel soffitto della Cappella Carafa nel duomo di Napoli, le formelle marmoree che rappresentano i Compatroni, ritraggono con San Gennaro, anche i Santi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Agnello ed evidenzia che gli stessi Santi sono stati tutti e sette effigiati negli sportelli dell’antico organo del Duomo, dipinti dal Vasari (1511 – 1574). E lo stesso artista poi, nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, del 1550, parlando del lavoro da lui eseguito, dichiara di avere dipinto per il duomo di Napoli, solo quattro compatroni. Probabilmente in antico, i Compatroni principali di Napoli erano soltanto due, San Gennaro e Sant’Agrippino, come risulta dal Liber Pontificalis Ecclesiae Neapolitanae, redatto nel IX secolo e come risulta da un documento del 1183 del Vescovo Sergio IV (1168 – 1192), ad essi si affiancarono altri Santi Protettori della Città, ma non come Compatroni. Agli antichi Compatroni furono affiancati, a partire  dalla seconda metà del ‘600,  altri Santi Compatroni minori: San Tommaso d’Aquino, Sant’Andrea Avellino, Santa Patrizia, San Francesco di Paola, San Domenico, San Giacomo della Marca, San Francesco Saverio, Santa Teresa d’Avila, Sant’Antonio di Padova, San Filippo Neri, San Gaetano, San Severo, già venerato come Compatrono, ma non ancora inserito nell’elenco ufficiale, San Nicola, San Gregorio Armeno, Santa Chiara, San Biagio, San Pietro Martire, San Giuseppe, San Michele Arcangelo, San Francesco d’Assisi, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, San Giovanni Battista, San Francesco Borgia, Santa Candida Minore, Santa Maria Egiziaca. Nel ‘700 se ne aggiunsero altri: Sant’Antonio Abate, Sant’Ignazio de Loyola, Santa Maria Maddalena Penitente, Sant’Irene, Sant’Emidio, San Raffaele Arcangelo. Altri ancora nell’800: Sant’Anna, San Luigi Gonzaga, Sant’Agostino, San Vincezo Ferrer, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Francesco Caracciolo, San Francesco de Geronimo, San Giovanni Giuseppe della Croce, San Pasquale Baylon, San Rocco, San Gioacchino. E finalmente nel ‘900: Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, Santa Lucia, Santa Gertrude, Santa Rita.

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Pietro Provedi e gli sportelli per l’oratorio di San Gennaro nel tesoro vecchio del duomo di Napoli: un funerale da Montecassino; un morto che risuscita; una veduta di Napoli nel ‘500 dalla parte del Carmine; Sant’Eufebio morto che appare e celebra una liturgia nell’oratorio della catacomba.

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di Tino d’Amico

 

 

 L’autore e la consorte Pina, durante una lezione nell’area archeologica del duomo.

 

 

 

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Alla Santissima Vergine Maria Assunta in cielo,

Patrona Principale della città di Napoli,

Titolare del duomo di Napoli.

Al Megalomartire San Gennaro,

Compatrono Principale di Napoli.

Al Santi Compatroni di Napoli.

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Gaetano Filangieri di Satriano (Documenti per la storia, le arti, le industrie delle Province napoletane, vol. V, Napoli 1891) riferisce che il 3 novembre 1595, furono sistemati nell’Oratorio di San Gennaro, l’antico Tesoro del Duomo, 8 sportelli lignei intagliati dal senese Pietro Provedi, con le immagini dei Compatroni di Napoli.

Oggetto di questo lavoro che ha solo carattere documentario,  sono le quattro portelle lignee superstiti, intagliate dal Provedi, che ho avuto occasione di osservare durante la mia attività di classificazione, catalogazione e inventario delle migliaia di Reliquie di Santi e Beati, venerate nel Reliquiario del duomo di Napoli, abbandonati alla polvere e ai tarli.

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Carlo II d’Angiò destinò, la torre scalare della navatella del Salvatore per riporre le reliquie dei Compatroni di Napoli e quelle di alcuni Santi, e dispose la diversa collocazione in altri luoghi, anche fuori della Cittadella Episcopale, delle reliquie di altri Santi, fino ad allora collocate in vario modo nella Basilica del Salvatore detta Stefanìa, che si andava diroccando per far posto al costruendo nuovo duomo (1).

Realizzato un Oratorio intitolato a San Gennaro, al primo livello della torre, raggiungibile attraverso una scala di legno a lumaca, vi furono in esso riposti, probabilmente in apposite scarabattole, i reliquiari antichi, gli antichi fonticoli con le reliquie, la suppellettile liturgica preziosa (2), in sei nicchie ricavate nel muro, i busti reliquiari dei Santi Compatroni,  e in due nicchie ai lati dell’Altare dell’oratorio, a sinistra il busto/reliquiario antico di San Gennaro e a destra il reliquiario contenente le ampolle con il Sangue.

Napoli – Duomo – I prezioso reliquiario del Sangue di San Gennaro, esposto sul Maggiore Altare.

Entrambi i reliquiari di San Gennaro, furono poi sostituiti con quelli di argento dorato, offerti dallo stesso Carlo II nel 1303, che fece realizzare anche un armadio di argento, perché fossero più degnamente conservati nelle due nicchie, il reliquiario del Cranio e quello del Sangue, che venivano mostrati attraverso la finestra ricavata nella parete destra dell’oratorio,  recentemente riaperta sulla navata del duomo, al popolo radunato al suo interno, orante e impetrante “il Segno del Sangue” (Cfr. Corrado Cardinale Ursi, Omelie), sicura protezione del Megalomartire per i suoi fedeli.

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Napoli – Duomo – Cappella del tesoro – Maestri orafi francesi, Etienne Godefroy, Milet d’Auxierre, Guillaume de Verdelay – Busto/reliquiario di San Gennaro, il Megalomartire, dono di Carlo II d’Angio

Nelle nicchie, furono sistemati i busti reliquiari lignei sdei Santi Compatroni Agnello Abate, Agrippino, Aspreno, Atanasio I, Eufebio e Svero (3) e vi rimasero fino a quando i reliquiari sostituiti con gli attuali busti d’argento, furono trasferiti ed esposti alla venerazione nella nuova cappella del Tesoro di San Gennaro, a partire dalla seconda metà del ‘600.

Le antiche nicchie ricavate lungo le pareti dell’oratorio,  sono ancora individuabili dietro gli stalli del coro seicentesco realizzato dall’intagliatore napoletano Giuseppe Torre, per la antica sede della Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ neri, nel Battistero di San Giovanni in Fonte il 31 maggio 1598  e  poi trasferito ed adattato alle pareti dell’oratorio, nuova sede della Compagnia  dal 1657.16255996738_dd227b24b2_b

Napoli – Duomo – Sede della Compagnia della  morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ neri – L’oratorio interno nella torre scalare della navatella del Salvatore – L’Altare.

Franco Strazzullo (Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis Inscriptionum Thesaurus, Napoli, 2000) riporta il rogito stilato dal notaio Marco Antonio De Vivo il 31 maggio 1598, tra Fabrizio Funicella procuratore della Congrega de’ Neri o della Morte e l’intagliatore in legno Giuseppe Torre, per la realizzazione del coro ligneo (cfr. A.S.N., Notai del cinquecento, Marco Antonio de Vivo di Napoli, scheda 265, protocollo 23, ff. 36v. – 37 v.).

L’atto notarile testimonia la presenza della Congregazione nella Basilica di Santa Restituta, nel Battistero di San Giovanni in fonte, dove esiste ancora la bocca della fossa comune che raccoglieva le spoglie mortali dei destinatari dell’opera di misericordia compiuta dai congregati.

Esso fu poi trasferito ed adattato alle pareti dell’oratorio, nuova sede della Congregazione de’ Neri, dal 1657.

Nel corso dei secoli si verificarono diversi eventi sismici disastrosi che danneggiarono gravemente la costruzione angioina: nel 1293, nel 1310, nel 1456, nel 1688 e poi ancora nel 1693, nel 1697, nel 1702, nel 1731, nel 1732, nel 1733, nel 1751, nel 1760, nel 1805 ed almeno altre due scosse telluriche più o meno disastrose, nel corso dell’800 e quelle verificatesi durante il passato secolo.

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Ricostruzione dell’interno del duomo di Napoli in una sezione Est-Ovest disegnata da Amedeo Formisano.

Il terremoto del 5 dicembre 1456 fu uno dei più disastrosi e danneggiò particolarmente l’ala destra del duomo, facendo parzialmente crollare il torrione del Tesoro,  tratti della parete destra dell’edificio e la Cappella Reale Angioina e fu un miracolo che le preziose ampolle contenenti il Sangue di San Gennaro non si ruppero (4).

I lavori di ricostruzione di interi tratti murari dell’edificio e di rinforzo e parziale ricostruzione dei pilastri della navata, furono eseguiti con rapidità fra il 1464 e il 1471, con il contributo del Sovrano aragonese, del Pontefice del tempo, Papa Paolo II (1464-1471),  del Cardinale Oliviero Carafa, Arcivescovo di Napoli (1458-1484), e con quello raccolto fra la nobiltà e il popolo napoletano (5), tanto che si poterono solennemente celebrare nel riaperto edificio le nozze di Ferrante d’Aragona (1423-1494) con Giovanna d’Aragona (1455-1517), come raccontato nella  Cronica di notar Giacomo, il 4 settembre 1477 (6).

Il voto di Maria di Toledo, Duchessa d’Alba del 1557.

Nel 1557, nel corso della guerra per il possesso del Regno di Napoli, fu posto l’assedio da parte del francese Duca di Guisa, a capo dell’esercito di Enrico III di Francia, alleato con il Papa Paolo IV (1555-1559), il napoletano Giovanni Pietro Carafa, contro Filippo II di Spagna, alla Cittadella fortificata di Tronto, posta in posizione strategica rispetto al vecchio confine settentrionale del Viceregno Spagnolo di Napoli con lo Stato Pontificio.

Gli spagnoli, comandati da Don Fernando Alvarez de Toledo, Duca d’Alba, Vicerè di Napoli dal 1556 al 1558, difesero strenuamente la fortezza contro il più forte esercito francese, tanto che questi ultimi, non riuscendo ad espugnarla, nel mese di aprile dello stesso anno 1557, abbandonarono l’impresa, togliendo improvvisamente l’assedio e riparando nella città di Ancona, nel territorio dello Stato Pontificio.

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Don Fernando Alvarez de Toledo, duca d’Alba e Donna Maria de Toledo, duchessa d’Alba, ritratti in un quadro esposto nella sede della Compagnia della Morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri.

Durante l’assedio alla Cittadella,  Maria di Toledo, Duchessa d’Alba, moglie di Don Fernando, il Vicerè, temendo la morte del marito, fece voto a San Gennaro, di abbellire a sue spese l’Oratorio del Tesoro del duomo.

L’improvviso abbandono dell’assedio della Cittadella da parte dei francesi, fu ritenuto un miracolo e per onorare il voto fatto, Vicerè e Viceregina disposero gli abbellimenti promessi al Tesoro del duomo, dove erano conservate le reliquie dei Santi Compatroni, abbellimenti che certamente non videro mai conclusi e forse nemmeno avviati, perché il Vicerè Duca d’Alba, nel 1558, al termine del suo mandato a Napoli, ricevette alti incarichi che lo portarono per le Corti d’Europa.

Con la somma di danaro destinata dalla Duchessa d’Alba, fu costruita la attuale scala a lumaca in muratura, per accedere più agevolmente all’oratorio nella torre, al posto di quella di legno, angioina, riattata dopo il terremoto del 1456, perché in quello stesso anno, il 13 dicembre 1577, Memoria Liturgica della traslazione delle reliquie  di San Gennaro da Montevergine a Napoli, il tesoriere capitolare Marino Catalano, cadde per le scale, recando le ampolle del Sangue in duomo e fu un miracolo che non si ruppero.

Nel tempo, poi, fu posto sull’Altare dell’oratorio un quadro rappresentante “La Natività di Gesù”, di Fabrizio Santafede (1560-1634); furono affrescate le volte e le pareti da Giovanni Bernardo Lama (1508-1579), affreschi poi ritoccati e parzialmente rifatti da Belisario Corenzio (1558-1640) e gli affreschi di Paolo de Maio (1703-1784), che rappresentano “San Gennaro”, San Francesco”, Santa Restituta”: questi abbellimenti però furono realizzati molto tempo dopo, quando  gli ambienti furono assegnati alla Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri che, nella sacrestia, conservarono esposto il ritratto del Vicerè e della Viceregina, di autore ignoto e posero un quadro di “San Giuseppe”, attribuito alla scuola di Luca Giordano.

Per completare gli abbellimenti dell’Oratorio del Tesoro del Duomo, con il lascito  di donna Castanza del Carretto, nel 1595,  le nicchie contenenti i busti reliquiari dei Santi Compatroni, furono chiuse con otto portelle lignee intagliate da Pietro Provedi o Provechi. (cfr. Banco del Popolo – A 3 novembre 1595 la Congregatione de l’Oratorio di Napoli per polizza del Padre Antonio Talpa paga D.ti 38,45 a Pietro Provechi a compimento di D.ti 80 per lo prezzo di otto portelle che have intagliate per lo Tesoro del Arcivescovato di Napoli, et detta Congregatione li paga perché tenea in confidenza d.ti denari della quandam Sig,ra Costanza del Carretto che li havea lasciati per questo effetto. (Ar. S.P.N., XLII, p. 222).

Di esse, quelle che chiudevano le nicchie con il busto di San Gennaro  e il reliquiario del Sangue e  quelle poste a chiudere le nicchie con i busti di Sant’Aspreno e Sant’Agrippino sono andate perdute.

Quelle che chiudevano le nicchie dei reliquiari di Sant’Atanasio I, Sant’Agnello Abate, Sant’Eufebio e San Severo, dopo vari utilizzi nella cappella sepolcrale dell’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595), realizzata accanto alla nuova sacrestia del duomo, ex cappella Reale angioina, e utilizzata anche, a partire dalla seconda metà del ‘600,  come cappella delle reliquie, furono poste poi a chiudere quattro scarabattole delle lipsanoteche nella nuova cappella reliquiario del duomo di Napoli, realizzata dal Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, Arcivescovo di Napoli (1878-1897), nel 1891.

Sulle pareti dell’oratorio, furono murate alcune epigrafi: la più antica ricorda il voto a San Gennaro della Viceregina e l’inizio dei lavori di abbellimento eseguiti a sue spese per onorare il voto:

D.O.M. /  DUM FERDINANDUS TOLETUS ALBAE DUX / ITALIAE PROREGE PRAESIDET / TRUENTOQUE INVICTA VIRTUTE HOSTES / REGNI NEAPOLITANI FINIBUS ARCET MARIA TOLETA EIUS UXOR  /  DIVO IANUARIO AEDICULAM HANC EX SUO DICAT  /  ET VOTI COMPOS ORNAT  /  AN. SALUTIS MDLVII.

La seconda ricorda la concessione dell’oratorio dopo la inaugurazione della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro (7) da parte del Cardinale Arcivescovo di Napoli Ascanio Filomarino (1642-1666), alla Compagnia della morte sotto il titolo di Santa Restituta de’ Neri.

DUDUM AMPLIORE AUGUSTIOREQUE SEDE DIVO IANUARIO CONSTITUTA / AEDICULAM IAM VACUAM  / COLLEGIUM DIVAE RESTITUTAE VIRG. ET MART. SIBI RECEPIT  /  QUO STATO QUOD. DIE CORPORATI  /  VELUT ABDITO, IN RECESSU PIE SANCTEQ. DEUM COLANT  / ACTUM AUCTORITATE ASCANII PHILAMARINI / S.R.E. CARD. ARCHIEP. NEAP. / ASSENTIENTE CAPITULO DIE III NONAS IUN. AN MDCXLVIII.

Una terza epigrafe fu murata all’esterno dell’oratorio a ricordo di un necessario restauro dopo anni di abbandono dopo  il trasferimento delle reliquie di San Gennaro e dei Santi Compatroni nella nuova cappella del tesoro e delle reliquie degli altri Santi e della suppellettile sacra preziosa nella nuova sacrestia del duomo, realizzata dall’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595).

D. O. M.  / HAS AEDES. / A MARIA TOLETA DUCIS ALVAE CONSORTE / DIVO IANUARIO DICATAS  / EIUSDEM ALIORUMQUE REGNI PATRONORUM / RELIQUIIS OLIM INSIGNES   DEINDE   DIVAE RESTITUTAE SODALIBUS CONCESSAS  /  LONGA VETUSTATE IAM LABORANTES / IN VENUSTIOREM HANC FORMAM / REDIGI CURARUNT  /  EIUSDEM SODALITII FRATRES  /  A. D. MDCXCVI.

La Compagnia della morte o Confraternita di Santa Restituta de’ Neri, fu fondata dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Mario Carafa (1565-1576).

img067Pianta del duomo di Napoli – A: il sito della torre scalare della navatella del Salvatore, sede dell’antica cappella del tesoro del duomo, realizzata da Carlo II d’Angiò – B: il sito della cappella delle reliquie del duomo, realizzata dall’Arcivescovo Cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, nel 1891.

I confratelli vestivano “il sacco nero” ed intervenivano per carità, alle esequie degli indigenti che, morendo  senza avere stabilito  un luogo dove essere seppelliti, venivano portati nella Basilica Cattedrale detta di Santa Restituta, e calati nella  sepoltura ricavata nella grande cisterna romana sotto il Battistero di San Giovanni in Fonte, che fu dato in uso alla Compagnia della morte il 5 ottobre 1567, e che stabilì in esso la sede, l’oratorio e nel pavimento aprì la fossa sepolcrale nel 1577.

Il Cardinale Arcivescovo di Napoli Ascanio Filomarino (1642-1666) concesse gli ambienti del tesoro vecchio ormai non più in uso dalla inaugurazione della nuova cappella del tesoro di San Gennaro e il trasferimento in delle reliquie dei Compatroni in essa e nella nuova sacrestia del duomo (8), alla Compagnia della morte quando, nella prima metà del ‘600, incominciò la ricostruzione del Palazzo Arcivescovile e per comodità di accesso nella Basilica detta di Santa Restituta, sede della sua Cattedra Episcopale, fece realizzare la scala di collegamento fra lo scalone d’onore del nuovo Palazzo e gli ambienti dell’antico Battistero, ridotti così a locali di transito e deposito di suppellettili.

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Napoli – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca sinistra.

Le Sacre Reliquie venerate nel duomo di Napoli, oltre cinquemila reperti di I, II, III, IV classe, furono raccolte nella seconda metà del ‘600, in due lipsanoteche sistemate nel retro della sacrestia, nella cappella funebre dell’Arcivescovo Annibale Di Capua, intitolata alla “Madonna del pozzo” utilizzando per chiudere le scarabattole almeno 6 degli otto sportelli lignei intagliati dal Provedi, e in uno stipo ricavato nel muro, sull’Altarino della sacrestia, chiuso da una pala di Giovanni Balducci (1560-1631) rappresentante la “Madonna col Bambino ed i Santi Gennaro e Agnello Abate”.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Tavola di Giovanni Balducci detto il Cosci: la Madonna col Bambino tra San Gennaro e Sant’Agnello Abate – Sullo sfondo una veduta di Napoli nel ‘500. 

Delle due lipsanoteche, una certamente andò distrutta nell’incendio durante il terremoto del 1731, mentre erano in corso i rifacimenti disposti dal Cardinale Arcivescovo di Napoli Francesco Pignatelli (1703-1734) all’interno della sacrestia, o durante un furto di arredi sacri preziosi negli stessi anni, e con essa andarono perduti i portelli scolpiti dal Provedi con le immagini di Sant’Aspreno e Sant’Agrippino, mentre quelli posti a chiudere le nicchie con il reliquiario del Cranio di San Gennaro e le Ampolle del Sangue, andarono dispersi al tempo della inaugurazione della nuova cappella del tesoro di San Gennaro ed il successivo  trasferimento nella nuova sacrestia maggiore di ogni cosa presente nell’oratorio del tesoro vecchio.

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Napoli  – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca destra.

Per disposizione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza (1845-1877), furono sistemate temporaneamente nella cappella intitolata alla “Madonna del pozzo” anche alcuni reliquari pervenuti in duomo al tempo della soppressione degli Ordini Religiosi durante il decennio francese (1806-1816) e successivamente quelli provenienti dai monasteri, conventi e chiese soppresse in esecuzione delle leggi eversive emanate dal governo sabaudo, immediatamente dopo l’unità d’Italia e, per disposizione del Cardinale Arcivescovo di Napoli Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897), anche quelli recuperati dalle chiese abbattute per i “lavori pel risanamento di Napoli” dopo la grave epidemia di colera che colpì la città nel 1884.

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Napoli – Duomo – Cappella delle Reliquie – La lipsanoteca di fondo e l’Altarino.

Il Cardinale Sanfelice d’Acquavella,  dispose la loro temporanea sistemazione nella “Cappella della Madonna del pozzo”, per conservarle degnamente ed esporle alla venerazione dei fedeli, in attesa della realizzazione di una sola cappella per contenere tutte le reliquie venerate nell’area della cittadella episcopale, utilizzando e trasformando per tale scopo la “cappella dello Spirito Santo”, di diritto di patronato della famiglia Galluccio, ormai estinta da tempo,  senza alterarne l’architettura interna, modificando solo l’aspetto esterno e realizzando al suo interno le lipsanoteche di legno sulle tre pareti disponibili, lasciando in loco l’antico Altare con ancora sul retro le armi dei Galluccio, ricoprendolo nella faccia a vista con nuovi marmi,  e conservando il quadro che rappresenta “la Pentecoste”, di Andrea Malinconico e le lapidi celebrative dei Galluccio utilizzando sapientemente le quattro superstiti portelle lignee del Provedi per chiudere quattro scarabattole. (cfr. Tino d’Amico, La cappella delle reliquie del duomo di Napoli “vestibolo del Paradiso”, in: tinodamico.wordpress.com)

Le portelle superstiti di Pietro Provedi.

Gli sportelli superstiti di Pietro Provedi, utilizzati per chiudere le quattro scarabattole delle lipsanoteche della cappella delle Reliquie del duomo di Napoli, ritraggono sulle facce a vista i tre Santi Vescovi Compatroni di Napoli, Atanasio I, Eufebio, Severo e Sant’Agnello Abate, in posizione frontale a mezzo busto,  e con le insegne espiscopali, i primi tre, mentre Sant’Agnello è ritratto con l’abito eremitico e nella mano sinistra la caratteristica Croce con la bandierina crociata; i pannelli sul retro rappresentano, quello di Sant’Atanasio, la traslazione dei suoi resti mortali da  Montecassino verso Napoli, mentre gli altri illustrano interventi miracolosi attribuiti ai tre Compatroni, mentre erano ancora in vita, oppure già defunti.

Sant’Atanasio I .

Le notizie agiografiche su Sant’Atanasio I, le ricavo da Lorenzo Loreto (Memorie storiche de’Vescovi ed arcivescovi della Santa Chiesa Napolitana, Napoli, 1839).

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Quando Atanasio I fu eletto Vescovo di Napoli, dal popolo e dal clero cittadino, nell’849 circa, aveva 18 anni ed era Diacono, discepolo del Vescovo San Giovanni IV detto “lo scriba” (839-circa 849), suo predecessore nella carica episcopale; fu consacrato a Roma il 15 marzo da Papa San Leone IV (847-855).

Figlio del Duca bizantino di Napoli, Sergio (840-860), ottenne dal padre beni dotali per rifornire i due edifici, la Basilica cattedrale detta di Santa Restituta e la sua Basilica gemina detta Stafanìa, retti dal clero latino e greco e che costituivano l’unico complesso Cattedrale napoletano,  di libri liturgici e nuovi arredi sacri perché il precedente corredo liturgico era stato rubato o distrutto dai saraceni ed ottenne anche nuove rendite per il clero e per il collegio clericale degli Ebdomadari da lui istituito sul modello di quello romano per la celebrazione liturgica quotidiana.

Ma si preoccupò anche di edificare un luogo di ricovero per i pellegrini, i poveri e gli infermi nei pressi dell’atrio di accesso della Basilica detta Stefanìa, dotandolo cospiquamente.

Per la sua cultura e spiritualità fu invitato a partecipare al Sinodo Romano convocato da Papa Nicola I (855-858 circa), contro il Vescovo Giovanni di Ravenna che tentava di rendere la sua diocesi autocefala sul modello di quelle bizantine, e per questo vessava e imponeva forti tributi alle Chiese suffraganee della sede episcopale ravennate.

Nell’anno 846 fu distrutta dai saraceni Misenum e Atanasio I ottenne dal padre l’unione amministrativa delle due diocesi e l’assegnazione a quella napoletana di tutti i beni immobili della Chiesa di Misenum.

Dispose anche il trasferimento a Napoli del corpo di San Sosso, compagno nel martirio, di San Gennaro, trasferimento che avvenne poi, dopo il ritrovamento delle sue reliquie, al tempo del Vescovo Stefano III (898-907 circa).

Alla morte del padre Sergio, successe nel governo della città il nipote di Atanasio I, Sergio II che, filosaraceno, lo cacciò dalla cittadella episcopale napoletana e dopo un periodo di carcerazione, lo relegò nel cenobio benedettino del Castrum Lucullianum, (Castel dell’Ovo) dopo l’intervento del popolo e del clero latino e greco, in rivolta contro Sergio II a favore del Vescovo.

Il nipote Duca Sergio II, con l’aiuto dei saraceni di Agropoli, depredò il tesoro e tentò di far assassinare lo zio che intanto aveva chiesto aiuto all’imperatore Ludovico che allora era in Benevento.

Questi inviò in suo aiuto il Prefetto di Amalfi per liberarlo e condurlo  presso il fratello, il Vescovo di Sorrento Stefano, per poi raggiungere Roma, dove ci fu un tentativo di avvelenamento da parte di un congiunto di Sergio II.

Papa Adriano II (867-872) invitò l’imperatore Ludovico a rimettere il Vescovo legittimo alla guida della diocesi napoletana, ma colto da malore Atanasio I, durante il viaggio verso Napoli, scortato dall’imperatore, a Veroli il 15 luglio 872, morì e fu sepolto nell’oratorio di San Quirico, da dove il suo corpo fu traslato in Montecassino. per essere poi trasferito a Napoli dal Vescovo Duca Atanasio II (877-903) ed inumato nell’oratorio di San Gennaro Extra Moenia, accanto al corpo del Vescovo San Giovanni detto “lo scriba”.

Il corpo fu poi trasferito nel duomo di Napoli in un imprecisato giorno del XV secolo e sepolto nella cappella del Salvatore Vetere (9) e le varie ricerche condotte nel corso dei due ultimi secoli per ritrovare i suoi resti mortali, non hanno dato esito positivo.

Probabilmente il trasferimento del corpo di Sant’Atanasio I dall’oratorio di San Gennaro Extra Moenia, nella cappella del Salvatore Vetere nel duomo di Napoli, avvenne quando l’Arcivescovo di Napoli Niccolò de Diano (1412-1435), nel 1414, concesse privilegi e rendite e confermò il luogo come sede del Collegio clericale degli Ebdomadari (cfr. Tino d’Amico, il cartibulum ed il sarcofago strigilato della cappella Capece Galeota del duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com)

Il Loreto riporta il testo della lapide che, a suo dire, doveva coprire il suo sepolcro nella cappella del Salvatore Vetere, ma non dice da dove l’abbia ricavato: HIC JACET CORPUS S. ATHANASII CONFESSOR ET EPISCOPI NEAPOLITANORUM. CAPUT VERO IN THESAURI SACELLO HORIFICE CONDITUR ARGENTEA ATQUE AUREA THECA RECLUSUM.

Testo epigrafico che non è riportato in Neapolitanae Ecclesiae Cathedralis inscriptionum thesaurus, di Franco Strazzullo, pubblicato nel 2000.

La  vicenda terrena di Sant’Atanasio I risulta riassunta nel Martirologio Romano, al 15 luglio: “Neapoli in Campania S. Athanasii ejusdem Civiatis Episcopi, qui ad impio nepote Sergio multa passus ac sede pulsus Verulis confectus aeruminis in provit in coelum tempore caroli calvus”.

Dopo molti secoli, nel 1628, Sant’Atanasio I, già venerato come Compatrono di Napoli, fu annoverato fra i Santi protettori del Regno di Napoli, perchè aveva sofferto, pregato ed operato perchè le terre del sud d’Italia non venisero islamizzate, come l’Africa di San Cipriano e di Sant’Agostino.

La portella ritrae, sulla faccia a vista, Sant’Atanasio I a mezzobusto, nella posizione frontale comune a tre dei quattro pannelli superstiti,  rivestito con i paramenti episcopali.

Il restrostante pannello documenta la traslazione del corpo di Sant’Atanasio I, dalla Abbazia di Montecassino a Napoli, per essere inumato il 13 luglio forse dell’anno 877 nell’atrio della Basilica di San Gennaro Extra Moenia, nell’oratorio del Vescovo Lorenzo (primo quarto dell’VIII secolo circa), accanto al sarcofago del Vescovo San Giovanni IV detto “lo scriba” (838-849 circa) per esser poi trasferito definitivamente in Duomo, nel XIII secolo, come riferisce G. M. Fusconi (9).

1800159_452348898229314_1227640763_oIl Provedi ha rappresentato il trasporto a spalla del feretro, scortato dagli Ebdomadari in cotta, con il particolare copricapo ed il libro nella mano, sussidio per la celebrazione della liturgia delle ore, e pone alla testa del corteo la Croce processionale propria del Collegio Clericale degli Ebdomadari, privilegio concesso anche ad essi, come già al più antico Capitolo Cattedrale e motivo di secolari contese sul diritto di precedenza, durante le solenni processioni

Dalla porta di ingresso all’Abbazia di Montecassino, dove i monaci assistono mesti alla partenza del corteo funebre, consolati e trattenuti dall’Abate sull’uscio, per eviatre che alcuni di essi più facinorosi impedissero la partenza del feretro, a motivo dei numerosi miracoli avvenuti presso la sepoltura del Santo Vescovo, si snoda la processione lungo un sentiero in discesa tagliato fra le rocce, circondato da una folta vegetazione e da piante di olivo e querce e dalle loro cime si affaccia Sant’Atanasio I rivestito delle insegne episcopali, che mostra la strada verso Napoli e il suo gradimento per il ritorno a casa, finalmente, dopo tante peripezie.

L’olivo è simbolo di pace, castità, giustizia, sapienza, rigenerazione; la quercia, di dignità, maestà, forza, tutti tratti caratteristici della vita e dell’episcopato di Sant’Atatasio I.

San Severo.

La successiva portella, quello che chiude la scarabattola d’angolo della lipsanoteca sinistra, ritrae sulla faccia a vista, San Severo, che fu Vescovo di Napoli, secondo la comune cronotassi dal 363 circa al 409 circa, secondo Domenico Ambrasi (S. Severo, un Vescovo di Napoli nell’mminente medio-evo (364-410) – Storia – Arte – Culto – Napoli, 1974) dal 364 al 410: il Gesta Epsicoporum Neapolitanorum redatto fra il VI e il IX secolo, cita Severo presente a Napoli circa nell’anno 393.1781856_452349468229257_1671504962_o

Sono scarse le notizie certe su San Severo e quello che di lui si narra, è la trasposizione nel tempo di verie leggende fiorite sulla sua vita.

Cercherò di rendere quanto certo o comunque documentabile (Cfr. Sergio Mattironi, Sant’Agnello di Napoli, Abate, in: Santi Beati e Testimoni).

Considerando il particolare  periodo storico durante il quale esercitò a Napoli il suo ministero episcopale, immediatamente successivo alla concessione di ogni libertà religiosa ai cristiani , dovette certamente impegnarsi nella predicazione e nella formazione del suo popolo che avvertiva l’ostilità dei non credenti ed era insidiato nella fede dalle eresie, specialmente quella ariana che ben presto da arianesimo teologico, degenerò in arianesimo politico, causando molte persecuzioni anche in Occidente, facendo vittime illustri e fra queste il Vescovo di Napoli San Massimo,   esiliato in Oriente fra il 355 e il 356, dove morì, poco prima che il nuovo imperatore Giuliano l’Apostata decidesse, nel febbraio del 56, il rientro in patria di tutti i Vescovi esiliati.

All’inizio del suo ministero pastorale Severo viaggiò in Oriente e riportò a Napoli i resti mortali del suo predecessore Massimo.

Il viaggio in Oriente fu occasione per condurre a Napoli anche maestranze di formazione e cultura orientale alle quali Severo affidò le sue costruzioni: la Basilica  extramurana, detta di San Severo, nell’area cimiteriale presso la catacomba di San Gaudioso, dove inumò i corpi di San Fortunato e San Massimo; la Basilica urbana con l’abiside “mirabile”, nella zona di Forcella e il Battistero di San Giovanni in  Fonte, riconosciuto come il più antico d’Occidente, costruito secondo una prassi sacramentaria che riprende schemi in uso in Oriente, derivati dalle Catechesi Battesimali e Mistagogiche di San Cirillo di Gerusalemme probabilmente da lui introdotte in Occidente ed utilizzate come testi catechetici

Amico di Sant’Ambrogio incontrato a Capua durante il Concilio Plenario campano del 392, che fu uno dei Concili più importanti per l’Occidende, fatto riunire proprio da San’Ambrogio, a Capua, sede del Consolare della Regione, per risolvere la questione sulla successione delle Sede Episcopale di Antichia  e ribadire la piena comunione con tutti quelli che in Oriente professavano la vera fede, secondo il Simbolo Niceneo-Costantinopolitano, condannando e sconfessando così definitivamente l’arianesimo.

Severo fu anche , amico di San Paolino di Nola, ma anche del pagano Quinto Aurelio Simmaco, con il quale nel rispetto delle proprie libertà religiose intratteneva ottimi rapporti epistolari e amico  dei Vescovi campani, con i quali era in perfetta comunione..

Il Calendario Marmoreo di Napoli alla data del XXVIIII aprile riporta: D (e) P (osizione di S (an) SEVERO V (esco) VO N (ost) RO.

DSC03001bIl retrostante pannello, coglie l’attimo conclusivo della leggendaria resurrezione di un morto,  per scagionarsi da una accusa infamante e salvare la sua famiglia dalla schiavtù per onorare un debito non contratto.

Il Martirologio Romano, al 30 aprile, scrive di San Severo: A Napoli in Campania S. Severi Episcopi, qui inter alia admiranda, mortuum de sepulcro excitavit ad tempus, mendacem creditorem viduae, et pupillorum falsitatis argueret”, episodio leggendario, narrato in una “Vita di San Severo” dell’XI secolo.

Questa la leggenda: Si rivolse al Vescovo Severo, per ottenere giustizia, accompagnata dai figli piccoli, una donna, vedova da qualche tempo, minacciata di essere ridotta in schiavitù insieme alla prole, secondo la legge vigente, fino a quando non avesse interamente onorato un debito contratto dal marito che già in vita aveva  protestato di non essere debitore nei confronti dell’individuo, anch’esso presente dinanzi al Vescovo, che invece si dichiarava   creditore.

Severo, secondo la leggenda, accompagnato dal suo clero e dal popolo, condusse la donna con i piccoli e il presunto creditore, presso la sepoltura dell’uomo e, richiamatolo in vita, lo invitò a sbugiardare quell’individuo, perchè a lui non doveva niente.

Il Provedi tesse il racconto ambientandolo presso una archiettura antica, disegnata in perfetta prospettiva centrale: quello che rimaneva ancora dell’edificio termale della “Regio Furcillensis”, al Carminello ai Mannesi, per intenderci, oppure la scena è ambientata in quello che rimaneva della Basilica Severiana Extra Moenia?

Al centro della scena,  è ritratto da un lato  il Vescovo Severo circondato dal suo clero e dall’altro lato il defunto risuscitato, fuori dal sepolcro, che indica il creditore mendace che atterrito tenta la fuga, trattenuto da un energumeno, che fra la folla assiste all’evento miracoloso.

Sant’Agnello Abate.

DSC02996bIl successivo pannello, quello dell’angolo opposto destro, ritrae Sant’Agnello Abate: dei quattro ritratti questo è forse il più realistico, a figura quasi intera, rivestito dell’abito eremitico, con la caratteristica bandierina crociata.

La fonte più antica che racconti di Agnello, è un Libellus Miraculorum del X secolo, attribuito ad un suddiacono della Chiesa napoletana, un tal Pietro.

Sulla collina di Caponapoli, dove c’erano ancora i resti dell’agorà greca, il Vescovo di Abitina d’Africa, Settimio Celio Gaudioso (+ circa 453), in fuga dal suo paese per l’invasione vandalica, fondò un monastero basiliano che prese il suo nome (il monastero era detto popolarmente “del settimo cielo” o sulla strada “al settimo cielo” per deformazione popolare del nome del suo fandatore, ritratto sull’arcobaleno in una formella marmorea posta sull’ingresso laterale della chiesa…rubata).

Di questo monastero divenne Abate, Agnello, che forse morì fra il 590 e i primi anni del secolo successivo .

Fu annoverato fra i Compatroni di Napoli nel XV secolo: lo si ritrae, come su questo pannello, con la bandierina crociata nella mano destra, ossia con il Vessillo della Croce.

Fra i tanti miracoli operati da Dio per sua intercessione, a favore del popolo bisognoso e nel pericolo, è menzionato il suo intervento in difesa di Napoli durante l’assedio dei Longobardi, nel 581.

In quell’anno, Agnello era certamente ancora in vita, ma pare vivesse nascosto in un eremo fuori Città perchè la fama della sua santità affollava la cella, impedendogli la preghiera.

I longobardi già dalla fine del IV secolo, avevano tentato la espansione territoriale da Benevento verso il mare.

Nel 581 posero l’assedio alla Città ma trovarono notevoli difficoltà nell’espugnarla per le possenti opere murarie costruite in tutta fretta dai bizantini, dopo che la precedente antica murazione era stata distrutta dall’ostrogoto Teia, nel 552 o 553.

Secondo la leggenda, Agnello contribuì in prima persona a fugare i longobardi, apparendo in contemporanea in più punti diversi sulla murazione cittadina, dove più cruenta era la battaglia, ad incitare i napoletani alla difesa.

DSC02997Per la storia: i longobardi non riuscirono ad entrare in Città nemmeno nel successivo tentativo di Arechi di Salerno e Ariulfo di Spoleto, nel 592, grazie all’aiuto nella organizzazione della difesa cittadina del tribuno Costanzo inviato da Papa Gregorio Magno (590 – 604) che tentava di sottrarre alla autorità bizantina la Città: i napoletrani rifiutarono ogni possibile protezione pontificia, optando per la autonomia.

Sulla faccia retrastante della portella, il Provedi ha rappresentato un momento dell’assedio longobardo della Città, ambientando la scena dalla parte della fortezza  presso la chiesa del Carnine, detta “lo sperone”, non esistente ancora al tempo dell’episodio narrato perchè costruita sul mare alla fine del XIV secolo.

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Napoli – La murazione angioino-aragonese dalla parte della porta del Carmine così come appariva nel ‘500, quando Pietro Provedi realizzò le portelle.

Essa fu  demolita definitivamente nei primi anni del ‘900 e il pannello, confrontato con le immagini superstiti del luogo, fotografa la murazione cittadina come appariva alla fine del ‘500.

Ponendo sapientemente in primo piano i longobardi, atterriti dalla apparizione improvvisa su una nube di Sant’Agnello con il Vessilo della Croce,  accompagnato da Angeli in armi, pone nei secondi piani  scene degradanti di battaglia con sullo sfondo, tratti della murazionela cupola della chiesa del Carmine e parte del suo campanile, ma non quello di Fra’ Nuvolo e più oltre fra le case si intravvede la cupola della chiesa di San Pietro Martire.

Fa da collegamento fra  cielo e terra l’asta di una bandiera che dalle mura cittadine sembra volere penetrare la nube per confermare la tempestività e la concretezza dell’intervento divino  nella battaglia, raccordando il trascendente con il concreto.

Sant’Eufebio.

1920510_452348604896010_1446542622_nSulla faccia a vista della quarta portella è rappresentato Sant’Eufebio nella posizione comune per i Santi Vescovi ritratti nella altre due precedenti, mentre la parte retrostante del pannello l’apparizione miracola di Sant’Eufebio, morto da tempo, che celebra Messa nel suo Oratorio catacombale.

Il Calendario Marmoreo di Napoli, compilato nel IX secolo, riporta: M(ese) MAGGIO – G(iorni) XXXI…….al XXIII DEP(osizione) di S(ant’) EFEBO V(esco)VO.

Il Chronicon Episcoporum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, di Giovanni Diacono (il Codice latino Vaticano 5007), dice di Sant’Eufebio: “Ephebus Epiuscopus pulcher corpore, pulcherior mente, plebi Dei sanctissimus praefuit, et fideliter ministravit”.

Il Vescovo Eufebio è citato anche nel Catalogo detto Bianchiniano del X secolo e il secondo volume dei Prolegomeni alle vite dei Sommi Pontefici, di Anastasio Bibliotecario (815 – 878), antipapa nell’855, perdonato e riammesso come bibliotecario vaticano nell’877, di lui fornisce il tempo del governo episcopale ma, la cronotassi vescovile napoletana, relativamente ai primi secoli del cristianesimo a Napoli è imprecisa e molti nomi di Vescovi appaiono leggendari, come il tempo del loro servizio episcopale: “Euphebi sedit annos VIII. Fuit temporibus Cornelii, Licii, Stephani Papae; et Decii, et Galli, et Velusiani, et Emiliani, etr Valeriani, et Galleni Imp.”, assegnandoli come tempo del servizio episcopale, quello compreso fra il 251 e il 257.

Dal citato Chronicon apprendiamo anche che per le invasioni barbariche, il suo corpo, dalla primitiva sepoltura presso la catacomba che da lui porta il nome,  fu traslato nella Basilica detta Stefanìa.

La cronotassi vescovile napoletana, per i primi secoli è imprecisa e molti nomi di Vescovi appaiono imprecisi e attribuiti a personaggi anche leggendari, come il tempo del loro servizio episcopale, certo è che intorno alla primitiva sepoltura di Eufebio presso la catacomba si sviluppò un culto che riprese dopo la traslazione dei suoi resti dalla Stefanìa, pare nel IX secolo, culto che continuò nel tempo e rifiorì con l’arrivo dei Cappuccini nella prima metà del ‘500, che costruirono sulla catacomba il loro primo convento napoletano.

I documenti citati, sono unanimamente riconosciuti come probanti della reale esistenza di Eufebio, o Efebo, o Efremo, deformazione popolare del suo nome.

Quel poco che ci permette di ricostruire la sua esperienza terrena è sempre derivato dalle leggende fiorite nel tempo.

Nel IV secolo, furono sepolti nella catacomba anche i corpi dei Vescovi Fortunato (menzionato nel 342/344), Massimo (menzionato nel 355) e nel secolo successivo anche quello di Orso (circa 393 circa 431), i primi due immediatamente successori di Eufebio sulla Cattedra Episcopale di Napoli, secondo la comune cronotassi.

Anche i corpi di Fortunato e Massimo furono traslati nella Stefanìa e ritornarono nella catacomba dopo il 1283, in esecuzione di un decreto di Carlo II d’Angiò che stabiliva una diversa collocazione di tutti i defunti, Vescovi o no, inumati nella Basilica Stefanìa, dovendosi diroccare l’edificio per fare posto al nuovo duomo.

Quando nel 1589 furono ritrovati i corpi di Eufebio, Fortunato, Massimo ed Orso dal Provinciale dei Cappuccini napoletani Evangelista da Lecce, i corpi dei primi tre furono rinvenuti in due distinti contenitori nell’Altare dell’oratorio sulla catacomba: in una cassa furono trovati i resti mortali di due individui che una lamella plumbea autenticava come i corpi di Fortunato ed Massimo.

Napoli – Chiesa catacombale di Sant’Efremo (Efebo) Vecchio de’ Cappuccini di Napoli – Altare Maggiore, la fenestrella confessionis delle reliquie di Sant’Efebo, San Fortunato e San Massimo.

Nell’altra invece fu rinvenuto solo il corpo di Efebo, mentre quello di Orso era in una sepoltura discosta dall’Altare.

I Cappuccini volevano trasferire le reliquie del corpo di uno dei tre Santi  nella chiesa del loro nuovo convento della Concezione (Sant’Eframo Nuovo), nella zona detta “della Salute” , e chiesero al Nunzio Apostolico di Napoli Alessandro Gloriero di presentare la loro istanza al Papa Sisto V (1585-1590) per le necessarie autorizzazioni.

Una notte, però, il Pontefice sognò i Santi Vescovi Fortunato e Massimo che lo invitavano a non adoperarsi perché i loro corpi fossero separati, giacendo insieme da 800 anni nell’unica sepoltura.

Fu così che rimasero nella stessa cassetta i resti mortali di San Fortunato e San Massimo e in un’altra quelli di sant’Efebo e riposte entrambe nel nuovo Altare della chiesetta conventuale presso la catacomba

Chi riporta la storia parla di 800 anni di comune sepoltura in uno stesso contenitore dei corpi di Fortunato ed Eufebio, ma certamente non conosceva la vicenda della traslazione delle reliquie nella Stefania nel IX secolo, reliquie deposte in due differenti luoghi (cfr. Tino d’Amico, il Cartibulum e il sarcofago strigilato della cappella Capece-Galeota del duomo di Napoli, in: tinodamico.wordpress.com) e il ritorno delle reliquie  dopo il 1283 nella catacomba: forse fu allora che i resti mortali di Fortunato e Massimo furono posti insieme in un unico contenitore, provvisoriamente, per la traslazione, e non potendo più procedere ad una separazione e  certa attribuzione dei resti, essi rimasero inumati insieme (cfr. Antonio Bellucci, la catacomba di Sant’Eufebio presso il convento Cappuccini di Napoli, – Edizioone a cura di Fiorenzo Mastroianni in: quaderni storici dei Cappuccini di Napoli, Napoli 2001.

Il Cappuccino Padre Fiorenzo Mastroianni, ha composto, un sonetto per giustificare l’eterno abbraccio dei due Santi i cui corpi sono contenuti nello stesso fonticolo:

 Il Libellus Miraculorum Sancti Euphebi, atribuita dal Mazzocchi ad un autore del XIII secolo  riporta la storia del miracolo rappresentato sulla faccia interna della portella dedicata a Sant’Eufebio: il Provedi rappresenta il Santo che morto secoli addietro, appare per celebrare il Divino Sacrificio mentre un gruppo di Angeli Musicanti, si affaccia da una nuvola, ed altri Angeli torciferi sono in adorazione, e  partecipano alla Celebrazione Eucaristica ed altri Angeli lo assistono mentre, celebra in paramenti episcopali.

Questa la storia: un sacerdote andava quotidianamente all’oratorio di Sant’Eufebio presso la catacomba, per celebrare Messa.

Il chierico che lo assisteva nella celebrazione, un giorno si recò per tempo  all’oratorio per preparare l’occorrente per la Santa Messa, e  notò che da uno spiraglio del portone e dalla fenestrella laterale dell’edificio, fuoriusciva copioso fumo di incenso.

DSC02994Essendo la porta ancora chiusa con l’unica chiave in possesso del sacerdote e a lui affidata per accedere nella cappella e preparare per la Santa Messa, prima di aprire la porta, spiò  attraverso la toppa della serratura, e vide la chiesetta inondata di luce ed un Sacerdote in paramenti episcopali che pontificava circondato da Angeli.

L’episodio riportato nel Libellus, illustrato dal Provedi sulla portella di sant’Eufebio.  è narrato anche il un raro opuscolo del 1525 intitolato: Officium Santi Januarii Episcopi una cum officio Santi Athanasii, Anelli, Aspreni, Agrippini, Eufebi et Severi nec non cum officio Sanctae Restitura et Candida unuquam ante impressum: Et cautum est privilegio ac excommunicationis late sententia ne quis per decennium imprimere audeat…Explicit officium sanctorum – ac protectorum civitatis parthenope. Jmpressum Neapoli Anno Domini. M.CCCCC.XXV  Die XV. mensis decembris. Laus Deo…

L’opuscolo del 1525, riferisce l’archeologo Sac. A. Bellucci, al foglio 61, incomincia l’ufficio In festa Sancti Euphebi Episcopi et confessori e la lezione quarta e quinta racconta della apparizione di Sant’Eufebio moltissimi anni dopo la sua morte nell’oratorio della catacomba per celebrarvi Messa.

Lo stesso episodio è riportato da Mons. Paolo Regio, Vescovo di Vico Equense, che racconta di Sant’Eufebio nella sua opera Le vite de Sette Santi Protettori della Citta di Napoli descritte dal Regio – Napoli, Giuseppe Cacchi, 1573, ristanpato nel 1579.

Pietro Provedi.

Ritengo che il citato Officium costituisca la traccia offerta al Provedi dalla commitenza, il Capitolo Cattedrale di Napoli, per la realizzazione dei Pannelli dei compatroni: il Tesoro Vecchio, prima della fondazione della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro, nella seconda metà del ‘600 era governato dal Capitolo Cattedrale napoletano.

Pietro Provedi, o Provechi, nacque a Siena nel 1562 e morì a Napoli nel 1623.

Quasi nulla si conosce sulla sua formazione artistica: fu incisore di metalli e poi intagliatore di legnami, attività che certamente apprese presso qualche bottega senese o fiorentina, dove il manierismo, svincolandosi da ogni riferimento ai grandi artisti del rinascimento, riconosceva alle nuove emergenze, la abilità artistica, supportata da una cultura eclettica, da una formazione universale anche profondamente religiosa e da un comportamento etico-sociale che consentiva loro di rapportarsi con la nuova committenza, non solo ecclesiastica.

A Napoli entrò in contatto con una delle tante botteghe di intagliatori, impegnate tra cinquecento e seicento, nella produzione di manufatti che ancora oggi appare difficile attribuire certamente ad una o all’altra di esse e tracciare collegamenti tra nomi ed opere: Le numerose botteghe dedite all’intaglio, erano dotate di un capo bottega a cui venivano intestati i contratti e di numerosi collaboratori che eseguivano il lavoro, aiutati da altri maestri spesso dello stesso nucleo familiare, per cui risulta impossibile assegnare la paternità di un manufatto ad uno piuttosto che ad un altro artigiano, pur assegnando certamente ad una bottega la paternità di un progetto.

Spesso solo procedendo per analogia, è possibile  individuare la bottega di appartenenza dei gruppi di artigiani impegnati nello stesso luogo nella realizzazione di uno stesso progetto, anche quando i singoli elementi sono recuperati  avulsi dal contesto originario.

Delle quattro portelle lignee superstiti è certa la paternità per la presenza di polizze di pagamento intestate al Provedi, ma niente ci consente di individuare la bottega di formazione dell’intagliatore, nè se operasse in autonomia o legato ad un gruppo di artigiani.

Procedendo per analogia, confrontando la stesura delle varie opere certamente attribuite, è possibile in qualche modo legare la sua attività al Tortelli.

La bottega di Benvenuto Tortelli, menzionata attiva fra il 1558 e il 1591,  fu una delle più fiorenti; in essa si formarono Giovanni Battista Vigilante, intagliatore di cui si hanno notizie fra il 1579 e il 1598 e Nunzio Ferrario che fu attivo a Napoli fra il XVI e il XVII secolo, ed era impegnata nella realizzazione in luoghi diversi, di molti progetti che richiedevano la collaborazione di esperti disegnatori e abili intagliatori che gravitavano nella bottega stessa, creando una fitta rete di collaborazioni, risolta con artigiani legati anche da stretti rapporti di parentela, amicizie, discepolato, concorrenze, associazionismo, che trovarono poi nei cantieri napoletani della controriforma sostenuti dagli ordini religiosi,  importanti commesse, non solo a Napoli.

Non è da escludere la probabile collaborazione del Provedi, nei primi anni della sua presenza a Napoli,  anche nella  bottega dei Mollica, considerando il successivo sodalizio artistico proprio con i Mollica durante la costruzione e decorazione della chiesa del Gesù Nuovo, durante il primo quarto del ‘600 e la particolare richiesta proprio ai Mollica, inizialmente,  e poi ad altre botteghe, di manufatti realizzati sotto la sua direzione e supervisione, anche per la provincia gesuitica sarda,  intagliati, colorati, indorati, sgraffiati e decorati anche ad estofado, sviluppando e favorendo un proficuo commercio fra Napoli, e  i vari centri del Mediterraneo.

L’ambiente artistico napoletano del primo ‘500 era dominato da due personalità: Girolamo Santacroce (fine del 400 – 1537) allievo e collaboratore dell’Ordonez (1490 circa -1520 circa) e Giovanni da Nola (1478 -1559).

Quest’ultimo iniziò la sua attività di intagliatore del legno, nella bottega di Pietro Belverte (prima metà del ‘500) per poi entrare in contatto con i Malvito, impegnati ancora nella realizzazione della cappella del Succorpo del duomo napoletano.

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Napoli – Basilica della Santissima  Annunziata – La sacrestia.

Gli anni compresi fra il 1540 e il 1570 furono monopolizzati nel campo della scultura dalla bottega di Giovanni da Nola e  di  Annibale Caccavello dove Salvatore Caccavello, figlio o omonimo collaboratore, nel 1571 era impegnato con  Girolamo D’auria (1577-1620) e Nunzio Ferrario, nella Sacrestia della Basilica della Santissima Annunziata.

Ma a Napoli era già presente il Vasari intorno al 1544 e Pietro Bernini, attivo a Napoli, nel duomo, nella Cappella Brancaccio, che proponeva i canoni del manierismo, come reazione all’armonia, all’ordine e alla perfezione del XV secolo.

Il manierismo si caratterizzò con una pragmatica ricerca di virtuosismo stilistico ed eleganza formale, abbandonando l’equilibrio rinascimentale, privilegiando piuttosto la complessità, la drammaticità, il movimento, elementi già presenti nelle opere dei maestri del rinascimento.

Girolamo D’Auria (1566 – 1621), che fra il 1586 e il 1590, esegue nel duomo di Napoli il sepolcro di Giovan Battista Capece – Minutolo, ed intaglia fra il 1577 e il 1579 nella sacrestia della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore di Napoli, gli armadi con bassorilievi rappresentanti scene del Vecchio e del Nuovo Testamento con profeti e santi, lavoro poi continuato servendosi della collaborazione di altri artigiani e scolari della bottega di Giovanni da Nola (1478 – 1559).

Di alcuni di essi conosciamo i nomi, Salvatore Caccavello  e Nunzio Ferrario (1578-1604), artisti già gravitanti nell’orbita della bottega del Tortelli.

Colpisce l’analogia dell’intaglio, della composizione, del discorso narrativo, del disegno delle architetture del Provedi, nei suoi pannelli per il tesoro del duomo di Napoli, con alcuni intagli della Sacrestia della Santissima Annunziata.

Anche se non è possibile ricostruire il percorso artistico del Provedi e la storia della commessa delle portelle per il tesoro vecchio del duomo napoletano, emerge la possibile traccia di un cammino che lo conduce all’interno del duomo di Napoli, attraverso  una sua  probabile collaborazione con il D’Auria nella realizzazione del monumento Capece-Minutolo,  e poi nella Sacrestia della Santissima Annunziata.

Nel 1604 il Provedi entrò a far parte dell’Ordine dei Gesuiti, ma certamente fin dal 1601, dimorava come novizio nella primitiva Residenza dell’Ordine, infatti in quegli anni risulta già collaboratore con il Valeriano nella  costruzione del  Gesù Nuovo.

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Napoli – Chiesa del Gesù nuovo – Interno

Nel 1613 fu scelto come architetto della Compagnia di Gesù nella Provincia napoletana e progettò chiese e Residenze per l’Ordine nell’Italia Meridionale: la chiesa napoletana del Gesù Vecchio, suo capolavoro,  che per tutto il ‘600 fu modello per i primi edifici barocchi di Napoli; la chiesa del Santissimo Rosario, a Paola; la chiesa di Gesù e Maria a Castellammare di Stabia; il complesso del Carminello al mercato di Napoli e collaborò negli ampliamenti e ricostruzione di altri edifici della Provincia, ma il suo maggiore impegno, fino alla morte avvenuta nel 1623, fu la chiesa del Gesù Nuovo.

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Napoli – Basilica del Gesù vecchio – Interno.

Scultore pressochè ignorato dalla storiografia a proposito della sua indiscutibile maestria nell’intagliare il legno, che emerge dalle portelle oggetto di questa analisi il Provedi, apprezzato invece come architetto gesuita, ebbe il merito di aprire già in pieno manierismo verso l’esplosione del barocco napoletano.

Se le portelle sono le uniche opere superstiti della sua produzione dell’intaglio, emerge da esse la sua tendenza verso una maniera tenera, verso una forma elegante e mossa, fresca, , visionaria  e fantasiosa che conferisce alla superficie trattata un palpabile impatto emozionale.

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DOCUMENTI – NOTE – DISCUSSIONI

1 –  La basilica gemina della costantiniana Cattedrale napoletana intitolata inizialmente ai Santi Apostoli, poi al Salvatore e a partire dal VII-VIII secolo detta di Santa Restituta, la Stefania, anch’essa intitolata al Salvatore, costruita da Stefano I, Vescovo di Napoli (496 -?); fu distrutta da un incendio e ricostruita, fu nuovamente distrutta da un secondo incendio e ricostruita dal Duca e Vescovo di Napoli Stefano II (756-789). Essa era separata dalla basilica costantiniana, dal Vicus S. Laurentii ad Fontes (un tratto è stato riportato alla luce negli anni ’70 del passato secolo) e  costituiva la strada di accesso alla cittadella episcopale napoletana, con l’ingresso difeso da una torre di epoca romana su i cui resti fu poi costruita e ricostruita l’attuale “torre campanaria”, ed andava ad occupare quasi interamente l’area dell’attuale transetto del duomo angioino (cfr. Tino d’Amico, L’intradosso ogivale del corridoio sottostante l’antico campanile del duomo di Napoli, a scavalco del Vicus S.Laurentii ad Fontes, in: tinodamico.wordpress.com)

2 –  La presenza nell’oratorio della suppellettile sacra preziosa, e dei paramenti liturgici preziosi, ha indotto qualcuno a considerare la possibilità che il luogo fosse anche la sagrestia del  duomo angioino. Ipotesi che non trova fondamento, perché l’oratorio è posto al primo livello della torre non facilmente accedibile e oltremodo scomodo per consentire lo snodarsi di una lunga “processione di ingresso” in Chiesa, discendendo attraverso una precaria scala a lumaca, processione composta per la maggior parte da preti anziani. Essendo la Basilica costantiniana detta di Santa Restituta sede del Capitolo Cattedrale ed essa stessa sede della Cattedra del Vescovo, ignorano forse costoro, quanto prescrive il rituale che prevede che il Vescovo venga rivestito dei paramenti liturgici e munito delle sue insegne, sedendo sul faldistorio, dando inizio cosi, da liturgo, dalla sua sede episcopale, alle  solenni funzioni e disponendo l’inizio dell’ingresso processionale del clero, dei preti mansionari e dei canonici capitolari verso il maggiore Altare, che nel  nuovo duomo napoletano, in antico era, al centro del transetto. II Vescovo attraversava per intero lo spazio della navata centrale e raggiungeva il dossello realizzato dall’Arcivescovo Bernard III di Rodez (1368-1379), spazio sacro che fu poi occupato dal coro ligneo, realizzato al tempo dell’Arcivescovo Cardinale Decio Carafa (1613-1626) (il coro antico, era posto di fronte al dossello, tra il secondo e terzo intercolumnio) e,  dopo avere baciato e incensato l’Altare immagine di Cristo, che è Sacerdote, Vittima e Altare, raggiungeva il trono. La sagrestia dopo il terremoto del 1456, e fino alla trasformazione della  cappella di San Ludovico nella attuale sagrestia maggiore, dall’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595), dopo il 1581, fu la  cappella di San Lorenzo, o di San Paolo de Humbertis, dove si paravano i sacerdoti, per le funzioni non presiedute dal Vescovo, precedentemente, a mio avviso, era  quell’ambiente poi trasformato in “cappella sepolcrale” dei Filomarino e tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 nella attuale cappella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di N.S.G.C.. L’ambiente forse, fu utilizzato per sagrestia prima del disastroso terremoto del 1456, quando crollarono con la torre scalare anche considerevoli tratti delle pareti dell’edificio per poi divenire “cappella sepolcrale” dei Filomarino, quando costoro cedettero la loro antica cappella di patronato, aperta sulla navatella di Sant’Aspreno, per fare posto alla costruenda nuova Cappella del Tesoro, quando già era in funzione la nuova sagrestia (cfr. Tino d’Amico, L’Albero di Jesse del duomo di Napoli….in: tinodamico.wordpress.com).

3 –  Patrona Principale della città di Napoli, è la Santissima Vergine Maria Assunta, che appare sempre effiggiata al centro nelle immagini dei Santi Compatroni. Compatrono Principale è il Megalomartire San Gennaro, al quale furono affiancati sei Compatroni minori: I Santi Vescovi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Sant’Agnello Abate. Mons. Franco Strazzullo in: San Gennaro “Defensor Civitatis” e il voto del 1577, Napoli, 1987, citando il Calendario Lotteriano del XIII secolo, fa notare che prima del XV secolo, i Compatroni di Napoli erano di numero inferiore, e l’Officium Sanctorum ac Protectorum Civitatis Partenopae, redatto fra il 1512 e il 1525, riporta i nomi di solo quattro di essi: Aspreno, Agrippino, Gennaro, Atanasio I, che sono chiamati Defensor apud Deum e non sono nominati come tali Eufebio, Severo e Agnello. Nel Calendario Lotteriano  redatto fra il 1294 e il 1310, Strazzullo nota che sono menzionati come Patroni di Napoli solo San Gennaro e sant’Agrippino. Ma già nel 1500, fa notare come nel soffitto della cappella Carafa nel Duomo di Napoli, le formelle marmoree che rappresentano i Compatroni, ritraggono con San Gennaro, anche i Santi Aspreno, Agrippino, Eufebio, Severo, Atanasio I e Agnello ed evidenzia che gli stessi Santi sono stati tutti e sette effigiati negli sportelli dell’antico organo del Duomo, dipinti dal Vasari (1511-1574). E lo stesso artista poi, nel suo Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti italiani, da Cimabue ai tempi nostri, del 1550, parlando del lavoro eseguito, dichiara di avere dipinto per il Duomo di Napoli, solo quattro compatroni. Probabilmente in antico, i Compatroni principali di Napoli erano soltanto due, San Gennaro e sant’Agrippino, come risulta dal Liber Pontificalis Ecclesiae Neapolitanae, redatto nel IX secolo e come risulta da un documento del 1183 del Vescovo Sergio IV (1168-1192), ad essi si affiancarono altri Santi protettori della città, ma non come Compatroni. Gli sportelli scolpiti da Pietro Provedi e sistemati all’interno dell’oratorio di San Gennaro, nel 1586, oggetto di questo studio, riportano, i quattro  sportelli superstiti riutilizzati per chiudere quattro scarabattole della cappella delle reliquie del Duomo di Npoli nel 1891,  le immagini di Sant’Atanasio I, Sant’Eufebio, Sant’Agnello Abate e San Severo, e sul retro episodi agiografici degli stessi; due certamente riportavano le immagini di sant’Aspreno e Sant’Agrippino, andati distrutti, forse durante l’incendio all’interno della sacrestia maggiore, durante un furto di arredi sacri preziosi nel corso di uno dei tanti restauri dell’ambiente al tempo dell’Arcivescovo Francesco Pignatelli, degli altri due non conosciamo chi fossero i Santi ritratti probabilmente rappresentavano uno San Gennaro e l’altro il reliquiario del Sangue. Il mobile d’argento che conteneva il busto e il reliquiario, realizzato da Carlo II d’Angiò, andò perduto probabilmente durante il disastroso terremoto del 1456. Agli antichi compatroni furono affiancati, a partire dalla seconda metà del ‘600, da altri Santi Compatroni minori: San Tommaso d’Aquino, Sant’Andrea Avellino, Santa Patrizia, San Francesco di Paola, San Domenico, San Giacomo della Marca, San Francesco Saverio, Santa Teresa d’Avila, Sant’Antonio di Padova, San Filippo Neri, San Gaetano, San Severo, già venerato come Compatrono, ma non ancora inserito nell’elenco ufficiale, San Nicola, San Gregorio Armeno, Santa Chiara, San Biagio, San Pietro Martire, San Giuseppe, San Michele Arcangelo, San Francesco d’Assisi, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, san Giovanni Battista, San Francesco Borgia, Santa Candida Minore, Santa Maria Egiziaca. Nel ‘700 se ne aggiunsero altri: Sant’Antonio Abate, Sant’Ignazio de Loyola, Santa Maria Maddalena Penitente, Sant’Irene, Sant’Emidio, San Raffaele Arcangelo. Altri ancora nell’800: Sant’Anna, San Luigi Gonzaga, Sant’Agostino, San Vincenzo Ferrer, Sant’Alfonso Maria de’ Liguoiri, San Francesco Caracciolo, San Francesco de Geronimo, San Giovanni Giuseppe della Croce, San Pasquale Baylon, San Rocco, San Gioacchino. E finalmente nel ‘900: Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, Santa Lucia, Santa Gertrude, Santa Rita.

4  –  San Giacomo della Marca (1394-1476) nel “Sernone de Antichristo” descrive il terremoto del 1456, raccontando che diroccò quasi interamente il torrione e caddero a terra le reliquie dei Santi conservate nell’oratorio e le ampolle con il sangue di San Gennaro, trovato duro come pietra, furono miracolosamente recuperate intatte. E nel “Sermone de adventu turcorum” parla delle distruzioni operate nel Regno di Napoli dal terremoto e ancora del crollo del torrione del Duomo, che conteneva la reliquie dei Santi e la suppellettile sacra (cfr. codice 46bis, Archivio Municipale di Monteprandone). I danni alla torre del Tesoro vecchio per il terremoto  sono documentati anche da Angelo di Costanzo, (p.341; Ar. S.P.N., X, pp. 350-358) “1456, 4 dicembreSuccesse poi l’anno 1456, nel quale fu per tutto il Regno un terremoto più orrendo che fosse stato mai per molti secoli, perché caddero molte cittadi…e molte castella per diverse province del Regno, e cadde in Napoli l’arcivescovato”. La cronaca di Notar Giacomo include fra i danni “la torre dello Episcopato dove era el sangue del glorioso sancto Iennaro et miraculose foro trovati due travi sopra le carafelle dove non patero lesione alcuna (Cronaca di Napoli di Notar Giacomo, P. 97). (Strazzullo op.cit).

5  –  I pilastri della navata furono restaurati e parzialmente ricostruiti con il contributo delle famiglie nobili dei Sedili di Napoli che apposero in cima ad ognuno di essi il proprio stemma: i pilastri del lato sinistro della navata, recano gli stemmi delle famiglie Del Balzo, Capece-Zurlo, Pignatelli, Capece-Piscicelli, Orsini, Orsini, Caracciolo Pisquizy; quelli del lato destro della navata, recano gli stemmi delle famiglie Dura, del Balzo, Abrano, Baraballo, Orsini, Orsini. Il settimo pilastro, quello accanto al dossello del trono vescovile, non porta insegna nobiliare, perché restaurato con il contributo popolare.Gli stemmi del Pontefice, dell’Aragonese e del Carafa furono posti sulla ricostruita  facciata del Duomo: furono rimossi al tempo della realizzazione della attuale ottocentesca facciata e murati sull’ingresso secondario dalla parte di piazza Cardinale Sisto Riario Sforza.

6  –  La Tavola Strozzi, dipinta forse da Francesco Rosselli, così chiamata perchè rinvenuta a Firenze in palazzo Strozzi nel 1901, rappresenta secondo alcuni critici, il trionfo di Ferrante d’Aragona dopo la battaglia al largo di Ischia, contro Giovanni d’Angiò, pretendente al trono di Napoli, del 7 luglio 1465, secondo altri rappresenta un trionfo navale organizzato per omaggiare Lorezo de’ Medici giunto a Napoli nel 1479 per stipulare un trattato di pace con Ferrante d’Aragona, grazie alla mediazione di Filippo Strozzi detto il Vecchio. Era in origine la spalliera di un letto, disegnato probabilmente da Benedetto da Maiano e datato 1472-1473. Fa da sfondo una veduta della città di Napoli dal mare, a volo d’uccello, e mostra molti edifici ricostruiti dopo il terremoto del 1456, e fra questi il ricostruito Duomo. La citata Cronica di Notar Giacomo, manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli, narra fatti avvenuti a Napoli e nel Regno di Napoli dal tempo dei romani al 1511. La sua redazione è compresa fra il XV e il XVI secolo e ne è probabile autore un tal Notar Giacomo della Morte, ancora vivo certamente nel 1524.

6  –  La Cappella del Tesoro di San Gennaro, è il particolare risultato di un voto fatto dai napoletani  in un particolare momento storico ricco di eventi tragici. Nel 1527 la guerra, la peste e la carestia mietevano vittime a migliaia: il 13 gennaio di quell’anno, anniversario della traslazione delle reliquie di San Gennaro  in Città da Montevergine (13 gennaio 1497) i napoletani fecero voto di costruire al Santo Patrono Gennaro una nuova e più bella cappella per contenere le sue reliquie ed invocarono per suo tramite la Divina Misericordia perché la Città e il Regno fessero liberati dalla peste, dalla guerra e dalla carestia. Il voto fu solennemente sottoscritto dagli Eletti della Città, con pubblico strumento rogato per Notar Vinvenzo de’ Rossis, davanti all’Altare maggiore del Duomo. Riporto il testo integrale del rogito: “Die XIII Januarii 1527, Neapoli. In maiori Ecclesia Neapolitana coram nobis constitutis magnificis dominis Elettis Civitatis Neapolitanae quiu, moti fervore devotionis, promettono et fanno voto donare dell denari pubblici di questa Città ducati undecimillia, videlicet mille d’oro per lo Tabernacolo della Ven. Eucharistia et Sacramento et dieci millia altri per lo Sacello da riponere lo reliquiario del Beato Januario Protettore di questa Città acciò che interceda avanti lo cospetto de Dio per la liberatione dalla pestre di questa Citta.” . Seguono le firme dei rappresentanti dei cinque Sedili Nobili ( Capuano, Nido, Montagna, Portanova e Porto), più il rappresentante del Sedile del Popolo. Raccolta una ingente somma di danaro, l’8 giugno 1608 fu posta la prima pietra per l’erezione della nuova Cappella del Tesoro con una Bolla di fondazione di Papa Paolo V (1605-1621) e un breve di Papa Urbano VIII (1623-1644) che confermò il patrocinio laico della cappella stessa. Si raccolsero 500.000 scudi, contro i previsti 10.000 e i lavori furono ultimati nel 1646.

7  –  La Cappella Reale, fu fondata da Carlo II d’Angiò (1248-1309), re di Napoli dal 1285, mentre erano ancora in corso i lavori per la costruzione del Duomo e destinata ad accogliere le salme degli angioini di Napoli, che in attesa di una definitiva sistemazione, giacevano ancora in sepolture provvisorie. Adiacente al Duomo, assolutamente indipendente da esso, accedibile solo dall’esterno, fu intitolata a San Ludovico d’Angiò, nato a Nocera (Sa) nel 1274, frate francescano, consacrato Vescovo di Tolosa da Papa  Bonifacio VIII, a 22 anni, morto a Chateau de Brignoles nel 1297, sepolto a Marsiglia, canonizzato da Papa Giovanni XXII nel 1317, secondogenito del re Carlo II (il primogenito Carlo Martello, morì nel 1295 di peste; per successione la corona del Regno spettava a Ludovico, ma questi, prendendo l’abito francescano, rinunciò ad ogni diritto di successione in favore del fratello Roberto). Il terremoto del 1456 danneggiò gravemente la Cappella Reale, affrescata da Giotto, che rimase impraticabile per circa un secolo. L’Arcivescovo Annibale Di Capua (1578-1595), fece trasformare la diroccata Cappella Reale in sacrestia del Duomo, aprendo l’attuale ingresso sul braccio destro del transetto e murando l’antico ingresso dalla corte interna del complesso degli edifici episcopali, nel 1581, ponendo interamente, davanti ad esso il grande stipo di castagno, per contenere i paramenti sacri, ancora in uso, e fece costruire, adiacente ad essa la cappella della Madonna “del pozzo”, il retro sacrestia, dove si costruì anche l’elegante sepolcro. La lapide sepolcrale chiarisce la destinazione d’uso per cui fu realizzata la cappellina: come luogo per la sua sepoltura e luogo per pararsi da parte dei Vescovi, dei Canonici, dei Sacerdoti, prima di andare a celebrare Messa. La cappella fu intitolata alla Madonna “del pozzo”, Titolo che era di una antica cappella “…posta in lo tenimento di Capuana, et proprio quando si cammina da “puzzo bianco”…per andare a Santi Apostoli a mano destra…” (cfr. P. Di Stefano, Descrizione de’ luoghi sacri della città di Napoli, Napoli, 1560; cfr. anche C.Celano,  Notizie del bello, dell’antico, del curioso….Napoli IIIa ediz. 1758).  Lo spazio antistante l’antico palazzo arcivescovile era chiamato “pozzo bianco”, perché c’era un pozzo pubblico ornato di marmi bianchi. Il vicolo incidente sul piccolo largo e indicato come Vicolo Loffredo era intersecato da un altro vicolo detto Vico Filomarino perché lungo di esso questa famiglia possedeva case, un giardino e una cappelletta intitolata alla Madonna “del pozzo” ,perché nei pressi del “pozzo bianco”, proprietà che furono vendute nel 1531 alla famiglia di Capua, che a sua volte le rivendette nel 1554 ai Galluccio. La chiesetta fu diroccata per far posto alla ristrutturanda chiesa dei Santi Apostoli  affidata ai Padri Teatini nel 1530, e dal 1581 al costruendo convento dell’Ordine. Dopo questa data il Titolo e i benefici della cappelletta furono trasferiti alla cappella del retro-sacrestia dall’Arcivecovo Annibale di Capua, perché sia l’uno che gli altri non andassero perduti. Sull’Altare della cappella fu posto un quadro di Silvestro Buono (?-1480), forse l’antica immagine venerata nella cappelletta della Madonna “del pozzo” andato comunque perduto.

Napoli – Duomo – Sagrestia maggiore – Il lavabo.

La attuale sagrestia  è frutto di un successivo lavoro di restauro promosso dal Cardinale Francesco Pignatrelli Arcivescovo di Napoli (1703-1734), conseguente ad un disastroso terremoto che provocò numerosi dissesti e crolli alle absidi del duomo e al transetto, verificatosi il 29 novembre 1732. La cappellina della Madonna “del pozzo”  è un susseguirsi di tre ambienti: il luogo del lavabo e altri due ambienti intercomunicanti, il primo come luogo per il monumento sepolcrale dell’Arcivescovo Di Capua ed il secondo coperto da una elegante cupoletta.

8  –  Cfr. Tino d’Amico, Op. Cit. – Vedi anche Ennio Moscarella, S. Atanasio Vescovo di Napoli, in: Il Rievocatore, n.11-12 1972

9  –  Secondo G. M. Fusconi (Cfr. G.M. Fusconi, Sant’Atanasio Vescovo in Santi, Beati e Testimoni) nel secolo XIII le reliquie del corpo di Sant’Atanasio furono traslate nella Cattedrale e poste sotto l’Altare della Cappella del Santissimo Salvatore. Motizia imprecisa: nel secolo XIII il Duomo di Napoli e la Cappella del Santissimo Salvatore non esistevano ancora; la costruzione dell’edificio angioino iniziò dopo il 1283 e fu inaugurato nella prima metà del 1300, nel secolo XIV quindi, dopo crolli interni dovuti al collassamento delle strutture per l’utilizzo di materiali scadenti ed un terremoto. La realizzazione della Cappella intitolata fin dal tempo della fondazione dell’edificio al Salvatore Vetere (Cfr. Tino d’Amico, Il cartibulum.. op.cit.) è di questo periodo, anche se risulta la più antica, con quella opposta lateralmente all’abside, di Sant’Aspreno, escludendo la presistente più antica Cappella dei Capece-Minutolo di Canosa (Cfr. Tino d’Amico, L’antependium (frontale) dell’Altare della Cappella dei Capece-Minutolo nel Duomo di Napoli, in: il blog di Tino – htpp//tinodamico.wordpress.com). La traslazione delle reliquie del Corpo di Sant’Atanasio I in Duomo, a mio avviso, sarebbe avvenuta quando, l’Arcivescovo Niccolò de Diano (1412-1435) nel 1414 concesse privilegi, rendite e fornì di una sede stabile nella Cappella del Salvatore Vetere, da allora detta nche di Sant’Atanasio I, il Collegio Clericale degli Ebdomadari, fondato da Sant’Atanasio I per la celebrazione liturgica quotidiana nei due edifici che costituivano la Catedrale napoletana, la Basilica detta di Santa Restituta e la Basilica detta Stefanìa e concesse loro una sepoltrura nello spazio antistante la Cappella stessa (cfr. Tino d’Amico, op.cit.)

 

 

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La Madonna col Bambino in gloria di Diego de Siloe nella cappella Tocco del duomo di Napoli.

di Tino d’Amico

La ripulitura, dopo decenni di abbandono, del bassorilievo della MADONNA COL BAMBINO IN GLORIA di Diego De Siloe, della cappella Tocco nel Duomo di Napoli, con un intervento disposto dalla Sopraintendenza nel corso dei lavori di consolidamento e restauro del complesso Cattedrale, fornisce l’occasione per la citazione di questo prezioso manufatto poco conosciuto, nel contesto di una più generale presentazione del patrimonio storico, artistico e architettonico giacente nel Duomo napoletano che non appare sufficientemente inserito nei circuti culturali ed è fugace meta di un grand tour centrato esclusivamente sul grande contenitore che è la Cappella del Tesoro di San Gennaro.

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Napoli – Duomo – Cappella di Sant’Aspreno, patronato della famiglia Tocco di Montemiletto – Diego de Siloe – La Madonna col Bambino in gloria – Bassorilievo.

Il bassorilievo che rappresenta la MADONNA COL BAMBINO IN GLORIA, fu posto nella prima metà del ‘700 nell’abside della cappella di diritto patronale della famiglia Tocco, intitolata fin dalla fondazione del Duomo angioino (1283) a Sant’Aspreno, da Leonardo Tocco, al termine del restauro del sacello dopo il terremoto del 1732 e la replica del 1733, come informa la lapide posta nella stessa parete absidale, restauri rientranti nel più vasto piano di consolidamento dell’edificio angioino (1) disposti dall’allora Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1734-1754), che interessarono la parte absidale , maggiormente danneggiata ed in particolare la parete frontale del transetto, intervenendo sulle imposte degli archi gotici di accesso alle due cappelle laterali, rinforzandola, raddoppiandone la struttura muraria (2).

LEONARDUS TOCCUS

ACHAIAE MONTISQ. MILITUM PRINCEPS

HUIUS NOMINI V

DUX POPULI ET PRIMAE CLASSIS HISPANIARUM MAGNAS

MAIORUM IMITATUS PIETATEM

ET EXIMIUM IN S. ASPRENUM CULTUM

SACROS EIUS CINERES ET OSSA

EX VETERI MARMOREA RUDI CAPSA ERUTA

ET IN CYPRIA PYXIDE DECENTER CONDITA

IN ALTARI AB SE ELECTIS LAPIDIBUS EXTRUCTO

CONFLUENDI PIO POPULO PATERE DEDIT

PAVIMENTO SEPTO CANCELLIS

SUMPTUOSO  EX AURICALCO ORNATU MUNITIS

PICTURIS NOVO LUMINE ADSPERSIS

REFECTISQ. VITREIS FENESTRIS

ANTIQUUM GENTILITY SACELLI SPLENDOREM

RECENTIORUM OPERUM ELEGANTIA MUNIFICENTIAQ. AUXIT

ANNO D. MDCCL

I Tocco, di origine longobarda, derivavano il loro nome dalla Signoria di Tocco, un paese del beneventano dove erano presenti già nell’anno 1000.

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Planimetria del duomo di Napoli che indica il sito della cappella Tocco, intitolata a Sant’Aspreno, primo Vescovo di Napoli.

La famiglia si divise in due rami: i Tocco delle Bande e i Tocco delle Onde.

Questi ultimi furono influenti nobili dei seggi di Capuana e Nilo ed esponenti di primo piano alla corte angioina, inviati a conquistare la Romania e l’Epiro e a governare autonomamente, per conto dei sovrani angioini (3)e aragonesi, quelle terre e l’Acaia, governo che esercitarono come despoti, e furono Grandi di Spagna.

La loro potenza aumentò con il matrimonio di Maddalena Tocco con l’imperatore bizantino Costantino XI Paleologo (4)

Il ramo delle Bande si estinse molto presto, quello delle Onde si estinse a metà dell’800 e beni e titoli passarono ai Capece Galeota duchi della Regina per il matrimonio di Maria Maddalena Tocco-.Cantelmo-Stuart con Francesco Capece Galeota della Regina.

Il diritto patronale sulla cappella fu concesso dall’Arcivescovo Bernard de Rodez III (1368-1378) a Pietro Tocco, conte di Martina, con istrumento rogato per notar Pietro Zerola, come riferisce il Parscandolo.

Napoli – Duomo – Prospetto della cappella di Sant’Aspreno, patronato della famiglia Tocco di Montemiletto.

Fondatore della famiglia fu Guglielmo da Tocco ( ? – 1335) i cui resti mortali dovrebbero essere  ancora nel sarcofago di destra (5), nello spazio retrostante l’Altare settecentesco, che dovrebbe contenere anche quelli del figlio, l’Abbate Nicola, menzionato sulla fascia dedicatoria come venerabile:

+ HIC IACET CORPORA MAGNIFICI MILITIS DOMINI GULLELMI DE TOCCO MAGISTRI CABELLANI CLARAE MEMORIAE DOMINI PRINCIPIS TARENTI QUI ANNO DOMINI MCCCXXXV DIE XXII SEPTEMBRIS OBIIT. ET VENERABILIS ABBATIS  NICOLAI DE TOCCO FILII EIUS QUI ANNO DOMINI MCCCXLVII DIE XVIII APRILIS OBIIT QUORUM IN PACE ANIMAE REQUIESCANT. AMEN.

L’altro sarcofago dovrebbe contenere i resti mortali di Ludovico Tocco:

+ HIC IACT CORPUS MAGNIFICI MILITIS DOMINI LUDOVICI DE TOCCO IUNIORIS SENESCALI HOSPICII CLARAE MEMORIAE DOMINI ROBERTI IMPERATORIS COSTANTINOPOLITANI ACHAYE ET TARENTI PRINCIPIS QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCLX DIE XI MENSIS DECEMBRIS CUIUS ANIMA IN PACE REQUIESCAT. AMEN.

Il monumento funebre di Giovanni Jacopo De Tocco a destra nel presbiterio della cappella è un’opera di straordinaria bellezza: attribuito a Giovan Tommaso Malvito è da molti assegnato a Diego De Siloe, almeno il tondo della Vergine col Bambino e i due angioletti reggi torce.

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Napoli – Duomo – Il monumento funebre di Giovanni Giacomo Tocco nella cappella di Sant’Aspreno, patronato della famiglia Tocco

L’attribuzione del tondo al De Siloe, non dovrebbe costituire una deriva della critica, se si considera che l’artista era a Napoli, impegnato già in varie commesse legate al cantiere Carafa aperto in Duomo dai Malvito, e Giovan Tommaso Malvito è autore anche del pannello posto sul monumento funebre di Papa Innocenzo IV : entrambe le opere denunciano un sodalizio fra i due artisti.

I Malvito, padre e figlio, furono fra i maggiori esponenti della corrente lonbarda, presente a Napoli dalla metà del ‘400 e il primo decennio del ‘500, autori di pregevoli opere di gusto rinascimentale e Giovan Tommaso, figlio di Tommaso Malvito, con un trattamento più morbido della materia e un disegno più accurato dei panneggi si discosta alquanto dalla corrente lombarda, secca e scarna, aprendosi verso il classicismo romano, mostrando di accoglie ed apprezzare le istanze introdotte nei primi anni del ‘500 dal De Siloe e dall’Ordonez.

I Malvito, produssero ancora nei primi anni del ‘500, opere caratterizzate da purissimo stile rinascimentale: Giovan Tommaso, è l’autore della più alta espressione plastica del rinascimento napoletano, la statua di Olivievo Carafa in atteggiamento orante che è già fuori dalla corrente della pastica rinascimentale lombarda.

IOANNIACOBO DE TOCCHO PROTONOTARIO APOST.

IN ROMANA CURIA AUCTIS HONORIB. ATQ.

FORTUNIS HONORIFICE VERSATO

AIGIASIUS DE TOCCHO

FRATI BENEMERENTI

VIXIT ANN. XXXXVIII OBIIT VII OCT. MDXX.

A sinistra, di fronte al monumento di Giovanni Jacopo, c’è una nicchia vuota incorniciata da elementi araldici della famiglia, la cui lapide sottostante riassume al vicenda umana e comunica le ragioni della trasmisione dei titoli e dei beni del ramo dei Tocco delle Onde da parte dell’ultimo dei principi, al nipote, non avendo eredi diretti: la nichia vuota è l’immagine eloquente di un passato che si conclude e di un  futuro che si apre verso l’ignoto.

IOANNES BAPTISTA DE TOCCO MONTIS MILITUM

PRINCEPS

NULLIS AB UXORE PORTIA CARACCIOLA A AVELLINI PRINCIPIS FILIA

SUSCEPTIS LIBERIS CAROLU ET LEONARDUM SUMMAE SPEI

ADOLESCENTULOS AB INSUBRIBUS ACCIVIT EDUCATOSQ. HEREDES EX ASSE INSTITUIT

QUOD E TOCCIS SUIS ROMANIAE EPIREQUE DESPOTIS

ACHAIAE AETOLIAE ET ACARNANIAE PRINCIPIBUS

ORIRENTUR

AC LEONARDUM PRIMUM LEUCADIS DUCEM CEPHALENTIAE ZACYNTHIQ.

ET PETRUM MARTINAE COMITE GUGLIELMI TOCCORUM

 REGULI FILIOS COMMUNES AVOS

REFERRENT

VIVENS ET HIC IN AVITO SACELLO MONUMENTUM POSUIT ET QUA PROVIDENTIA

FAMILIAE ORBITATI PROSPEXIT EADEM MEMORIAE

CONSULUIT

ANNO A PARTU VIRGINIS MDCXVII.

Al termine dei lavori di restauro, il 2 agosto 1748, in occasione della intitolazione a Sant’Aspreno del nuovo Altare, il Cardinale Arcivescovo di Napoli Giuseppe Spinelli, riportò processionalmente le reliquie di Santo Vescovo di Napoli, nella ripristinata cappella, con l’intervento di tre Vescovi, dei Parroci della città, dei seminaristi dei due Seminari cittadini, della Collegiata di San Giovanni Maggiore (l’Istituto clericale degli Ebdomadari) e del Capitolo Cattedrale (6), ponendo l’antica urna marmorea, repositorium di ciò che restava del corpo del Santo, con la scritta dedicatoria antica

CORPUS S. ASPRENI PRIMI NEAPOLIT.  EPISCOPI

all’interno della aediculae , ispezionabile dalla fenestrella confessionis aperta nel postergale, celebrando il giorno successivo la Memoria Liturgica di Sant’Aspreno (7). 

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Napoli – Duomo – Cappella di Sant’Aspreno, patronato Tocco di Miontemiletto – Il fonticolo delle reliquie del corpo di Sant’Aspreno.

Il nuovo Altare fu disegnato da Giuseppe Astarita, attivo a Napoli fra il 1745 e il 1774, e i pezzi  dell’antico furono utilizzati per comporre altri Altari nel Duomo:  forse due figure a mezzotondo che rappresentano due degli Evangelisti, e buona parte dei pezzi dell’Altare  realizzato  nella cappella di San Lorenzo, detta di San Paolo de Humbertis, sede della Congregazione degli illustrissimi Preti di propaganda, provengono dallo smembrato Altare e altre due figure che rappresentano altri due Evangelisti, compaiono murate nella parete accanto all’ingresso al Battistero di San Giovanni in Fonte, nella basilica Cattedrale detta di Santa Restituta.

Il bassorilievo della Madonna col Bambino in gloria forse costituiva la cona dell’Altare cinquecentesco e se la nostra ipotesi dovesse trovar riscontro, i citati frammenti dell’antico Altare della cappella Tocco possono senza dubbio esere attribuiti al De Siloe, se non a Giovan Tommaso Malvito che negli stessi anni  lavorava al cenotafio di Giovanni Jacopo Tocco.

L’antico Altare fu realizzato nella prima metà del ‘500 quando la cappella fu oggetto di un radicale intervento di restauro al tempo del Cardinale Arcivescovo Alfonso Gesualdo (1596-1603) perché si temeva il crollo dell’abside del Duomo indebolita  per la realizzazione del succorpo di San Gennaro e le cui strutture portanti e le pareti presentavano gravi lesioni.

La muratura esterna dell’abside venne consolidata con contrafforti e per garantire una maggiore stabilità furono tompagnate due delle altissime bifore e parzialmente le altre tre, trasformate in monofore, lavori che determinarono certamente  interventi alle opere murarie della cappella Tocco il cui lato sinistro poggia sulle strutture portanti dell’abside, e comportarono la necessaria sistemazione dell’ambiente interno della cappella e la  copertura  dei primitivi affreschi del Cavallini  che fu attivo a Napoli fra la fine del ‘200 e il primo decennio del 1300, affreschi, questi, affini a quelli della cappella Brancaccio in San Domenico Maggiore: di essi restano figure dei Santi Aspreno e Gennaro, barbuto, di  Apostoli e Angeli entro complesse architetture e decorazioni  dipinte con riquadri a finto mosaico, che sembrano derivare direttamente dalla decorazione di Santa Cecilia a Trastevere.

Gli affreschi del Cavallini furono ricoperti dall’attuale restaurato ciclo   di Agostino Tesauro (1501-1546), con storie della vita di Sant’Aspreno a sua volta rinfrescato e integrato anche con motivi decorativi di scarso valore da Filippo Andreoli (circa 1700-1734) un allievo del Solimena.

Un progetto di qualche decennio fa prevedeva lo strappo degli affreschi del Tesauro per il recupero del ciclo pittorico del Cavallini.

Durante la rimozione degli affreschi dell’Andreoli e il restauro  del ciclo pittorico del Tesauro, è stata rinvenuta la nicchia monofora della parete destra, superstite delle monofore che si aprivano intorno alle pareti della cappella ed è stato ritrovato anche l’ingresso alla torre scalare che fu riempita  al tempo dei lavori di consolidamento dell’abside disposti dal Gesualdo.

Non è improbabile che essa costituiva anche l’ingresso al sottostante ipogeo della famiglia.

Gli affreschi del Tesauro narrano episodi della vita di Sant’Aspreno.

Cominciado da sinistra, in alto:

L’incontro di San Pietro con Santa Candida.

Santa Candida che porta il bastone di San Pietro a Sant’Aspreno.

Santa Candida e Sant’Aspreno guarito dalle infermità, si recano da San Pietro.

Il Battesimo di Sant’Aspreno.

Sant’Aspreno che guarisce un cieco.

Sant’Aspreno che guarisce uno storpio.

Sant’Aspreno che guarisce un  paralitico.

– Sant’Aspreno consacrato Vescovo da San Pietro.

Sant’Aspreno che predica.

La morte di Sant’Aspreno.

Una coppia di sposi ottiene al nascita di un figlio per intercessione di Sant’Aspreno.

La costruzione della chiesa dedicata a Sant’Asreno, ex voto  dei genitori del neonato.

I genitori del neonato che ringraziano Sant’Aspreno.

– La guarigione di un artritico.

La guarigione di un nefritico.

La guarigione di un malato polmonare.

La guarigione di un  malato grave.

La TABELLA della esposizione delle reliquie venerate nel Duomo di Napoli, redatta al tempo del Cardinale Arcivescovo Giacomo Cantelmo (1691-1702), murata nel retro sacrestia, al 3 agosto, solennità liturgica di Sant’Aspreno (8), autorizzava la esposizione e venerazione della reliquia del suo cranio chiuso nel busto d’argento conservato nella cappella del Tesoro di San Gennaro e del bastone di Sant’Aspreno, che dovrebbe essere quello a lui donato da San Pietro, nella cappella a lui intitolata, la cappella Tocco.

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Napoli – duomo – Cappella delle reliquie – La reliquia del bastone di San Pietro.

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La reliquia del  bastone di San Pietro, incapsulata in un reliquiario  di argento filigranato con le insegne del Cardinale Arcivescovo di Napoli Guglielmo Sanfelice d’Acquavella (1878-1897) stata recentemente da noi ritrovata nella cappella delle reliquie del duono di Napoli, dove è conservata.

Completo le notizie sulla cappella, riportando la lapide posta davanti al suo ingresso, a chiudere la bocca del sottostante sepolcro della famigla:

D.  O.  M.

ANTIQUAE TOCCORUM FAMILIAE SACELLUM

IN SANCTI ASPRENI EPISCOPI MEMORIAM DICATUM  

PER TEMPORIS LONGAEVITATEM INFORME

LEONARDUS DE TOCCO EIUS NOMINIS QUINTUS

ACHAJAE AC MONTISMILITUM PRINCEPS

INTER HISPANOS PRIMI ORDINIS MAGNATES

IAMPRIDEM CAROLI VI IMP. INTIMUS ACTUALIS STATUS CONSILIARIUS

ATQUE AMPLISSIMO VENETORUM PATRICIATUI RESTITUTUS  

AB SERENISSIMO CAROLO BORBONIO UTRIUSQUE SICILIAE REGE

IN IPSO REGNI INGRESSU ULTERIORIS PRINCIPATUS VICARIUS GENERALIS

MOX INTIMUS EIUSDEM CUBICULARIUS CREATUS

INQUE CELSI ORDINIS EQUITUM S. IANUARII CUM PRIMIS ELECTUS

INSTAURARI ATQUE ELEGANTIUM EXORNARI CURAVIT

UNAQUE MORTALITATIS MEMOR IN SPEM RESURRECTIONIS

GENTILITIUM HOCCE CONDITORIUM POSTERIS P.

AERAE CHRISTIANORUM A. MDCCXXXXV.

La lampada eucaristica pendente dal vertice della ogiva dell’arco di accesso alla cappella è stata recentemente trasferita dalla cappella del Salvatore Vetere e di Sant’Atanasio I, di diritto patronale della famiglia Capece Galeota, dalla seconda metà del ‘500 luogo per la conservazione e l’adorazione delle Specie Eucaristiche, e posta a pendere davanti alla cappella di Sant’Aspreno, oggi luogo della custodia Eucaristica e della celebrazione quotidiana della liturgia delle ore e della santa Messa, per la inagibilità del sacello per le copiose infiltrazioni d’acqua dai tetti.

Essa ricorda il primo Congresso Eucaristico Nazionale celebrato a Napoli, nel Duomo, dal 19 al 22 novembre 1891, incentrato sulla Eucaristia ed è auspicabile il ritorno del prezioso reperto al suo posto originario.

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Nel 1503 Napoli diventa la capitale del viceregno spagnolo.

La sperata nuova svolta politica, economica e culturale non si verificò perchè tutte le attività passarono sotto il controllo del governo centrale spagnolo.

Nemmeno nel campo delle arti si registrò una produzione di valenza tale, i cui contenuti, declinando verso le nuove tendenze stilistiche, potevano confrontarsi con le correnti europee e italiane, aperte già verso le nuove istanze riformiste, sganciate ormai dalla cultura rinascimentale, dopo la sorpresa dei grandi: Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Donatello… e la successiva produzione manierista.

Emersero episodi significativi, ma isolati, prodotti da artisti per lo più di importazione spagnola e fra questi, due che saranno  capiscuola: Bartolomeo Ordonez (1480-1520) e Diego De Siloe (1496-1563), che pur manifestando ancora la loro appartenenza alla cultura iberica intrisa di goticismo,  stemperato nel rinascimento italiano, denunzieranno una marcata e profonda italianizzazione, perché arriveranno a Napoli passando attraverso le capitali europee, ed assorbendo le nuove istanze culturali.

L’ambiente artistico napoletano, fino al ‘400, prima metà del ‘500 era dominato dalla presenza dei Malvito, padre e figlio, impegnati nel cantiere del Succorpo di San Gennaro, nel Duomo.

Entrambi lombardi di nascita e formazione , indirizzavano la schiera di artisti e collaboratori provenienti dalla Lombardia, dalla Toscana e da Roma, chiamati dalla committenza Carafa, verso istanze stilistiche rinascimentali, ma pur sempre lombarde: secche e scarne.

Ciò nonostante Giovan Tommaso  Malvito, si mostrò aperto  verso il classicismo romano e assecondando la sua formazione lombarda  mostrò di apprezzare le novità introdotte dal De Siloe.

I due spagnoli,  sono riconosciuti capiscuola, ma loro presenza a Napoli fu breve per lasciare una feconda eredità stilistica aperta verso le nuove tendenze controriformiste e scarsa fu la loro produzione che spesso oggi difetta nelle attribuzioni certe ad uno o all’altro o sfocia in attribuzioni senza fondamento che spesso invece dovrebbero essere maggiormente incanalate nella produzione di artisti come, per esempio, Giovanni Merliani da Nola e viceversa.

Nell’opera dell’Ordonez ed in quella del De Siloe, è presente l’influenza michelangiolesca , ma anche la particolare suggestione dello “stiacciato” donatelliano.

In questa  bassorilievo di particolare bellezza, il De Siloe  dimostra di  restare ancorato alle istanze pittoriche rinascimentali e di aderire al classicismo di Raffaello, nella stesura dei volumi e nell’accurato disporre dei panneggi, non rifiutando posture michelangiolesche su uno snodarsi della storia nello stiacciato donatelliano.

Napoli – Duomo – Sagrestia Maggiore  – Cappella di Santa Maria “del pozzo” (retro-sagrestia) – Monumento funebre dell’Arcivescovo Annibale di Capua (1578-1595) – Madonna col Bambino, attribuita a Diego de Siloe, utilizzata per decorare il monumento in epoca successiva.


Il lavoro non ha finalità critiche, ma piuttosto è nostra intenzione documentare un prezioso manufatto poco conosciuto, ma che per meriterebbe una maggiore attenzione, realizzando anche una sua diversa illuminazione che consenta una maggiore lettura dell’opera e contribuisca a far risaltare tutta la sua bellezza per la fruizione gioiosa di un bene da parte dei visitatori della struttura che ignari passano fra le pietre del Duomo di Napoli.

Diceva Franco Strazzullo, a ragione, che ogni pietra del Duomo di Napoli è un pezzo di storia, un capolavoro del genio umano.

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NOTE  E  DISCUSSIONI

1 –  Furono gravemente danneggiate e parzialmente rovinarono le pareti dell’abside, le volte delle navate laterali, i muri del transetto. Cadde l’Altare maggiore e i muri verso la sacrestia che dovette essere ricostruita perdendo la sua impronta gotica.

2 –  Gli interventi urgenti disposti dal Cardinale Arcivescovo Francesco Pignatelli, interessarono il consolidamento di tutte le strutture dell’edificio, la ricostruzione delle volte laterali e della sacrestia e l’inizio del consolidamento murario della parete frontale del transetto, lavori poi continuati dal Cardinale Arcivescovo Giuseppe Spinelli che comportarono anche la definitiva trasformazione decorativa interna dell’edificio più consona alle nuove esigenze liturgiche.

3 –  Carlo I d’Angiò fu anche principe di Taranto, Principe dell’Acaia, Re di Gerusalemme e attraverso vari martrimini contratti dopo vedovanze, raccolse titoli regali relativamente alla Romania, all’Ungheria e dell’Epiro.

4 – Teodora (Maddalena) Tocco ( ? -1429) sposò nel 1427 Costantino XI Paleologo, despota, di Morea che fu imperatore bizantino dal 1449 al 1453.

5 –  Nel 1721 un Decreto della sacra Congregazione dei Riti, vietò la presenza di cadaveri in sepolcri elevati da terra e, probabilmente, come avvenne con i resti di altri defunti inumati in Duomo, si provvide ad aprire i due sepolcri e depositare le spoglie dei titolari nella fosse comune sottostante la cappella. Nessun documento noto, però registra la apertura dei sarcofagi dei Tocco: bisognerebbe ricercare ulteriori notizie nel “registro delle inumazioni”  depositato nell’Archivio del Duomo se ancora esistente, e fra le carte del prezioso “Archivio dei Tocco di Montemiletto”, che raccoglie carte di famiglia dal 1250 al 1805, depositato nell’Archivio di Stato di Napoli. Ma la storia della famiglia non è oggetto di questa analisi.

6 –  Cfr. F. Strazzullo, I diari dei cerimonieri della Cattedrale di Napoli, una fonte per la storia napoletana, Napoli 1961.

7 –  Cfr. Luigi Fatica, Il calendartio marmoreo di Napoli, Napoli 1997. Il Calendario marmoreo di Napoli, scolpito nel IX secolo, negli anni dell’episcopato di San Giovanni IV detto lo Scriba, che fu Vescovo di Napoli dall’842 all’849, o negli anni dell’episcopato di Sant’Atanasio I che fu Vescovo di Napoli dall’850 all’872, assegna al 3 agosto la Memoria Liturgica della DEP(osizione) di ASPREN(o) V(esco)VO.

8 –  Cfr. Atti degli Apostoli (28,13-14) “…e di qui (da Malta, n.d.a.) costeggiammo, giungendo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma…”  E’ accertata storicamente la esistenza di Aspreno, al tempo di Traiano e di Adriano, attribuendo al suo episcopato la durata di 23 anni. Non morì martire perchè Napoli, città di origine greca, federata di Roma, conservò usi e costumi greci e anche libertà rerligiose, che la resero esente dalle varie persecuzioni che coinvolsero invece il territorio circostante. Secondo la leggenda, San Pietro nel suo viaggio verso Roma, risalendo la penisola dalla Sicilia, sostò a Napoli. A Napoli incontrò una anziana donna inferma, Santa Candida Seniora che, guarita,si fese battezzare. La donna informò Pietro della lunga infermità di Aspreno al quale l’Apostolo inviò il suo bastone da viaggio, per tramite della donna, perchè appoggiandosi ad esso, nel nome di Cristo Signore, si presentasse a lui. Così avvenne e dopo averlo guarito definitivamente con l’imposizione dello stesso bastone, lo catechizzò, lo battezzò e ordinò Vescovo della comunità cristiana che già era fiorente a Napoli. Il cristianesimo probabilmente giunse a Napoli con i mercanti ebrei che possedevano vari fondaci in città. Il bastone che San Pietro, donò a Sant’Aspreno, è conservato nel reliquiario del Duomo di Napoli. Recentemente è stato da noi ritrovato, restaurato, classificato, catalogato ed inventariato. Aspreno fu sepolto nell’oratorio di Santa Maria del Principio o, secondo studi recenti supportati da nuove scoperte,  prima nella catacomba napoletana, da dove poi il suo corpo fu traslato nella Stefania al tempo del Vescovo di Napoli San Giovanni IV lo Scriba, redattore del citato Calendario Marmoreo, e con la costruzione del nuovo Duomo angioino, le sue reliquie furono definitivamente deposte nell’Altare della cappella a lui intitolata, la prima a destra dell’abside maggiore, già di diritto patronale della potente famiglia Tocco.